INTRODUZIONE

L'ereditą di Freud

Di Freud si è detto e scritto tutto il bene e tutto il male possibile. Sarebbe inutile ripercorrere qui le tappe biografiche di una vita priva di eventi significativi, come pure cercare di sintetizzare un pensiero che, in quarant'anni, ha avuto le vicissitudini più varie. L'analisi critica delle opere maggiori freudiane rappresenta peraltro già di per sé un bilancio, che permette di capire ciò che è vivo e ciò che è morto di un'impresa che ha pochi equivalenti nell'ambito delle scienze umane e sociali.

Quest'introduzione mira ad estrapolare dal pensiero freudiano i nuclei concettuali che si possono ritenere acquisiti scientificamente e i nodi che vanno affrontati e risolti per giungere ad integrare la scoperta dell'inconscio in una teoria della mente struttural-dialettica, vale a dire in una teoria che assume la mente come un apparato dotato di leggi sue proprie il cui funzionamento dipende dall'interazione con il mondo storico-sociale e culturale.

Sulla scia delle esperienze legate all'ipnosi, le ricerche sulla stimolazione psicochirurgica delle aree cerebrali e quelle sullo split-brain hanno permesso di dimostrare inconfutabilmente la realtà dell'inconscio. Le prime confermano che ogni soggetto alberga un patrimonio di memorie sconfinato rispetto quelle di cui dispone coscientemente, alcune delle quali sicuramente inaccessibili. Le seconde attestano che si dà un'attività cognitiva, emozionale e comportamentale in assenza dell'attributo della coscienza. La neurobiologia più recente (cfr. Le Doux) attesta univocamente che gran parte dell'attività mentale si svolge al di fuori della coscienza.

Il problema oggi dunque non è più quello di stabilire se esiste o non esiste l'inconscio, ma di valutare se la teoria che Freud ha elevato sulla sua scoperta regga al vaglio critico.

La teoria di Freud sull'inconscio si può ricondurre essenzialmente a tre concetti fondamentali.

Il primo assume l'inconscio come una dimensione filogeneticamente arcaica della mente dove, ad un livello inaccessibile alla coscienza, premono pulsioni di natura psicobiologica - Eros e Thanatos - vincolate al principio della scarica e dell'appagamento che, in sé e per sé, è incompatibile con le esigenze minime di una vita di relazione sociale.

Il secondo concetto assume la coscienza e l'io cosciente come una struttura di mediazione tra l'Es pulsionale, che rimane per sempre ostile al riconoscimento dell'altro come persona con i suoi diritti, vale, e le esigenze della vita sociale e della cultura rappresentate dal mondo esterno con le sue norme, regole, valori, e nel mondo interno dal super-io.

Il terzo concetto attribuisce all'inconscio un'attività mentale del tutto particolare, le cui caratteristiche (condensazione, spostamento, assenza di contraddizioni, assenza di tempo, confusione tra realtà interna e realtà esterna) fanno capo ad una logica radicalmente diversa rispetto a quella adottata dalla coscienza.

Questi tre concetti hanno implicanze teoriche di una certa importanza.

Ammettere l'esistenza, al fondo dell'inconscio, di pulsioni primarie sostanzialmente anarchiche significa riconoscere la necessità di un certo grado di frustrazione e di repressione ai fini di un'organizzazione sociale che non si riduca alla dimensione selvaggia del bellum omnium contra omnes o dell'homo homini lupus. Tale necessità, che segna nella storia dell'umanità, il passaggio dallo stato di natura alla civiltà in virtù delle due leggi rappresentate all'interno di qualunque cultura nota (il tabù dell'incesto e il divieto di uccidere), si pone anche all'interno di ogni esperienza individuale. L'evoluzione della personalità è decisa dall'abbandono del soggetto del suo statuto originario di essere desiderante, vincolato alla scarica pulsionale, o dalla sua tendenza a rimanere "fissato" al desiderio. Queste diverse circostanze, che destinano rispettivamente alla normalità o al disagio psichico, sono ricondotte da Freud per un verso all'intensità delle pulsioni, che è diversa da soggetto a soggetto, e per un'altra alle circostanze ambientali, che possono favorire o ostacolare l'abbandono del desiderio sia sotto il profilo affettivo (situazioni carenziali, iperprotezione, ecc.) sia sotto quello culturale (frustrazione eccessiva).

Se questo è vero, la mediazione dell'io cosciente è affidata al caso, vale a dire all'intensità del bagaglio pulsionale per verso, geneticamente determinato, e alle richieste dell'ambiente, culturalmente determinate. Il destino di un soggetto, per questo aspetto, viene a dipendere da circostanze su cui egli non ha alcun potere di controllo. Questo riduce o annulla la colpa dei "nevrotici", che sono vittime del caso, e impone alla cultura di moderare le sue richieste di frustrazioni delle pulsioni al fine di non indurre una nevrotizzazione generale. Dato però un ambiente, sociale o familiare comune, all'interno del quale alcuni soggetti riescono a raggiungere la normalità, lo scacco di alcuni rivela o un patrimonio pulsionale particolarmente intenso o una difficoltà, legata alla fantasia, di accedere al principio della realtà.

Le implicanze del terzo concetto sono le più complesse. Sulla scorta dell'ipnosi, originariamente Freud considera l'inconscio come contenitore dell'Es e dei contenuti mnesici respinti dalla coscienza (repressi) o registrati senza mai essere passati per la coscienza (rimossi). La concezione contenutistica dell'inconscio entra in crisi quando egli si dedica all'interpretazione dei sogni, e si prende atto che il lavoro onirico pone in luce due aspetti complementari. Il primo, più superficiale, riguarda il fatto che il contenuto manifesto del sogno rappresenta un compromesso tra le esigenze pulsionali inconsce, che promuovono l'appagamento di qualunque desiderio, anche il più incivile, e la coscienza o il preconscio che esercitano un effetto di censura. Da questo punto di vista, il sogno non fa altro che ribadire l'incompatibilità tra la vita interiore pulsionale e le esigenze dei valori socili e culturali rappresentati a livello cosciente. Ma la censura non basta a spiegare la deformazione dei pensieri onirici inconsci. Questi infatti sembrano articolarsi sulla base di una logica che, violando o semplicemente non tenendo conto delle leggi vigenti a livello cosciente (principio di identità, principio di non contraddizioe, principio del terzo escluso), sembra fare riferimento ad un'altra logica, ad un'attività mentale radicalmente diversa da quella cosciente, per quanto funzionale al pari di essa. Si pone così il problema dell'inconscio formale o strutturale, vale a dire di un'attività mentale che applica ai contenuti cognitivi e emozionali leggi sue proprie.

Lo sviluppo della teoria analitica freudiana, in conseguenza di questi concetti, è fortemente condizionata dalla contraddizione intrinseca che si dà tra i primi due e il terzo.

La pratica clinica obbliga, infatti, Freud, dall'inizio alla fine della sua attività, ad interessarsi di contenuti rimossi o repressi, che egli assume come matrice dei sintomi (che, alla pari del sogno, sono formazioni di compormesso), e a tradurli in termini accettabili e comprensibili per la logica cosciente. Tale attività è fortemente condizionata dalla teoria delle pulsioni, per cui, in fin dei conti, tutti i contenuti inconsci rivelano l'attività dell'Es, più o meno contrastata dal super-io.

Al di là della pratica clinica, Freud si pone sempre il problema di chiarire la logica dell'inconscio, che si applica ai contenuti ma che egli intuisce essere formale, indipendente da essi. Ma se l'inconscio non si identifica né dipende dai contenuti, perchè esso funziona come funziona? Delle cinque caratteristiche cui si è fatto cenno, la confusione tra realtà esterna e realtà interna potrebbe essere ricondotta alla filogenesi, vale a dire alla maturazione di una capacità di astrazione che si è prodotta lentamente a partire da una condizione originaria di immersione totale nelle percezioni e nelle emozioni. La condensazione, vale a dire il ricondursi di varie elementi tra i quali si dà una caratteristica comune ad insiemi sempre più ampi, potrebbe ricondursi all'esigenza di calssificare una quantità sterminata di memorie. Lo spostamento, vale a dire la separazione tra contenuti psichici e emozioni ad essi connesse, che consentono a questi di investire altri contenuti, potrebbe essere ricondotta, almeno in parte, alla condensazione che stabilisce rapporti tra elementi che altrimenti non l'avrebbero e consentirebbe di attribuire agli uni le emozioni spettanti agli altri. L'assenza di tempo (e di spazio) potrebbero essere giustificate dal fatto che l'inconscio, come si ricava dai sogni, si eprime soprattutto attraverso immagini, che si prestano ad alterare le coordinate temporali e spaziali degli oggetti. Ma a cosa ricondurre infine l'assenza di contraddizioni e l'identificazione degli opposti, che nega il principio fondamentale della logica cosciente, quello in virtù del quale senza una sia pure minima distinzione tra gli opposti non si dà alcuna attività di pensiero?

E' questo il problema che, da ultimo, rimane irrisolto nella teoria dell'inconscio freudiana. Che senso ha un'attività mentale che, negando le contraddizioni, comporta il riferimento ad una realtà omogenea e indistinta?

E' evidente che Freud questo problema non avrebbe potuto risolverlo perchè la teoria delle pulsioni implica una logica lineare che prevede solo due alternative: l'appagamento delle stesse o la loro frustrazione.

Se ammettiamo che la filogenesi abbia prodotto, attraverso la socializzazione, una struttura mentale che, al suo fondo, si articola sul rapporto non tra il desiderio pulsionale e il mondo, ma tra l'io e l'altro; se ammettiamo cioè l'esistenza di due bisogni intrinseci, geneticamente determinati, che promuovono e strutturano l'evoluzione della personalità, riconducendosi l'uno al bisogno di appartenenza e l'altro al bisogno di differenziazione individuale, il problema dell'assenza di contraddizione può essere risolto. Sulla base dei due bisogni, infatti, si può ammettere che lo sviluppo della personalità riconosca due substrutture di base: il super-io, che si edifica su di una logica per cui la parte (l'individuo) esiste solo in funzione del gruppo cui appartiene, ed è dunque un tutt'uno con essa, e l'io antitetico, che si edifica sulla base di una logica per cui la parte è nettamente differenziata dal gruppo e gode di una sua realtà distinta, unica e rirripetibile. La presenza di queste logiche fonda la possibilità che la stessa esperienza, quella dell'individuo in interazione con il gruppo, possa essere memorizzata dando luogo a due diverse versioni, casomai in contraddizione tra di loro, ma che convivono a livello profondo perchè ciascuna di esse ha un senso.

I due sistemi del super-io e dell'io antitetico, che rappresentano le substrutture dell'io, ovviamente non esaursicono il patrimonio di memorie personali. Essi letteralmente se lo contendono. Questa contesa, che avviene sulla base di un'originaria indistinzione tra io e altro, potrebbe permettere di capire sia la confusione tra realtà esterna e realtà interna, sia la condensazione che lo spostamento, sia infine una logica temporale fortemente influenzata dalla significazione soggettiva. Logica che, per esempio, può comportare, per effetto della funzione superegoica, il riferimento al passato come unico presente nostalgicamente desiderato (con effetti comportamentali di regressione), e, per effetto della funzione antitetica, il riferimento al presente come causa sui, come negazione del passato o apertyura univoca, sul registro della fuga, verso il futuro.

La teoria struttural-dialettica, almeno dal mio punto di vista, sembra in grado di risolvere i nodi irrisolti del pensiero freudiano più di quanto non siano in grado di fare gli epigoni che, non riuscendo a riconoscere nell'inconscio la dialettica dei bisogni, o lo banalizzano, togliendo ad esso la carica di drammaticità che è ad esso intrinseca, o giungono, come Matte Blanco, ad un'assurda metafisica dell'inconscio.

Rispettare oggi lo spirito di Freud significa, né più né meno, equipararlo ad un Cristoforo Colombo che scopre un nuovo continente, lo esplora con uno straordinario acume, ma infine, preda dei suoi pregiudizi (tra l'altro singolarmente affini dell'opporre allo stato di natura la civiltà), fornisce interpretazioni che attestano una grave incomprensione dei fatti umani o, meglio, il peso dell'ideologia sul pensiero scientifico.

Gennaio 2003