Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Psicopatologia Strutturale e Dialettica

Introduzione alla lettura

Psicopatologia strutturale e dialettica sistematizza il discorso avviato con la Politica del super-io e tenta di dimostrare, di fatto, la possibilità di edificare un nuovo modello psicopatologico sulla base della teoria dei bisogni intrinseci. Le imprecisioni, le lacune e le omissioni, volontarie e involontarie, presenti nel primo saggio vengono rimediate e colmate.

In particolare, la teoria dei bisogni intrinseci è esposta e discussa compiutamente, e se ne dimostra il suo impatto sulla teoria dell'evoluzione e della strutturazione della personalità. Tale teoria, che comporta fasi critiche il cui superamento dipende dall'interazione con l'ambiente, permette di capire con estrema semplicità la strutturazione dei conflitti psicopatologici, la cui forma elementare è riconducibile alla scissione del capitale dei bisogni e all'opposizione più o meno irriducibile tra il super-io e l'io antitetico, che rappresentano rispettivamente la volontà altrui e quella propria.

Posta questa forma univoca, che è la chiave dell'universo psicopatologico, in quanto riconoscibile in tutte le esperienze di disagio psichico, il problema è capire e spiegare la varietà dei sintomi, dei vissuti e dei comportamenti che da essa discendono, che è caratterizzata da un'estrema eterogeneità. La comprensione della varietà fenomenologica richiede di tenere conto di numerose variabili, tra le quali le più importanti sono: il corredo genetico individuale, i sistemi di valore interiorizzati a livello superegoico, i sistemi di valore mutuati dal sociale in conseguenza delle reazioni oppositive, che giungono a configurare l'io antitetico, i livelli di consapevolezza soggettiva in rapporto al conflitto strutturale, gli strumenti culturali di cui il soggetto dispone che determinano le interpretazioni dei messaggi lanciati dall'inconscio sotto forma di sintomi, ecc.

Per quanto varia, peraltro, la fenomenologia clinica può essere organizzata, alla luce della teoria dei bisogni e dei sistemi di valore culturali presenti nel nostro contesto, in una tavola che fa riferimento ad un insieme finito di categorie psicodinamiche (affini, per alcuni aspetti, a ciò che Jung definiva come complessi) che, interagendo e intrecciandosi tra di loro, danno luogo a serie di sintomi, di vissuti e di comportamenti che hanno un valore sindromico.

Il cuore del saggio è rappresentato dall'analisi di queste categorie psicodinamiche, ciascuna delle quali appare ricca di possibilità di produrre vissuti, sintomi e comportamenti psicopatologici. Sulla base di questa categorizzazione sembra possibile sormontare l'approccio nosografico tradizionale e procedere verso una comprensione più profonda dei fenimeni psicopatologici in ciò che essi hanno di signifiativo.

La terza parte del saggio è dedicata a valutare criticamente l'incidenza dei fattori biologici, psicologici e sociali in psicopatologia. La lettura di questa parte dimostra che la possibilità di costruire un modello autenticamente multidimensionale esiste, ma è imprescindibile dalla teoria dei bisogni intrinseci.

La prima redazione del saggio, come risulta nell'Archivio, risale al 1988-89. Da allora esso è stato di continuo rimaneggiato e riscritto sino al testo attuale che viene offerto integralmente in lettura. Considerando che il saggio non è mai stato stampato, è possibile che esso possa subire ulteriormente delle revisioni, soprattutto per quanto riguarda le categorie psicodinamiche. I visitatori saranno regolarmente informati di eventuali cambiamenti.


Psicopatologia strutturale e dialettica

INDICE

Introduzione


Parte Prima. Genesi e psicodinamica dei conflitti strutturali

1) La teoria dei bisogni intrinseci

2) La teoria struttural-dialettica della personalità

3) Genetica, soggettività e ambiente

4) Genesi dei conflitti strutturali

5) La legge di riparazione strutturale

6) Riproduzione sociale e replicazione culturale

7) Fenomenologia e dinamica psicopatologica

Appendice. Nota sulla teoria delle catastrofi


Parte Seconda. Sintomi, Vissuti, Comportamenti

Paura di Morire

Ipocondria

Dipendenza

Perfezionismo

Bulimia

Anoressia

Narcisismo

Agorafobia

Paura d’Impazzire

Coazioni

Fobia delle emozioni

Claustrofobia

Opposizionismo

Depressione

Vergogna

Paura di commettere atti antisociali

Indebitamento

Masochismo morale

Rivendicazione

Sadismo

Delirio

Appendice. Disturbi della sessualità


Parte Terza.Il ruolo dei fattori psicologici, sociali e biologici

1) Coscienza e Inconscio

2) Psicopatologia e ambiente sociale

3) Psicopatologia e neurobiologi

Bibliografia

INTRODUZIONE

La politica del Super-io ha posto le fondamenta di un modello psicopatologico atto a spiegare i due livelli che, con la loro apparente irriducibilità, hanno impedito, sinora, alla psicopatologia di conseguire uno statuto scientifico: il livello fenomenico della realtà clinica, caratterizzato da una straordinaria varietà di sintomi, vissuti e comportamenti; e il livello psicodinamico, inconscio, caratterizzato da una matrice conflittuale invariante nelle sue componenti strutturali.

L'ipotesi di una conflittualità sottostante i fenomeni psicopatologici è la scoperta più rilevante di Freud che ha tentato, nel corso di tutta la vita, di decifrarne le polarità strutturali. Nonostante formidabili intuizioni, i tentativi, purtroppo, non hanno conseguito risultati convincenti perché Freud, condizionato dall’ideologia della natura umana borghese, è rimasto pervicacemente fermo all’ipotesi delle pulsioni, giungendo infine all’aberrante teoria dell’istinto di morte.

Nell’ottica pulsionale, che nega la presenza nel corredo genetico umano di una vocazione sociale, la vita associativa fa valere le sue ragioni sulle pulsioni in virtù del potere di rappresaglia che i molti hanno sull'individuo. Solo per effetto della minaccia di essere escluso dal contesto sociale, l’individuo, infatti, secondo Freud, si piega alla necessità di reprimere le pulsioni e di rispettare i valori culturali che assicurano la sussistenza, l’equilibrio e la riproduzione del sistema sociale.

Il pessimismo freudiano sulla natura umana, esasperato dall’esperienza della prima guerra mondiale, interpretata semplicisticamente come una tragica espressione dell’istinto di morte, non è stato temperato dalla scoperta di una componente strutturale della personalità, il super-io, che, rappresentando il sociale all’interno della soggettività, richiama l’individuo al rispetto dei suoi doveri d’appartenenza. Freud, infatti, ne riconduce le origini all’identificazione infantile con le personalità genitoriali, vissute come onnipotenti, e l’interpreta com’espressione dell’angoscia di colpa prodotta dall’animarsi delle pulsioni.

La storia del pensiero psicoanalitico sino ad oggi pone di fronte ad un dibattito sull’incidenza, nello sviluppo e nell’organizzazione della personalità, delle pulsioni e delle relazioni oggettuali. Tale dibattito verte sull’attribuzione o meno alla natura umana di un bisogno primario di socialità. Nonostante la maggioranza degli psicoanalisti siano ormai inclini a riconoscere questo bisogno, i modelli proposti, anche i più avanzati, non riescono a prescindere dal fatto che le relazioni oggettuali dipendano in qualche misura dalle vicissitudini delle pulsioni.

Come ho tentato di dimostrare nel saggio citato, la scoperta del Super-io porta a conclusioni antitetiche rispetto a quelle cui è pervenuto Freud le quali postulano un superamento radicale dell’ideologia pulsionale.

In tanto l’uomo è educabile in quanto, alla pari di tutti gli animali sociali superiori ma in misura incommensurabilmente superiore, la sua natura comporta un bisogno primario d’appartenenza e d’integrazione sociale. Si tratta di un bisogno intrinseco, geneticamente determinato, che, in virtù degli affetti, apre l’infante alle influenze ambientali e consente l’interiorizzazione dei valori culturali propri del gruppo d’appartenenza. In virtù di tale interiorizzazione, mediata dalla sensibilità individuale, si struttura il Super-io che, pur originandosi sulla base delle identificazioni con le figure adulte significative (genitori, insegnanti, ecc.), si generalizza e giunge a rappresentare, all’interno della soggettività, il sociale. Sottesa da una logica sistemica, che privilegia il bene comune, vale a dire la conservazione dell’ordine socioculturale esistente, la funzione superegoica fa valere, vita natural durante, i diritti degli altri, vale a dire i doveri sociali, così com’essi sono definiti in un determinato contesto socioculturale, sui diritti individuali.

Essere radicalmente sociale per natura, dunque, l’uomo non disporrebbe d’alcun grado d’autonomia rispetto al gruppo d’appartenenza se la personalità rimanesse per sempre subordinata al super-io e alla logica sistemica che lo sottende. La storia invece attesta che, sia pure lentamente e con un tragitto accidentato, la consapevolezza di un’identità individuale differenziata rispetto al gruppo d’appartenenza e dotata di diritti suoi propri – quali l’uguaglianza, la pari dignità, la libertà - è giunta ad affermarsi. Complementari ai doveri sociali, tali diritti sono stati universalmente riconosciuti come naturali. Ciò porta a pensare che essi facciano capo ad un bisogno intrinseco alla natura umana, che si può definire d’opposizione/individuazione, la cui lunga gestazione storica è da ricondurre al primato culturale che il sociale ha mantenuto nel corso dei secoli sulla psicologia collettiva e individuale.

Il dispiegamento del bisogno d’opposizione/individuazione determina la strutturazione, a livello inconscio prima ancora che conscio, di una funzione egoica che veicola la vocazione ad essere propria di un soggetto, iscritta, come fascio di possibilità, nel suo corredo genetico unico e irripetibile. Tale funzione, che potrebbe essere definita io vocazionale, oppone alla volontà altrui, reale e interiorizzata, un’intuizione di sé, che precede di gran lunga l’organizzazione di un io autonomo, la quale si esprime nel consentire o nel dissentire rispetto a quella. In virtù di tale funzione, il potenziale d’individuazione dà luogo al definirsi di una volontà propria che rappresenta il nucleo essenziale dell’identità personale. Dato che la cultura, in nome del fine prevalente che persegue di assicurare la coesione e la riproduzione del sistema sociale, tende a ricondurre verso la media la varietà individuale, è inevitabile che l’io vocazionale assuma, a livello inconscio, una configurazione opposizionale e antitetica il cui grado dipende dall’ambiente d’interazione. L’io opposizionale e antitetico è la matrice della differenziazione individuale, vale a dire della realizzazione del potenziale d’individuazione. Tale differenziazione deve però costantemente fare i conti con le richieste ambientali e i doveri sociali, rappresentati a livello superegoico.

Il primato dinamico del sociale interiorizzato che, per quanto rilevante, non riesce mai, a livello inconscio, ad inattivare il bisogno d’opposizione/individuazione, introduce nella soggettività umana una tensione intrinseca che può esitare in un conflitto strutturale.

L’importanza psicopatologica della dinamica dei bisogni e delle funzioni che, a partire da essi, si strutturano non può essere minimizzata. La conflittualità che sottende i disagi psicopatologici risulta, in effetti, sempre riconducibile ad una disarmonia funzionale, che al limite estremo può giungere alla scissione, tra le componenti strutturali della personalità (il super-io e l’io antitetico) che si definiscono sulla base del dispiegamento dei bisogni intrinseci, e che rappresentano le substrutture dell’io. Il ruolo dell'io, infatti, cui concorrono i potenziali di entrambi i bisogni intrinseci, consiste nel mediare i doveri sociali e i diritti individuali al fine di mantenere un equilibrio strutturale. Tal equilibrio, che dipende dalla capacità dell'io di fare fronte alle tensioni permanenti tra sistemi di valore superegoici e sistemi di valore antitetici, riconosce in ogni personalità una banda d’oscillazione emozionale, cognitiva e comportamentale con esso compatibile; di là della quale si realizza una condizione d’instabilità strutturale che può esitare in una fenomenologia psicopatologica.

Tale fenomenologia varia secondo la genesi e l’intensità del conflitto; i sistemi di valore veicolati dal super-io e dall’io antitetico; la connivenza, conscia o inconscia, dell’io con l’uno o l’altro di tali sistemi; il contesto ambientale con cui il soggetto interagisce, che può radicalizzare tale connivenza o indurre repentini cambiamenti ideologici e/o comportamentali; gli strumenti culturali di cui il soggetto dispone per interpretare i messaggi che coscienzializzano il conflitto, vale a dire i sintomi; ecc. Tutte queste variabili consentono di capire come e perché una matrice conflittuale costante si traduca in una fenomenologia clinica estremamente ricca e apparentemente complessa.

Le esperienze psicopatologiche, ciascuna delle quali si configura come unica e irripetibile a ragione dell'unicità irripetibile del soggetto che la vive, possono essere ricondotte, in virtù delle possibili espressioni del conflitto di base che le sottende, a poche varianti isomorfiche - le strutture psicopatologiche elementari - che si differenziano: per i sistemi di valore integrati nella funzione superegoica e nell'io antitetico; per l'equilibrio, sempre instabile, che si realizza tra questi sistemi, uno dei quali può risultare dominante; e per il potenziale evolutivo del conflitto che può stabilizzarsi o evolvere attraverso diversi gradienti strutturali, ciascuno dei quali può comportare un cambiamento più o meno rilevante della fenomenologia clinica.

Riconducendo il conflitto psicopatologico a funzioni psichiche che veicolano sistemi di valori culturali in opposizione, l’approccio struttural-dialettico consente di ricavare dalla clinica una serie di indizi sommamente importanti sulle interazioni tra natura umana e cultura e sull’inadeguatezza, ancora drammaticamente attuale, delle risorse ambientali - affettive, culturali ed economiche - rispetto alla ricchezza dei corredi genetici umani individuali. In virtù di questo approccio, la psicopatologia diventa uno strumento di analisi dell’alienazione sociale sub specie psicologica, laddove per alienazione s’intenda il fatto che i potenziali genetici individuali, sia per quanto concerne la sensibilità sociale che l’individuazione, opponendosi e scindendosi, giungono a rappresentare, a livello inconscio, "potenze" estranee all’individuo che lo minacciano e lo espropriano della sua libertà.

Alla luce della teoria dei bisogni intrinseci, che individua in ogni esperienza soggettiva l'espressione di una mediazione tra natura umana e cultura, favorita e/o ostacolata dall’interazione con l’ambiente, formalizzazione e storicizzazione non appaiono più, com’ è sempre accaduto nell'ambito delle scienze umane, prospettive epistemologiche incompatibili.

Le esperienze psicopatologiche riconoscono leggi di struttura e, nello stesso tempo, risultano letteralmente impregnate di storicità, in virtù del loro definirsi, attraverso la mediazione del gruppo di appartenenza, sulla base dell'interazione con un contesto sociale caratterizzato da determinate tradizioni e valori culturali. La spiegazione delle esperienze psicopatologiche compete dunque, per ciò che esse hanno di invariante, ad una teoria strutturale atta a definirne le matrici conflittuali dinamiche, e, per ciò che esse hanno di congiunturale ed événémentiel, a una teoria dei significati soggettivi elaborati a partire dalle interazioni con l'ambiente. Questi due aspetti sono, peraltro, intimamente correlati perché il conflitto strutturale, in tutte le sue varie manifestazioni, oppone costantemente i diritti degli altri, rappresentati dal super-io, ai diritti individuali, rappresentati dall'io antitetico.

Sufficientemente rigoroso, sotto il profilo formale, per ambire a essere verificato e/o falsificato sulla base di criteri strettamente scientifici, il modello psicopatologico proposto, pur non trascurando alcuna delle dimensioni che integrano l'esperienza soggettiva, si caratterizza, dunque, nell'ambito del pensiero psichiatrico contemporaneo, per un'attenzione particolare ai nessi tra soggettivit ! e storia sociale, mediati dall'ambiente d'interazione. Se, come scrive Le Goff, nell'intento di abbattere le barriere tra scienze umane e scienze della vita, è "desiderio della nuova storia di costruire una storia dell'uomo totale, con il suo corpo e la sua psiche situati nella durata sociale" (p. 35), la psicopatologia struttural-dialettica ambisce, con i suoi strumenti, a partecipare a tale impresa, arricchendola con l'ipotesi di una grammatica affettivo-cognitiva innata, identificabile con i bisogni intrinseci.

La Politica del Super-i ha offerto un primo contributo atto a legittimare tale ambizione. La vastit ! delle tematiche affrontate nel saggio non ha consentito per l'approfondimento di alcuni nodi teorici importanti.

La teoria dei bisogni intrinseci è stata sacrificata, nella sua complessità, ad esigenze di economia espositiva, e illustrata, pertanto, più nei suoi aspetti filogenetici che ontogenetici. Si è, di conseguenza, solo alluso alla possibilità di ricavare da essa un modello integrato dello sviluppo e dell'organizzazione della personalità.

E' stato lasciato tra parentesi, in particolare, il problema della replicazione e della produzione dei sistemi di valore in virtù dei quali la personalità si struttura e funziona.

Si è assunta come acquisita, la nozione d’inconscio che, rispetto all’accezione tradizionale, va riformulata a partire dalla "grammatica" rappresentata dai bisogni intrinseci.

La necessità di descrivere, sul piano fenomenologico e dinamico, le strutture psicopatologiche elementari ha costretto a sacrificare la straordinaria ricchezza dei vissuti, dei sintomi e dei comportamenti che si esprimono nel corso delle esperienze psicopatologiche.

Pochi cenni, infine, sono stati dedicati al ruolo dei fattori biologici, la cui importanza, indubbia, non richiede alcun cedimento al riduzionismo organicistico, potendo essere valutata appieno solo da un punto di vista che tenga conto dell’inscindibile nesso reciproco tra biologico e psichico.

Il presente saggio mira a colmare, nei limiti del possibile, tali lacune: a completare, dunque, e ad approfondire il lavoro di elaborazione teorica intrapreso.


Parte Prima. Genesi e dinamica dei conflitti strutturali

1) La teoria dei bisogni intrinseci

Il termine bisogno è equivoco, poiché la sua estensione semantica spazia dalla necessità meramente fisiologica - per esempio d’ossigeno - all'estremo opposto del desiderio soggettivo illimitato - per esempio di prestigio e di gratificazione sociali. La sua adozione richiede pertanto una giustificazione storica e una definizione rigorosa.

La giustificazione fa capo al rilievo filosofico che il termine ha assunto nelle interpretazioni umanistiche del pensiero di Marx, fondate sui testi filosofici giovanili. E' stato giustamente, e più volte, contestato a Marx di aver dedicato troppo poca attenzione ai livelli esistenziali, soggettivi, intersoggettivi e interpersonali sui quali si svolge la vita quotidiana, la storia delle persone in carne e ossa dalla quale, per altro, egli ha più volte ribadito che debba muovere ogni discorso sulla condizione umana. E' fuor di dubbio, però, che, dal contesto delle sue opere, senza soluzione di continuità tra quelle giovanili e quelle della maturità, si possa trarre un’antropologia filosofica incentrata sull'attribuzione alla natura umana, rappresentata in ogni singolo individuo, di un corredo di bisogni orientato a dispiegarsi attivamente nel mondo alla ricerca di un equilibrio dialettico tra potenzialità proprie della specie umana, oggettivate dalla cultura, e potenzialità individuali.

La naturalizzazione dell'uomo e l'umanizzazione della natura, conseguenze ovvie di tale antropologia, nonché figure retoriche, rappresentano ancora oggi l'orizzonte epistemologico all'interno del quale devono muoversi tutte le scienze, i saperi, le tecniche che assumono la comparsa sulla terra della specie umana come un evento casuale che ha prodotto una necessità: quella, per l'appunto di perseguire un equilibrio dinamico ottimale (e pertanto utopico) tra risorse della specie, rappresentate nei corredi genetici individuali, e risorse dell'ambiente. Se, però, l'umanizzazione della natura, alla luce dell'ecologia, si può oggi definire nei termini di un uso delle risorse ambientali che non danneggi irreversibilmente equilibri da cui dipende la sopravvivenza della specie umana, molto più arduo risulta definire cosa si possa intendere per naturalizzazione dell'uomo. Presumibilmente, Marx non pensava ad altro che al superamento di ogni concezione antropologica trascendente l'orizzonte della storia.

Tale superamento comporta una fase destruens - la demistificazione critica della religione e della filosofia idealistica - e una fase construens: la definizione delle potenzialità intrinseche della natura umana. Ma è possibile affrontare il problema della natura umana sul terreno scientifico?

Scrive a riguardo Chomsky:

"La domanda che cosa è la natura umana - insieme di attributi che distinguono così radicalmente la specie umana dal resto del mondo organico - è una profonda questione della scienza, che sostanzialmente non ha avuto ancora una risposta. Al tempo stesso, è una questione che ha un interesse più che scientifico. Essa si pone al centro anche del pensiero sociale. Che cos'e una buona società? Presumibilmente una società che porta alla soddisfazione dei bisogni umani intrinseci, per quanto lo permettano le condizioni materiali". (p. 397)

Al fine di affrontare il problema dal punto di vista scientifico, Chomsky enuncia un criterio epistemologico di grande interesse:

"Per ottenere una maggiore comprensione della natura generale della mente umana, bisognerebbe chiedersi in quali campi gli esseri umani sviluppino strutture intellettuali complesse in modo più o meno uniforme sulla base di dati limitati. Dovunque ciò avvenga, si può ragionevolmente supporre che uno stato iniziale altamente strutturato sia responsabile del risultato raggiunto, e si può quindi sperare di imparare qualcosa di significativo riguardo alla natura umana - la quale altro non è se non la natura allo stato iniziale - studiando i sistemi raggiunti". (p. 393)

Complesse nella loro fenomenologia, ma riconducibili a matrici dinamiche semplici e invarianti, le esperienze psicopatologiche sembrano rappresentare un campo di particolare interesse, pienamente rispondente al criterio formulato da Chomsky, dal cui studio si potrebbe giungere ad una conoscenza più profonda della natura umana. Qual è però lo stato iniziale altamente strutturato, vale a dire geneticamente determinato, da cui esse si originano? L’analisi struttural-dialettica porta alla conclusione che tale stato sia riconducibile a due programmi affettivo-cognitivi, geneticamente determinati, che, per l’importanza che svolgono in rapporto allo sviluppo e all’organizzazione strutturale della personalità, sembra lecito definire come bisogni intrinseci.

L’ipotesi della dualità della natura umana è implicita in alcuni modelli elaborati autonomamente nell'ambito delle scienze umane e sociali. Essa traspare, di fatto, con singolare isomorfismo, in neurobiologia, in psicoanalisi, in antropologia culturale, in sociologia.

In Emozioni, stress, malattia, Pancheri s’interroga sulle finalità delle emozioni. Dopo aver rilevato che la reazione emozionale è un "meccanismo biologico-comportamentale finalizzato alla sopravvivenza dell'individuo e della specie" (p. 32) e che "tutte le attività psichiche e comportamentali, anche se di tipo prettamente cognitivo, riconoscono una componente di tipo emozionale che le modula e le condiziona strettamente istante per istante" (p. 341), egli si chiede se il programma emozionale che occorre ammettere iscritto geneticamente nelle strutture sottocorticali possa essere univocamente orientato "alla conservazione dell’incolumità fisica e della vita dell''individuo" (p. 342), avere cioè una finalità adattiva concernente l'individuo in quanto tale.

E risponde:

"Un'analisi più accurata delle modalità di attivazione della reazione emozionale ci mostra... come esista una serie di situazioni, suscettibili di portare a reazioni emozionali intense e specifiche, che non sono apparentemente correlate alla difesa e alla sopravvivenza dell'individuo, e che talvolta appaiono anche in contrasto con queste ultime". (p. 342)

Occorre, dunque, ammettere due programmi emozionali:

"L'esistenza di due programmi emozionali tra loro strettamente integrati, ma attivati da gruppi di situazioni qualitativamente diverse, ha fatto pensare alla possibile esistenza di due programmi genetici che controllano rispettivamente i comportamenti destinati alla sopravvivenza dell'individuo e a quella della specie". Questi due programmi, infine, "appaiono generalizzati secondo un ordine di priorità a cui contribuiscono sia il programma genetico sia i fattori psicosociali". (p. 342)

L'autore definisce tali programmi in termini di emozionalità individuale e emozionalità riproduttiva, pagando un qualche prezzo al riduzionismo biologico. A livello umano, nonché gli organismi, la riproduzione concerne anche il sistema sociale; e la riproduzione sociale comporta sacrifici, di natura e misura diversa, che investono tutti i membri del sistema, non solo i riproduttori biologici.

Da una diversa prospettiva, lo psicoanalista Matte Blanco, ne L'inconscio come insiemi infiniti giunge a conclusioni analoghe sulla natura umana. Egli postula che la vita emozionale, coincidente in profondità con l'inconscio, rappresenti la matrice dell'attività psichica.

L'analisi delle emozioni porta Matte Blanco a ipotizzare l'esistenza di due modi di essere, caratterizzati da logiche diverse, dalla cui interazione deriverebbero tutte le manifestazioni psichiche: il modo simmetrico, omogeneo e indivisibile, in virtù del quale l’uomo sente di essere tutt’uno con gli altri uomini; e il modo asimmetrico, eterogeneo e dividente, in virtù del quale egli sente di avere un’identità individuale, differenziata e autonoma.

Scrive M. Blanco:

"Il modo di essere simmetrico è la radice fondamentale della socialità poiché ciò che, ad un livello asimmetrico, è sentito come una cooperazione tra individui o un parteggiare insieme o un essere insieme è, invece, ad un livello simmetrico, una vera unità in cui gli individui non sono separati e distinguibili l'uno dall'altro". (p. 351-352)

"In quanto siamo esseri simmetrici non siamo indipendenti dagli altri poiché siamo un'unità con gli altri. Per l'essere asimmetrico, invece, quest'assenza di limiti individuali è inconcepibile... Questo contrasto tra i due modi di essere costituirebbe la fonte più profonda di conflitto". (p. 352)

Ogni esperienza soggettiva è animata, dunque, da una dialettica intrinseca tra appartenenza sociale e differenziazione individuale, il cui significato psicopatologico non può essere minimizzato:

"In termini generali, il contrasto tra l’aspetto dell’uomo per cui egli è un solo essere con tutti gli altri esseri e l’altro aspetto, per cui egli è separato e indipendente dagli altri, è all’origine della patologia mentale." (p. 353)

In un’ottica antropologica, C. Tullio-Altan, riprendendo un’intuizione di Dewey, assume la personalità umana come una dimensione bimodale:

"Quando (l’uomo) si esprime applicando il sapere collettivo, ripetendo le operazioni consuete e conformandosi puntualmente alle leggi sociali, egli si esprime come un essere prodotto dalla cultura, come personalità di base... Quando invece si esprime come creatore di nuova cultura, allora, per distinguerlo in questo suo momento, noi possiamo chiamare l’uomo personalità autentica... In realtà si tratta di due facce di una sola configurazione, perché tutti gli uomini si esprimono necessariamente in entrambe queste modalità." (p. 176)

La bimodalità della personalità umana corrisponde, secondo Tullio-Altan, a due diversi bisogni, che fanno parte della natura umana: l’uno, il bisogno di sicurezza, che porta l’uomo ad associarsi agli altri per cooperare ai fini della sopravvivenza, rende necessario il riconoscimento dei valori dell’ordine, della disciplina, della fedeltà, della gerarchia sociale; l’altro, il bisogno di libertà, che postula la preventiva soddisfazione del bisogno di sicurezza, si manifesta sotto due aspetti:

"da un lato come bisogno di liberarsi dai condizionamenti del passato, e quindi di decondizionarsi...dalla cultura che li lega ad un sistema sociale anacronistico, e dall’altro come bisogno di creare una nuova cultura." (p. 220)

Ne La conoscenza della conoscenza, E. Morin affronta il problema della natura umana privilegiando un punto di vista radicalmente cognitivista che, opponendo un po’ ingenuamente, le pulsioni e l'intelligenza, sembra porre tra parentesi il problema dell’integrazione tra strutture emozionali e strutture cognitive. Cionondimeno, chiedendosi che cos’è essere soggetto, egli non può non ammettere che il carattere primario e fondamentale della soggettività risieda nell'auto-ego-centrismo, vale a dire nel "situarsi al centro del proprio mondo per computare questo mondo a se stessi; operare una disgiunzione ontologica fra Sé e non-Sé: operare l'autoaffermazione e l'autotrascendentalizzazione di Sé." (p. 52) Come avviene però la distinzione tra Sé e non-Sé a partire da una situazione infantile che, se non una fusione, comporta di certo un qualche grado di confusione?

Morin scrive:

"L'occupazione del sito ego-centrico comporta un principio di esclusione e un principio di inclusione. Il principio di esclusione impedisce a qualsiasi altro da sé, compreso il proprio gemello, di occupare il posto ego-centrico del Sé... Il principio di inclusione invece permette di integrare l'ego-centrismo nel geno-centrismo (la progenie, gli ascendenti) come pure nel socio-centrismo, cosa che induce a sacrificarsi o a fare tutto per il fratello, il figlio, la famiglia, la comunità". (p. 52)

E' evidente che i principi in questione non possono essere, nella loro matrice, che forme affettivo-cognitive o programmi orientati a promuovere, attraverso l'integrazione dei dati cognitivi, l'uno la comunione con la totalità sociale, l'altro la differenziazione tra Sé e non-Sé.

L'isomorfismo concettuale tra neurobiologia, psicoanalisi, antropologia culturale e cognitivismo è suggestivo. Tanto più lo diventa, se si considerano i risultati cui è pervenuta, nell'ambito della psicologia evolutiva sperimentale, l'infant research.

Nonostante differenze di non poco conto, è fuor di dubbio che un nucleo concettuale comune sottende le opere della Mahler, di Bolbwy, Winnicot, Stern, Emde.

Tale nucleo traspare limpidamente soprattutto negli scritti della Mahler, che individua nell'infante due programmi: l'uno rivolto a stabilire e a mantenere una situazione simbiotica; l'altro a promuovere la separazione come premessa dell'individuazione. Si tratta inconfutabilmente di programmi geneticamente determinati. Nel definire la simbiosi la Mahler sottolinea che il termine indica "una condizione intrapsichica piuttosto che comportamentale" (p.) e aggiunge:

"Non ci riferiamo, ad esempio, allo stare aggrappati, ma piuttosto ad un aspetto di vita primitiva cognitivo-affettiva in cui la differenziazione tra il Sé e la madre non ha avuto luogo... In verità, tale fase non richiede necessariamente la presenza fisica della madre, ma può essere basata su immagini primitive dell’essere uno ". (p.)

Quanto alla separazione, la Mahler rileva che essa è dovuta ad un forte impeto per il quale sembra opportuno parlare di pulsione: sappiamo ora - aggiunge - che la pulsione non è diretta alla separazione in sé per sé; il dato innato è invece la pulsione verso l'individuazione, che non può essere raggiunta senza separazione autonoma.

Tenendo conto degli isomorfismi che affiorano nelle scienze il cui oggetto è la natura umana, i tempi sembrano maturi per giungere ad una teoria integrata. In base alla funzione che assolvono nello sviluppo e nell’organizzazione della personalità, i due programmi affettivo-cognitivi possono essere definiti come bisogno di appartenenza/integrazione sociale e bisogno di opposizione/individuazione.

L'uso del termine bisogno sembra lecito per due motivi. In quanto geneticamente programmati, i bisogni funzionano come organizzatori o attrattori dello sviluppo della personalità, vale a dire dell’integrazione del patrimonio esperienzale soggettivo in determinate strutture psicobiologiche che svolgono ciascuna una propria funzione. La programmazione, però, per dare luogo ad una personalità stabile, postula un dispiegamento dei bisogni al di sopra di una soglia minimale. Di sotto a tale soglia, la frustrazione determina una condizione d’instabilità strutturale che, pur non essendo sempre percepita coscientemente, attesta, col suo persistere nel corso del tempo, il carattere necessario, vale a dire programmato dei bisogni.

Non si va lontano dal vero affermando che i bisogni intrinseci rappresentano gli equivalenti psicobiologici degli istinti fisiologici dal cui allentamento nell'uomo hanno presumibilmente tratto origine.

La loro definizione analitica può essere fornita nei termini seguenti.

Il bisogno d’appartenenza/integrazione sociale è una forma affettivo-cognitiva innata che, sulla base di una coscienza preriflessiva dell’altro, gestaltizza l'insieme sulle parti che lo compongono - la relazione rispetto agli enti in relazione - e, sulla base di una logica sistemica, privilegia l'armonia funzionale del gruppo sociale (il bene comune) rispetto agli interessi particolari degli individui. In virtù di questa logica, l’individuo non esiste che come funzione dell'insieme cui appartiene, il cui equilibrio è assicurato dal rispetto dei doveri sociali.

Espressione della predisposizione sociale della natura umana, il bisogno di appartenenza/integrazione sociale promuove, al di là delle fasi primarie di indifferenziazione (che lo realizzano, peraltro, sotto forma di attaccamento), l'identificazione con l'altro, la categorizzazione dell'altro come rappresentante della totalità sociale e la definizione alienata dell'io come funzione della relazione con l'altro e del sistema da questi rappresentato.

L'integrazione dei dati esperienziali soggettivi in questa forma affettivo-cognitiva struttura la funzione superegoica che, dunque, veicola valori culturali che prescrivono il dover essere del soggetto in quanto membro di un gruppo e proscrivono i comportamenti incompatibili con l'equilibrio sistemico. In nome della sacralità del legame sociale, su cui si fonda quest’equilibrio, la funzione superegoica promuove l'obbligo di rispettare l'ordinamento gerarchico del sistema e di adempiere i doveri che discendono dalla propria collocazione in esso. Nelle sue componenti affettivo-cognitive, essa si può dunque ritenere arcaica: nella misura in cui sacralizza il legame sociale, omeostatizza lo sviluppo dell'individuo in riferimento ad un equilibrio assunto come ottimale per le parti che lo compongono. Il super-io, in breve, amplifica l'importanza dell'Altro (la totalità sociale), sancendone il primato e subordinando ad esso l'io.

E' evidente che, laddove, a livello globale - sociostorico - o locale - esperienziale -, l’equilibrio tra richieste sistemiche e bisogni individuali non risulta compatibile, si danno possibilità di conflitto molteplici. In quest’ottica, le contraddizioni della teoria psicoanalitica del super-io, rilevate e discusse magistralmente da Rapaport, si dissolvono. In nome della logica sistemica che la sottende, la funzione superegoica, anche quando, a livello psicopatologico, si configura a tal punto persecutoria da indurre il soggetto, come accade nel corso di alcune depressioni gravi e della schizofrenia, ad eseguire una condanna a morte, agisce in nome di una presunta pericolosità sociale in conseguenza della quale il soggetto viene a rappresentare una parte aberrante del gruppo. Come accade nei sistemi sociali che praticano la pena di morte, il suo sacrificio risulta funzionale al bene comune.

L'esistenza del bisogno di appartenenza/integrazione sociale è comprovata da numerosi dati antropologici e storici.

Alcune culture primitive, secondo Levi-Strauss, lo hanno adottato come fondamento della loro organizzazione, sacrificando ad esso ogni possibilità di sviluppo storico in virtù della totale subordinazione della libertà individuale alla tradizione culturale, vale a dire al primato dei morti sui vivi e dei più sul singolo. La loro inerzia nel corso del tempo giustifica la qualificazione levi-straussiana di esse come culture fredde. Anche le culture calde, però, il cui sviluppo è riconducibile ad un graduale allentamento del primato del gruppo e delle sue tradizioni sull’individuo hanno dovuto fare i conti con la potenza del bisogno di appartenenza/integrazione sociale. Fino ad epoca recente, nonostante il riconoscimento della libertà e dei diritti individuali, il controllo sociale, reale e interiorizzato, sul singolo, assicurato per un verso dalla riprovazione e per un altro dalla vergogna, è stato imponente. In una qualche misura esso persiste tuttora.

Il bisogno di appartenenza/integrazione sociale é stato recepito da religioni storiche - il Cristianesimo, l'Islam - e tradotto in modelli di comportamento e in valori che sono ancora oggi riconosciuti e praticati da centinaia di milioni di credenti.

E' superfluo soffermarsi sugli impieghi, più o meno strumentali, di quel bisogno a fini politici in rapporto a ideologie incentrate sul bene comune. E' più opportuno, invece, rilevare che di esso si comincia a parlare anche in ambito scientifico.

Emde ha proposto, nell'ambito dell'infant research, la necessità  di attribuire al bambino una predisposizione a categorizzare non solo in termini di io e di altro, bensì di noi. Con ciò, si definisce un possibile terreno d'incontro tra psicopatologia e psicologia sperimentale e, cosa ancora più importante, un dialogo con la sociologia che, soprattutto con H. G. Mead, ha valorizzato l'interiorizzazione dell'altro generalizzato nella strutturazione della personalità.

Radicale e potente, il bisogno di appartenenza/integrazione sociale è compensato, nel corredo della natura umana, da un bisogno complementare e in tensione dialettica con esso, il bisogno di opposizione/individuazione. Si tratta di una forma affettivo-cognitiva, incentrata presumibilmente su di una coscienza preriflessiva di sé, che gestaltizza, sullo sfondo dell'insieme e delle relazioni, l'individuo come ente distinto e irriducibile rispetto al sociale. Tale forma è imprescindibile da un corredo di diritti naturali, visceralmente connotati, identificabili nella pari dignità tra gli esseri umani, l’uguaglianza, la libertà, che - assumano o no una configurazione culturale - si esprimono, nel corso della crescita, in una progressiva differenziazione della personalità, promuovendo un certo grado di autonomia rispetto all'ambiente sociale.

A partire dalla definizione alienata dell'io come funzione dell'altro, il bisogno di opposizione/individuazione si dispiega in virtù dell’interazione oppositiva della volontà propria a quella altrui. Tale opposizione fa capo ad un’intuizione viscerale della vocazione ad essere individuale che, non coincidendo mai puntualmente con le richieste ambientali, assume a livello inconscio la configurazione di un io in qualche misura antitetico rispetto ad esse.

Lo sviluppo ulteriore del bisogno di opposizione/individuazione mira ad integrare i dati esperienziali, emozionali e cognitivi, nella logica sua propria, al fine di definire un’identità differenziata da tutte le altre, dotata di un’immagine interna, di una coscienza di sé e di un sistema di valori culturali nella quale il soggetto riconosce l’espressione, per quanto relativa, della sua libertà, attestata dalla capacità di consentire o di dissentire rispetto alla volontà altrui.

Oltre che dalla clinica, l'esistenza del bisogno di opposizione/individuazione è comprovata dalla storia e dalla psicologia evolutiva.

La storia delle culture calde, alla quale ovviamente appartiene la nostra, è riconducibile ad un lentissimo processo di affioramento di tale bisogno, attestato dalla progressiva diminuzione del controllo sociale sulla libertà individuale e dal riconoscimento dei diritti individuali. Lo psicologo statunitense Jaynes ha identificato due tappe di questo processo: la prima caratterizzata dall’interiorizzazione dei messaggi sociali recepiti dapprima allucinatoriamente, e quindi dal passaggio dalla personalità eterodiretta alla personalità autodiretta; il secondo dal definirsi della coscienza morale come funzione dell’io. Probabilmente occorreranno ancora molte ricerche per ricostruire la storia del bisogno di opposizione/individuazione. L’unico dato certo è l’esito più incisivo di tale storia: l’abolizione della schiavitù e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Per quanto formali, dato che la schiavitù, sia pure in forme diverse dal passato, persiste e i diritti dell’uomo sono in misura diversa violati ovunque, questi eventi storici si possono ritenere epocali poiché hanno sancito l’attribuzione all’individuo di uno statuto di ente differenziato e libero che in passato non era mai esistito.

La psicologia evolutiva ha poi documentato, fin dal definirsi della distinzione tra io e altro, fasi ricorrenti di tensione conflittuale con l'ambiente - le crisi di opposizione - che insorgono periodicamente, con una fasicità che rivela il loro carattere programmato, ed esitano nella grande crisi adolescenziale. Dapprima apparentemente irrazionali e funzionali all'affermazione capricciosa della volontà propria rispetto a quella altrui, tali crisi, nel corso dello sviluppo appaiono sempre più deputate a definire un'identità personale differenziata, dotata di modi di sentire, pensare ed agire propri e autonomi, vale a dire di una coscienza morale intesa come funzione dell’io.

L'individuazione si realizza necessariamente attraverso fasi di conflitto, nel corso delle quali i valori superegoici interiorizzati sono sottoposti ad un processo selettivo che li trasforma in valori assimilati, fatti propri e vissuti come espressione della volontà personale. Tali fasi di conflitto, che, per la pressione del bisogno di individuazione, comportano la necessità di un qualche grado di anestetizzazione della sensibilità sociale, producono, dunque, inesorabilmente, quote, sia pure inconsapevoli, di colpevolizzazione.

Come l’umanità ha intuito da sempre, ricostruendo una mitica età dell’oro in rapporto alla quale lo sviluppo storico avrebbe rappresentato una decadenza, e come è stato teorizzato nella cornice di filosofie sia orientali (buddismo) che occidentali (neoplatonismo), la nascita dell’io differenziato dalla totalità sociale alla quale esso può opporsi è un processo drammatico, che sembra comunque frustrare un inconscio desiderio di armonia, riconducibile, presumibilmente, alla potenza dinamica del bisogno di appartenenza/integrazione sociale.

Il nodo drammatico d’ogni esperienza umana, attestato e amplificato dalla psicopatologia, è la dipendenza - sia in termini interattivi sia in termini di significazione - dell'individuazione dall'appartenenza, e cioè dai contesti interpersonali e culturali. Tale dipendenza comporta, dato un insieme di variabili che possono intervenire sia nelle fasi evolutive della personalità che successivamente, indefinite possibilità di conflitto, riconducibili sempre e comunque all'antitesi irriducibile tra valori superegoici e valori antitetici. Quest’antitesi è la chiave del modello psicopatologico struttural-dialettico che, nelle esperienze di disagio psichico, legge in trasparenza uno scacco dell’integrazione a livello dell’io, sia inconscio sia cosciente, dei sistemi di valori affettivi e cognitivi veicolati dal super-io e dall’io antitetico le cui diverse logiche, per non risultare disfunzionali, richiedono una mediazione dialettica.

L’importanza di tale chiave esplicativa non può essere minimizzata. Il modello psicopatologico struttural-dialettico definisce come quantitativo non qualitativo il salto dalla normalità alla patologia. Le componenti in gioco nei conflitti strutturali sono le stesse presenti in ogni personalità e, analizzate singolarmente, ciascuna di esse è normale nel senso che mira a raggiungere un obiettivo comprensibile e significativo. Il salto è dovuto all’incompatibilità degli obbiettivi che sono contemporaneamente perseguiti in conseguenza dell’opposizione tra il super-io e l’io antitetico. E’ la strutturazione di queste due componenti dunque che determina il conflitto. La debolezza dell’io, che fallisce nella sua funzione di mediazione tra le diverse logiche e i diversi sistemi di valore veicolati dal super-io e l’io antitetico, è una debolezza relativa e complementare alla strutturazione forte degli stessi.


2) La teoria struttural-dialettica della personalità

La definizione dei bisogni come attrattori e organizzatori dello sviluppo evolutivo individuale implica la possibilità di elaborare una compiuta teoria struttural-dialettica della personalità. Ai fini del discorso che si sta portando avanti, è sufficiente analizzarne gli aspetti che più immediatamente interessano la psicopatologia.

Il dispiegamento dei bisogni, che avviene nel corso dell'evoluzione della personalità con modalità alternativamente fasiche, concorre a strutturare tre funzioni psichiche fondamentali, rappresentate a livello conscio e inconscio, dalla cui interazione dinamica dipende il grado di integrazione, più o meno rilevante, della personalità stessa. L’aspetto strutturale delle funzioni è riconducibile, presumibilmente, a circuiti interneuronali limbico-corticali specifici per ciascuna di essa. Tale specificità non esclude ovviamente né dei nessi tra le strutture biologiche né la possibilità di ristrutturazioni plastiche. L’aspetto funzionale è comune: ogni funzione può produrre, secondo la logica sua propria, pensieri, emozioni e motivazioni comportamentali..

Per denominare queste funzioni, il modello struttural-dialettico attinge parzialmente alla terminologia psicoanalitica, parlando di super-io e io, e aggiunge di suo l'io vocazionale, opposizionale o antitetico. Facendo però riferimento alla teoria dei bisogni intrinseci, la concettualizzazione di queste funzioni nell’ottica struttural-dialettica presenta degli aspetti originali rispetto alla tradizione psicoanalitica.

Il super-io, che si struttura sulla base del bisogno di appartenenza/integrazione sociale attraverso l'interazione con le figure adulte significative (genitori, parenti, insegnanti, ecc.) e l'interiorizzazione dei valori culturali da essi trasmessi, consciamente e inconsciamente, svolge una funzione di rappresentanza sociale all'interno della soggettività individuale. Tale funzione, che comporta un costante riferimento antropomorfico, serve a mantenere in vigore i valori culturali, che sanciscono i diritti degli altri, e a richiamare il soggetto al rispetto dei suoi doveri di appartenenza. In nome del bisogno da cui si origina, il super-io adotta una logica sistemica che fa riferimento alle esigenze di coerenza e di stabilità del gruppo. Esso, in altri termini, sancisce il primato del gruppo, della tradizione di cui è erede e dei valori culturali dominanti cui fa riferimento sull'individuo.

L'io vocazionale esprime le potenzialità di individuazione proprie di un determinato corredo genetico individuale. Esso, in conseguenza delle interazioni con l'ambiente, si struttura sulla base del bisogno di opposizione/individuazione ed è deputato a mantenere soggettivamente il riferimento ai diritti primari dell'individuo (pari dignità, giustizia, libertà), dalla cui realizzazione discende l'attuazione della vocazione ad essere personale. L'io vocazionale rappresenta dunque una funzione che salvaguarda l'individuo dal pericolo dell'assoggettamento al sociale e, in nome di una logica che distingue il soggetto dal sistema cui appartiene, ne promuove la differenziazione e l'autonomia. Il ruolo dell'io vocazionale è di mantenere una tensione verso il raggiungimento di un equilibrio personale, solo potenzialmente rappresentato nel corredo genetico individuale, che può realizzarsi sempre e solo fenotipicamente in rapporto ad un determinato sistema socio-culturale e può risultare più o meno integrato con le esigenze d’equilibrio proprie dello stesso.

Dato che la coincidenza delle richieste ambientali con la vocazione ad essere personale è praticamente impossibile, l’io vocazionale assume costantemente una configurazione oppositiva rispetto a quelle che, al suo limite estremo, può configurarsi come antitetica. Considerando che l’opposizione comporta comunque un grado, sia pure modesto, di antitesi, di qui in poi parlerò, per esigenze discorsive, di io antitetico.

Costantemente presenti e attivi a livello inconscio, il super-io e l’io antitetico, che sono substrutture dell’io, possono essere rappresentati anche a livello subconscio e coscio sotto forma di ideali dell’io, vale a dire di modelli sottesi da sistemi di valori culturali che fanno riferimento rispettivamente ai diritti degli altri o ai diritti dell’io. La componente ideologica che caratterizza gli ideali dell’io fa sì che la loro corrispondenza con il super-io e l’io antitetico non è sempre del tutto fedele.

La fasicità dell'evoluzione della personalità, che comporta più di un momento critico, sul piano comportamentale e/o interiore, attesta che l'integrazione tra i doveri d’appartenenza e i diritti individuali non è mai un processo lineare

. Non potrebbe essere diversamente in conseguenza della tensione intrinseca che sussiste tra i bisogni e tra le logiche delle funzioni che su di essi si strutturano. La logica superegoica privilegia, infatti, la cultura, il cui significato ultimo, sotto il profilo sociale, è di ridurre il pericolo potenziale della diversità individuale, definendo valori e regole di comportamento che la normalizzano. La logica che sottende l'io antitetico, viceversa, mira a promuovere l'individuazione, vale a dire la massima diversificazione possibile, in rapporto al potenziale genetico individuale, del modo di essere, di pensare e di agire del soggetto rispetto al contesto culturale.

Il carattere substrutturale del super-io e dell’io antitetico riesce evidente se si tiene conto che le logiche su cui si strutturano, tendendo rispettivamente a subordinare i diritti individuali ai doveri sociali e viceversa, comportano solo relazioni di potere gerarchico tra l’Altro e l’io. La loro funzionalità consiste nel mantenere una tensione tra i due aspetti propri della natura umana che rappresenta la matrice di indefinite mediazioni dialettiche. La funzione di mediazione è devoluta all’io.

Il problema della genesi, dello sviluppo e delle funzioni dell’io è il più complesso tra quelli a cui una teoria psicodinamica strutturale della personalità deve fornire una risposta. Di fatto, è il problema che ha posto maggiormente in imbarazzo Freud il quale, avendo assunto l’io come una sorta di interfaccia tra mondo esterno sociale e mondo interno pulsionale, non è riuscito mai a pervenire ad una concettualizzazione adeguata. Le lacune della teoria freudiana hanno generato, con Hartmann, la prima critica radicale al modello di personalità formulato da Freud, incentrata sulla rivendicazione di un certo grado di autonomia dell’io, che, successivamente, ha dato luogo, in virtù della confluenza della psicoanalisi e del cognitivismo, alla proposta di sormontare la psicologia dell’io in nome della psicologia del Sé. Tale superamento, che comporta il riferimento alla consapevolezza che ogni soggetto ha della sua unità come un tutto, della sua identità e della persistenza di questa nel tempo, implica un’attività d’integrazione del patrimonio esperienziale riconducibile alla rappresentazione di sé. Oltre ad essere poco compatibile con una concezione strutturale della personalità, necessaria per interpretare i fenomeni psicopatologici, la concezione del Sé trascura la possibilità di considerare l’io come una funzione rappresentata a livello inconscio oltre che conscio. Tale possibilità estende il potere integrativo dell’io come pure il suo potere di mistificazione che, a livello cosciente, si traduce nella tendenza costante ad appropriarsi e a razionalizzare contenuti psichici prodotti dall’inconscio.

L’insufficienza della teoria freudiana dell’io, a mio avviso, può essere rimediata da una teorizzazione che prescinda definitivamente dal riferimento alle pulsioni. Secondo questa teorizzazione, l’io trarrebbe origine da una coscienza preriflessiva, innata di sé, identificabile con l’io vocazionale, che, in conseguenza del dispiegamento del bisogno di opposizione/individuazione, dà luogo alla distinzione dell’io e dell’altro. Solo successivamente l’io acquisisce la consapevolezza di un mondo interno, vale a dire la consapevolezza soggettiva. Tale consapevolezza, che si realizza parallelamente all’interiorizzazione dei valori culturali e alla strutturazione del super-io, come è imprescindibile dal riferimento ai doveri sociali, così è imprescindibile dal riferimento ai diritti e ai bisogni individuali.

L’io, dunque, va considerato come una struttura e una funzione relativamente autonoma, rappresentata a livello inconscio e a livello cosciente. L’io cosciente ha una dimensione sociale, che lo rende sensibile all’altro, e una dimensione individuale, che lo rende immediatamente ricettivo dei diritti individuali. Che esso possa essere rappresentato anche a livello inconscio, come ha intuito Freud, è reso estremamente probabile dal fatto che, come attesta la psicologia normale e la psicopatologia, tentativi di mediazione tra il super-io e l’io antitetico avvengono di sicuro e perpetuamente al di sotto della coscienza. E’ comunque a livello cosciente che l’io è impegnato massimamente nell’opera di mediazione tra le diverse logiche e i diversi sistemi di valore che lo sottendono, di cui non ha mai una piena consapevolezza poiché la definizione dei doveri sociali e dei diritti individuali è depositata a livello inconscio.

Tale impegno, che si realizza più spesso irriflessivamente che riflessivamente, dipende nei suoi esiti dalla struttura del super-io e dell’io antitetico, dal grado di opposizione che vige tra di essi, dagli strumenti culturali di cui l’io dispone e dal suo orientamento ideologico, che può essere più o meno incline a riconoscere i diritti degli altri e i propri.

Anche nei casi in cui, però, la mediazione dell’io e l’integrazione dei valori superegoici e antitetici raggiunge i massimi risultati, non sembra né opportuno né necessario introdurre il concetto di Sé. Intanto perché si tratta di un concetto astratto, estraneo all’esperienza soggettiva. Un io ben integrato è semplicemente un io la cui dimensione sociale e la cui dimensione individuale non confliggono aspramente. E’ ancora più importante considerare che, quale che sia il livello d’integrazione dell’io, esso non può mai estinguere la tensione tra i doveri sociali e i diritti individuali, costitutiva della doppia natura dell’essere umano, che, a livello inconscio, rimane rappresentata dalle substrutture del super-io e dell’io antitetico ciascuna delle quali affonda le sue radici in un capitale di potenzialità sempre esuberante in rapporto alle quote di bisogni dispiegati.

La teoria struttural-dialettica della personalità, che identifica nella fase evolutiva il periodo in cui, per la complessità stessa dei processi dinamici che la sottendono, più facilmente possono determinarsi dei conflitti strutturali, non esclude che ciò possa accadere anche successivamente. Indipendentemente dalle circostanze interattive che frustrano il dispiegamento di una quota dei bisogni intrinseci, la ricchezza stessa dei bisogni - diversa peraltro, come vedremo, da soggetto a soggetto - fa sì che le loro potenzialità non possono che eccezionalmente dispiegarsi compiutamente. C'è dunque al fondo d’ogni esperienza soggettiva una tensione intrinseca che può rappresentare, al tempo stesso, la matrice di ulteriori sviluppi evolutivi come pure di conflitti strutturali, i quali possono originarsi in qualunque epoca della vita.

Il modello evolutivo della personalità ricavabile dalla teoria dei bisogni comporta, dunque, un programma binario che si articola in fasi o periodi successivi, il cui obiettivo ultimo è l'integrazione dialettica dei bisogni, vale a dire l'integrazione a livello di io conscio e inconscio dei sistemi di valore superegoici e antitetici che si strutturano a partire da essi.

Ogni fase comporta il dispiegamento di una quota di bisogni. Il dispiegamento avviene sulla base di un’attivazione, geneticamente programmata, dei bisogni e consiste nell’integrazione dei dati emozionali e cognitivi esperienziali nella logica loro propria. Tale integrazione determina la strutturazione di circuiti subcortico-corticali specifici, superegoici e antitetici, la cui interconnessione è assicurata, a livello inconscio e conscio, dall’io, al quale anche occorre attribuire un’autonomia strutturale psicobiologica.

Il dispiegamento dei bisogni è fasico ed è caratterizzato dall’alternanza di periodi nel corso dei quali il bisogno di appartenenza/integrazione sociale rende il soggetto ricettivo nei confronti delle influenze ambientali e periodi nel corso dei quali il bisogno di opposizione/individuazione lo orienta ad affermare la volontà sua propria anche in contrasto con quella altrui.

E’ importante rilevare che, mentre nei primi anni dello sviluppo, le fasi di apertura alle influenze ambientali, che consentono l’interiorizzazione culturale dei valori trasmessi dal contesto d’interazione, sono molto più lunghe delle fasi di opposizione/individuazione, che durano circa due-tre mesi, dalla seconda infanzia in poi queste ultime tendono a prolungarsi sino alla crisi adolescenziale che talvolta si mantiene sul registro oppositivo per molti mesi o anche per alcuni anni.

Ogni fase di dispiegamento di un bisogno determina una situazione paradossale. Essa, infatti, nella misura in cui trascende l’equilibrio preesistente, coincide con una fase di sviluppo della personalità. Si tratta, però, di uno sviluppo squilibrato dalla parte del bisogno in questione che inesorabilmente è destinato ad essere compensato e sormontato dal dispiegamento dell’altro bisogno. La turbolenza delle fasi di dispiegamento si risolve nella misura in cui, alla fine della fase evolutiva, l’io riesce ad integrare le diverse logiche e i diversi sistemi di valore presenti a livello inconscio e, in misura sempre minore, a livello cosciente.

La teoria dei bisogni porta a ritenere che la dinamica evolutiva, nei suoi aspetti inconsci, sia un processo sostanzialmente più drammatico di ciò che appare in genere alla superficie, laddove i passaggi di fase, i bruschi salti strutturali, le riorganizzazioni del patrimonio esperienziale vengono in qualche misura ammortizzati dall'apparente continuità dell'io e dall'immagine sociale che gli altri se ne fanno . Ciò è estremamente importante sotto il profilo clinico poiché, per spiegare l'emergenza dei fenomeni psicopatologici, occorre ricostruire la storia interiore del soggetto che spesso è scarsamente indiziata dai comportamenti e dai vissuti coscienti. Nell'ottica struttural-dialettica, tale ricostruzione, pur non trascurando i vissuti soggettivi e le rappresentazioni cognitive, ha l'obbiettivo primario di comprendere come e perché il patrimonio dei bisogni intrinseci possa andare incontro ad una scissione.


3) Genetica, soggettività e ambiente sociale

Ogni esperienza umana può essere considerata come il prodotto dell'interazione tra un determinato corredo genetico e l'ambiente. Il corredo genetico individuale comporta due aspetti: delle potenzialità presenti in tutti i membri della specie umana, che si potrebbero pertanto definire generiche, e delle potenzialità proprie di quel determinato corredo, che rappresentano il fondamento dell'individualità biologica e di quella psicologica. Ai fini del discorso che qui interessa, appare opportuno considerare queste potenzialità solo sotto il profilo psicobiologico che investe il problema dell'evoluzione e della strutturazione della personalità.

Le potenzialità specie-specifiche, che adottando un linguaggio filosofico definiscono la natura umana, sono riconducibili ad un capitale emozionale e intellettivo di gran lunga superiore a quello di qualunque altra specie. La realizzazione di questo capitale dipende indubbiamente dall'ambiente, ma ciò non significa che esso non comporti una programmazione intrinseca, genetica. Tale programmazione si può agevolmente ricavare dall'evoluzione della personalità che riconosce fasi abbastanza costanti di maturazione delle strutture emozionali e di quelle cognitive, e soprattutto dagli esiti cui normalmente perviene quell'evoluzione: la definizione di un'identità individuale socializzata e autocosciente. L'autoconsapevolezza fa riferimento, per ogni soggetto, all'essere dotato di un mondo interno, distinto dal mondo esterno, con il quale egli comunica e dal quale ricava, in virtù della possibilità di sentire, di pensare e di agire "di testa propria", la certezza del suo essere distinto da tutti gli altri. L'aspetto sociale della personalità comporta la consapevolezza che esistono altri soggetti dotati di un mondo interno e di condividere con essi un patrimonio culturale di valori linguistici, morali, religiosi, civili, convalidato dalla tradizione del gruppo, sul quale si fonda la possibilità di comunicare, di relazionarsi a livello interpersonale e di agire comportamenti condivisi, vale a dire non necessariamente approvati o confermati ma almeno riconosciuti come dotati di senso dagli altri.

Se la condivisione dei valori culturali è ricondotta ad un processo di interiorizzazione per cui essi, interpretati e elaborati, giungono a strutturare una funzione della personalità (il super-io) che rappresenta, all'interno della soggettività, a livello conscio e inconscio, la società, la cultura di appartenenza e dunque, in senso lato, la volontà altrui, la programmazione specie-specifica rivela un affascinante progetto: quello di creare un essere dotato di soggettività, vale a dire di consapevolezza di sé e degli altri, la cui esperienza si svolge per molti aspetti sul registro dell'interazione tra volontà altrui, collettiva, culturale e volontà propria, personale, individuale. Un essere vincolato affettivamente e culturalmente al gruppo, dunque marcatamente conservatore, e, nello stesso tempo, dotato, rispetto ad esso, di una relativa ma imprevedibile libertà.

I bisogni intrinseci, che ho definito in precedenza, rappresentano gli assi portanti di questa programmazione rappresentando la matrice delle strutture e delle funzioni psichiche (super-io, io antitetico, io) che la realizzano.

Ci si può chiedere come questi bisogni specie-specifici siano distribuiti nei corredi individuali. Non esiste alcuna ricerca a riguardo. Un'ipotesi sostenibile, in rapporto alla logica della natura, è che le varie combinazioni tra i bisogni siano distribuite secondo una curva gaussiana. Ai limiti estremi della curva si ritroverebbero pertanto i tipi estroversivi e quelli introversivi identificati da Jung, che andrebbero però definiti in base alla teoria dei bisogni. La tipologia junghiana infatti attribuisce l'introversione a un eccesso di pensiero e a un difetto di sentimento, e l'estroversione ad un eccesso di sentimento e a un difetto di pensiero. Sembra più vicino alla verità, invece, che l'introversione faccia capo ad una maggiore rappresentazione del bisogno di individuazione e l'estroversione ad una maggiore rappresentazione del bisogno di integrazione sociale. Tra questi si darebbe una gamma indefinita di possibili configurazioni complementari. La presenza all'interno di ogni corredo genetico degli stessi bisogni ne definirebbe la specie-specificità; la complementarietà dei bisogni porrebbe viceversa il fondamento della differenziazione individuale.

Il dispiegamento dei bisogni, vale a dire la loro progressiva strutturazione psicobiologica, dipende dall'integrazione delle potenzialità emozionali e intellettive che avviene nell'interazione con l'ambiente. Il problema della distribuzione di tali potenzialità nei corredi individuali è irrisolto e, forse, insolubile, poiché la loro realizzazione è fenotipica. E’ presumibile comunque che la loro distribuzione nei corredi genetici individuali, riconosca uno spettro ampio, riconducibile ad una curva statistica normale e non necessariamente concordante.

In ogni popolazione esisterebbe, dunque, una maggioranza normodotata e una minoranza iperdotata, all’interno della quale si darebbero varie configurazioni: una normodotazione intellettiva e una iperdotazione emozionale, una normodotazione emozionale e un'iperdotazione intellettiva, un'iperdotazione emozionale e intellettiva. Tranne che in conseguenza di malattie cerebrali, un'ipodotazione genetica non può essere ammessa se non come espressione del limite inferiore della normodotazione.

Tra le varie configurazioni dei bisogni e la distribuzione delle potenzialità emozionali e intellettive si danno intuitivamente dei rapporti, peraltro non semplici da definire. Il dispiegamento dei bisogni coinvolge sia i livelli emozionali sia quelli cognitivi. Le modalità del dispiegamento peraltro dipendono sicuramente dalla configurazione complementare dei bisogni. L'intreccio tra i diversi fattori è troppo complesso per essere sistematizzato. E' importante comunque osservare che una configurazione complementarmente equilibrata dei bisogni associata ad una normodotazione, assolutamente prevalente in ogni popolazione umana, si esprime in un orientamento adattivo che permette di comprendere perché, in tutte le epoche e in tutti i contesti sociali, si è definita un'accettazione dello status quo, una normalità statistica e un qualche equilibrio sociale. Una configurazione equilibrata o squilibrata dei bisogni associata ad un'iperdotazione emozionale e/o intellettiva, sicuramente minoritaria, è da ritenersi viceversa, almeno potenzialmente, disadattiva poiché essa comporta per un verso una più ricca influenzabilità educativa (che si traduce originariamente in una strutturazione superegoica forte) e per un altro una più viva percezione delle contraddizioni presenti nella realtà sociale. Non è improbabile, per motivi che si analizzeranno successivamente, che questa minoranza paghi, in alcuni suoi rappresentanti, un tributo rilevante al disagio psicologico.

La fenotipizzazione dei corredi genetici umani dipende comunque in misura rilevante dall'ambiente di sviluppo, vale a dire dall'ambiente culturale prodotto dall'uomo. Già complesso a livello di natura umana, il discorso diventa irto di difficoltà nel momento in cui si rivolge all'ambiente. A questo riguardo si può procedere solo a tentoni.

E' indubbio che si danno condizioni ambientali minimali indispensabili alla riproduzione della società e quindi degli individui. Tali condizioni sono riconducibili ai mezzi di sussistenza, la cui produzione richiede un'attività lavorativa, ad un'organizzazione sociale che investa parte delle sue risorse economiche e affettive nell'allevamento dei piccoli e ad un patrimonio culturale comune - linguistico, religioso, morale, sociale - la cui condivisione assicura l'identità del gruppo e un qualche grado di coesione tra i membri. Si tratta, dunque, di condizioni culturali, che presumono una vita associativa. La socialità è la conditio sine qua non si avvia la cultura, le generazioni si riproducono e i singoli membri acquisiscono un'identità sociale e personale.

Questo solo fatto consente di capire il rilievo smisurato che, per infiniti secoli, ha avuto il gruppo, con le sue tradizioni, i suoi miti, le sue opzioni religiose, morali, politiche, economiche, in rapporto al singolo individuo. Sino forse alle soglie della storia, il singolo, pur avendo coscienza di sé, non si sentiva distinto dal gruppo, bensì parte di esso in virtù di un nesso reale e psicologico indissolubile. L'individuo, inteso come soggetto che ha un'identità distinta dagli altri e si sente in qualche misura indipendente dal gruppo, è una "scoperta" recente nella storia umana. Una scoperta che, nel bene e nel male (la divisione del lavoro intellettuale da quello manuale, la stratificazione sociale, ecc.), ha permesso alla civiltà umana di evolvere rispetto allo stato quasi stazionario precedente. L'evoluzione storica è avvenuta sulla base del progetto di trasformare il mondo adattandolo ai bisogni umani. La trasformazione è avvenuta a tutti i livelli, l'ambiente si è sempre più culturalizzato, la psicologia individuale si è affrancata progressivamente, almeno a livello cosciente, dalla soggezione al gruppo. L'individuo borghese, che pure è il prodotto di un immane lavoro effettuato da tutte le generazioni che lo precedono, è giunto a definirsi indipendente, padrone di se stesso e causa sui.

Le scienze psicologiche, psicoanalisi compresa, sono sistematicamente cadute nel tranello ideologico - una sorta di illusione ottica - di considerare sempre più lo sviluppo della personalità come un processo autocostruttivo. Lo scambio affettivo con il gruppo familiare e l'apporto culturale dell'ambiente si sono configurati progressivamente come meramente funzionali ad alimentare l'autopoiesi del soggetto. In conseguenza di ciò quando in psicologia si parla di ambiente si fa riferimento anzitutto alla famiglia, alla scuola, alla socializzazione coetanea: insomma all'ambiente di interazione interpersonale. L'ambiente culturale in senso lato è considerato uno sfondo in rapporto all'evoluzione della personalità, uno sfondo mediato dalle istituzioni educative e dai mass-media.

Si danno buoni motivi per pensare che questa focalizzazione sullo psicologico, l'intersoggettivo, il relazionale sia un errore di prospettiva che impedisce di valutare adeguatamente l'incidenza dei fattori ambientali, socio-culturali.

I motivi sono molteplici. Privilegiando le relazioni interpersonali, l'affettività, la comunicazione si trascura che, nel progetto della natura, i legami affettivi, oltre a soddisfare bisogni profondi, viscerali di un essere che acquisisce progressivamente consapevolezza di sé e, con essa, della sua precarietà, della finitezza e dell’esposizione al dolore, rappresentano un potente stratagemma in virtù del quale avviene la riproduzione culturale, vale a dire l'interiorizzazione da parte dell'infante dei valori culturali propri del gruppo di appartenenza. Quest’interiorizzazione è preliminare e necessaria affinché si avvii il processo di individuazione. Come filogeneticamente la società viene prima dell'individuo, così ontogeneticamente l'interiorizzazione del sociale viene prima dell'individuazione, a cui fornisce un indispensabile fondamento.

Occorre tenere conto inoltre che l'interiorizzazione dei valori culturali, giusta l'intuizione di Freud, non riguarda solo i valori trasmessi coscientemente e verbalmente, o con l'esempio, dagli educatori, bensì anche, in misura direttamente proporzionale alla capacità infantile di registrare i contenuti psichici e i valori di cui gli educatori sono depositari senza saperlo. L’importanza della comunicazione soggettiva inconscia, soprattutto nella strutturazione del super-io, è attestata da pressoché tutte le esperienze psicopatologiche. Attraverso il super-io inconscio, ogni soggetto alberga, dunque, molteplici aspetti della tradizione culturale che si trasmette attraverso la catena transgenerazionale e ha un’incredibile inerzia.

Occorre considerare un aspetto ancora più importante, che si integra con il precedente, a cui sinora è stato dato a livello psicologico e psicopatologico, scarso peso. Al di là del fatto che tutti i soggetti veicolano nelle pieghe profonde della soggettività tradizioni, miti, pregiudizi, convinzioni, ecc. di cui nulla sanno a livello cosciente, l'ambiente culturale, la realtà sociale nella sua totalità è un immenso campo di informazioni e di significati sommersi, che appartengono all'inconscio sociale. In quanto prodotto storico stratificato, tutta la realtà sociale - dalle cose alle istituzioni - è carica di significati quasi mai immediatamente trasparenti. E' uno spazio semiotico o, come diceva Baudelaire, una foresta di simboli, di solito decodificata con l'aiuto del senso comune.

La realtà sociale, sia a livello oggettivo sia istituzionale e soggettivo, ha uno spessore significativo molto maggiore di quanto comunemente appare. In virtù della cultura e del senso comune, che ne codifica l'interpretazione, gli uomini hanno, del mondo esterno e a maggior ragione di quello interno, una percezione standardizzata, piuttosto superficiale. Quanto basta, diciamo, a indurre un adattamento non riflessivo dei due mondi. Tale adattamento comporta di necessità un sacrificio della complessità del reale in nome di una codificazione ideologica, identificabile con il senso comune, che aiuta la rimozione delle contraddizioni. E' tale codificazione che consente alle coscienze di mantenere un certo grado di integrazione e di coerenza affettiva, cognitiva e comportamentale. Anche chi, in conseguenza di una capacità intuitiva più viva, che coglie gli aspetti profondi della realtà sociale, sfugge alla codificazione, è costretto nondimeno ad interpretarla, e, tranne casi del tutto eccezionali, ricade inesorabilmente nella trappola delle ideologie sociali proprie del contesto cui appartiene.

Il tema delle ideologie sociali e del loro peso preminente nella psicologia collettiva e individuale, misconosciuto dalla scienza psicologica contemporanea, è stato illuminato in un altro ambito del sapere sull'uomo: quello della storia. Gli studiosi francesi, che fanno capo alla scuola delle "Annales", insofferenti nei confronti di una tradizione storica che ha sempre privilegiato gli eventi politici e trascurato la vita della gente comune, si sono interrogati sugli orizzonti mentali entro i quali questa è vissuta nelle varie epoche storiche, vale a dire come cosa pensava, come sentiva, come praticava gli affetti, ecc. Un lento lavoro documentario e un sottile esercizio interpretativo li hanno messi di fronte ad una verità inconfutabile, quella per cui, in tutto simili a noi dal punto di vista biologico, l'umanità passata, a livello collettivo e a livello individuale, pensava, sentiva e vedeva il mondo diversamente da noi. Tale scoperta ha poco a che vedere con l'intuizione che la coscienza comune ha sempre avuto e ha tuttora di un cambiamento nel tempo dei costumi e della mentalità. Essa infatti è approdata alla conclusione che ogni società è dotata di una visione del mondo totalizzante che funziona come una prigione o un recinto mentale il cui carattere coercitivo discende dal fatto che, onnipresente a livello di psicologia collettiva e individuale, appartiene in larga misura all'inconscio sociale.

L'esistenza di un inconscio sociale, vale a dire di un patrimonio di valori, tradizioni, consuetudini, costumi, pregiudizi, miti, rappresentazioni, ecc. depositato sia pure in maniera diversa nelle coscienze (e nell'inconscio) di tutti i membri di una società, era già stata intuita da numerosi sociologi, a partire da Durkheim. La rivoluzione epistemologica dei nuovi storici francesi consiste nell'aver dato a quella nozione, sfumata, appena suggestiva, una definizione precisa e un'importanza nuova.

Nell’ottica della nuova storia, l’inconscio sociale appartiene a pieno titolo alla struttura sociale, essendo costitutivo di essa non meno dei fenomeni economici e istituzionali che la caratterizzano, con i quali esso è in un rapporto d’interazione reciproca e dai quali si differenzia in quanto meno immediatamente visibile alle coscienze, più profondo, dotata di un'inerzia che ne assicura uno scorrimento lento o lentissimo, e quindi la sopravvivenza nel tempo anche quando a livello di superficie sembra sormontato.

Per definire quest’aspetto della realtà sociale, e per differenziarlo sia dall'ideologia intesa in senso peggiorativo (di inganno prodotto dai ceti colti e dominanti per indurre nei subjecti l'accettazione dello stato di cose esistente) sia dall'inconscio collettivo junghiano, gli storici francesi hanno adottato il termine mentalità. Giudicata a posteriori, non è stata una scelta felice

Occorre considerare una iattura il fatto che il concetto di mentalità, male interpretato in conseguenza dell'accezione comune del termine, non sia stato adottato né valorizzato dalle scienze psicologiche e psichiatriche. Non si tratta forse neppure di un errore interpretativo. Ammettere, infatti, che i quadri di mentalità recintano la psicologia collettiva e quella individuale, in una certa misura ritualizzando i pensieri, le emozioni, i comportamenti, e diaframmando ideologicamente le coscienze in rapporto alla realtà sociale di cui partecipano e al mondo interno, rappresenterebbe per quelle scienze una rivoluzione epistemologica che ne renderebbe necessaria la rifondazione. Occorrerebbe, infatti, prendere atto, nonostante i cambiamenti intervenuti nel corso dello sviluppo storico, i quali sono giunti ad enfatizzare il ruolo dell'individuo, che, a livello mentale collettivo e individuale, il primato del sociale (la mentalità essendo un prodotto culturale collettivo) si è mantenuto intatto nel corso del tempo e non v'è motivo di pensare che esso non continui a mantenersi vivo, e a influenzare potentemente la psicologia collettiva e individuale.

Il ricorso al concetto di mentalità varrebbe a dare un fondamento concreto alla necessità di storicizzare l'esperienza soggettiva individuale per capirne la struttura e i modi di vedere, consci e inconsci, su cui si basa il suo funzionamento. Occorre però riconoscere che tale concetto, potenzialmente dotato di una carica rivoluzionaria sotto il profilo epistemologico, va senz'altro approfondito interdisciplinarmente. La teorizzazione più avanzata sinora è stata fornita da G. Duby in un articolo famoso che è opportuno sintetizzare.

Le ideologie - scrive Duby - sono sistemi completi e totalizzanti "dal momento che pretendono di offrire della società, del suo passato, del suo presente, del suo futuro, una rappresentazione di insieme integrata alla totalità di una visione del mondo" (p.119). Rassicuranti per un verso, le ideologie "sono, altrettanto naturalmente, deformanti. L’immagine che esse offrono dell’organizzazione sociale si costruisce su di un incastro coerente di inflessioni, di slittamenti, di deformazioni, su di una prospettiva, su un gioco di chiaroscuri che tende a velare certe articolazioni proiettando tutta la luce su altre, per meglio servire interessi particolari" (pp.119-120). Dato che, però, al di là di un certo livello di complessità, ogni società ha un’articolazione diversificata, ne consegue la coesistenza di "molteplici sistemi di rappresentazione che, naturalmente, sono concorrenti. Queste opposizioni in parte sono formali, e corrispondono all’esistenza di molteplici livelli di cultura. Esse riflettono soprattutto antagonismi che nascono talvolta dalla giustapposizione di etnie separate, ma che sono sempre determinati dalla disposizione dei rapporti di potere. Un certo numero di tratti comuni avvicinano queste ideologie, dal momento che le relazioni vissute di cui offrono l’immagine sono le stesse, e si costruiscono in seno allo stesso insieme culturale e si esprimono negli stessi linguaggi. Tuttavia di solito le une si presentano come le immagini rovesciate delle altre, a cui si contrappongono" (p. 120). Totalizzanti, deformanti, concorrenti, le ideologie hanno anche una funzione stabilizzatrice del sistema. Quest’inclinazione alla stabilità "deriva dal fatto che le rappresentazioni ideologiche partecipano alla pesantezza insita in tutti i sistemi di valori, la cui ossatura è fatta di tradizioni. La rigidità dei diversi organi di educazione, la permanenza formale degli strumenti linguistici, la potenza dei miti, l’istintiva reticenza nei confronti dell’innovazione che si radica nel più profondo dei meccanismi della vita ostacolano la possibilità che esse si modifichino sensibilmente nel corso del processo che le trasmette ad ogni nuova generazione. La paura del futuro fa sì che le ideologie si appoggino naturalmente alle forze di conservazione, di cui ci si accorge che sono predominanti nella maggior parte degli ambienti culturali che si giustappongono e si compenetrano in seno al corpo sociale... Più solidamente e più comunemente, il conservatorismo si appoggia sulla stessa gerarchia sociale... Si può pensare che la resistenza al cambiamento non è mai ancorata più saldamente che tra i membri di ogni tipo di clero, attaccati più di chiunque altro alla salvaguardia dei concetti, delle credenze e delle regole morali che costituiscono l’unico sostegno della potenza di cui essi godono e dei privilegi che sono loro riconosciuti" (p.121). Le ideologie, infine, hanno un’efficacia pratica. Infatti "nelle culture di cui si può scrivere la storia, tutti i sistemi ideologici si fondano su di una visione di questa storia, basando su una memoria dei tempi trascorsi, oggettiva o mitica, il progetto di un avvenire che dovrebbe vedere l’avvento di una società più perfetta" (p.122). In questo senso contribuiscono ad animare il movimento della storia. Ma nel corso di questo movimento esse stesse si trasformano per adattarsi ai cambiamenti sociali e politici che intervengono e subendo l’influenza delle altre culture.

Tenendo conto del loro carattere necessario, pervasivo e, per molti aspetti inconscio, è difficile minimizzare il peso delle ideologie sociali in rapporto alla psicologia individuale e interpersonale. Un rinnovamento radicale delle scienze psicologiche, a mio avviso, non potrà avvenire che a partire da una riflessione sui rapporti tra soggettività e storia sociale. La psicopatologia struttural-dialettica che li indaga, alla luce della teoria dei bisogni intrinseci, anticipa e promuove tale rinnovamento.


4) Il campo psicopatologico. Genesi dei conflitti strutturali

La strutturazione di un io che ha raggiunto un grado minimale d’integrazione rappresenta uno spartiacque psicopatologico, al di qua del quale si danno drammatiche sindromi malformative, non strutturate - le psicosi autistiche e le psicosi simbiotiche - la cui antitesi sembra confermare l'esistenza di un corredo binario di bisogni e alludere alla possibilità che esso si dissoci precocemente, al punto che uno dei due bisogni, anziché dispiegarsi, s’inattiva funzionalmente. Poiché il dispiegamento dei bisogni si realizza in virtù dell'istituirsi di circuiti subcortico-corticali specifici, non si può escludere che all’inattivazione funzionale corrisponda un difetto strutturale.

Senza addentrarci nel discorso sulla genesi, ancora incerta, delle sindromi malformative, è importante rilevare che epistemologicamente le psicosi infantili non possono essere assunte come modelli per i fenomeni psicopatologici che si realizzano dopo la nascita del sé, e tanto meno per quelli che si manifestano in età adolescenziale e giovanile.

Le analogie che si danno in ambito psicopatologico - riconducibili ad una tendenza a rifuggire le relazioni e/o a mantenerle ad libitum sul registro della dipendenza - pongono in luce il fatto che, ove si dà disagio psichico, è sempre in gioco il grado di dispiegamento, di integrazione e di scissione tra bisogni. Ma tale analogia, meramente fenomenica, non ha alcun significato esplicativo.

La chiusura autistica infantile e il ritiro dalla situazione di un giovane psicotico, l'angoscia di separazione del bambino simbiotico e quella vissuta da chi soffre di attacchi di panico appaiono fenomenicamente omologabili, ma corrispondono, di fatto, a dinamiche diverse: malformative e non strutturate nel primo caso, regressive e strutturali nel secondo.

Di certo, la regressione, che è un aspetto specifico e costante di ogni esperienza psicopatologica che si manifesta a partire dall'adolescenza, induce facilmente nell'equivoco della fissazione, in cui è caduto Freud, la cui conseguenza è una spiegazione pedomorfica della psicopatologia.

Vedremo ulteriormente come quest’aspetto possa essere, più proficuamente, spiegato in termini strutturali.

E' o dovrebbe essere ovvio, però, che l'incapacità di progredire nello sviluppo, nonostante la spinta assicurata dai programmi genetici, è tutt'altra cosa rispetto alla tendenza a regredire dopo un tragitto evolutivo apparentemente normale.

Tra psicopatologia malformativa, che si manifesta precocemente, e psicopatologia strutturale, che si manifesta a partire dall'adolescenza, si dà la psicopatologia della prima e della seconda infanzia, che sembra definire un continuum. Si tratta però di un inganno fenomenico.

Un certo grado di strutturazione dell'io segna uno spartiacque tra psicopatologia malformativa e psicopatologia interattiva e sistemica, propria della prima e della seconda infanzia. Fino all’epoca prebuberale, la personalità è caratterizzata da una strutturazione precaria e fluttuante, da un’elevata dipendenza e permeabilità all'ambiente sociale; da un'attrezzatura cognitiva e culturale difettosa di capacità astratte, e quindi immune dal rischio dell'ideologizzazione. Ciò non significa, ovviamente, che l'interazione interpersonale esaurisca la realtà dell'esperienza. La strutturazione progressiva della personalità, a livello conscio e inconscio, comporta numerose possibilità che l’interazione produca dei conflitti che possono dar luogo a manifestazioni sintomatiche e comportamentali non spiegabili in termini interattivi.

Cionondimeno, l'influenzabilità del soggetto, pur riducendosi progressivamente, rimane elevata, al punto che è assolutamente vero, fino all'avvento dell'adolescenza, che un cambiamento comunicativo all'interno del sistema, soprattutto da parte degli adulti, può produrre effetti evolutivi affatto sorprendenti. Tanto più se tale cambiamento, anziché limitarsi all'adozione di strategie prescritte, investe anche i codici culturali, più o meno consapevoli, che gli adulti adottano.

L’avvio dell’adolescenza segna un nuovo spartiacque psicopatologico.

Il dispiegamento turbolento del bisogno di opposizione/individuazione determina la nascita di un io consapevole di essere dotato di un mondo interno differenziato e autonomo rispetto all'ambiente e attrezzato, sia emotivamente sia cognitivamente, a tutelare questo mondo interno dalle influenze ambientali: in pratica, a rivendicare, più o meno consapevolmente, il diritto di agire in nome della volontà propria, avvertita come espressione immediata dell'identità personale. Si tratta, almeno in parte, di un'illusione dovuta al fatto che l'uso delle operazioni logico-formali, dando luogo ad un'ideologizzazione dell'esperienza personale, fa sentire l'adolescente padrone di una sua visione del mondo, di un suo sistema di valori culturali e comportamentali. E’ un'illusione che coincide, però, con un dato di fatto, inerente il rapporto tra soggetto e ambiente, di grande significato, e che finora è stato poco valorizzato.

La strutturazione ideologica della personalità, configurando una visione del mondo più o meno articolata, ma sempre generalizzata, trascendente l'ambito dell'esperienza privata, conclude l'epoca evolutiva determinando un passaggio critico da un’influenzabilità, che si è nel corso degli anni progressivamente ridotta, ad un’ininfluenzabilità pressoché totale rispetto al mondo degli adulti.

Da questo momento in poi, è il mondo interno a dettare le sue leggi, in rapporto alla sua struttura e alla sua sovrastruttura ideologica, e un cambiamento può avvenire solo per effetto di una ristrutturazione, e cioè passando attraverso la giurisdizione dell'io, il quale solo ha accesso al suo mondo interno.

Posto che l'evoluzione della personalità sia proceduta su di un registro di apparente normalità, è da quest’epoca in poi che eventuali manifestazioni psicopatologiche assumono un carattere strutturale e richiedono una spiegazione complessa, che trascende il livello delle interazioni e pone in gioco la struttura del mondo interno.

Di certo, come afferma Piaget non si dà struttura senza genesi. Di ordine generale, questa verità concerne senza dubbio le strutture psicopatologiche.

La dinamica evolutiva, fondata su programmi affettivo-cognitivi che si dispiegano, riconosce, come si è visto, varie fasi caratterizzate da catastrofi strutturali evolutive: le une, corrispondenti all'attivazione del bisogno di appartenenza/integrazione sociale, aprono la personalità all'interazione con l'ambiente sociale sul registro dell'armonia relazionale, della partecipazione e dello scambio - affettivo e culturale -; le altre, corrispondenti all'attivazione del bisogno di opposizione/individuazione, definiscono la personalità in rapporto all'ambiente, consentendo ad essa di sperimentarsi sul registro della volontà propria, che implica una relazionalità potenzialmente conflittuale.

Come e perché tali catastrofi, anziché promuovere l’evoluzione, possano dar luogo ad un conflitto strutturale, è un problema a cui non si può fornire una risposta univoca. Le interazioni tra l’ambiente e la soggettività sono indefinite.

Senza escludere la possibilità che si diano (come, di fatto, si danno) ambienti di allevamento e di riproduzione sociale inadeguati in senso assoluto, incapaci di rispondere, emotivamente e cognitivamente, ai bisogni di bambini dotati di un corredo medio, è indubbio, tenendo conto dei dati clinici, che il più ricco tributo alla psicopatologia strutturale e fornito da individui il cui corredo è fuori della media, o per la spiccata prevalenza di uno dei due bisogni o per la particolare ricchezza quantitativa di entrambi. In tali casi, gli ambienti di riproduzione sociale - la famiglia, la scuola, la chiesa, ecc. - risultano inadeguati relativamente: positivi ed adattivi per un bambino medio, essi possono risultare disadattivi per un bambino il cui corredo genetico non appartiene alla media. Il problema della predisposizione può, dunque, essere affrontato prescindendo dal rozzo rilievo per cui se, dati gli stessi ambienti, alcuni individui si normalizzano e altri manifestano fenomeni psicopatologici, i fattori ambientali andrebbero considerati come secondari. C'è da considerare piuttosto che la distribuzione del patrimonio culturale - del quale vanno considerate, oltre che le risorse culturali propriamente dette, anche le risorse economiche e affettive - è estremamente disomogenea a livello locale, laddove si dà l'interazione tra individuo e ambiente. Tale disomogeneità aumenta, ovviamente, i rischi di un’inadeguatezza ambientale relativa.

L’ipotesi di un’inadeguatezza ambientale relativa ad un determinato corredo genetico è confortata da numerosi dati clinici, il più importante dei quali è di ordine anamnestico.

Nella ricostruzione delle storie esitate in un'esperienza psicopatologica, è pressoché sempre possibile - tenendo conto dei ricordi soggettivi e delle testimonianze familiari - reperire tre diverse carriere evolutive: le une, riconducibili ai "bambini d’oro", caratterizzate dall'acquisizione precoce di moduli comportamentali maturi, equilibrati, pienamente rispondenti, in termini di docilità, di cooperazione e di rendimento scolastico alle aspettative familiari ed istituzionali; le altre, riconducibili ai "bambini difficili", caratterizzate da comportamenti precocemente disordinati, tendenzialmente opposizionistici e negativisti, poco o punto sensibili alle correzioni e alle punizioni. Una terza carriera evolutiva è caratterizzata dall’alternarsi, secondo le modalità più varie, di fasi di assoluta docilità e di sfide rivolte all'ambiente o dal succedersi ad una fase protratta dell’altra che si stabilizza. In breve, alcuni bambini d’oro, ad una certa età, cambiano carattere e diventano difficili, mentre, viceversa, alcuni bambini difficili si irreggimentano in una gabbia comportamentale ipernormativa.

Tali carriere attestano configurazioni interattive tra corredo genetico e ambiente sociale che, a posteriori, risultano sempre fortemente indiziarie di una scissione dei bisogni. Stabilire il peso, nel determinarsi di questa scissione, dei fattori genetici e di quelli ambientali è oltremodo difficile. Le carriere cui si è fatto riferimento attestano però, quasi sempre, una particolare ricchezza del corredo dei bisogni intrinseci e, con singolare frequenza, un’iperdotazione emozionale e/o intellettiva. Ipotizzare, come avviene costantemente in ambito neopsichiatrico, un difetto costituzionale di base all’origine delle esperienze psicopatologiche è un fraintendimento che dipende dal valutare la fenomenologia clinica senza tenere conto della soggettività che la vive e della sua storia interiore.

Il definirsi di una matrice conflittuale in una qualunque fase evolutiva non determina di necessità, né immediatamente né in prospettiva, l'affiorare di manifestazioni psicopatologiche. Benché essa comporti una scissione dei bisogni, il suo carattere dinamico non esclude la possibilità di una soluzione dialettica in un'ulteriore fase evolutiva, in virtù dell'acquisizione di un'attrezzatura emozionale e cognitiva atta a permettere il dispiegamento della quota di bisogni frustrati. In un certo qual modo, tutti i conflitti che si definiscono nel corso dell'evoluzione della personalità sono rimandati alla prova del nove del periodo critico che va dall'adolescenza alla prima giovinezza.

L'apertura degli orizzonti cognitivi e culturali, la frequentazione sociale di ambienti nuovi, l'inaugurazione della vita sentimentale, la progettazione di sé nello studio e/o nel lavoro possono indurre catastrofi strutturali evolutive, permettendo alla quota di bisogni frustrati di dispiegarsi.

Il tenace conservatorismo superegoico e un ideale dell’io superegoico per un verso, l’io antitetico e un eventuale ideale dell’io antitetico per un altro possono, con la loro opposizione, non solo impedire tale dispiegamento, bensì determinare una tendenza del conflitto all’autoalimentazione. Pur rimanendo dinamico, il conflitto, in tale caso, assume una configurazione catastrofica, caratterizzata da un’instabilità strutturale aperta al rischio di una più o meno repentina destrutturazione.

Anche questa situazione critica, che precede costantemente il manifestarsi di fenomeni psicopatologici, può, per particolari circostanze soggettive e ambientali, dar luogo ad un salto evolutivo. Più comunemente, però, essa dà luogo ad una catastrofe psicopatologica, e cioè all'affiorare del conflitto sotto forma di vissuti, di sintomi e di comportamenti.

E' importante, a questo punto, chiedersi quali elementi di novità comporti l'approccio struttural-dialettico al pensiero psicopatologico.

Tali elementi mi sembrano riconducibili a tre nuclei concettuali: l'invarianza strutturale della matrice conflittuale psicopatologica; la fenomenologia, soggettiva e comportamentale, dei bisogni frustrati; il piano metapersonale su cui si generano i conflitti.

Per quanto riguarda il primo aspetto, c’è da ribadire che, laddove si dà una fenomenologia psicopatologica, l’analisi è sempre in grado di ricondurla ad un conflitto tra super-io e io antitetico. Le diverse espressioni della fenomenologia dipendono dall’intensità del conflitto, dai valori culturali che strutturano le due funzioni a livello inconscio, dalla connivenza dell’io, mediata di solito da un ideale dell’io, con una di esse, dagli strumenti culturali di cui l’io dispone per fare fronte al conflitto, dalle interazioni con l’ambiente, ecc.

Il secondo aspetto è dato dal fatto che la quota di bisogni frustrati, in virtù del carattere programmato dei bisogni stessi che tende verso un dispiegamento, va incontro ad una singolare trasformazione che, sinora, è stata male interpretata. Impedito nel suo dispiegamento emozionale, cognitivo e comportamentale infatti, il bisogno ridonda, vale a dire s’intensifica progressivamente. In ciò si può riconoscere un meccanismo difensivo psicobiologico. Nella misura in cui infatti la frustrazione del bisogno determina una struttura di personalità instabile, la ridondanza serve a inviare alla coscienza messaggi che mirano ad indurla a adottare strategie atte a risolvere il problema. Purtroppo però i messaggi ridondanti, proprio in virtù della loro intensità, possono conseguire facilmente l’effetto opposto di indurre la coscienza a sentirsi minacciata da essi.

L'aver assunto il livello fenomenico, onirico, soggettivo, e, talora, comportamentale come immediatamente espressivo della natura umana rappresenta l'equivoco in cui è caduto Freud e che ha segnato la storia del pensiero psicoanalitico. Alla luce della teoria dei bisogni, quel livello rappresenta l'espressione della ridondanza (per cui, per esempio, l'assetato nel deserto allucina cascate d'acqua, e cioè oggetti che eccedono di gran lunga il suo reale bisogno) significata a partire da sistemi di valori che la negativizzano o agita in opposizione a tali sistemi.

In altri termini, la fenomenologia pulsionale occulta e rivela nel frattempo il capitale dei bisogni frustrati il cui dispiegamento dialettico può assicurare il superamento del conflitto psicopatologico. L'individuazione del positivo nel negativo, nonché dei modi in cui il negativo può positivizzarsi, rappresenta l'aspetto epistemologicamente più rilevante della psicopatologia strutturale e dialettica.

C'è, infine, da considerare il terzo aspetto. La genesi interattiva delle strutture psicopatologiche non significa che esse siano riconducibili immediatamente al piano dei rapporti interpersonali. Questi, nelle fasi evolutive, servono a promuovere la socializzazione, vale a dire l'acquisizione da parte dell'infante di sistemi di valori e comportamenti atti ad integrarlo nel sistema sociale. Essi hanno dunque una doppia connotazione, affettiva e culturale. Si può ritenere utile lo stratagemma inventato dalla natura di utilizzare i legami affettivi per indurre la replicazione culturale. Tale stratagemma non è, però, privo di pericoli. La realtà delle persone adulte è caratterizzata dall’essere individui singoli, differenziati, dotati di un'identità propria, unica e irripetibile, e nel frattempo dall’essere veicoli di tradizioni culturali di cui essi solo in minima parte sono consapevoli.

La condizione del bambino in rapporto a questa realtà adulta è del tutto particolare. Aperto alle influenze ambientali del bisogno di appartenenza/integrazione, egli s’identifica con gli adulti ai quali attribuisce prestigio, consapevolezza assoluta di ciò che essi fanno e intenzionalità cosciente. La funzione superegoica si costruisce su tale identificazione promuovendo la replicazione dei valori culturali trasmessi e vincolando il soggetto ad un obbligo di fedeltà. Tali valori possono però risultare, oltre che contraddittori, poco compatibili con la vocazione ad essere individuale. L’entrata in azione del bisogno di opposizione/individuazione determina inevitabilmente un conflitto che, se non viene agito, viene comunque vissuto sul piano interpersonale. Di fatto esso è sempre e comunque un conflitto culturale.

L'ossessione psicoanalitica e relazionale di decifrare il conflitto psicopatologico sul piano dei rapporti interpersonali - per un verso, tenendo conto dei fantasmi soggettivi che sottendono tali rapporti; per un altro, analizzando, sul piano comunicativo, i bisogni omeostatici del sistema familiare che configurano quei rapporti in termini di potere – non fa altro che dare corpo all’equivoco in cui cade il paziente.

Dal punto di vista strutturale e dialettico, la matrice del conflitto, che si definisce entro spazi interpersonali, concerne, sempre e comunque, l'obbligo di fedeltà per un verso e il rifiuto viscerale di conformare la propria esistenza, in nome di quell'obbligo, a valori culturali vissuti come alienati, contraddittori o incompatibili con la vocazione ad essere individuale. L'intensità del conflitto è direttamente proporzionale al grado della scissione tra i bisogni e le funzioni che su di essi si strutturano. La scissione implica il venire meno dell'interdipendenza tra tali funzioni, ciascuna delle quali, quindi, persegue ciecamente i propri obiettivi, senza che l'io cosciente possa svolgere la sua funzione di mediazione e di integrazione. Gli effetti del conflitto sono una conseguenza di questo difetto di comunicazione interno alla personalità, poco o punto rimediato dalla connivenza, conscia e inconscia dell'io, con uno dei due sistemi di significati. Dato che il sistema superegoico è sempre e comunque tributario di un ordine culturale che, anziché interagire, scinde il corredo dei bisogni, la psicopatologia, come si è affermato ne La Politica del super-io, ha come suo orizzonte epistemologico l'alienazione sociale, e la conseguenza dell'alienazione negli spazi microsociali, ove essa si rifrange nella trama delle esperienze soggettive.

Rimane da affrontare il problema delle esperienze psicopatologiche che si manifestano in età adulta, spesso dopo molti anni dalla fine della fase evolutiva contrassegnati da un buon adattamento alla realtà.

Si danno due diverse situazioni. La prima fa capo alla possibilità che una matrice strutturale conflittuale, tenuta sotto controllo da un'organizzazione di vita ad hoc, o sul registro del cieco rispetto dei valori superegoici o su quello del progressivo rilancio di un ideale dell'io antitetico, si destabilizzi o per saturazione soggettiva o per circostanze oggettive che rendono necessario un cambiamento di quell’organizzazione.

Si dà anche, però, la possibilità che, in assenza di matrici conflittuali strutturali, siano le circostanze oggettive a determinare un sovraccarico funzionale, una situazione di stress che fa affiorare sintomi psicopatologici. Da questo punto di vista assumono una particolare importanza le situazioni interattive, soprattutto familiari ma anche lavorative e sociali, esplorate dalla teoria comunicativa dei sistemi. Le interazioni patologiche, quando non si dà alcuna possibilità di sottrarsi ad esse o di oggettivarle e cogliere i presupposti impliciti a partire dai quali si realizzano, possono indubbiamente generare conflitti tra bisogni.

Un criterio differenziale importante tra queste due possibilità è il grado di strutturazione dei sintomi. Il sovraccarico funzionale può, come noto, determinare sintomi reattivi di tipo neurastenico, ansioso (più o meno somatizzato), depressivo (più o meno mascherato). Un'angoscia catastrofica e una depressione con gravi autoaccuse pongono in luce una matrice conflittuale rimasta a lungo latente. Le sindromi ossessive, gli episodi distimici, i deliri - più o meno strutturati - non comportano dubbio alcuno (posto, ovviamente, che si escludano patologie organiche).


5) La legge di riparazione strutturale

Una matrice conflittuale potenzialmente psicopatologica si origina, dunque, in una qualunque fase evolutiva, allorché una quota del bisogno di opposizione/individuazione, attivata dalla programmazione genetica e destinata a diminuire la dipendenza relazionale, accrescendo i livelli d’integrazione autonoma dell’io, viene significata negativamente, e cioè in termini tali che il suo dispiegamento, cognitivo e comportamentale, risulta incompatibile con l’equilibrio sistemico e con i valori superegoici. La significazione negativa può dare luogo ad una più o meno completa rimozione del bisogno di opposizione dalla coscienza e dal piano comportamentale. Essa però si realizza anche nei casi, piuttosto rari, nei quali l’evoluzione della personalità è caratterizzata da un opposizionismo precoce che si mantiene nel corso del tempo.

Entrambe le carriere evolutive, comportando un difetto nell’integrazione delle substrutture dell’io e livelli di colpevolizzazione elevati, possono esitare, dopo un periodo di latenza vario, in una catastrofe psicopatologica. Questa sopravviene allorché il conflitto tra funzione superegoica e io antitetico non è più contenibile su di un registro di equilibrio definito dalla prevalenza di uno dei due sistemi di valore, ed è caratterizzata dalla comparsa di sintomi, di vissuti e di comportamenti che mirano a realizzare, su di un piano di realtà, soggettivo o comportamentale, un nuovo equilibrio strutturale.

La fenomenologia clinica, che, sul piano soggettivo e sociale, sembra attestare uno squilibrio, una soluzione di continuità rispetto all'esperienza precedente del soggetto, è ingannevole. I sintomi, i vissuti e i comportamenti psicopatologici, infatti, non rappresentano altro che una diversa configurazione del conflitto strutturale, resa necessaria dalla sua intensificazione quando questa raggiunge un punto critico. Questa nuova configurazione, poi, quali che siano le sue manifestazioni fenomeniche, rappresenta, di fatto, una nuova situazione di equilibrio in rapporto al conflitto stesso.

Piuttosto che alla metafora archeologica adottata da Freud, funzionale a confermare l’ipotesi della regressione, per interpretare strutturalmente la catastrofe psicopatologica occorre ricondursi ad una metafora geologica. L’intensificazione critica del conflitto determina, nelle viscere della mente ciò che accade nelle viscere della terra allorché l'instabilità strutturale delle faglie, raggiunto un limite critico, determina un movimento sismico che produce disastri a livello di superficie, ma che, in sé e per sé, gravita verso un nuovo equilibrio geologico.

Le catastrofi psicopatologiche sono di due generi. Le prime, più frequenti, in conseguenza dell’attivarsi di dinamiche superegoiche che inibiscono i comportamenti, immettendo nel campo di coscienza minacce di ogni genere e riabilitando controlli sociali interiorizzati, determinano una riduzione più o meno netta della libertà personale. Le seconde, più rare, in conseguenza dell’attivarsi di dinamiche antitetiche, determinano comportamenti oppositivi, aggressivi e trasgressivi. Essendo sottese da sensi di colpa che s’intensificano progressivamente, anche queste ultime catastrofi tendono a lungo andare a refluire nelle prime.

Ciò significa che, per quanto, nei decorsi delle esperienze psicopatologiche, possano darsi vicissitudini comportamentali d’ogni genere, in ultima analisi l'equilibrio verso cui tendono le esperienze psicopatologiche sembra privilegiare la logica sistemica, rappresentata a livello superegoico, e ridurre o invalidare in misura complementare la libertà individuale. Il primato mentale del sociale interiorizzato, vale a dire della funzione superegoica sull'individuo, è in assoluto l'aspetto più costante, significativo e inquietante che si può ricavare dalla psicopatologia, massimamente evidente nelle esperienze psicotiche.

Se si assumono degli indici oggettivi atti a misurare la riduzione della libertà indotta dai sintomi, ci si trova costantemente di fronte ad un dato sorprendente: l'esperienza psicopatologica confina, di fatto, il soggetto entro un modo d’essere che, almeno per alcuni aspetti, riproduce, nel presente, una configurazione comportamentale raggiunta nel passato. Per la sua costanza, tale dato permette di definire una legge dinamica che si può definire legge di riparazione strutturale.

Essa si può enunciare come segue:

"la regressione comportamentale indotta dalla fenomenologia psicopatologica, dinamicamente riconducibile all'attività della funzione superegoica, che mira ad invalidare il dispiegamento del bisogno d’individuazione, significato come incompatibile con l’equilibrio sistemico, restaura, almeno per alcuni aspetti, il modo di essere del soggetto preesistente la genesi remota del conflitto".

Posto che la genesi del conflitto a livello di storia interiore precede di alcuni anni la sua rivelazione fenomenica, non sembra immediatamente sorprendente il fatto che la catastrofe psicopatologica induca una regressione comportamentale.

La legge di riparazione strutturale pone di fronte ad un aspetto della soggettività di particolare interesse. Per spiegarla, infatti, occorre ammettere che le vicissitudini dell’esperienza soggettiva siano memorizzate a partire da due logiche valutative: la prima, sistemica, tiene conto solo dell’armonia relazionale, dell’integrazione dell’individuo nel gruppo e del suo rispetto dei valori culturali propri di esso; la seconda, opposizionale, privilegia esclusivamente il grado di libertà dell’individuo in rapporto al gruppo e il benessere soggettivo che egli ricava dalla differenziazione della sua personalità. Laddove si dà un conflitto strutturale, che scinde i bisogni intrinseci, le due valutazioni risultano antitetiche. La prima, infatti, fa riferimento ad una mitica età dell’oro che l’avvento del bisogno di opposizione/individuazione ha dissolto, avviando una stagione di conflittualità e di decadenza. La seconda, viceversa, rievoca fobicamente un passato caratterizzato dalla soggezione, dall’ipnosi e dall’indifferenziazione che l’avvento del bisogno di opposizione ha risolto inaugurando una stagione di libertà individuale.

La legge di riparazione strutturale attesta che, superato un limite critico, il conflitto psicopatologico dà luogo ad una riorganizzazione del comportamento incentrata sulla logica e sulla valutazione sistemica.

Tale legge ha un'importanza epistemologica estrema. Essa rinvia, infatti, al periodo evolutivo in cui si è organizzata la matrice conflittuale ed è un'espressione immediata e oggettivabile dell'attività superegoica, del potere che i sistemi di valori propri del gruppo di appartenenza, per quanto alienati e poco o punto compatibili con il bisogno di individuazione, ricavano dal loro integrarsi in una forma affettivo-cognitiva innata che privilegia l'armonia e l'economia del sistema sociale - considerato in un qualunque grado di organizzazione micro e macrosistemico - sulla libertà degli individui che ad esso appartengono.

Si tratta di un'ipotesi che, se fosse convalidata, varrebbe da sola a promuovere un rinnovamento del pensiero psicopatologico, il quale potrebbe, finalmente, vantare un criterio di oggettività scientifica.

Per rendere comprensibile tale ipotesi - che, in rapporto alla mia esperienza, ha il carattere di una legge - occorre, però, esporla in termini analitici.

E’ necessario, anzitutto, chiedersi se si diano e quali siano gli indici comportamentali che consentono di oggettivare la regressione e di dare ad essa un significato cronologico preciso, inerente la storia interiore del soggetto.

L'indice più ovvio è il grado di dipendenza da una relazione interpersonale o dallo spazio domestico che assume un carattere necessario, protettivo e salvifico in rapporto all’angoscia. Lo spettro della dipendenza psicopatologica, come si vedrà successivamente, è molto ampio. Gli attacchi di panico, che spesso inducono delle regressioni critiche a partire da livelli di autonomia già apparentemente raggiunti, meritano un particolare interesse in virtù del diverso grado di dipendenza che promuovono.

Alcuni soggetti, infatti, sono impossibilitati ad uscire dallo spazio domestico e finiscono con l'aggrapparsi letteralmente ad una figura familiare; altri ancora possono uscire solo se in compagnia; altri, infine, godono, fuori di casa, una limitata autonomia, potendo spostarsi anche da soli ma entro un confine, invisibile ma invalicabile, che varia da poche centinaia di metri ad alcuni chilometri.

Assumendo la capacità di allontanarsi da figure familiari e dall'ambiente domestico come un indice oggettivo dell'evoluzione della personalità dalla dipendenza all'autonomia, si può risalire facilmente dal grado di dipendenza al periodo di sviluppo nel corso del quale esso era naturale. Quest’indizio cronologico è di estrema importanza poiché, attraverso l’analisi, si giunge sempre a ricostruire che tale periodo è immediatamente precedente quello nel corso del quale, anche a livello del tutto inconscio, si è animato il conflitto destinato poi ad assumere una configurazione strutturale. Riesce pertanto chiaro che la regressione ha un significato immediatamente riparativo, obbligando il soggetto a restaurare il legame sociale nella forma memorizzata come non conflittuale.

Un altro indice importante è la sensibilità al giudizio altrui, che comporta la subordinazione del comportamento al controllo sociale. Anche quest’indice è facilmente riconducibile allo sviluppo evolutivo se si tiene conto che la condizione di dipendenza infantile dalla conferma degli adulti determina un grado di libertà personale piuttosto modesta. In rapporto a questa condizione, l’entrata in azione del bisogno di opposizione/individuazione può essere significato, a livello inconscio, come una tracotante sfida rivolta contro l’autorità parentale che rappresenta il mondo sociale degli adulti nella sua totalità (e, spesso, Dio). La legge di riparazione strutturale comporta di conseguenza il restaurarsi del controllo sociale sull’individuo nella forma memorizzata come efficace a mantenere la subordinazione del soggetto alla volontà altrui.

In alcune esperienze tale volontà coincide con un onnipresente occhio sociale interiorizzato che controlla i comportamenti del soggetto pronto a far scattare, qualora essi risultino disordinanti e/o trasgressivi, adeguate sanzioni sociali: il disprezzo ridicolizzante, il rimprovero collettivo, l'esclusione, l'internamento manicomiale, la reclusione carceraria.

L'angoscia sociale che incombe perennemente su queste esperienze, e contro la quale il soggetto non può opporre difesa alcuna, determina un comportamento ipernormativo, riparativo, costretto entro codici culturali di significato assoluto, che riconduce il soggetto a vivere in un regime di equilibrio caratterizzato dalla paura della sanzione sociale (in pratica dall'esclusione).

In altre esperienze, la volontà suprema, alla quale il soggetto deve costrittivamente subordinarsi, assume una configurazione magico-religiosa. E', né più né meno, la volontà di un essere supremo, talora consapevolmente identificato con la divinità, talaltra vissuto sul registro magico, che governa l'ordine sociale, e controlla la conformità dei comportamenti soggettivi a tale ordine, facendo incombere sulle trasgressioni sanzioni morali, che vanno da un intollerabile rimorso - riferito di solito alla convinzione di aver danneggiato gli altri, - alla morte - esclusione sociale radicale per indegnità -, e alla dannazione infernale.

A differenza dell'angoscia sociale, l'angoscia morale determina una riparazione strutturale che, nonché ricondurre il soggetto entro un regime comportamentale contrassegnato dal vivere in conformità rispetto ad un sistema di valori culturali oppositivamente attaccato e rifiutato - conformità il cui carattere costrittivo può dar luogo ad un'accettazione passiva dell'ordine sociale -, postula anche un tributo attivo: una qualche pratica rituale masochistica che, dando luogo al pagamento della colpa, scongiura o allontana la punizione che incombe dall'alto.

Nelle esperienze psicotiche il controllo sociale si riabilita allucinatoriamente e subordina direttamente il comportamento del soggetto al mondo intero. Dall’incidenza che tale controllo ha sull’esercizio della libertà personale si può risalire agevolmente al periodo in cui è insorto il conflitto.

La dipendenza relazionale e la sensibilità al giudizio sociale sono indici facilmente oggettivabili che attestano il peso dinamico della legge di riparazione strutturale. Nel campo psicopatologico, però, se ne danno numerosi altri straordinariamente significativi.

Uno di questi si ricava da numerose esperienze femminili caratterizzate da un buon grado di autonomia che, allorché sviluppano un investimento sentimentale, vanno incontro ad una sorta di smottamento in conseguenza del quale la soggettività si chiude in una ruminazione ossessiva del rapporto con l’altro, in un’aspettativa continua di conferme, in una passività accondiscendente funzionale al mantenimento del rapporto stesso. In questi casi è evidente che la legge di riparazione strutturale ripropone al soggetto la subordinazione e la dedizione totale all’uomo come unica possibilità di scongiurare la solitudine affettiva. Quasi sempre tale legge punisce una contestazione interiore nei confronti della tradizione culturale, sottesa da una protesta di parità tra uomo e donna, che risale al rapporto col padre o a una presa di coscienza dell’ordine maschilista.

Una manifestazione del tutto particolare della legge di riparazione strutturale, che finora non è stata valorizzata, concerne le esperienze anoressiche notoriamente accomunate dal desiderio di perdere peso. Tale desiderio riguarda un determinato peso, diverso da soggetto a soggetto, raggiunto il quale si realizza una situazione di relativo benessere, che giustifica l’ossessione soggettiva di mantenerlo. Se si tiene conto del fatto che l’aumento ponderale procede in parallelo rispetto allo sviluppo della personalità, non si stenta a capire che il peso ideale perseguito nel corso delle anoressie rappresenta un peso che deve essere stato fisiologico in una fase della crescita. Nell’analisi delle anoressiche si scopre costantemente che tale fase, psicologicamente armoniosa, ha preceduto un periodo di turbolenza emozionale, spesso coscientemente memorizzato, che ha posto le basi del conflitto strutturale.

La legge di riparazione pone in luce e oggettiva che le fasi evolutive sono significate e memorizzate inconsciamente in nome di una logica sistemica, in conseguenza della quale l'equilibrio viene identificato con una relazione di subordinazione del soggetto al gruppo di appartenenza e ai valori culturali suoi propri, e lo squilibrio, viceversa, con una relazione di opposizione/conflitto/attacco al legame sociale che, indipendentemente dai motivi che la animano e dagli obiettivi cui tende, minaccia l'armonia sistemica e configura, dunque, una situazione di pericolo per il soggetto stesso e per il gruppo cui egli appartiene.

Tale legge comprova l'esistenza di una forma affettivo-cognitiva sistemica che sacralizza il legame sociale e la necessità di rimanere fedeli ad esso nelle forme prescritte dai valori culturali trasmessi dal gruppo di appartenenza. L'integrazione di tali valori nella forma sistemica, che configura la funzione superegoica, realizza configurazioni di equilibrio personale e relazionale che vengono memorizzate e si riattualizzano allorché il bisogno di opposizione/individuazione, negativizzato alla luce di quei valori, giunge a minacciarle per dispiegarsi.

Il grado di regressione nella dipendenza, dovuto all'angoscia di perdita del legame sociale e/o d’esclusione, definito dagli indici comportamentali oggettivabili cui si è fatto cenno, dà a quella riattualizzazione un significato biografico - inerente la biografia interiore del soggetto - che consente di individuare, con una precisione che non soffre eccezioni, il periodo in cui si è originato il conflitto tra i bisogni, e i sistemi di significati che ne hanno impedito il dispiegamento. Che tale conflitto si attivi all'interno di situazioni interattive interpersonali è fuor di dubbio.

La legge di riparazione strutturale attesta, però, che i rapporti interpersonali, come sono necessari per l'evoluzione della personalità, sono non di meno pericolosi in virtù del fatto che la loro qualità affettiva è deputata a favorire l'introiezione di valori culturali e a dare ad essi vigore, indipendentemente dal grado di alienazione che li caratterizza e/o dalla compatibilità con i bisogni individuali, in nome di un debito di fedeltà che è, nel frattempo, affettivo ed ideologico.

La funzione superegoica, che è sempre in gioco nel determinare la riparazione strutturale, appare dunque devoluta a subordinare comunque l'individuo all'economia del sistema cui appartiene e a produrre la replicazione dei valori culturali su cui quell'economia si fonda. E' superfluo aggiungere che si tratta sempre di valori veicolati e incarnati dai membri del gruppo, ma mai prodotti da essi, in quanto attengono la storia sociale.

La legge di riparazione strutturale schiude, dunque, la possibilità di indagare i modi attraverso cui i vincoli affettivi, evocando nel soggetto il vissuto del debito, già di per sé intrinseco alla forma affettiva sistemica, presiedono alla riproduzione sociale e inesorabilmente, in rapporto alle esigenze di normalizzazione del gruppo di appartenenza, alla riproduzione dell'alienazione sociale, e cioè di sistemi di valori culturali che postulano un inutile sacrificio di bisogni umani.

La psicopatologia strutturale é, in tutte le sue diverse manifestazioni, l'espressione del conflitto tra il debito affettivo, le cui modalità di pagamento attengono però un quadro di valori normalizzanti, e le resistenze - più o meno inconsce, più o meno ideologizzate - che il soggetto oppone all'alienazione sociale, ad un dover essere che prescinde dal suo voler essere.

Quel conflitto comporta sempre delle ambivalenze affettive che concernono il gruppo di appartenenza in quanto erogatore, nel frattempo, di cure e di valori in qualche misura alienanti, non compatibili con la vocazione ad essere individuale. Se però si valorizzano gli aspetti affettivi del conflitto, non se ne coglie il significato più intimo che attiene l'ordine della cultura, che è, nello stesso tempo, strumento di socializzazione, di asservimento e di liberazione.

La legge di riparazione strutturale richiede, dunque, la necessità di affrontare il problema della replicazione culturale nei suoi molteplici aspetti: nel suo determinismo replicativo, rappresentato dalla funzione superegoica, e nel grado di libertà soggettiva che essa non può mai azzerare, e che determina vuoi la connivenza - emozionale e cognitiva - dell'io con i valori superegoici, vuoi una protesta viscerale incoercibile nei confronti dell'alienazione sociale, che determina, pressoché sempre, il definirsi - a livello inconscio e/o cosciente - di ideali dell'io antitetici rispetto a quei valori.


6) La replicazione culturale

In virtù degli indici comportamentali che la oggettivano, la legge di riparazione strutturale consente, come si è detto di individuare, nella biografia del soggetto, la fase evolutiva nel corso della quale si è organizzata la matrice conflittuale psicopatologica. Il suo carattere oggettivo, però, non permette che di cogliere il riproporsi, sul registro della regressione, di una formula di equilibrio sistemico (costrittivo, e quindi tale da comportare un disagio soggettivo più o meno rilevante) che, riattualizzandosi, protegge il soggetto dai pericoli legati alla fenomenologia pulsionale assunta dai bisogni frustrati. Ben poco essa dice sulle situazioni interpersonali e sui sistemi di valori che hanno impedito il dispiegamento dei bisogni, e meno ancora sulle vicissitudini cui è andato incontro il conflitto dall'epoca del precipitare della matrice strutturale, e cioè sulle elaborazioni soggettive, più o meno consapevoli, miranti a risolverlo, il cui fallimento è attestato dalla catastrofe psicopatologica.

Se si privilegia il carattere riparativo, strutturale di questa rispetto a quello regressivo, fenomenico, riesce però evidente che gli automatismi propri della logica sistemica impongono al soggetto di confinare i suoi comportamenti entro un limite che, sia esso caratterizzato dalla dipendenza e/o dall'angoscia sociale e/o dall'angoscia morale, oggettiva un sistema di valori culturali cui il soggetto deve subordinarsi.

Che tale sistema di valori, riconducibile sostanzialmente alla sacralità del legame sociale, dell'ordine e dell'armonia sistemica (dal livello microsistemico al livello trascendente), non sia vissuto consapevolmente dal soggetto né, qualora lo sia, condiviso, nulla toglie al fatto che esso funziona nella struttura profonda della personalità.

A rischio di una qualche approssimazione, la psicopatologia induce a pensare che la forma affettivo-cognitiva sistemica, una volta integrati i valori culturali del gruppo di appartenenza, e dunque strutturatasi come super-io, funziona come un computer che esegue ciecamente le istruzioni, prescindendo dalla loro rispondenza ai bisogni evolutivi del soggetto. Andare al di là di questa metafora, che spiega l'automatismo della riparazione strutturale, ma trascura il fatto che la mente umana non è assimilabile in nessuno dei suoi piani di organizzazione, ad un computer, significa chiedersi come la cultura si replica.

La risposta deve trascendere sia un meccanicistico determinismo ambientale, che assume la natura umana come una tabula rasa, sia un indeterminismo autopoietico che la legge di riparazione strutturale rende insostenibile. Alcune indicazioni a riguardo sono state fornite nel capitolo terzo: si tratta ora di svilupparle.

L'unica teoria epistemologicamente rilevante riguardo la replicazione culturale si deve a Dawkins, che ipotizza, parallelamente alla replicazione genetica, una nuova classe di replicatori comparsi con la specie umana: i replicatori culturali, micro-tratti di cultura che passano da una mente all'altra, riproducendosi uguali in ciascuna, e dando origine a combinazioni infinitamente variabili.

Questi microtratti culturali - o memi - si evolverebbero anch'essi per sopravvivenza differenziale, e, come i geni, motiverebbero i loro portatori a comportarsi in modo da accrescere la loro probabilità di sopravvivenza.

Nonostante le conclusioni opinabili cui giunge Dawkins, che attribuisce ai memi lo stesso egoismo selettivo dei geni, tal che "un carattere culturale può essersi evoluto nel modo in cui l'ha fatto semplicemente perché era vantaggioso per se stesso" (p.) (affermazione di cui non si riesce a capire il senso), l'ipotesi è suggestiva, e merita di essere riformulata nella cornice della teoria dei bisogni intrinseci.

Si tratta, anzitutto, di definire in termini più rigorosi i memi.

Si può caratterizzarli come unità di informazioni appartenenti ad. insiemi culturali o ideologie che essi rappresentano. Si tratta, però, di unità di informazioni caratterizzate dal potere di definire le proprietà dell'insieme cui appartengono e quindi di veicolare un numero straordinario di significati. In quanto unità di informazioni, i memi rientrano nell'ambito dei segni. Essi però hanno delle caratteristiche particolari che li differenziano all'interno dell'universo dei segni. Anzitutto hanno un potere informativo enorme, direttamente proporzionale alla ricchezza degli insiemi culturali cui fanno riferimento.

Per esempio, un’occhiata genitoriale implicitamente rimproverante che investe una bambina seduta su di un divano a gambe allargate, si associ o no ad un messaggio verbale, definisce un meme. L'unità di informazione contenuta nel messaggio riguarda solo il giudizio di scorrettezza riferito a quella particolare postura. E’ evidente, però, che, nell'inconscio di chi emette il messaggio, quell'unità appartiene ad un insieme di valori inerenti la natura femminile e la sua vergognosa apertura o ricettività sessuale, che comporta l'opposizione tra compostezza/riservatezza/occultamento/inibizione, assunti come espressione di virtù e scompostezza/disponibilità /esibizione/disinibizione, assunti come espressione di tendenza al vizio. La consapevolezza del trasmettitore riguardo a tale sistema di valori ideologico, e al suo significato storico, è sempre modesta, fino al limite dell'assoluta ignoranza.

La bambina che riceve il messaggio lo decodifica, poi, anzitutto come giudizio rimproverante che può compromettere la relazione armoniosa con il genitore. Il comportamento viene, dunque, significato in termini negativi, come non conforme alle aspettative genitoriali e appartenente all'insieme dei comportamenti la cui realizzazione può determinare tensione, conflitto, dispiacere e punizione. E’ indubbio che quel messaggio, particolarmente se si ripete in rapporto anche ad altri comportamenti, viene significato anche cognitivamente in riferimento all'insieme dei comportamenti che hanno in comune la proprietà di essere scorretti. Tale insieme, ovviamente, risulta complementare a quello dei comportamenti approvati e dunque composti.

E' difficile definire cosa possa significare, per una bambina, indipendentemente dalla reazione comportamentale dei genitori, l'opposizione semantica tra essere composta e essere scomposta.

E’ fuor di dubbio, però, che, in rapporto ad una semplice unità di informazioni, tale opposizione possa essere acquisita sotto forma di sistema di valori culturali, e cioè di proprietà inerenti i comportamenti prossemici in sé e per sé e nei loro effetti relazionali.

Tale acquisizione, dovuta ad un messaggio identificabile con un meme culturale, fonda la possibilità che la bambina, nella sua evoluzione, qualifichi e classifichi l'insieme dei suoi comportamenti prossemici, costruisca cioè un codice di giudizio personale estremamente ricco e diversificato, e che inserisca tale codice in una sua ideologia privata inerente la natura femminile e il comportamento pubblico delle donne. Se, nel corso dell'evoluzione della personalità, non interviene un atteggiamento critico, atto ad oggettivare i valori introiettati, o se tale atteggiamento è significato in termini negativi, di tradimento del debito di fedeltà rispetto al gruppo di appartenenza, quell'ideologia privata; non può che riprodurre, con sfumature individuali, il quadro di mentalità cui apparteneva il meme.

La replicazione culturale avviene, dunque, a partire da rapporti interpersonali di significato affettivo per effetto di memi culturali che, integrati nella forma affettiva sistemica, strutturano l'attività cognitiva del soggetto, orientandola verso la riproduzione di ideologie il cui carattere storico non contrasta con la versione privata che il soggetto si costruisce. Per quanto individuale, infatti, questa versione non è che una variazione sul tema dell’ideologia in questione.

In virtù di considerazioni del genere, che valorizzano l’ipotesi dei memi nella cornice dell’inconscio sociale illuminato dagli storici francesi della scuola delle Annales, è possibile penetrare in profondità il mistero della funzione superegoica, della sua struttura cognitiva, i cui elementi sono imprescindibili dai memi culturali trasmessi dal gruppo d’appartenenza e dalle ideologie cui essi fanno capo, e della sua struttura emozionale che mira ad obbligare il soggetto a conformarvisi.

Benché si costruisca sulla base dei legami affettivi e comunicativi che intercorrono tra educatori e educandi, la funzione superegoica veicola, dunque, valori culturali trasmessi come memi sui quali si esercita l'attività cognitiva soggettiva.

Ciò permette di comprendere come, nelle trame delle esperienze psicopatologiche, possano costantemente essere oggettivati quadri di mentalità o ideologie estremamente complesse, che, per effetto dei memi culturali, passano attraverso le generazioni, rifrangendosi nelle singole personalità. Per questa via, la psicopatologia dialettica consente di esplorare i nessi tra soggettività, microsistemi familiari e storia sociale. Senza perdere di rigore sul piano strettamente tecnico, riferito ai fenomeni psicopatologici, può pretendere che il suo contributo possa risultare valido per tutte le scienze umane e sociali.

I sistemi di significati e di valori superegoici non sono però gli unici presenti e attivi nella personalità. Per quanto la replicazione culturale avvenga costantemente, l'attività soggettiva, in virtù del bisogno di opposizione/individuazione, ne elabora altri, che corrispondono alle esigenze di libertà personale ed autonomia.

Laddove non si dà un conflitto irriducibile tra bisogni, i valori replicati vanno incontro, per effetto del bisogno di individuazione, ad un processo di assimilazione che, adattandoli selettivamente al soggetto, li fa sentire come espressione della volontà propria. Laddove, viceversa, si dà un conflitto irriducibile tra bisogni, l'assimilazione non può avvenire. Il soggetto è richiamato affettivamente a subordinarsi ai valori superegoici in nome del debito di fedeltà al gruppo di appartenenza. Se egli, più o meno consapevolmente, si subordina, i valori superegoici, pur rimanendo espressioni di una volontà esterna, sociale, diventano suoi; diventano, in altri termini, ideali dell'io superegoici, connotati emotivamente (come schemi comportamentali) e/o cognitivamente (come valori riconosciuti ed ideologizzati), che egli intende realizzare ma la cui realizzazione è interferita da un opposizionismo inconscio che contrasta la subordinazione della volontà propria a quella altrui.

Si dà, però, anche un'altra possibilità. Consapevole o meno dei valori interiorizzati a livello superegoico, il soggetto può, sotto la spinta del bisogno di opposizione, elaborare degli ideali dell'io antitetici rispetto ad essi. Ciò può tradursi sia in un insieme di comportamenti trasgressivi sia in un'ideologia cosciente che sembra non serbare alcuna traccia dei valori superegoici. Tali liberazioni apparenti sono, però dinamicamente caratterizzate dal fatto che il soggetto, inconsapevolmente minacciato dai sensi di colpa, deve di continuo, sia sul piano comportamentale che ideologico, rilanciare il gioco dell'antitesi, radicalizzare la sua opposizione, fino al punto di determinare uno squilibrio strutturale che fa scattare gli automatismi riparativi.

Anche se si danno esperienze psicopatologiche caratterizzate da un'apparente totale connivenza, comportamentale ed ideologica, dell'io con i valori superegoici, e viceversa da ideali dell'io radicalmente antitetici (basta pensare per esempio alle psicosi distimiche monopolari), il più spesso la psicopatologia pone di fronte ad esperienze nella cui struttura e nella cui evoluzione valori superegoici e valori antitetici, con le quote corrispondenti di bisogni, di sistemi di significato e di comportamenti, si condensano, si oppongono, si alternano secondo formule combinatorie le più varie, che sono però sempre riconducibili a trasformazioni della matrice strutturale.

Nel capitolo V° de La politica del Super-io ho cercato di rendere conto di questa verità adottando un criterio psicodinamico che ha consentito di individuare cinque strutture psicopatologiche elementari. Tale criterio, significativo sul piano della teoria psicopatologica, lo è di meno sul piano della pratica clinica, laddove ci si confronta con una varietà indefinita di sintomi, vissuti e comportamenti. Si pone dunque la necessità di un inquadramento psicodinamico della fenomenologia clinica che, senza smentire i presupposti del modello struttural-dialettico, risulti più fedele a quella varietà.


7) Fenomenologia e dinamica psicopatologica

L’organizzazione della fenomenologia psicopatologica dipende dal punto di vista dell'osservatore. L'approccio clinico-descrittivo, che è proprio della psichiatria tradizionale e della neopsichiatria, mira a estrapolare, dal contesto dell'esperienza soggettiva, gli elementi patognomonici che consentono di formulare una diagnosi sindromica.

La pratica psicoterapeutica, per l'attenzione minuziosa con cui ricostruisce la vita interiore e relazionale del soggetto e cerca di dare un senso strutturale ai vissuti, ai sintomi e ai comportamenti, ha consentito di accumulare un patrimonio di dati d’un’incredibile ricchezza che pone in luce l'approssimazione e la sterilità degli schemi nosografici. Purtroppo questo patrimonio non è mai stato adeguatamente organizzato e utilizzato per contrapporre alla psicopatologia sindromica una psicopatologia dinamica sistemica. In gran parte, a mio avviso, questa lacuna è dovuta all'abbandono dell'originario punto di vista strutturale freudiano, che ha aperto la via a un'attività interpretativa psicoanalitica in larga misura opinabile se non addirittura arbitraria. Questo arbitrio, poco o punto convalidabile sotto il profilo scientifico, ha prodotto, per opposizione, scuole psicoterapeutiche non analitiche, da quella transazionale a quella cognitivista, che, per eccesso critico, sono giunte a misconoscere le straordinarie intuizioni epistemologiche freudiane. La riproposizione, da parte di queste scuole, del conflitto interattivo tra soggetto e famiglia o del conflitto dinamico tra appartenenza e individuazione è risultata pertanto priva di profondità e di potere esplicativo. Comune a tutte le teorie psicodinamiche è, infine, la difficoltà di riconoscere l'incidenza nell’ambito psicopatologico, oltre a quelli biologici, dei fattori storico-sociali e culturali.

Il punto di vista struttural-dialettico è stata esposto ne La politica del Super-io, ove, partendo dal presupposto di una matrice strutturale conflittuale univoca, caratterizzata dalla scissione e dall'alienazione dei bisogni intrinseci, sono state rapidamente tratteggiate le strutture psicopatologiche elementari. Si tratta ora di riprendere il discorso, di approfondirlo e di estenderlo al fine di pervenire ad un inquadramento della fenomenologia psicopatologica che sia aperto alla varietà della realtà clinica e, al tempo stesso, sufficientemente organizzato sotto il profilo dinamico e strutturale.

L'adozione del termine struttura in ambito psicopatologico pone non pochi problemi. Non entrerò nel merito del dibattito, che ha occupato il campo dell'epistemologia degli anni '70, sul concetto di struttura. Mi limito a segnalare che esso verteva su due punti essenziali: il carattere ontologico o metodologico della struttura, e l'estensione più o meno ampia dell'epistemologia strutturalista ai vari ambiti della realtà. Il dibattito si è concluso con una presa di posizione a favore della metodologia strutturalista e con una notevole limitazione degli ambiti cui essa può essere applicata. Si tratta in breve degli ambiti fenomenici per i quali è possibile ipotizzare un livello inapparente che li genera, laddove si diano degli "enti" in opposizione le cui combinazioni e le cui trasformazioni consentano di spiegare l'apparenza fenomenologica. A questi ambiti di sicuro appartiene la psicopatologia se si assume come sua matrice il conflitto tra i bisogni intrinseci e le funzioni consce e inconsce (il super-io, l'io antitetico) che a partire da essi si strutturano, e si considera la varietà di sintomi, vissuti e comportamenti che esso produce.

Ciò posto, occorre riconoscere che lo strutturalismo, così come si è definito negli anni '70 soprattutto per merito di Claude Levj-Strauss, per la sua forte connotazione logica, appare poco compatibile con un campo quale quello psicopatologico sotteso da dinamiche in qualche misura caotiche in quanto governate da flussi emozionali. La possibilità teorica di uno strutturalismo dinamico, a lungo ritenuta inesistente, ha preso corpo più di recente con la teoria delle catastrofi (cfr. appendice alla parte prima) che, a mio avviso, rappresenta il modello di riferimento ottimale per una psicopatologia strutturale e dinamica.

Adottando questo modello, si pone il problema di dimostrare la sua pertinenza in rapporto alla psicopatologia, vale a dire la possibilità di spiegare la varietà fenomenologica sulla base del conflitto strutturale.

Occorre anzitutto analizzare la struttura del conflitto di base e le sue varianti. Il conflitto di base tra super-io e io antitetico, tra doveri sociali interiorizzati e diritti individuali, in quanto espressivo di una programmazione psicobiologica, ha una forma universale. I suoi contenuti, vale a dire i sistemi di significati e i valori culturali che definiscono doveri sociali e diritti individuali, dipendono, invece, dal contesto socio-culturale e dall'ambiente d’interazione (famiglia, scuola, chiesa, quartiere, ecc.) in cui evolve la personalità. Per quanto l'interazione definisca per ogni soggetto un ambiente unico e irripetibile, è fuor di dubbio che la strutturazione dinamica della personalità, soprattutto a livello inconscio, essendo vincolata alla programmazione genetica dei bisogni intrinseci, è in ultima analisi riconducibile ad una configurazione che comporta un certo grado d’integrazione, di tensione e d’opposizione reciproca tra gli stessi. Integrazione, tensione e opposizione sono le variabili da cui dipende il grado di stabilità/instabilità strutturale proprio d’ogni personalità. Tali variabili dipendono dai sistemi di valore culturali introiettati ed elaborati soggettivamente che definiscono doveri sociali e diritti individuali, e dal grado di compatibilità/incompatibilità tra questi.

Se si considera il fatto che nel nostro contesto culturale sono attivi due diversi sistemi di valori, l'uno comunitaristico d’ascendenza religiosa, l'altro individualistico di matrice liberale, e che, il più spesso, nel corso dell'evoluzione della personalità, ogni soggetto viene a contatto e in qualche misura interiorizza entrambi i sistemi di valore, non ci si sorprende del fatto che, laddove si realizza una scissione dei bisogni, si possono definire due varianti del conflitto di base: l'una caratterizzata da una prevalenza dinamica della funzione superegoica e della logica sistemica che la sottende, l'altra dalla prevalenza di un ideale dell'io antitetico e dalla logica opposizionale che la sottende.

Queste due varianti consentono di organizzare la fenomenologia psicopatologica nello schema riportato nella figura 1, che, per quanto approssimato, appare fortemente suggestivo.

Le due traverse rappresentano la ripartizione del campo psicopatologico in rapporto alle due configurazioni dinamiche di base. Le tre colonne corrispondono a sistemi di valori in opposizione che fanno capo gli uni alla logica sistemica, gli altri alla logica opposizionale. Non è insignificante considerare il fatto che la qualificazione positiva o negativa di tali valori discende dall'ideologia cui essi fanno riferimento. L'affidamento nella dipendenza, la sottomissione obbediente all'autorità, l'altruismo risultano valori positivi all'interno di un'ideologia religiosa o conservatrice, e valori negativi all'interno di un'ideologia laica, liberale, individualista, che privilegia invece l'indipendenza, la rivendicazione di libertà individuale e l'egoismo. Nella pratica sociale e nelle esperienze soggettive, all'interno del nostro contesto culturale, si danno ibridazioni d’ogni genere tra questi sistemi di valore, che si riflettono spesso a livello psicopatologico. Ciò significa che lo schema ha un valore meramente orientativo e che, rispetto alla realtà clinica, esso risulta semplificato. Non ci si sorprenderà pertanto se, per ogni vissuto, sintomo o comportamento, l'analisi fenomenologica e dinamica metterà in luce l'esistenza di varianti.

Correlare la fenomenologia e la dinamica psicopatologica ai sistemi di valori culturali che sottendono la strutturazione della funzione superegoica e degli ideali dell'io antitetici è utile anche perché consente di intravedere i nessi tra soggettività e storia sociale. Alcuni di questi nessi, necessari a dare senso alla fenomenologia psicopatologica, saranno affrontati e discussi sinteticamente nella parte seconda.

Questo tipo d’approccio alla psicopatologia può apparire, d’acchito, troppo culturalista. Occorre tenere però conto di quanto si è detto nel capitolo terzo. Nell’ottica struttural-dialettica, tutta l’esperienza soggettiva, conscia e inconscia, risulta impregnata di valori culturali. L’esempio più clamoroso a riguardo concerne le emozioni negative, la cui intensità dipende dal corredo emozionale, dalle circostanze interattive e dalle interpretazioni che il soggetto ne fornisce, ma la cui percezione e la cui valutazione dipende dai sistemi di valori culturali presenti nell’ambiente e/o interiorizzati. Nella parte seconda, del resto, apparirà chiaro che l’approccio struttural-dialettico non comporta alcun imbarazzo nel confronto con i vissuti soggettivi.

Lo schema classificatorio è orientativo. Più delle ripartizioni, è importante tener conto delle unioni e delle intersezioni che danno immediatamente il senso dell'unità profonda del campo psicopatologico e mostrano la possibilità di cambiamenti strutturali in ogni direzione.

Il conflitto dinamico di base, che rappresenta la chiave interpretativa ed esplicativa di tutte le esperienze di disagio psichico, è l’opposizione irriducibile tra doveri sociali e diritti individuali. Si tratta di una dinamica conflittuale per nulla astratta - anche se essa può essere elaborata coscientemente dal soggetto in termini filosofici ed ideologici - bensì vissuta, connotata emotivamente, incarnata sul registro del rapporto tra volontà propria - identificabile con una spinta motivazionale percepita com’espressiva del proprio essere individuale - e volontà altrui - identificabile con un richiamo cogente ai doveri affettivi, sociali e culturali, e quindi indifferente al consenso motivazionale soggettivo.

Tale conflitto, dinamico in quanto fondato su di una scissione dei bisogni fondamentali che esclude la possibilità di pervenire ad uno stato d’equilibrio evolutivo, si può peraltro organizzare, in rapporto a variabili che attengono l'organizzazione dei significati consci e inconsci soggettivi, in forma stabile o in forma fluttuante, e dar luogo dunque ad esperienze psicopatologiche rigide - caratterizzate da una notevole costanza nel tempo di sintomi, vissuti e comportamenti omogenei - o fluide - caratterizzate dall'alternanza fasica o addirittura contemporanea di sintomi, vissuti e comportamenti eterogenei.

Data una tradizione psicopatologica che ha sempre privilegiato a fini diagnostici il momento clinico, oggettivante, rispetto a quello psicodinamico, più fedele alla realtà vissuta dai soggetti, ci si può giustamente chiedere in quale misura lo schema che abbiamo presentato possa risultare utile sul piano della pratica psichiatrica. Il discorso è complesso e sarà svolto in maniera esauriente in un saggio ulteriore dedicato alla terapia. Esso, però, non può essere ignorato nella cornice di una teoria psicopatologica.

Mi limiterò ad affermare che, dal punto di vista struttural-dialettico, la diagnosi in senso proprio, intesa com’etichettamento di un insieme di sintomi che implica il riferimento ad una malattia, è del tutto insignificante. Il criterio diagnostico, che soddisfa unicamente l'intento della psichiatria di accreditarsi come branca della medicina classificando l'oggetto di sua competenza, va sormontato in nome di una valutazione psicodinamica che consente di capire ciò che, di fatto, avviene nella soggettività del paziente e nel suo rapporto con il mondo. Una valutazione psicodinamica esauriente postula ovviamente una conoscenza approfondita del soggetto, della sua storia interiore e sociale. A livello preliminare essa può essere agevolata dal ricorso a categorie psicodinamiche che trovano immediata rispondenza a livello di sintomi, di vissuti e di comportamenti. Lo schema presentato pone in luce per l'appunto tali categorie, riguardo alle quali sono necessarie alcune puntualizzazioni.

E' importante specificare che nessuna delle categorie in questione corrisponde di per sé ad una sindrome. Ogni esperienza psicopatologica è caratterizzata dall'essere sottesa da un insieme più o meno ampio di esse. La depressione per esempio può avere un significato preventivo, quando essa inibisce l'esplosione della rabbia e svuota la soggettività d’energie, o punitivo, allorché fa pagare al soggetto a caro prezzo le sue presunte colpe, o, infine, riparativo, quando coincide con un regime di vita mortificante, purgatoriale. Essa dunque s’intreccia con altre categorie psicodinamiche: l’ipocondria, il perfezionismo morale, la paura di commettere atti antisociali, il masochismo, ecc.

Una comprensione profonda e un ulteriore arricchimento delle categorie psicodinamiche potrebbe rinnovare profondamente il pensiero psicopatologico dando ad esso, nello stesso tempo, un’estrema aderenza alla realtà clinica per una via però non empirica bensì teorica.


Appendice. Nota sulla "Teoria delle catastrofi "

Il riferimento, frequente nel testo, alla teoria delle catastrofi e l'adozione di concetti e termini propri di questa teoria, meritano una delucidazione.

Il modello psicopatologico struttural-dialettico è stato elaborato a partire dall'esperienza clinica senza alcuna preoccupazione originaria di formalizzazione. Solo in una fase avanzata, le analogie tra quel modello e la teoria delle catastrofi sono risultate evidenti. Le ovvie difficoltà di una valutazione quantitativa dei parametri in gioco nelle esperienze psicopatologiche impongono di considerare, per ora, tali analogie solo come suggestive. Esse, in breve, non consentono alcuna formalizzazione, pur corroborando la possibilità che il modello psicopatologico struttural-dialettico sia formalizzabile.

Ritenendo che la teoria delle catastrofi, non solo nei suoi aspetti matematici estremamente complessi, ma anche come metodologia e linguaggio, non debba necessariamente far parte dell'attrezzatura culturale del lettore, sembra opportuno fornire qualche indicazione a riguardo, al fine di evidenziare l'intima affinità tra tale teoria e la psicopatologia dinamica.

L'oggetto proprio della teoria delle catastrofi sono i sistemi complessi, intendendo con questo termine sistemi di qualsivoglia natura che siano anzitutto definibili in rapporto all'ambiente, che abbiano dunque una forma e risultino pertanto osservabili. La complessità è riconducibile al fatto che tali sistemi sono costituiti da un numero elevato di componenti, che interagiscono tra loro dinamicamente, assumendo, in conseguenza della gerarchia che s’instaura tra essi, configurazioni stabili e/o instabili. L'insieme delle interazioni dà origine ad un sistema dotato di significato, vale a dire di una struttura tale che un osservatore può sostituire una dettagliata descrizione di esse con un'altra, più compressa, che ne coglie alcuni aspetti essenziali.

Per la dinamica ad essi propria, i sistemi complessi, che ovviamente sono aperti all'ambiente, evolvono. La loro evoluzione riconosce, però, a differenza dei sistemi semplici, lineari, nei quali è dimostrato un rapporto causale tra continuità delle cause e continuità degli effetti, due fatti singolari: il primo è l'emergenza di strutture e livelli d’organizzazione qualitativamente diversi della somma delle parti, il secondo è il sopravvenire, imprevedibilmente, di bruschi salti qualitativi, di discontinuità che danno luogo alla riorganizzazione del sistema in una forma diversa rispetto a quella preesistente. La fenomenologia dei sistemi complessi si sottrae di conseguenza ad una spiegazione riduzionistica, necessariamente incentrata sul paradigma della continuità e postula una spiegazione strutturale, la definizione cioè di un numero finito di regole combinatorie concernenti alcune morfologie elementari il cui dispiegamento descrive la varietà fenomenica osservabile nell'evoluzione dei sistemi stessi. La teoria delle catastrofi, che intende fornire tale spiegazione, è, dunque, una teoria morfogenetica. Essa implica che le forme osservabili siano l'espressione di processi morfogenetici invisibili, dinamici e causali.

Tali processi sono riconducibili ad agenti di natura diversa a seconda del sistema, genericamente definibili come attrattori. L'equilibrio tra gli attrattori, che comporta una gerarchia dinamica tra gli stessi, coincide con una situazione di stabilità strutturale: situazione tale per cui piccoli cambiamenti di quell'equilibrio non modificano la forma del sistema. L'intensificarsi del conflitto tra gli attrattori determina invece una condizione d’instabilità strutturale: condizione di equiprobabilità tale per cui piccoli cambiamenti dello stato del sistema possono determinare una catastrofica riorganizzazione dello stesso in forme affatto diverse, contrassegnate da una diversa gerarchizzazione tra gli attrattori in gioco. Per ogni sistema si può definire dunque un ciclo-limite, intendendo con questo una dinamica tra gli attrattori che, fino ad un certo punto, che rappresenta il limite, appare compatibile con una determinata morfologia. Superato tale limite, l'instabilità strutturale produce la riorganizzazione fenomenologica del sistema stesso che avviene però secondo modalità che sono probabilistiche non deterministiche.

La catastrofe definisce un brusco cambiamento qualitativo nell'evoluzione del sistema, una discontinuità. Assumendo gli attrattori come variabili di controllo e la forma o il comportamento del sistema come variabile di stato, la teoria delle catastrofi, nella versione originale di R. Thom, descrive 7 morfologie elementari, in riferimento ad un numero di variabili di controllo da 1 a 4.

E' evidente che questo numero rappresenta il limite epistemologico più rilevante all'applicazione della teoria delle catastrofi nell'ambito delle scienze umane e sociali, laddove la complessità dei sistemi - si tratti di una personalità o di una comunità sociale - è tale da indurre a ritenere che le variabili siano molteplici. Posto, però, che l'obiettivo della scienza sia quello di ricondurre la complessità fenomenologica a matrici strutturali semplici, il gioco combinatorio tra le quali salda lo scarto tra forme osservabili e processi dinamici sottostanti invisibili, c'è da chiedersi se, nei sistemi complessi umani e sociali, non sia individuabile un numero ristretto di variabili morfogenetiche compatibili con la teoria delle catastrofi atte a funzionare come attrattori in rapporto all'insieme molteplici di variabili.

E' a questo punto che si definisce la possibilità di ricondurre il modello psicopatologico struttural-dialettico alla teoria delle catastrofi.

A livello neurobiologico - neuronale e neuroendocrino - e a livello psicodinamico - identificabile con la rete dei significati consci e inconsci che integrano emozionalità e cognizione -, il sistema mentale è indubbiamente caotico. L'ordine, quale che sia, assicurato dalla coscienza, espressa da un certo grado di coerenza nel sentire, nel pensare e nell'agire implica un qualche potere integrativo, strutturante dell'io cosciente, che va considerato dunque come una qualità emergente. A ben vedere, però, questo potere, che dà luogo alle forme dell'esperienza soggettiva, ad una fenomenologia in virtù della quale l'io s’identifica e viene identificato dagli altri, non potrebbe realizzarsi a partire dal caos. Esso, in breve, implica un processo morfogenetico nell'accezione propria della teoria delle catastrofi.

Dal punto di vista struttural-dialettico, tale processo riconosce come agenti dinamici o attrattori i programmi affettivo-cognitivi innati che, dispiegandosi nel corso dell'evoluzione della personalità danno luogo a strutture psicobiologiche che veicolano sistemi di significati o patterns - emozionali, cognitivi e comportamentali - specifici e in tensione dialettica. La tensione dialettica, conflittuale tra tali patterns - che rappresentano dunque gli assi strutturali della personalità - riconosce gradienti diversi, da un minimo ad un massimo, riconducibili alla storia del soggetto e alle circostanze di vita con cui interagisce.

Identificando gli assi strutturali della personalità con il dover essere inerente l'appartenenza e il voler essere inerente la libertà personale, e considerando che ciascuno di questi valori riconosce una rappresentanza conscia e un’inconscia non necessariamente integrate, riesce evidente che ogni personalità può essere identificata con un sistema complesso il cui comportamento - variabile di stato - esprime il potere integrativo dell'io sulle substrutture che lo sottendono che rappresentano le variabili di controllo.

Riesce anche evidente che quel potere dipende dai gradienti conflittuali - attuali e potenziali - intrinseci a tali sistemi. La stabilità strutturale della personalità esprime il fatto che tali gradienti oscillano dinamicamente entro un ciclo-limite compatibile con la forma dell'esperienza soggettiva, che non comporta discontinuità qualitativa. Se il conflitto s’intensifica, si realizza una condizione d’instabilità catastrofica che può evolvere, a seconda delle circostanze soggettive e ambientali, o nella direzione di un cambiamento rilevante del modo di essere e di porsi del soggetto o nella direzione di un cambiamento psicopatologico, che rende discontinua l'esperienza in conseguenza dell'affiorare di sintomi, vissuti e comportamenti che attestano il predominio dinamico di una substruttura - la funzione superegoica o l'io antitetico.

Da questo punto di vista, si sarebbe portati a pensare che un solo modello catastrofico - quello della cuspide, che riconosce due variabili di controllo e una variabile di stato - potrebbe descrivere l'universo psicopatologico. Assumendo la matrice strutturale ossessiva come matrice univoca di tale universo, sono portato a dare credito all'ipotesi di una catastrofe psicopatologica elementare. I processi morfogenetici psicopatologici, però, sono un po' più complessi in rapporto al fatto che le variabili di controllo riconoscono rappresentanze consce e inconsce non necessariamente integrate. In conseguenza di ciò, il numero di tali variabili dovrebbe essere portato a quattro.

Con ciò si rimarrebbe comunque nell'ambito descrittivo della teoria delle catastrofi. E' evidente che tali variabili comportano un insieme indefinito di combinazioni che spiegherebbe, in termini strutturali, la varietà fenomenica delle esperienze psicopatologiche.

Lo schema dispiega su due assi strutturali tale varietà. Ma essa ha delle implicanze cliniche più rilevanti.E' facile estrarre da essa delle configurazioni costanti a livello fenomenologico: configurazioni riconducibili alla prevalenza dinamica di una funzione superegoica punitiva e repressiva, di una funzione superegoica riparativa e preventiva, di un io antitetico opposizionistico e negativista e di un io sfidante e rivendicativo.

Tali configurazioni stabili, in rapporto a piccoli cambiamenti delle variabili di controllo, possono anche fluttuare e virare catastroficamente.

Con ciò si è ancora ben lontani dalla formalizzazione. Si è, però, più vicini alla realtà clinica di qualunque altra impostazione a me nota e - rilievo di grande importanza - la si vede organizzata in maniera compressa, intelligibile e suggestivamente aperta ad ulteriori approfondimenti.


Parte Seconda. Sintomi, vissuti, comportamenti


Paura di morire

La consapevolezza d’essere precari, destinati ad imbattersi, nel corso della vita, in qualche dolore e, infine, di dovere morire, intrinseca a ogni esperienza soggettiva, concorre a mantenere un livello di ansia esistenziale (vale a dire non dovuta a conflitti psichici) che risulta in genere tollerabile poiché rimane al margine del campo di coscienza. Si può ragionevolmente ammettere che tale ansia riconosca uno spettro d’intensità variabile da soggetto a soggetto. L’ipotesi, però, di un continuum quantitativo che, ad un estremo, esita nell’ansia patologica è poco fondata.

La paura psicopatologica di morire implica, infatti, sotto il profilo dinamico, un salto qualitativo in conseguenza del quale l’evento temuto entra prepotentemente nel campo della coscienza trasformandosi in una minaccia immanente e/o imminente, intollerabile e fatale . Assolutamente evidente negli attacchi di panico che insorgono a ciel sereno e modificano repentinamente il vissuto soggettivo, il carattere qualitativo di tale salto può essere ricostruito anche nelle esperienze caratterizzate in precedenza da uno stato di allarme. Impropriamente attribuito al carattere, infatti, tale stato, già di per sé indiziario di una strutturazione conflittuale della personalità, consente al soggetto di vivere "normalmente" finché l’intensificazione critica del conflitto strutturale non introduce nell’orizzonte soggettivo la minaccia di morte

Fenomenologicamente, la paura di morire è evocata spesso da sintomi somatici che inducono il soggetto, per la loro acuzie (precordialgie, palpitazioni, extrasistoli, vertigini, sudorazione fredda, senso di malore, ecc.) a temere di star lì lì per finire, o, per la loro persistenza diagnosticamente impenetrabile (dolori, febbricole, astenia, ecc.), a ritenere di essere affetto da una malattia ad esito fatale, quale il tumore o l'A.I.D.S. L’attacco di panico tanatofobico e lo stato di allarme ipocondriaco sono gli estremi fenomenologici della paura di morire quando essa fa riferimento ad eventi interni all’organismo.

Si danno, però, altre possibilità, accomunate dal riferimento ad agenti esterni quali i cibi, i farmaci, l’inquinamento ambientale, ecc., le cui potenzialità nocive possono essere solo modestamente controllate.

Rari sono i casi in cui la minaccia viene ricondotta direttamente a degli esseri umani e, in particolare, al malocchio o ad una persecuzione.

La paura di morire riconosce anche espressioni latenti. Essa per esempio sottende numerose esperienze caratterizzate da un regime di vita igienista o ascetico. La tendenza ossessiva ad evitare qualunque contatto con sostanze dotate di potere nocivo (alcool, fumo, droghe, ecc.) o qualunque attività fisica energeticamente dispendiosa (sport, sessualità), la tendenza a sottoporsi a frequenti controlli medici e a drammatizzare qualunque segno di decadimento fisico sono indizi poco equivocabili. Di grande significato è anche la rimozione sistematica di ogni pensiero inerente il morire e la fuga da ogni situazione (come per esempio sottoporsi a controlli medici o andare in visita in ospedale) atta ad evocarlo.

L’interpretazione dinamica della paura psicopatologica di morire si fonda sul salto qualitativo che la differenzia dalla "normale" paura, riconducibile al carattere fatale e imminente dell’evento temuto. Ciò che normalmente si pone a livello di vissuto come una possibilità, che la coscienza tende a tenere al margine del suo campo, nella paura psicopatologica di morire si trasforma in un’oscura fatalità che lo ingombra.

L’aspettativa fatale della morte rientra nell’ambito psicopatologico più vasto dell’aspettativa di una catastrofe o, genericamente, del male, che sottende numerose esperienze psicopatologiche: in primis, per l’appunto, quelle caratterizzate dall’ansia - espressione primaria di tale aspettativa -, ma anche le depressioni che comportano nere previsioni, alcune sindromi ossessive incentrate sulla paura dello smascheramento e dell’esclusione sociale, le nevrosi perfezionistiche animate dalla paura di un clamoroso insuccesso, ecc.

Dal punto di vista dinamico, l’aspettativa del male è un’inequivocabile indizio di intensi sensi di colpa inconsci associati ad una logica per cui è inevitabile che il colpevole paghi. Essa dunque anticipa e rappresenta una "giusta", e quindi inesorabile punizione.

Nell’ambito psicopatologico dell’aspettativa del male, la paura psicopatologica di morire è specificata dal carattere radicale della punizione. Per spiegare tale carattere occorre tenere conto di una trama inconscia complessa i cui elementi essenziali sono: le imputazioni, il sistema di valori culturali con cui esse vengono giudicate, il significato della punizione. Le imputazioni inconsce sono facilmente ricavabili dalla "condanna". Si tratta di emozioni negative (rabbia, odio, vendetta) di particolare intensità. Il sistema di valori superegoico alla luce del quale sono giudicate identifica, evidentemente, le emozioni con le azioni e sembra non tenere in alcun conto le circostanze che le attivano. La punizione corrisponde alla legge del taglione.

L’intuizione di Freud secondo la quale il super-io svolge, nella struttura profonda della personalità, la funzione di un giudice che talora può sottoporre il soggetto ad una sorta di processo penale appare pertanto pienamente comprovata. Le sue conclusioni, invece, secondo le quali l’angoscia di morte sarebbe l’indizio di un corredo pulsionale caratterizzato da un’intensa aggressività, arginato e sanzionato da un super-io arcaico, primitivo e infantile, sono opinabili.

La paura psicopatologica di morire, associata o no alla paura di impazzire e di commettere atti antisociali, è il vissuto elettivo e patognomonico degli attacchi di panico. Com’è noto, questi hanno assunto, nelle società occidentali, da quindici anni a questa parte, un carattere epidemico investendo non meno del tre per cento della popolazione. Questa diffusione induce a pensare a cause psicosociali piuttosto che pulsionali.

L’ipotesi è confermata dal fatto che, nei soggetti affetti da attacchi di panico, l’analisi rivela costantemente una quota di emozioni negative, consce e più spesso inconsce, riferite a interazioni private (familiari, affettive, amicali) e sociali (ambienti scolastici, contesti lavorativi, ecc.) vissute nel segno dell’ingiustizia subita.

Talora l’ingiustizia è riconducibile alla struttura sociale. La condizione femminile, sottesa da antiche tradizioni che comportano l’accettazione di un ruolo subordinato all’uomo e animata da una rivendicazione radicale d’indipendenza e di parità, è particolarmente esposta agli attacchi di panico. Essi riguardano: adolescenti in lotta con la famiglia per ottenere una libertà pari ai maschi o per affrancarsi da un’iperprotezione oppressiva; donne infelicemente sposate gravate dal carico dei lavori domestici (associato spesso al lavoro extrafamiliare) e del’accudimento di figli e anziani; donne non sposate costrette a perseguire, anche a costo di una penosa dipendenza, una sistemazione matrimoniale; donne che lavorano, percepiscono, a parità di impegno, un compenso inferiore rispetto agli uomini e spesso vengono molestate dai colleghi. In tutti questi casi, le emozioni negative hanno poco a che vedere con le pulsioni. Esse si ingorgano urtando contro tradizioni di antica data.

Attacchi di panico investono anche persone che lavorano in ambito pubblico o privato. Nel primo ambito, la circostanza più ricorrente riguarda soggetti perfezionisti il cui senso del dovere implacabile produce, nello stesso tempo, un autosfruttamento e uno sfruttamento da parte dei colleghi che, intuita la debolezza, regolarmente ne approfittano. Il confronto tra la loro "schiavitù" e le libertà che si concedono gli altri finisce regolarmente per promuovere fantasie di vendetta e di un cambiamento radicale di comportamento. In ambito privato, il perfezionismo e la soggezione all’autorità comportano un’assenza completa di difese nei confronti di richieste di prestazioni eccessive alle quali non corrisponde mai un adeguato riconoscimento. E inevitabile, in questi casi, che il capo o i capi divengano dei persecutori visceralmente odiati.

A livello giovanile, l’attacco di panico segna spesso l’esordio di un disagio. Esso muove pressoché costantemente da un rapporto conflittuale con le figure genitoriali talora eccessivamente esigenti, talaltra ipercontrollanti, talaltra ancora affettivamente abbandoniche. L’attacco di panico segnala univocamente fantasie di scioglimento o di attacco ai legami che, per effetto dei sensi di colpa, inducono una regressione nella dipendenza.

A livello giovanile occorre tenere conto anche dell’interazione extrafamiliare. Alcuni soggetti, introversivi e iperdotati, la cui carriera di vita spesso è contrassegnata da un comportamento ligio alle aspettative dei genitori e degli insegnanti, e dunque serio e maturo, vengono sistematicamente avversati, presi in giro e emarginati. Questa situazione, che talora inizia alle elementari, produce a lungo andare una rabbia cieca contro tutto e contro tutti: contro gli adulti che hanno imposto un regime di vita disfunzionale e contro i coetanei crudeli e incomprensivi.

Il dato comune a tutte queste esperienze è lo scarto tra l’intensità delle emozioni negative e il comportamento del soggetto, che, quasi sempre, appare inibito. Comprensibile allorché quelle emozioni sono represse o rimosse, tale scarto è sorprendente quando esse sono vissute coscientemente. L’incapacità di affermare i propri diritti nelle relazioni con gli altri, che pone in luce uno scacco del processo d’individuazione, permette di comprendere il carattere ridondante delle emozioni negative, che spesso raggiungono vertici di straordinaria intensità.

Tenendo conto della logica sistemica che sottende il super-io non è difficile comprendere che tali emozioni incorrano in un processo di colpevolizzazione. L’identificazione a livello inconscio di queste emozioni con motivazioni che potrebbero tradursi in comportamenti aggressivi o comunque dannosi per gli altri, sulla quale si fonda la loro significazione come indizi di una natura malvagia e antisociale, spiegata dagli analisti sulla base di una presunta onnipotenza del pensiero, ha in realtà le sue radici nella storia sociale.

Nel nostro contesto culturale, le emozioni negative, infatti, sono andate incontro ad un duplice processo di significazione colpevolizzante. L’incidenza del messaggio cristiano a riguardo è fin troppo nota. Ancora oggi a livello catechistico s’insegna ai bambini che avvertire rabbia o odio nei confronti di qualcuno equivale all’averli agiti. E’ sorprendente in quale misura questo messaggio colpisca profondamente gli esseri più sensibili e persista indefinitamente a livello inconscio. L’altro processo, meno noto, è avvenuto con l’avvento della borghesia che, avendo ammesso l’esistenza nella natura umana di pulsioni animalesche, ha inteso ingabbiarle, almeno formalmente, in virtù di un ipercontrollo sulle emozioni che è stato per lungo tempo il contrassegno specifico del modo di essere borghese.

Il primato dinamico del sociale interiorizzato e la pervasività inconscia dei codici culturali consentono di comprendere un altro aspetto intrinseco alle esperienze caratterizzate dalla paura psicopatologica di morire, estraneo alla coscienza dei soggetti. La morte come punizione postula, infatti, un agente dotato d’intenzionalità e di potere che la realizzi. Questo riferimento superstizioso, implicito nella paura psicopatologica di morire, non è di facile interpretazione. Esso, infatti, sembra evocare vissuti inconsci ancestrali, in conseguenza dei quali per un periodo sterminatamente lungo di tempo l'umanità ha identificato nella morte l'effetto dell'azione di nemici o di spiriti maligni. In realtà tale riferimento attesta che laddove si determina a livello inconscio un'imputazione di pericolosità sociale, la funzione superegoica evoca e oppone ad essa un potere che trascende il soggetto il quale, minacciandolo, ristabilisce il primato di un'autorità suprema - sia essa rappresentata da Dio o dalla società - sull'individuo. La paura psicopatologica di morire si configura, dunque, anzitutto, come un'esclusione, per colpa, dalla partecipazione sociale che si realizza sotto forma di una punizione in virtù di un potere incommensurabile a quello del soggetto.

Per quanto i sensi di colpa possano essere intensi, la minaccia di morte non proviene dall’inconscio, bensì rappresenta l’interpretazione errata che l’io cosciente fornisce di sintomi il cui obiettivo funzionale è la risoluzione del conflitto.

La funzione superegoica non ha alcuna potenzialità mortifera. La sua attivazione punitiva sancisce solo il primato del sociale interiorizzato sull’individuo e, muovendo dal presupposto per cui il soggetto in guerra col mondo è colpevole, in quanto, più o meno consapevolmente intenzionato a sciogliere i legami di appartenenza, essa mira, attraverso una somministrazione di angoscia, a risocializzare l’individuo stesso. Non è di certo per caso che i soggetti affetti dalla paura psicopatologica di morire avvertono il bisogno di un punto di riferimento sociale, familiare o extrafamiliare, e regrediscono, anche a partire da rilevanti livelli di autonomia raggiunti in precedenza, in forme di dipendenza relazionale più o meno intensa. La condanna superegoica mira, dunque, a restaurare il legame sociale.I sintomi di angoscia psichica e psicosomatica, funzionali a tale fine, vengono erroneamente interpretati dalla coscienza come se essi comportassero una minaccia di morte.

La dinamica che sottende la fenomenologia psicopatologica della paura di morire risulta comprensibile nelle sue apparenti contraddizioni se viene ricondotta ad una scissione dei bisogni e a un conflitto irriducibile tra super-io e io antitetico. In conseguenza di tale scissione, infatti, scongiurare la minaccia di esclusione, rimanendo adattati allo status quo esistenziale, evoca la paura dell'inclusione, mentre rivendicare di dare spazio ai bisogni frustrati sovraccarichi di rabbia, evoca, per effetto della colpevolizzazione, la paura dell'esclusione.

Il conflitto strutturale, che oppone alla necessità di assoggettarsi al legame sociale e ai valori culturali che governano l'appartenenza la tendenza a ribellarsi ad essi, concede sempre e comunque al soggetto un qualche potere di controllo sull'angoscia riparando il legame sociale con la dipendenza relazionale. Tale potere, però, postulando per l'appunto l'assoggettamento della volontà propria a quella altrui (interiorizzata e simbolizzata), non può mai giungere ad estinguere la minaccia dall'orizzonte soggettivo essendo questa alimentata da un bisogno d’individuazione che, avendo assunto una configurazione antitetica, antisociale, viene colpevolizzato.

Esemplari, da questo punto di vista, sono le esperienze ossessive caratterizzate dalla necessità di eseguire dei rituali per tenere sotto controllo la paura di morire. La prescrizione dei rituali, che spesso hanno un carattere arbitrario se non assurdo, non serve ad altro che a piegare la volontà del soggetto ad un "ordine" che lo trascende e dietro il quale, inconsciamente, si configura un potere capace di agire rappresaglie in caso di infrazioni. Per quanto però il soggetto cerchi d’essere scrupoloso nell'esecuzione dei rituali, l'angoscia si allenta senza mai annullarsi poiché il pericolo di commettere degli errori, nel quale si esprime l'intuizione di una sorda ribellione, è sempre presente.

All'ambito ossessivo appartengono anche le esperienze nelle quali la paura di morire è evocata da fantasie, come per esempio quella di sterzare repentinamente il volante della macchina, che alludono alla possibilità di una catastrofica perdita di controllo sul comportamento. Tali fantasie attestano di solito l'esistenza di una quota di bisogni di libertà repressi in nome di esigenze d’ipercontrollo e di normalizzazione che, alla luce di queste esigenze, appaiono pericolose e da scongiurare.

Questa dinamica traspare anche negli attacchi di panico allorché il soggetto, minacciato dalle angosce, spesso somatizzate, che evocano il fantasma di assistere alla propria morte e di finire solo come un cane, è costretto ad aggrapparsi disperatamente ad una figura familiare. La paura dà un significato necessario e vitale ad un legame vissuto come oppressivo e pertanto sotteso da fantasie di scioglimento. Essa però non estingue il conflitto, denunciato dall’ambivalenza con cui il soggetto dipendente vive la relazione.

La stessa ambivalenza, su di un registro più simbolico, si ripete nel corso di alcune esperienze ipocondriache La paura di essere affetti da una malattia invalidante o mortale determina, infatti, un continuo ricorso al potere medico, che viene però boicottato. Ottenuta la rassicurazione sulla sua condizione di salute, il soggetto, infatti, temendo errori diagnostici e terapeutici, spesso si astiene dal sottoporsi alle analisi e alle cure prescritte.

Nei deliri la paura di morire lascia trasparire tutte le dinamiche cui si è fatto cenno. Spesso essa assume un carattere francamente persecutorio e fa riferimento sia ad agenti soprannaturali (Dio, il Diavolo, gli spiriti) che naturali (familiari, nemici, forze dell'ordine, ecc.). L'ingiustizia della persecuzione viene protestata solitamente con veemenza, ma, non di rado, la protesta si associa alla percezione della propria cattiveria che, in una certa misura, la giustifica.

Il significato dinamico "risocializzante" della paura psicopatologica di morire, che tende a subordinare la libertà individuale all’appartenenza, nonostante questa possa essere di fatto oppressiva, si può ritenere fuori di dubbio. Non si può però non tenere conto che mentre nella maggioranza dei casi tale risocializzazione si realizza in direzione opposta a quelli che sono gli autentici bisogni di libertà e d’autenticità del soggetto, in alcuni casi la sua funzionalità si può ritenere sostanzialmente positiva.

La paura psicopatologica di morire sopravviene, infatti, talora scongiurando la possibilità che, sotto la spinta dell’io antitetico, il soggetto agisca comportamenti autolesivi. Questa circostanza si realizza a livello di giovani che, giunti al confine della devianza (per esempio dell’uso della droga), sono impediti dal procedere da un attacco di panico o da angosce ipocondriache. Per quanto rare, questi casi sono di grande interesse teorico perché pongono in luce le sottili interazioni tra super-io e io antitetico e il loro significato non univoco. Come il super-io non è una funzione meramente persecutoria, poiché veicola le ragioni degli altri e della cultura normativa propria di una società, così l’io antitetico non è una funzione in sé e per sé liberatoria, perché la sua strutturazione, benché abbia radice nel bisogno d’individuazione, può giungere per effetto della rabbia ad assumere una configurazione disfunzionale.

Rimane da chiarire il significato delle somatizzazioni che, spesso, si associano alla paura di morire e promuovono l’interpretazione errata della coscienza. Da un punto di vista psicobiologico, esse attestano che i centri emozionali possono essere attivati anche da eventi interni, da contenuti di pensiero inconsci, e che la loro attivazione può risultare estremamente fedele a tali contenuti. Con una qualche sottigliezza, si può giungere anche a differenziare, nelle somatizzazioni, l'espressione prevalente dell'angoscia d’esclusione, espressa per esempio dalla paura di un ictus, o d’inclusione, espressa per esempio dal soffocamento. Ma i confini non sono netti, poiché, come si è detto, si tratta delle due facce di una stessa medaglia. Un'analisi dettagliata delle somatizzazioni potrebbe chiarire compiutamente quest’aspetto. Per economia di spazio mi limito ad analizzarne solo una, tra le più frequenti, nell'intento di illuminare la densità del linguaggio del corpo. Si tratta della paura del soffocamento.

E' un vissuto oltremodo frequente, che si presenta in forme molteplici: da una semplice e vaga oppressione respiratoria alla difficoltà di tirare il respiro sino al fondo; dalla paura che l'aria non scorra più nella gola sino alla sensazione di una mano che stringe il collo.

Nell'analisi di questo sintomo, occorre considerare che respirare e' un bisogno vitale il quale rivela, più d’ogni altro, la radicale dipendenza dell'essere umano dall'ambiente fisico, da un patrimonio comune, oggettivo, non appropriabile, che va condiviso. L'aria è di tutti e di nessuno, o, meglio, è un bene da cui ciascuno attinge secondo il proprio bisogno. Non potendo, però, essere appropriata se non transitoriamente, essa mette a nudo la radicale dipendenza del singolo individuo dall'ambiente esterno. E' agevole capire come il bisogno di respirare, di rimanere inesorabilmente aperti all'ambiente e di condividerlo con gli altri, senza potersene appropriare, possa significare, in virtù di un parallelismo immediato, il bisogno d’integrazione sociale. Metaforicamente, l'ambiente sociale rappresenta per la mente ciò che l'ambiente fisico, l'atmosfera rappresenta per l'organismo. Questa metafora, che, nel corso delle fasi evolutive della personalità, ha un significato analogico, non perde mai del tutto valore, anche quando, sul piano psicologico, si definisce un ambiente interno. Per quanto, infatti, quest’ambiente possa essere strutturato e confermativo, il rapporto con esso non estingue il bisogno sociale. Per sentirsi integrato, e dunque vivo, l'uomo deve rimanere aperto alla relazione col mondo e scambiare con esso.

La dipendenza dall'ambiente sociale può porre però rilevanti problemi allorché le interazioni sono invivibili o le interiorizzazioni oppressive, fino al punto di promuovere la fantasia di chiudersi alle influenze ambientali o di cambiare aria sciogliendo tutti i vincoli interpersonali. E' in circostanze del genere che affiora la paura del soffocamento che condensa, nello stesso tempo, l'irrespirabilità dell'ambiente e l'impossibilità di rinunciare a scambiare con esso.

Non è insignificante rilevare che la fenomenologia di questo solo sintomo attesta che esso può corrispondere a configurazioni dinamiche diverse dello stesso conflitto tra integrazione sociale e individuazione. Il sentire di non poter tirare il fiato corrisponde, infatti, al rifiuto della dipendenza dall'ambiente, mentre il sentire la gola stretta nella morsa di una mano pone in luce l'aspetto punitivo, antropomorfico.


Ipocondria

Pur rientrando nello spettro dell’aspettativa del male e in quello più specifico della paura psicopatologica di morire, l'ipocondria, vale a dire il sospetto, il dubbio o la convinzione d’essere affetti da una malattia di natura organica, presenta alcune caratteristiche fenomenologiche e dinamiche sue proprie che richiedono un approfondimento. Si tratta, infatti, anzitutto di un iceberg psicopatologico, la cui linea di galleggiamento dipende dall'ambiente socioculturale in cui il fenomeno si definisce. A livello di culture primitive e contadine essa rappresenta il modo prevalente, se non addirittura univoco, di manifestarsi del conflitto psichico, decifrato, soggettivamente e collettivamente, con chiavi di lettura specifiche (energie negative, possessione, fattura, malocchio) che assumono la salute dell'organismo singolo come una variabile dipendente da "forze" esterne impersonali e personali.

L'avvento dell'Illuminismo e della cultura borghese non ha dissolto tali chiavi interpretative, che sono state semplicemente rimosse a livello d’inconscio sociale, ma ha sovrapposto ad esse un codice positivista che assume la salute com’espressione del buon funzionamento della macchina biologica. Su questo sfondo culturale, affiora lo stereotipo del "malato immaginario", di colui i cui sintomi, non potendo essere interpretati con un codice organicista, non hanno senso.

Tale stereotipo, vivacemente rifiutato dai pazienti perché, nel senso comune, allude ad uno squilibrio psichico, e determina, a partire dai medici, un'interazione sociale che toglie ogni dignità al disagio del soggetto, si va lentamente ma paradossalmente modificando. L'interazione tra una domanda d’aiuto che muove da una sofferenza riferita e vissuta nel corpo e un'offerta medicalizzata comporta, oggi, una sorta d’accanimento diagnostico che, attraverso l'esecuzione di esami strumentali e di laboratorio, giunge spesso alla mistificazione. Basta, infatti, che dalle ricerche affiori un solo dato ai limiti o fuori della norma per indurre una diagnosi fittizia (reumatismo, artrosi, gastrite, colite, anemia, ipotensione, ecc.) priva di significato scientifico. Né la diagnosi né le cure prescritte, se non casualmente, conseguono un effetto positivo. Esse bastano, però, ad affrancare i pazienti dallo statuto intollerabile di malati immaginari con l'effetto di mascherare il loro disagio.

Nella maggioranza dei casi, la fenomenologia ipocondriaca comporta dei sintomi somatici, quasi sempre differenziabili clinicamente da quelli di pertinenza strettamente medica, che, o per la loro natura o per la loro sede, evocano la paura di essere affetti da una qualche malattia. Si tratta in genere di malattie gravi e fatali: tumori, affezioni cardiache e vascolari, infezioni (oggi sempre più frequentemente l'A.I.D.S), ecc. Per quest’aspetto l'ipocondria è null'altro che una forma strutturata della paura di morire. Rispetto a questa essa, però, come si è accennato, riconosce una fenomenologia più ampia.

Due configurazioni fenomenologiche in particolare meritano attenzione.

La prima è caratterizzata dal fatto che l'angoscia ipocondriaca ha come oggetto non l’esito fatale di una malattia bensì una condizione d’invalidità e di dipendenza dagli altri ad essa conseguente. Questa possibilità, evocando, in alcuni soggetti, un terrore di gran lunga superiore alla morte, pone in luce una drammatica fobia della dipendenza, vale a dire dell’avere bisogno degli altri e di ritrovarsi nelle loro mani. Pressoché costantemente tale fobia convive con un ideale dell’io autosufficiente che implica un vissuto relazionale persecutorio.

La seconda configurazione è più sottile. Alcuni pazienti, infatti, non sembrano tanto preoccupati dalla natura dei sintomi che in sé e per sé sono tollerabili, quanto piuttosto dalla percezione di una disfunzione che si sottrae al loro controllo e compromette in qualche misura la loro efficienza. Il riferimento ossessivo all’efficienza e alla piena padronanza di sé va al di là del bisogno di sentirsi in buona salute. Esso rivela un modo ideologico di vivere il corpo come una macchina che dovrebbe supinamente sottostare alle esigenze del soggetto, quali che siano. Nelle esperienze ipocondriache tali esigenze sono caratterizzate da un bisogno esasperato di competere con gli altri, dovuto ad un super-io o a un ideale dell’io perfezionistico, che comporta un’incessante paura di perdere dei colpi e di ritrovarsi quindi in una condizione di inadeguatezza e di inferiorità.

Ambedue le configurazioni fenomenologiche riconoscono una matrice comune ideologica riconducibile al sentire la vita come una dura lotta per sopravvivere che fa incombere sui deboli la minaccia dell’esclusione o della manipolazione. Quest’ideologia, che naturalmente riconosce delle matrici esperienziali, implica un rapporto conscio o inconscio col mondo sociale impregnato di diffidenza e di ostilità.

L'affiorare dell'angoscia ipocondriaca dà luogo a diverse strategie di rapporto con il patrimonio terapeutico (in senso lato) proprio del contesto socio-culturale. Non infrequente è il ricorso, a partire da una matrice culturale contadina o per sfiducia nei confronti della medicina, a esorcisti, maghi, fattucchiere, guaritori, chiroterapeuti, pranoterapeuti, cartomanti, ecc.

Più frequente, indubbiamente, è il ricorso alla medicina ufficiale. Tale ricorso è caratterizzato, talvolta, da un bisogno di rassicurazione che, una volta soddisfatto attraverso controlli medici, dà luogo alla risoluzione temporanea dei sintomi o all'allentamento delle paure; talaltra, da un bisogno di cura che postula non già la dissoluzione bensì la convalida oggettiva, diagnostica dei sospetti soggettivi e la messa in atto di terapie adeguate. In altri termini, alcuni ipocondriaci desiderano solo essere liberati dalle paure, altri pretendono una diagnosi e una cura.

Nel primo caso, l'ipocondria promuove un rapporto di dipendenza interminabile, cieca e passiva dal potere medico; nel secondo, essa, seppure muove da un'aspettativa fiduciosa, tende, nel corso del tempo, a produrre un atteggiamento di diffidenza e di conflitto con quel potere, giudicato non all'altezza del compito ad esso assegnato. A questa seconda categoria appartengono gli ipocondriaci che, dopo una lunga carriera trascorsa tra ambulatori, cliniche, laboratori, giungono a radicarsi nella convinzione che la loro malattia sia stata individuata ma tenuta loro nascosta o che essa non sia stata ancora scoperta dalla scienza medica, come pure coloro che, delusi, si rivolgono alle tecniche terapeutiche offerte dal mercato (bioenergetica, yoga, reiki, ecc.) che promettono, non senza mistificazioni, il recupero dell'equilibrio psico-fisico.

Il dato dinamico che unifica l'universo ipocondriaco è il rapporto tra il male interno all'organismo e il riferimento ad un potere salvifico esterno. Tale dato, a tutta prima, non appare altamente significativo. Sembra, infatti, ovvio che un vissuto di malattia promuova una speranza di guarigione, e che questa richieda un intervento - diagnostico e terapeutico - dall'esterno. Esso, però, diventa più pregnante se si tiene conto che la medicina, nonché tutte le altre arti o tecniche cui si attribuisce valore terapeutico, rappresentano, simbolicamente e di fatto, un patrimonio sociale, l'espressione tra le più elevate della solidarietà e della coalizione degli esseri umani nella lotta contro la precarietà dell'esistenza e la sofferenza. L'angoscia ipocondriaca promuove un'incoercibile sollecitazione ad utilizzare quel patrimonio, e, con ciò, riabilita il legame sociale. Il carattere di condanna a dipendere da un potere rassicurante e/o curante che caratterizza questa riabilitazione lascia trasparire il conflitto tra integrazione sociale e individuazione.

Le esperienze più significative sotto questo profilo sono quelle caratterizzate da un'organizzazione di vita totalmente incentrata sul mantenere aperta la possibilità, in caso di angoscia, di raggiungere immediatamente un medico o un pronto soccorso.Non meno significativo è il fatto che il malessere ipocondriaco determina spesso una dipendenza affettiva, il bisogno di avere accanto a sé una figura familiare, e talora si dissolve in situazioni di socialità condivisa.

Il fatto che il bisogno sociale non possa essere recepito nel suo autentico significato interpersonale, affettivo, e che pertanto si proponga come una condanna a dipendere mediata dal corpo traducendosi in una domanda tecnica di aiuto aiuta a penetrare la dinamica ipocondriaca.

Si danno due diverse configurazioni dinamiche, spesso intrecciate tra loro, accomunate dalla scissione tra una mente vissuta come sana e un corpo sentito come malato. La prima configurazione mira a rimuovere degli squilibri emozionali, quasi sempre dovuti a rilevanti quote di rabbia, che il soggetto coscientemente nega o perché ne è terrorizzato o perché se ne colpevolizza. La seconda configurazione viceversa serve a sancire l'autosufficienza psicologica del soggetto, che in sé e per sé non ha bisogno di dipendere e si piega solo per necessità alla paura, e un corpo handicappato e handicappante, malato e inefficiente.

La prima configurazione, che sfuma spesso nel quadro tradizionale dell'isteria, è univocamente riconducibile ad una significazione superegoica drammaticamente negativa delle emozioni di rabbia, di odio e di vendetta, che vengono espresse ma anche pagate a livello somatico. Il carattere risocializzante dell'ipocondria è dovuto per l'appunto al processo di colpevolizzazione in cui incorrono queste emozioni. Il conflitto tra legame sociale e desiderio di scindere il legame investe quasi sempre relazioni private. Paradossalmente talora la sofferenza ipocondriaca determina da parte dell'altro una partecipazione affettuosa, solidale che riequilibra il rapporto; talaltra, viceversa, una reazione di rifiuto e di insofferenza che peggiora le cose. Raramente, in conseguenza delle sue lamentele, l'ipocondriaco riesce a diventare intollerabile a livello relazionale e quindi a esprimere la sua rabbia nei confronti dell’altro. Ancora più raramente esso riesce ad indurre la risoluzione del rapporto. Questa circostanza, in stretta relazione con la qualità del rapporto interpersonale, talora fa scomparire magicamente i sintomi, talaltra produce un peggioramento critico.

La seconda configurazione ha significati diversi in rapporto alla storia interiore e sociale dei soggetti.

Talora essa è riconducibile ad una chiusura emotiva avvenuta sotto forma di attacco ai legami, in nome del bisogno di individuazione, in una fase evolutiva, più o meno remota, caratterizzata da bisogni di dipendenza ancora assolutamente reali in rapporto all'immaturità della personalità. Tale attacco può essersi reso necessario sia per sottrarsi ad una manipolazione iperprotettiva, infantilizzante, sia per rispondere a sollecitazioni premature di indipendenza, vissute come una sfida, sia, infine, per reagire orgogliosamente ad un atteggiamento ambientale abbandonico.

Talaltra, la scissione fa riferimento all'introiezione di valori religiosi che, promuovendo un modello di riferimento incentrato sull'innocenza e sulla virtù, gettano un'ombra di persistente sospetto sul corpo inteso come ricettacolo di istinti (sessuali e aggressivi) da tenere sotto controllo. Alla luce di quei valori, spesso partecipati, i soggetti si sottopongono ad un regime di vita sostanzialmente ascetico o comunque eccessivamente virtuoso che inesorabilmente promuove l'animazione inconscia, pulsionale dei bisogni frustrati. Non sorprende in tali casi che i bisogni 'animaleschi' si esprimano come disfunzioni nel corpo ritenuto loro ricettacolo naturale.

In alcuni casi, il disagio ipocondriaco fa capo ad un processo di normalizzazione forzata sul registro del perfezionismo sociale più che morale orientato al conseguimento di ruoli confermativi e non di rado di uno status sociale elevato. Anche in questi casi si realizza il sacrificio di una quota rilevante di bisogni vitali la cui animazione non può essere riconosciuta poiché il soggetto si identifica e si riconosce totalmente nella sua situazione di vita, nei suoi ruoli e nel suo modo di essere. La necessità di un cambiamento viene vissuta pertanto come una minaccia, e come tale appare nell'orizzonte soggettivo.

In altri casi, è in gioco l'incapacità di valutare come eccessive le richieste sociali, familiari e lavorative, in rapporto ai bisogni di libertà personale. Ingannati dal codice dell'adattamento, i soggetti rifiutano di dare spazio al loro disagio per non sentirsi inadeguati e, oppressi dai sintomi, che mirano a limitare l'autosfruttamento, si rivolgono alla medicina con la pretesa che la macchina biologica si pieghi a soddisfare le loro esigenze.


Dipendenza

Il rilievo viscerale del bisogno di appartenenza definisce l’uomo come un essere ‘naturalmente’ dipendente dall’Altro dall’inizio alla fine della vita. Se ciò è vero, c’è da chiedersi in che senso l’evoluzione della personalità comporta, come obiettivo intrinseco alla programmazione genetica, l’indipendenza psicologica, e in quale modo la dipendenza relazionale e l’indipendenza possano convivere nella personalità adulta. La risposta è agevole. La dipendenza infantile, dovuta ad una condizione originaria di reale insufficienza ontologica, date adeguate circostanze ambientali, evolve sino ad assumere nell’adulto una configurazione caratterizzata da due aspetti. Il primo è dato dal fatto che l’adulto è l’agente della soddisfazione del bisogno di dipendenza producendo nell’interazione con gli altri, oltre che i mezzi di sussistenza, conferme sociali e affettive. Il secondo aspetto è che l’adulto può raggiungere l’indipendenza psicologica, vale a dire una condizione caratterizzata dalla possibilità di ricavare conferme anche dalla relazione con sé.

Quest’ultimo aspetto merita un’attenzione particolare. La struttura della soggettività umana è duale in virtù del fatto che il soggetto può rivolgersi a se stesso e colloquiare con sé dandosi del tu. La presenza di un referente interno, col quale il soggetto si relaziona, è di sicuro il prodotto delle interazioni sociali. Essa però assicura al soggetto stesso la possibilità di sentirsi in compagnia anche quando sta da solo. La solitudine in senso proprio non esiste. L’uomo solo, di fatto, sta con se stesso.

La dipendenza psicopatologica è caratterizzata genericamente da un’apparente fallimento nel raggiungimento di questa condizione di relativa indipendenza, che è però fondamentale. In virtù di essa, infatti, il soggetto può operare delle scelte relazionali selettive, vale a dire rimanere in rapporto o ritirarsi dal rapporto sulla base della sua qualità. In nome di essa, egli può rendersi autonomo rispetto al gruppo, dando conto a se stesso prima che agli altri delle sue scelte, che possono essere non conformi alle aspettative sociali e ai valori culturali dominanti.

In conseguenza della dipendenza psicopatologica, l’equilibrio e l’identità del soggetto si mantengono solo in virtù di una relazione sociale reale confermativa. L’identità individuale, che sembra non avere un centro di gravità interno, si riduce ad una funzione della relazione con l’altro.

Più di ogni altro vissuto o comportamento psicopatologico, questa condizione si presta ad essere equivocata come espressione di infantilismo e di debolezza dell'io. Tale equivoco trascura però due considerazioni che rendono il problema più complesso di quanto possa apparire. La prima considerazione verte sul fatto che la definizione di un’identità individuale dotata di un certo grado di indipendenza dal gruppo sociale, vale a dire capace di riconoscere in sé un referente relazionale, è una conquista culturale piuttosto recente, che ha dovuto faticosamente affermarsi a partire da una situazione, durata per molti secoli, caratterizzata dalla coscienza prevalente di esistere in quanto membro di un gruppo. Questo stesso tragitto d’individuazione deve realizzarsi, ancora oggi, nel corso di ogni esperienza evolutiva e fare i conti con la cultura del gruppo di appartenenza.

La seconda considerazione invalida l’analogia tra la dipendenza infantile e la dipendenza psicopatologica, che è un luogo comune in ambito psicoanalitico. La dipendenza infantile, infatti, esprime un bisogno reale, dovuto all'oggettiva inadeguatezza della personalità, la cui soddisfazione risulta funzionale alla crescita. La dipendenza psicopatologica, viceversa, è una condizione spontaneamente non evolutiva, una condanna a percepire la propria identità individuale come funzione della relazione con l’altro, reale o interiorizzato, la cui conseguenza è il vissuto di poter sussistente solo in virtù di essa. A causa di tale vissuto, la possibilità di perdere il rapporto di riferimento confermativo anima l’angoscia di una disintegrazione fisica e/o psichica. In una personalità adulta, la dipendenza psicopatologica definisce pertanto una condizione omologabile metaforicamente, più che all’infantilismo, al nanismo, vale a dire ad un modo di essere nello stesso tempo compiuto e insufficiente.

Queste considerazioni consentono di capire che la dipendenza psicopatologica, dal punto di vista dinamico, è sempre l’espressione di una frustrazione del bisogno di individuazione. Talora questa frustrazione avviene in conseguenza di un’induzione ambientale. Rientrano in questo ambito le situazioni, illuminate dalla terapia familiare, caratterizzate dal fatto che il soggetto mantiene un’immagine di sé dipendente per soddisfare le aspettative di un familiare il cui equilibrio la postula. Altre volte, la dipendenza psicopatologica esprime una condanna superegoica a dipendere che interviene allorché il bisogno d’individuazione si associa alla fantasia di scioglimento dei legami interpersonali. Questa circostanza dinamica riconosce due varianti. In alcuni casi, la condanna superegoica impedisce al soggetto di raggiungere uno statuto autonomo e lo induce a recepire la dipendenza come un suo irrinunciabile bisogno. In altri casi, la condanna scatta a partire da una situazione caratterizzata da un livello di autonomia raggiunta e induce una regressione.

Fenomenologicamente, la dipendenza psicopatologica si esprime in forme molteplici che vanno dall'estremo dell'aggrappamento a una o più persone con cui il soggetto intrattiene una relazione significativa all'estremo opposto di una dipendenza da sostanze chimiche (farmaci, droghe, alcool, ecc.). La dipendenza interiorizzata dal super-io o dall’ideale dell’io antitetico si pone tra questi due estremi.

La forma più frequente di dipendenza psicopatologica si realizza in conseguenza degli attacchi di panico sotto forma di aggrappamento ad una figura familiare. La distanza di sicurezza dal referente protettivo, che può essere nulla come pure molto ampia, è un indizio di grande interesse. Essa infatti sembra denotare un confine simbolico che funziona come trigger dell'ansia. Entro il confine il soggetto riesce a mantenere una qualche padronanza di sé, al di la di esso sembra andare repentinamente incontro ad un collasso dei livelli di integrazione dell’io che determina il repentino affiorare dei vissuti di insufficienza e di paura. La distanza critica da un punto di riferimento, familiare e/o domestico, definisce per l’appunto la condanna a dipendere. Il superamento del confine, nella misura in cui simboleggia, a livello inconscio, lo scioglimento del legame sociale attiva repentinamente il panico la cui funzione è di riabilitare repentinamente il bisogno sociale. Esperienze di questo genere mettono in luce, con un'evidenza inconfutabile, il carattere letteralmente alienato della dipendenza psicopatologica, la quale mira a sancire che l'autonomia relativa di cui il soggetto gode entro i confini prescritti è una funzione in prestito. In altri termini, non è un attributo della personalità, bensì della relazione con l'altro che ne è il depositario.

In altri casi, la dipendenza psicopatologica si realizza in maniera mistificata come espressione di un incoercibile bisogno di conferma relazionale. Ciò può dar luogo a due diverse organizzazioni di vita. Talora il bisogno di conferma determina rapporti affettivi di lunga durata che, però, nonostante soddisfino il bisogno di sicurezza, risultano svuotati di autentiche valenze sentimentali. Tali rapporti, solitamente coniugali, possono durare interminabilmente, per quanto contrassegnati da periodiche depressioni. Non di rado, però, una rivendicazione tardiva di indipendenza li manda in crisi, e realizza una condizione psicopatologica tipica e seria: quella per cui un soggetto, solitamente femminile, nello stesso tempo non sopporta la relazione e non può farne a meno.

In altri casi, anche questi prevalenti a livello femminile, il bisogno di conferma si esprime in una perpetua ricerca di rapporti che, al di là dell'esaltazione della conquista seduttiva, perdono di significato e devono essere cambiati. Esperienze del genere si realizzano di solito all'insegna di un orientamento ideologico incentrato sui valori dell'indipendenza e della libertà personale. Che si tratti di una mistificazione è però attestato sia dal fatto che i soggetti non riescono a stare neppure un giorno senza una relazione sia dal fatto che, non appena il trascorrere del tempo evoca il pericolo di una perdita di potere attrattivo, essi, intravedendo davanti a sé una prospettiva di solitudine, cadono in crisi di angoscia o di depressione estremamente intense.

Un'altra forma di dipendenza mistificata si realizza allorché un soggetto manifesta un atteggiamento di dominio e d’assoggettamento dell'altro con cui è in relazione, che esprime la volontà di mantenere sotto controllo la situazione da cui dipende. Spesso una dinamica del genere si cela sotto i comportamenti di mariti e padri di famiglia, mogli e madri di famiglia tirannici la cui patetica debolezza si rivela allorché vengono ad essere abbandonati. Quando al bisogno di dominio e di controllo si associa il disprezzo per la dipendenza, accade spesso che l'altro, nella misura in cui si lascia assoggettare, venga investito da atteggiamenti ostili, che vanno dal cinismo al sadismo.

Nell'ambito della dipendenza mistificata rientrano anche numerose esperienze ipocondriache, caratterizzate dal fatto che il soggetto, minacciato di continuo dalla paura di morire e/o di rimanere invalidato, può sopravvivere psicologicamente solo nella misura in cui accetta di mantenere un rapporto più o meno continuo con il potere medico, simbolicamente salvifico per eccellenza.

Dalla dipendenza relazionale, sia vissuta sotto forma di aggrappamento che mistificata, occorre distinguere la dipendenza interiorizzata che si realizza sotto forma di soggezione dell'io al super-io o all’ideale del’io antitetico. Tale dipendenza si fonda sul fatto che solo conformando il proprio comportamento ai valori superegoici o antitetici il soggetto si sente confermato. Qualunque tentativo di cambiamento comporta l'attivarsi dell'angoscia o il precipitare nella depressione.

La dipendenza dall’ideale dell’io antitetico è pressoché misconosciuta. Essa è resa evidente dal fatto che alcuni soggetti devono conformare il loro comportamento a tale ideale per evitare di incorrere in una disconferma interna che spesso assume caratteristiche svalutative, sprezzanti e ridicolizzanti. Tale dinamica è evidente in alcuni giovani che, albergando un ideale dell’io incentrato sulla fobia della debolezza, assumono un atteggiamento duro, sfidante, antisociale che non corrisponde per nulla alla loro sensibilità.

La dipendenza superegoica si realizza caratteristicamente nelle strutture ossessive, ed è comprovata nelle sue espressioni estreme dalla necessità di eseguire dei rituali, vale a dire di assoggettare la volontà propria a regole poste da un’imperscrutabile volontà che trascende il soggetto. A seconda del sistema di valori culturali in questione, che possono essere più di ordine morale che sociale o viceversa, le esperienze ossessive si diversificano. Nel primo caso, esse tendono ad assumere connotazioni fortemente ascetiche che possono anche essere percepite socialmente come "stranezze" senza indurre alcuna correzione. Nel secondo caso, viceversa, la dipendenza s’instaura in rapporto al giudizio degli altri, e comporta una marcata tendenza a conformarsi passivamente a regole comportamentali ipernormative. Comune ad entrambe le forme è uno spiccato orientamento perfezionistico che i soggetti vivono come espressione di un bisogno proprio e che, invece, è imposto dalla funzione superegoica.

La forma di dipendenza simbolica più trasparente da un punto di vista strutturale è espressa dalla dipendenza farmacologica, particolarmente nei casi un cui l'integrità dell'io è assicurata dall'assunzione di una dose terapeuticamente insignificante di un farmaco - per esempio due o tre gocce di un ansiolitico - e ancor più nei casi in cui quell'assunzione scongiura istantaneamente, nel momento stesso in cui il farmaco è nella bocca, un attacco di panico. L'effetto magico del farmaco dipende dal fatto che la disponibilità stessa ad assumerlo attesta l'accettazione soggettiva di non poter amministrare autonomamente il proprio patrimonio interiore e d’avere comunque bisogno di un aiuto esterno per mantenerlo in equilibrio.

Nel corso delle psicosi il dramma della dipendenza alienata si realizza sia a livello relazionale che simbolico. A livello relazionale essa dà luogo ad un interminabile aggrappamento alle figure familiari che, nel corso degli anni, si associa quasi costantemente ad atteggiamenti aggressivi e tirannici nei loro confronti, nei quali si esprime un bisogno di indipendenza frustrato male inteso e male espresso. A livello simbolico la dipendenza si esprime frequentemente sotto forma di soggezione rispetto ai "persecutori".


Perfezionismo

Il perfezionismo è l'espressione di una dipendenza interiorizzata che, per il suo rilievo psicopatologico, va approfondita. Si tratta, infatti, di un vissuto estremamente ingannevole poiché viene assunto comunemente dal soggetto come l'espressione del bisogno di dare il meglio di sé. Di fatto tra questo bisogno e il perfezionismo sussistono delle differenze radicali.

La tendenza a dare il meglio di sé è un’espressione del bisogno di individuazione. Essa comporta un impegno sentito com’espressione della volontà propria, quindi libero, da cui si ricava piacere.Nella misura in cui l'impegno dà luogo ad un apprezzamento sociale, il soggetto ne prende atto e la stima che ha di sé cresce. La consapevolezza di aver fatto tutto ciò che è possibile produce, poi, un appagamento, che gli consente di godere i frutti del suo sforzo e di ritenerli meritati.

Il perfezionista, viceversa, anche quando afferma d’essere libero, è coercito da un regime superegoico che impone dei comportamenti rituali, da eseguire obbligatoriamente per non sentirsi in colpa, per mascherare la propria presunta inadeguatezza o inferiorità e per sfuggire alla minaccia di un giudizio sociale negativo. Quale che sia la prestazione che riesce a fornire, egli non è mai soddisfatto, poiché il metro di misura superegoico, facendo riferimento ad un'impossibile perfezione, svilisce ciò che fa. Il senso persistente d’inadeguatezza determina poi l'incapacità di stimarsi e la tendenza a svalutare eventuali conferme sociali che vengono vissute come errori di giudizio da parte degli altri. Il soggetto inoltre non raggiunge mai l'appagamento poiché la misura del suo valore si gioca sempre sugli ostacoli che ha davanti a sé. La difficoltà di capitalizzare sotto forma di autostima le prestazioni fornite, spesso confermate dagli altri, dà luogo infine ad una conseguenza paradossale. Più, infatti, il soggetto sente di godere di prestigio sociale, più egli, attribuendo tale prestigio ad un’errata valutazione che egli è riuscito ad indurre bluffando, teme di venire smascherato e di precipitare dalle stelle alle stalle.

In pratica, il soggetto perfezionista vive continuamente sotto esame. Si tratta però, di un esame persecutorio che incombe ogni giorno sotto forma di paura di non essere all’altezza, di fallire e di incorrere in un duro giudizio sociale negativo.

Se questi vissuti sono comuni a tutti i soggetti affetti da perfezionismo, occorre riconoscere che tra essi si dà una differenza rilevante in rapporto alla scala di valori interiorizzata che è la matrice dell’angoscia. Si danno, infatti, due tipologie, che talora s’intrecciano tra loro: il perfezionismo sociale e quello morale. Il primo fa riferimento ad una scala di valori incentrata sulle prestazioni oggettive dell’individuo; il secondo ad una scala di valori incentrata sul comportamento morale, che può dunque investire non solo i comportamenti ma anche le fantasie, i pensieri e le emozioni.

La fenomenologia del perfezionismo sociale investe tutte le età, tutte le classi sociali e ambedue i sessi. Le casalinghe che hanno l'ossessione dell'ordine e della pulizia sono un iceberg la cui punta rientra a pieno titolo nell'ambito psicopatologico. Si tratta, infatti, di persone che non hanno pace, affaccendate da mattina a sera nel mantenere la casa a specchio, quasi sempre perennemente irritate nei confronti dei conviventi che non collaborano abbastanza e che, di fatto, assoggettati ad una rete implacabile di regole comportamentali tendono ad opporsi ad esse con atteggiamenti disordinati. Le donne schiave del codice rupofobico non hanno, in genere, alcuna consapevolezza della loro schiavitù. Anche quando i loro comportamenti sono oggettivamente esasperati, esse li giustificano dicendo di fare il minimo indispensabile. Non di rado addirittura li rivendicano come espressione di una scelta personale da cui traggono piacere. Questo punto di vista è invalidato anzitutto dal fatto che se tentano di astenersi dai doveri domestici, di concedersi una pausa cadono in preda ad un profondo malessere, che segnala il carattere rituale, obbligatorio di quei doveri, la cui esecuzione vale solo a mantenere la coscienza tranquilla, al riparo dall'ansia. Esso poi è smentito sia dall'irritazione che si associa all’adempimento dei doveri sia da una sintomatologia opposizionistica (emicrania, astenia, cali di pressione, dolori reumatici, ecc.) che spesso induce l'allettamento o uno "sciopero" forzato. Alla luce dell'esigenza perfezionistica, tale sintomatologia viene interpretata univocamente come un intralcio, come espressione di una qualche disfunzione che porta i soggetti a rivolgersi alla medicina. A lungo andare il perfezionismo domestico esita in episodi depressivi più o meno gravi e in attacchi di panico claustrofobici. Non di rado esso giunge a deteriorare anche i rapporti familiari: col marito, perché la tensione perpetua e il cronico esaurimento che esso comporta interferisce sia con la sessualità che con la vita di relazione, e con i figli che, pur profittando dei vantaggi dell'accudimento, si ribellano più o meno vivacemente alle rigide regole comportamentali imposte.

Gli studenti perfezionisti offrono un tributo rilevante alla psicopatologia giovanile. Si tratta in genere di bambini o ragazzi piuttosto dotati che decifrano precocemente le aspettative elevate dei genitori e degli insegnanti e, esaltati dalle conferme che ricevono in conseguenza della loro dedizione allo studio, cedono alla sollecitazione perversa di fare sempre meglio che, nel corso del tempo, s’interiorizza e, per effetto dell'opposizionismo inconscio che genera, si autonomizza dall'ambiente, configurandosi come un bisogno personale eccessivo o estremizzato in rapporto alle aspettative ambientali. Il carattere perfezionistico di questo bisogno è rivelato dal fatto che, al di là delle conferme sociale e dell'autogratificazione, lo stato d'animo di questi studenti è perpetuamente allarmato, se non angosciato, in rapporto alla possibilità di un calo di rendimento a cui vengono associate conseguenze terribili, in particolare la perdita totale della stima conseguita. La schiavitù da un rigido regime superegoico, spesso rafforzato da un ideale dell'io cosciente, produce a livello inconscio una rivendicazione di libertà personale che giunge ad assumere la configurazione di un ideale dell'io antitetico, pigro e/o anarchico. Il conflitto strutturale esita prima o poi, dall'adolescenza ai primi anni di università, in una sintomatologia psicopatologica. Talora subentra un'inibizione grave della capacità di studiare, che va dalla difficoltà di concentrazione ad un calo rilevante del rendimento, talaltra affiorano dei rituali ossessivi che interferiscono con lo studio, talaltra ancora interviene un cambiamento radicale di vita incentrato sulla ribellione, la sfida all'autorità, il disordine comportamentale. In casi estremi, la brillante ma angosciosissime carriera è bruscamente troncata da un episodio psicotico.

Il perfezionismo è ampiamente rappresentato anche tra coloro che lavorano. A livello di dipendenti pubblici o privati esso si esprime in un atteggiamento di disponibilità servile nei confronti dell'autorità, giustificato quasi sempre dalla paura di perdere il posto di lavoro, compensato dall'aspettativa di gratificazioni morali o economiche. La dedizione perfezionistica è attestata dal fatto che l'esperienza dei soggetti è irretita dal senso del dovere al punto che essi programmano la vita in funzione dell'obiettivo supremo di risparmiare le energie. In pratica non vivono che per il lavoro, coinvolgendo spesso la famiglia in un regime mortificante. La schiavitù superegoica non viene mai percepita soggettivamente. Anche in questi casi sono frequenti le depressioni e gli attacchi di panico, che, con una certa frequenza, subentrano allorché l'aspettativa dei soggetti di un avanzamento di carriera viene delusa.

In tutte queste forme il perfezionismo è da ricondurre ad un super-io il cui metro di misura è implacabilmente elevato e severo. Talora esso è semplicemente indotto a livello educativo. Il super-io perfezionista, in questo caso, è l'introiezione del super-io genitoriale esasperato e quindi reso più rigido dalla ribellione opposta dal figlio alla pressione educativa. Più forte è questa ribellione alle coercizioni, conscia o inconscia, più rigido è il super-io che svolge la funzione di tenere sotto controllo la "pigrizia" o "l'anarchia". Talaltra il super-io perfezionista riconosce la sua matrice in una condizione di inferiorità sociale, spesso reale, vissuta con estrema vergogna, che orienta il soggetto verso l'ascesa sociale o un modo di essere signorile, e lo induce a vivere fobicamente ogni indizio atto a svelare le origini. Talaltra ancora il super-io perfezionista si struttura a seguito di un'esperienza di vita, adolescenziale o giovanile, disordinata, ribelle e anarchica che genera una paura profonda della libertà e induce l'accettazione di un regime di ipercontrollo riparativo a tempo indeterminato.

Un’altra configurazione perfezionistica è dovuta a ideali dell'io totalmente rivolti al successo e all'ascesa sociale. E' una configurazione piuttosto frequente tra lavoratori autonomi - artigiani, commercianti, liberi professionisti - la cui dedizione totalizzante all'attività svolta sembra alimentata da un'inestinguibile motivazione autogratificante. Il carattere psicopatologico di questa configurazione, al di sotto della quale premono intensi vissuti di inferiorità e di vergogna sociale, è attestato non solo dall'insorgenza periodica di episodi depressivi di significato opposizionistico, ma soprattutto dal fatto che i soggetti non si sentono mai appagati e, quali che siano i risultati raggiunti sul piano dello status, non riescono mai a concedersi tregua alcuna né a godersi in qualsivoglia modo i frutti del loro lavoro.

Nell’ambito della stessa configurazione rientrano anche numerose esperienze giovanili caratterizzate dall’angoscia estetica e dal mito della forza, che rivelano un ideale dell’io incentrato sulla fobia della debolezza.

Il livello di coscienza dei perfezionisti sociali è caratterizzato quasi sempre da una più o meno totale connivenza con il super-io o l’ideale dell’io, che li porta a definire il loro modo di essere come liberamente scelto e corrispondente ai loro bisogni. Solo in rari casi, e in particolare in alcuni studenti, il perfezionismo viene colto come una schiavitù interiore peraltro necessaria per sfuggire al senso di inadeguatezza e al senso di colpa.

In realtà, il perfezionismo sociale è sempre una condizione di schiavitù interiore che si mantiene sulla base di una proiezione in virtù della quale il soggetto attribuisce a tutto il mondo il metro di misura che vige nel suo inconscio.

Il perfezionismo morale è caratterizzato fondamentalmente dalla scrupolosità, vale a dire dalla tendenza a colpevolizzarsi per qualunque fantasia, emozione, pensiero o comportamento giudicati, coscientemente o inconsciamente, come cattivi. Il riferimento alla cattiveria spazia dall’immoralità, che fa capo al tradimento di determinati principi, all’antisocialità, che concerne il danno prodotto ad altri. Si tratta di una dimensione psicopatologica univocamente riconducibile ad un super-io moralistico, che può essere indotto dal campo educativo o interiorizzato in conseguenza di una pratica religiosa. Solo di rado esso si sviluppa in conseguenza di un comportamento adolescenziale disordinato e trasgressivo che viene ad essere colpevolizzato.

Il sistema di valori che sottende il perfezionismo morale comporta costantemente la confusione tra due diverse categorie comportamentali - la nocività e la cattiveria - e tra la sfera del vissuto e quella dell’azione.

La confusione tra nocività e cattiveria determina la scrupolosità, vale a dire la tendenza a sentirsi in colpa per qualunque comportamento che produca in qualcun altro dispiacere, dolore o danno, mettendo tra parentesi l’intenzionalità o meno del comportamento stesso e la sua finalità che può non essere rivolta a produrre l’effetto negativo. In conseguenza di ciò la possibilità che, nelle relazioni interpersonali si produca dolore - caratteristica intrinseca delle relazioni che definisce la nocività -, coincide con la cattiveria. Tale logica promuove spesso nei figli un’accondiscendenza alle aspettative e alla volontà genitoriale che reprime il bisogno d’individuazione, la cui espressione, in contrasto con esse, produrrebbe dolore e avvia una strutturazione superegoica della personalità destinata spesso ad esitare in esperienze ossessive o psicotiche.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, c’è da considerare l’influenza determinante della religione che, a livello dottrinario e purtroppo pedagogico, comporta il riferimento al peccato di pensiero, vale a dire l’equivalenza tra il vissuto psichico e l’azione. Questo riferimento, che colpisce profondamente le anime infantili più sensibili, rimane profondamente radicato nella personalità anche quando la credenza religiosa è abbandonata. Esso attiva sensi immani di colpa sia in rapporto a desideri o fantasie ‘immorali’ sia in rapporto ad emozioni negative di rabbia, d’odio o di vendetta.

Il perfezionismo morale comporta, come condizione unica per avere la coscienza tranquilla, l’assoluta innocenza, che non è propria del cuore umano.

Anche i livelli di coscienza dei soggetti affetti da perfezionismo morale implicano, talora, e in particolare allorché è in gioco una fede religiosa partecipata, una connivenza radicale col super-io. Più spesso, però, il sistema dei valori in questione, essendo del tutto al di fuori della coscienza, determina condizioni psicopatologiche, dalla depressione al masochismo morale, che sembrano incomprensibili e prive di fondamento.


Bulimia

Identificata solitamente con la tendenza ad ingerire cibo al di là delle esigenze fisiologiche, spesso in conseguenza di un "raptus" incoercibile, la bulimia in realtà è la punta di un iceberg caratterizzato da un drammatico conflitto tra dipendenza e indipendenza dal mondo esterno che il soggetto tenta di risolvere attraverso il dominio, il controllo e il consumo dell’oggetto. Tale dominio rende però, paradossalmente, il soggetto schiavo dell’oggetto, perpetuando la sua dipendenza.

La fenomenologia bulimica dipende dall’oggetto in questione. La frequenza con cui tale oggetto viene identificato col cibo è dovuta unicamente al fatto che questo, per la sua disponibilità, la sua inesauribilità e la manipolabilità, si presta in maniera ottimale a realizzare la dinamica bulimica.

Più che dal comportamento appetitivo, che è un epifenomeno, la bulimia è, infatti, specificata dall'esigenza soggettiva che il cibo sia immediatamente disponibile, a portata di mano e che possa essere consumato a volontà, senza alcun limite. La rivendicazione di un consumo libero, svincolato da qualunque controllo sociale, consente di comprendere perché di solito il comportamento bulimico si realizza in solitudine. Già solo questi aspetti pongono in luce la contraddizione per cui una dipendenza radicale da un "oggetto" inerte è compensata dal manipolarlo, usarlo a piacere, dominarlo. Questa contraddizione è amplificata da altri aspetti del vissuto bulimico. Posto, infatti, che il cibo sia disponibile, il bulimico in genere tende a contrastare la dipendenza dal consumo. Ciò può avvenire sia preliminarmente, sotto forma di richiamo all'astensione, sia nel corso del consumo, in virtù di autorimproveri, sia dopo, come rigetto. I divieti e i sensi di colpa non ottengono alcun risultato in quanto essi esasperano una latente motivazione anarchica, che spesso affiora alla coscienza come interrogativo retorico ("perché non dovrei farlo?"). In altri termini, l'appetizione e il consumo, come pure il trattenere il cibo o il rigettarlo, sono vissuti ora com’ espressione di schiavitù ora com’ espressione di libertà.

Se si tiene conto di quest’aspetto, si comprende agevolmente che la modalità bulimica, nella quale il dominare e l'essere dominati, l'incorporare e l'espellere, il sentirsi forti e il sentirsi deboli, l'essere liberi da ogni controllo e l'essere schiavi della libertà, si confondono continuamente, come può con facilità convertirsi catastroficamente nella modalità anoressica, può investire, oltre al cibo, qualsivoglia altro oggetto appetibile e manipolabile.

Anche nella sua forma elementare, riferita al cibo, la bulimia comporta diverse varianti fenomenologiche.

Nelle fasi evolutive della personalità, l'oscillazione tra tendenze anoressiche e tendenze bulimiche, o il prevalere dell'una sull'altra, si può ritenere una delle espressioni della tensione dialettica tra i bisogni intrinseci e della difficoltà di modulare il rapporto tra dipendenza e indipendenza. Su questo sfondo di squilibrio, sovrastrutturato dalle interazioni con l'ambiente, si definiscono diverse condizioni.

Talora la bulimia, in conseguenza di una percezione di estrema vulnerabilità ricavata dalle interazioni interpersonali, esprime una sorta di "cura ricostituente" orientata a rafforzare la personalità. In tali casi, in effetti, quasi sempre il comportamento sociale del soggetto è caratterizzato da una certa passività, dalla disponibilità e dall'accondiscendenza nei confronti degli altri e da una difficoltà rilevante di entrare in conflitto. Il sovrappeso corporeo serve ad occultare questa debolezza in conseguenza del fatto che il grasso, all'inverso di quanto accade nell'anoressia, è significato, alla luce di un'antica tradizione culturale, come indice di floridità e di resistenza alle aggressioni esterne, o, meglio, come una sorta di cuscinetto difensivo atto ad ammortizzare i pericoli di urti drammatici con la realtà. In questi casi la bulimia è un comportamento rituale che sposta la condanna superegoica a dipendere dalle relazioni interpersonali al piano alimentare e serve a scongiurare l'ansia d’essere vuoti e vulnerabili. L'esecuzione del rituale, come attesta l'accettazione da parte del soggetto della sua insufficienza, così è sottesa dal desiderio inconscio di giungere alla forza e all’autosufficienza.

In altri casi, la percezione di vulnerabilità interna si associa all'angoscia che, attraverso l'aumento ponderale, la debolezza divenga socialmente manifesta. Il comportamento bulimico è pertanto compensato da un vomito costante, e da un'attenzione ossessiva rivolta all'aspetto estetico.

La fobia d’essere deboli e vulnerabili in rapporto al mondo esterno, vanamente compensata dalla cura ricostituente bulimica, può comportare una progressiva chiusura al mondo sia sociale sia familiare. Spesso questa chiusura dà luogo all'abbandono della scuola, dell'ambiente di lavoro e della frequentazione sociale, con conseguente ritiro nello spazio domestico. Questa regressione accentua il comportamento bulimico che può divenire un rituale compulsivo e/o investire tutte le possibili fonti di approvvigionamento di stimoli domestiche: musica, televisione, libri, ecc. Per questa via, si arriva quasi inesorabilmente ad un’implosione sotto forma di insabbiamento psicotico o di esperienza delirante, il più spesso - ed è singolare non meno che significativo - di tipo mistico.

Altre volte, la bulimia muove da una dipendenza affettiva frustrata nell'interazione con contesti educativi pseudo-autonomizzanti e esprime una rivendicazione di dipendenza paradossalmente associata alla rivendicazione di autosufficienza. In tali casi si realizzano di solito rilevanti oscillazioni ponderali dovute all’alternarsi dinamico delle due motivazioni. Questa dinamica talora esita in un brusco viraggio verso l’anoressia, che rivela con chiarezza il bisogno inconscio di autosufficienza.

Da queste forme nelle quali prevale l'accettazione apparente della dipendenza si passa a quelle nelle quali il suo rifiuto diventa vieppiù evidente.

Talora la bulimia, a livello femminile, è adottata come strategia mirata inconsapevolmente a diminuire le capacità attrattive, a deteriorare l'immagine estetica. In tal caso essa costantemente dà luogo ad un aumento ponderale spesso molto rilevante. Ciò può accadere sia a livello adolescenziale come forma di difesa rispetto a un'istintualità erotica vissuta come minacciosa sia a livello adulto come tentativo di sottrarsi al dovere coniugale o di disgustare il partner.

C'è da considerare anche la possibilità, frequente nel corso delle psicosi giovanili, che la bulimia tenda a realizzare un ideale dell'io onnipotente sotto forma di gigantismo fisico. In questi casi l'intento è improvvidamente agevolato dai neurolettici.

Di rado, infine, la bulimia si configura come comportamento opposizionistico/trasgressivo in rapporto ad un sistema di valori superegoico perfezionistico che limita ogni scambio significativo con il mondo. Rientrano in questo ambito tutte le esperienze caratterizzate dalla cosiddetta fame nervosa, e cioè da un'avidità che muove da una condizione soggettiva e oggettiva di limitazione degli orizzonti vitali e della tensione desiderante verso il mondo.

Tipica, e sociologicamente rilevante, è la bulimia che caratterizza la cosiddetta nevrosi delle casalinghe. Non meno tipica è la bulimia che pone in luce la depressione mascherata di tanti soggetti la cui integrazione socioculturale richiede l'accettazione passiva di attività lavorative insignificanti e di un ritmo di vita stressante. A livello giovanile, il comportamento bulimico opposizionistico è agito spesso da studenti perfezionisti, particolarmente quando essi non hanno alcuna consapevolezza della loro schiavitù superegoica. In questi casi c'è il rischio che la bulimia preluda ad una regressione domestica, associandosi a disordini comportamentali di ogni genere: inversione del ritmo veglia/sonno, alimentazione del tutto irregolare in rapporto al normale orario dei pasti, rifiuto della pulizia personale, masturbazione eccessiva, ecc.

Non si sottolineerà mai a sufficienza la misura in cui la bulimia tende a caratterizzare tutte le fasi intervallari delle esperienze psicotiche che tendono ad evolvere episodicamente o fasicamente. Nonostante spesso possa trattarsi di una tendenza accentuata dagli psicofarmaci, essa esprime sempre un'economia soggettiva sostanzialmente incentrata sulla frustrazione della fame del mondo che è l'appetizione specifica della natura umana. Tenere conto di questo è importante per non cadere nell'inganno di considerare le fasi intervallari come fasi di equilibrio e di normalità.

Un rilievo particolare ha l'alternanza della bulimia e dell'anoressia nelle esperienze maniaco-depressive. Gli episodi depressivi, particolarmente se intervengono in forma strisciante, sono inaugurati spesso da una bulimia che, accentuandosi la depressione, si converte poi in una più o meno completa perdita dell'appetizione (per il cibo e per ogni stimolo vitale). Nel corso degli episodi maniacali, la bulimia può esaltarsi sotto forma di avidità riferita a tutti gli stimoli psicofisici o estinguersi in nome di una soddisfazione intrinseca legata al carattere in sé e per sé appagante di una rivolta contro la mortificazione e di una rivendicazione della voglia di vivere.

Al di là del piano alimentare, la modalità bulimica, come si è detto, può investire tutti gli "oggetti" appetibili e manipolabili. L'espressione più frequente, sotto il profilo psicosociologico, di questa modalità è il consumismo, allorché esso si realizza sotto forma di raptus (talché la persona acquista oggetti di cui non sa che farsene ma che, nell'immediato, sono intensamente desiderati) e, ancor più, allorché l'acquisto coincide con un’immediata perdita di valore dell'oggetto. Una forma che comincia a diffondersi particolarmente tra i giovani è il consumismo mediatico, caratterizzato dall’abuso dei video-giochi e della rete Internet. Da molti si è già rilevato che tale abuso tende a limitare le relazioni sociali e, talora, rappresenta una vera e propria fuga dal mondo reale che può precipitare, data una preesistente instabilità strutturale, delle crisi psicopatologiche. Molto meno si è riflettuto sul fatto che il consumismo mediatico rivela le dinamiche proprie del modo d’essere bulimico: il dominio dell’oggetto, da cui si finisce per essere dominati, e la ricerca inesauribile dell’oggetto che, appagando il bisogno di dipendenza dal mondo esterno, lo estingue.

Nella modalità bulimica rientrano anche delle esperienze lavorative caratterizzate da un’appetizione inesauribile per il guadagno, che rende il soggetto di fatto schiavo del denaro. Anche in questo caso, il miraggio di una condizione di sicurezza pervenuto alla quale il soggetto potrebbe ritenersi autosufficiente si sposta progressivamente nel corso del tempo senza mai essere raggiunto.

Sul piano relazionale, la modalità bulimica è rappresentata soprattutto dalle esperienze caratterizzate da una fame inesauribile di conferme esterne. Più frequente a livello femminile, tale condizione si può realizzare sia attraverso un comportamento perennemente seduttivo sia attraverso una richiesta incessante rivolta ad un solo partner. A livello cosciente, i soggetti definiscono tale bisogno di conferme come orientato a soddisfare un’intrinseca insicurezza e pensano, in buona fede, che se riuscissero a trovare una fonte, vale a dire un partner adeguato il problema si risolverebbe. Si tratta però anche in questo caso di un miraggio. La bulimia relazionale condanna a dipendere dalle relazioni perché solo da esse il soggetto può ricavare il nutrimento che gli occorre a diventare autosufficiente. Le conferme però cadono nel vuoto, non sono capitalizzate interiormente per effetto di meccanismi superegoici che associano all’autosufficienza la possibilità di sciogliere tutti i legami significativi col mondo sociale.

Le bulimie relazionali offrono una chiave dinamica che vale per tutte le esperienze bulimiche. Incentrata su un bisogno di autosufficienza, la bulimia è una condizione fondamentalmente riparativa. Essa implica, infatti, non solo la restaurazione del legame oggettuale e la percezione del proprio vuoto, bensì anche la condanna a vivere tale vuoto come incolmabile se non al prezzo di una perpetua dipendenza. Il comportamento appetitivo e il consumo sono dunque rituali riparativi non eseguendo i quali il soggetto rischia di incorrere in una crisi di angoscia. L’eseguire il rituale riconoscendo in esso l’espressione di un proprio incoercibile bisogno serve semplicemente a depistare il soggetto, a indurlo a credere di avere raggiunto un dominio e un controllo totale sull’oggetto della sua dipendenza.


Anoressia

Considerata a lungo come un comportamento psicopatologico specifico, caratterizzato dalla tendenza a limitare, in misura più o meno drastica, l’ingestione di cibi, l'anoressia va, oggi, definita strutturalmente come un comportamento che, sottoponendo ad un rigido controllo lo scambio tra il soggetto e il mondo esterno, mira a preservare l'identità psicofisica dalla minaccia che qualcosa d’estraneo possa penetrare nell'organismo e trasformarlo. Da questo punto di vista, la tendenza a limitare e controllare rigidamente l'ingestione dei cibi è solo uno, anche se tra i più frequenti, sintomi-spia del modo di essere anoressico. Sintomo, peraltro, di straordinaria pregnanza perché esso offre la chiave per interpretare ogni altra modalità anoressica di rapporto col mondo.

Esso, anzitutto, pone in luce un parallelismo tra mente e corpo che non è solo simbolico, o dovuto all’originaria esperienza di ricezione, con il cibo, di stimoli affettivi e cognitivi.

Tale parallelismo, reso evidente nell’anoressia dal fatto che solo il mantenimento di un determinato peso corporeo si associa ad una condizione di equilibrio mentale, si fonda sull’intuizione che la crescita corporea e lo sviluppo della personalità riconoscono delle modalità comuni. Il corpo cresce in virtù dell’introiezione di un materiale estraneo - il cibo appunto - che i processi metabolici trasformano, attraverso l’assimilazione, in tessuti o in energie che s’integrano con l’organismo e diventano tutt’uno con esso. Il metabolismo comporta che, almeno in parte, il materiale estraneo si trasforma in rifiuti. Di esso, dunque, qualcosa è assimilato e qualcos’altro scartato.

La crescita della personalità avviene anch’essa sulla base dell’introiezione di qualcosa dall’esterno: gli stimoli cognitivi, gli affetti, i valori culturali trasmessi dagli educatori. Data però la dipendenza del bambino dagli adulti, l’introiezione non comporta, per un lungo periodo, che scarse difese selettive. La possibilità di un processo psicologicamente metabolico, che in parte scarti e in parte assimili la cultura interiorizzata a livello superegoico, si fonda sull’entrata in azione del bisogno di opposizione/individuazione soprattutto a livello adolescenziale. Se però il bisogno d’opposizione urta contro una strutturazione superegoica piuttosto rigida, esso non riesce a realizzare l’assimilazione. In conseguenza di ciò, il soggetto convive con qualcosa di estraneo - il super-io appunto - che lo influenza e lo condiziona dall’interno e, frustando l’individuazione, concorre a mantenere l’identità personale in uno stato di subordinazione all’Altro.

La percezione di un "peso morto", identificato con il grasso, e di una minaccia alla propria identità legata all’apporto di cibo dall’esterno, costante negli anoressici, equivale all’intuizione di uno stato di cose reale a livello psicologico che è spostato sul corpo perché ciò consente all’anoressico di adottare una difesa che simula la soluzione del problema. Si tratta ovviamente di una difesa inadeguata in rapporto al problema reale, che attiene l’identità e la struttura psichica, che rimane assoggettata al super-io.

Le prove di quest’assoggettamento sono molteplici. Il perfezionismo sociale e morale è la più nota. La più clamorosa, però, sinora poco rilevata in letteratura, è indiziata invece, paradossalmente, proprio dal peso corporeo. Il mantenere un peso al di sotto di quello fisiologico rappresenta, infatti, per l’anoressico un’esigenza assoluta nella quale egli legge l’espressione della sua volontà, che non si piega alle sollecitazioni esterne a mangiare, e della forza di carattere. Il peso ideale, il cui perseguimento e il cui mantenimento, coincide con una situazione di relativo benessere psichico è diverso da esperienza a esperienza. Assumendolo come un indizio cronologico, che pone in luce una memoria inconscia dell’esperienza interiore di straordinaria precisione, si arriva costantemente alla conclusione che esso fa riferimento al periodo immediatamente precedente alla strutturazione inconscia del conflitto, caratterizzato da un apparente equilibrio interiore e relazionale. Caratteristicamente, tale periodo si colloca tra i dieci e i tredici anni, allorché il bisogno di opposizione/individuazione si attiva avviando la crisi prepuberale e adolescenziale.

Il peso ideale, reintegrando l’equilibrio sperimentato in questa fase, sancisce il primato della logica superegoica sistemica sulla logica dell’individuazione. Si tratta di una delle circostanze che più clamorosamente attestano l’incidenza della legge di riparazione strutturale. Leggendo in quel peso, che colpevolizza e ripara il conflitto intervenuto successivamente, l’espressione della sua libertà e l’affermazione della sua volontà, l’anoressico manifesta una confusione totale in rapporto alla sua condizione.

Se questa è la dinamica che più spesso sottende le esperienze anoressiche, non si può ignorare che essa comporta delle varianti.

Talora l’anoressia, oltre al significato riparativo, ne ha uno manifestamente punitivo. Nelle forme più serie, che vengono di solito ricondotte ad una presunta autodistruttività, il soggetto, senza rendersene conto, è preda di un cupio dissolvi che attesta terribili sensi di colpa incombenti sul corpo vissuto come una fucina di impulsi amorali o antisociali. Nelle donne tali sensi di colpa fanno riferimento pressoché costantemente alla sessualità, vissuta inconsciamente come strumento di liberazione anarchica dal controllo parentale e dai valori superegoici interiorizzati. Negli uomini, essi più spesso colgono nell’attrezzatura muscolare il pericolo di agire esplosivamente una rabbia frustrata.

Altre volte, l’anoressia ha un prevalente significato preventivo. Essa insorge, infatti, in rapporto a fantasie di un cambiamento radicale di vita impregnato di valenze trasgressive, implicitamente vendicative nei confronti dei familiari. In questi casi, lo svuotamento energetico prodotto dalla perdita di peso disarma il soggetto, lo confina in casa e lo obbliga a muoversi solo in compagnia di un familiare. Si tratta, insomma, né più né meno, di un equivalente dell’attacco di panico, che talora, all’inizio o nel corso dell’esperienza, di fatto sopravviene.

I significati rivendicativi, di attenzioni e di cure, e vendicativi nei confronti dei familiari che gli anoressici associano talora coscientemente al loro comportamento sono espressioni secondarie in rapporto alle dinamiche di colpa di cui si è parlato in precedenza, che essi alimentano.

L’aspetto fenomenologicamente costante nelle anoressie alimentari è la fobia dell'ingrassamento. Nelle forme lievi questa fobia può essere facilmente occultata nell'ideologia estetica; nelle forme serie, essa assume un carattere delirante, attestato vuoi dal rituale della bilancia vuoi dalla percezione di un corpo sempre troppo grasso, che persiste quand'anche questo sia scheletrico. Il simbolismo latente in questo delirio è importante. Per quanto il grasso, sia pure semplicemente sotto forma di pannicolo adiposo, svolga funzioni fisiologiche non meno importanti rispetto ad altri tessuti, esso può essere facilmente significato come un peso morto, la cui mollezza rivela un'intima debolezza di ordine psicologico non meno che morale, essendo quest'ultima attestata dal suo depositarsi che implica un cedimento alla soddisfazione di bisogni superflui.

La fobia dell'ingrassamento è dunque sostanzialmente una fobia della debolezza, della vulnerabilità e della cedevolezza, vissute come aspetti della personalità che rendono l'organismo psicofisico penetrabile a qualcosa di estraneo che, depositandosi in esso sotto forma di peso morto, rischiano di assimilarlo ad un terrificante modello di indistinta flaccidità, inerzia e passività. Il terrore evocato da tale modello fa ovviamente riferimento ai suoi possibili effetti relazionali d’assoggettamento all’altro.

Se questa è la simbologia prevalente nelle anoressie, non si può ignorare che la fobia dell’aumento ponderale può avere tutt’altro significato. Nella misura in cui, infatti, tale aumento accresce oggettivamente il potere attrattivo o la capacità potenziale di agire comportamenti aggressivi, esso può essere significato come un pericolo riferito alla perdita di controllo sulla sessualità e sulla rabbia. In questo caso, il peso ideale rappresenta una condizione di innocenza che scongiura tale pericolo.

La modalità anoressica, come si è detto, può investire, oltre al cibo, qualunque altro rapporto di scambio con la realtà esterna.

La fenomenologia dell’influenzamento, dal più banale livello di paura di essere suggestionati, proprio di alcune esperienze isteriche, fino ai deliri conclamati, che vertono sul tema di difendere la propria identità da potenze estranee che mirano a penetrarla e a parassitarla, rientrano senz'altro in quest’ambito. Tant'è che esse producono, in misura più o meno rilevante, una tendenza spontanea all'isolamento sociale e, talora, sensoriale, e cioè una sorta di deprivazione il cui effetto è il deperimento della personalità.

Anoressica è anche la dinamica che sottende alcune esperienze depressive, la cui devitalizzazione, che sembra far scomparire ogni autentico gusto per la vita, non escluso il cibo, è rivolta a tenere sotto rigido controllo una maniacalità vissuta e temuta come perdita di ogni difesa nei confronti dell'ambiente esterno.

In alcune esperienze ossessive, incentrate su un implacabile ascetismo morale, il comportamento del soggetto è coscientemente orientato ad eliminare tutti gli stimoli ambientali, particolarmente di natura sessuale, che, penetrando nella mente, potrebbero comportare dei cedimenti irreversibili all’immoralità e al vizio.

In rapporto a strutture isteriche e ossessive, sia l'affettività sia la sessualità possono configurarsi anoressicamente, in virtù della paura che lasciarsi penetrare dall'altro, a cui si attribuisce il potere di produrre amore e piacere, possa dar luogo ad un penoso assoggettamento.

Un fenomeno psicosociologico singolare ma misconosciuto, che talora assume un rilievo psicopatologico, è l’anoressia informazionale che va al di là della normale attività selettiva delle informazioni. Essa, infatti, comporta il rifiuto radicale di qualunque stimolo di ordine culturale che possa turbare, inquietare, far sorgere dei dubbi o semplicemente indurre a riflettere. Sintomatica di per sé di un rapporto fobico col mondo interiore, l’anoressia informazionale, che spesso si associa all’uso delle droghe, inaugura spesso a livello giovanile forme di disagio di vario genere.


Narcisismo

Secondo la tradizione psicoanalitica, il narcisismo è una condizione caratterizzata dall'identificazione fusionale dell'io con un'immagine ideale onnipotente, il cui effetto illusoriamente appagante frustra l'evoluzione della personalità sia sul versante soggettivo che su quello relazionale. Esso esprimerebbe il rifiuto del principio di realtà, e cioè la presa di coscienza dello scarto tra io reale e ideale dell'io, in nome di un'identità immaginaria riconducibile ad un arcaico bisogno di onnipotenza cristallizzato o da una fissazione soggettiva e/o da una seduzione intersoggettiva. L'interpretazione tradizionale dà dunque per scontata l'esistenza di un bisogno di onnipotenza la cui frustrazione risulterebbe necessaria al fine di indurre l'accettazione, da parte dell'io, dei suoi limiti. Da quest’accettazione discenderebbe poi, oltre che un orientamento pratico mirante a sormontarli, che consente la crescita dell'io, il riconoscimento della relazione sociale come indispensabile rimedio alla propria finitezza.

Il presupposto ideologico su cui si fonda la teorizzazione analitica non sembra trovare alcuna corrispondenza a livello di psicologia evolutiva e di psicopatologia. L'attribuzione agli adulti da parte del bambino di una sorta di onnipotenza che egli mutua identificandosi con loro non è riconducibile ad un bisogno bensì ad uno stratagemma evolutivo che favorisce l'influenza educativa. Solo in virtù di tale attribuzione, infatti, il bambino diventa permeabile alle aspettative, ai desideri e ai valori, consci e inconsci, trasmessi dagli educatori. Dal punto di vista psicopatologico, poi, il narcisismo realizza una delle due possibilità di definire se stesso che si offrono al soggetto, la cui esperienza riconosca un conflitto strutturale; l'altra, essendo rappresentata, come noto, da un'immagine di sé negativa e denigratoria. Da un punto di vista critico-dialettico, tali possibilità sono geneticamente e dinamicamente correlate: non si dà l'una senza l'altra, tant'è che esse convivono nelle esperienze psicopatologiche alternandosi o strutturandosi secondo un gradiente che comporta la coscienza dell'una e la latenza dell'altra.

Un'indicazione esemplare in tal senso è fornita dalle esperienze che si declinano sul registro maniaco-depressivo. Soprattutto quando il viraggio di fase avviene repentinamente dalla depressione grave all'eccitamento franco, il cambiamento di percezione e di punto di vista dell'io è letteralmente impressionante. Lo stesso soggetto che, appena qualche ora prima, viveva se stesso come privo di ogni valore e spregevole al punto di vergognarsi di apparire agli occhi degli altri, repentinamente si libera di ogni vergogna sociale e, preda di una straordinaria fiducia in se stesso, si contrappone frontalmente agli altri criticandone, spesso impietosamente, il perbenismo e il conformismo. L'esperienza dell'eccitamento maniacale ha un significato esemplare. Se, infatti, è indubbio che, in questa fase, il soggetto s’identifica con un'immagine onnipotente di sé, come negare che tale immagine ha un qualche fondamento, riuscendo il soggetto ad esprimere, a livello del sentire, del pensare e dell'agire, bisogni e capacità assolutamente insospettabili? Pur ammettendo che l'eccitamento corrisponda ad uno squilibrio biochimico, occorre riconoscere che esso rivela potenzialità che non trovano alcun riscontro né nella fase depressiva né negli intervalli tra le crisi, allorché l'io tende ad attestarsi su di un registro di normalizzazione più o meno mortificante.

Benché ingannato dall'onnipotenza, l'io maniacale appare più vicino ad una forma possibile di esistenza autentica, o meglio, più verosimile dell'io depressivo, più verosimile dello stesso io reale che, negli intervalli, tende a normalizzarsi su di un registro piuttosto conformistico, tendenzialmente inibito.

Se si dà all'esperienza maniaco-depressiva un significato esemplare, il problema del narcisismo si configura immediatamente come più complesso rispetto ad una tradizione analitica che rileva solo, e stigmatizza, lo scarto tra io reale e ideale dell'io, senza tener conto dell'io vocazionale, e cioè di bisogni e capacità reali la cui frustrazione definisce, nel contempo, la miseria dell'io reale e la necessità di un autoinganno narcisistico. Nonché ad un mitico desiderio di onnipotenza, il narcisismo dovrebbe ricondursi alla necessità di mascherare, per mezzo di un'identificazione immaginaria, la condizione reale e non modificabile, irreversibile, dunque, di un io espropriato delle sue possibilità di individuazione, rattrappito e mutilato. La definizione dell'io narcisistico come io minimo coniata da Lasch, potrebbe riferirsi, dunque, anche al narcisismo psicopatologico, posto che per io minimo s’intenda non tanto una condizione esistenziale di ritiro in una roccaforte individualistica, bensì una condizione di impedimento dello sviluppo dell'io dovuto a minacce originariamente esterne interiorizzate superegoicamente. L'ideale dell'io narcisistico esprimerebbe la negazione di queste minacce: negazione peraltro inutile e paradossale, poiché esse, proponendo l'onnipotenza come rivendicazione, frustrerebbe ogni possibilità di evolvere nella direzione della realizzazione dei bisogni.

In ogni esperienza narcisistica, dunque, come nella struttura maniaco-depressiva, l'io si troverebbe schiacciato tra una minaccia umiliante e degradante mirante a condannarlo ad accettare il suo disvalore o, al limite, la sua nullità, e una sfida a manifestare il suo valore secondo una scala di onnipotenza che non può essere raccolta se non in virtù di una mistificazione. Sul piano psicopatologico, quest’interpretazione sembra difficilmente confutabile. Di fatto, dunque, il narcisismo è una difesa. Non già, come sostengono alcuni psicoanalisti, dalla presa di coscienza dei propri limiti, e dal carattere illusorio delle fantasie di onnipotenza. Se s’indagano le esperienze narcisistiche, risulta chiaro che l'io si difende non dal principio di realtà bensì, né più né meno, dall'annichilimento, e cioè dal prendere atto di una condizione meramente negativa, che si declina solitamente in termini di spregevole e ridicola debolezza.

Il narcisismo è una difesa inadeguata da una persecuzione interna superegoica. Tale difesa si può considerare inadeguata perché l'ideale dell'io che essa propone come salvezza dalla catastrofe, pur facendo riferimento a possibilità intrinseche al corredo personale, si pone come irrealizzabile, e, dunque, impedisce all'io di muoversi evolutivamente.

Il problema della genesi del narcisismo è da ricondurre, dunque, meno alla necessità di mantenere quelle illusioni che agli impedimenti, interattivi e soggettivi, che si oppongono ad una crescita reale. Tali impedimenti, ostacolando l'individuazione, la costringono a imboccare il vicolo cieco del narcisismo.

La ridondanza dell'immagine narcisistica, che superficialmente porta a giudicare il narcisista come un essere che pretende troppo per rinunciare alle sue illusioni, va considerata non dal punto di vista dell'io reale, rattrappito dentro una programmazione superegoica che impedisce ogni evoluzione, bensì dalle possibilità e capacità dell'io che non possono essere investite nell'individuazione. Rispetto a queste possibilità, l'ideale dell'io può risultare congruente o incongruente: congruente quando esso rappresenta un modello compatibile con quelle possibilità, incongruente quando risulta incompatibile. Nel primo caso, c'è da chiedersi che cosa impedisce all'io di agire nella direzione dell'ideale; nel secondo, che cosa vieta all'io di sostituirlo.

Si danno, dunque, due dinamiche narcisistiche riconducibili a due diverse condanne, che possono essere espresse nei seguenti termini: "tu non diventerai mai come saresti potuto essere"; "tu non diventerai mai altro rispetto a ciò che saresti dovuto rimanere". La prima condanna implica la necessità di rimanere in una condizione di perenne minorità, la seconda in una condizione di supina connivenza rispetto alle aspettative ambientali. Mascherando queste condanna, il narcisismo impedisce all'io di lottare contro di esse.

E' importante infine considerare che il narcisismo, seppure appare tributario sempre di un'identificazione dell'io con un ideale dell'io onnipotente, non riconosce una scala di valori univoca. L'onnipotenza, infatti, può essere riferita ad un codice culturale individualistico, che privilegia la bellezza, la forza, il potere, il prestigio, il successo, come pure ad un codice culturale moralistico, il più spesso di matrice religiosa, che esalta le virtù, l'ascetismo o, addirittura, il dolore. Oggi, è difficile non riconoscere che l'onnipotenza può essere riferita anche ad un codice culturale negativo, anticonformista e trasgressivo, in ordine al quale il soggetto si vota orgogliosamente ad una forma di vita eroica sul filo del rasoio dell'emarginazione.

Se si tiene conto di queste tre forme - il narcisismo megalomane, il narcisismo masochistico e quello trasgressivo - si può riconoscere in esse, nonché la soggezione ad un ideale dell'io, il tentativo di affrancarsi da una persecuzione superegoica. Il narcisismo megalomane mira infatti a mettere l'io al riparo da ogni possibile confronto con gli altri, e quindi a ratificare un potere autoconfermativo perpetuamente minacciato da quel confronto; il narcisismo masochistico mira a definire una condizione soggettiva di affrancamento dalla colpa e dal peccato, che autorizzi l'io a godersi la vita; il narcisismo trasgressivo, infine, è orientato ad eliminare la paura della sanzione, presupposto indispensabile perché l'io possa sentirsi dotato di una qualche libertà.

La fenomenologia narcisistica è agevolmente riconducibile a queste tre forme.

Il narcisismo megalomane è evidente all'interno di numerose esperienze ossessive caratterizzate dal perfezionismo, la cui efficienza, che promuove spesso la conferma sociale, induce spesso uno stato d'animo soggettivo vagamente euforico. Tale stato d'animo, però, in conseguenza del quale il soggetto si sente infinitamente superiore agli altri, è sempre minato dall'angoscia del fallimento che ricondurrebbe l'io a prendere atto della sua nullità.

Qualcosa d’analogo avviene nel corso di esperienze isteriche che si realizzano sul registro di una seduttività perpetua.Se esse, infatti, avvalendosi di un aspetto estetico attraente, danno luogo a delle conquiste, possono produrre uno stato d'animo di onnipotenza. Il bisogno di conferme dall'esterno che, però, si esaspera e non si placa in rapporto alle conquiste relazionali, rivela una dinamica soggettiva costantemente minacciata da un sentimento di disvalore, spesso radicale, che solo le conferme esterne scongiurano.

Una forma di narcisismo megalomane particolarmente seria è riconoscibile all'interno di numerose esperienze anoressiche allorché il soggetto, riducendo al minimo l'apporto alimentare e scarnificandosi, si sente affrancato dal peso della carne e sprigiona un'energia intellettuale che lo esalta e gli dà il senso di un'infinità superiorità rispetto agli altri. Anche in questi casi, però, si realizzano brusche inversioni del vissuto che portano in luce un vissuto profondo e radicale di disvalore che solo il regime anoressico vale a scongiurare.

La forma più drammatica di narcisismo megalomane si realizza nel corso delle psicosi. Si è già parlato della psicosi maniaco-depressiva. Alcune schizofrenie esordiscono con un delirio di onnipotenza che va incontro a vicissitudini diverse. Più spesso esso si associa ad un delirio persecutorio che il soggetto riconduce all’invidia che gli altri provano nei suoi confronti o a una sfida provocatoria che mira a contestare il suo primato. Meno frequentemente il delirio di onnipotenza si radicalizza e comporta l’identificazione con un essere eccezionale, di origine extraterrestre, o addirittura con Dio. In questi casi la chiusura al mondo sociale diviene totale.

Il narcisismo masochistico è presente in numerose esperienze ossessive caratterizzate da un ideale perfezionistico che spinge l’io nella direzione di un’assoluta innocenza o, al limite, della santità. Nella misura in cui il soggetto, schiavo del super-io, riesce a adattare il suo comportamento al sistema di valori elevatissimo che esso veicola, egli può sviluppare un’immagine di sé oltremodo elevata che si associa quasi sempre ad un radicale disprezzo nei confronti della gente comune, preda dell’egoismo, dei vizi e del peccato. Quest’immagine, però, è precaria, perché la pressione dell’io antitetico fa sì che il soggetto percepisce che, al di sotto delle apparenze, il suo vero essere è impregnato di istinti e di malvagità. Ciò comporta, con una certa frequenza, lo smottamento dal narcisismo al delirio di colpa.

Il narcisismo trasgressivo si può ritenere uno degli aspetti più inquietanti della psicopatologia giovanile contemporanea. Esso è caratterizzato dall’identificazione dell’io con un ideale dell’io insensibile, egoista, antisociale, sfidante e immune dalla paura dell’autorità e del giudizio sociale. Tale identificazione comporta un senso di onnipotenza e di superiorità rispetto agli altri, una tendenza a usarli strumentalmente e ad attaccarli, che si associa costantemente a sensi di colpa che sono rimossi e per negare i quali il soggetto deve alzare il tiro della trasgressione. In questi casi è incombente la possibilità di un attacco di panico, che risocializza forzatamente il soggetto restituendogli la sua debolezza, di un delirio di colpa o di un delirio persecutorio.


Agorafobia

Per agorafobia s’intende tradizionalmente la paura di trovarsi, particolarmente da soli, in spazi aperti e di poter star male, venir meno, impazzire e/o morire. Ciò che attiva l’angoscia è la distanza che separa il soggetto da figure familiari o dall’ambiente domestico. La presenza di un familiare, di fatto, scongiura quasi sempre il sopravvenire dell’attacco di panico. Questa constatazione ha indotto a ricondurre l’agorafobia nell’ambito dei disturbi da separazione, al quale appartengono anche le depressioni e gli attacchi di panico che seguono alla perdita (per lutto o per abbandono) di rapporti significativi, e ha alimentato interpretazioni univocamente incentrate sull’immaturità dell’io.

La fenomenologia clinica offre però numerosi indizi che contestano quest’impostazione semplicistica. Per quanto prevalente a livello giovanile, e in particolare tra le donne, l’agorafobia può insorgere a qualunque età. Non pochi soggetti sviluppano crisi agorafobiche dopo aver raggiunto livelli notevoli d’autonomia personale, confermati per esempio anche da viaggi e da soggiorni all’estero. Pur cadendo in una situazione di dipendenza per quanto riguarda gli spostamenti fuori casa, alcuni agorafobici continuano a manifestare - nelle attività domestiche, nello studio, nel lavoro - una sorprendente efficienza. Altri, inoltre, seguendo dei tragitti obbligati che evitano l’attraversamento di strade e di piazze, riescono a muoversi anche da soli. Altri ancora, individuando fuori casa dei punti di riferimento familiari - il bar, il giornalaio, il tabaccaio, ecc. - ai quali rivolgersi in caso di bisogno, scongiurano il panico.

C’è da considerare, inoltre, un fatto d’estrema importanza. Talora l’attacco di panico sopravviene anche tra le mura domestiche allorché il soggetto non sente provenire dalle altre camere o dagli appartamenti vicini rumori che attestino la presenza di esseri umani.

Last but not least, in un numero rilevante di casi l’agorafobia si associa alla claustrofobia, non solo in rapporto al ritrovarsi da soli in spazi chiusi (circostanza, questa, riconducibile al disturbo da separazione) bensì anche in situazioni sociali caratterizzate dall’affollamento (cinematografo, poste, ecc.).

Trovare un comune denominatore tra tutti questi vissuti sembra pressoché impossibile. Occorre tenere conto di tre dati significativi comuni a tutte le esperienze agorafobiche.

Il primo è fornito da un invisibile confine spaziale, il cui raggio s’incentra sull’ambiente domestico, entro il quale la personalità gode di una situazione di relativo equilibrio e superato il quale si attiva l’angoscia. Tale confine non si pone, in rapporto a diversi soggetti, come univoco. Talora esso coincide con la soglia di casa, talaltra con una distanza di qualche isolato, talaltra ancora con il perimetro urbano. La varietà del confine è un’espressione della legge di riparazione strutturale. La distanza insormontabile dai punti di riferimento domestici e familiari è un indizio cronologico, straordinariamente preciso, dell’epoca evolutiva in cui si è generato il conflitto che di solito, risale a molti anni prima dell’attacco di panico.

Nella sua forma elementare, l’agorafobia si fonda su fantasie di fuga e di scioglimento dei legami parentali colpevolizzate. Tali fantasie possono investire i genitori, il coniuge, i figli. Non di rado, a partire da una conflittualità privata, esse assumono una configurazione generalizzata che investe tutti i rapporti sociali. La colpevolizzazione di tali fantasie dà luogo ad una rappresaglia superegoica che, inducendo la regressione, riabilita il legame sociale nella formula d’equilibrio sistemico preesistente il conflitto stesso, memorizzata a livello inconscio. Nelle persone adulte, soprattutto nelle donne oppresse dalla situazione coniugale o dal ruolo materno, la regressione attesta una conflittualità che risale all’epoca evolutiva. L’agorafobia, in questi casi, fa capo al fatto che i soggetti hanno tentato di scongiurare le conseguenze del conflitto con una strategia di normalizzazione fidanzandosi precocemente, sposandosi e affrettandosi ad avere dei figli per vincolare il loro desiderio frustrato di libertà. L’oppressione conseguente alla normalizzazione forzata, nonché scongiurare il pericolo dell’anarchia, lo riattiva e lo attualizza.

Il secondo dato significativo è il rapporto del soggetto agorafobico col sociale extrafamiliare, caratterizzato in genere da una paura terrificante che la crisi di angoscia possa sopravvenire in una situazione di esposizione sociale. Questa paura che, di solito, fa riferimento alla vergogna di trovarsi in grave difficoltà agli occhi degli altri rivela spesso una drammatica fobia della debolezza. Tale fobia associa alla crisi in pubblico un giudizio sociale negativo (come essere debole e inetto o , al limite, squilibrato) e irreversibile: in breve, un marchio sociale.

In altri casi, la paura è riferita alla possibilità che nessuno corra in aiuto del soggetto, che lo si lasci morire per strada solo come un cane, o addirittura che lo si ricoveri in un ambiente psichiatrico, laddove egli si troverebbe senza difese alla mercé di estranei. In tali casi risulta evidente che l’esperienza del soggetto comporta una qualche conflittualità che riguarda, oltre la famiglia, il sociale.

Il terzo dato significativo concerne lo spazio aperto che si apre di fronte al soggetto e che ha la funzione di trigger dell’angoscia. Esso rappresenta la libertà aspirata dal soggetto per effetto delle fantasie di fuga e di scioglimento del legame. Una libertà che, in conseguenza della colpevolizzazione, gli si apre davanti come una dimensione desertificata di solitudine, un abisso nel quale l’io, slacciato ogni legame sociale, precipita.

Quest’ultimo dato consente di capire la complessità dei vissuti agorafobici. Il conflitto con vincoli familiari oppressivi e, talora, esperienze sociali extrafamiliari negative, inducono spesso, infatti, negli agorafobici un orientamento avversativo nei confronti non solo dei legami parentali ma di qualunque legame sociale significativo e vincolante. In questo caso, i sensi di colpa non fanno solo riferimento alla sacralità dei vincoli parentali ma alla sacralità del legame sociale tout-court. Il deserto che si apre di fronte all’agorafobico rappresenta il vuoto totale prodotto dalle sue fantasie di eliminazione sociale, che, per effetto della colpevolizzazione, producono l’angoscia della solitudine cosmica.

Se si tiene conto del vissuto di oppressione sociale sottostante l’agorafobia, non si stenta a capire perché essa si associ così frequentemente a vissuti claustrofobici. Diventa anche comprensibile il fatto che, entro il confine, accettando la dipendenza da una figura familiare o il bisogno, in caso di necessità, di chiedere aiuto ad un estraneo, la personalità gode di una situazione di relativo benessere. L’accettazione, infatti, del bisogno di un sostegno sociale ripara e dissolve magicamente il riferimento alla presunta distruttività sociale.

Posto che l’agorafobia riabilita il legame sociale su di un registro di dipendenza che vale a riparare e ad espiare le fantasie di attacco ai legami sociali e che, in conseguenza dell’angoscia di colpa, essa trasforma il desiderio di una libertà infinita in paura della libertà, è evidente che la fenomenologia elementare, caratterizzata dalla spazializzazione dell’angoscia,, non esaurisce le sue potenzialità psicopatologiche. Essa è riconoscibile in tutte le esperienze psicopatologiche contrassegnate dall’horror vacui, che ne rappresenta il vissuto più immediatamente espressivo.

In numerose isterie femminili, caratterizzate da una dipendenza malvissuta, i comportamenti aggressivi nei confronti del partner (dall’aggrappamento asfissiante al maltrattamento), che mirano inconsciamente allo scioglimento del legame, s’incrementano progressivamente finché non sopravviene, da parte del partner, una minaccia di abbandono. L’effetto di questa minaccia è di indurre immediatamente la percezione di una drammatica, intollerabile solitudine, che determina, di solito, repentinamente un assetto comportamentale orientato a scongiurare la perdita del rapporto.

In alcune sindromi ossessive, caratterizzate da un regime interiore perfezionistico, l’horror vacui è restituito da una tendenza costante all’iperimpegno che serve ad azzerare ogni possibile spazio di libertà personale. In questi casi risulta evidente che il mantenersi dell’equilibrio soggettivo dipende dal legame di connivenza che l’io intrattiene col super-io e dalla sua disponibilità a soddisfare le richieste superegoiche a qualunque costo. In quest’ambito rientrano le sindromi del week-end, delle vacanze e alcune esperienze psicopatologiche riconducibili all’esaurimento o al venire meno di ruoli sociali impegnativi (fine del ruolo materno conseguente all’autonomia dei figli, transitorie perdite di attività lavorativa, ecc.).

In alcune esperienze psicotiche, paradossalmente, l’allentarsi o lo scomparire della persecuzione allucinatoria fa affiorare un vissuto di smarrimento che pone in luce la difficoltà del soggetto di accettare la sua condizione di libertà dal controllo sociale.

All’agorafobia, intesa in senso dinamico, vanno ricondotte anche esperienze asintomatiche o paucisintomatiche caratterizzate da un’organizzazione di vita abitudinaria e conservatrice che denuncia una fobia della libertà vissuta in termini di fobia del cambiamento.


Paura di impazzire

La paura di impazzire si è definita storicamente via via che i meccanismi di esclusione dal gruppo sociale dei devianti, esercitati da sempre sotto forma di messa al bando e divieto di accesso agli spazi sociali, si sono razionalizzati prevedendo istituzioni - asili, carceri, manicomi - deputate a sancire l'esclusione nella forma dell'internamento coatto.

Se non c'è alcun dubbio riguardo al fatto che le condizioni socio-culturali atte a evocare, in alcuni soggetti, un esasperato bisogno di evadere dall'esistente si siano sempre prodotte nel corso della storia, occorre riconoscere che il fantasma manicomiale - di un'istituzione, cioè, che risponde a quel bisogno paradossalmente, realizzandolo con l'esclusione sociale e frustrandolo con l'internamento - ha prodotto culturalmente un singolare effetto: la sua incombenza a livello di immaginario sociale e la sua interiorizzazione soggettiva hanno determinato una tendenza a vivere i disagi interiori, quando essi fenomenicamente si configurano come incompatibili con l'ordine sociale, in termini fobici.

La paura di impazzire è, dunque, anzitutto una paura culturalmente determinata, iatrogena: è la paura di un'etichetta sociale che, nonché alleviare quei disagi, li riconduce nell'ambito di una diversità sanzionata e qualificata in termini meramente negativi, come malattia potenzialmente pericolosa che rende necessaria la reclusione. Questa considerazione, epistemologicamente essenziale, porta ad affermare che, per quanto le dinamiche conflittuali che esitano in un disagio psichico possano avere origini remote, il loro strutturarsi sotto forma di paura di impazzire, conscia o inconscia, non può avvenire che in una fase avanzata dell'evoluzione. Riguardo alla paura di morire si può discutere se abbia un carattere primario, se esprima cioè un'angoscia di separazione o di abbandono, o, com'è nostro avviso, secondario, configurandosi l'esclusione sociale come un vissuto complesso rispetto alla separazione. Il carattere secondario, culturale della paura di impazzire è invece, indubitabile. Più ancora di quello della paura di commettere atti antisociali, sicuramente secondaria quando i pensieri e le fantasie antisociali sono significati in termini criminali ed evocano il fantasma del carcere, ma che, in fasi precoci dello sviluppo, trova corrispondenza nel vissuto di dar dolore ai grandi con il proprio comportamento.

Fenomenologicamente, l'oggetto della paura di impazzire non è univoco. Costante è il riferimento al venir meno repentino del controllo dell’io cosciente su di sé, sui propri pensieri e sui propri comportamenti. Tale minaccia evoca però talora la paura di uno smarrimento totale, cosmico, della perdita definitiva e irreversibile del legame sociale e dell'appartenenza, talaltra la paura di finire in balia degli altri, degli estranei, e di poter subire danni (l'internamento, l'elettroshock, le cure psicofarmacologiche), talaltra ancora la paura di agire comportamenti riprovevoli o antisociali. Per quanto possano variamente combinarsi nelle esperienze psicopatologiche, si tratta di tre diversi vissuti.

Il primo fa riferimento al legame sociale e all'appartenenza come fondamento dell'identità personale e sociale, e si attiva allorché l'individuazione si associa alla fantasia di sciogliere tutte le relazioni significative. Il secondo ripropone la dipendenza dai familiari come unica salvaguardia dell'identità in rapporto ad un mondo sociale vissuto sul registro persecutorio, e si attiva sia quando l'esperienza familiare è conflittuale sia quando l'impatto col mondo extrafamiliare è traumatico. Il terzo fa riferimento alla necessità di affrancarsi dalla soggezione al giudizio sociale interiorizzato allorché questo, inducendo un regime di vita frustrante, produce una quota più o meno rilevante di rabbia anarchica e trasgressiva. In tutti e tre i casi, la dinamica superegoica ripara e reprime un bisogno di individuazione significato negativamente.

La fenomenologia della paura di impazzire è diversa a seconda che tale paura rimanga a livello inconscio o sia vissuta coscientemente.

La paura inconscia di impazzire dà spesso luogo a due forme di esperienze antitetiche. In alcuni casi, particolarmente a livello giovanile, essa determina un progressivo insabbiamento sociale ed una lenta regressione nella rete dei rapporti familiari e nello spazio domestico senza alcun’apparente motivazione. I soggetti minimizzano e sdrammatizzano la regressione fino al punto di ingannare per un certo periodo i parenti, che leggono in essa un'espressione di svogliatezza e di rifiuto dei doveri. L’insabbiamento, invece, tende a preservare un equilibrio psichico precario che il soggetto sente, oscuramente, minacciato dall'esposizione e dalla vita sociale. Benché di solito associata ad una spiccata tendenza alla razionalizzazione, non di rado all’interno di queste esperienze la paura di impazzire affiora coscientemente e da luogo ad una strutturazione fobico-ossessiva, compromessa episodicamente da acting-out domestici che danno al soggetto la misura della sua incontrollabilità. Quando la paura di impazzire non affiora coscientemente, tali esperienze vanno incontro, con i tempi più vari, a crisi di destrutturazione psicotica.

In altri casi, invece, l'integrazione sociale - sia a livello affettivo che di studio e lavorativo - sembra realizzarsi con ritmi e modalità addirittura accelerate rispetto alla media. E' quanto accade per esempio ad alcune ragazze che si fidanzano precocemente, si sposano molto giovani e mettono al mondo dei figli per incarcerarsi nella normalità. La normalizzazione a tappe forzate è di fatto una fuga in avanti rispetto alla minaccia di impazzire, un tentativo di ingabbiarsi in una serie di ruoli socialmente riconosciuti ai quali il soggetto delega la conservazione dell'identità. E' frequente, in questi casi, che sopravvengano ex-abrupto crisi di identità sotto forma di depersonalizzazione - per cui il soggetto non sa più se è veramente quello che appare agli occhi degli altri - o di fantasie, più o meno anarchiche, incompatibili con i ruoli assunti.

Di solito, per questa via, si giunge ad esperienze psicopatologiche isteriche, quando la percezione di una seconda identità negativa rimane indistinta, per quanto minacciosa, o ossessive, quando quell'identità è colta nello stereotipo della follia criminale .

Molto raramente, a partire da una condizione soggettiva di benessere e di autorealizzazione, le esperienze caratterizzate da un intrappolamento in ruoli sociali ipernormativi vanno incontro a crisi di destrutturazione psicotica. Il più spesso tali crisi si configurano sul registro delle depressioni gravi, con vissuti di riferimento o francamente persecutori, che fanno affiorare sotto forma di autoaccusa o di accuse dall'esterno le imputazioni latenti di falsità, distruttività e follia. Tranne i casi, invero rari, che promuovono lo strutturarsi di un delirio persecutorio, i soggetti, in riferimento al preesistente vissuto di normalità completa, tendono ad invocare e a sottoporsi a trattamenti psichiatrici di ogni genere, per recuperare l'identità perduta e per punirsi delle fantasie colpevoli. S’instaura, in questi casi una dannosa connivenza con il sapere psichiatrico tradizionale orientato ad identificare la malattia con i sintomi.

E' a partire da queste premesse che spesso si originano singolari esperienze di cronicizzazione mascherata, caratterizzate da intervalli più o meno lunghi nel corso dei quali i soggetti riprendono a vivere normalmente, interrotti da stati di allarme precritici, e cioè da vissuti a spiccata connotazione fobica concernenti la follia, che danno luogo a ricorsi a cure psicofarmacologiche o a ricoveri in clinica. Questa compliance soggettiva rende oltremodo raro l'affiorare della domanda di aiuto psicoterapeutico, poiché la fobia di impazzire, vissuta visceralmente, si fonda sulla convinzione inconsapevole che dietro i sintomi ci sia una reale malattia che un'indagine introspettiva potrebbe mettere in luce senza offrire vie di scampo.

Diversa per alcuni aspetti è la fenomenologia delle esperienze psicopatologiche che si definiscono in conseguenza dell'affiorare a livello di coscienza della paura di impazzire. Ciò può avvenire sia criticamente, sotto forma di attacchi di panico, sia subdolamente sotto forma di fobia. Gli attacchi di panico pongono in luce i vissuti di cui si è parlato in precedenza. La fobia ha connotazioni diverse a seconda della struttura psicopatologica.

Nelle esperienze isteriche, la fobia non è strutturata e si riduce al terrore di un repentino collasso dell'io con perdita di ogni potere di controllo sulla realtà e conseguente caduta in balia degli altri. Essa induce regolarmente una dipendenza più o meno marcata da figure familiari in quanto depositarie dell'identità personale.

Nelle esperienze ossessive, viceversa, la fobia tende a strutturarsi in conseguenza del fatto che i soggetti hanno una percezione più o meno netta di un mondo interno, inapparente socialmente, abnorme. Talora, le pulsioni anarchiche e folli che essi si attribuiscono affiorano alla coscienza sotto forma di fantasie e pensieri parassitari, non riconosciuti dal soggetto come propri, che hanno una spiccata connotazione trasgressiva (per esempio bestemmiare in chiesa, ridere nel corso di un funerale, mettersi ad urlare in pubblico, aggredire repentinamente qualcuno, ecc.). La reazione di difesa consiste in un rigido ipercontrollo comportamentale tendente a mantenere agli occhi degli altri un'immagine di totale normalità. Nonostante ciò, la pressione delle pulsioni induce il vissuto incombente di stare lì lì per perdere il controllo, e di finire chiusi in carcere o in manicomio. Per quanto tradizionalmente si ritenga che le difese ossessive rappresentino un valido baluardo in rapporto al pericolo di una destrutturazione, non si può negare che esse funzionano nella misura in cui concedono all’io una qualche forma d’integrazione sociale reale. Se la quota dei bisogni frustrati è eccessiva, si possono con facilità realizzare sia acting-out sia crisi psicotiche.

Dal punto di vista dinamico la paura di impazzire verte su due nuclei fobici correlati: la de-personalizzazione, intesa come collasso dell'io, e la manifestazione di comportamenti socialmente sanzionabili come abnormi. Il fattore comune a questi due nuclei è ovviamente, la perdita di controllo su di sé, si configuri essa come implosione o esplosione pulsionale. La depersonalizzazione comporta il terrore di una perdita dell'identità, di una perdita di potere sulla realtà che produrrebbe il ritrovarsi in balia degli altri, in una condizione di totale dipendenza regressiva. La manifestazione di comportamenti asociali, invece, comporta la paura di una rappresaglia sociale sotto forma di perdita di libertà e internamento.

Il dato comune a queste due paure, a ben vedere, è l'inclusione: il ritrovarsi chiusi dentro una rete di rapporti, interpersonali e/o istituzionali, che azzerano la libertà personale. Nonostante a livello soggettivo la paura di impazzire evochi spesso la possibilità di perdere ogni rapporto con la realtà sociale, essa, di fatto, implica la minaccia di una socializzazione forzata, di una restituzione del soggetto ad una socialità protettiva e/o repressiva. L'inclusione, intesa come integrazione sociale in difetto di libertà, è dunque l'oggetto fobico, rispetto al quale le fantasie di isolamento emozionale e di attacco ai legami funzionano come difese inadeguate, se non altro poiché esse comportano il prezzo di una più o meno rilevante mortificazione dei bisogni.

Come sempre accade nell'universo fobico, l'oggetto della paura, vissuto come un pericolo da scongiurare, corrisponde ad un pericolo che si è già, sia sul registro soggettivo che relazionale, compiutamente realizzato. Il nodo dinamico che promuove la paura d’impazzire, infatti, è da ricondurre ad un bisogno di opposizione/individuazione che, essendo rimasto ingabbiato nella rete delle aspettative sociali normative, superegoicamente rappresentate, ha assunto, in conseguenza della frustrazione, una configurazione ridondante, antisociale, più o meno marcatamente trasgressiva.

I sensi di colpa che incombono sulla quota dei bisogni frustrati determinano la minaccia per cui il loro venire alla luce comporta, come prezzo da pagare, il ristabilirsi di legami sociali persecutori e di assoggettamento o sul registro della dipendenza regressiva o sul registro della rappresaglia sociale.


Coazioni

Sotto il termine di coazioni si possono raccogliere tutti i fenomeni di esperienza - dal livello delle fantasie, delle emozioni e del pensiero al livello dei comportamenti - vissuti dal soggetto come non dovuti alla sua volontà epperò incoercibili. Si tratta di fenomeni di particolare interesse psicopatologico poiché essi, rivelando immediatamente l’attività dinamica del super-io e/o dell’io antitetico, provano inconfutabilmente che le substrutture inconsce dell’io, pure essendo sprovviste di soggettività, sono in grado di produrre contenuti psichici omologabili a quelli prodotti dall’io cosciente.

Al limite estremo, che sconfina dall’ambito delle coazioni, i vissuti e i moduli comportamentali prodotti dalle substrutture possono irretire l’io a tal punto da determinare le esperienze, peraltro molto rare, di personalità doppia o multipla.

La fenomenologia delle coazioni riguarda essenzialmente le sindromi ossessive e quelle psicotiche. Nelle sindromi ossessive, le coazioni di origine superegoica entrano nel campo di coscienza sotto forma di divieti, comandi, rimproveri, giudizi sprezzanti e obblighi rituali; le coazioni di origine antitetica si esprimono sotto forma di pensieri e fantasie trasgressive (come, per esempio, bestemmiare in chiesa, ridere nel corso di funerali, urlare in pubblico, avere immagini oscene, ecc.) o di pulsioni ad agire comportamenti antisociali (rubare, aggredire, stuprare, ecc.). Tali coazioni sono vissute dai soggetti come parassitarie, vale a dire non espressive della volontà propria. La loro interpretazione più corrente fa riferimento a degli istinti caotici e irrazionali. Nelle persone religiose, esse sono colte come espressione del male costitutivo della natura umana.

Nelle esperienze psicotiche, le coazioni - siano esse recepite o meno sotto forma allucinatoria - vengono riferite all’influenza di una volontà esterna sulla propria. Anche in questo caso, però, le matrici superegoiche o antitetiche sono evidenti. Le coazioni, infatti, talora rimproverano, accusano i soggetti e li spingono ad agire comportamenti mortificanti, espiatori o autolesivi; talaltra li spingono ad agire comportamenti trasgressivi e aggressivi che solo di rado sono posti in atto.

La dinamica che sottende le coazioni pone in luce un conflitto strutturale le cui polarità sono estremamente scisse e antitetiche. L’affiorare del conflitto strutturale sotto forma di pensieri, emozioni, fantasie e comportamenti coatti è riconducibile, anzitutto, al carattere antropomorfico dell’attività mentale inconscia. Non si può, però, minimizzare il ruolo dell’io. Costretto ad interpretare tutto ciò che entra nel campo della coscienza, l’io, nella misura in cui non riconosce come propri i contenuti psichici, tende immediatamente a ricondurli a qualcosa di altro da sé, che, al limite estremo, diventa un’altra soggettività dotata di volontà propria.

Nell’ambito delle coazioni, per la loro frequenza, assumono un interesse particolare i rituali ossessivi, che meritano un’analisi dettagliata.

Nell'accezione ristretta, propria dell'antropologia culturale, il rituale è un comportamento prescrittivo la cui esecuzione attesta la fedeltà dell'individuo ad una tradizione culturale e sociale, e, di conseguenza, la sua integrazione in un gruppo la cui identità egli condivide in maniera obbediente e partecipe. E' importante tener conto che sia a livello magico-religioso che civile la consapevolezza del soggetto riguardo alle origini e al significato del rito è poco o punto significativa: essenziale è l'esecuzione, sia pure passiva, dei comportamenti prescritti. In senso lato rituali si possono definire tutti i comportamenti agiti, nel corso della vita quotidiana, per rispettare convenzioni, consuetudini, tradizioni sociali, senza un'adeguata consapevolezza del loro significato, al fine di conformare la propria volontà alla volontà collettiva che esse rappresentano.

Ciò sfuma, senza azzerarle, le differenze tra rituali sociali e rituali psicopatologici, nel senso che non è necessariamente la loro logicità o assurdità che li differenzia. Le caratteristiche differenziali sono, a ben vedere, tre: il grado d’obbligatorietà, le minacce sanzionali che incombono sull'inadempienza, l'ambivalenza procedurale.

A livello di rituali psicopatologici, l'obbligo sembra muovere da una volontà superiore che s’impone al soggetto riducendolo al ruolo di un automa. Quasi sempre vissuto inconsciamente, il riferimento ad una volontà altrui che impone di agire i rituali è talora restituito dai soggetti come un loro vissuto.

L'esecuzione dei rituali ha, di solito, lo scopo di scongiurare pericoli catastrofici incombenti sia sul soggetto sia sugli altri (in particolare i familiari).

Le procedure rituali sono difficili da portare a termine perché, spesso, sono interferite da comportamenti opposizionistici che costringono alla ripetizione.

A livello fenomenologico, questi aspetti si combinano in vari modi. Costante è il vissuto soggettivo di dover eseguire i rituali per scongiurare il sopravvenire di una crisi di angoscia. Il nesso tra l'esecuzione e il controllo dell'ansia, quando i rituali riguardano comportamenti propri della vita quotidiana - l'ordine, la pulizia, l'igiene, la sicurezza -, è ricondotto a esigenze personali. Allorché i comportamenti prescritti sono, però, del tutto avulsi dalla vita quotidiana - come contare dei numeri in un certo ordine, sistemare degli oggetti in maniera inconsueta, ecc. -, riesce impossibile razionalizzarli. Talora coscientemente i soggetti si rendono addirittura conto della loro insignificanza o assurdità. Rimane la necessità assoluta di eseguirli per tenere l'ansia sotto controllo.

La minaccia che incombe sulla mancata esecuzione dei rituali si configura, infatti, come un'ansia catastrofica, ora generica, ora specifica. In quest'ultimo caso essa s’identifica con qualcosa di terribile (impazzire, morire) che può accadere al soggetto stesso e/o ai suoi cari (incidenti, malattia, morte). Sotto la spinta di questa minaccia, talora i rituali sono eseguiti scrupolosamente e velocemente, al punto che, nel corso del tempo, possono essere automatizzati e in un certo modo incorporati nella trama dei comportamenti quotidiani fino al punto di risultare impercettibili socialmente. Più spesso essi vanno però ripetuti o perché nell'eseguirli il soggetto commette qualche errore procedurale o perché residua il dubbio di non averli eseguiti bene. In questi casi, il soggetto per portarli a termine tende ad isolarsi socialmente. Il numero delle ripetizioni varia da esperienza ad esperienza. Nelle situazioni più serie, l'esecuzione dei rituali può occupare pressoché tutta la giornata.

Dal punto di vista dinamico, la coercizione rituale corrisponde ad un'ingiunzione superegoica repressiva o riparativa che mira a comprovare la soggezione del soggetto a regole dal cui rispetto dipendono la sua sussistenza, la sua identità sociale e il bene comune. La natura più o meno arbitraria delle regole serve a sancire il fatto che il soggetto si sottomette ad esse sul registro dell'obbedienza cieca, senza metterle in discussione. Su cosa si fonda il potere di tali regole? Immediatamente sulla paura che si associa alla trasgressione. Tale paura comporta però un nesso per cui il soggetto deve rendere conto del suo comportamento a "qualcuno" che lo tiene sotto controllo e che, in caso di inadempienza, dispone di un potere illimitato di rappresaglia. Nella trama dei rituali si esprime, in altri termini, una logica superstiziosa, che fa riferimento ad un potere che trascende il soggetto ed è infinitamente più forte di lui, tal che non può essere sfidato impunemente. Attestando il primato della volontà altrui (sia essa di Dio o della società) su quella propria, tale logica risolve un conflitto più o meno grave tra doveri sociali interiorizzati e un io antitetico tendente alla ribellione e all'anarchia.La componente dinamica legata all’io antitetico si ricava sia dall'opposizionismo inconscio che interferisce nella corretta esecuzione dei rituali, e obbliga a ripeterli, sia dall'organizzazione di vita del soggetto che, non di rado, è caratterizzata, al di là dei rituali, da un certo disordine e da una tendenza alla trasgressione spesso ideologizzata.

La programmazione superegoica ritualizzata, quali che siano i diversi contesti e le interazioni diverse che la generano, fa sempre capo ad una visione del mondo che oppone implicitamente natura umana e cultura, e individua dunque nella cultura - religiosa e civile - uno strumento imprescindibile di costruzione di una personalità il cui grado di integrazione sociale è attestato dalla sua capacità di costringersi, di tenere a freno e lottare contro quanto, nella natura umana, vi è di asociale e amorale.

Alla luce di quanto detto, non è sorprendente che i rituali ossessivi si definiscano a partire da due diverse carriere di vita: l'una caratterizzata da un conformismo sociale e una tendenza a rispondere alle aspettative altrui che frustra gravemente il bisogno di individuazione fino al punto di farlo ridondare a livello inconscio sotto forma di fantasie anarchiche e trasgressive; l'altra, viceversa, caratterizzata da comportamenti adolescenziali e giovanili tendenzialmente ribelli, disordinati e anticonformistici che evocano, infine, la paura della devianza. Nel primo caso, la logica superstiziosa dei rituali non fa altro che riprodurre l'ingabbiamento normativo in cui il soggetto è vissuto. Nel secondo caso, essa sembra avere un valore protettivo rispetto a spinte devianti altrimenti incoercibili.Tali spinte, però, in quanto riconducibili ad un ideale dell'io antitetico, attestano di per sé una colonizzazione superegoica imbattutasi in un bisogno di opposizione particolarmente spiccato.

Se i rituali rappresentano un sintomo frequente che segnala, come la punta di un iceberg, un conflitto irriducibile tra volontà altrui interiorizzata e volontà propria definitasi antiteticamente, non si può negare che tale conflitto riconosce fenomenologicamente configurazioni di equilibrio apparentemente asintomatiche. Molte esperienze normali sono caratterizzate in effetti, sotto il profilo dinamico, da un'ipernormalizzazione ossessiva, vale a dire da un regime di vita caratterizzato da una sorta di inappuntabilità sociale che corrisponde ad una totale sottomissione del soggetto a regole, norme e valori semplicemente introiettate e non intimamente condivise. In questi casi, la sottomissione corrisponde al bisogno di mantenere l'immagine sociale al riparo da qualsivoglia giudizio negativo. Se l'io è connivente con questo bisogno e si sente gratificato dalla sua soddisfazione, la situazione soggettiva può rimanere in equilibrio anche per anni. La frustrazione grave del bisogno di individuazione che, a livello inconscio, produce fantasie anarchiche di ogni genere, rappresenta, però, una minaccia costante che, non di rado, esita in una catastrofe strutturale di tipo ossessivo o persecutorio.

Nell'ambito della ritualizzazione comportamentale rientrano poi quasi tutte le esperienze caratterizzate dal perfezionismo. Come si è già scritto, il perfezionismo rappresenta una dimensione estremamente ingannevole poiché la schiavitù superegoica non viene quasi mai percepita come tale dal soggetto in virtù delle conferme interne e sociali che l'adesione ad essa comporta. Il carattere di schiavitù rituale del perfezionismo è però confermata dal fatto che se egli tenta di modificare sia pure di poco l’assetto comportamentale insorge un’angoscia grave, pari a quella che investe l’ossessivo allorché non riesce ad eseguire i rituali secondo la procedura prescritta.


Fobia delle emozioni (positive e negative)

La fobia delle emozioni, conscia e inconscia, rappresenta un vissuto che attraversa tutto l'universo psicopatologico. Il conflitto di base tra super-io e io antitetico determina inevitabilmente un qualche grado di incompatibilità tra le emozioni positive (amore, tenerezza, gratitudine, compassione, ecc.) che mirano a mantenere il legame sociale e quelle negative (rabbia, odio, vendetta, disprezzo, invidia, ecc.) che, viceversa, sono deputate a definire il potere e i diritti dell'individuo all'interno delle relazioni. In conseguenza del conflitto, il legame sociale alienato, che postula la soggezione dell'individuo ai doveri interiorizzati, viene corroborato dalla paura dell’esclusione, mentre i diritti individuali alienati, che si configurano in opposizione ai doveri sociali, animano la paura dell’inclusione.

La paura dell'esclusione sociale determina la fobia di tutte le emozioni che possono introdurre nella relazione che il soggetto intrattiene con il mondo degli elementi conflittuali; la paura dell'inclusione, viceversa, determina la fobia di tutte le emozioni che inducono l'identificazione con l'altro, il riconoscimento dei suoi diritti e il definirsi di una relazione consensuale.

La fenomenologia della fobia delle emozioni varia in rapporto al contenuto fobico e alle difese adottate per scongiurare il realizzarsi della minaccia fobica, che spesso si configurano come ideali dell'io superegoici, che reprimono e criminalizzano le emozioni negative, e antitetici, che reprimono e squalificano le emozioni positive.

La fobia delle emozioni negative è reperibile in quasi tutte le esperienze psicopatologiche. Ciò è dovuto alla storia interiore dei soggetti, caratterizzata da più o meno intensi conflitti sociali, non meno che al pregiudizio che grava sulle emozioni negative all’interno della nostra cultura. Tale pregiudizio, le cui origini storiche sono molto complesse, comporta l’arbitraria identificazione della rabbia, dell’odio e della vendetta con l’aggressività. L’identificazione è arbitraria sia perché confonde il sentire con l’agire sia perché ignora che le emozioni negative hanno come matrice primaria e comune il senso di giustizia. Esse infatti sono promosse da tutte le circostanze sociali vissute come inique o incompatibili con i diritti umani e individuali, e rappresentano un’espressione propria del bisogno di opposizione/individuazione.

La fobia delle emozioni negative, di fatto, si fonda sempre sulla frustrazione del bisogno di opposizione/individuazione, e si struttura sulla base dell'alienazione di tale bisogno che giunge ad assumere, per effetto del principio di ridondanza, una configurazione pulsionale anarchica e asociale.

Essa è rappresentata costantemente nelle esperienze ossessive, la cui maschera d’ipercontrollo comportamentale serve per l'appunto a scongiurare la percezione sociale di un mondo interno attraversato da emozioni negative di ogni genere, vissute come indizi di una natura egoistica e asociale, quando non addirittura malvagia. L'ipercontrollo è spesso avvertito coscientemente come una necessità difensiva dell'identità personale dalla possibilità di acting-out pulsionali.

Non meno di frequente, la fobia delle emozioni negative si reperisce nelle esperienze isteriche allorché la rimozione del mondo interno coincide con un'immagine angelicata e un ideale dell'io innocente e virtuoso. La necessità di mantenere quell'immagine, minacciata dalla rabbia per una condizione di dipendenza e di indifferenziazione, esita spesso in attacchi di panico che mettono il soggetto al riparo da ogni possibilità di nuocere agli altri.

Quasi sempre è in gioco la fobia delle emozioni negative nelle depressioni caratterizzate da un'inibizione comportamentale deputata a scongiurare la possibilità di acting-out antisociali. In questi casi la colpevolizzazione delle emozioni determina di solito una tendenza sistematica e spesso impietosa all'autorimprovero e alle autoaccuse.

Molte catastrofi psicopatologiche giovanili di natura psicotica, caratterizzate da una prevalenza di sintomi inibitori e/o persecutori, sono riconducibili ad un ipercontrollo ossessivo della rabbia e dell'odio di antica data che, raggiunto un punto critico, pone il soggetto in condizioni di non nuocere e attiva, come ulteriore strumento di controllo, il delirio persecutorio. Una condizione che pone immediatamente in luce la fobia delle emozioni negative è il delirio di possessione demoniaca.

Tranne rari casi, riconducibili ad una struttura ossessiva, nei quali le difese adottate contro le emozioni si mantengono nel corso del tempo, sia pure al prezzo di un'immagine interna gravata dalla convinzione di albergare una sorta di follia criminale, la fobia delle emozioni negative non consegue l'effetto di scongiurare l'incattivimento. La frustrazione del bisogno di opposizione, spesso, particolarmente nelle psicosi, accentuata dalle cure psicofarmacologiche che realizzano l'effetto di una camicia di forza chimica, determina quasi sempre l'affiorare di comportamenti aggressivi. Se la struttura profonda della personalità tende alla colpevolizzazione, si realizzano di conseguenza peggioramenti spesso critici. Talora, però, si verificano anche viraggi catastrofici che fanno affiorare l'io antitetico e danno luogo a gravi comportamenti antisociali.

La fobia delle emozioni positive si realizza allorché esse vengono significate come dimensioni di vergognosa e patetica debolezza, la cui espressione comportamentale si associa alla minaccia di rimanere inclusi nei rapporti, subordinati agli altri e/o preda di essi. Tale significazione spesso è cosciente, ideologizzata alla luce della legge del più forte, e sovrastrutturata da un ideale dell'io insensibile, egoista, cinico e talora sadico. Esiste però una quota di soggetti, molto più rilevante, la cui fobia, coscientemente misconosciuta, è attestata dall'organizzazione della vita soggettiva e relazionale sul registro dell'ipercontrollo degli affetti, da vissuti di solitudine, incapacità di rapporto significativo, ipo- o anestesia emozionale, affettiva e/o sessuale, senso di vuoto e di insoddisfazione, o, infine, da sintomi quali capogiri, vertigini e senso di sbandamento, tremori visibili alle mani o interni, ecc. In breve, quando la fobia delle emozioni è soggettivamente rimossa, essa si traduce o nell'incapacità di lasciarle scorrere, con effetti che vanno dall'isolamento ossessivo alla depressione più o meno mascherata da disinvestimento, o in una somatizzazione che ne attesta inequivocabilmente la natura squilibrante, incontrollabile e meramente negativa. In quest'ultimo caso, l'esperienza psicopatologica può configurarsi sotto forma isterica, ipocondriaca o fobica (per es. fobia di arrossire, di vomitare, di perdere le feci, ecc.) con indefinite possibilità di combinazioni e condensazioni tra queste forme.

Anche nel caso della fobia delle emozioni positive è in gioco un pregiudizio culturale. Tali emozioni, infatti, sistematicamente alimentate dalle istituzioni pedagogiche in nome del mito dell'armonia, e che catturano i soggetti più sensibili nel ruolo di bambini-modello, non sono affatto valutate positivamente a livello di vita sociale dall'adolescenza in poi. La nostra cultura, nonostante le forti influenze del cristianesimo, è ormai impregnata del mito dell'affermazione individuale che comporta la necessità di essere competitivi e aggressivi nei limiti della legalità. Tutti coloro che giungono all'interazione con il mondo sociale avendo alle spalle una pratica di vita incentrata sul mito dell'armonia, e quindi con una quota rilevante di frustrazione del bisogno di opposizione, si vengono a trovare in una situazione critica. Alcuni, come si è visto, radicalizzano la loro virtù, superegoicamente imposta, sviluppando un ideale dell'io che la conferma. Altri scoprono traumaticamente di essere stati ingannati in nome della loro sensibilità e giungono ad odiarla e disprezzarla, sovrapponendo ad essa un ideale dell'io antitetico.

Si dà anche un'altra possibilità. La diffusione della legge del più forte investe ormai anche alcune famiglie che ispirano l'educazione ad un modello pseudo-autonomizzante che non concede molto spazio ai bisogni affettivi e subordina le conferme all'espressione di comportamenti precoci di indipendenza e di competitività. In questi spazi, senza alcuna consapevolezza da parte degli educatori, si realizza una vera e propria persecuzione degli affetti. Ciò può dar luogo sia ad una reazione oppositiva sul registro della dipendenza e della rivendicazione perpetua di cure sia ad una reazione orgogliosa che comporta l'adesione al modello pseudo-autonomizzante e, nel corso degli anni, lo sviluppo di un ideale dell'io autosufficiente e chiuso agli affetti.

La diffusione della legge del più forte nel nostro contesto culturale ha una particolare incidenza a livello di psicopatologia giovanile. In conseguenza di essa, infatti, si realizza, a partire dai livelli di socializzazione scolari, una vera e propria "persecuzione" dei bambini dotati di una viva sensibilità sociale che, alimentata spesso dalle aspettative genitoriali di un comportamento precocemente maturo, si ritrovano ad essere confermati dagli adulti ma derisi, prevaricati e talora attaccati dai coetanei. A tale situazione, parecchi di essi reagiscono con un odio sociale che, preso atto della cattiveria del mondo e dell’inerzia degli adulti ad intervenire correggendo le ingiustizie, si trasforma spesso in un odio cieco e indifferenziato, destinato, dall’adolescenza in poi, ad esitare in una catastrofe psicopatologica.


Claustrofobia

Nell’accezione tradizionale, la claustrofobia è la paura dei luoghi chiusi (ascensori, gallerie, autobus, treni, aerei, cinema, ecc.). Dal punto di vista struttural-dialettico, tale paura è la punta di un iceberg caratterizzato dalla fobia di qualunque situazione vissuta come coercitiva, vale a dire tale che ad essa non ci si possa sottrarre immediatamente. La coercizione in questione può essere di ordine reale o sociale. Può fare paura un autostrada perché da essa si può uscire solo ai caselli. La paura di rimanere imbottigliati in un ingorgo, di fare la fila in un ufficio postale, di partecipare ad un rito religioso o ad una riunione di lavoro non può essere però riferita all’impossibilità di sottrarsi alla situazione, bensì al fatto che il comportamento di fuga può essere colto socialmente come indizio di un disagio mentale.

Se si tiene conto di queste diverse situazioni, non si stenta a capire che l’angoscia claustrofobica fa riferimento alla possibilità di morire e/o di impazzire rimanendo intrappolati, e alla possibilità di essere marchiati come folli se l’evitamento o la fuga si realizzano con comportamenti non convenzionali.

Lo spettro claustrofobico, però, va ben al di là delle situazioni spaziali. Esso, infatti, può investire tutta la vita sociale. I vincoli interpersonali affettivi possono essere vissuti come intollerabili catene, un rapporto di dipendenza lavorativa, che obbliga a rispettare degli orari, può risultare inagibile. Al limite estremo, anche un contratto di lavoro a tempo indeterminato o l’acquisto di una casa nella quale il soggetto pensa di trascorrere tutta la vita può scatenare un attacco di panico. Situazioni di questo genere, che possono anche non associarsi alla paura dei luoghi chiusi, pongono in luce un aspetto dinamico di particolare interesse, che si può definire come il denominatore comune dello spettro claustrofobico: l’angoscia di tutto ciò che può essere vissuto soggettivamente come irreversibile.

Quest’aspetto consente di comprendere la forma più paradossale ed estrema di claustrofobia, poco considerata a livello psicopatologico. Essa riguarda l’esercizio della volontà personale e consiste nel fatto che il soggetto, presa liberamente una decisione che comporta un impegno, non può rispettarlo perché lo vive come un obbligo dettato da una volontà altra rispetto alla sua. Questa singolare situazione implica un’attività superegoica che di fatto trasforma la decisione in un obbligo ("adesso che hai preso l’impegno, devi rispettarlo"). In conseguenza di questa dinamica il soggetto è spinto a cambiare la decisione presa. Cambiandola, però, egli si trova "costretto" a non fare qualcosa. Rivendicare la libertà significa decidere nuovamente di farla. Il miraggio della libertà, che si sposta ogniqualvolta il soggetto prende una decisione, fa sì che egli si sente libero solo nel momento in cui la cambia. Le esperienze di vita che si realizzano sulla base di questo vissuto drammatico sono caratterizzate da uno spreco straordinario di potenzialità e da un disordine più o meno rilevante. In conseguenza di esso, infatti, viene compromessa la possibilità di progettarsi al di là dell’hic et nunc.

Quest’ultima forma di claustrofobia offre una chiave interpretativa che, mutatis mutandis, vale per tutto lo spettro claustrofobico. In essa è evidentemente in gioco un conflitto strutturale tra un super-io coercitivo che tende a restringere e, al limite, ad azzerare la libertà personale, e un io antitetico che rivendica una libertà illimitata, anarchica. L’estensione di questa dinamica a tutte le esperienze claustrofobiche non deve portare ad ignorare che il significato del conflitto in questione non è univoco.

In alcuni casi, la claustrofobia è l’indizio di un regime di vita terribilmente coercitivo di cui il soggetto non è consapevole. Questa circostanza si realizza con frequenza nelle esperienze contrassegnate da un perfezionismo vissuto dal soggetto come una scelta di vita. L’angoscia claustrofobica, in questi casi, serve a denunciare una condizione esistenziale intollerabile, caratterizzata da una schiavitù interiore, di cui il soggetto non si rende conto.

Indipendentemente dal perfezionismo, la claustrofobia può realizzarsi nel corso di tutte le esperienze, come per esempio quelle ossessive, caratterizzate da una normalizzazione forzata, vale a dire da una strategia soggettiva, adottata di solito inconsapevolmente, orientata, attraverso l’adozione di ruoli sociali che comportano degli obblighi, a scongiurare una pressione libertaria vissuta catastroficamente. In questi casi, l’angoscia claustrofobica ha due diversi significati. Per un verso, essa denuncia l’eccesso di coercizione indotto dalla normalizzazione forzata. Per un altro, essa, evocando attraverso gli spazi chiusi lo spettro dell’internamento carcerario o manicomiale, vale a sancire il pericolo di una perdita di controllo sulla libertà anarchica.

Da queste forme, nelle quali l’oppressione superegoica è evidente, si passa a quelle nelle quali il super-io sembra svolge una funzione protettiva e preventiva in rapporto ad un io antitetico che ha assunto una configurazione anarchica e trasgressiva. Ciò accade in particolare nelle esperienze giovanili caratterizzate da una connivenza dell’io cosciente con l’io antitetico. In queste esperienze, di fatto, spesso il fantasma dell’internamento carcerario o manicomiale rappresenta un deterrente che impedisce al soggetto di agire comportamenti trasgressivi e antisociali.

All’estremo limite dello spettro claustrofobico si danno le esperienze caratterizzate da una totale identificazione dell’io con l’io antitetico anarchico. L’angoscia claustrofobica, in questi casi, segnala una sorta d’allergia nei confronti di ogni vincolo, impegno o dovere. La rivendicazione di una libertà illimitata, pur sempre riconducibile a delle oppressioni vissute nel corso delle fasi evolutive, impedisce in questi casi di organizzare un qualunque progetto che vada al di là del presente immediato. Il soggetto, in questi casi, si sente libero solo nel momento in cui decide lì per lì il da fare. E’ superfluo aggiungere che questa dinamica è incompatibile con pressoché qualunque tipo di integrazione sociale sia affettiva che lavorativa.

Le diverse combinazioni dinamiche che sottendono la claustrofobia sembrano alludere a genesi diverse, riconducibili per un verso ad una strutturazione forte di un super-io coercitivo e per un altro ad un io antitetico che, rifiutando il principio della realtà, sembra esprimere una libertà pulsionale. In realtà, come si rileva dalla pratica clinica, un super-io coercitivo è presente in tutte le esperienze claustrofobiche, anche quando i comportamenti libertari sembrano attestare una sorta di insensibilità nei confronti di ogni dovere sociale. Una prova clamorosa di ciò è fornita da numerosi tossicodipendenti i quali, in regime di libertà, violando ogni norma sociale e morale, sembrano preda di un incoercibile coazione a trasgredire, che è un indizio claustrofobico, ma, inseriti in una comunità terapeutica, ristrutturano la loro esperienza su di un registro rigidamente ossessivo e ipernormativo.


Opposizionismo

Sotto questo termine si può raccogliere una vasta fenomenologia riconducibile ad una protesta libertaria, di solito inconsapevole, contro un regime superegoico repressivo che, si esprime con uno spettro comportamentale che va dalla difficoltà di assolvere i propri doveri, alla tendenza a fare il contrario di ciò che si dovrebbe fare (negativismo), a un orientamento comportamentale rivolto, più o meno sistematicamente, all’infrazione di norme consuetudinarie, morali e legali (coazione a trasgredire). Tale spettro comportamentale è riconducibile alla pressione dinamica di un io antitetico che cerca in ogni modo di far valere le ragioni, spesso misconosciute o malintese, dell’individuo contro un sistema di valori superegoico che mira a subordinare la volontà propria a quella altrui. A livello adolescenziale e giovanile, spesso, l’opposizionismo si esercita sul fronte interiore non meno che su quello interattivo, allorché l’ambiente familiare è caratterizzato da una tendenza, consapevole o inconsapevole, a manipolare la volontà del soggetto.

Poco rilevato in campo psicopatologico, e talora banalmente ricondotto rispettivamente alla svogliatezza, alla pigrizia, alla debolezza di carattere; alla capricciosità, allo spirito di contraddizione, al voler fare di testa propria; ad uno scarso controllo sulle pulsioni, l’opposizionismo ha un’importanza del tutto particolare nell’ottica struttural-dialettica, poiché esso conferma il carattere programmato del bisogno di opposizione/individuazione la cui frustrazione, anche quando non viene vissuta coscientemente dal soggetto, determina la strutturazione di un io antitetico che cerca di porre rimedio ad essa. Che tale rimedio risulti quasi sempre peggiore del male è dovuto all’inconsapevolezza del problema da parte del soggetto. Anche quando, infatti, l’opposizionismo viene ideologizzato, al soggetto sfugge del tutto il riferimento al mondo interno e al regime superegoico, e il comportamento rimane insistentemente rivolto ad affermare la libertà personale contro il sociale che la reprime.

In quanto espressione immediata dell’attività dinamica dell’io antitetico, un qualche grado d’opposizionismo è riconoscibile in pressoché tutte le esperienze psicopatologiche.

Nelle esperienze ipocondriache, per esempio, la subordinazione totale al potere medico viene compensata, non di rado, dal rifiuto, occasionale o sistematico, di sottoporsi agli esami e alle cure prescritte.

In molte esperienze isteriche caratterizzata da una radicale dipendenza relazionale, si realizzano comportamenti apparentemente orientati ad attaccare il legame e/o le persone o situazioni da cui si dipende. Assolutamente caratteristico, in quest’ambito, è il tradimento, occasionale o periodico, cui cedono numerose donne isteriche, che peraltro avvertono un bisogno disperato del partner che tradiscono, e che, in alcuni casi, dà luogo ad una sistematica doppia vita, alimentata da incubi di colpa.

Nell'ambito ossessivo, pressoché costante è riscontrare una quota di disordine comportamentale, spesso vissuta come vergogna, che compensa irrazionalmente il regime consueto d’ipernormalizzazione. I rituali spesso richiedono di essere ripetuti in virtù del fatto che la loro esecuzione, interferita dall'opposizionismo trasgressivo, non avviene a regola d'arte. Gli acting-out ossessivi, che si traducono spesso in violenti scatti di rabbia, rappresentano comportamenti antitetici a quelli consueti, ipercontrollati.

Nell’ambito dell’opposizionismo rientrano numerose esperienze anoressiche caratterizzate da una strenua rivendicazione di non cedere alle influenze ambientali.

Nel corso delle psicosi schizofreniche, l’opposizionismo passivo dà luogo ai sintomi negativi, che rappresentano un mistero per la psichiatria tradizionale. L’opposizionismo attivo, invece, dà luogo a comportamenti antisociali.

Onnipresente, in qualche misura, in tutto l’ambito psicopatologico, solo in alcune esperienze, però, l’opposizionismo giunge ad assumere un rilievo clinico primario.

Le espressioni fenomenologicamente più rilevanti di opposizionismo si realizzano nei casi in cui il bisogno d'opposizione/individuazione frustrato dà luogo al definirsi di un io antitetico la cui pressione dinamica realizza, più o meno costantemente, effetti comportamentali. L’io antitetico rimane spesso del tutto estraneo alla coscienza del soggetto, che vive di conseguenza le manifestazioni opposizionistiche come contrastanti e ostacolanti la sua volontà. Non di rado però la motivazione opposizionistica viene recepita dalla coscienza e può assumere una configurazione ideologica che motiva e giustifica i comportamenti del soggetto.

Al primo ambito sono da ricondurre le esperienze psicopatologiche caratterizzate da un boicottaggio del senso del dovere, che, affiorando sotto forma di sintomi negativi (stanchezza, abulia, apatia, difetto di concentrazione, ecc.) diminuisce o compromette l'efficienza del soggetto. E' quanto accade frequentemente a studenti-modello, a casalinghe infaticabili, a lavoratori e professionisti a tempo pieno, accomunati da un orientamento perfezionistico, che, repentinamente o progressivamente, vedono diminuire in maniera critica la loro efficienza - psichica e fisica - e, sperimentando dolorosamente l'inattivarsi, talora drammatico, delle energie e della forza di volontà su cui si fondava il loro equilibrio, sviluppano spesso per conto proprio un’interpretazione medica della loro condizione.

Per le casalinghe, nelle quali l’opposizionismo, oltre ad uno svuotamento energetico, produce costantemente dei sintomi dolorosi (cefalea, reumatismo, coliti, ecc.) che mirano a inibire l’iperattività domestica, ciò significa quasi sempre cadere in una spirale di visite specialistiche e di ricerche cliniche che, data la sostanziale ignoranza dei medici in tema di rapporto tra mente e corpo, esitano in diagnosi e in trattamenti terapeutici inattendibili.

I commercianti, i professionisti, i managers percorrono un iter ugualmente inutile ma istituzionalizzato. Per loro infatti la medicina statunitense ha letteralmente inventato una sindrome (la sindrome da fatica cronica) che appaga il loro desiderio di essere considerati malati nel corpo, ma non comporta alcun trattamento risolutivo.

Il problema degli studenti perfezionisti che incappano nell’opposizionismo è, indubbiamente, il più importante sotto il profilo psicopatologico. Essi, spesso su consiglio dei familiari, si rivolgono di consueto ai medici, ma, data l’assoluta impossibilità di costruire una diagnosi di comodo su disturbi che riguardano esclusivamente le prestazioni intellettive, vengono rapidamente smistati agli psichiatri. Tranne rarissimi casi, in rapporto ad una tradizione di antica data, i disturbi dell’attenzione, della concentrazione e della memoria, l’apatia e l’abulia inducono gli psichiatri a formulare spesso un giudizio diagnostico che, con la qualifica di atipicità, implica il sospetto di un processo psicotico. I trattamenti psicofarmacologici non conseguono di solito effetti risolutivi. I soggetti, disperati e preda di intensi sensi di colpa, aggravano la loro condizione sottoponendosi ad una disciplina che li inchioda al tavolino e riduce gli spazi di socializzazione. Insabbiandosi progressivamente, essi risultano esposti al rischio di indurre, negli psichiatri, una diagnosi di psicosi.

Mentre nelle situazioni descritte, l’opposizionismo, data la forte strutturazione superegoica, lavora sotterraneamente per anni e solo alla fine incide sul comportamento, in altre, esso rappresenta un filo continuo dell’esperienza. Si danno bambini che vengono al mondo con un bisogno di opposizione/individuazione particolarmente spiccato. Si tratta di bambini difficili da educare, tendenzialmente irrequieti, desiderosi di un’infinita libertà, spesso inclini a cimentarsi in prove superiori alle loro forze, incapaci di rispettare le regole se esse non sono adeguatamente spiegate e condivise, che danno quasi fin dall’inizio della loro vita problemi alle famiglie.

Non poche forme di insabbiamenti giovanili, talora rapidamente evolventi verso livelli di totale inefficienza, sono animate da un inconscio opposizionismo . Queste forme rappresentano anche l'anello di congiunzione rispetto a quelle caratterizzate da un repentino riorganizzarsi del campo di coscienza e del comportamento intorno ad un ideale dell'io radicalmente antitetico.

In rapporto a strutture ossessive, l'opposizionismo può dar luogo, talora ex abrupto, ad un'incoercibile coazione a trasgredire caratterizzata dal fatto che il soggetto, ispirando il suo comportamento a principi libertari e antisistemici, solitamente ideologizzati, tende a violare qualsivoglia norma, specie di carattere consuetudinario o morale, e quindi ad entrare in conflitto con il sociale. La paura della carcerazione può contenere tali comportamenti entro limiti che attestano una qualche capacità di valutare i rischi sociali. Se tale paura viene meno, per effetto di uno stato d'animo euforico, e cioè per effetto di una motivazione libertaria rivendicativa, i comportamenti trasgressivi possono configurarsi come autentiche sfide insensate rivolte all'opinione pubblica e alle forze dell'ordine.

Nell’ambito dell’opposizionismo si possono far rientrare, a pieno titolo, gli episodi di eccitamento maniacale. I quali, in conseguenza di un'escalation comportamentale orientata, al di là delle apparenze libertarie e insensibili ai giudizi sociali, ad attivare una repressione sociale, offrono una chiave dinamica importante che può spiegare le esperienze d’opposizionismo trasgressivo. Gli ideali dell'io antitetici, che le sottendono, inattivando, infatti, la possibilità che si realizzi la riparazione strutturale dall'interno, per effetto superegoico, promuovono e richiedono infatti una riparazione dall'esterno, e cioè una rappresaglia sociale. Questa può configurarsi nei termini proiettivi di un delirio persecutorio, ma, non di rado, si realizza, sul piano di realtà, attraverso un internamento istituzionale.

Nei casi in cui gli ideali dell'io antitetici rimangono inconsci, e dunque l'io mantiene un certo grado di connivenza con il super-io, circostanze del genere, di solito, non si realizzano, poiché è l'io stesso a adottare, nei confronti di comportamenti opposizionistici, la strategia del bastone, richiamandosi di continuo, e talora duramente, al dovere. Queste esperienze, però, sono esposte al delirio di colpa e al delirio persecutorio.


Depressione

Nonostante la vacuità della neopsichiatria che, identificandola con una malattia biologica, la svuota di significato esperienziale, la depressione, nelle sue varie forme, rappresenta la condizione che più di ogni altra, in campo psicopatologico, rivela la dipendenza dell’equilibrio soggettivo dallo stato dei rapporti sociali, e più in particolare dal grado di conflittualità, conscia o inconscia, che lo sottende. La relazione, colta originariamente dalla psicoanalisi, tra depressione e senso di colpa può essere oggi pienamente confermata, a patto che si tenga conto che tale relazione si fonda su di un sistema di valori interiorizzato, rappresentato a livello superegoico, che colpevolizza univocamente le emozioni negative (rabbia, odio, vendetta, invidia) senza tenere alcun conto delle circostanze che le generano e del loro significato dinamico che, quasi sempre, prescinde dal passaggio all’atto.

La fenomenologia depressiva è la più varia, e va da forme lievi o frustre, che si confondono con una condizione di "esaurimento", e vengono pertanto banalmente ricondotte allo stress, a forme di media entità, nelle quali il carattere invalidante dei sintomi (astenia, apatia, abulia, anestesia emozionale e affettiva, ecc.) prevale sui vissuti, che sembrano reattivi ad essi, a forme gravi (depressioni cosiddette maggiori, deliri di colpa) caratterizzate dalle autoaccuse, dall’ideazione catastrofica e da un orientamento autodistruttivo.

Il dato comune a queste diverse forme, che permette di coglierne il senso dinamico che le accomuna, è la paura di non guarire e di rimanere per sempre nell’invalidità e nella sofferenza. Tale paura, solitamente intensa al punto di indurre a pensare che i depressi soffrano più in conseguenza delle previsioni che operano che non dello stato attuale, riconosce un’unica eccezione, la depressione masochistica, caratterizzata dal fatto che il soggetto, pur soffrendo, ritiene, consciamente o inconsciamente, di non meritare altro. Il vissuto previsionale, intrinseco alla depressione, rappresenta l’aspetto fenomenologico che consente di accedere immediatamente alla dinamica sottostante. Esso di solito viene banalmente ricondotto alla preoccupazione di ogni soggetto affetto da una qualunque malattia in rapporto al suo decorso. In realtà tra la psicologia del paziente medico e quella del depresso si dà un salto qualitativo: la preoccupazione del primo, infatti, si associa sempre ad una speranza di guarigione che non viene meno neppure allorché i sintomi e il decorso dovrebbero dissolverla. Pazienti affetti da tumore in stadio terminale continuano, come noto, a fare progetti su quando guariranno. La preoccupazione del depresso è univoca, coincidendo con la convinzione profonda, solo talora temperata da un guizzo di speranza razionale, che la sua situazione sia destinata a perdurare per sempre. Tale vissuto, che non può essere ricondotto alla natura dei sintomi, poiché è presente anche nei casi lievi, è l’indizio di un’intuizione che ha sempre una corrispondenza a livello inconscio, laddove la depressione si pone come una condanna interminabile a soffrire dovuta alla colpa soggettiva. Le forme gravi, caratterizzate da autoaccuse implacabili che spingono talora il soggetto ad eseguire la condanna a morte, non fanno altro che portare a livello cosciente la convinzione di colpa intrinseca ad ogni depressione.

Dal punto di vista dinamico, la condanna depressiva ha un significato univoco. Essa fa costantemente riferimento ad una quota di emozioni negative (rabbia, odio, vendetta) che vengono superegoicamente imputate come attestanti una natura potenzialmente o di fatto antisociale o malvagia. Dal grado e dal tipo di colpevolizzazione dipende il fatto che quella condanna abbia un significato prevalentemente punitivo, riparativo o preventivo. La depressione punitiva fa riferimento a colpe commesse da espiare interminabilmente; la depressione riparativa a colpe emendabili, sia pure in un periodo imprevedibile; la depressione preventiva, che equivale ad un disarmo, a colpe che il soggetto avrebbe potuto commettere o commetterebbe se non fosse invalidato. Per ovvie ragioni, le depressioni riparative possono essere episodiche e transitorie, corrispondendo ad un misterioso calcolo che comporta l’esaurirsi della "penitenza".

A questa formule dinamiche non sfugge alcuna depressione. La fenomenologia clinica depressiva, che riconosce nella condanna del soggetto una via finale comune, è però estremamente varia a seconda delle circostanze oggettive di vita e soggettive.

Nei casi più frequenti, rappresentati dalle depressioni reattive, gli eventi di vita o le situazioni familiari e lavorative sembrano dare alla sintomatologia un significato immediatamente comprensibile. Non appena si supera il livello della coscienza, che pone il rapporto tra realtà oggettiva e depressione, ci si imbatte, però, in un vissuto che riconducono alla colpevolizzazione. Gli eventi di vita negativi - lutti, separazioni, perdita di lavoro, sfratti, malattie, ecc. -, nonostante la loro qualità dolorosa, intanto danno luogo alla depressione in quanto i soggetti colgono in essi inconsciamente l'espressione di una punizione meritata. Quegli eventi, in altri termini, incidono nella misura in cui attivano i sensi di colpa. In conseguenza dei lutti i sensi di colpa rivelano l’ambivalenza del soggetto nei confronti del defunto. Tale ambivalenza non è sempre di ordine drammatico, ma viene spesso drammatizzata dalla scrupolosità. Le altre circostanze attivano la depressione in conseguenza del fatto che il soggetto reagisce ad esse con emozioni di rabbia che assumono spesso una configurazione cieca e si rivolgono, a seconda delle circostanze, contro qualcuno in particolare (il partner, il datore di lavoro, il proprietario della casa, ecc.) o contro il mondo, il caso, Dio.

Questa stessa dinamica è in gioco allorché la depressione esprime la protesta contro situazioni lavorative dure e poco gratificanti o contro situazioni familiari infelici. A livello inconscio infatti questa protesta è animata sempre, in difetto di soluzioni reali, da fantasie di eliminazione di coloro che opprimono.

La frequenza con cui le depressioni reattive si realizzano in rapporto a situazioni di vita negative non deve fare dimenticare una circostanza di tutt'altro segno, di grande interesse psicodinamico. Paradossalmente, infatti, alcune depressioni, che perciò appaiono incomprensibili psicologicamente, si attivano in rapporto a circostanze di vita del tutto positive quali successi lavorativi, rapporti sentimentali positivi, gratificazioni sociali, ecc. In questi casi (che rientrano nell'ambito delle nevrosi da successo freudiane) occorre ammettere un regime interiore di vita caratterizzato da livelli più o meno intensi di colpevolizzazione tenuto in equilibrio da circostanze di vita nel complesso non positive. Il vissuto di immeritevolezza del soggetto, sia pure del tutto inconscio, permette di comprendere il fatto che gli eventi positivi vengono compensati dalla sofferenza depressiva.

Al di là delle depressioni reattive, si danno molte depressioni che insorgono senza apparente rapporto con le circostanze di vita. In questi casi, sui quali specula la neo-psichiatria per confermare la loro natura biologica, sono in gioco delicati equilibri dinamici che, ad un certo punto, vengono meno.

Talora quegli equilibri, che comportano sensi di colpa intensi, si fondano su di un regime riparativo, mortificante e/o espiatorio, che, tollerato per anni dal soggetto, coincide con uno stato d'animo sopportabile. A lungo andare, però, quel regime di vita, che frustra l'umano bisogno di felicità, attiva una protesta viscerale che si rivolge fantasticamente verso un cambiamento radicale di vita sul registro dell'insensibilità e dell'egoismo. Venendo meno la connivenza dell'io con la funzione superegoica mortificante, il conflitto strutturale si attiva e, preceduto o no da una fase di rivendicazione maniacale, esso trova un nuovo equilibrio nella depressione punitiva.

Talaltra, nel contesto delle esperienze ossessive, la depressione interviene o per l'esaurirsi della capacità di mantenere un rigido ipercontrollo su di sé, e quindi come forma di difesa rispetto a temuti acting-out, o, viceversa, in virtù di una spinta al cambiamento che porta il soggetto a sentire di dover dare spazio ai suoi bisogni frustrati, che però, avendo assunto una configurazione pulsionale anarchica e trasgressiva, sono intensamente colpevolizzati.

In alcuni casi, caratteristicamente in seguito agli eccitamenti maniacali ma non di rado in conseguenza di tentativi di cambiamenti radicali di vita sul registro dell'insensibilizzazione sociale, che sopravvengono sia nel corso di esperienze isteriche che ossessive, la depressione impone al soggetto il regime di vita preesistente, mortificato, virtuoso, scrupoloso e ipercontrollato, con l'ulteriore carico delle colpe commesse o fantasticate.

Un aspetto fenomenologico delle depressioni gravi che merita un'attenta riflessione per la sua incidenza clinica è da ricondurre all'ambivalenza con cui i soggetti vivono la propria condizione, espressiva di una scissione dei bisogni intrinseci. Per un verso, infatti, la depressione viene vissuta, più o meno consciamente, come meritata e giusta. Questa motivazione, che implica la connivenza dell'io con i sensi di colpa, permette di comprendere la scarsa risposta ai trattamenti sia farmacologici sia psicoterapeutici. Alla meritevolezza si associa, però, sempre il vissuto opposto di subire una punizione terribilmente ingiusta, e, in conseguenza di ciò, una protesta viscerale contro Dio, il caso o il destino. Questa protesta, che si fonda sulla constatazione che tante altre persone stanno bene senza averne alcun merito, produce un nodo di rancore e d’invidia, quale espressione di un senso viscerale di giustizia, che quasi sempre giunge ad animare, a livello conscio e inconscio, fantasie di malaugurio o sentimenti di sollievo in rapporto a disgrazie altrui. L'invidia inconscia e l'augurare agli altri il male, per pareggiare il conto, sono i meccanismi in virtù dei quali le depressioni tendono ad autoalimentarsi e ad aggravarsi poiché essi non possono sfuggire ad una terribile e progressiva colpevolizzazione. La sofferenza depressiva che originariamente viene vissuta con ambivalenza nel corso del tempo giunge ad essere sentita come sempre più meritata in rapporto alla propria malvagità.


Vergogna

Solo di recente, in ambito psicopatologico, a partire dagli attacchi di panico, si è cominciato a parlare di vergogna, vale a dire dalla fobia di incorrere in un giudizio sociale che, smascherando qualche aspetto della personalità che il soggetto vive negativamente, altera irreversibilmente la sua immagine sociale destinandolo all’esclusione. Come ogni fobia, la vergogna psicopatologica riconosce dunque una situazione che la attiva e che dà luogo ad una strategia d’evitamento. Tale situazione, però, essendo l’esposizione sociale, rende la strategia d’evitamento pressoché impossibile.

Tranne rari casi, infatti, che segnano l’esordio di psicosi adolescenziali o giovanili, caratterizzate dal fatto che il soggetto si confina in casa, spesso seppellendosi in camera, immerso nel buio, l’esposizione sociale non può essere del tutto scongiurata.

I vissuti che si associano alla vergogna sono estremamente significativi, in quanto consentono di distinguere due diverse configurazioni fenomenologiche.

La prima configurazione è caratterizzata dal fatto che il soggetto vive la possibilità di manifestare in presenza degli altri comportamenti più o meno gravemente inadeguati che lo espongono ad un giudizio sociale di debolezza, immaturità, infantilismo, inferiorità. I comportamenti in questione sono di vario genere. Talora essi fanno capo semplicemente al modo abituale di essere del soggetto che, esposto allo sguardo altrui, viene immediatamente vissuto, dall’aspetto fisico all’abbigliamento ai gesti, come inadeguato, patetico o ridicolo. Altre volte, è la necessità di parlare in pubblico ad attivare la vergogna, come se la parola esibisse inesorabilmente la propria inferiorità intellettiva e culturale. In altri casi ancora, l’esposizione sociale si associa al pericolo di un attacco di panico in conseguenza del quale il soggetto, rimanendo paralizzato e smarrito di fronte agli altri, si sente esposto al rischio di essere giudicato come anormale. Questo pericolo viene di solito scongiurato dalla presenza di una figura familiare che, però, paradossalmente anima la paura di essere giudicato dipendente e infantile.

Indagati criticamente, questi vissuti appaiono notevolmente più complessi di come si pongono a livello cosciente. Intanto, è evidente che essi non sono realistici, come il soggetto inclina a pensare. Non lo sono né per quanto attiene il soggetto che, nelle varie manifestazioni della sua vita - studio, lavoro, ecc. - può risultare di fatto efficiente come e più degli altri; né per quanto riguarda la società, la cui attenzione nei confronti dei comportamenti individuali in situazioni di esposizione sociale generica (per esempio per la strada) non è elevata e i cui parametri di giudizio non sono terribilmente rigidi. E’ evidente dunque che si tratta di giudizi proiettivi che muovono da un super-io o da un ideale dell’io perfezionistici che schiacciano il soggetto sotto il peso della sua inadeguatezza e evocano il pericolo di un giudizio sociale che, sancendola oggettivamente, lo destina alla compassione, al ludibrio o, al limite, all’esclusione.

Si tratta dunque di giudizi il cui significato dinamico è sostanzialmente punitivo. La colpa imputata, che viene espiata e riparata dalla vergogna, può avere però diverse origini. In alcuni casi, come avviene caratteristicamente negli attacchi di panico, essa fa riferimento alla fantasia di affrancarsi da legami familiari oppressivi, la cui realizzazione comporta un adeguato livello di autonomia personale e di "forza". La vergogna, costringendo il soggetto ad esporsi socialmente solo in compagnia di un familiare, stigmatizza l’insensatezza del progetto e, al temo stesso, lo punisce in maniera umiliante. In altri casi, la colpa è da ricondurre ad un ideale dell’io onnipotente e sprezzante nei confronti della debolezza e della mediocrità che si ritorce contro il soggetto. In questo ultimo caso è caratteristica una singolare alternanza di vissuti. Quando il soggetto sta in casa sua, egli talora ha una percezione di se stesso incentrata su di un vissuto di netta superiorità rispetto alla media delle persone. Allorché però egli si espone, tale vissuto svanisce, egli si sente rimpicciolito sino all’inverosimile e investito dal giudizio ridicolizzante degli altri.

Quest’ultima dinamica sottende con un’intensità drammatica le esperienze maniaco-depressive. Ogni depressione è impregnata di una componente di vergogna che induce il soggetto a rifuggire dalle relazioni sociali. Nelle depressioni maggiori tale componente raggiunge un’intensità estrema in conseguenza della quale il soggetto, parlando per bocca del super-io, si disprezza, si svaluta e si umilia in ogni modo.

In alcune psicosi giovanili il delirio persecutorio pone in luce la dinamica della vergogna che si traduce in attacchi sociali allucinatori incentrati sulla presa in giro, sulla ridicolizzazione e sull’umiliazione.

La seconda configurazione della vergogna psicopatologica, frequente nel corso delle esperienze ossessive, fa riferimento a un mondo interno disordinato, anarchico e pulsionale che, se fosse percepito socialmente, darebbe luogo ad un giudizio disonorevole d’immoralità, amoralità o mostruosità. In questi casi la vergogna comporta un ipercontrollo attento sul proprio comportamento in maniera tale che esso risulti inappuntabile. Essa non limita gravemente, di solito, la vita sociale e non richiede la presenza in situazioni d’esposizione sociale di un parente, ma comporta una tensione permanente, riferita al pericolo dello smascheramento, che rende l'esposizione sociale estremamente stressante.

Una variante di questa configurazione è caratterizzata dal fatto che il soggetto, pur temendo lo smascheramento, identifica nel suo mondo interno la sua vera identità e la coltiva godendone come un modo di essere che lo differenzia dagli altri. In questi casi, la possibilità di essere diversi, talora radicalmente, da come si appare senza che gli altri possano rendersene conto, produce un effetto esaltante che compensa la vergogna.

Queste stesse dinamiche sono attive nel corso di alcuni deliri persecutori allorché le accuse da cui il soggetto si sente investito fanno riferimento alla sua cattiveria, alla pericolosità, o addirittura alla mostruosità, e comportano molteplici imputazioni criminose.

Questa seconda configurazione è chiaramente riconducibile alla frustrazione del bisogno d’individuazione, e si ritrova spesso in personalità che evolvono in ambienti ipernormativi che impongono una crescita lineare. L'alienazione della quota di bisogni frustrata dà luogo alle fantasie anarchiche e pulsionali che, nel primo caso, vengono vissute all'insegna della paura di albergare qualcosa di cattivo e di mostruoso, mentre nel secondo vengono intuite come espressive di parti proprie ma danno luogo ad un ideale dell'io trasgressivo, anticonformista e cattivo che non può esprimersi socialmente.


Paura di commettere atti antisociali

La paura di perdere il controllo su di sé e di agire, involontariamente, atti antisociali di ogni genere è un vissuto che si associa di frequente agli attacchi di panico ed è spesso presente nelle sindromi ossessive. Il contenuto della paura è talora generico e inesprimibile, talaltra, come accade in conseguenza di pensieri e fantasie coatte, definito su di un registro che spazia dall’oscenità all’aggressività. Questo registro è stato assunto da Freud come prova inoppugnabile dell’esistenza di pulsione primarie antisociali. Si tratta di un fraintendimento interpretativo. I vissuti associati agli attacchi di panico e alle sindromi ossessive sono, infatti, la punta di un iceberg il cui corpo va ricondotto alla scrupolosità, vale a dire ad una sensibilità sociale modellata da un super-io rigidamente repressivo che fa incombere il senso di colpa su qualunque comportamento individuale che possa comportare un danno per l’altro. Il danno in questione prescinde dall’intenzionalità del soggetto, e viene ricavato univocamente dalle conseguenze del comportamento individuale a carico dell’altro. Ciò significa che il soggetto, per sentirsi semplicemente tranquillo con la coscienza, vale a dire al riparo dai sensi di colpa, deve mantenere un comportamento costantemente conforme alle aspettative altrui reali e interiorizzate. La frustrazione del bisogno di opposizione/individuazione conseguente a questa dinamica attiva una rabbia rivendicativa dei propri diritti che, repressa o rimossa, assume, per effetto del principio di ridondanza, una configurazione cieca, anarchica e antisociale. La pressione dinamica della rabbia colpevolizzata determina la paura di perdere il controllo su di sé.

In rapporto alla matrice dinamica, la fenomenologia della paura di commettere atti antisociali è molto più ampia di quella tradizionalmente riconosciuta.

Essa, per ovvi motivi, ha un rapporto immediato di continuità con la normalità. Molte personalità conformistiche, il cui comportamento è socialmente inappuntabile, sono in realtà personalità autodirette, che si attengono rigidamente a regole comportamentali poco o punto corrispondenti ai loro bisogni personali per paura di sentirsi in colpa e di incorrere in una qualche forma di rappresaglia sociale. Con una certa frequenza, questi soggetti convivono coscientemente con fantasie o pensieri sconvenienti - osceni e/o aggressivi - che essi interpretano come prova della ferinità della natura umana.

L’espressione più elementare e frequente della paura di commettere atti antisociali è da ricondurre ai figli che, nella relazione con i genitori, inibiscono qualunque comportamento che possa deludere le loro aspettative, indisporli, ferirli o dare loro dispiacere. E’ evidente che questo modo di sentire reprime le fasi oppositive e frustra ogni atto di volontà in conflitto con quelle aspettative. Su questa base, si realizzano le esperienze dei "figli d’oro", che sono la gioia dei genitori e degli insegnanti, la cui personalità alberga, a livello inconscio, un io antitetico radicalmente opposto al comportamento normalizzato. Di solito l’io antitetico si manifesta sotto forma di opposizionismo al dovere, in particolare per quanto riguarda lo studio. Non di rado, però, esso esplode repentinamente sotto forma di fantasie di brutale aggressività rivolta contro i genitori.

Le personalità perfezionistiche, la cui schiavitù è rimossa dalla connivenza dell’io con il super-io, incappano spesso nella paura di commettere atti antisociali. La dinamica è dovuta al fatto che il perfezionismo periodicamente attiva una protesta inconscia animata da fantasie di un cambiamento radicale di vita incentrato sul pensare solo a sé. Nella misura in cui queste fantasie sono colpevolizzate, il perfezionismo si incrementa assumendo una configurazione riparativa e associandosi spesso ad un certo grado di masochismo. In conseguenza di ciò, la protesta assume un carattere progressivamente più rabbioso, sino a produrre fantasie marcatamente antisociali.

In quest’ambito rientrano le esperienze di molte giovani madri che, in conseguenza di un condizionamento sacrificale che le porta a vivere il ruolo materno sul registro di un annullamento sacrificale del loro essere a favore dello sviluppo dei figli, si intrappolano in un modello di dedizione totale che, in non pochi casi, produce repentinamente l’affiorare di fantasie terribilmente distruttive nei confronti dei figli.

La fenomenologia più ricca si realizza, nell'ambito delle esperienze ossessive, sotto forma di paura di poter perdere il controllo sul proprio comportamento e di poter dunque agire involontariamente in maniera assolutamente non conforme alle regole del buon vivere civile anche se le azioni temute non hanno carattere aggressivo. In pratica non c'è alcuna convenzione o costume o regola sociale che non possa essere investita da fantasie trasgressive anche se i casi più frequenti concernono il bestemmiare in chiesa, lo scoppiare a ridere nel corso di funerali o di cerimonie, l'abbandonarsi a comportamenti osceni in pubblico, il rivolgersi in maniera irriverente e ingiuriosa nei confronti di un'autorità, ecc. In tutti questi casi è evidente che il pericolo non viene vissuto solo nei termini di possibili rappresaglie sociali bensì nei termini di una presa d'atto sociale di uno squilibrio soggettivo che, se non è criminale, è espressione di follia.

Sempre nell'ambito ossessivo si realizzano esperienze ancora più singolari, caratterizzate dal fatto che la paura di commettere azioni antisociali, nonché convenzioni o leggi comunemente riconosciute, si riferisce a codici morali, spesso di natura religiosa, che sono assunti come assoluti. In questi casi, una qualunque fantasia o un qualunque comportamento non rispondenti a quei codici viene ipercontrollato e inibito in rapporto alla paura di un duro giudizio sociale o, anche, di una rappresaglia sotto forma di esclusione.

All’ambito ossessivo vanno ascritte anche le esperienze caratterizzate da fantasie e pensieri coatti di particolare significato antisociale (aggredire a freddo qualcuno, accoltellare, investire con la macchina, ecc.).

La paura di commettere atti antisociali è presente anche in alcune esperienze isteriche. Essa si esprime in due forme diverse. Talora, infatti, è restituita da un’immagine interna, più o meno consapevole, terribilmente negativa. In altri casi essa è attivata da comportamenti aggressivi che, particolarmente a livello di rapporti interpersonali affettivi, raggiungono livelli di intensità sadica profondamente colpevolizzati.

La paura di commettere atti antisociali compare, nelle esperienze depressive, allorché i soggetti sentono con il loro malessere di poter essere di peso e di poter danneggiare i familiari che li assistono. Via via che la depressione si approfondisce, questa paura, che diventa sempre più intensa, si associa alla convinzione che il pericolo cui essa fa riferimento si sia già compiutamente realizzato nel passato. Le autoaccuse depressive vertono spesso su comportamenti agìti in passato di danno agli altri, irreversibili e irreparabili.

Nei deliri, spesso, è la paura di commettere atti antisociali a paralizzare i soggetti nell'ambiente domestico. Le accuse persecutorie vertono, d'altro canto, spesso sull'attribuzione al soggetto di comportamenti antisociali. Non di rado, quando al delirio si associano valenze depressive, sono i soggetti stessi ad attribuirsi atti antisociali mai commessi e talora neppure possibili (per es., i morti dovuti ad un terremoto).

Il discorso interpretativo della paura di commettere atti antisociali non si discosta da quello articolato per le altre due grandi paure. Se si tiene conto solo di alcuni dati fenomenici, per esempio la fobia delle forbici, dei coltelli, ecc. - l'ipotesi freudiana che la paura indichi un'aggressività cieca tenuta a freno dall'angoscia sociale, appare plausibile. Se si tiene conto di tutti i dati, essa appare insostenibile. Questi dati, infatti, attestano che l'ordine sociale a cui il soggetto deve subordinarsi per non rischiare l'esclusione e la carcerazione, non coincide con le norme - legali e morali - che per la loro universalità - come il divieto di omicidio - si possono ritenere oggettivamente inviolabili. Quell'ordine, di fatto, coincide con qualsivoglia sistema di valori, usanze, costumi, tradizioni convalidate collettivamente e introiettate. Una volta introiettato, e integrato nella forma affettiva sistemica, esso diventa sacro e inviolabile, indipendentemente dalla sua rispondenza e compatibilità con i bisogni umani. Talché, nella misura in cui costringe il soggetto a vivere in una condizione alienata, non c'è da sorprendersi che esso possa attivare valenze oppositive che si configurano fenomenicamente come orientate a produrre atti antisociali. Così, per riprendere un esempio drammatico, la giovane madre attraversata dalle fantasie parassitarie di accoltellare il figlio non nutre nei suoi confronti un'ambivalenza psicotica. Ciò che di fatto odia, senza rendersene conto, il più spesso, è il ruolo di madre totalmente disponibile e privo di ogni sia pur minimo respiro di libertà che le è imposto meno dai bisogni del bambino che non da una tradizione e un sistema di valori che essa vive come naturali, sanciti dalla società e inviolabili.

Come accade per le altre paure, se la persecuzione superegoica si realizza all'interno di personalità dotate di uno spiccato bisogno d’opposizione e/o ideologizzata da codici di sfida sociale, essa può essere negata. In virtù di questa negazione, il soggetto si orienta verso forme d’esperienza più o meno trasgressive, incentrate su di una costante rivendicazione di libertà anarchica e, spesso, tali da dar luogo a comportamenti relazionali egoistici, tirannici e, talora, francamente sadici.Ma, su questa via, seppure scampa a sanzioni sociali in senso proprio, egli riesce, solitamente, a fare intorno a sé terra bruciata: a realizzare dunque una solitudine e un'autoemarginazione che, in ultima analisi, possono risultare più penose che qualsivoglia internamento manicomiale o carcerario.


Indebitamento

Dal punto di vista psicopatologico, l'indebitamento é un vissuto, più o meno consapevole, che comporta la necessità di vivere al fine, unico o assolutamente prevalente, di assolvere i propri doveri sociali. La preminenza dinamica di questo fine e il suo carattere obbligatorio rappresentano le caratteristiche proprie dell'indebitamento psicopatologico, che, facendo leva su una spiccata sensibilità, traduce in condanna un atteggiamento che, in sé e per sé, è o dovrebbe essere proprio di ogni esperienza soggettiva. Nessun uomo, infatti, è causa sui: in quanto ente storico, che si definisce e si costruisce in virtù di interazioni con un ambiente che, utilizzando canali emozionali e cognitivi, trasmette un patrimonio culturale e provvede, per un lungo periodo, ai suoi bisogni, ogni uomo è debitore nei confronti del mondo storico, inteso come prodotto dell'attività di tutte le generazioni che lo hanno preceduto, e del microcosmo sistemico con cui concretamente ha interagito.

Questa realtà è stata interpretata ideologicamente in maniere molteplici: da un punto di vista religioso, come debito inestinguibile nei confronti di un essere trascendente che ha donato la vita, e di coloro che lo rappresentano sulla terra; da un punto di vista conservatore e laico, come debito ossequioso nei confronti di una tradizione che, per essere giunta fino al soggetto con effetti di civilizzazione, va riconosciuta come un patrimonio modificabile nei dettagli ma sostanzialmente inattaccabile.

Queste matrici ideologiche, comparse in successione, si sono stratificate a livello di mentalità, e funzionano elettivamente (ma non solo) in tutti i contesti familiari, nei quali l'obbligo - affettivo, morale e giuridico - di provvedere ai bisogni dei figli si associa pressoché costantemente all'aspettativa di essere contraccambiati. Queste aspettative possono essere le più varie.

Talora esse si riducono alla pretesa di un'obbedienza cieca e di una devozione assoluta; talaltra ad una richiesta di aiuto e di assistenza; talaltra ancora al desiderio, implicito o esplicito, che i figli realizzino obiettivi - solitamente sociali - che rappresentano aspirazioni genitoriali frustrate.

Si tratta, in ultima analisi, di aspettative comprensibili. Esse, però, possono dar luogo, in virtù di introiezioni superegoiche, a indebitamenti psicopatologici quando agiscono su una sensibilità spiccata, quando sono proposte in maniera tale da non concedere alcuna possibilità di opposizione e di inadempienza e, soprattutto, quando non fanno capo ad una pratica genitoriale meritevole o propongono la replicazione di uno stile di vita mortificante. En passant, è opportuno rilevare che, in tutti i contesti educativi, vige una logica per cui si chiede agli educandi il massimo nella speranza di avere in contraccambio da essi almeno il minimo. Tale logica, realistica in rapporto ai soggetti normodotati, è estremamente pericolosa invece quando essa si imbatta in un’iperdotazione emozionale e/o intellettiva poiché, interiorizzata, si traduce automaticamente nell’obbligo di dare il massimo.

Da un punto di vista dinamico, è importante distinguere l'indebitamento dal senso di colpa . Comune ad entrambe queste motivazioni è la necessita di pagare: nel caso dell'indebitamento si tratta però di una restituzione, nel caso del senso di colpa di un'espiazione. La qualità psicopatologica di queste motivazioni, che le differenzia rispettivamente dalla gratitudine e dalla coscienza di colpa, è attestata dalla loro inesauribilità. Il debito psicopatologico non può essere saldato; il senso di colpa, riferendosi ad un sacrilegio, non può essere riparato. La conseguenza di questa inestinguibilità, mantenuta dal super-io, è che il soggetto deve votare la sua vita all'altro, con cui ha contratto il debito o nei cui confronti è in colpa. Posta questa differenza, è importante considerare che l’indebitamento molto frequentemente produce dei sensi di colpa. Pur non potendo sottrarsi all’obbligo di pagare, infatti, il soggetto affetto da indebitamento, giungendo a sentirsi coercito e sfruttato dagli altri, reagisce, più o meno inconsapevolmente con delle rabbie furibonde che, venendo colpevolizzate, accrescono il debito dando ad esso un significato riparativo.

La fenomenologia clinica dell'indebitamento psicopatologico è complessa, poiché le esperienze che si modellano sull'accettazione cosciente, spesso ideologizzata, del debito inestinguibile sono una minima parte dell'universo dell'indebitamento.

Spesso, a livello giovanile, è viva la percezione di dover ripagare i sacrifici genitoriali rispondendo univocamente alle loro aspettative. Nei casi in cui tali aspettative non coincidono con il bisogno di individuazione si instaura un conflitto che può dar luogo facilmente allo strutturarsi di un'esperienza ossessiva. All'interno di tali esperienze, il senso del dovere assume la configurazione di una costrizione assoluta che si traduce in una dedizione completa allo studio e/o al lavoro, spesso giustificata soggettivamente da elevati valori religiosi, morali o sociali, L'efficienza sorprendente di queste esperienze esita di solito, in virtù di un inconscio opposizionismo, in crisi depressive più o meno mascherate che inattivano, talora completamente, il soggetto, precipitandolo nel senso di colpa. Numerose esperienze psicotiche giovanili insorgono con queste modalità, e, senza un adeguato aiuto, si ripiegano nella vana aspettativa di recuperare l'efficienza perduta.

In altre situazioni giovanili, l'indebitamento, anziché passare attraverso una strutturazione ossessiva, evolve in una direzione isterica. Per mantenersi fedeli ad un ideale dell'io elevato e per reprimere un'intensa rabbia oppositiva, i soggetti tendono lentamente a ritirarsi da ogni interazione con il mondo esterno che potrebbe mettere in gioco i precari equilibri raggiunti dall'io. A differenza delle esperienze ossessive, quelle isteriche non precipitano, perdono progressivamente terreno. L'esito di questa progressiva rinuncia a vivere è vario, a seconda delle dinamiche conflittuali sottostanti.

La regressione claustrofobica può giungere a diversi livelli di profondità. Nei casi più drammatici, essa si esprime nella fenomenologia che la psichiatria tradizionale inquadra nell'ambito dell'ebefrenia. Non di rado, però, si definiscono esperienze border-line, caratterizzate dal fatto che il soggetto riesce a mantenere un assetto comportamentale abbastanza integrato, nonostante tale assetto coincida con un progressivo isolamento sociale e con una più o meno completa rinuncia ad una progettazione evolutiva.

In questo ambito, esemplare è l'esperienza delle figlie che, in nome di un'antica tradizione, rinunciano a costruirsi una propria vita per dedicarsi ai genitori. E' noto che tali esperienze esitano spesso, dopo numerosi anni di frustrazione, in crisi psicopatologiche piuttosto serie (depressioni, psicosi confusionali, deliri erotici o mistici, ecc.).

Spesso, a livello adolescenziale e giovanile, il vissuto di indebitamento sottende esperienze anoressiche. Il rifiuto dell'alimentazione, specie quando si associa ad un'iperattività frenetica che investe l'ordine e la pulizia della casa e lo studio, esprime l'intento di affrancarsi dal debito, riducendo ciò che si riceve dall’ambiente e aumentando ciò che si dà.

La fenomenologia fin qui esaminata concerne in maniera evidente il sistema familiare originario. Il vissuto di indebitamento, però, in virtù di un'elaborazione ideologica delle interazioni con l'ambiente originario, può facilmente generalizzarsi, e dar luogo ad una struttura d'esperienza la cui economia relazionale con il mondo, a tutti i livelli, appare caratterizzata dalla legge di dare infinitamente più di quanto si riceva. L'atteggiamento di disponibilità illimitata che ne segue si esprime secondo modalità diverse a seconda dei ruoli sociali e delle situazioni oggettive.

Alcune donne contengono questa disponibilità nei confini dello spazio domestico e familiare, estenuandosi in un perenne servizio al marito, ai figli, ai parenti. Il carattere realistico di questo sdebitamento può tradursi in un apparente equilibrio di lunga durata, per quanto mai immune da ricorrenti angosce ipocondriache o da disturbi psicosomatici (cefalee, gastriti e spasmi addominali, astenie, mal d'ossa, ecc.). Non di rado, esperienze di tal genere esitano però in nevrosi d'angoscia, fobico-ossessiva o depressiva. Talora, quando la frustrazione dei bisogni personali è stata spinta all'estremo, sopravvengono crisi più gravi a fenomenologia maniaco-depressiva o delirante, il più spesso a carattere persecutorio.

Altre donne, fervidamente credenti, danno alla loro disponibilità il significato di una testimonianza di altruismo cristiano. In tali casi quell'atteggiamento tende a sconfinare dallo spazio familiare e a tradursi nella tendenza a farsi carico dei problemi altrui o in forme spontanee o nell'ambito di attività di volontariato del più vario genere. Queste esperienze, per la relativa libertà che assegnano di contenere il perfezionismo domestico e per il respiro sociale che concedono, sono caratterizzate da un equilibrio che si mantiene per anni senza alcun apparente risentimento soggettivo. Ma, in ogni caso, si tratta di esperienze a rischio che possono imboccare, più o meno criticamente, il tunnel d'una qualunque struttura psicopatologica.

A livello maschile, senza dimenticare i casi in cui un'intensa fede religiosa promuove esperienze simili a quelle appena descritte, l'indebitamento tende a tradursi il più spesso in un senso del dovere estremamente rigido riferito soprattutto al lavoro.

Le conseguenze del senso del dovere sono diverse a seconda dell'attività svolta e del contesto dell'ambiente di lavoro. In ambito pubblico, queste esperienze espongono fin troppo facilmente i soggetti ad una stigmatizzazione da parte dei colleghi di lavoro - secondo gli stereotipi del primo della classe o del leccapiedi - con un conseguente penoso isolamento, esacerbato spesso dalla convinzione soggettiva di essere nel giusto e dalla rabbia nei confronti delle irresponsabilità altrui. Per questa via si può giungere facilmente a crisi depressive e a stati di ansia come pure, più di rado, ad acting-out e a deliri a contenuto persecutorio.

In ambito lavorativo privato, il senso del dovere illimitato facilmente promuove una tendenza ad asservirsi e a farsi sfruttare dal datore di lavoro, con esiti psicopatologici di vario genere che sopravvengono nel momento in cui l'aspettativa di un adeguato riconoscimento viene disattesa.

Occorre tener conto, infine, che il vissuto dell'indebitamento a qualunque età può dar luogo ad una percezione faticosa della relazione con gli altri. I soggetti, infatti, sono indotti a pensare, in virtù di tale vissuto, che la qualità delle relazioni che intrattengono dipende del tutto o prevalentemente da loro. Ciò induce o uno sforzo perpetuo mirante a corroborare e vitalizzare le relazioni o una tendenza, più o meno spiccata, a lasciarla cadere e a rifuggire da essa, per non sobbarcarsi un'improba fatica.

La dinamica che sottende la fenomenologia dell'indebitamento psicopatologico è da ricondurre univocamente ad interazioni con ambienti educativi che, in nome delle cure che erogano, tentano di vincolare l'individuazione sul registro di una gratitudine inestinguibile. L'interiorizzazione di tali interazioni dà luogo ad un super-io che postula di tener conto dei bisogni dell'altro più che dei propri. Le diverse forme di esperienza che abbiamo analizzato si differenziano per il fatto di svolgersi entro i contesti familiari originari o in contesti acquisiti, e per la tendenza dei soggetti a subire le costrizioni superegoiche o ad elaborarle sotto forma di ideale dell'io.


Masochismo morale

Il masochismo morale, identificato da Freud, è l'espressione di un bisogno di punizione, il più spesso inconsapevole, agìto attivamente, e cioè tradotto in comportamenti la cui conseguenza è la frustrazione, lo scacco, l'autoinvalidazione, il dolore, l'interazione negativa con gli altri. Solo in rari casi tale bisogno è cosciente o viene protestato dal soggetto come suo proprio. Ciò accade di solito in rapporto ad una crisi depressiva, che può giungere a configurarsi sotto forma di delirio di colpa. Il soggetto, allora, parla per bocca del super-io, e tende ad agire di conseguenza, somministrandosi maltrattamenti di vario genere sia fisico (per es. astensione dal cibo) che morale (per es. rituali espiatori). Non di rado, come noto, le crisi depressive comportano degli attentati alla propria vita, che si configurano come condanna a morte eseguita dal soggetto stesso. Il bisogno di punizione, però, può essere cosciente anche nell'ambito di esperienze strutturate, non critiche. Così, in alcune esperienze isteriche, il riferimento alla propria malvagità può comportare delle pratiche autolesive non gravi ma perpetue; come pure nel corso di alcune esperienze ossessive, solitamente di matrice religiosa, la convinzione di essere gravemente imperfetti sotto il profilo morale o di non riuscire a controllare delle pulsioni peccaminose, può dar luogo a pratiche di autotortura fisica e morale cui il soggetto assegna un significato riparatore e autocorrettivo.

Il più spesso, come si è detto, il bisogno di punizione è assolutamente inconscio. E' importante, dunque, mettere a fuoco la fenomenologia soggettiva, relazionale e sociale attraverso cui esso si esprime. Il dato comune a tutte le esperienze dinamicamente determinate da quel bisogno non è, come si potrebbe pensare, il dolore, la sofferenza, l'infelicità. Non c'è dubbio che vissuti di questo genere riguardino una parte rilevante di quelle esperienze, nel corso delle quali la tendenza all’autosomministrazione inconsapevole di dolore fisico (sintomi psicosomatici di ogni genere) e psichico (ansia catastrofica, depressioni periodiche, ecc.) raggiunge talora vertici drammatici. Il dato assolutamente comune a tutte le esperienze masochistiche, però, è la convinzione che la situazione - soggettiva, relazionale e sociale - nella quale ci si trova, qualitativamente insoddisfacente, sia comunque l'unica possibile, o, in ogni caso, immodificabile se non al prezzo di rischi seri. Ciò significa che ogni cambiamento di vita orientato alla felicità, semplicemente vagheggiato o intensamente desiderato, o, infine, avvertito come assolutamente necessario, si associa alla convinzione che, se esso si realizzasse, le conseguenze sarebbero terribili

Comunque si esprima, la mortificazione viene mantenuta e alimentata dalla convinzione, non di rado rappresentata a livello cosciente, superstiziosa più che delirante, che la situazione nella quale ci si trova rappresenti il male minore. Rispetto a cosa se non a mali peggiori associati a qualunque desiderio, progetto o tentativo di cambiare, di migliorare la qualità della vita?

La mortificazione si associa, dunque, o meglio s’identifica con la paura del cambiamento e con una tendenza, che può apparire facilmente irragionevole, a conservare una situazione che, oggettivamente o soggettivamente, si configura come poco adeguata non già solo ai bisogni bensì a risorse e possibilità reali, che vengono letteralmente sprecate. Se non si coglie in questo - come, purtroppo, spesso accade in ambito psicoterapeutico e assistenziale - l'espressione di una condanna a soffrire e/o a rinunciare a gratificazioni possibili, che si realizza e si mantiene in virtù di una minaccia catastrofica che incombe sul cambiamento, si può facilmente pervenire a giudizi del tutto gratuiti, incentrati sulla non volontà del soggetto di guarire.

La fenomenologia della mortificazione è la più varia, ed è decifrabile, sia pure in misura diversa, in gran parte delle esperienze psicopatologiche. Questo non sorprende se si dà come scontato che i sensi di colpa e il bisogno di punizione funzionino come elementi dinamici strutturanti il disagio psichico. In alcune esperienze assume però una preminenza evidente.

Occorre partire dal livello più elementare, sociologicamente diffuso al punto da non assumere, se non raramente, un rilievo psicopatologico: dalle esperienze soggettive animate da un senso del dovere implacabile o da un vissuto di indebitamento inestinguibile. Gli aggettivi differenziano, senza definire un confine nettissimo, la fatica del vivere quotidiano, comune ai più, da una schiavitù che, pur realizzandosi negli stessi spazi sociali - il lavoro, la casa - è animata da un vissuto affatto particolare. Il vissuto, tale da indurre ogni mattino la percezione della giornata che si ha davanti come una montagna da scalare, concerne meno la sopravvivenza o il mantenimento di un certo tenore di vita che l'identità personale e sociale. La montagna è una colpa da scontare o un debito da pagare; di conseguenza, la necessità di scalarla, e di dover ripetere l'impresa ogni giorno, serve ad occultare la colpevolezza o l'insolvenza.

L'automaltrattamento cui le persone si sottopongono produce un circolo vizioso in conseguenza del quale, nonché estinguersi, la colpa e il debito s’incrementano. Tali esperienze, che sembrano logorarsi su un tapis roulant che scorre sempre più in fretta, sono sempre in equilibrio precario, minacciate da un arresto o da un crollo che rivelerebbe la vera identità dei soggetti: irresponsabile, incurante di ogni dovere e sostanzialmente anarchica. L'esempio sociologico più diffuso è rappresentato dalle casalinghe che non si concedono un solo minuto di respiro e, più sfaccendano, più hanno da sfaccendare. E' evidente che queste esperienze rientrano nell'ambito della struttura ossessiva, la quale comporta tributi ben più rilevanti sotto il profilo psicopatologico alla mortificazione. Se infatti quelle esperienze permettono di mistificare la schiavitù e l'automaltrattamento sotto forma di impegni reali e socialmente significativi, in altre, più franche, sono i rituali, apparentemente assurdi, a rivelarla. L'automaltrattamento, in alcuni casi, si esaurisce nel doversi prestare come schiavi ad un’implacabile volontà superiore; in altri casi, specie quando è in gioco l'ossessione della pulizia e dell'igiene personale, si traduce, in conseguenza dell'uso reiterato di saponi, alcool, disinfettanti di ogni genere, in lesioni di gravità più o meno rilevante.

La fenomenologia descritta riconosce, però, anche il rovescio della medaglia. Si danno esperienze, strutturate ossessivamente, caratterizzate da una rabbia opposizionistica che, vissuta spesso com’espressione di libertà personale, si traduce nella tendenza a rifiutare ogni impegno, ogni vincolo, ogni legame. La mortificazione, in questi casi, coincide con gli effetti autoinvalidanti di questa strategia mirante a preservare la libertà e, alla lunga, si traduce in una condizione oggettiva, non più occultabile né razionalizzabile, di umiliazione soggettiva e sociale.

Una diversa fenomenologia mortificante è rappresentata da esperienze soggettive che, più o meno consapevolmente, tendono ad oggettivarsi attraverso scelte di vita che inesorabilmente si configurano come trappole che impongono di soffrire. Tali scelte possono riguardare la vita affettiva, l'attività lavorativa o le relazioni sociali nel loro complesso. Esse talora appaiono casuali o dettate da circostanze oggettive, apparentemente del tutto indipendenti dalla volontà del soggetto; talaltra, invece, sono motivate coscientemente da una visione del mondo dotata di grande coerenza. Un esempio tipico del primo genere è la scelta di un partner che si realizza più per l'esigenza di affrancarsi dal nucleo familiare originario che per motivazioni affettive, e che, quasi costantemente, dà luogo ad un rapporto all'interno del quale il soggetto si ritrova a vivere le stesse contraddizioni da cui intendeva liberarsi.

Rientrano in quest’ambito anche scelte di studio e di lavoro operate per cedimento alle aspettative e alla volontà di altri, e che poi risultano pressoché incompatibili con i bisogni e le qualità del soggetto.

Un esempio tipico del secondo genere è invece fornito dalle persone che, il più spesso in nome di una fede cristiana intensamente vissuta, si pongono totalmente a disposizione degli altri incarcerandosi in ruoli che, alla lunga, diventano costrittivi, mortificanti e intollerabili. Il significato masochistico di tutte queste esperienze, che giungono talora a livelli di frustrazione molto seri, ed esitano talvolta in episodi di depressione più o meno mascherata, con frequenti sintomi psicosomatici che pongono in luce il bisogno di punizione, è attestato o dall'incapacità di cambiare, nei casi in cui ciò appare oggettivamente possibile, o, viceversa, da cambiamenti repentini, episodici, ricorrenti o frequenti, cui, dopo un periodo di euforia liberatoria, succedono scelte che esitano in trappole dello stesso segno.

Ancora all'ambito del masochismo morale appartengono le esperienze caratterizzate da un'estrema tensione orientata verso obiettivi gratificanti, che sono regolarmente mancati o lasciati cadere proprio nel momento in cui essi sembrano praticamente raggiunti.

L'esempio più trasparente, e non infrequente, è dato dalle persone che giungono, talora faticosamente talaltra speditamente, alle soglie di un conseguimento di un diploma o di una laurea, e si arrestano repentinamente. In altre circostanze, può trattarsi di obiettivi di carriera, professionali o sociali. Non di rado, questa forma di masochismo si esprime nel mantenere, nonostante possibilità reali di cambiamento, una condizione di più o meno angosciosa precarietà, vissuta come funzionale al mantenimento di una tensione attiva che, altrimenti, verrebbe del tutto meno. Una variante di questa forma di masochismo è data dalle esperienze di persone ricche di qualità, che, nella pratica della vita, le investono interagendo negativamente con gli altri in maniera tale che, alla fin fine, tutto - dall'ambito affettivo a quello lavorativo - finisce con l'andare storto.

La forma più sorprendente di masochismo morale è, pero, rappresentata dalla fobia del piacere e della felicità.

Presente in molteplici esperienze psicopatologiche, essa assume la connotazione più evidente in quelle ossessive, nelle quali appare costantemente espressione di una logica superstiziosa. I soggetti tendono ad astenersi da ogni piacere o, nel caso si abbandonino ad esso, a somministrarsi immediatamente una punizione correttiva, nella convinzione assoluta di un destino che li riguarda personalmente e che, per ogni gratificazione, fa scattare una pena, una disgrazia, un lutto. Tale destino è riferito a sé e ai propri cari.

E' sorprendente scoprire come, in queste esperienze, l'intuizione di una "potenza" che schiaccia gli uomini sotto il peso del dolore sia lucida. Questa convinzione, a ben vedere, percorre tutto l'universo del masochismo morale. Come si è detto in precedenza, è essa che paralizza ogni tentativo di cambiamento orientato verso una vita più gratificante, e determina una tenace tendenza a conservare un'economia psicologica, relazionale e sociale mortificante.

Qual’è mai la chiave di questa fobia della felicità, che è la matrice dinamica della mortificazione? Far riferimento al bisogno di punizione non è sufficiente, se non si spiega come e perché la felicità, questo obiettivo connaturato nelle viscere di ogni essere umano, giunge ad essere vissuto fobicamente. In rapporto ai dati di esperienza, sembra lecito ipotizzare che, laddove si dà un sentimento di immeritevolezza, di indegnità e di colpa una gratificazione possa conseguire l'effetto paradossale di incrementarlo, e che, di conseguenza, nonché sollevato, il soggetto si sente vieppiù angosciato. Ma resta da spiegare, per l'appunto, il significato dei sentimenti di immeritevolezza, indegnità e colpa.

Anche se va verificato a livello delle singole esperienze, la mortificazione sembra fondarsi su un'imputazione univoca: il tradimento, inteso come opposizione, ribellione e protesta nei confronti di un destino comune di dolore, di cui ogni soggetto deve prendersi la sua parte per non farla gravare sugli altri. Più il tradimento è grave, e cioè animato da un’intensa sete di felicità, più severa è la punizione masochistica. Il super-io masochistico veicola dunque la legge della condivisione del dolore, e reprime come colpevole il tentativo di un individuo, insensibile alla solidarietà di gruppo, d’affrancarsi dalla quota che gli spetta, scaricandola sugli altri.

Se si ricostruisce la genesi di un'esperienza masochistica, si ritrova pressoché costantemente l'identificazione originaria con un gruppo di appartenenza o con un membro particolare del gruppo gravati di un'infelicità talora evidente talora muta, seguita poi da una più o meno violenta ribellione oppositiva ad un modello di vita non sempre masochistico ma costantemente rassegnato all'infelicità. E' inutile dire che questa dinamica investe le anime più dotate di sensibilità, e che esse, talora, a partire dall'esperienza interattiva con il gruppo d’appartenenza, si allarga a tutti coloro che soffrono nel mondo. Misurata con il metro del dolore universale, la propria condizione, per quanto infelice, si configura come privilegiata; volerla cambiare, di conseguenza, non può essere vissuto che come un crimine, sul registro del tradimento, dell'insensibilità e del rigetto sugli altri del proprio dolore.

Da questo punto di vista, l'aspettativa di una rappresaglia punitiva sembra, con il suo carattere superstizioso, evocare il fantasma di un dio giusto che distribuisce equamente il dolore. Se ciò è vero, il masochismo morale, più di ogni altro fenomeno psicopatologico, rivela la drammatica vocazione sociale della natura umana, che comporta la condivisione come principio di integrazione. Che questo principio concerna solo il dolore è un fatto culturale, che mortifica, schiacciandola sotto il peso della colpa, l'attività umana tesa non già ad affrancarsi egoisticamente dal dolore bensì a lottare contro di esso.


Rivendicazione

Tradizionalmente, in psicopatologia, la rivendicazione è riferita solo ad esperienze - psicopatiche (personalità querulomani) e deliranti - nel corso delle quali il soggetto protesta di aver subìto dei torti o dei danni e pretende di essere risarcito. Si tratta di un’accezione molto ristretta, la quale ignora che la motivazione rivendicativa trova il suo fondamento in una logica costitutiva della psicologia umana che valuta il rapporto di scambio del soggetto con il mondo in termini di dare e di avere, di debito e di credito. La rivendicazione, che privilegia il credito, rappresenta il controaltare dell’indebitamento patologico, con cui è correlata. La fenomenologia della rivendicazione, di conseguenza, non è meno complessa di quella dell’indebitamento.

Talora, la rivendicazione fa riferimento alla violazione di diritti primari di cura, di protezione e di amore. Qualunque essere frustrato nei suoi diritti naturali di esercitare un qualche potere "tirannico" sull'ambiente iscritto nei suoi bisogni primari, è esposto al rischio, anche se coscientemente non serba memoria di quella violazione, di maturare ed esprimere, nelle relazioni interpersonali, motivazioni rivendicative cieche e irrazionali. E' quanto accade, con evidenza inconfutabile, ai soggetti affidati precocemente e allevati negli istituti per l'infanzia, che, quando non escono segnati dall'indebitamento e da uno spiccato senso del dovere, che li orienta a guadagnarsi perennemente l'appartenenza, spesso sentono, oscuramente, di aver subìto dei torti, d’avere più diritti e meno doveri sociali rispetto agli altri, e spesso li accampano irrazionalmente colpevolizzandosi e andando incontro all'emarginazione sociale.

Dinamiche rivendicative di questo genere si realizzano, però, anche nelle istituzioni private - la famiglia - allorché un figlio, che sente di essere stato rifiutato (vissuto mai del tutto infondato) e non sa perché, si aggrappa ai genitori e, via via che cresce, sacrifica ogni altra aspirazione alla rivendicazione di essere riconosciuto e amato, e si trasforma spesso in un terribile tiranno dipendente, chiudendosi in una trappola interattiva dalla quale non ricava che ulteriori frustrazioni e sensi di colpa, dimostrando, infine, che i suoi sono buoni e lui è nato sbagliato.

La violazione dei diritti primari di cure e d’amore incide, percentualmente, a livello psicopatologico, molto meno della rivendicazione di pari dignità e di libertà. Entrambe sono, a ben vedere, accomunate dal fatto di riconoscere la loro matrice in un sentimento innato di giustizia. Non sarebbe azzardato sostenere che la natura ha compensato il debito iscritto in un bisogno con il credito e i diritti iscritti nell'altro.

Se, dunque, la matrice viscerale della rivendicazione è comune, la fenomenologia risulta invece nettamente differenziata. I torti inerenti la pari dignità tra esseri umani e la libertà non possono, infatti, prodursi che a partire da una consapevolezza minima dell'identità personale o realizzarsi nel corso di fasi evolutive successive. Il più spesso quei torti sono riconducibili ad atteggiamenti iperprotettivi, miranti a mantenere indefinitamente un'armonia gerarchica, e/o ad atteggiamenti repressivi che, in nome di valori culturali ritenuti sacri, mirano ad indurre un'evoluzione lineare. In entrambe le circostanze, si definisce una strutturazione superegoica coercitiva, sia essa dovuta all'indebitamento o alla paura della rappresaglia.

La protesta soggettiva per il mancato riconoscimento della pari dignità o per la limitazione della libertà può, nonostante la colpevolizzazione, organizzarsi sotto forma di motivazione rivendicativa e d’ideale dell'io antitetico, e affiorare a livello comportamentale sotto forma di opposizionismo, coazione a trasgredire, maniacalità.

Quest'ultima merita un particolare interesse sotto il profilo dinamico. In quanto dinamica rivendicativa di libertà dal regime superegoico, essa, infatti, coincide con la messa in atto di meccanismi di anestesia affettiva e morale che consentono al soggetto di liberarsi, transitoriamente, dalla subordinazione ai valori superegoici e dai sensi di colpa. Nonché gli eccitamenti in senso proprio, una dinamica maniacale sottende gli attacchi che i soggetti dipendenti portano ai legami e alle persone da cui dipendono, alcune esperienze anoressiche, i deliri di trasgressione e non pochi comportamenti relazionali sadici.

L'anestesia affettiva e morale, che non dura mai indefinitamente, assicura, però, una liberazione fittizia: la produzione dei sensi di colpa inconsci giunge inesorabilmente a promuovere quell'anestesia, e a produrre un regime riparativo ed espiatorio più duro di quello preesistente.

Non si può trascurare infine un altro aspetto intimamente intrecciato con la rivendicazione, e solitamente misconosciuto: l'invidia. Tutte le persone che soffrono di un disagio psicologico tendono, consciamente o inconsciamente, a confrontare la propria esperienza con quella di coloro che stanno bene. Tranne i casi in cui prevalenti dinamiche masochistiche comportano l'accettazione della propria condizione come l'unica possibile, il confronto, particolarmente quando il disagio limita gravemente la libertà personale o coincide con uno stato di pressoché perpetua sofferenza interiore, evoca sempre una rivendicazione invidiosa di benessere. Quale che sia il grado di coscienza del soggetto a riguardo, si tratta di una reazione rabbiosa nei confronti di una condizione che è vissuta solitamente come ingiusta, tanto più se messa in relazione al benessere di cui godono gli altri. Tale reazione comporta indubbiamente una componente superstiziosa, nel senso che essa fa riferimento a qualcuno che dispensa il bene e il male secondo criteri imperscrutabili o arbitrari. Ma sarebbe difficile minimizzare il suo ruolo dinamico, che è spesso decisivo nell'indurre un'evoluzione critica dell'esperienza. Posto, infatti, che la rivendicazione sia intensa e senza referente e che il soggetto non intraveda la possibilità di recuperare una qualche serenità, essa si traduce quasi sempre, consciamente e inconsciamente, in una corrente di emozioni e di pensieri che fanno giustizia, nel senso di augurare il male degli altri e nel godere quando esso si realizza. In alcune depressioni, questo è il fattore dinamico che dà luogo ad un continuo peggioramento e che determina un accumulo di terribili sensi di colpa i quali esitano infine nel progetto suicidario.

L’espressione estrema della fenomenologia rivendicativa, che sconfina nel sadismo, è caratterizzata dalle esperienze psicopatologiche animate da una motivazione vendicativa più o meno consapevole. Nelle forme più correnti, tale motivazione può ridursi all’esigenza di coinvolgere gli altri, di solito i familiari, nella propria sofferenza. Giustificata dal bisogno di affetto, di comprensione, di sostegno, la motivazione vendicativa è resa evidente dagli sfoghi interminabili, dai ricatti e dalle minacce che, venendo ad essere sistematicamente colpevolizzati, non conseguono alcun effetto positivo sul vissuto dei pazienti. In altri casi, più rari, la motivazione vendicativa, sia essa inconsapevole o ideologizzata, si traduce in attacchi verbali o fisici alle persone ritenute colpevoli della propria condizione di sofferenza.


Sadismo

Nell’accezione tradizionale, il sadismo definisce tutti i comportamenti violenti, verbali e/o fisici, intenzionali o non intenzionali (compulsivi), che sono agiti nelle relazioni interpersonali private o pubbliche da soggetti affetti da una condizione di disagio psichico. Nonostante la loro dipendenza da tale condizione comporti una limitata responsabilità personale, non si possono nutrire dubbi riguardo al fatto che essi hanno rappresentato e rappresentano la matrice del pregiudizio sociale nei confronti della "follia". La limitata responsabilità personale viene, infatti, ricondotta ad una perdita di controllo su di un’aggressività innata. Nella misura in cui il sadismo sancisce la distruttività e/o la pericolosità sociale dei soggetti disagiati, esso vale anche a confermare l’ipotesi di un corredo pulsione aggressivo, comune a tutti gli esseri umani.

Letta tenendo conto dei comportamenti attraverso i quali si esprime, la fenomenologia del sadismo sembra rendere quest’ipotesi inoppugnabile. La fenomenologia stessa fornisce però qualche indizio che può permettere un’interpretazione più profonda.

Si consideri, per esempio, il sadismo isterico nelle multiformi manifestazioni. Talora esso si riduce ad un'ambivalenza comportamentale che tende a realizzarsi all'interno di relazioni private. Il soggetto si pone per periodi più o meno lunghi in una posizione di dipendenza infantile e di assoggettamento servile all'altro; da tale posizione, però, si riscatta repentinamente con attacchi di rabbia selvaggia, di solito verbali ma non di rado agìti, che mirano a ferire, umiliare, calpestare l'altro. Ambivalenze di questo genere, già nefaste quando si realizzano in un rapporto interpersonale adulto, diventano deleterie, sotto il profilo delle conseguenze, quando ad essere investiti sono i figli, che vengono lacerati dall'indebitamento contratto in conseguenza della dedizione assoluta genitoriale e dai sentimenti di odio e di vendetta prodotti dagli attacchi.

Altre volte il sadismo isterico si realizza, sul piano relazionale, con modalità più striscianti, in virtù di una dipendenza fusionale e divorante dall'altro che sembra esprimere un'estrema intensità passionale. Talora, questa dipendenza, configurandosi come insopportabile, dà luogo alla perdita del rapporto. Se il partner però si presta al gioco esprimendo una disponibilità totale, egli si ritrova letteralmente chiuso in una trappola relazionale che non gli concede respiro, azzera la sua libertà e esaurisce le sue energie. E' proprio nel momento in cui egli appare totalmente schiavizzato che affiora il sadismo isterico, sotto forma di uno sprezzante rifiuto del rapporto o di tradimento. La crudeltà che l'isterico manifesta, dovuta ad una vera e propria anestesia affettiva, pone in luce un odio viscerale per la condizione di debolezza e di impotenza che l'altro è giunto ad assumere, ed è paradossalmente proporzionale ad essa. A questa stessa dinamica, benché su di un livello più superficiale, si può ricondurre il sadismo isterico seduttivo, che si esercita per mezzo di conquiste portate avanti con ogni mezzo che si traducono in un repentino rifiuto non appena l'altro si dichiara innamorato e si sottomette.

La forma più tristemente nota, e per fortuna infrequente, di sadismo isterico tende ad esprimersi sotto forma caratteropatica, e cioè in virtù di un comportamento stabilmente e coscientemente orientato ad irritare, esasperare, ferire, maltrattare, calpestare gli altri, specie se si tratta di esseri più deboli, in tutti i contesti relazionali, sia pubblici che privati. In tali casi, l'ideologia del cinismo come espressione di forza e assenza di ogni sentimento umanitario è spesso ostentata e la volontà di un isolamento totale perseguita con lucida determinazione.

Anche nell'ambito della struttura ossessiva, il sadismo si manifesta in modi eterogenei. Talora esso è latente nelle strategie relazionali ossessive che, spesso, essendo svuotate d’ogni autentica emozione, mirano in maniera molto razionalizzata ad usare l'altro, ad approfittare di ogni sua debolezza e a dominarlo. Talaltra il sadismo affiora nei temibili acting-out, che muovendo dal vissuto di essere sopraffatti e/o ridicolizzati, danno luogo ad esplosioni di rabbia cieca.

In alcune esperienze ossessive, incentrate sul delirio di trasgressione, il sadismo si orienta, nonché su persone investite di ruoli autoritari, su ogni persona che tenta di ricondurre il soggetto al rispetto delle norme.

La forma più drammatica di sadismo ossessivo, si realizza, però, allorché i soggetti, assillati da perpetui rituali, impongono a tutti i membri familiari regole severissime di comportamento, apparentemente assurde, ritenute indispensabili all'esecuzione dei rituali o all'evitamento di circostanze che ne rendono necessaria la ripetizione. La dittatura imposta dalle angosce ossessive fa sì che talora, per anni, almeno negli spazi domestici, i familiari sono costretti a vivere come dei burattini che eseguono regole di comportamento indecifrabili ma inderogabili. In caso di trasgressione da parte di uno dei membri, l'angoscia ossessiva dà luogo, spesso, a esplosioni di disperazione e di rabbia furibonda rivolta contro il trasgressore.

Una componente sadica si esprime anche a partire da esperienze perfezionistiche, allorché esse determinano campi relazionali all'interno dei quali le regole che sottendono il perfezionismo sono imposte a tutti i soggetti che vi appartengono. Il perfezionismo delle casalinghe, ossessionate dall'ordine e dalla pulizia, si traduce spesso in una gabbia comportamentale che non lascia altra possibilità ai congiunti se non di sottomettersi alle regole o esplodere. Al di là della gabbia comportamentale c'è da considerare poi anche l'atteggiamento delle donne perfezioniste che tendono costantemente a correggere, rimproverare, umiliare i congiunti. Il perfezionismo di alcuni lavoratori, qualora si associ a responsabilità dirigenziali, si traduce spesso in una sistematica vessazione dei dipendenti che vengono non solo sfruttati ma anche redarguiti quando i loro ritmi lavorativi non risultano ottimali.

Nel corso degli episodi di eccitamento maniacale, pressoché costanti sono manifestazioni di sadismo di vario genere. Nelle forme più lievi, esso si esprime sotto forma di scarsa sensibilità sociale e morale, per cui il soggetto, motivato dal bisogno di dar corso liberamente ai suoi desideri e ai suoi pensieri, sembra del tutto incurante degli altri e, non di rado, tende a trattarli con un certo disprezzo, vedendo in esse grigie incarnazioni del perbenismo e della paura di vivere. L'escalation dell'eccitamento coincide con un progressivo esasperarsi di questo atteggiamento di fondo, che giunge a tradursi in una ribellione, più o meno marcata, nei confronti di tutte le regole del cosiddetto buon vivere civile. Per effetto di questa escalation, gli altri diventano o cose da usare o ostacoli ingombranti l'esercizio della libertà individuale che vanno scalzati.

Al culmine dell'eccitamento, si realizza un drammatico paradosso per cui il soggetto non può stare da solo neppure per un attimo, deve immergersi di continuo nella socialità, ma, proprio per ciò, manifesta nei confronti degli altri, che lo giudicano implicitamente o esplicitamente anormale e interagiscono negativamente con i suoi comportamenti provocatori e trasgressivi, una rabbia, un disprezzo e un'aggressività senza limite.

Nelle sindromi depressive, caratterizzate da una dinamica masochistica, il sadismo sembra del tutto assente se si eccettua talora, una perenne lamentela che, rivolta ai familiari, esprime un bisogno d'aiuto che pone in luce la loro impotenza, e, implicitamente, risuona come un oscuro rimprovero. Ma nelle depressioni più gravi, allorché il soggetto non vede altra soluzione che il suicidio, può affiorare, sia pure di rado, un drammatico sadismo protettivo, per cui il soggetto giunge a sentire come suo dovere di portare con sé nella morte altri congiunti, che non tollera di pensare esposti, dopo la sua fine, alle ingiurie della vita. L'attuazione di questi propositi è oltremodo rara, ma essi attestano drammaticamente, anche se non si realizzano, l'odio contro tutto ciò che è debole, vulnerabile e incapace di difendersi.

Al fondo della fenomenologia psicopatologica del sadismo, troviamo le esperienze psicotiche incentrate su vissuti paranoici di influenzamento e/o di persecuzione. Il sadismo si definisce, in questi casi, secondo due modalità, non di rado correlate. La socialità persecutoria, com'è noto, può comportare facilmente delle reazioni che, motivate soggettivamente come legittima difesa, possono tradursi in attacchi più o meno distruttivi nei confronti degli altri, siano esse persone note o del tutto sconosciute. Ma se la difesa dalla socialità persecutoria da luogo ad un ritiro più o meno marcato negli spazi domestici, e il venir meno di ogni progettazione sociale, è frequente che si instauri con i familiari un rapporto di dipendenza mascherato da atteggiamenti rivendicativi, prepotenti e sadici. Inibito nella capacita di rapportarsi col mondo esterno e privo di ogni speranza di autonomia, il soggetto è spinto ad usare i familiari come protesi del suo handicap, ed impone loro di soddisfare prontamente e in maniera efficiente i suoi bisogni, e di non sottrarsi o non ribellarsi ad un dominio che, muovendo da una grave frustrazione, viene vissuto come un diritto. L'assunzione dei familiari come protesi della propria inadeguatezza a vivere, che, non di rado, si associa alla convinzione che essi ne siano responsabili, comporta un continuo incremento dei comportamenti sadici. Angosciato dalla propria debolezza, il soggetto non tollera che i familiari manifestino alcun cedimento: in conseguenza di ciò, egli si sottopone spesso a maltrattamenti del più vario genere, il cui intento è di metterne alla prova la resistenza o di rafforzarne il carattere.

L'angoscia della dipendenza radicale che associa alla loro fine la propria fine, promuove, con il rifiuto della loro debolezza, la negazione della malattia e dell'invecchiamento. Per questa via si giunge inevitabilmente a quelle configurazioni sistemiche di figli malati con genitori anziani vessati e maltrattati in ogni modo, impediti di vivere, invecchiare, ammalare e morire tranquilli, che sempre più spesso, dall'entrata in vigore della legge 180, sono state proposte strumentalmente (per quanto il dato sociologico è reale) come esempi dei suoi effetti deleteri e perversi.

L’interpretazione dinamica del sadismo urta costantemente contro la confusione tra comprensione e giustificazione . Un merito indubbio della psicoanalisi è di avere comprovato che ogni comportamento umano può essere ricondotto a motivazioni soggettive, consce e inconsce, che permettono di definire i nessi psicologici in virtù dei quali essi si realizzano. Ciò significa che, per quanto aberrante, nessun comportamento umano ricade nell’ambito dell’irrazionalità. La possibilità di comprendere tutti i comportamenti umani non esclude, però, che essi possano essere valutati oggettivamente in rapporto alle loro conseguenze sociali e eventualmente criticati. Comprendere dunque non significa giustificare.

Ciò posto, riesce chiaro dalla fenomenologia illustrata che i comportamenti sadici non riconoscono una causa univoca. Talora, infatti, essi sono motivati da una fobia della debolezza che spinge il soggetto a dimostrare la sua forza anche al prezzo di un’anestesia affettiva e morale. E’ quanto accade negli isterici e in alcuni psicotici che, col sadismo, tentano di negare la loro patetica dipendenza dalla relazione e, in nome di un io antitetico modellato sulla legge del più forte, assumono un atteggiamento persecutorio nei confronti della debolezza altrui. La legge del più forte comporta, infatti, il riferimento al fatto che la debolezza è una colpa che va pagata. E’ superfluo aggiungere che, in questi casi, il nodo dinamico, che promuove il sadismo, è la dipendenza cui il soggetto è condannato da un super-io che frustra il bisogno di autonomia personale. Ciò è reso chiaro dal fatto che, nel momento in cui si configura, da parte degli altri, una minaccia reale di abbandono, il soggetto cade in uno stato di panico che rivela la sua debolezza inducendo comportamenti di aggrappamento e di sottomissione.

In altri casi, i comportamenti sadici sono motivati da un malinteso senso di giustizia ugualitaristico. Negli ossessivi, per esempio, il cui comportamento è spesso ipernormativo e perfezionistico, vige il principio per cui le stesse leggi a cui essi si attengono debbano valere per tutti. Ciò determina la tendenza ad imporre agli altri tali leggi, e ad interagire con rabbia e con aggressività nei confronti di coloro che le trasgrediscono. Negli ossessivi oppressi dai rituali, negli isterici perennemente angosciati dalla paura dell’abbandono, negli psicotici che si sentono oppressi dalla persecuzione, il senso di giustizia si esprime sotto forma di tendenza costante a coinvolgere gli altri nella propria sofferenza; in breve, a farli soffrire per affermare il principio di un’equa distribuzione del dolore.

Ciò che differenzia il sadismo nell’ambito dei comportamenti aggressivi è il senso di colpa cui esso inconsciamente si associa. Il senso di colpa, in alcuni casi, funziona paradossalmente incrementando il sadismo sulla base del principio per cui, agendo sempre peggio, il soggetto conferma la sua insensibilità. Per questa via, si perviene eccezionalmente, nei casi di gravi psicosi, al crimine. Più spesso, a lungo andare, si realizzano repentine destrutturazioni che fanno affiorare un delirio di colpa o inducono il soggetto a pagare attentando alla sua vita.


Delirio

La fenomenologia del delirio è stata illustrata ne La politica del Super-io, in ordine al principio per cui essa rappresenta l'espressione di una trasformazione strutturale, resa necessaria dall'intensificarsi del conflitto tra i bisogni scissi. Ciò significa che, quale che sia la sua modalità d'insorgenza, acuta o progressiva, l'esperienza delirante riconosce sempre una lunga incubazione, che esita in una catastrofe strutturale, in un mutamento qualitativo dell'esperienza soggettiva.

Si tratta, dunque, di spiegare anzitutto quest’aspetto. Tradizionalmente esso è ricondotto all'affiorare fenomenologico di una o più convinzioni soggettive, intensamente connotate sotto il profilo emozionale e cognitivamente più o meno sistematizzate, il cui correlato referenziale, e cioè la corrispondenza alla realtà, appare oggettivamente dubbia, opinabile o falsa. In breve, delirio sta per falsa credenza. Sul piano descrittivo, la definizione è inconfutabile, ne può essere intellettualisticamente invalidata dal fatto che essa assume come criterio di verità o corrispondenza alla realtà il consensum gentium.

Ogni credenza soggettiva che non assume una configurazione astratta, oggettivandosi sul piano logico-formale, e depurandosi dagli aspetti intuitivo-emozionali che possono averne favorito la genesi, non può essere valutata che in riferimento alle credenze proprie dell'ambiente sociostorico entro il quale si definisce. Anche i luoghi comuni, i pregiudizi sociali, le credenze superstiziose, le fedi ideologiche e, talora, i sistemi elaborati in ambito scientifico corrispondono a logiche il cui carattere referenziale è opinabile o falso. Ciò, se pone in luce l'importanza delle valenze emozionali che danno carattere di verità alle credenze umane, non impedisce di cogliere la differenza che si dà tra deliri culturali e deliri psicopatologici: per esempio tra un soggetto ciecamente credente che legge in tutti gli aspetti della realtà la prova dell'esistenza di Dio, e un soggetto che legge in quegli aspetti messaggi che la divinità indirizza solo a lui. Il problema è che questa differenza, per dir così, balza agli occhi (tanto più quando questi, essendo preda del senso comune o del senso clinico, rifuggono da ogni dubbio), ma, quando si tenta di analizzarla sul piano epistemologico, risulta oltremodo difficile da definire. L'opinabilità referenziale è un criterio differenziale di ordine estremamente generico, che restituisce ben poco della specificità delirante. Tale specificità concerne la genesi e la struttura - emozionale e cognitiva - del delirio.

Quanto alla genesi, è fuor di dubbio, come si è argomentato ne La politica del Super-io, che il delirio rappresenti fenomenicamente l'espressione di una trasformazione strutturale della stessa matrice conflittuale che sottende l'universo psicopatologico.

L'omogeneità di questo universo é restituita immediatamente dal fatto che qualunque organizzazione strutturale psicopatologica comporta una qualche falsa credenza: tale è la paura di morire del soggetto che ha delle crisi di angoscia; la convinzione dell'ossessivo di poter scongiurare conseguenze catastrofiche per sé e per gli altri attraverso l'esecuzione di banali rituali; l'attribuzione ad un oggetto o ad una situazione di significati fobici; le colpe non di rado gravissime di cui il depresso si accusa; ecc. A voler essere coerenti, occorrerebbe dire che non si dà vissuto psicopatologico senza qualche elemento delirante. Cionondimeno, il salto qualitativo tra strutture di primo livello per un verso e strutture di secondo e terzo livello per un altro è oggettivabile.

Così, per esempio, un'esperienza ipocondriaca rientra nel primo livello finché le preoccupazioni del soggetto, riferite al timore d’essere affetto da una malattia, si associano al dubbio e possono essere, sia pure transitoriamente, rimosse da una rassicurazione esterna; rientra nel secondo o nel terzo livello allorché quella preoccupazione si configura come una convinzione assoluta e permanente, esente da qualsivoglia dubbio, esasperata più che alleviata da una rassicurazione medica, interpretata come una menzogna.

L'universo psicopatologico riconosce, dunque, una continuità per quanto concerne le matrici conflittuali che lo generano e lo sottendono, ma una discontinuità qualitativa tale che le stesse cause danno luogo a effetti fenomenicamente diversi. Se si tiene conto del primo aspetto, non si stenta a capire che il delirio, sotto il profilo genetico, muove da un'intensificazione critica del conflitto strutturale, latente o già fenomenizzato psicopatologicamente, che, ponendo in gioco la relativa stabilità assicurata dall'organizzazione preesistente, postula una ristrutturazione dell’esperienza soggettiva. In difetto di consapevolezza, tale ristrutturazione, però, non può avvenire che entro i sistemi di significati già elaborati e disponibili: sistemi scissi, superegoici e antitetici.

Nonostante le proliferazioni terminologiche della psichiatria tradizionale, non sorprenda pertanto che le tematiche deliranti possano ridursi a quattro: l'influenzamento, la persecuzione (proiettiva e interiorizzata nel delirio di colpa), l'onnipotenza, la rivendicazione.

L'allocazione di tali tematiche nello schema psicopatologico mostra che esse rappresentano confluenze e sviluppi catastrofici (nell'accezione della teoria delle catastrofi) di diverse dinamiche. L'influenzamento se ha un rapporto genetico con la paura di morire concerne fenomenicamente il corpo; se ha un rapporto genetico con la paura di impazzire concerne la mente. La persecuzione può restaurare dall'esterno, proiettivamente, l'ipercontrollo ossessivo, configurandosi come una riparazione sistemica (sia pure al prezzo dell'inclusione) o, viceversa, se ha rapporto con l'imputazione di nocività, essere orientata a far pagare al soggetto le sue colpe, riconosciute, attraverso l'espiazione del dolore. L'onnipotenza risolve nella fusione - mistica o amorosa - il problema di una condanna a dipendere insopportabile, o, se ha rapporto con la paura di impazzire si pone - attraverso l'autoattribuzione di qualità straordinarie o l'identificazione con personaggi famosi - come un riscatto sociale che integra il soggetto collocandolo, però, al vertice della scala gerarchica, in una posizione di dominio. La rivendicazione, se mira a sciogliere i vincoli rituali dell'appartenenza, può esitare nel delirio di trasgressione o nel delirio genealogico; se, viceversa, fa capo ad un vissuto di torti o di danni sociali subìti - quindi ad un credito - può dar luogo ad un delirio di protesta mirante ad ottenere o a farsi giustizia.

I campi deliranti possono dunque organizzarsi in virtù dei significati più diversi, che fanno capo alla storia personale e sociale e all'organizzazione strutturale preesistente il delirio. Per quanto delimitabili fenomenicamente, essi sono poi dinamicamente interrelati e comunicanti, e ciò crea la possibilità di molteplici condensazioni tematiche.

Il carattere strutturalmente secondario, e, dunque, dal nostro punto di vista, mai primario, del delirio ne assicura la comprensibilità dinamica e la possibilità di una spiegazione strutturale. Quanto a quest'ultima, però, trattandosi di una trasformazione catastrofica, qualitativa, non si può passare sotto silenzio il problema di come la quantità - l'intensificarsi di un conflitto strutturale - possa tradursi in qualità - nell'organizzarsi di una fenomenologia esperienziale radicalmente differenziata rispetto a quella preesistente.

Si è accennato al fatto che la qualità del delirio va ricondotta alla necessità di porre rimedio all'instabilità strutturale prodotta dall'animarsi dei conflitti utilizzando, però, i sistemi di significati, inconsci e consci, preesistenti. Da questo punto di vista, non sorprende che le tematiche deliranti possano ricondursi, com’è evidente nel diagramma, al dispiegamento dei sistemi di significati superegoici (l'influenzamento, la persecuzione e il delirio di colpa) e dei sistemi di significati antitetici (l'onnipotenza, la rivendicazione). Per spiegare tale dispiegamento, occorre però ammettere che questi sistemi siano dotati di potenzialità di significazione molteplici.

La quantità - l'intensificarsi del conflitto strutturale - si trasformerebbe dunque in qualità - l'organizzarsi fenomenico del delirio - per effetto della produzione di nuovi significati potenzialmente impliciti nei sistemi di significati presenti a livello inconscio.

Ciò conferma che l'inconscio dispone di una sua 'creatività', almeno nel senso che, data una condizione grave di instabilità strutturale prodotta dall'intensificarsi del conflitto tra super-io e io antitetico, esso tende a risolvere il problema producendo nuovi significati stabilizzanti. Una prova di ciò è data dal passaggio dallo stato d'animo delirante, solitamente penoso in quanto corrispondente all'intuizione della precarietà dei sistemi di significati attivi a livello cosciente, alla strutturazione del delirio, che restituisce all'io un incrollabile sicurezza nella lettura del mondo. Ma è lecito parlare di creatività laddove la produzione inconscia di significati dà luogo ad un delirio?Di fatto lo è se si tiene conto che il delirio non rappresenta di per sé un prodotto inconscio bensì l'interpretazione che la coscienza dà dei messaggi che provengono dall'inconscio. Un delirio persecutorio, per esempio, esprime un bisogno inconscio di controllo sul comportamento che, non potendo essere riconosciuto dal soggetto, si realizza sul registro di un’influenza allucinatoria. In ultima analisi, il delirio attesta la difficoltà della coscienza a dare il giusto senso a quei messaggi.

Se ci si chiede poi, al di là della ristrutturazione dei significati, qual è l’aspetto psicopatologicamente specifico del delirio, non si dà difficoltà nell’identificarlo nello smascheramento del significato relazionale intrinseco ad ogni conflitto strutturale. Non si dà, infatti, delirio che, nei suoi contenuti fenomenici, non implichi un rapporto conflittuale tra il soggetto e il mondo sociale. L’influenzamento, la persecuzione, l’onnipotenza, la rivendicazione sono le diverse forme in cui questo conflitto si esprime, il cui comune denominatore è l’onnipresenza dell’Altro nell’orizzonte esperienziale soggettivo.


Appendice. Disturbi della sessualità

Nello schema psicopatologico proposto, i disturbi della sessualità sono ubiquitari. Si tratta, in effetti, di sintomi, vissuti, comportamenti che si intrecciano con tutte le categorie dinamiche, da cui risultano dipendenti, la cui fenomenologia è sovradeterminata, nel senso che lo stesso disturbo può essere dovuto a dinamiche diverse.

Il primo aspetto non dovrebbe sorprendere. Essendo la sessualità umana una particolare funzione di relazione con l’altro, che essa possa risultare disturbata dai conflitti strutturali che, nelle loro varie organizzazioni dinamiche, sono sempre e comunque conflitti "sociali", risulta immediatamente comprensibile. Con ciò, non si intende negare che la sessualità sia uno dei pochi istinti primari rappresentati nel corredo genetico della specie umana, quanto piuttosto sottolineare che anch’essa, nel passaggio dall’animale all’homo, si è "umanizzata", assumendo una configurazione tale che il suo esercizio risulta subordinato, per un verso, alla cultura, che tende a renderla funzionale alla riproduzione sociale, e, per un altro, all’esperienza soggettiva, che la sperimenta – dal livello immaginario a quello reale – in dipendenza dal modo in cui il singolo soggetto vive il rapporto con l’altro.

Il secondo aspetto è più complesso.

L’inquadramento struttural–dialettico dei disturbi della personalità postula di anticipare un discorso che sarà ripreso in un saggio ulteriore sulla terapia. L’organizzazione dello schema psicopatologico che ho presentato consente di individuare sostanzialmente quattro configurazioni dinamiche strutturali. La prima, caratterizzata dalla prevalenza dinamica di un super-io punitivo, limita e frustra la libertà personale al fine di subordinarla ai doveri sociali. La seconda, riconducibile alla prevalenza dinamica di un super-io mortificante, induce l’io a vivere la relazione sociale sul registro della riparazione, vale a dire del masochismo. La terza, caratterizzata dalla pressione dinamica dell’io antitetico opposizionistico, comporta il boicottaggio più o meno sistematico dei doveri sociali e la rivendicazione dei diritti individuali sul registro dell’opposizione della volontà propria a quella altrui. La quarta, riconducibile a una strutturazione dell’io antitetico sfidante e antisociale, comporta l’esercizio della libertà personale sul registro del misconoscimento dei doveri sociali, della sfida ai valori culturali, della trasgressione e dell’anarchia. Ricondurre la psicopatologia a queste quattro configurazioni dinamiche – punitiva, riparativa, opposizionistica, sfidante – non significa ignorare che, all’interno di ogni esperienza, esse non si presentano mai in forma pura ma intrecciate tra di loro. Questa semplificazione, che consente di intravedere un ordinamento strutturale dell’universo psicopatologico più semplice e, forse, più profondo, trova, nei disturbi della sessualità, un’applicazione immediata.

Per quanto riconosciuti da tempo, e valorizzati in particolare dalla psicoanalisi, i disturbi della sessualità sono risultati particolarmente difficili da classificare sotto un profilo dinamico. Ciò è dovuto al fatto che i tentativi finora effettuati si sono attenuti al principio di ricondurli alle vicissitudini dell’istinto sessuale. Tale principio postula però un’autonomia primaria dell’istinto sessuale che nell’uomo è ardua da sostenere. Se si assume la sessualità come espressione della relazione con l’altro e, sopratutto, della relazione con l’altro rappresentato soggettivamente, l’ordinamento dei disturbi della sessualità risulta estremamente più semplice. Essi, infatti, riconoscono uno spettro che va dall’estremo di una soggezione al sociale interiorizzato all’estremo opposto di una rivendicazione di libertà personale che comporta l’assunzione dell’altro come oggetto.

Per quanto semplice, quest’ordinamento non va applicato meccanicisticamente. E’ oltremodo suggestivo ricondurre, per esempio, l’impotenza sessuale a una configurazione punitiva, il masochismo sessuale a una configurazione riparativa, la seduzione isterica a una configurazione opposizionistica e il sadismo a una configurazione sfidante. In realtà le cose sono più complesse per via della sovradeterminazione.

L’impotenza , per esempio, può essere anzitutto l’espressione di un sistema di valori superegoici che identifica nell’esercizio della sessualità e nel piacere un male. Spesso il sistema di valori in questione è moralistico, e riconosce la sua matrice in un’educazione religiosa repressiva. Più raramente, esso invece fa capo al perfezionismo sociale che, implicando la necessità di investire tutte le proprie energie a fini produttivi, porta a sentire la sessualità come un pericoloso spreco di energie.

Si dà poi un’impotenza opposizionistica, che si realizza allorché l’esercizio della sessualità viene vissuto come un dovere rispondente alle aspettative del partner. Frustrando tali aspettative, il soggetto rivendica inconsciamente la sua libertà dalla coercizione del dovere. Una variante di questa dinamica è rappresentata dall’impotenza che insorge inaspettatamente in conseguenza di un investimento sentimentale che, a livello inconscio, configura una perdita di libertà.

Una terza forma di impotenza, riparativa, si realizza all’insegna del masochismo morale allorché il soggetto non può concedersi l’abbandono al piacere se non al rischio di andare incontro ad una crisi di angoscia o di precipitare nella paura di conseguenze catastrofiche (ictus, infezioni, ecc.).

Esiste anche, sorprendentemente, un’impotenza sfidante. Essa si realizza allorché un soggetto maschile, dominato da una donna dal carattere forte che egli non riesce a contrastare in alcun modo nel corso della vita quotidiana, si riscatta dall’asservimento ferendola nel suo bisogno di sentirsi desiderata sessualmente. In virtù dell’impotenza, l’uomo, pure esponendosi al rischio di essere investito dalla rabbia del partner, si riscatta dalla sottomissione e mette in luce la dipendenza del partner stesso dalla conferma sessuale.

Per quanto riguarda i disturbi della sessualità femminile - dal vaginismo alla dispareunia all’anorgasmia - si possono fare considerazioni analoghe.

Essi talora attestano l’esistenza, a livello inconscio, di un sistema di valori sessuofobico che rende impossibile o angoscioso il rapporto. In altri casi, prevale invece una motivazione opposizionistica nei confronti dell’uomo dovuta al rifiuto della sottomissione. La motivazione riparativa si rende evidente laddove la disponibilità sessuale si associa costantemente ad un vissuto di dolore. Si danno infine disturbi che rappresentano un’inconscia sfida alla potenza maschile che viene ad essere vanificata dall’impossibilità di soddisfare la donna.

Anche l’omosessualità, sia maschile che femminile, può essere ricondotta alle configurazioni dinamiche di cui si é parlato. L’omosessualità punitiva, che riconosce le sue matrici in un rapporto conflittuale col genitore dello stesso sesso, comporta l’assoggettamento ad un partner dello stesso sesso, anche senza provare piacere alcuno. Il carattere punitivo di alcune esperienze omosessuali è confermato dal vissuto di disgusto con cui il soggetto le vive, pur non potendosi sottrarre ai rapporti. La motivazione opposizionistica fa invece riferimento ad un codice eterosessuale normativo visceralmente rifiutato. Questa motivazione è spesso presente in soggetti che sono stati coinvolti, nelle fasi evolutive, in un rapporto di seduzione inconscia da parte del genitore dell’altro sesso. L’omosessualità, in questi casi, rappresenta una ribellione che nega il potere attrattivo di tutte le persone dell’altro sesso. La motivazione riparativa è evidente nelle esperienze caratterizzate da un’inconscia ostilità sociale che viene pagata al prezzo di una condizione esposta masochisticamente al rischio del pregiudizio sociale. Questa condizione si realizza spesso in associazione a regimi di vita ossessivi, caratterizzati da una profonda soggezione al giudizio sociale superegoicamente rappresentato. Con l’omosessualtià il soggetto sfida il giudizio sociale e, al tempo stesso, lo paga con la paura perpetua di essere smascherato. L’omosessualità sfidante è, infine, caratterizzata dal vivere l’esperienza omosessuale all’insegna della trasgressione. Ciò comporta spesso una marcata accentuazione della pratica sessuale completamente avulsa dalla ricerca di rapporti affettivi, e, spesso, animata dalla tendenza esasperata ad esporsi a rischi di ogni genere.

Nelle altre sessuopatie non sono rappresentate tutte e quattro le dinamiche cui si è fatto cenno. In alcune, infatti, come per esempio nel masochismo, prevalgono le dinamiche superegoiche, in altre, come per esempio nel sadismo, nella pedofilia e nella ninfomania, prevalgono le dinamiche antitetiche.


Parte Terza. Il ruolo psicopatologico dei fattori psicologici, sociali e biologici


1) Coscienza e Inconscio

La teoria struttural-dialettica della personalità fornisce, dunque, un codice comprensivo ed esplicativo dei vissuti, dei sintomi e dei comportamenti psicopatologici di sorprendente efficacia che permette di intravedere i nessi tra soggettività, contesto di interazione e storia sociale. Essa però pone di fronte a una serie di problemi inerenti lo statuto della soggettività, vale a dire la struttura e le funzioni della coscienza e dell’inconscio, che è necessario affrontare. Data la natura psicologica non meno che filosofica di tali problemi e la loro complessità, il discorso va limitato necessariamente all’essenziale: a ciò che pertiene più propriamente la psicopatologia e al contributo che la teoria struttural-dialettica può offrire a una scienza integrata della mente umana.

L’intuizione freudiana, secondo la quale i fenomeni psicopatologici, per essere spiegati, postulano il riferimento a un’attività mentale ricca e complessa che avviene al di fuori della coscienza, si può ritenere ormai indubitabile. Di fatto, senza tale riferimento, la loro apparente incomprensibilità porta immediatamente a pensare ad una malattia, sia essa intesa come un difetto costituzionale dell’io o come un malfunzionamento dell’apparato cerebrale.

Freud però, al quale va il merito di avere infranto il dogma che associava l’attività mentale alla coscienza, scoperto l’inconscio, è caduto nell’errore di Cristoforo Colombo. Egli cioé ha interpretato i dati tratti dalla pratica analitica alla luce di presupposti ideologici, che non era in grado di criticare, giungendo a conclusioni arbitrarie. La sua onestà intellettuale, che lo ha spinto fino alla fine a cercare un’organizzazione più coerente di quei dati, ha avuto, infatti, l’esito paradossale di allontanarlo dalla verità inducendolo alla formulazione dell’aberrante ipotesi dell’istinto di morte.

La parabola freudiana è, peraltro, estremamente significativa per due aspetti. Per un verso, infatti, essa pone in luce l’incidenza dei fattori ideologici su qualunque attività interpretativa che concerne l’uomo. Per un altro, essa attesta che la scoperta dell’inconscio, per essere pienamente valorizzata, postula una teoria adeguata della natura umana, dello sviluppo e dell’organizzazione della personalità e dei rapporti reciproci tra coscienza e inconscio.

Le scienze psicologiche, avendo mutuato da Freud il riferimento alla soggettività come dimensione che implica molteplici processi inconsci, hanno tentato di giungere ad una teoria integrata dell’attività mentale umana privilegiando la coscienza e "riscoprendo" la complessità dell’io e delle sue funzioni. Nelle sue elaborazioni più avanzate, il cognitivismo, giungendo a concepire la "mente di una persona come un sistema organizzato di sottomenti comunicanti" che riconoscono nel Sé un principio d’integrazione, sembra essere pervenuto ad un modello teorico che, in qualche misura, incorpora e sormonta il pensiero analitico. La lettura dei testi cognitivisti pone però di fronte al difetto di fondo di quest’orientamento. Esso, infatti, ignorando non meno di Freud la storicità della coscienza, che non esiste se non sotto forma di esperienza che un determinato soggetto ha del mondo, tratta la coscienza del tutto astrattamente, come se essa esistesse in vitro e fosse sostanzialmente causa sui. Per quest’aspetto, il cognitivismo sembra avere perso ogni rapporto con le sue radici filosofiche, per esempio con il pensiero di Gadamer che, invece, insiste sull’appartenenza alla storia di ogni coscienza soggettiva, che intanto funziona in quanto utilizza, in maniera più o meno consapevole, i pre-giudizi, vale a dire le interpretazioni del mondo codificate dalla tradizione culturale.

Il contributo dell’orientamento struttural-dialettico al superamento di quest’impasse è riconducibile alla teoria dei bisogni che riabilita una concezione strutturale e, al tempo, stesso dinamica dello sviluppo e dell’organizzazione della personalità, e consente di valutare in maniera più articolata le interazioni tra coscienza e inconscio.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, la psicopatologia fornisce dei dati di grande interesse. Essa, infatti, impone di prendere atto che la coscienza non è identificabile con l’io. La coscienza è un campo attraversato da contenuti psichici - percezioni, pensieri, emozioni, fantasie, memorie, ecc. - la cui origine è varia, potendo provenire dal mondo esterno non meno che da quello interno, la cui trasformazione in vissuti è dovuta ad un’incessante attività interpretativa dell’io che tenta di appropriarsene per salvaguardare la sua unità e la sua identità. Tale attività comporta però due inconvenienti. Il primo è da ricondurre al fatto che l’io si appropria anche di contenuti che sono prodotti a livello inconscio. E’ quanto accade costantemente, per esempio, nel corso degli attacchi di panico, allorché il soggetto vive l’imminenza della catastrofe (la morte, l’impazzire, il perdere il controllo) in termini di una percezione immediata di un pericolo reale, o nelle depressioni allorché il soggetto vive i sensi di colpa, le autosvalutazioni, i rimproveri come giudizi obiettivi che fornisce su se stesso. Gran parte dei vissuti psicopatologici sono da ricondurre all’immersione dell’io nel campo di coscienza, che mortifica o estingue il suo potere di oggettivare criticamente i contenuti che lo attraversano.

L’altro inconveniente è di segno opposto e si realizza allorché i contenuti del campo di coscienza eccedono gli strumenti interpretativi di cui l’io dispone o perché oscuri e apparentemente indecifrabili (come per esempio le somatizzazioni, i rituali ossessivi, ecc.) o perché vissuti come non prodotti dall’io (fantasie e pensieri coatti, allucinazioni). In tali casi l’interpretazione realistica ricade costantemente nell’ambito della malattia o di un’influenza esterna.

Tenendo conto di questi due inconvenienti, sembra lecito affermare che l’io tende ad un’appropriazione indebita dei contenuti di coscienza o ad una estraneazione. Ciò, per un verso, riconduce all’ingenuo realismo che è proprio dell’organizzazione della coscienza e, per un altro, pone il problema dei codici interpretativi di cui essa dispone. Il realismo ingenuo della coscienza è, per alcuni aspetti, un attributo suo proprio, reperibile in ogni cultura, che va attribuito sostanzialmente alle sue origini filogenetiche, al suo affacciamento sul mondo delle percezioni. Esso però dipende, nella sua estensione, anche dalla cultura di cui l’individuo partecipa. Paradossalmente, la nostra civiltà, razionalista e critica, enfatizzando l’io e assumendolo come padrone incontrastato della mente, ha incrementato non diminuito il realismo ingenuo della coscienza. L’enfatizzazione dell’io, resa evidente dal fatto che nel nostro mondo ogni individuo è assolutamente convinto di pensare con la propria testa, ha prodotto poi un misconoscimento dei codici interpretativi, dei presupposti ideologici dai quali muove ogni interpretazione soggettiva, che sono di ordine storico-culturale. Il fatto che ogni soggetto partecipa di una qualche visione del mondo collettiva alla luce della quale interpreta la realtà, aggiungendo a tali interpretazioni delle sfumature assolutamente individuali, è del tutto estraneo ai livelli di coscienza soggettivi contemporanei, e ha una pesante ricaduta a livello psicopatologico.

Un esempio significativo a riguardo è fornito dalle esperienze ipocondriache, che sono in crescita costante. Esse, infatti, quali che siano i conflitti che le producono, comportano il riferimento univoco ad una concezione del corpo come organismo o addirittura macchina nettamente separata dall’anima, che ha una vita sua propria. In conseguenza di questo, ogni inceppamento della macchina non può non riconoscere una causa intrinseca ad essa.

Tutti questi aspetti vanno ricondotti ai limiti strutturali (dovuti alla non trasparenza del mondo interno) e ai limiti culturali della coscienza. A questi ultimi occorre ricondurre anche, come si accennato, l’ipertrofia interpretativa dell’io che comporta il costante misconoscimento del ruolo che svolge, nella struttura inconscia della personalità, il sociale interiorizzato. E’ a questo riguardo che la teoria dei bisogni diventa pregnante.

La teoria dei bisogni intrinseci è una teoria della natura umana, fondata sull’attribuzione ad ogni corredo genetico di due forme affettivo-cognitive che rappresentano le matrici dinamiche dello sviluppo e dell'organizzazione strutturale e funzionale della personalità, dai livelli inconsci a quelli consci. Entrambi i bisogni assicurano il salto dal regno della necessità - quello degli istinti - al regno della libertà - quello della cultura. La forma sistemica, però, attraverso la funzione superegoica, vincola la libertà all'appartenenza sociale, tal che essa si realizza sotto forma di dovere, di fedeltà ai valori culturali del gruppo d’appartenenza interiorizzati. La forma opposizionale, viceversa, attraverso l’io antitetico, la vincola all'esercizio della volontà personale, espressa dalla capacità decisionale di consentire o dissentire rispetto a quei valori.

Se prescindiamo dal punto di vista soggettivo, il significato evoluzionistico di queste forme risulta evidente. Affrancando l'uomo in larga misura dagli istinti, che riproducono automaticamente schemi comportamentali acquisiti filogeneticamente e funzionali alla conservazione della specie, la natura ha dovuto provvedere a predisporre cervello e mente umana per perseguire in altri modi quegli stessi obiettivi.

Spogliata da ogni mitologia, la cultura - materiale e spirituale - assolve a tal fine, ponendo in luce la predisposizione della natura umana alla socialità e all'uso dei simboli che la presuppongono, poiché postulano sistemi di valori prodotti socialmente e condivisi per convenzione. Oggettivazione della natura umana socializzata, patrimonio prezioso poiché prodotto e quindi deperibile, la cultura postula di essere conservata e replicata di generazione in generazione. Per quanto concerne i codici morali, i più relativi in assoluto, essa, inoltre, va replicata in maniera tale da arginare i rischi della critica. Sperimentata la sua funzionalità ai fini della coesione e dell’equilibrio sociale, in un determinato contesto sociostorico, la replicazione impone di minimizzare le possibilità di un cambiamento. Per quest’aspetto l'ipotesi dell'organizzazione della cultura sotto forma di memi riesce credibile.

Lo stratagemma replicativo è consistito nell'usare i legami affettivi, importanti in sé e per sé per lo sviluppo della personalità, come canali di trasmissione dei valori culturali che, integrati nella forma affettivo-cognitiva sistemica, si replicano obbligando il soggetto a rimanere fedele ad essi. Tale replicazione avviene, originariamente, in gran parte a livello inconscio e struttura la funzione superegoica. Non si tratta di un processo d’introiezione passiva. I memi culturali si rifrangono e sono acquisiti in stretto rapporto alle potenzialità emozionali e cognitive dell'individuo. Per quest’aspetto, la replicazione non è un processo meccanicistico, bensì in qualche misura creativo. I "germi" ideologici intrinseci ai memi si dispiegano, all’interno d’ogni soggettività, in maniera diversificata, più o meno ricca. Questa diversità informazionale, per cui, per esempio, un qualunque dovere si pone in un individuo semplicemente come un obbligo, un comando e in un altro come un debito, una virtù, maschera ma non annulla una matrice comune riconoscibile.

Una prova clamorosa dell’importanza del meccanismo replicativo nella storia umana è fornita dai codici culturali di più lunga durata, quelli religiosi. Straordinariamente complessi dal punto di vista logico e filosofico (si pensi, per esempio, alla Trinità o alla Transustanziazione), essi vengono non di meno trasmessi precocemente, nella certezza che la dipendenza dell'infante ne consente l'introiezione soprattutto per quanto concerne i loro effetti emozionali e comportamentali. L’introiezione e l’interpretazione dei valori religiosi si realizza in misura direttamente proporzionale alla sensibilità emozionale individuale. In conseguenza di ciò, per esempio, il richiamo all’amore del prossimo rimane depositato in un individuo sotto forma di un valore meramente formale, che incide marginalmente sul comportamento sociale, mentre in un altro individuo esso si radicalizza, promuovendo l’annullamento sacrificale di sé a favore dell’altro.

In conseguenza della forma affettivo-cognitiva sistemica, che ha un peso assolutamente primario sotto il profilo filogenetico, l'inconscio, dunque, è, anzitutto, una struttura replicativa dei valori culturali propri del gruppo d’appartenenza, che, in virtù dell’identificazione con coloro che li trasmettono, hanno un potere emozionale più che cognitivo.

A differenza degli istinti, infallibili adattivamente ma a prezzo di un'estrema rigidità (tal che un rilevante mutamento ambientale rispetto alle memorie filogenetiche che essi veicolano li rende disfunzionali), i valori culturali, in quanto prodotti storici, hanno un grado di plasticità maggiore.

La specie umana è l'unica la cui natura comporta la possibilità che un singolo individuo, utilizzando le risorse messe a disposizione dal gruppo sociale, crei una mutazione culturale - materiale e spirituale - che può risultare utile ai fini di un migliore adattamento della specie all'ambiente. Il meccanismo replicativo, dovuto alla forma sistemica, è stato, infatti, evolutivamente migliorato dalla presenza simultanea, nel corredo genetico umano, di un'altra forma innata, il bisogno di opposizione/individuazione, che veicola il potenziale vocazionale di differenziazione proprio di un individuo.

Anche questo bisogno si dispiega originariamente a livello inconscio sotto forma di coscienza viscerale di avere un'identità distinta dagli altri e di essere dotati di un qualche diritto di rivendicare la propria diversità. E' fuor di dubbio però che, in tutte le sue fasi, il dispiegamento di questo bisogno è subordinato, nei suoi valori emozionali e cognitivi, ai significati superegoici. L'ipotesi freudiana secondo la quale l'inconscio contiene porzioni del super-io e dell'io è, dunque, non solo da condividere, bensì da ampliare.

Assumendo il super-io e l'io antitetico inconsci - privi entrambi, ovviamente, di capacità autoriflessive - come sistemi di significati integrati a partire da due forme logicamente antitetiche, la struttura e la funzionalità dell’inconscio riescono pienamente comprensibili. Esso, infatti, risulta depositario dei bisogni nelle loro potenzialità genetiche e, al tempo stesso, strutturato dall’interazione con l’ambiente socioculturale. Per il primo aspetto, è animato da una dinamica evolutiva che attesta la ricchezza del patrimonio dei bisogni, per il secondo risulta vincolato al primato del sociale interiorizzato, vale a dire al primato della funzione superegoica, filogeneticamente più importante.

Il dispiegamento dei bisogni che, a livello inconscio, determina la formazione di substrutture inconsce della personalità - il super-io, l’io antitetico - permanenti, investe anche l’evoluzione della coscienza e dell’io. La polarizzazione affettiva dell’io infantile, si ammetta o no una fase fusionale, attesta l’attività del bisogno di appartenenza sociale. La differenziazione dell’io avviene, viceversa, per effetto dell’attività del bisogno di opposizione/individuazione.

Il dispiegamento dei bisogni, che struttura l’inconscio, investe dunque anche la coscienza e l’io e si realizza in virtù di fasi di apertura all’ambiente, sottese dall’esigenza di stabilire e di mantenere i legami sociali, e fasi di relativa chiusura, sottese dall’esigenza di definire l’identità personale e di sentirla distinta e tutelata rispetto alle relazioni. Anche ammettendo un’autonomia primaria dell’io, riconducibile ad un potenziale genetico vocazionale, è fuor di dubbio che la sua evoluzione avviene per effetto dei potenziali dinamici delle substrutture inconsce del super-io e dell’io antitetico. L’integrazione dell’io, infatti, dipende in grande misura dalla sua capacità di mediare i sistemi di valori veicolati dal super-io e dall’io antitetico. Tale capacità, peraltro, è subordinata al peso strutturale e al rilievo dinamico delle substrutture. Lo scacco dell’io, costante nelle esperienze psicopatologiche, dipende dal carattere scisso e antitetico assunto, a livello inconscio, dalle substrutture.

In termini evoluzionistici, dunque, l'inconscio è anzitutto un replicatore culturale: in particolare è un replicatore dei valori culturali trasmessi attraverso i legami affettivi, che radicano ogni esperienza soggettiva nella storia. Complementare alla funzione replicativa, e in tensione con essa, è il potenziale di individuazione che mira a valutare la compatibilità dei valori culturali introiettati a livello superegoico con la vocazione ad essere propria del soggetto, geneticamente determinata.

Se si tiene conto di questi aspetti che rinnovano, in ogni spazio soggettivo inconscio, l’interazione tra cultura e natura, o, meglio, tra la tendenza normativa (o conformistica) di ogni cultura e la varietà dei corredi genetici individuali prodotti dalla natura, non sorprende che l’inconscio sia fornito di straordinarie possibilità di significazione. La sua ricchezza, dovuta ad una ridondanza simbolica che implica una possibilità indefinita di significazioni, non è per nulla incompatibile con un certo grado di rigidità dovuta al fatto che, per quanto complessi, i significati fanno capo univocamente all’altro, all’io e alla relazione tra l’altro e l’io. La trama dei significati inconsci è sempre riferita all'io e all'altro in quanto appartenenti ad un sistema o in quanto enti distinti tra cui si danno relazioni cooperative e/o conflittuali.

Da ciò si può ricavare un’ulteriore caratteristica dell’inconscio che, pure intuita, è stata poco valorizzata dalla psicoanalisi. L’inconscio è radicalmente antropomorfico, non riconosce altra realtà che l’umano. Questo conferma che la sua strutturazione avviene sulla base di bisogni che sono esclusivamente e radicalmente umani.

Quest’aspetto permette di comprendere che i conflitti strutturali che sottendono le esperienze psicopatologiche hanno una costante configurazione relazionale. In essi, per effetto della scissione dei bisogni, i doveri sociali e i diritti individuali, la volontà propria e la volontà altrui, l’appartenenza e l’individuazione si contrappongono come dimensioni incompatibili. L’analisi delle categorie psicodinamiche mette in luce inequivocabilmente questo aspetto e sancisce il primato del sociale interiorizzato nell’economia inconscia della soggettività umana.

I messaggi che l’inconscio lancia verso la coscienza, allorché il conflitto determina un’instabilità strutturale che postula una ristrutturazione dei sistemi di significati e dei moduli comportamentali, sono in sé e per sé sempre terribilmente chiari. Non è ragionevole, come è accaduto all’epoca dell’antipsichiatria, definirli tentativi di guarigione. Per un verso perché essi sono indiziari di problemi che solo la coscienza può risolvere mediando polarità conflittuali che, a livello inconscio, si pongono come irriducibili. Per un altro perché le "soluzioni" inconsce realizzano troppo spesso un regime di vita che attesta il primato del sociale interiorizzato. E’ però vero che, se i conflitti strutturali, in conseguenza della scissione dei bisogni, hanno una connotazione patologica, non è meno patologizzante l’interpretazione che la coscienza dà dei messaggi che li indiziano. In alcuni casi, anzi, come accade allorché studenti fino allora brillanti, cominciano ad insabbiarsi, a perdere capacità di concentrazione e a rendere di meno, l’interpretazione della coscienza, che coglie nei sintomi l’affiorare di un’atavica pigrizia o di una malattia, anziché l’espressione di un significativo opposizionismo, può comportare delle soluzioni, come per esempio l’imposizione di una disciplina più rigida, che sono soluzioni peggiori del male.


2) Psicopatologia e ambiente

Strutturali nella loro organizzazione intrinseca, i fenomeni psicopatologici, in quanto esperiti da individui concreti appartenenti ad un determinato contesto sociostorico, sono congiunturali sotto il profilo della genesi. Essi attestano una scissione del patrimonio dei bisogni realizzatasi in conseguenza dell'interazione tra un corredo genetico individuale e un determinato ambiente. Non si può escludere per principio, come si è detto in precedenza, che esista una predisposizione genetica che facilita lo sviluppo di conflitti strutturali. Anche ammettendo una predisposizione genetica, però, non si può arrivare a considerarla deterministica. Gemelli monozigoti, ritenuti predisposti alla schizofrenia perché figli di genitori schizofrenici, allevati in ambienti diversi manifestano una concordanza che non supera il 40%. L’ambiente di sviluppo, dunque, è sempre e comunque in questione.

Ogni ambiente offre al corredo genetico alcune e non altre possibilità di sviluppo, come, mutatis mutandis, il terreno al seme che in esso attecchisce. Misconoscere quest’aspetto, riconducibile al carattere storico del contesto d’interazione che dispone di determinate risorse affettive, economiche e culturali, in genere e in particolare per quanto riguarda la famiglia - spazio sociale ritenuto il più importante nell'evoluzione della personalità - rende astratte molte teorizzazioni sul ruolo dei fattori ambientali in rapporto alla psicopatologia, sia che esse si orientino a esplorare le dinamiche intersoggettive sia che si volgano a oggettivare le relazioni comunicative.

Un solo esempio, reale, può bastare a dare la misura di questa astrattezza, e la necessità epistemologica di un approccio congiunturale.

Una donna, che accoglie la gravidanza con gioia, mette al mondo una prima figlia (ne avrà altri due, maschi). Sperimenta un'incomprensibile delusione e, fin dai primi mesi, agisce nei suoi confronti con un’ambivalenza fatta di trasporto affettivo e di avversione. Reprime quest'ultimo vissuto e si dedica scrupolosamente alla cura e all'allevamento della bambina. Costei, crescendo, non può negare l'amore della madre, ma, essendo particolarmente sensibile, n registra l'avversione, che attribuisce al suo non essere del tutto conforme alle aspettative materne. Via via che il tempo passa, ed essa si dimostra docile, affettuosa e giudiziosa, il rapporto affettivo si consolida. La madre giunge realmente ad amare la figlia, il cui comportamento, domestico e scolastico, la inorgoglisce, e non prova più alcun’avversione.

Con l'approssimarsi della crisi puberale, tale vissuto, però, si riattiva coscientemente. La madre ne individua le cause nella crescita della figlia, che fa presagire un futuro distacco e la perdita di un rapporto reciproco d’affettuosa complicità (dacché la ragazzina giudiziosa è divenuta la sua unica confidente). I messaggi verbali (allusivi) e non verbali giungono a segno: la figlia vive il suo diventar donna all’insegna della colpa di abbandonare la madre e del pericolo di lasciarsi attrarre dall'universo maschile.Per porvi rimedio, nonostante lo sviluppo la trasformi in un'adolescente estremamente attraente, regredisce e si mantiene in una sorta di limbo innocente per alcuni anni. Poi, piuttosto repentinamente, a 20 anni, manifesta un eccitamento maniacale caratterizzato da un’incoercibile ninfomania e associato a vissuti deliranti riferiti alla madre, che l'avrebbe sempre rifiutata e influenzata negativamente.

Le dinamiche intersoggettive pongono in luce l'avversione inconscia della madre nei confronti della figlia, l'introiezione di tale avversione, il tentativo, da parte della figlia, di modificare l’emozione negativa materna con un comportamento accondiscendente e la vendetta maniacale che ferisce la madre nel suo punto più debole: l'onorabilità della figlia e della famiglia. A livello comunicativo, si rileva che la madre tenta di invalidare la figlia sia nel suo prendere coscienza dell'avversione sia nell'esercizio di una libertà che, per il modo in cui si manifesta, può essere oggettivamente criticata. All'invalidazione, la figlia interagisce accentuando le sue accuse alla madre ed esasperando i comportamenti maniacali.

La genesi di queste dinamiche è da ricondurre all’avversione inconscia della madre. Da un punto di vista psicoanalitico, quest’avversione può essere ricondotta ad una disturbata identità femminile materna. Da un punto di vista comunicativo, l'invalidazione mira a mantenere la figlia sotto il controllo della madre, bisognosa della sua dipendenza o invidiosa della sua giovinezza. Si tratta di verità parziali.

Il vissuto materno inerente la femminilità è riconducibile ad un'esperienza transgenerazionale, di matrice contadina, che vede nella figlia un problema poiché, per sistemarla, occorre dotarla. Accasandosi, essa regala la dote ad un altro lignaggio patronimico e lo ruba al proprio. Se non si accasa, rimane un'inutile bocca da sfamare a carico dei fratelli. E c'è, pur sempre, il pericolo che essa ceda alla sua natura, tendenzialmente squilibrata, e si comporti in maniera disonorevole.

Recepita a livello borghese, tale ideologia ha accentuato le sue valenze moralistiche rispetto a quelle economiche, orientando le donne verso un modello di virtù comprovato dalla loro freddezza, da esercitare anche a livello sessuale associata ad una completa e passiva disponibilità al dovere coniugale.

La madre in questione, figlia di contadini, è stata per giunta "venduta", per la sua avvenenza, ad una famiglia abbiente borghese, e si è ritrovata sposata con un uomo per il quale non ha mai provato né amore né attrazione fisica. Che essa sia giunta ad odiare la femminilità e, nello stesso tempo, a temerla, diventa agevolmente esplicabile. E’ fuori di dubbio che essa, nel corso del tempo, si sia affezionata alla figlia docile e giudiziosa. Come pure che n’abbia avversato l’identità biologica, e, vedendola diventare, all’epoca dell’adolescenza, una ragazza particolarmente attraente, abbia tentato in ogni modo di scongiurare i temuti pericoli di uno scatenamento erotico. Memore della sua esperienza, però, non l'ha sollecitata verso una sistemazione matrimoniale, ma ha cercato di orientarla verso una completa indifferenza al sesso maschile e verso un riscatto indipendente attraverso lo studio e il lavoro. Recepita tale ambivalenza, la figlia si vendica, con l'eccitamento maniacale, ferendo la madre in un duplice modo: ponendola di fronte ad un comportamento disonorevole e manifestando una dipendenza incoercibile dall'universo maschile.

Gli aspetti intersoggettivi e comunicativi permettono dunque di comprendere la genesi dell'esperienza maniacale della figlia, ma la spiegazione di questa è d’ordine congiunturale, metapersonale e metasistemico, vale a dire riconducibile ad una trama ideologica che attraversa la storia sociale familiare.

Ammettere la causalità congiunturale non significa sociologizzare la genesi del disagio psichico. La congiuntura è il riproporsi, a livello familiare, di problemi ereditati dalla storia sociale e mediati dalle soggettività che comportano alcune soluzioni, alienanti, e non altre, dialettiche. Nelle stesse circostanze congiunturali non è detto che si producano gli stessi effetti. Nel caso in questione, la figlia, dotata di una viva sensibilità, si è sempre identificata con la madre, cogliendo in lei una sorda, penosa sofferenza. Avrebbe, dunque, potuto ripetere la sua stessa esperienza, votandosi ad un matrimonio senza amore, o soddisfarne le aspettative orientandosi verso un'orgogliosa indipendenza. Essa, invece, ha maturato, nel corso dell'adolescenza, una sorda ribellione nei confronti di un codice culturale vissuto come profondamente ingiusto.

L’interazione congiunturale, dunque, non determina i fenomeni psicopatologici: crea i presupposti per cui, dato un determinato corredo genetico, si può produrre una scissione dei bisogni.

ll termine congiuntura è mutuato dalle scienze storiche, le più sensibili agli effetti del tempo sulla vita umana. Esso designa una durata intermedia tra quella delle strutture - economiche, sociali e mentali - che evolvono lentamente e quella degli avvenimenti o degli eventi, di breve durata. Il processo di riproduzione sociale, uno dei cui aspetti è la riproduzione antropologica (non già solo dell'organismo biologico, bensì del soggetto dotato di un'identità culturale), avviene, ai diversi livelli della totalità sociale, in tempi e spazi diversi. Focalizziamo l'attenzione sulla famiglia.

Come istituzione giuridicamente riconosciuta, essa fa parte della struttura sociale. Istituzione di lunga durata, tende a conservarsi, nonostante i cambiamenti economici e mentali influiscano non poco sulla sua organizzazione e suoi ruoli dei membri. Nella concreta realtà sociale, ogni gruppo familiare, comprendendo le reti di parentela, rappresenta un fenomeno congiunturale, che ha una sua storia, una sua cultura, un suo modo di interagire con il mondo.

All'interno di questa trama congiunturale diacronica, si definisce la famiglia nucleare, rappresentata dai genitori e dai figli, che è sempre riconoscibile, anche se il suo rilievo sullo sfondo della parentela che la genera è molto vario. La famiglia nucleare è essa stessa congiunturale, poiché la sua durata concerne almeno tre generazioni. All'interno della famiglia, le esperienze individuali rappresentano eventi, non fosse altro per il fatto che ciascuna di esse si pone come unica e irripetibile. Ma l'analisi diventa ancora più sottile se si considera che ogni individuo, nel suo patrimonio, contiene le diverse durate di cui si è parlato: il corredo genetico viene da lontano, e rappresenta un phylum interspecifico; la cultura, nei suoi aspetti replicativi integrati a livello superegoico, viene dalle tradizioni confluite nel gruppo ed elaborate dai genitori, e appartiene dunque ad una durata media transgenerazionale; i modi di sentire, di vedere e di agire del soggetto esprimono il suo modo specifico, individuale di rapportarsi al mondo. Appartengono dunque alla durata breve della sua esistenza, per quanto essi possano essere influenzati dalle tradizioni del gruppo d’appartenenza e dalle ideologie dominanti nella società con cui il soggetto interagisce.

Di queste diverse dimensioni - diacroniche e sincroniche; strutturali, congiunturali ed événémentiels; microsistemiche intersoggettive e soggettive; necessarie (come il corredo genetico), casuali (come l'attecchimento di quel corredo in un determinato tempo e spazio sociale) e circolari (come le interazioni tra soggetto e ambiente interpersonale) - occorre tenere conto per valutare adeguatamente il ruolo psicopatologico dei fattori ambientali.

Il riferimento congiunturale, che sottolinea la storicità dei contesti ambientali o, meglio, il loro appartenere alla storia sociale e, nello stesso tempo, ne rispetta la specificità, il loro configurarsi come figure su di uno sfondo animato da persone in carne e ossa, è, a nostro avviso, indispensabile per non cedere, per un verso, al determinismo sociologico e per un altro ad un riduzionismo psicologista, sia esso d’ordine comunicativo o psicoanalitico.

Ci si può chiedere, ragionevolmente, quale sia il vantaggio di un'ottica congiunturale, di certo più complessa rispetto agli schemi offerti dalla teoria sistemica e dalla psicoanalisi. Il vantaggio è duplice.

Per un verso, la tipologia della famiglia, quale essa affiora dall'analisi delle esperienze psicopatologiche, trova un'adeguata spiegazione. Per quanto, infatti, ogni famiglia si possa considerare, in sé e per sé, unica e irripetibile, è fuor di dubbio - com’è attestato dagli studi promossi dalla teoria sistemica - che si danno tre tipologie a rischio (fermo restando che il rischio è nell'ordine delle possibilità e non della necessità, essendo esso legato all'interazione tra l'insieme familiare e un soggetto dotato di un particolare corredo genetico).

Tali tipologie sono: la famiglia rigida, la famiglia anarchica, la famiglia confusiva.

La famiglia rigida è caratterizzata da un'univoca alleanza dei genitori (uno dei quali può risultare totalmente subordinato all'altro o semplicemente connivente) su di un sistema di valori trasmesso ai figli come sacro e non criticabile. La famiglia rigida è di solito tradizionalista e conservatrice. I valori cui essa fa riferimento possono essere d’ordine religioso, morale o politico

La famiglia anarchica, viceversa, è caratterizzata da un permanente conflitto genitoriale, in conseguenza del quale i valori trasmessi dall'uno sono sabotati sistematicamente dall'altro, che quindi, implicitamente o esplicitamente, ne propone di antitetici. All'interno della famiglia anarchica i ruoli possono risultare fissi o mutevoli: nel primo caso, un genitore legifera e l'altro sabota; nel secondo, qualunque dei due assuma un ruolo legiferante viene sabotato sistematicamente dall'altro. I valori in gioco, in questo caso, sono meno significativi del conflitto di potere che intercorre tra i genitori.

La famiglia confusiva è, infine, caratterizzata dal fatto che essa, si dia alleanza o conflitto tra i genitori, veicola sistemi di valori poco o punto compatibili che condensano e cercano di contemperare tradizioni di antica data e nuovi valori presenti nello spazio sociale extrafamiliare. Un esempio, ricorrente nella nostra società, di famiglia confusiva è la famiglia pseudopermissiva, che, a livello cosciente, è liberale e, a livello inconscio, conservatrice e tradizionalista. Un altro esempio è dato dalla famiglia ibrida che veicola, contemporaneamente, i valori religiosi e quelli liberali senza alcuna consapevolezza della loro sostanziale incompatibilità.

Tali tipologie, ricorrenti, e che riconoscono numerose varianti, sono difficili da spiegare se si prescinde dal criterio congiunturale. Alla luce di questo, è facile vedere che ciò che è in gioco, sempre e comunque, è il conflitto su come si debba essere in rapporto ad una tradizione, comune ai genitori o diversa, e in rapporto alle esigenze adattive derivanti dai cambiamenti sociali. Conflitto che comporta, nella personalità genitoriale e nella coppia, espressioni varie che vanno dalla sottomissione alla ribellione nei confronti della tradizione e/o nei confronti dell'ordine di cose esistente a livello sociale sincronico, con tutte le possibili combinazioni di tali espressioni. Di certo, le conseguenze di quel conflitto non sono solo di ordine ideologico.

Come si è detto più volte, i valori culturali, consci o inconsci, coerenti o contraddittori, strutturano i modi di sentire di vedere e di agire dei soggetti; si traducono in stati d'animo, tratti di carattere, comportamenti comunicativi verbali e non verbali. Se tutto ciò, e i modi in cui esso influenza la strutturazione della personalità del figlio, può essere colto a livello comunicativo, intersoggettivo e intrapsichico esso può essere spiegato, e cioè assumere il suo pieno significato, solo in un'ottica congiunturale, in rapporto alla storia sociale.

Al di là della possibilità di spiegare le tipologie familiari a rischio, affrancando l'analisi dai riferimenti - impliciti ma incombenti - all’inadeguatezza della personalità genitoriale o ai giochi patologici che s’instaurano tra essi e con i figli, il criterio congiunturale ha un significato epistemologico innovativo.

Esso consente di studiare i sistemi familiari come spazi sociali di mediazione tra eredità - biologica e culturale - e sistema sociale, senza ignorare che quella mediazione, essendo devoluta ai fini della riproduzione sociale (un cui aspetto - la riproduzione antropologica - è stato pressoché ignorato anche dalla teoria marxista), non può non tener conto, al di là della contemporaneità, di ciò che si profila all'orizzonte di una società che assume la dinamica dello sviluppo (e, per alcuni aspetti, del cambiamento per il cambiamento) come sua connotazione specifica e differenziale.

La tridimensionalità temporale dei sistemi familiari, che giustificherebbe una nuova tipologia fondata sul conservatorismo nostalgico, sull'adattamento normalizzante e acritico all'esistente e sull'utopismo progressista, con tutte le possibili variabili legate alla presenza simultanea, nei membri familiari e nel sistema, di tali orientamenti, consente di comprendere anche i modi in cui essi modulano il rapporto e l'accesso dei figli agli altri spazi sociali: la scuola, la chiesa, le istituzioni sportive, le compagnie, le attività culturali extrascolastiche, il consumo, la pratica della sessualità ecc. Ciò non significa che l'influenza familiare è assoluta e vanifica il significato, sul piano dell'apprendimento, dell'interazione del soggetto in fase evolutiva con quegli spazi sociali. Occorre, a questo riguardo, considerare due aspetti.

Il primo è da ricondurre al fatto che la nostra società è culturalmente molto meno omogenea di quelle che l’hanno preceduta. Il pluralismo ideologico che in essa vige, e che dipende da uno sviluppo socio-economico accelerato che radicalizza il conflitto tra tradizioni e nuovi valori normativi, fa sì che un soggetto in fase evolutiva, pur avendo interiorizzato una cultura specifica, quella propria del gruppo di appartenenza, ha molteplici occasioni di interagire con ambienti sociali, persone e modi di essere diversi. Questa condizione che, in sé e per sé, dovrebbe favorire lo scambio culturale e promuovere un’individuazione consapevole in rapporto a diversi modelli culturali, risulta invece, di fatto, potenzialmente pericolosa. La disomogeneità culturale pone, infatti, di fronte a sistemi di valori incompatibili tra loro, come ad esempio i valori religiosi e quelli liberistici.L’interazione col mondo extrafamiliare, di conseguenza, dà luogo o ad un irrigidimento difensivo o ad un’adesione acritica ad un sistema di valori radicalmente diverso da quello interiorizzato, con effetti inesorabilmente conflittuali a livello inconscio.

Il secondo aspetto concerne la precocizzazione progressiva dell’adolescenza, che comporta una tendenza sempre più marcata ad agire una libertà sottratta al controllo familiare e un irresistibile bisogno di fare gruppo con i coetanei. La socializzazione adolescenziale sempre più frequentemente assume un significato d’implicita contestazione della cultura adulta ed è animata dalla pretesa di opporre ad essa una cultura propria. Questa pretesa è però vanificata, nel nostro mondo, dal fatto che gli adolescenti rappresentano un target privilegiato di una programmazione sociale il cui unico fine è di renderli consumatori accaniti, tirannici nelle loro richieste nei confronti delle famiglie, e attestati su modelli di comportamento che, privilegiando l’immagine sociale, inibiscono la riflessione, la critica e l’introspezione.

Nella dilatazione dell'ottica congiunturale, c'è il rischio della dispersione e della genericità. Ciò è dovuto, in larga misura, alla persistente difficoltà di integrare i dati psicopatologici con le altre scienze umane e sociali, e dipende non solo dallo statuto epistemologico precario che caratterizza queste, bensì anche dalla pretesa della psicologia di rivendicare una sorta d’imperialismo sulla privacy familiare, sulle dinamiche intersoggettive e comunicative. Per capire che tale pretesa psicologista porta in un vicolo cieco, basta un solo esempio, significativo poiché investe una delle situazioni ritenute più strettamente private e intersoggettive: la relazione diadica madre-bambino.

Dagli studi di psicologia evolutiva, che hanno visto la confluenza della psicoanalisi e del cognitivismo, è affiorata l'importanza della sintonizzazione affettiva e comunicativa tra madre e bambino come premessa essenziale per l'evoluzione normale della personalità. Per la sua natura événémentiel, la sintonizzazione, che pure pone in gioco la storia e la struttura della personalità della madre, nonché l'orientamento costituzionale del bambino, sembra caratterizzarsi come un fatto assolutamente privato, ed escludere la dimensione congiunturale, storico-sociale. Quest'esclusione, però, è un'astrazione ideologica, che pesa sulla ricerca, invalidandone alcune conclusioni. Per capire questo, occorre tenere conto di due fattori.

Il primo è che la diade madre-bambino, pur configurandosi come una struttura di relazione essenziale e privilegiata dell'allevamento, nonché indipendente dallo spazio sociale in cui si realizza, e cioè figura senza sfondo, risente fortemente del modo in cui quello spazio è strutturato storicamente. La nuclearizzazione della famiglia, che riduce il sistema ai genitori e alla prole, determina un effetto d’isolamento sociale, talora radicale al punto che la madre non può disporre neppure di aiuti parentali. Tale isolamento - che rappresenta una sperimentazione sociale recente - costringe la madre e il bambino in un rapporto univoco che dura talora fino alla socializzazione asilare. Naturalizzare questa situazione è un’assurdità. Nell'ottica della natura - riconoscibile ancora a livello di primati, di comunità primitive e di spazi sociali non urbani - il peso dell'allevamento del bambino, seppure ricade prevalentemente sulla madre, è sempre, in una qualche misura, condivisa dal gruppo comunitario.

La diade madre-bambino, completamente isolata in uno spazio domestico privato, spesso condominiale; in uno spazio sociale che, nonché cooperativo, deve essere tutelato dal possibile disturbo che può arrecare il bambino (con i pianti notturni o le esplorazioni diurne), è un fatto sociale: ma assumerlo come modello naturale significa solo convalidare, nell'ottica della scienza, una violenza sociale, matrice a sua volta di numerosi disagi interni al rapporto diadico.

Con quale bambino, infatti, la madre deve sintonizzarsi? Con il suo bambino in carne ed ossa, ovviamente, che si vuole unico e irripetibile nei suoi bisogni. Anche quest’approccio, apparentemente cosi empirico, è però un'astrazione. Indipendentemente dai fantasmi privati materni, che spesso operano proiettivamente, e che possono essere esplorati alla luce della storia sociale e personale della madre, c'è ormai un fantasma sociale, prodotto dell'alienazione e dell'immaginario, che circola nei sistemi familiari: il fantasma del bambino come un essere infinitamente debole, dipendente, pervaso da infiniti terrori, bisognoso, per crescere, di una totale dedizione genitoriale, di un amore illimitato, di cure, di attenzioni, di stimoli.

C'è naturalmente, qualcosa di vero in questo fantasma, che, purtroppo, le scienze psicologiche e la psicoanalisi in particolare hanno contribuito a produrre. Se però l’infante coincidesse del tutto con tale fantasma, la sopravvivenza stessa nel tempo dell'umanità e la salute mentale goduta (nonostante tutto) dalle generazioni passate si configurerebbe come un mistero imperscrutabile. Nel corso dei secoli, come è ormai accertato dagli studi storici sull'infanzia, eccezion fatta per le comunità primitive (che praticano solo l'infanticidio come strumento di regolazione demografica), i bambini sono stati talora amati e curati, ma non di rado trattati come oggetti, piante o bestioline da vessare e da usare.

Un solo dato ricostruisce, sinteticamente, questo dramma storico: nella Parigi del XVIII secolo non meno del 40% dei bambini veniva messo alla ruota, affidato ai brefotrofi, ove ricevevano cure tutt'altro che ottimali (tant'è che circa 1/5 moriva nei primi anni).

Il tributo pagato dagli esseri umani a tale stato di cose è stato, di sicuro, enorme. Ma il dramma, che pone in luce la necessità di una soglia minima di cure al di sotto della quale lo sviluppo è compromesso, attesta anche una resistenza della natura umana, un potenziale intrinseco di utilizzazione di risorse ambientali scarse che non può non sorprendere, e contesta il fantasma immaginario del bambino quale si è venuto definendo negli ultimi decenni. L’effetto sociologico di tale fantasma è di terrorizzare i genitori (tant'è che un numero crescente di adulti rinuncia alla procreazione o devolve le proprie risorse ad un solo figlio), e di rendere i bambini o terribili persecutori con i loro bisogni divoranti (in letteratura si è parlato anche di bambini matricidi, ignorando gli effetti d’isolamento sociale della diade madre-bambino) o narcisisti onnipotenti ante-litteram, drogati da una soddisfazione di bisogni che va ben al di là dei loro bisogni autentici.

Per quanto l'argomento, con le sue complessità, andrebbe affrontato in maniera più approfondita, pensiamo che quanto detto basti a far capire che l'isolamento metodologico del sistema familiare, con i suoi livelli intersoggettivi e comunicativi, rispetto alla storia sociale, alla totalità sociale con cui interagisce e alle ideologie che attribuiscono, a genitori e figli, ruoli, doveri e bisogni astratti, porta a elaborazioni scientifiche di rilievo molto modesto, se non francamente errate.

La psicopatologia strutturale e dialettica può contribuire al superamento di quest’impasse, se si tiene conto del suo orientamento epistemologico che assume la comprensione dei fenomeni psicopatologici - sul registro soggettivo, intersoggettivo e comunicativo - come momento importante, che però va illuminato dalla spiegazione, e cioè dalla ricostruzione della loro genesi in termini congiunturali e storico-culturali.


3) Psicopatologia e neurobiologia

Il ruolo psicopatologico dei fattori neurobiologici va considerato, per un verso, in rapporto alla predisposizione genetica e, per un altro, alla genesi e all’evoluzione del disagio psichico.

Il problema della predisposizione genetica è stato affrontato nel capitolo terzo della parte prima. Per un ulteriore approfondimento, rinvio al saggio sulla schizofrenia già citato.

Per quanto concerne il ruolo dei fattori neurobiologici nella genesi e nell’evoluzione del disagio psicopatologico, l’approccio struttural-dialettico, maturato a partire dall’esperienza clinica in un’ottica attenta alle dinamiche soggettive, offre forse una chiave risolutiva per saldare lo scarto tra biologico e psicologico.

In qualunque fase evolutiva si determini e quale che sia la fenomenologia - prevalentemente soggettiva, somatiforme, comportamentale, psicosomatica - in cui si esprime, il conflitto psicopatologico implica sempre un qualche disordine funzionale tra le strutture psicobiologiche (super-io, io antitetico, io) la cui integrazione definisce il grado di stabilità o di instabilità della personalità.

Le strutture psicobiologiche vanno considerate sotto due aspetti. Dal punto di vista neurobiologico, ciascuna di esse fa capo, presumibilmente, a circuiti interneuronali limbico-corticali specifici, correlati e interagenti tra di loro. Dal punto di vista psicologico, ciascuna produce contenuti psichici (emozioni, pensieri, fantasie, memorie, volizioni, ecc.) secondo una logica sua propria: sistemica, per quanto concerne il super-io, opposizionale e differenziante, per quanto concerne l’io antitetico, mediatrice per quanto riguarda l’io. La funzione di mediazione dell’io, che avviene più a livello inconsapevole che non cosciente, è subordinata al potere dinamico del super-io e dell’io antitetico.

In condizioni normali, caratterizzate da una conflittualità scarsa o rimossa, i contenuti psichici prodotti dal super-io o dall’io antitetico possono anche giungere alla coscienza, ma essi sono appropriati e integrati dall’io. Nella vita quotidiana è sorprendente constatare con quale frequenza numerosi soggetti, nell’interpretare le diverse circostanze, adottano ora una logica superegoica ora una logica antitetica senza alcun disagio e senza alcuna consapevolezza. Ciò di solito non crea problemi perché l’io, facendo propria l’una o l’altra logica, mantiene comunque il riferimento alla sua unità e alla sua identità. La normalità psichica, in genere, è una condizione di permanente o episodica contraddittorietà mascherata dalla capacità dell’io di non tenere conto o di minimizzare le contraddizioni.

Laddove si dà un conflitto strutturale occorre ammettere uno stato di attivazione delle substrutture e, in conseguenza di ciò, un flusso di pensieri, emozioni, fantasie, memorie, volizioni di segno opposto che sormontano le normali difese che tengono la coscienza al riparo dall’attività mentale inconscia. Investito da tale flusso, che viene il più spesso percepito in termini di squilibrio interiore, l’io adotta modalità difensive che di solito sono inadeguate. Tali difese sono: l’interpretazione medica del disagio che, in virtù dei sintomi, è ricondotto ad uno stato di malattia; l’interpretazione superstiziosa, che fa genericamente riferimento ad un potere che sovrasta il soggetto e lo influenza (per esempio imponendogli i rituali, producendo pensieri e fantasie coatte, minacciandolo di punizione, ecc.); l’interpretazione persecutoria che, in conseguenza delle allucinazioni, fa riferimento a varie forme di controllo sociale.

L'epicentro dello squilibrio è, univocamente, il sistema limbico, laddove le substrutture del super-io e dell’io antitetico, nonché l’io stesso, riconoscono le loro radici emozionali. Tale squilibrio, che la psicopatologia consente di ricondurre costantemente all’attivazione di emozioni negative (rabbia, odio, vendetta), attiva un’interazione tra le substrutture, rivolta a perseguire un nuovo equilibrio, il cui esito è la fenomenologia sintomatica. Con più precisione si può affermare che, una volta attivato, il conflitto riverbera e retroagisce sia attraverso i circuiti limbico-corticali, in virtù delle quali si producono contenuti psichici, sia attraverso connessioni cortico-limbico-ipotalamiche che agganciano tali contenuti a patterns comportamentali mediati da assetti neurovegetativi, endocrini e immunitari.

La produzione dei sintomi richiede un’ulteriore riflessione. Sostenere, come afferma la psicoanalisi tradizionale, che i sintomi psicopatologici rappresentano il linguaggio dell’inconscio è una verità parziale. Essi esprimono messaggi che l’inconscio invia alla coscienza per segnalare una situazione di squilibrio strutturale e messaggi che rappresentano le soluzioni possibili a livello inconscio in rapporto al peso dinamico delle substrutture. Un attacco di panico, per esempio, segnala un presunto pericolo di perdita di controllo sulle emozioni negative, in seguito al quale il soggetto potrebbe agire comportamenti antisociali, che viene risolto dalla perdita di libertà conseguente alla minaccia superegoica che si esprime sotto forma d’angoscia catastrofica. Un rituale ossessivo obbliga il soggetto a piegare la sua volontà all’esecuzione di comportamenti dai quali dipende il suo relativo benessere o un malessere profondo, e può avere dunque un carattere rieducativo rispetto ad un orientamento inconscio anarchico. Una depressione può avere lo stesso significato disarmante, preventivo, come pure un significato espiatorio e riparativo rispetto alle colpe superegoicamente imputate. Un delirio persecutorio sottopone addirittura il soggetto ad un controllo sociale che, se è pervasivo, azzera del tutto la sua libertà. In tutti questi casi è evidente che la soluzione dello squilibrio strutturale si pone nei termini di un rafforzamento del potere superegoico sul soggetto deputato ad arginare e a scongiurare l’attivazione dell’io antitetico. In altri casi, i sintomi invece attestano la prevalenza dinamica, almeno transitoria, dell’io antitetico. E’ quanto accade in alcune anoressie, nelle esperienze contrassegnate dall’opposzionismo o dalla coazione a trasgredire, negli stati d’eccitamento maniacale, ecc.

Posto che i sintomi segnalano una condizione di squilibrio strutturale e pongono in atto soluzioni definitesi a livello inconscio in virtù del prevalere dinamico del super-io o dell’io antitetico (ovviamente con una gamma di possibilità intermedie indefinita), non si può trascurare il fatto che essi rappresentano anche la conseguenza di come l’io cosciente si rapporta ai messaggi inconsci e li interpreta. Per esempio, un attacco di panico, nelle sue componenti inconsce, si riduce ad una tempesta emozionale e psicosomatica che, in sé e per sé, tende semplicemente ad invalidare il soggetto e ad indurre la regressione nella dipendenza, vale a dire il restaurarsi del legame e del controllo sociale. Il contenuto terrificante che ad esso si associa e che fa riferimento al pericolo di morire, impazzire o agire comportamenti antisociali è il frutto dell’interpretazione dei sintomi da parte dell’io cosciente.

In senso proprio, dunque, dal punto di vista struttural-dialettico, non si dà alcuna condizione psicopatologica puramente psicogena. Psichico e biologico rappresentano le due facce di una stessa medaglia. Non sussiste alcun dubbio, infatti, quanto al fatto che il conflitto funzionale tra le strutture psicobiologiche, e le molteplici espressioni fenomeniche attraverso cui esso si esprime possano e debbano essere correlate ad organizzazioni neuronali e umorali specifiche, scarsamente integrate.

Posto ciò, si pone il problema di capire se e in quale misura i sintomi siano di natura psicosomatica o somatopsichica, vale a dire prodotti da un conflitto tra i sistemi di significati che sottendono le substrutture del super-io e dell’io antitetico o, viceversa, da una situazione neurobiologica difettosa sotto il profilo strutturale, neuronale, e umorale. Questo problema che, fino a qualche decennio fa, era unanimemente riferito alle sindromi psichiatriche più gravi (schizofrenia, psicosi maniaco-depressiva), attualmente è posto dalla neopsichiatria in rapporto a tutta la psicopatologia. Un indizio significativo di questa restaurazione ideologica, che tende a medicalizzare l’ambito del disagio psichico, si può reperire nel DSM, la cui ultima edizione, pure avendo rinunciato ad un principio di classificazione etiopatologica, elimina la tradizionale distinzione tra piccola e grande psichiatria, e non concede più alcun’attenzione alla psicodinamica che rappresentava l’asse portante della prima edizione nel 1952.

L’analisi delle categorie psicodinamiche condotta in precedenza fornisce una risposta implicita al problema in questione. Se l’interpretazione dei sintomi, dei vissuti e dei comportamenti psicopatologici fosse solo casualmente significativa, comprensiva ed esplicativa nello stesso tempo, ci si troverebbe di fronte ad un singolare paradosso scientifico. Si tratterebbe, infatti, di spiegare come disturbi di natura meramente biologica possano produrre una rete di significati così articolata, complessa e coerente. Un tentativo in questo senso, molti anni prima dell’avvento della neopsichiatria, è stato fatto da H. Ey con l’organodinamismo, ma l’esito è stato fallimentare. Il principio della destrutturazione biologica può permettere, infatti, di comprendere solo alcuni, e tra i più grossolani, meccanismi difensivi messi in atto dalla coscienza per mantenere un grado minimale di coerenza e d’unità dell’io.

La densità delle dinamiche che sottendono le esperienze psicopatologiche, nella misura in cui porta numerose prove a favorire della genesi psicosomatica, non deve indurre però ad ignorare il ruolo dei fattori biologici sia a livello di genesi che d’evoluzione.

Per quanto riguarda il primo aspetto, si può senza difficoltà riconoscere che, in quasi tutte le crisi psicotiche acute, l’incidenza dei fattori neurobiologici è inconfutabile. Seppure si ammette, com’è giusto, che le crisi acute rappresentino l’espressione di una catastrofe strutturale psicobiologica lungamente maturata, la cui genesi è da ricondurre ad un conflitto grave e irriducibile, non v’è dubbio che, nel momento in cui si realizzano, esse comportano di sicuro degli squilibri biologici che, determinando l’irruzione nella coscienza di contenuti psichici inconsci poco o punto integrati, mettono fuori gioco l’io, possono realizzare uno stato confusionale o subconfusionale, e autonomizzarsi, per un certo tempo, dalle dinamiche psicologiche, agendo ricorsivamente. Ciò - en passant - rende non solo lecito ma, talora, necessario l’intervento psicofarmacologico.

Per quanto riguarda l’evoluzione del disagio psicopatologico, il discorso è del tutto diverso. Attribuirlo, infatti, ad una malattia è un fraintendimento grave ed esiziale in cui cadono gli psichiatri. I conflitti strutturali, infatti, sono dinamici nel senso che, posta un’instabilità grave degli assetti profondi della personalità, la quale richiede una ristrutturazione che può avvenire solo con il contributo della coscienza, essi inesorabilmente evolvono. Senza una presa d’atto del loro significato e senza un lavoro da parte dell’io cosciente, possono anche stabilizzarsi su di un registro che, però, comporta di solito limitazioni più o meno rilevanti della libertà personale. Il più spesso, purtroppo, evolvono, e la loro evoluzione comporta anche, di sicuro, rimaneggiamenti strutturali d’ordine neurobiologico. Tali rimaneggiamenti, che possono comportare sia un continuo peggioramento sia fasi d’apparente stabilizzazione seguite da repentini peggioramenti, sono favoriti dai trattamenti psicofarmacologici protratti che vengono posti in atto per lottare contro una presunta malattia.

Nella sua genesi la psicopatologia è sostanzialmente psicosomatica. Il decorso, in particolare della schizofrenia e della psicosi maniaco-depressiva, è invece troppo spesso iatrogeno.

Questa conclusione può suonare strana a chi ritiene che il cambiamento paradigmatico della psichiatria, ormai attestata su di un radicale riduzionismo biologico, sia avvenuto in conseguenza dei progressi della neurobiologia e delle prove sperimentali a favore della predisposizione e della causalità prevalentemente organica del disagio psichico. I progressi della neurobiologia sono fuori di dubbio, anche se difetta ancora un quadro di riferimento che consenta di pervenire ad un modello integrato della struttura e delle funzioni cerebrali. Un’analisi attenta della letteratura specialistica però pone di fronte, soprattutto per quanto concerne la schizofrenia, ad un’elevata probabilità che si dia una predisposizione ma a nessuna prova certa della natura organica della malattia. Ciò significa, né più né meno, che la predisposizione in questione richiede un’interpretazione meno gretta di quella fornita dalla neopsichiatria.


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