Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Il significato funzionale dei sintomi psicopatologici (parte 3)

1.

Per esaurire il discorso sul significato funzionale degli attacchi di panico, occorre tenere conto che essi si riconducono a due reazioni emozionali di base angosciose, l'una attivata dal vuoto, l'altra dalla costrizione. Tali reazioni sembrano istintive, manifestandosi anche nel neonato. Ciascuno può sperimentare che, prendendo in braccio un neonato e stringendolo forte in maniera tale da impedirgli di muoversi (senza ovviamente fargli del male), egli prende a divincolarsi e, se avverte di essere impedito nei movimenti, scoppia a piangere. Se poi lo si solleva verso l'alto e lo si lascia cadere per una decina di centimetri nel vuoto, egli allunga repentinamente le braccia, come ad afferrare un sostegno, e scoppia ugualmente a piangere.

Le reazioni istintive originarie riguardano il rapporto del soggetto conlo spazio. Esse residuano anche negli adulti, indipendentemente da problemi psicologici. Nessuno in genere prova piacere nell'infilarsi in un cunicolo, nessuno si affaccia su uno strapiombo senza provare un brivido.

Nel corso dello sviluppo tali angosce assumono un significato eminentemente relazionale: l'angoscia del vuoto si trasforma in paura dell'abbandono e della separazione dalle figure di riferimento, di solito i genitori o i familiari; l'angoscia della costrizione si trasforma nella paura di sentirsi impedito dagli altri nell'esercizio della propria volontà.

Un bambino di tre-quattro anni, portato in un giardino, si allontana dal genitore ma ne controlla la presenza con la coda dell'occhio. Lo stesso bambino in casa, se viene troppo interferito da divieti nell'abbandonarsi ad imprese che sono ancora un po' vandaliche, reagisce con un moto evidente di rabbia. Egli può sviluppare anche una reazione ansiosa nel momento in cui il divieto genitoriale inibisce l'impulso ad agire che sta per realizzarsi e rimane in sospeso tra la spinta a fare quello che ha in testa di fare e la paura del rimprovero genitoriale.

L'interiorizzazione dei valori culturali, che dà luogo alla strutturazione del super-io, fa sì che quest'ultimo conflitto, che interviene tra libertà personale e doveri sociali, si realizza anche all'interno della personalità, in assenza della figura genitoriale. In conseguenza di questo, la paura del rimprovero in conseguenza di un comportamento trasgressivo rispetto ai valori interiorizzati si generalizza: essa non comporta solo la paura di perdere l'approvazione genitoriale, ma fa capo anche alla paura di un giudizio sociale negativo. Diritti individuali, tra cui primario è quello della libertà, e doveri sociali giungono a riguardare la totalità del rapporto che il soggetto intrattiene con il mondo.

Questi aspetti di psicologia evolutiva hanno un riscontro neurobiologico. Ho già rievocato, in un articolo precedente, la scoperta dei centri della ricompensa e della punizione, rispettivamente intrecciati al sistema del piacere e del dolore. Si può tranquillamente ipotizzare che, nell'uomo, questi centri funzionino in stretto rapporto con gli aspetti strutturali della personalità. Un individuo può ricavare piacere sia dall'affermazione della libertà personale che dal consenso con la volontà altrui, vale a dire dal rispondere alle aspettative degli altri o sottomettersi volontariamente alle regole, alle norme e ai valori culturali. Egli può anche provare dispiacere allorché è inibito nell'esercizio della libertà personale o è costretto a sottomettersi ad aspettative, imposizioni o valori culturali che, nell'intimo, non condivide.

Su questo nesso tra libertà individuale e doveri sociali per un verso, e centri del piacere e del dolore per un altro si gioca la partita degli attacchi di panico, che implica univocamente un conflitto tra volontà propria e volontà altrui.

Che questo conflitto si realizzi in rapporto allo spazio, che può essere vissuto come desolantemente vuoto di figure di riferimento o come intollerabilmente opprimente e soffocante, non è solo la conseguenza delle angosce primarie. Di fatto, tutta l'evoluzione della personalità è caratterizzata da una lenta e graduale conquista di autonomia spaziale. Il bambino piccolo sta solitamente attaccato alla gonna della madre o alla mano dei genitori. Via via che cresce, egli si allontana da loro. Fino ad una certa età, allontanandosi, egli ha bisogno di confermare la loro presenza nell'orizzonte del suo sguardo. Ad una data epoca, che varia da individuo a individui, egli comincia a dare a meno della loro presenza. Un ragazzo di nove-dieci anni, per esempio, può andare e tornare  da scuola da solo. L'adolescenza determina un salto di qualità sulla via dell'autonomia. L'adolescente, tanto più se munito di un mezzo di locomozione, può allontanarsi da casa anche per kilometri. Alla fine dell'adolescenza, l'autonomia diventa massima: il soggetto diventa cittadino del mondo, e, potendo, è capace di viaggiare.

L'evoluzione della personalità è dunque punteggiata da salti di qualità che consentono l'acquisizione progressiva della libertà di muoversi nello spazio.

In seguito agli attacchi di panico, si realizza una regressione, che riattualizza modalità di rapporto con le figure di riferimento che sembrano infantili, nel senso che il soggetto ha bisogno della loro presenza ed è angosciato dalla loro assenza. Tale regressione, considerata anche da molti psicoanalisti, come l'espressione di una dipendenza non risolta dalle figure genitoriali, in realtà ha uno spettro e un significato più ampio.

2.

 Per capire questo aspetto, occorre differenziare, all'interno della fenomenologia degli attacchi di panico, almeno tre categorie di pazienti.

La prima è riconducibile a adolescenti o giovani che sviluppano gli attacchi di panico allorché tentano di autonomizzarsi completamente dalla famiglia. Un esempio classico di tale categoria è l'adolescente che, conseguita la maturità scolastica, si concede un viaggio di piacere all'estero e colà investito dal panico che lo riconduce con le ossa rotte in famiglia. Un esempio meno noto, ma oggi sempre più frequente, è quello di adolescenti che si abbandonano ad un genere di vita più o meno rischioso, sul filo di rasoio della devianza.

In casi del genere, l'ipotesi degli psicoanalisti, secondo i quali tali esperienze sono determinate da una rivendicazione di libertà cui non corrisponde ancora una struttura di personalità autonoma, per cui il panico non fa altro che smascherare una persistente dipendenza dalle figure familiari, sembra attendibile.

La seconda categoria è quella di donne adulte. Alcune di queste, non sposate, talora vivono da sole e si mantengono con il lavoro, ma cadono in crisi allorché un rapporto di dipendenza da un partner rischia di sciogliersi. La loro autonomia, per tanti aspetti elevata, sembra fondarsi sul mantenimento di un rapporto duale. Altre donne sposate, che accudiscono la casa, il marito e i figli, e talora lavorano, cadono in crisi inaspettatamente quando la routine un po' grigia fa scorrere fantasie di separazione dal marito o di tradimento.

La terza categoria è quella di individui adulti che hanno raggiunto apparentemente un notevole grado di autonomia, tal che il sopravvenire del panico e della regressione rappresenta un evento imprevedibile e in una certa misura incomprensibile. Un mio paziente, la cui storia ho riferito in Star Male di Testa, girava il mondo da anni come rappresentante di una società multinazionale allorché il panico lo ha bloccato in casa per due anni, rendendolo infantilmente dipendente dalla moglie.

La regressione è comune a tutte e tre le categorie, ma evidentemente ricondurla univocamente ad una dipendenza infantile rimossa e non risolta sembra molto improbabile. Il riabilitarsi, in conseguenza dell'attacco di panico, di un comportamento simile a quello del bambino che ha bisogno di una figura genitoriale per stare tranquillo è un fatto, che richiede però di essere interpretato.

In tutti i casi il panico ha un significato punitivo e/o preventivo riferito all'esercizio o alla fantasia di esercitare una libertà poco o punto compatibile con i valori culturali interiorizzati, depositati a livello superegoico. Da un punto di vista funzionale, esso segnala solo che il soggetto pretende di agire una libertà che, a livello inconscio, non è autorizzata ed è ritenuta colpevole. Se questo è vero, l'infantilismo non va riferito alla struttura della personalità nel suo complesso, bensì al super-io, rimasto rigidamente attestato sul principio del rispetto delle regole, delle norme e dei valori culturali originariamente interiorizzati, tal che la sfida ad essi riabilita il potere del sociale interiorizzato sull'io, che, in conseguenza di questo, cade in dipendenza  in soggezione.

Attraverso i sensi di colpa che riesce a produrre a livello inconscio, il super-io consegue l'effetto di attivare i centri dell'ansia e della punizione. Per questo aspetto, riesce chiaro come non mai che il cervello è un pianoforte che risuona in conseguenza dei contenuti psichici che la soggettività, conscia e inconscia, produce. Certo, i contenuti psichici non sono spirituali. Essi scorrono utilizzando canali interneuronali definiti sulla base dell'apprendimento. Ma, posto che questi canali esistano, non è azzardato pensare che i contenuti psichici possano attivare i centri delle emozioni.

Questo però non basta a spiegare la regressione. Un meccanismo del genere di quello descritto è, infatti, presente, come vedremo ulteriormente, anche in molte esperienze di depressione. Perché in alcuni casi esso dà luogo agli attacchi di panico?

3.

Per rispondere a questa domanda, occorre analizzare con maggiore finezza e profondità la fenomenologia degli attacchi di panico, partendo da una considerazione di base.

Chi soffre di attacchi di panico sperimenta dolorosamente una condizione di vulnerabilità, di precarietà e di finitezza a tal punto radicale che, a livello soggettivo, sembra che la catastrofe fisica, psichica o sociale stiano per realizzarsi lì per lì. La drammatizzazione di quella condizione è l'aspetto specifico, sotto il profilo vissuto, degli attacchi di panico, agevole da spiegare se si pensa all'attività dei sensi di colpa. Cos'altro può temere un individuo che si sente gravemente in colpa se non una punizione sotto forma di esclusione sociale? Le tre grandi paure che si attivano in conseguenza degli attacchi di panico - morire, impazzire, perdere il controllo sul comportamento e, eventualmente, agire comportamenti antisociali - sono accomunate dal fatto di fare riferimento a tre diverse forme di esclusione sociale (tomba, casa di cura, carcere).

Se però si riflette sui contenuti delle grandi paure, si scopre facilmente che essi sono gli stessi che definiscono l'uomo come un animale naturalmente ansioso: sono in breve i contenuti che nel loro complesso integrano l'ansia esistenziale, intrinseca ad ogni soggettività come prezzo da pagare alla consapevolezza e ad un orizzonte previsionale che non ha riscontro in alcun altro esse animale. Da questo l'ipotesi di una disfunzione costituzionale dei centri ansiosi sembra avvalorata. I soggetti che soffrono di attacchi di panico non tollererebbero emotivamente, in conseguenza di quella disfunzione, ciò che i normali tollerano abitualmente: di sentirsi appunto vulnerabili, precari e destinati a morire.

C'è però da considerare che i normali, in genere, in tanto tollerano l'ansia esistenziale in quanto spesso la rimuovono: non ci pensano. I soggetti affetti da attacchi di panico non possono utilizzare questo meccanismo difensivo, perché i sensi di colpa fanno sì che i contenuti ansiosi si spostano dal margine al centro della coscienza: diventano, in breve, angosciosi e imminenti.

A maggior ragione - si direbbe - l'aggrapparsi ad una figura di riferimento familiare, che non ha ovviamente alcuna capacità di scongiurare la morte o l'andare fuori di testa, sembra attestare una forma di infantilismo emozionale, a tal punto regressiva da rievocare la percezione dell'onnipotenza degli adulti che caratterizza i primi anni di evoluzione e che fa sentire il bambino immaginariamente in una botte di ferro: invulnerabile in conseguenza della protezione di cui gode.

C'è un altro modo però di interpretare questo aspetto. Esso fa capo alla teoria dell'indipendenza psicologica che ho descritto in un recente articolo. Tale teoria implica che l'indipendenza psicologica, nel senso proprio e profondo della parola, ha poco a che vedere con la rimozione di contenuti dell'ansia esistenziale. Essa postula che, per raggiungere l'indipendenza, un soggetto accetti il confronto con quei contenuti e se ne faccia carico. Il farsene carico implica utilizzare le potenzialità adulte per svolgere, dall'interno, la stessa funzione nei propri confronti di maternage e di paternage che i genitori reali assolvono nel corso dell'infanzia.

Nessun individuo può affrancasi dalla consapevolezza di essere vulnerabile, precario e finito. Questa consapevolezza implica la possibilità che questi aspetti vibrino come corde angosciose anche nella soggettività adulta, in varie circostanze. Allorché vibrano esse possono trovare una risposta all'interno della personalità stessa.

Perché le potenzialità adulte di maternage e di paternage non funzionano nei soggetti che hanno gli attacchi di panico? Perché essi sentono e pensano che una funzione assicurante può essere svolta solo da qualcuno con cui sino in relazione, sia esso un familiare o un medico?

Sarebbe facile sostenere che anche quest'incapacità rivela un infantilismo di fondo. Ma com'è possibile che tale infantilismo sopravviva anche in persone che si sono addossate responsabilità adulte rilevanti, a livello di lavoro o di accudimento dei figli? Com'è possibile che sviluppino attacchi di panico tanti soggetti perfezionisti, iperefficienti che, sul piano dell'autonomia, sembrano dotati di una marcia in più rispetto agli altri?

La risposta è semplice. Le potenzialità adulte per svolgere una funzione di maternage e di paternage nei confronti dei contenuti dell'ansia esistenziale, essi le hanno. Non le utilizzano però perché rifiutano di riconoscere dentro di sé quegli aspetti e di farsene carico. In breve, paradossalmente, rifiutano quei contenuti ritenendoli espressi di un'intollerabile infantilismo e di una patetica debolezza. Tale rifiuto implica che la loro gestione venga inconsciamente delegata a qualcun altro.

Questa conclusione sembra abbastanza strana. Essa porta a pensare che il vero problema intrinseco agli attacchi di panico andrebbe ricondotto non già ad una dipendenza infantile, bensì ad una pretesa del tutto inconscia di autosufficienza, che implica la negazione della debolezza intrinseca agli esseri umani, che fa capo per l'appunto al loro essere universalmente vulnerabili, precari e destinati a morire. L'autosufficienza implica il non avere bisogno di niente e di nessuno, che è la negazione di tali aspetti, e coincide con il non volerli riconoscere dentro di sé come bisogni che richiedono una risposta personale (interna) e/o relazionale (esterna).

Tale rifiuto fa capo spesso ad una dipendenza infantile malvissuta, vissuta cioè all'insegna della debolezza, della costrizione, ecc.

4.

Questa conclusione paradossale ha il vantaggio di spiegare perché, nel nostro mondo, che alimenta il mito dell'indipendenza individuale sotto forma di autosufficienza, in conseguenza del codice adultomorfo che domina la nostra cultura, gli attacchi di panico si diffondono a macchia d'olio.

Essa, però, proprio per il suo carattere paradossale, non è facile da accettare.

Una situazione stereotipica può aiutare a convalidarla. Molte donne sviluppano attacchi di panico per vicissitudini inerenti il rapporto con il partner. Le circostanze più frequenti che attivano il panico sono la fantasia, talora cosciente, di sciogliere il legame con il partner, che interviene spesso in mogli frustrate e insoddisfatte dal rapporto, o la paura dell'abbandono, che prende regolarmente corpo in soggetti femminili che operano scelte relazionali univoche che le pongono in rapporto con uomini affettivamente claustrofobi o inaffidabili.

L'analisi rivela costantemente che i partner in questione sono o, come nel primo caso, soggetti maschili che si affidano totalmente alla moglie ponendosi inconsciamente nei suoi confronti come bambini da accudire e che pretendono di essere accuditi, o, come nel secondo, soggetti a tal punto spaventati dalladipendenza da non concedere agli affetti nessuno spazio. Ora c'è da chiedersi perché una donna capace di accudire l'altro nei suoi bisogni primari di sentirsi curato e protetto non può fare altrettanto con sé, e perché una donna che cerca un sostegno sicuro si pone sempre in rapporto con soggetti che sono inaffidabili.

Il mistero si risolve tenendo conto che, nel primo caso, l'accudimento rivolto all'altro implica la negazione inconscia del proprio bisogno di accudimento, e, nel secondo, l'accudimento richiesto da parte dell'altro è frustrato da una scelta che ne rende impossibile la soddisfazione. In entrambi i casi insomma si dà una negazione della debolezza personale, riconducibile per l'appunto ai contenuti dell'ansia esistenziale, che è spostata all'esterno, con l'effetto di sperimentarla come intollerabile in quanto imposta dall'altro, o riferita ad un partner che, essendone spaventato egli stesso, la frustra.

Nel primo caso, la fantasia di sciogliere la relazione dà luogo al panico perché il soggetto, capace di accudire l'altro, non è capace di accudire se stesso, in quanto rifiuta i suoi bisogni di accudimento. Nel secondo, la paura dell'abbandono consegue lo stesso effetto perché il soggetto, perdendo rapporto con il partner, sente che i suoi bisogni di dipendenza, impossibili da riconoscere e da soddisfare dall'interno, non hanno più un referente, tanto più affascinante in quanto egli avrebbe già realizzato il mito dell'autosufficienza cui il soggetto, inconsciamente, aspira.

C'è insomma questo mito sotteso a tutte le esperienze contrassegnate da attacchi di panico. Il panico ha la funzione di dissolverlo, restituendo il soggetto alla sua umana debolezza, che richiede comunque una risposta. Esso riabilita e rende indispensabile la relazione sociale, inducendo quindi la regressione in una modalità di dipendenza infantile, poiché il soggetto, senza saperlo, rifiuta di farsi carico della sua debolezza. La regressione poi si impregna di sensi di colpa perché la fantasia di non avere bisogno di niente e di nessuno implica la negazione e l'eliminazione, a livello di fantasia inconscia, del sociale dal proprio orizzonte di vita.

Gli attacchi di panico hanno dunque una duplice funzione: per un verso, fanno riaffiorare il bisogno di una relazione sociale significativa, che va comunque in qualche misura realizzata, costruendo casomai altre relazioni rispetto a quelle che il caso (legami di sangue) o una scelta infelice (legami acquisiti) hanno prodotto; per un altro, essi ripropongono le tematiche inerenti l'ansia esistenziale come tematiche a cui nessun soggetto può sottrarsi.

Ripeto: è un paradosso che i soggetti affetti da attacchi di panico, proprio mirando inconsciamente a realizzare il mito dell'autosufficienza, si invalidino cadendo in forme di dipendenza regressiva più o meno profonde. Ma è un paradosso denso di significato, poiché riconosce come matrice vissuti intrinseci alla condizione umana che vincolano l'uomo a coltivare, attraverso il rapporto con se stesso e le relazioni sociali, la sua insopprimibile "debolezza".

Febbraio 2005

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