Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Il significato funzionale dei sintomi psicopatologici (parte 2)

1.

Se riprendiamo l’analisi della sintomatologia dell’attacco di panico dal punto di vista funzionale, scopriamo immediatamente la differenza rilevante tra quest’approccio e quello clinico-descrittivo proprio della neopsichiatria organicistica. Quest’ultimo si limita ad un elenco dei sintomi somatici (palpitazioni, fame d’aria, tremori, vertigini, sudorazioni, annebbiamento della vita, senso di venir meno, ecc.) e di quelli psichici (sensazione fisica e mentale dolorosa d’impotenza personale, stato d’allarme, presentimento di pericolo imminente e quasi inevitabile, paura di morire, d’impazzire e di perdere il controllo, ecc.), che riconduce univocamente ad uno squilibrio dei centri emozionali dell’ansia, deputati normalmente ad attivarsi per segnalare un pericolo reale. Dato che il pericolo reale non esiste, se ne deduce che quello squilibrio segnali una labilità dei centri stessi, dovuta ad una componente genetica.

Certo, anche il più rozzo organicista riconosce che l’attacco di panico instaura un circolo vizioso tra la tempesta neurovegetativa che sottende i sintomi somatici - espressione immediata del malfunzionamento dei centri emozionali - e le paure immotivate del soggetto che rappresentano, nello stesso tempo, l’espressione di quel malfunzionamento e l’interpretazione cognitiva che egli dà dei sintomi somatici. Ma questo significa solo che, oltre ad essere immaturo emotivamente per via di una labilità dovuta ai fattori genetici, egli è anche un po’ stupido o istupidito dalle emozioni.

Dal punto di vista funzionale, invece, i sintomi dell’attacco di panico non hanno lo stesso significato e non si realizzano sulla base di uno squilibrio costituzionale dei centri emozionali. Questi infatti vengono attivati da contenuti psichici espressivi dei conflitti psicodinamici: contenuti riconducibili per un verso a emozioni negative – rabbia, odio, vendetta – associate a fantasie di fuga, di scioglimento dei legami sociali, di eliminazione di situazioni inteollerabilmente fastidiose, ecc., e, per un altro, ai sensi di colpa che criminalizzano tali emozioni e le fantasie ad esse associate. L’attivazione dei centri emozionali produce messaggi che sono espressivi, nello stesso tempo e nelle combinazioni più varie, della tensione verso la liberazione da situazioni interpersonali e sociali vissute negativamente, e dei sensi di colpa che ritorcono contro il soggetto tale tensione, attribuita fondamentalmente a livello inconscio ad un orientamento asociale o antisociale.

La tempesta neurovegetativa che sottende l’attacco di panico è dovuta all’attivazione contemporanea del sistema simpatico e di quello parasimpatico.

L’analisi di un solo sintomo può permettere di capire quello che avviene. Il cuore che palpita è l’espressione di una fuga all’impazzata che attiva il sistema simpatico. Le frequenti extrasistoli, che fanno temere che esso si arresti, viceversa sono l’espressione dell’attivazione del sistema parasimpatico. La paura dell’infarto rappresenta l’interpretazione che il soggetto dà di fenomeni che, in sé e per sé, sono solo funzionali. Essa rivela, infine, i sensi di colpa inconsci che associano allo scioglimento dei legami la morte.

I neopsichiatri sono incapaci di prendere atto di verità semplici, che i sintomi rendono assolutamente evidenti. Essi avversano le interpretazioni psicodinamiche. Purtroppo, avversano anche l’epistemologia. Per confermare le loro ipotesi, che vertono su di uno squilibrio costituzionale dei centri emozionali, basterebbe da parte loro identificare un solo caso clinico nel quale una ricostruzione anche superficiale della storia interiore del soggetto impedisse di evidenziare un conflitto psicodinamico incentrato sull’insofferenza riferita ad una relazione significativa. Basterebbe, infatti, un caso del genere a falsificare l’approccio psicodinamico. Essi non sono in grado di esibire tale caso: si limitano semplicemente a non prendere in considerazione la storia interiore del soggetto in questione.

2.

Detto ciò, i problemi inerenti l’attacco di panico non si possono ritenere risolti. Posto che l’attivazione di un conflitto dinamico ne rappresenta la causa, c’è da chiedersi perché esso si esprima secondo le modalità descritte. Il problema è di ordine generale, riguarda cioè tutto l’universo psicopatologico. Lo affronto ora ripromettendomi di riprendere ulteriormente il discorso.

Quando si parla di conflitto dinamico, si fa riferimento ad una circostanza ricorrente nell’esperienza mentale di ciascuno di noi. Comunque intesa, nessuno dubita oggi che la personalità non abbia uno statuto unitario e monolitico. L’io cosciente – se ne renda conto o no – intanto mantiene la sua identità in quanto opera di continuo delle mediazioni tra le varie parti che lo costituiscono. Semplificando un po’ le cose, si può affermare che le parti in questioni rappresentano motivazioni ciascuna delle quali comporta una componente emozionale e una cognitiva (o meglio culturale).

Non occorre molto a capire che le cose stanno così anche semplicemente tenendo conto dell’esperienza quotidiana cosceiente. Questa è tessuta di decisioni ciascuna delle quali comporta delle alternative: mangiare o rinunciare ad una fetta di torta alla fine di un pasto, prendere o no l’ombrello se il cielo è grigio, passare con il semaforo rosso quando si ha fretta e nessuno occupa la carreggiata, ecc. Della conflittualità sottesa alla vita quotidiana di solito non ci si accorge, perché spesso le decisioni vengono prese automaticamente o per effetto di abitudini comportamentali acquisite. In alcuni casi, però, anche a livello cosciente il confitto dinamico s’impone. Basta fare qualche esempio per rendersene conto. Primo: un uomo sposato s’innamora perdutamente di una giovane donna disponibile a convivere con lui. L’alternativa tra il rispettare i suoi doveri familiari e assecondare i sentimenti può configurarsi come un dubbio tormentoso. Secondo: un figlio adolescente sa che la madre è in grandi ambasce quando lui sta fuori di casa con il motorino: Cosa fare: limitare nettamente la sua libertà personale o accettare che il prezzo di questa è la pena materna? Terzo: ad un dipendente pubblico, onesto fino allora, viene offerta una cospicua "bustarella" per oliare una pratica che riguarda un appalto. Immediatamente egli tende a rifiutarla, ma la notte non dorme pensando ai problemi che potrebbe risolvere accettando di fare come tanti altri che conosce.

In casi del genere, l’esistenza di varie motivazioni in conflitto tra loro diventa tangibile. E non è un caso che si tratti, in tutti e tre gli esempi, di un conflitto morale (o culturale che dir si voglia) il quale contrappone la logica dell’interesse individuale a quella dei doveri sociali, nei confronti di singole persone o della società nel suo complesso, rappresentata dalle leggi.

Di fatto, il conflitto tra queste due logiche – egocentrica l’una, sociocentrica l’altra – è il più ricorrente nel corso della vita. Esso sembra, per alcuni aspetti, far capo a due nature che convivono nell’uomo, preda l’una dei diritti e dei bisogni individuali, l’altra dei bisogni e dei diritti altrui.

Ora avanziamo delle ipotesi in riferimento ai tre esempi citati. L’uomo innamorato perdutamente rimane accanto alla moglie e ai figli, ma sviluppa una cupa depressione e un’irritabilità che lo porta a maltrattarli. Il figlio rivendica la libertà di stare fuori di casa ma ha un attacco di panico. Il dipendente pubblico accetta, infine, la bustarella, ma manifesta poi una vergogna profonda e un’ansia persecutoria che lo porta a temere di essere arrestato. La scelta tra alternative, in tutti e tre i casi, dà luogo a fenomeni psicopatologici, che attestano che la decisione personale, la quale ha attivato un comportamento ad essa conseguente, favorendo una motivazione – sociocentrica nel primo, egocentrica negli altri due – non ha tenuto conto della potenza dinamica della motivazione opposta.

Alla stessa conclusione, si potrebbe pervenire ribaltando le ipotesi. L’uomo innamorato abbandona la famiglia e sviluppa dopo poco tempo degli attacchi di panico, che si risolvono solo se egli chiede aiuto alla moglie. Il figlio rinuncia alla sua liberta per il bene della madre ma diventa estremamente aggressivo nei suoi confronti. Il dipendente pubblico rifiuta la bustarella e precipita in una depressione che lo porta a sentirsi un inetto e un fallito. Anche in questi casi la scelta dà luogo a fenomeni psicopatologici poiché essa, privilegiando una motivazione – egocentrica nel primo, sociocentrica negli altri due - non ha tenuto conto della potenza di quella opposta.

Le situazioni descritte sono immaginarie. Esse valgono però a far capire che cosa rende potenzialmente psicopatologico un conflitto dinamico: la potenza delle motivazioni che lo sottendono, vale a dire l’intensità delle cariche emozionali e dei valori cognitivi (o culturali) che ad esse si associano.

Posto che ogni uomo convive con dei conflitti dinamici, si entra nella fascia del pericolo psicopatologico allorché uno di essi si attiva o si potenzia. Questo significa che le polarità in conflitto si intensificano e, raggiunta una soglia critica, minacciano la stabilità strutturale su cui sino allora si è fondata l’esperienza "normale".

3.

Un conflitto in fase di attivazione non comporta che due possibili soluzioni. O l’individuo, posto che ne sia consapevole, trova modo di mediarlo o esso evolve autonomamente verso uno stato che stabilizza l’esperienza. Quest’ultima per l’appunto è la circostanza che si realizza in conseguenza del sopravvenire degli attacchi di panico.

La conclusione è piuttosto sorprendente, tenuto conto che i soggetti affetti da attacchi di panico si sentono del tutto destabilizzati e precipitano in una voragine di angosce. Si tratta però di una conclusione che può essere facilmente comprovata.

La stabilizzazione, infatti, non riguarda la coscienza, ma le logiche inconsce che sottendono il conflitto. Di fatto, una delle due – quella sociocentrica – prevale sempre, se si tiene conto che la conseguenza costante dell’attacco di panico è la regressione nella dipendenza interpersonale. Il soggetto, certo, può essere esasperato dal ritrovarsi aggrappato a qualcuno, dal dovere mantenere un rapporto il più stretto possibile con l’ambiente domestico e dal sentirsi costantemente sotto il tiro di un’indefinibile minaccia. Cionondimeno, il conflitto in qualche modo è risolto, almeno nel senso che la spinta alla fuga e allo scioglimento dei legami non ha più possibilità di realizzarsi.

Certo, la conseguenza di questa soluzione automatica, che si realizza a livello inconscio, può essere devastante a livello di esperienza cosciente. Ma ciò, come ho detto, dipende dal fatto che il soggetto non è in grado di decodificare nella maniera giusta il messaggio inconscio. Se fosse in grado di decodificarli, se fosse cioè trasparente a se stesso, non è detto che egli li condividerebbe. La soluzione automatica dei conflitti avviene, infatti, costantemente sulla base del primato che a livello inconscio il sociale ha sull’individuale. Su questo primato mi soffermerò in articoli successivi. Per ora basta prenderne atto e considerare che, in quanto automatica, la soluzione del conflitto non è mai del tutto adeguata. Essa non coincide con un’integrazione del conflitto stesso, che può realizzarsi solo attraverso la mediazione riflessiva della coscienza. Talora essa si realizza nella direzione dell’autentica soluzione che dovrà sopravvenire, tal’altra nella direzione opposta.

Faccio due esempi del tutto reali.

Una donna sposata da quindici anni ad un uomo che la tratta costantemente come una serva e, davanti agli amici, la definisce una cretina, sviluppa una depressione che consapevolmente attribuisce alla situazione nella quale si trova a vivere. Essa, economicamente autonoma, avverte il bisogno di separarsi dal marito, ma esita per via di un figlio adolescente che, forse, soffrirebbe della dissoluzione della famiglia. Purtroppo, il marito assume nei suoi confronti un atteggiamento ancora più sprezzante. Nella misura in cui la depressione impedisce alla donna di lavorare, di accudire, come ha sempre fatto, la casa, di cucinare, lavare e stirare i panni, essa, oltre che cretina, viene giudicata anche un essere inutile e parassitario. Quest’atteggiamento le dà la forza di rivolgersi ad un avvocato per avviare la separazione. Tre giorni dopo questa "storica" decisione, quando quasi esaltata dal suo coraggio, comincia nuovamente ad uscire da casa, ha un attacco di panico in conseguenza del quale si ritrova aggrappata al marito.

In questo caso è assolutamente chiaro che la decisione della donna corrisponde all’unica soluzione possibile del conflitto. Prima di arrivare a tanto, essa ha anche proposto al marito una terapia di coppia che egli ha sdegnosamente rifiutato. Perché dunque sopravviene l’attacco di panico? La prima ipotesi è che essa abbia sfidato una tradizione conservatrice depositata a livello inconscio e trasmessa dalla madre (la quale le ripeteva di continuo un proverbio che suona così: marito e figli come Dio li dà così li pigli). La donna è in grado anche di ricordare che, all’epoca in cui presentò alla madre il futuro marito, nonostante questi godesse già di una solida posizione sociale, quella non espresse un giudizio positivo su di lui, sembrandole – ed aveva ragione – troppo autoritario. Le disse dunque di pensarci bene perché, fatta la frittata, non sarebbe stato possibile ricomporre le uova. Una seconda ipotesi fa riferimento al fatto che, nel comunicare a suo marito la sua decisione, questi non solo le ha fatto balenare le conseguenze, a suo dire drammatiche, a carico del figlio. L’ha anche insultata, ma, mentre l’insultava, la donna ha colto nel suo sguardo, inaspettatamente, un lampo di paura. Di fatto, dopo quella comunicazione, nei due giorni precedenti l’attacco di panico, l’ha visto come un cane bastonato (nonché – purtroppo - ancora ringhioso).

La tradizione radicata a livello inconscio o la scrupolosità, giunta al punto di farla sentire in colpa per avere reagito ad una vita di soprusi, hanno determinato l’attacco di panico? E’ probabile che abbiano concorso entrambi i fattori. Il dispositivo interno – in breve, il Super-io – che ha sanzionato duramente la ribellione della donna, costringendola a rimanere nel suo ruolo di moglie, in questo caso però agisce in maniera assolutamente cieca. Essa tiene conto dei doveri istituzionali inerenti il ruolo di madre e di moglie, e pone del tutto tra parentesi ciò che è di fatto accaduto nel corso del rapporto coniugale, e che giustifica ampiamente la separazione. Nonostante il ravvedimento del marito? Sì, perché il suo atteggiamento squalificante si fonda su di un’incompatibilità di carattere e di visione del mondo. Uomo pratico, ideologicamente conservatore, anzi dichiaratamente fascista, egli ha sempre giudicato cretina la moglie perché leggeva libri impegnativi, s’interessava di arte e di psicologia, coltivava un orientamento politico di sinistra. Insomma, pur non avendo mai trascurato i suoi doveri domestici, non si arrendeva al fatto che il suo destino era quello di dedicarsi solo alla famiglia.

Del tutto diverso è il caso di un’altra donna sposata, che entra in crisi dopo dieci anni di matrimonio. Essa si sente completamente abbandonata a se stessa da un marito che, per lavoro, sta spesso lontano da casa. Nonostante lo ritenga un brav’uomo, avverte che egli è insensibile affettivamente, privo di quella finezza di cui lei ha bisogno. Esaspera nel suo intimo questa diversità sino al punto di sentire che non si dà alcun’altra soluzione che la separazione. Fa i primi passi in questa direzione allorché viene folgorata da un attacco di panico. La situazione d’invalidità si trascina per dieci lunghi anni, nel corso dei quali, pur continuando a lavorare, il marito fa il possibile per starle accanto. Passa con lei i week-end nel chiuso della casa senza lamentarsi. Attraverso l’analisi, la donna scopre di non aver capito molto né di se stessa né dell’interazione con il marito. Si tratta infatti di una donna perfezionista, che ha sfidato se stessa nell’accollarsi tutte le responsabilità inerenti la gestione della casa e l’allevamento delle figlie. Il marito gliele ha delegate, riconoscendo la sua straordinaria forza di carattere. Ma lei, fino all’epoca della crisi non gli ha mai chiesto aiuto. E’ vero: egli è schiavo del suo lavoro, ma ciò dipende da un’esperienza infantile di miseria che lo ha segnato profondamente, e lo ha costretto a darsi da fare per assicurare alla famiglia un tenore di vita agiato. Tra lei e il marito si dà una profonda diversità sul piano della sensibilità e degli interessi culturali. Lui è un uomo pratico, lei una persona piena di interessi e di curiosità intellettuali. E’ un fatto però che, essendosi avviato precocemente ed essendo stato caratterizzato nei primi anni dalla condivisione di una dura esperienza e da sacrifici di ogni genere, il loro legame non è scindibile. Nonostante la diversità, l’affetto, se non l’amore, è vivo. In seguito a questa reinterpretazione della storia del rapporto, il legame si rinsalda, le fantasie di separazione vengono accantonate, il panico scompare. In questo caso è chiaro che l’attacco di panico ha salvaguardato un rapporto significativo che la rabbia aveva indotto a ritenere sterile e inutile.

Un ragazzo di 17 anni scopre che la marijuana ha un potere magico sulla sua personalità. Ha alle spalle la carriera di un bambino difficile: oppositivo e ribelle, per un verso, spesso in conflitto con i genitori severi e tendenzialmente perfezionisti, egli è stato anche timido, pauroso e vulnerabile per un altro. Preso in giro e angariato dai coetanei, paralizzato dalla paura del conflitto, si è sempre sentito inetto e codardo. La sua carriera scolastica è stata univocamente mediocre. L’abbandono della scuola avviene al primo anno della scuola media superiore. Davanti al ragazzo si spalanca il vuoto. I genitori lo rimproverano di continuo per la sua fannullagine e, in alcune circostanze, il conflitto trascende. Fuori di casa. Il ragazzo continua ad avere paura di tutto e di tutti. La scoperta del fumo è una salvezza. Egli si sente rinfrancato, indurito, liberato dalle paure. Comincia ad avere dei comportamenti da coatto. Fa i conti brutalmente con coloro che gli hanno fatto dei torti. A casa non esita ad alzare le mani. Sente di avercela con tutto e con tutti, e di non avere un futuro. Ideologizza la sua condizione come rifiuto di un mondo che non gli va a genio, si raccoglie nel culto della marijuana, giunge a meditare di fare il grande passo, vale a dire di provare a cocaina. Quest’intento implica, per un verso, la necessità di tenere a freno un malessere interiore crescente, benché indecifrabile, impastato di angoscia di solitudine, di un senso di inutilità e di un sottile senso di colpa, e, per un altro, la volontà di vendicarsi nei confronti dei suoi mettendoli di fronte alla realtà di un figlio drogato. E’ a questo punto che interviene un attacco di panico terrificante che lo chiude in casa e lo costringe ad aggrapparsi disperatamente ai suoi. Dopo due anni di analisi, riconosce che l’attacco di panico lo ha "salvato".

4.

E’ difficile minimizzare il significato di storie di questo genere. Esse confermano che gli attacchi di panico hanno sempre una precisa funzionalità: essi si realizzano a partire da problemi che hanno assunto una configurazione conflittuale, e spesso vengono precipitati da fantasie, propositi o comportamenti agiti coscientemente dal soggetto al fine di risolverli. Le soluzioni non funzionano perché il soggetto, non avendo una consapevolezza piena della struttura della personalità, dei valori in essa depositati, e delle variabili interpersonali in gioco, tenta di fare un passo più lungo della gamba. Tale passo talvolta è rivolto nella giusta direzione, talaltra in una direzione sbagliata. In entrambi i casi, gli esiti possono essere catastrofici perché la soluzione dei conflitti, per essere funzionale, richiede l’acquisizione di quella consapevolezza e una serie di decisioni fondate sulla riflessione.

La risposta dell’inconscio è univoca. Essa attesta, come ho detto, il primato del sociale sull’individuale nelle falde profonde della personalità umana. Da un punto di vista funzionale, l’attacco di panico si può considerare una traumatica battuta d’arresto nel tragitto di vita che serve ad inibire l’esercizio di una libertà personale significata come potenzialmente pericolosa per gli altri e per sé. La battuta d’arresto può essere sormontata solo trovando una soluzione riflessiva del conflitto in questione che tenga conto di tutte le variabili in gioco: soggettive, interpersonali e culturali.

Parte 3       Parte 1