Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

il Mostro di belle speranze

Appendice 3

Teorie psicologiche delle emozioni

Un’analisi dettagliata delle teorie delle emozioni prodotte dalla psicoanalisi a partire da Freud e dagli Psicologi poi, a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso, occuperebbe un intero libro. Mi limito all’essenziale.

Freud non ha mai formulato una teoria delle emozioni, poiché ha sempre assunto come matrice primaria dell’attività psichica le pulsioni (Eros e Thanatos, Amore e Odio). Le pulsioni agiscono del tutto al di fuori della coscienza e si esprimono come affetto, penoso o gradevole, e come rappresentazione. L’affetto è la traduzione soggettiva della quantità di energia pulsionale, la risonanza emozionale di un’esperienza generalmente intensa. Le emozioni, insomma, per Freud, sono un derivato delle pulsioni. In quanto tali, esse fanno riferimento alla matrice biologica dell’apparato mentale umano.

Questo presupposto nulla toglie al fatto che Freud ha colto lucidamente il carattere “passionale” dell’esperienza umana e l’incapsulamento dell’esperienza soggettiva nella relazione tra Io e Altro. Tale relazione è intrinsecamente conflittuale perché il legame sociale, nonostante comporti un certo grado di repressione delle pulsioni, è l’unica difesa del soggetto dalla paura legata alla perdita di esso, che precipiterebbe l’uomo nella voragine di un’angoscia infinita di solitudine.

Il rifiuto della teoria pulsionale freudiana è stato abbastanza precoce nella storia della psicoanalisi.

Adler per primo rivendica nell’uomo un potente istinto sociale, da cui scaturiscono emozioni o affetti positivi (altruismo, amicizia, amore). Egli si è poi concentrato sul cosiddetto complesso di inferiorità, che riconduce alla condizione originaria, fragile e dipendente, dell’infante che attiva la volontà di raggiungere un certo livello di potenza. Questa volontà può realizarsi attivamente anche costruendo reti significative di rapporti sociali, ma essa non esclude la possibilità di operare scelte non conformi rispetto alla società cultura nella quale si vive.

Anche Jung, come Freud, usa il termine affetto per identificare l’emozione. In Tipi psicologici ne dà la seguente definizione:

AFFETTO (o emozione). - Per affetto bisogna intendere uno stato di sentimento caratterizzato sia da un'innervazione corporea percettibile, sia da un'agitazione specifica del decorso rappresentativo. Il termine affetto è, per me, sinonimo del termine emozione; ma, a differenza di Bleuler, io distinguo il sentimento dall'affetto, sebbene non ci sia tra i due alcun limite netto, dato che ogni sentimento che raggiunge un certo livello di intensità fa scattare delle innervazioni corporee e si trasforma in affetto. Per comodità, tuttavia, sarà bene distinguere l'affetto dal sentimento: quest'ultimo, effettivamente, può essere una funzione di cui si dispone a propria volontà, mentre in generale l'affetto non lo è. Allo stesso modo l'affetto si distingue nettamente dal sentimento per l'innervazione percettibile del corpo che manca totalmente nel sentimento, o vi si trovano con una intensità così fievole che occorrono degli strumenti particolarmente sensibili per scoprirla. All'affetto si aggiunge la percezione delle innervazioni fisiche che questo fa scattare; è questo il punto di partenza della teoria di James-Lange che fa derivare ogni affetto dall'innervazione fisica che ne sarebbe la causa. In contrapposizione a questa radicale teoria, io considero l'affetto ora uno stato psichico del sentimento, ora uno stato fisiologico d'innervazione, che si aggiungono e agiscono l'uno su l'altro; detto in altro modo, al sentimento rinforzato si aggiunge una componente sensoriale che avvicina l'affetto alla sensazione e lo distingue specificandolo dallo stato di sentimento. Io ordino gli affetti nettamente sottolineati, accompagnati cioè da violente innervazioni corporee, non nel dominio della funzione del sentimento, ma in quello della funzione sensoriale.

Per quanto riguarda la funzione del sentimento, Jung scrive:

SENTIMENTO, FUNZIONE AFFETTIVA (Fuhlen). - Il sentimento è la materia o il contenuto della funzione affettiva definita dalla sua analisi. Secondo me, esso è una delle quattro funzioni psichiche fondamentali. Io non posso accettare il punto di vista che ne fa un fenomeno secondario dipendente dalla rappresentazione o dalla sensazione; io, con Höffding, Wundt, Lehmann, Külpe, Baldwin ed altri, la considero una funzione autonoma sui generis.

Il sentimento è un processo che si sviluppa tra l'Io e un dato contenuto, conferendo a quest'ultimo un determinato valore che lo fa accettare o rifiutare (piacere o dolore); esso può anche manifestarsi isolatamente, sotto la forma della «disposizione affettiva», di «umore», isolata, si potrebbe dire, dalle sensazioni o dai contenuti momentanei della coscienza. Si può avere un rapporto causale con qualche contenuto anteriore della coscienza, ma ciò non è assolutamente necessario, poiché può anche provenire da contenuti inconsci, come dimostra largamente la psicologia. Anche l'umore esprime sempre una valutazione non di qualche determinato contenuto, ma dello stato momentaneo dell'intera coscienza che si accetta o si rifiuta. Il sentimento, dunque, è un processo strettamente soggettivo, che può, sotto ogni aspetto, essere indipendente dallo stimolo esterno, benché si associ ad ogni sensazione. Anche se indifferente, una sensazione possiede sempre una tonalità affettiva, in questo caso quella dell'indifferenza, che è anch'essa una valutazione.

Il sentimento è dunque, in un certo senso, un giudizio, che tuttavia differisce dal giudizio intellettuale e che non ha lo scopo di stabilire una redazione concettuale, ma di compiere l'atto soggettivo di accettazione o di rifiuto. La valutazione del sentimento si estende ad ogni contenuto cosciente, qualunque esso sia. Il sentimento aumenta di intensità e fa apparire l’affetto (v. n. 2), che è uno stato del sentimento accompagnato da innervazioni somatiche. Il sentimento si distingue dall'affetto poiché non provoca alcuna innervazione somatica percettibile, il che vuoi dire che non suscita che un normale processo di pensiero. Il sentimento "semplice" è concreto, cioè unito ad altri elementi funzionali, come, per esempio, la sensazione. Si potrebbe, in questo caso, chiamare sentimento affettivo o, come faccio io, sensazione affettiva, termine che designa l'indissolubile fusione del sentimento con gli elementi sensoriali. Quest'unione caratteristica si trova sempre quando il sentimento è nello stadio di funzione indifferenziata, il che è particolarmente chiaro nel caso di un soggetto nevrotico con una funzione intellettuale fortemente differenziata.

Benché la funzione del sentimento sia in sé autonoma, può cadere sotto il dominio di qualcun'altra, per esempio quella intellettuale. In questo caso ci troviamo in presenza di un sentimento che accompagna il pensiero e che sfugge alla rimozione al di fuori della coscienza, in quanto è conciliabile con i rapporti intellettuali. Bisogna distinguere il sentimento concreto ordinario dal sentimento astratto. Come il concetto astratto che non considera le qualità particolari delle cose che apprende, il sentimento astratto s'eleva al di sopra delle qualità particolari dei contenuti a cui esso dà un valore, per stabilire uno "stato" od un umore affettivo che comprende in sé le diverse valutazioni particolari e che le sopprime. Se il pensiero ordina i contenuti della coscienza secondo i concetti, il sentimento li ordina secondo i rispettivi valori che attribuisce loro. Più il sentimento è concreto, e più il valore che esso attribuisce è soggettivo e personale; più è astratto e più è oggettivo e di ordine generale. Un concetto assolutamente astratto non coincide con la particolarità originaria delle cose, ma solamente con i loro elementi generali e comuni; allo stesso modo, il sentimento completamente astratto non coincide con gli elementi particolari e con 'le qualità affettive, ma piuttosto con l'insieme di tutti i fattori degli elementi e con ciò che essi hanno di non differenziato. Il sentimento, dunque, è, come il pensiero, una funzione razionale, poiché l'esperienza mostra che vi sono delle leggi razionali che classificano i valori del sentimento ed egualmente presiedono alla formazione dei concetti.

Le definizioni precedenti, naturalmente, non hanno precisato l'essenza del sentimento, ma hanno solo fissato alcuni tratti esteriori. La facoltà intellettuale della comprensione si rivela incapace di formulare in termini concettuali l'essenza del sentimento, poiché il pensiero appartiene ad una categoria che non ha niente in comune con esso. D'altronde, nessuna funzione psicologica può essere definita attraverso un'altra. E' per questo che nessuna definizione intellettuale potrà mai dare un'idea sufficientemente approssimata delle qualità del sentimento. La classificazione che si fa dei sentimenti non fornisce alcun elemento per la comprensione della loro essenza; anche se esatta, essa si limita ad indicare il contenuto comprensibile dall'intelletto, grazie a cui appaiono i sentimenti, senza che si sappia, però, ciò che loro è specifico. Quante sono le classi di contenuti comprensibili dall'intelletto, tanti sono i sentimenti, senza che per questo si possa giungere ad un'esauriente classificazione, poiché, al di là di ogni classe concepibile, vi sono dei sentimenti che sfuggono completamente ad un esame intellettuale. L'idea stessa di classificazione è già intellettuale e quindi incompatibile con il sentimento; siamo costretti, quindi, a tenerci nei limiti del sentimento.

La valutazione del sentimento è comparabile all'appercezione intellettuale, poiché in qualche modo è un'appercezione del valore. Si può distinguere un'appercezione attiva ed un'appercezione passiva. L'atto del sentimento è passivo se il contenuto psicologico l'attira o l'eccita, forzando la partecipazione sentimentale del soggetto. Nell'atto del sentimento attivo, al contrario, il soggetto stesso attribuisce i valori; egli valuta i contenuti secondo un'intenzione e precisamente secondo una intenzione sentimentale e non intellettuale. Il sentimento attivo, dunque, è una funzione indirizzata, un atto di volontà, per esempio, "amare" in contrapposizione ad "essere innamorato", dove 'quest'ultimo stato sarebbe passivo perché non indirizzato. Il linguaggio stesso pone una differenza, poiché vede nell'"amare" un'attività e nell'"essere innamorato" uno stato.

Il sentimento non indirizzato è un'intuizione sentimentale.

Parlando in senso stretto, soltanto il sentimento attivo o indirizzato è razionale, mentre il sentimento non indirizzato è irrazionale, poiché stabilisce valori senza il concorso del soggetto e, a volte, contro di esso.”

Il rifiuto della teoria pulsionale evidente in Adler e in Jung radica il discorso sulle emozioni nel contesto dell’esperienza vissuta dell’individuo, ma tende a mettere tra parentesi la loro componente psicobiologico.

E’ sostanzialmente con Bowlby che questa componente viene recuperata. la teoria dell’attaccamento, che egli ricava dallo studio del comportamento dei primati e dei bambini, non solo sottolinea il fatto che il bisogno che sottende l’attaccamento ha una matrice genetica e biologica, ma che esso comporta anche un flusso di emozioni reciproche tra madre e bambino che influenzano potentemente lo sviluppo della personalità e che, sotto forma di ricerca di relazioni affettivamente significative, si mantiene per tutta la vita. Non solo, dunque, l’uomo è un animale sociale, ma viene al mondo con un bisogno di appartenenza sociale che perdura al di là della fase evolutiva.

Fromm, in un certo qual modo, riprende il pensiero di Bowlby, ma lo arricchisce nella cornice di una concezione dell’uomo “drammatica”. certo, l’infante umano è un essere infinitamente bisognoso e precario, spinto dunque dalla sua insufficienza a stabilire un legame fusionale con la figura materna. Ma anche l’uomo adulto rimane, nel suo intimo, contrassegnato da una problematica esistenziale costitutiva del suo essere bisognoso, precario, finito e destinato a finire.

Su questa base, per un verso egli ha bisogno di cercare di ricostruire l’originaria armonia costruendo relazioni affettive significative, sviluppando la capacità attiva di amare; per un altro, egli deve anche realizzare se stesso in maniera conforme alle sue potenzialità e alla sua personale vocazione ad essere. Questo secondo aspetto implica l’opporsi all’omologazione normativa che, nel mondo contemporaneo, porta ad una normalità impoverita e mutilata, agire attivamente, eventualmente anche affrontando conflitti con il senso comune, al fine di procedere sulla via della differenziazione, della crescita progressiva o, in breve, dell'umanizzazione.

Negli anni Sessanta del 1900, l’analisi, attraverso la pratica clinica e la riflessione teorica, ha accumulato un imponente materiale sull’esperienza emozionale.
E’ Matte Blanco a rilevare, però, acutamente che quel materiale non ha prodotto una teoria sufficientemente organizzata e scientificamente convalidabile. La teoria che egli elabora merita una riflessione a parte, che sarà fornita dopo avere ricostruito brevemente lo sviluppo della psicologia non analitica riguardo alle emozioni.

Come si è visto nell’Appendice precedente, la psicologia ha cominciato ad interessarsi delle emozioni con la formulazione delle teorie di James-Lange e di Cannon-Bard, rivolte a stabilire la fisiologia rispettivamente periferica o centrale, dei fenomeni emozionali. Il dibattito tra queste due teorie ha impegnato la Psicologia per decenni, con l’esito di indurre a riconoscere il ruolo sia dei centri sottocorticali (ipotalamo, sistema limbico) sia delle afferenze periferiche.

Con l’avvento del cognitivismo, il dibattito si è spostato su di un altro terreno, che concerne il carattere primario delle emozioni o la loro subordinazione ai processi cognitivi.

Nel 1964 Stanley Schachter formula la teoria dei due fattori secondo la quale si prova un’emozione quando si sceglie un’etichetta cognitiva per denotare uno stato diffuso di attivazione fisiologica cui si dà il nome di una particolare sensazione. A differenza di James, Schachter, anziché ritenere che le sensazioni fisiologiche sono percepite come emozioni, ritiene che lo stato di attivazione fisiologica rimane indeterminato finché non sopravviene una valutazione cognitiva che lo correla ad un’emozione. Secondo la teoria dei due fattori, dunque, perché si abbia una sensazione, devono esserci sia un’attivazione sia un’etichetta (o spiegazione) adeguata dello stato interiore.

Con la collaborazione di Jerome Singer, Schachter ha tentato a lungo di fornire prove sperimentali della sua teoria, con risultati complessivamente incerti e deludenti.

Nel 1980, Robert Zajonc oppone una critica radicale all’approccio cognitivista secondo cui, per provare una sensazione relativa a un evento, prima si deve interpretare o valutare l’evento stesso. Secondo Zajonc, le emozioni soggettive sono la prima risposta che una persona fornisce ad un evento, ma non sono necessariamente accompagnate da pensieri.

Richard Lazarus, in antitesi a Zajonc, formula la teoria dell’appraisal, che radicalizza il ruolo dei fattori cognitivi. Egli, infatti, afferma che perché compaia un’emozione è necessaria e sufficiente la valutazione cognitiva. Lazarus sostiene, in particolare, che prima di provare una normale emozione i soggetti valutano gli eventi in modo rapido o inconscio, basando i loro pensieri su informazioni minime, facendo ricorso perfino a premesse irrazionali. Le valutazioni cognitive che si formano molto rapidamente e provocano una risposta emotiva istantanea (ad esempio “Quell’automobile sta per venirmi addosso”) prendono il nome di processi cognitivi caldi e sono i precursori dell’emozione. Altri processi cognitivi, più lenti (ad esempio “Quell’automobile procede troppo velocemente”) non destano alcuna emozione e vengono quindi definiti processi cognitivi freddi. Secondo Lazarus, i processi cognitivi caldi precedono sempre le emozioni.

Per alcuni anni, il dibattito in seno alla psicologia si è cristallizzato sul problema di definire chi, tra Zajonc e Lazarus, avesse ragione. In difetto di prove sperimentali decisive, la questione si sarebbe potuta protrarre indefinitamente.

La mediazione è intervenuta con la psicologia evoluzionistico-cognitiva, la quale ammette che le emozioni di base sono innate, in quanto selezionate all’epoca della comparsa dell’uomo a fini adattivi, e quindi corrispondono a reazioni automatiche agli stimoli emotigeni che comportano un’attivazione fisiologica. Al tempo stesso gli psicologi evoluzionisti-cognitivisti ritengono che la percezione cosciente delle emozioni sia imprescindibile da una valutazione cognitiva.

A tale mediazione si possono ricondurre le teorie neurobiologiche più recenti di Jaak Panksepp, Joseph Le Doux, Antonio Damasio, analizzate in un capitolo precedente.

Al di là del carattere primario o secondario delle emozioni come fenomeni rispettivamente autonomi o espressivi di una valutazione cognitiva, la Psicologia ha tentato di definire, classificare e organizzare il mondo delle emozioni.

E’ stato Darwin ad inaugurare tale tentativo, insistendo su di un insieme di emozioni di base, innate, definite da espressioni facciali universali, reperibili in culture diverse.

Nel suo saggio, desunto da osservazioni casuali, Darwin elenca: sofferenza e pianto; depressione, ansia, dolore, tristezza, disperazione; gioia, buon umore, amore, senso di tenerezza, devozione; riflessione, meditazione, irritabilità, malumore, determinazione; rabbia e rancore; sdegno, disprezzo, disgusto, colpa, orgoglio ecc., mancanza di risorse, pazienza , assenso e dissenso; sopresa, paura, stupore, orrore; preoccupazione di sé, vergogna, timidezza, modestia.

Riprendendo lo spunto di Darwin, nel tentativo di mettere ordine, i ricercatori moderni hanno stabilito con metodi scientifici che perlomeno alcune emozioni hanno espressioni abbastanza universali, che sono soprattutto quelle del volto.

Basandosi sullo studio delle espressioni facciali, Sylvan Tomkins ha proposto l’esistenza di otto emozioni fondamentali: la sorpresa, l’interesse, la gioia, l’ira, la paura, il disgusto, la vergogna e l’angoscia.

Paul Ekman riduce l’elenco a sei emozioni fondamentali con un’espressione facciale universale: sorpresa, felicità, ira, paura, disgusto e tristezza.

Altri autori, come Robert Plutchik e Nico Frijda, hanno cercato di valutare, oltre alle espressioni facciali, anche comportamenti espressivi più globali. All’elenco di Ekman, Plutchick ha aggiunto altre tre emozioni. Il suo sistema è rappresentato dalle due figure seguenti:

Philip Johnson-Laird e Keith Oatley hanno considerato le emozioni fondamentali dal punto di vista delle parole che usiamo per parlarne. Hanno trovato cinque emozioni, le stesse di Ekman meno la sorpresa.

Jaak Panksepp è partito invece dalle conseguenze comportamentali della stimolazione elettrica di certe aree del cervello dei ratti per rivelare quattro modelli di reazioni emotive fondamentali: panico, ira, aspettativa e paura.

Altri teorici hanno trovato mezzi diversi per identificare le emozioni di base, e fatto degli elenchi che coincidono in parte con quelli appena descritti.

Tutti gli autori concordano sull’esistenza di una “tavolozza” di emozioni di base, innate, la cui fusione e il cui intreccio con i fattori cognitivi, produce lo spettro estremamente articolato dei sentimenti umani.

Nessuna teoria, che io sappia, valorizza adeguatamente l’Emozionalità sociale nei suoi due aspetti, riconducibili al bisogno di Appartenenza e a quello di Individuazione, che sembrano fondamentali nell’organizzazione e nell’equilibrio della personalità umana.

L'unico tentativo in questa direzione, che io sappia, è stato portato avanti da I. Mate Blanco, che ora va illustrata e analizata.

La teoria delle emozioni di I. Matte Blanco

L’intento di Matte Blanco, il quale parte dalla pratica psicoanalitica arricchita dall’introspezione e dalla riflessione, è di giungere a capo dei “misteri” delle emozioni, in gran parte depositati a livello inconscio, che Freud avrebbe intuito senza disporre di adeguati strumenti epistemologici per spiegarli.

Il principio di fondo della teoria è che le emozioni, nella loro fenomenologia e nella loro dinamica, rivelino una logica intrinseca ad una dimensione mentale inconscia che adotta principi diversi rispetto al pensiero cosciente.

Muovendo da un’analisi fenomenologia delle emozioni, Matte Blanco identifica tre caratteristiche essenziali:

a) la generalizzazione “che parte dalle caratteristiche concrete dell'oggetto che suscita l'emozione ed arriva ad un punto in cui quest'oggetto è visto come in possesso di tutte le caratteristiche o proprietà della qualità ad esso attribuita e che ogni oggetto investito di questa qualità potrebbe contenere od esprimere in un numero maggiore o minore” (L’Inconscio come insiemi infiniti, Einaudi, Torino 1981, p. 269);

b) la massimizzazione, per cui “ le caratteristiche attribuite all'oggetto sono supposte essere al loro massimo grado o grandezza” (id);

c) l’irradiazione, per cui “come conseguenza di a) e b) l'oggetto viene a rappresentare tutti gli oggetti simili.” (id)

Queste caratteristiche, secondo Matte Blanco, offrono una chiave importante per chiarire i “misteri” delle emozioni, in gran parte riconducibili al fatto che esse “categorizzano” gli oggetti sulla base di una logica insiemistica:

“Quando proviamo un’emozione verso un dato oggetto (ad esempio una persona) attribuiamo a questo oggetto la totalità delle potenzialità contenute nella classe in cui abbiamo collocato (dal punto di vista dell’emozione sperimentata) l’oggetto. Una classe è la collezione di tutti gli oggetti che soddisfano una data funzione proposizionale o enunciato aperto. La classe delle persone buone è la collezione di tutte le persone che soddisfano la funzione proposizionale o enunciato aperto: «x è una persona buona». In questa classe includiamo, per definizione, quelle persone che in qualche modo si possono chiamare buone. L’attributo (essere buono) può esser posseduto da alcuni membri in un grado minore o maggiore, fino al massimo concepibile, come sarebbe il caso di Dio. È sufficiente che qualcuno possegga questo attributo di «bontà» per appartenere alla classe delle persone buone.” (id)

“Quando e in quanto stiamo vedendo le cose in modo emozionale, identifichiamo l'individuo con la classe cui appartiene, e, perciò, gli attribuiamo tutte le potenzialità comprese nella funzione proposizionale o enunciato aperto che definisce la classe.

In altri termini: l'emozione, in quanto emozione, non conosce individui ma solo classi o funzioni proposizionali e perciò, confrontata con un individuo, tende ad identificarlo con la classe cui appartiene (o con la funzione proposizionale ad esso applicata)…

Quando consideriamo il pensiero emozionale come quel tipo di pensiero che identifica l'individuo con la classe ci rendiamo conto perché, dal punto di vista del pensiero adulto normale, cosiddetto logico, ogni emozione implichi una generalizzazione, implicitamente affermi una generalizzazione e sia, nei suoi aspetti di pensiero, una generalizzazione. Per chiarire ciò dobbiamo considerare il problema da due diversi punti di vista. Ogniqualvolta osserviamo un individuo dal punto di vista delle nostre emozioni, 1'«aspetto di pensiero» della nostra emozione non vede l’individuo ma una classe e ciò comporta tutte le potenzialità implicite nella corrispondente funzione proposizionale. Dal punto di vista del pensiero logico adulto, però, si vede solo un individuo, un membro di una classe che esprime la funzione proposizionale della classe ma non tutte le potenzialità di questa funzione proposizionale.” (p. 270)

Quanto sono condivisibili questi principi formulati in termini semiassiomatici? Ben poco, direi. Non esiste alcun fenomeno mentale, compresa la più semplice percezione, che non comporti una categorizzazione, vale a dire la riconduzione dell’“oggetto” ad una classe. Le emozioni, rispetto ai processi cognitivi, adottano sicuramente una logica sintetica, che categorizza sulla base di una qualità. Per questo motivo l’odore delle madeleines evoca in Proust fantasie e ricordi che sembrano poco pertinenti in termini oggettivi. Ma la logica sintetica delle emozioni non implica necessariamente, neppure a livello inconscio, la confusione dell’individuo con la classe.

Tale confusione di fatto interviene, ma, come vedremo, in conseguenza di memorie emozionalmente significative che si sommano e si condensano, come accade spesso in conseguenza di conflitti psicodinamici. Essa, peraltro, ed è una circostanza di grande importanza, sembra riguardare solo le emozioni sociali.

Il carattere generalizzante dell’emozione, che, secondo Matte Blanco, comporta l’assunzione dell’individuo come membro di una classe, ha una conseguenza concettuale di grande importanza:

“Nel pensiero emozionale, come abbiamo visto, vi è una confusione tra l'individuo e la classe, cosicché ogni individuo o elemento appartenente ad una determinata classe contiene in sé tutti gli altri elementi che anche soddisfano la funzione proposizionale della classe e ciò si applica ad ogni grado o grandezza. Vi è un altro modo di esaminare questa peculiarità dal punto di vista logico, di descriverla, cioè, in termini logici. Questo modo illumina, forse, di più la natura del processo. Il fatto che l'individuo sta per la classe implica un'uguaglianza tra l'elemento o parte e il tutto. Ora, dal punto di vista logico ciò si può ottenere se, all'interno della classe, applichiamo il principio di simmetria. Secondo questo principio, se a è parte di B, B è parte di a. Così la parte diventa uguale al tutto e in questo modo ogni elemento o membro di una classe contiene tutte le altre potenzialità della classe, in quanto classe.” (p. 271)

Con quello di generalizzazione, il principio di simmetria rappresenta, dunque, secondo Matte Blanco, la logica propria delle emozioni e dell’attività mentale inconscia. In conseguenza di esso, “il sistema inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione. In altre parole, tratta le relazioni asimmetriche come fossero simmetriche…

Se Giovanni è padre di Pietro, la relazione inversa è: Pietro è figlio di Giovanni…

Nella logica aristotelica questo è un assurdo; nella logica del sistema inconscio è la norma.” (p. 44-45)

La logica asimmetrica e quella simmetrica definirebbero, pertanto, secondo Matte Blanco, due modi di essere presenti nell’apparato mentale: quello eterogenico, che consente di distinguere e differenziare gli oggetti, e quello indivisibile, che comporta la fusione di tutti gli oggetti in una totalità indistinta:

“Viviamo nella bi-modalità, molte volte dissimulata, tuttavia chiaramente reperibile da un occhio sottile. L’indivisibile che, come tale, è impensabile, sembra essere la fons et origo del pensiero: quanto è difficile, non dico accettare quest’asserzione, ma anche solo capirla! Tuttavia, quando ci si familiarizza con queste due grandi manifestazioni dell’essere, il suo aspetto indivisibile e il suo aspetto dividente, ci si accorge, attraverso la psicanalisi, che l’indivisione è la madre della divisione.”

In realtà, non è difficile capire cosa significhi l’indivisibile, dato che il riferimento ad esso – denominato semplicemente Uno – sottende da migliaia di anni la filosofia orientale. Si tratta di un’intuizione che trova la sua radice nell’Emozionalità estatica, che può esprimersi anche sotto forma mistica e porre in luce uno dei possibili modi di rapportarsi di un cervello complesso ad un Universo complesso. Che l’Emozionalità mistica faccia parte della natura umana è fuor di dubbio; che essa rappresenti la logica intrinseca all’inconscio è assurdo e confutabile.

Che senso potrebbe mai avere la presenza nell’inconscio umano, che è una dimensione di un cervello prodotto dall’evoluzione naturale, di un principio di indistinzione totale di tutte le cose?

Immerso in un mondo, come afferma Edelman, senza etichette, il cervello umano, come peraltro hanno confermato tutte le ricerche antropologiche (a partire da Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, il Saggiatore, Milano 1964), ha adottato sin dall’inizio una logica binaria fondata sul principio di distinzione tra gli opposti. Tale principio sembra valere anche per le emozioni e per l’inconscio.

Di fatto, nell'uomo due logiche esistono, ma hanno poco a che vedere con la asimmetria e la simmetria. Matte Blanco scrive:

"Il modo di essere simmetrico è la radice fondamentale della socialità poiché ciò che, ad un livello asimmetrico, è sentito come una cooperazione tra individui o un partecipare insieme o essere insieme è, invece, ad un livello simmetrico, una vera unità in cui gli individui non sono separati o distinguibili l'uno dall'altro. In questo senso, il modo di essere simmetrico è l'aspetto unificante dell'uomo mentre l'essere asimmetrico è l'aspetto dividente" (pp. 351-352);

"In quanto siamo essere simmetrici non siamo indipendenti dagli altri perché siamo in unità con gli altri. Per l'essere asimmetrico, invece, questa assenza di limiti individuali è inconcepibile. Di conseguenza, tutte le volte che tale assenza diventa onnipresente e, perciò, imperativa, ciò è sentito dal nostro aspetto asimmetrico come una perdita della nostra identità in quanto individui; è anche sentito come un pericolo di annientamento. Questo contrasto tra i due modi di essere costituirebbe la fonte più profonda di conflitto" (p. 352);

"In termini generali, il contrasto tra l'aspetto dell'uomo per cui egli è un solo essere con tutti gli altri esseri e l'altro aspetto, per cui egli è separato e indipendente dagli altri, è all'origine della patologia mentale" (p. 353).

Non si vede, però, perché si debba fare riferimento alla logica simmetrica e a quella asimmetrica laddove ci si può ricondurre semplicemente alla doppia natura dell’uomo: essere radicalmente sociale e al tempo stesso dotato della consapevolezza della sua identità individuale.

La doppia natura, come si è detto, fa capo a due bisogni intrinseci - il bisogno di appartenenza/integrazione sociale e il bisogno di opposizione/individuazione -, che sono geneticamente programmati e spiegabili in un’ottica evoluzionistica. A tali bisogni fanno capo due logiche: la logica sistemica, che assume il soggetto come membro di un gruppo e “funzione”di esso, e la logica differenziante, che lo assume come individuo distinto da tutti gli altri.

Il conflitto tra queste due logiche di fatto è all’origine della patologia mentale.

Questo conferma che le emozioni umane sono in misura rilevante incapsulate nella relazione tra Io e Altro, e tendono a squilibrarsi laddove tale relazione va incontro a vicissitudini conflittuali.

Matte Blanco, come peraltro Freud, è convinto che la sua teoria è scientifica, perché si basa su dati tratti dalla pratica clinica, e ha una formidabile potenza euristica sotto il profilo psicopatologico. Purtroppo si tratta del solito dogmatismo autoreferenziale che affligge da sempre la psicoanalisi. E' possibile fornire la prova di questo analizzando uno dei pochi casi clinici riportati ne L’Inconscio come insiemi infiniti (Einaudi, Torino 1981).

Si tratta di un adolescente "che aveva avuto molte esperienze difficili nella sua infanzia. Tra le altre era stato circonciso all'età di cinque anni mentre veniva trattenuto a forza dal padre e dal dottore. Quando vide il bisturi e sentì l'incisione pensò in realtà di essere stato castrato. Molti altri avvenimenti della sua vita incrementarono la sua paura di castrazione. Quando raggiunse l'adolescenza e divenne fisicamente più grande di suo padre, si sentì fiero di essere un uomo robusto e desiderò arruolarsi in marina. Cominciò ad interessarsi alle ragazze ed ebbe qualche difficoltà con suo padre nell'arrivare tardi a casa. Apparentemente alcune paure molto profonde erano provocate da questi scontri. In una occasione chiese effettivamente al padre se vi era la possibilità di essere sottoposto alla castrazione, dal momento che pensava che sarebbe stata la cosa migliore da fare. Suo padre rise e fece qualche commento nel senso che ciò era possibile. Sebbene egli stesse ovviamente scherzando, stava facendo ciò in un modo che rivelava la sua aggressività e le sue osservazioni risvegliarono una grande ansietà nel paziente. Poco dopo vi fu un altro scontro quando tornò a casa tardi da un ballo. Suo padre in realtà andò al luogo del ballo e gli ordinò di tornare a casa. Il giorno seguente il paziente si alzò e si recò, camminando per parecchie miglia, da un dentista nei dintorni insistendo che gli togliesse il dente anteriore, portando come motivo che aveva una macchia. Il dentista aderì a tale richiesta. Dopo questa operazione il ragazzo divenne completamente psicotico e talvolta era molto violento.

Ebbi l'opportunità di studiarlo attentamente dal punto di vista analitico. Le sue associazioni mostrarono inconfondibilmente l'identità tra l'estrazione del dente e la castrazione. A tal riguardo si trattava di una castrazione simbolica per prevenire la castrazione reale che suo padre avrebbe potuto eseguire su di lui. Ma l'atto simbolico divenne così reale che il paziente si sentì realmente castrato. Tra le idee deliranti che sviluppò mentre si trovava in ospedale vi era quella che io avevo inaridito i suoi testicoli e cioè che lo avevo castrato. Era anche molto depresso e per ore senza interruzione rifletteva sull'assurdità di essersi fatto estrarre un dente perfettamente sano. Parlava del dente come se ne fosse innamorato, come se fosse una persona ed era solito dilungarsi sulla sua bontà e robustezza e sull'ammirazione che provocava nelle ragazze. Ma anche la castrazione significava qualcos'altro, nella fattoria aveva visto che i maiali castrati crescevano più grossi ed aveva fatto alcune osservazioni sul fatto che se fosse stato castrato sarebbe divenuto più grosso, più maschio. La castrazione rappresenterebbe così al tempo stesso una perdita e un aumento di mascolinità.

Il paziente sentiva a volte soddisfazione per essersi fatto estrarre il dente perché questo lo aveva fatto crescere: esaminava quindi i vari motivi per cui questa azione era stata buona. Ma arrivava sempre un momento in cui l'altro significato, la castrazione, gli veniva prepotentemente in mente e allora entrava in uno stato di depressione. Diventava anche teso e violento. La sua tensione era ovviamente il risultato dell'impossibilità di coordinare due opposte tendenze in termini di realtà esterna. In qualche livello del suo inconscio non vi era contraddizione tra l'essere castrato e il divenire più maschio. Entrambi i desideri si compenetravano l'un l'altro senza difficoltà alcuna. L'attività, però, che aveva espresso entrambi sincreticamente poteva significarne soltanto uno nella realtà fisica e non due: da ciò l'enorme tensione. Si potrebbe dire che questa tensione era dovuta al fatto che l'azione che intendeva soddisfare le sue tendenze non poteva, di fatto, contenerle allo stesso tempo" (pp. 475-476).

Questo stesso caso è stato analizzato da Matte Blanco in un altro libro (Pensare, sentire, essere, Einaudi 1995). in questi termini:

"Se cerchiamo di ricostruire il processo di ragionamento che condusse a questa azione bizzarra possiamo dire quanto segue. A) un cane morde A. Ciò implica che A. morde il cane: PS (Principio di Simmetria). b) se il cane è cattivo (si comporta male) per via di questa azione, ciò implica che anche A. è cattivo: un ragionamento classico che parte da una simmetrizzazione. c) A è cattivo (moralmente) implica che il suo dente è cattivo (moralmente): la parte è trattata come uguale al tutto: PS (Principio di Simmetria). Si noti che nella logica normale questa sarebbe la conclusione errata di un ragionamento errato. d) un "dente moralmente cattivo" è un elemento della classe di tutti i denti cattivi: un dente fisicamente cattivo (cariato) è un altro elemento di questa classe: logica classica. e) Se si applica PS alla classe menzionata in d), allora un "dente moralmente cattivo" è uguale ad un dente "fisicamente cattivo". f) un dentista tratta i denti cariati: una conoscenza acquisita dall'esperienza vista in termini di logica bivalente. Quindi la decisione di andare da un dentista dopo essere stato morso da un cane è una conclusione logicamente (logica classica) legittima di questo particolare ragionamento bi-logico"

Una spiegazione del genere attesta che, in Matte Blanco come in Freud, l'intento di confermare la teoria che egli ha elaborato occlude la possibilità di un'autentica comprensione dei fatti umani, e, in particolare, di quelli psicopatologici, che hanno sì una portata strutturale, ma intimamente intrecciata alla storia interiore, personale e sociale del soggetto.

Il caso in questione è molto suggestivo, ma in un'ottica che ha poco a che vedere col principio di simmetria. Lo snodo dell'esperienza, svoltasi all'insegna di un padre autoritario e persecutorio, è da ricondurre all'adolescenza, allorché il ragazzo assume una configurazione fisica che gli consente di prendere atto della possibilità di entrare in conflitto con il padre, di opporsi a lui e di reagire. L'adolescenza - cosa che Matte Blanco sembra ignorare - è appena preceduta dalla seconda dentizione. Lo spuntare dei denti adulti, la crescita fisica, lo sviluppo sessuale e l'affiorare di cariche di opposizione e di ribellione sono fenomeni correlati cronologicamente, e, pertanto, memorizzati a livello inconscio come complementari. Farsi togliere il dente sano, da questo punto di vista, significa sì castrarsi, ma non già per prevenire la castrazione paterna, quanto piuttosto per scongiurare la possibilità, inauguratasi con l'adolescenza, di reagire alle prepotenze paterne (che di fatto, andandolo a prender al ballo lo ha ridicolizzato agli occhi dei coetanei, trattandolo come un bambino) e di fargli del male.

Il ragazzo insomma ha il dente avvelenato col padre, cioè alberga una rabbia che potrebbe facilmente tradursi in un'aggressione fisica, e, per quanto giusta o comunque comprensibile, è intensamente colpevolizzata. Il morso del cane non fa altro che attivare la repentina consapevolezza della pericolosità della rabbia. Ma se quella rabbia è stata percepita coscientemente all'epoca della seconda dentizione, non è sorprendente che sussista a livello inconscio un'associazione tra i due fenomeni. I processi di pensiero inconsci che portano il ragazzo a farsi togliere il dente sano sono dunque i seguenti: a) il cane morde quando è arrabbiato; b) io ho il dente avvelenato con mio padre; c) la rabbia potrebbe sfuggire al mio controllo e portarmi a "sbranarlo"; d) devo prevenire il pericolo, dunque devo farmi togliere il dente avvelenato.

Tali processi di pensiero sono presumibilmente molto più vicini alla realtà interiore inconscia del paziente di quelli ricostruiti da Matte Blanco, ma, per essere spiegati, non richiedono il ricorso al principio di simmetria.

Il comportamento del ragazzo è dettato da una soggezione gerarchica al Padre, interiorizzato come autorità sacra, e una ribellione ai suoi comportamenti arbitrari e prepotenti che però viene intensamente colpevolizzata e si ritorce contro il soggetto.

L’attività di queste due dinamiche consente di spiegare la confusione psicotica che interviene nel paziente dopo avere sacrificato il dente sano, vale a dire la percezione di avere fatto ciò che si doveva fare in nome del rispetto del padre e di essersi irreversibilmente danneggiato. Il dente rappresenta null'altro che le potenzialità individuanti, oppositive e ribelli del soggetto, inesorabilmente colpevolizzate a livello inconscio e, allo stesso tempo, irrinunciabili. Il delirio ambivalente del paziente sul dente attesta solo che egli non si rende conto di ciò che il suo strano comportamento significa.

La presenza di pensieri contraddittori a livello inconscio non attesta che non esiste il principio di contraddizione, ma semplicemente che l'esperienza del soggetto viene significata secondo due logiche diverse.

Il conflitto psicopatologico non si dà tra una socialità indifferenziata, espressione dell'essere simmetrico, e un'individualità differenziata, espressione dell'essere asimmetrico, bensì tra un bisogno d'appartenenza sociale e un bisogno d'individuazione frustrato e colpevolizzato. Aspetti entrambi carichi di significato universale ma che si strutturano e funzionano diversamente all'interno delle singole esperienze. Nel caso in questione è l'intensità dinamica di questi due aspetti che determinano la catastrofe: il sacrificio del dente prima, in nome del senso di colpa, e il "culto" del dente poi, in ricordo del potenziale di individuazione cui il paziente ha rinunciato.

L'esperienza psicotica non avviene in conseguenza dell'emergenza di aspetti asimmetrici, bensì di uno stato di coscienza che, confrontandosi con una scissione inconscia, non può interpretarla dialetticamente, vale a dire dare ad essa senso nel contesto della storia interiore e sormontarla. E dove si colloca quel senso se non in un patrimonio di memorie la cui precisione cronologica è assolutamente rilevante?

Il caso in questione attesta senz’altro che la rabbia umana ha aspetti del tutto particolari rispetto a quella sperimentata dagli animali. Essa, come è già risultato chiaro analizzando l’esperienza di N., può raggiungere un’intensità massimale che la rende squilibrante e disfunzionale. La sua matrice, però, fa sempre riferimento alla relazione, reale e interiorizzata, tra Io e Altro.

Matte Blanco ha il merito di aver colto l’aspetto almeno apparentemente disfunzionale e disadattivo delle emozioni che si realizzano all’estremo della scala di intensità e sono spesso reperibili nell’inconscio dei soggetti affetti da un disagio psichico, e di averlo ricondotto

Come Freud, però, ha letto sulla parete della caverna inconscia il riflesso delle pulsioni, così Matte Blanco ha letto l’esistenza di due modi di essere e di due logiche. Quella parete, di fatto, dice qualcos’altro: che le emozioni, e in particolare quelle sociali hanno una storia all’interno di ogni esperienza soggettiva, che questa storia è depositata in gran parte a livello inconscio sotto forma di memorie connotate emozionalmente e denotate culturalmente, e che le memorie emozionali, se non sono elaborate e archiviate, e quindi si mantengono condensate e impacchettate, possono produrre reazioni di estrema intensità.