Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Il mostro di belle speranze

Appendice 2 - Teorie neurobiologiche delle emozioni

La storia della neurobiologia delle emozioni

Le emozioni, con il loro impatto nell’esperienza degli esseri umani, la tendenza asottrasi al controllo volontario, la straordinaria gamma espressiva, le contraddizioni che le caratterizzano (particolarmente a livello affettivo), sono state sempre al centro dell’attenzione degli artisti (poeti, scrittori, pittori, musicisti, ecc.). La filosofia non le ha certo trascurate, ma, nonostante le rilevanti intuizioni di Pascal e di Spinoza, le ha progressivamente confinate su di un registro di netta inferiorità rispetto alla Ragione.

L'interesse scientifico per le emozioni nasce dopo la metà del XIX secolo con C. Darwin. Nelle ultime righe del suo capolavoro - L’origine delle specie - Darwin accenna al fatto che l’evoluzionismo è destinato a gettare più di una luce sull’uomo e sul suo comportamento. Dopo tredici anni, di fatto, egli pubblica L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, nel quale tenta di fare rientrare la psicologia umana in una cornice naturalistica.

La scelta del tema è quasi obbligata. Per quanto Darwin non esiti arditamente a stabilire paragoni tra i comportamenti animali e le funzioni psichiche superiori umane, è evidente che sono le emozioni, con alcune delle loro modalità espressive oggettivamente osservabili, a suggerire un’origine comune. Darwin, di fatto, analizzando molteplici emozioni - ansia, dolore, amore, odio, rabbia, disprezzo, disgusto, senso di colpa, vergogna, orgoglio, sorpresa, timidezza, ecc. - pone in luce una fondamentale continuità nelle espressioni emozionali dagli animali superiori agli esseri umani.

Il significato di tale continuità è chiaro. Le emozioni, o almeno molte di esse, sono innate e risultano funzionali sotto il profilo adattivo. In conseguenza di questo, da Darwin in poi, è diventato ovvio chiedersi in che modo una particolare emozione o schema comportamentale opera per favorire la sopravvivenza.

La riflessione neurobiologica sulle emozioni si avvia nel 1884 con W. James che propone la cosiddetta teoria periferica o del feedback, secondo la quale lo stimolo emotigeno attiva una serie di reazioni viscerali e neurovegetative che sono percepite dal soggetto sotto forma di esperienza emotiva. E’ l’attivazione fisiologica dell’organismo (arousal) a produrre dunque il vissuto emozionale. James scrive: “Il senso comune dice che ci accade qualcosa di brutto, siamo dispiaciuti e singhiozziamo... [In realtà] ci sentiamo dispiaciuti perché piangiamo, arrabbiati perché ci accaloriamo, impauriti perché tremiamo.”

Data la formulazione piuttosto approssimativa sotto il profilo neurofisiologico, la teoria di James è andata incontro a molte critiche. Cannon oppone ad essa che i visceri hanno una sensibilitàˆtroppo scarsa, una risposta troppo lenta e una motilitàˆ troppo indifferenziata. Maranon dimostra che l’induzione artificiale delle modificazioni viscerali non suscita alcuna emozione corrispondente. Sherrington accerta che la sconnessione delle afferenze viscerali dai centri corticali non impedisce l’insorgenza di comportamenti emotivi

Le critiche invalidano la teoria di James, anche se di recente sono affiorati nuovi dati che ne attestano una qualche fondatezza.

Il primo è la scoperta di un secondo “cervello” - viscerale o enterico - che produce neuropeptidi che contribuiscono al buon funzionamento del Sistema nervoso centrale: serotonina, oppiacei, ecc. Tale scoperta del cervello avvalora, in qualche modo, l'associazione tra organi viscerali ed emozioni.

Il secondo dato si riconduce al cosiddetto feedback facciale, secondo il quale le espressioni facciali forniscono informazioni propriocettive, motorie e cutanee o vascolari che influenzano il processo emotivo. Ekman è giunto addirittura a sostenere che le espressioni facciali da sole sono sufficienti a generare un’esperienza emotiva.

Il terzo dato concerne il rapporto tra respiro e emozioni. Il ritmo e le modalità della respirazione nasale influenzano, infatti, la temperatura dell’ipotalamo. Il raffreddamento ipotalamico assicura stati emotivi favorevoli, mentre un aumento dei valori termici è associato a stati emotivi negativi.

Tutti questi dati inducono a pensare che se i cambiamenti corporei non generano le emozioni, essi possono influenzarne la qualità e l’intensità.

Nel 1927 Walter Cannon, in opposizione a James, enuncia la teoria centrale, secondo la quale i centri di attivazione, di controllo e di regolazione delle emozioni sono localizzati nella regione talamica, che funzionerebbe come interfaccia tra la corteccia e le strutture sottocorticali che governano, attraverso il sistema nervoso vegetativo, lo stato dell’organismo. In virtù di queste connessioni, il talamo sarebbe in grado di indurre le manifestazioni somatiche delle emozioni e i contenuti di esperienza soggettivi.

Nell’ottica della teoria centrale, lo stimolo emotigeno produce uno stato di Attivazione (Arousal) del sistema nervoso autonomo che prepara l’organismo alla lotta o alla fuga (fight or flight).

La teoria di Cannon trova una conferma negli esperimenti di Bard, il quale dimostra che gatti decorticati, il cui diencefalo rimane intatto, sono in grado di reagire emotivamente agli stimoli, mentre quelli decorticati fino a livello sotto-diencefalico non manifestano più reazioni. Riesce evidente che la struttura più coinvolta nell’esperienza emozionale è l’ipotalamo.

Lo stesso Cannon, approfondendo le sue ricerche, formula nel 1932 il concetto di Omeostasi, l’equilibrio ottimale dei parametri fisiologici ovvero il Grado di eccitazione (Arousal) necessaria per portare a buon fine i compiti di sopravvivenza. Le emozioni sono fondamentali ai fini dell’omeostasi, quindi hanno un significato adattivo.

Negli anni ’40, Stephen Ranson e Walter Hess dimostrano che dal punto di vista funzionale l’ipotalamo è suddividibile in due regioni. Le aree posteriori dell’ipotalamo sono deputate alla regolazione e alla coordinazione delle diverse componenti viscerali e motorie delle reazioni emozionali funzionali alle situazioni di emergenza, lotta e fuga (centri ergotropici o dinamogeni). Al contrario, i centri ipotalamici anteriori, detti trofotropici o ipnogeni, favoriscono la reintegrazione delle scorte energetiche ed i processi di restaurazione organica, dando luogo ed integrando i versanti biologici e comportamentali di processi come il mangiare, il dormire, alcuni aspetti della sessualità.

Parecchi dati che si rendono disponibili all'epoca depongono, però, per quanto concerne le emozioni, per il coinvolgimento di varie strutture sottocorticali.

Nel 1937 James Papez descrive un circuito che coinvolge per l’appunto diverse strutture. Il circuito di Papez implica un’interazione tra centri sottocorticali e corteccia. Lo stimolo emotigeno raggiunge anzitutto il talamo (come in Cannon), ma esso viene trasmesso al neocortex e all’ipotalamo, la cui attivazione determina le manifestazioni somatiche dell’emozione. L’ipotalamo, poi, a sua volta, attiva il nucleo anteriore del talamo che trasmette l’impulso al giro del cingolo, ove si realizza il sentire l’emozione. Il giro del cingolo riverbera poi sull’ippocampo e sulla neocorteccia, determinando l’esperienza emozionale e eventualmente la sua registrazione mnesica.

Le strutture coinvolte nel circuito di Papez rientrano in un insieme che già nel 1878 Paul Broca aveva definito “lobo limbico”. Papez, dunque, definisce il lobo limbico come il centro integrativo superiore delle emozioni, laddove esse vengono coordinate con i livelli cognitivi.

La teoria di Papez, valorizzando la ricca interconnessione tra le strutture del lobo limbico e tra queste e l’ipotalamo per un verso e la corteccia per un altro spiega sia la mutua dipendenza tra emozioni e livello cognitivo sia le espressioni somatiche e psichico-comportamentali dei fenomeni emozionali.

Paul Mac Lean, a partire dal 1950, valorizza ulteriormente il sistema limbico o “cervello viscerale”, inserendo in esso l’amigdala e la corteccia prefrontale, e agganciandolo all’evoluzionismo, attraverso una tripartizione strutturale e funzionale:

Nella cornice della teoria del cervello uno e trino, MacLean, sulla base di considerazioni funzionali e filogenetiche (cioè evolutive), identifica il circuito di Papez con le strutture paleoencefaliche responsabili dell’organizzazione dei comportamenti legati alla sopravvivenza dell’individuo (lotta, fuga e soddisfacimento dei bisogni biologici) e della specie (attività riproduttiva, cure materne, relazioni sociali nel gruppo) e caratterizzati da spiccati correlati emozionali di carattere fisiologico (percezione di squilibri omeostatici e attivazione dei quadri fisiologici di supporto all’azione) e presumibilmente psichico (connotazione affettiva degli squilibri fisiologici e dell’attivazione generale).

Il “sistema limbico” o “cervello viscerale” si sovrappone nel corso dell’evoluzione ai nuclei nervosi spinomidollari che Mac Lean definisce “cervello rettiliano” in quanto emerso con l’evoluzione dei rettili. Il cervello rettiliano è situato a livello del midollo spinale e del tronco encefalico ed è responsabile delle attività di base dell’organismo di livello organizzativo innato ed immodificabile, come le funzioni respiratorie, circolatorie, alimentari, locomotorie e posturali.

In questo modo, il sistema limbico integra le informazioni elaborate a livello spinomidollare correlandole con un preciso vissuto emotivo e permette all’organismo di liberarsi dagli stereotipi comportamentali, dai rigidi riflessi delle strutture spinomidollari, di apprendere risposte individuali alle sfide dell’ambiente, di adattarsi attivamente a situazioni nuove. Il vissuto emotivo evocato dall’attivazione del sistema limbico caratterizzerebbe gli stimoli con specifiche tonalità affettive, rendendoli così identificabili ed accessibili all’elaborazione psichica.

L’evoluzione biologica, poi, con lo sviluppo massiccio della neocorteccia presso i Mammiferi più evoluti, porta entrambi tali meccanismi funzionali - spinomidollare e paleoencefalico - sotto il controllo del neocervello, la cui organizzazione si struttura fortemente in base alle esperienze individuali e si caratterizza per le capacità cognitive che riesce ad esprimere, per l’apertura all’apprendimento, l’individualità e la plasticità delle risposte agli stimoli.

La suggestiva teoria di Mac Lean ha catalizzato gli studi neurobiologici, avviando però una serie di ricerche che, se hanno valorizzato le strutture paleoncefaliche, riconoscendo la loro funzione essenziale di raccordo tra ipotalamo e corteccia, hanno evidenziato anche l’esistenza di sottosistemi specifici per le diverse emozioni.

Riguardo al primo aspetto occorre ricordare l’identificazione, da parte di Olds e Milner, dei cosiddetti centri del piacere e della “punizione”, la cui stimolazione attiva negli animali comportamenti appetitivi o avversativi; il ruolo dell’ippocampo di modulazione delle risposte emozionali sulla base di memorie biologicamente rilevanti; il ruolo dell’amigdala nella regolazione dell’ansia e della paura; ecc.

L’integrazione tra strutture sottocorticali e neocorteccia ha ricevuto conferma dalle più recenti tecniche di indagine neuroradiologica.

Dal punto di vista funzionale, l’intervento della corteccia cerebrale nelle emozioni, nella loro espressione e nei processi di riconoscimento delle espressioni emotive di altre persone è stato chiaramente evidenziato con la Tomografia ad emissione di positroni (PET). Tale tecnica ha dimostrato l’attivazione della corteccia prefrontale nelle reazioni emotive, ad esempio durante la visione di sequenze filmate commoventi, drammatiche o ricche di tensione.

Queste acquisizioni PET sembrano dunque documentare la fisiologia dell’evidente continuità tra "ragione" ed emozione. La corteccia prefrontale costituirebbe in tal senso la struttura superiore per la regolazione e il controllo cognitivo e sociale delle emozioni e delle espressioni affettive.

Del tutto recente è infine la scoperta (Rizzolati, 2001) dei neuroni specchio, ossia un particolare tipo di neuroni presente nelle aree motorie che si attivano sia quando si compie un’azione sia quando si osserva la stessa azione compiuta da altri. Tali neuroni sembrano importanti ai fini dell’apprendimento sulla base dell’imitazione ma anche nella comprensione empatica delle emozioni e motivazioni altrui.

Teorie neurobiologiche integrate sulle emozioni sono state formulate negli ultimiquindici anni da Robert Plutchik, J. Pansepp, J. Le Doux e A. Damasio.

La teoria di Robert Plutchik

La teoria psicoevoluzionistica delle emozioni di Robert Plutchik fu presentata per la prima volta in un articolo del 1958, e ulteriormente elaborata in The Emotions: Facts, Theories and a New Model (1962), in Emotion: a Psychoevolutionary Synthesis (1980a) e in molti articoli. In Psicologia e Biologia delle emozioni (Bollati Boringhieri, Milano 1996) l'autore ne fornisce la seguente sintesi:

"La teoria contiene almeno sei postulati fondamentali. 

Il primo postulato, che le emozioni sono meccanismi di comunicazione e di sopravvivenza, è un riflesso diretto della tradizione etologica risalente a Darwin. Darwin (1872) aveva osservato che le emozioni hanno due funzioni per tutti gli animali: anzitutto, aumentano le probabilità di sopravvivenza individuale attraverso reazioni appropriate a situazioni di emergenza che si verificano nell'ambiente (mediante la fuga, per esempio); in secondo luogo, agiscono come segnali di intenzioni di azione futura attraverso comportamenti di esibizione di vario tipo (Enquist, 1985)

La teoria dell'evoluzione sostiene che l'ambiente naturale crea per tutti gli organismi problemi di sopravvivenza che devono essere risolti in modo soddisfacente, se l'organismo deve sopravvivere. Questi problemi comprendono, per esempio, rispondere in modo differenziato a prede e a predatori, al cibo e ai partner sessuali, a chi dà accudimento e a chi lo richiede. Le emozioni si possono concepire come schemi adattativi di base, identificabili a tutti i livelli filogenetici, che affrontano questi problemi essenziali di sopravvivenza. Le emozioni sono quegli adattamenti comportamentali evolutivi ultraconservativi (come gli amminoacidi, il DNA e i geni) che hanno avuto successo nell'aumentare le probabilità di sopravvivenza degli organismi. Si sono pertanto mantenute in forme funzionalmente equivalenti attraverso tutti i livelli filogenetici (Plutchik, 1962, 1970, 1980a,b).

Il secondo postulato, che le emozioni hanno una base genetica, deriva direttamente dal contesto psicoevoluzionistico. Darwin indicò almeno quattro tipi di dati che possiamo utilizzare per confermare l'esistenza di una base genetica delle emozioni. Anzitutto, egli notò che alcune espressioni emozionali compaiono in forma simile in molti animali (per esempio, l'aumento apparente di dimensioni durante la collera o le interazioni agonistiche, dovuto all'erezione dei peli o delle penne, ai cambiamenti di postura o al rigonfiamento di sacche d'aria). In secondo luogo, alcune espressioni emozionali compaiono nei lattanti nella stessa forma che negli adulti (sorridere e aggrottare le ciglia, per esempio). In terzo luogo, alcune espressioni emozionali si mostrano in forme identiche nei bambini nati ciechi e in quelli con vista normale (fare il broncio e ridere, per esempio). Infine alcune espressioni emozionali compaiono in forma simile in razze e gruppi umani ampiamente diversificati (EiblEibesfeldt, Ekman e Friesen, 1971).

Studi genetici recenti che hanno messo a confronto gemelli omozigoti (cioè nati da un unico uovo) ed eterozigoti (nati da due uova fecondate separatamente), studi incrociati su bambini adottati e altri metodi hanno dimostrato l'esistenza di una componente ereditaria in qualità temperamentali (emozionali) quali aggressività (Fuller, 1986; Wimer e Wimer, 1985), timore o paura (Goddard e Beilharz, 1985), assertività doehlin, Horn e Willerman, 1981) e timidezza (Stevenson‑Hinde e Simpson, 1982), per citarne solo alcune.

La teoria genetica afferma che gli individui non ereditano un comportamento in quanto tale, ma soltanto i meccanismi strutturali e fisiologici che mediano il comportamento. I geni influenzano le soglie di sensibilità, le inclinazioni percettive, le strutture cellulari e gli eventi biochimici. Determinano le regole epigenetiche che agiscono come filtri per delimitare il tipo d'informazione a cui è consentito l'accesso nel sistema e il modo in cui quell'informazione dev'essere elaborata. Per esempio, la maggioranza degli animali sembrano avere dei rivelatori uditivi sintonizzati sui segnali che sono di speciale rilevanza per la loro sopravvivenza dumsden e Wilson, 1981). La maggior parte delle espressioni emozionali (ma non tutte) si basano su pattern o schemi genetici che determinano la generalità dello sviluppo emozionale e le reazioni a eventi probabili nell'ambiente (Plutchik, 1983).

Il terzo postulato fondamentale è che le emozioni sono costrutti ipotetici, o inferenze, basati su varie classi di dati. I dati che utilizziamo per inferire l'esistenza delle emozioni includono: a) la conoscenza delle condizioni stimolo; b) la conoscenza del comportamento di un organismo in una varietà di situazioni; c) la conoscenza di quale sia il comportamento tipico della specie; d) la conoscenza delle reazioni dei pari a quel comportamento; e) la conoscenza dell'effetto del comportamento di un individuo sugli altri (Plutchik, 1980a). Una delle ragioni più importanti per cui gli stati emozionali sono difficili da definire in modo inequivocabile è che può verificarsi contemporaneamente più di un'emozione. Qualunque esibizione manifesta di un'emozione può riflettere stati complessi, quali approccio ed evitamento, attacco e fuga, sessualità e aggressività, paura e piacere.

Il quarto postulato fondamentale è che le emozioni sono catene complesse di eventi con circuiti stabilizzanti che tendono a produrre qualche tipo di omeostasi comportamentale… Le emozioni sono innescate da vari eventi, i quali devono essere valutati cognitivamente come rilevanti per il benessere o l'integrità della persona. Se viene fatta una determinazione di questo tipo, ne conseguiranno varie sensazioni, e un pattern di modificazioni fisiologiche che hanno il carattere di reazioni anticipatorie associate a vari tipi di sforzi o impulsi, come l'impulso a esplorare, ad attaccare, a battere in ritirata o ad accoppiarsi. A seconda della forza relativa di questi vari impulsi, si avrà una risultante vettoriale finale nella forma di un'azione manifesta mirata ad avere un effetto sullo stimolo che ha innescato in primo luogo questa catena di eventi. Per esempio, i segnali di angoscia di un cucciolo o il pianto di un bambino aumenteranno la probabilità che la madre o un sostituto materno arrivi sulla scena. L'effetto globale di questo sistema di feedback complesso è di ridurre la minaccia o di modificare la situazione di emergenza in modo tale da raggiungere un temporaneo equilibrio omeostatico nel comportamento.

Il quinto postulato afferma che le relazioni fra emozioni si possono rappresentare con un modello strutturale tridimensionale a forma di cono, come si vede nella figura seguente:

La dimensione verticale rappresenta l'intensità delle emozioni, la circonferenza definisce il grado di somiglianza fra emozioni, la polarità è rappresentata dalle emozioni opposte nel cerchio. Questo postulato include anche l'idea che alcune emozioni siano primarie e altre siano derivate o miste, nello stesso senso in cui esistono colori primari e colori misti. Sono stati pubblicati diversi studi che mostrano che il linguaggio delle emozioni si può rappresentare con un cerchio o modello circomplesso (Conte e Plutchik, 1981; Fisher, Heise e altri, 1985; Plutchik, 1980a; Russell, 1989; Wiggins e Broughton, 1985).

Il concetto di emozioni primarie e derivate porta al sesto postulato, il quale afferma che le emozioni sono collegate ad alcuni ambiti concettuali derivati, un'idea che è stata elaborata in parecchi modi diversi. Per esempio, è stato dimostrato che il linguaggio delle emozioni miste è identico al linguaggio dei tratti di personalità. L'ostilità è stata giudicata composta di rabbia e disgusto, la socievolezza un misto di gioia e accettazione, il senso di colpa una combinazione di piacere più paura. Sono state identificate le componenti emozionali di centinaia di tratti di personalità. Inoltre, vi sono ora prove precise che anche i tratti di personalità esibiscono una struttura circomplessa, esattamente come le emozioni (Conte e Plutchik, 1981; Russell, 1989; Wiggins e Broughton, 1985).

Si può estendere ulteriormente l'idea di derivati. Termini diagnostici quali depresso, maniacale e paranoide si possono interpretare come espressione estrema di emozioni fondamentali quali tristezza, gioia e disgusto. Vari studi hanno anche rivelato che il linguaggio delle diagnosi condivide anch'esso una struttura circomplessa con le emozioni (Schaefer e Plutchik, 1966).

Estendendo ancora il concetto di derivati, la nostra ricerca ha mostrato che anche il linguaggio delle difese dell'lo può essere concepito come collegato alle emozioni. Per esempio, lo spostamento può essere concepito come un modo inconscio di affrontare una rabbia che non si può esprimere direttamente senza essere puniti. Analogamente, la proiezione si può concepire come un modo inconscio di affrontare una sensazione di disgusto o rifiuto di sé stessi, attribuendo questa sensazione agli altri. Paralleli di questo tipo sono stati delineati per ognuna delle emozioni primarie e sono stati descritti in dettaglio da Kellerman (1979), Plutchik, Kellerman e Conte (1979) e Plutchik (1989)…

La teoria psicoevoluzionistica dell'emozione è stata utile sotto vari aspetti. Ha fornito un modello generale delle emozioni che è applicabile agli animali oltre che agli esseri umani. E’ economica, perché i medesimi presupposti hanno rilevanza e validità esplicativa per parecchi ambiti concettuali (affetti, personalità, difese, diagnosi). Ha previsto alcune nuove osservazioni che hanno ricevuto conferma empirica da struttura circomplessa di affetti, tratti di personalità, diagnosi e difese). Ha anche fornito qualche nuova conoscenza su temi specifici come le relazioni fra emozioni e motivazioni (Plutchik, 1980a), emozioni e cognizioni (Plutchik, 1977, 1985), emozioni ed empatia (Plutchik, 1987), emozioni e sogni (Kellerman, i987b), emozioni e processo primario (Kellerman, 1990). E, cosa non meno importante, ha fornito la cornice teorica per la costruzione di nuovi strumenti testistici per misurare gli affetti (Plutchik, 1966, 1971, 1989), la personalità (Plutchik e Kellerman, 1974), le difese dell'Io (Plutchik, Kellerman e Conte, 1979), gli stili di coping (Buckley, Conte e altri, 1984; Wilder e Plutchik, 1982) e la psicoterapia (Kellerman, 1979; Plutchik, 1990)".

La teoria di J. Panksepp

In Affective Neuroscience (1998), Jaan Panksepp riconduce le emozioni a quattro sistemi - "ricerca" (seeking), "rabbia" (rage), "paura" (fear), "panico" (panic)."

"Il sistema di ricerca

A lungo conosciuto come il sistema della "ricompensa", il sistema di ricerca (seeking) può essere anche associato con termini quali "curiosità", "interesse" e "aspettativa" (o ancora "anticipazione"). Tale sistema fornisce un'attivazione (arousal) e un'energia che stimola il nostro interesse per il mondo intorno a noi. Dal punto di vista percettivo, soddisfa l'aspettativa generata dal sentimento che accadrà qualcosa di "buono" se esploriamo l'ambiente o interagiamo con gli oggetti. Dal punto di vista motorio, promuove i comportamenti esplorativi, come la ricerca del cibo.

Il comportamento di ricerca varia in certa misura da specie a specie, e dipende pure dal tipo di bisogno presente. Il bisogno che, istante per istante, attiva il sistema, promuove tipicamente azioni quali l'annusare, il toccare, l'esplorazione orale. Il sistema è intensamente attivato durante l'eccitazione sessuale e altri stati appetitivi (per esempio, la fame, la sete: perfino il desiderio di una sigaretta).' L'attivazione del sistema è associata pure con i giochi, specialmente per i bambini quelli implicanti "lotte e ruzzoloni", e con alcune forme di aggressività (particolarmente, con quella predatoria, nota anche come aggressività "fredda").

Le cellule d'origine del sistema di ricerca sono localizzate nell'area tegmentale ventrale. Gli assoni di queste cellule attraversano (cioè, si mettono in contatto sinaptico

con) l'ipotalamo dorso-laterale, per portarsi al nucleus accumbens, dove termina la maggior parte degli assoni stessi. Essi, inoltre, si portano ancor più su, verso il giro del cingolo anteriore e le altre aree corticali dei lobi frontali, mentre verso il basso si dirigono all'amigdala (nel lobo temporale).

Il neurotrasmettitore di comando di questo sistema è la dopamina (il sistema di ricerca fa parte del sistema dopaminergico DA - mesocorticale-mesolimbico).

"A che cosa serve il sistema di ricerca? Come suggerisce il nome, si potrebbe pensare che esso ricerchi l'oggetto specifico di un bisogno in corso, una volta che quest'ultimo sia stato determinato dai rilevatori del bisogno. La realtà è un po' più complessa: sembra che il sistema di ricerca stesso non sappia ciò che sta cercando (in termini psicoanalitici, si potrebbe dire che esso è "senza l'oggetto"). Pare che il sistema di ricerca si "accenda" esattamente allo stesso modo indipendentemente dalla fonte di accensione e che, una volta attivato, esso si limiti a "esaminare" ogni cosa in modo aspecifico. Tutto quello che esso sembra sapere è che il "qualcosa" che esso vuole è "lì fuori". Un sistema aspecifico come questo non può, di per sé, soddisfare i bisogni di un animale. Deve interagire con altri sistemi. La modalità operativa del sistema di ricerca è pertanto incomprensibile, se non si fa riferimento ai sistemi di memoria cui esso è intimamente connesso. Questi sistemi forniscono le rappresentazioni degli oggetti (e le interazioni passate tra il Sé e tali oggetti) e garantiscono all'organismo l'apprendimento dall'esperienza. Uno dei compiti più "di base" che tali sistemi combinati devono eseguire è quello di distinguere quali oggetti nel mondo esterno posseggano le proprietà specifiche che mancano all'ambiente interno quando un particolare rilevatore di bisogno si "accende". Come ogni altro sistema di apprendimento, anche questo richiede un meccanismo di "ricompensa". Panksepp definisce tale estensione del sistema di ricerca sistema del piacere.

Il sistema del piacere L'identificazione del sottosistema del piacere (lust) ha una storia lunga, come è testimoniato dal fatto che è stato chiamato, volta per volta, sistema "del piacere", "della ricompensa" o "del rinforzo". Sono termini che rivelano che la funzione del sistema in oggetto è legata alla gratificazione - cioè alla consumazione degli appetiti che attivano il sistema di ricerca. Da un punto di vista percettivo, tale sistema genera i sentimenti di piacere e di godimento, del tipo "E questo che mi fa sentire bene! ". Da un punto di vista motorio, tale sistema spegne i comportamenti appetitivi e li sostituisce con comportamenti consumatori (vi sarebbe, quindi, una relazione inversamente proporzionale tra l'attivazione del sistema di ricerca e quella del sistema del piacere). Come i comportamenti di ricerca, i comportamenti consumatori sono programmi d'azione complessi su base riflessa, che variano in qualche modo tra le diverse specie (oltre che tra i sessi) e anche tra i diversi bisogni esistenti. Questi schemi di comportamento istintuali vengono automaticamente rilasciati quando l'oggetto di un bisogno biologico viene alla fine raggiunto: il gatto assetato lecca il latte, il cane maschio sessualmente eccitato assume un comportamento di spinta ritmica con il suo pene, e così via.

Il sistema del piacere è formato da un gruppo complesso di strutture che originano dall'ipotalamo e che sono collocate per la maggior parte nel prosencefalo basale, vicino alla principale terminazione delle proiezioni ascendenti del sistema di ricerca (vedi la figura 4.4). Le parti più critiche di queste strutture sembrano essere alcune sezioni della regione del setto e dei nuclei ipotalamici (principalmente l'area preottica). La stimolazione di queste strutture (negli umani) produce sensazioni simili all'orgasmo. Il sistema termina nel GPA (cioè, il grigio periacqueduttale), che è, presumibilmente, il sito in cui le sensazioni di piacere sono di fatto generate o "percepite" (vale a dire, la zona in cui i centri del piacere esercitano la loro influenza sui corpo virtuale del SELF prinario). Il neuromodulatore di comando (che è in realtà un neuropeptide) di questo sistema è l'endorfina."

"Il sistema della rabbia

Più di altri sistemi, il sistema della rabbia (rage, o della "rabbia-collera", anger-rage) è attivato da stati di frustrazione, gli stati che si producono quando vengono ostacolate le azioni finalizzate a una meta biologicamente rilevante. Il doppio termine "rabbia-collera" è impiegato per denotare la specificità distato dei sentimentilegati all'eccitazione ditale sistema. Tale termine è infatti specifico, in quanto non tutti i comportamenti aggressivi sono attivati dal sistema della rabbia. I neurobiologi distinguono tra due (per qualcuno anche tre) tipi di aggressività. Il sistema della rabbia è associato con uno solo di questi: la cosiddetta aggressività "calda". L'aggressività "fredda", prevalentemente legata al comportamento predatorio, ha poco a che fare con sentimenti di rabbia o ira. Piuttosto, ha a che fare con la ricerca stimolata da uno specifico appetito istintuale, ed è pertanto spinta dal sistema dopaminergico descritto precedentemente. Il terzo tipo di aggressività sarebbe quello legato al comportamento di dominanza maschile. I neurobiologi classificano tale tipo di aggressività insieme con le "emozioni sociali", alcune delle quali verranno discusse più avanti. Il fatto che l'aggressività presenti almeno due diversi substrati neurali ha alcune importanti implicazioni per la psicopatologia (in particolare, per la psicologia forense e la psichiatria). Ecco un altro campo in cui sarà possibile in futuro una feconda ricerca, frutto di collaborazione tra studiosi di formazione diversa.

I sentimenti di rabbia-ira (l'aspetto percettivo di questo sistema) liberano programmi motori stereotipati, associati con il "combattimento", con la notissima risposta "di attacco" (contrapposta a quella di "fuga"). La risposta di attacco è anche chiamata comportamento "di attacco affettivo". Esternamente, essa si presenta sotto forma di una smorfia facciale e/o con il digrignar di denti, il tutto solitamente accompagnato dall'emissione di un verso che convoglia l'aggressività (come, per esempio, il ringhiare). Il corpo adotta una postura tipica, con gli arti sistemati su una base allargata, e con gli artigli (o i pugni!) protesi. Internamente, avviene una serie di modificazioni nel sistema nervoso autonomo - come l'aumento della frequenza cardiaca e la ridistribuzione dell'afflusso sanguigno alla muscolatura scheletrica, che è necessaria per le situazioni di "azione" violenta (il tutto a spese del flusso diretto nel sistema digestivo, irrilevante ai fini delle azioni) - che permettono all'animale di impegnarsi al meglio nella lotta contro l'avversario.

Queste modificazioni sono regolate dalle proiezioni dirette dall'amigdala al GPA. Come è stato mostrato sopra, l'amigdala (situata nel lobo temporale) è una delle proiezioni terminali del sistema di ricerca ed è costituita da un numero di nuclei differenti. La struttura chiave coinvolta nell'innesco della rabbia-ira è il nucleo mediale del complesso amigdaloideo. Questo sistema passa attraverso il nucleo del setto della stria terminale e all'ipotalamo (anteriore, ventromesiale e perifornicale), prima che, come accade per tutti gli altri sistemi di comando delle emozioni di base, mandi stimoli verso il basso al GPA (in particolare al grigio periacqueduttale dorsale).

Diversamente dal sistema di ricerca, questo sistema è attivato solo sporadicamente. Comunque, quando esso viene tonicamente attivato a un basso livello, per descrivere i suoi effetti è possibile usare il termine di "irritazione". Come la rabbia-collera, l'irritazione è usualmente causata dalla frustrazione delle attività finalizzate a una meta bíologicamente importante. L'individuo prova un'irritabilità di fondo, e il residuo delle uscite motorie del sistema si manifesta in comportamenti come fare il broncio c/o nella tensione della muscolatura, specialmente delle mani. Tale forma di attivazione cronica a basso livello del sistema di rabbia-ira, che può costituire la base d'innesco del sistema in un attacco affettivo pienamente espresso, sembra essere una conseguenza dello stress della vita odierna (forse, particolarmente pronunciato soprattutto nelle grandi città)."

"Il sistema della paura

Il secondo sistema di comando delle emozioni negative è probabilmente, tra tutti, il sistema studiato più approfonditamente (per una rassegna vedi LeDoux, 1996). Dal punto di vista percettivo, esso genera sentimenti di paura-ansietà; dal punto di vista motorio determina la risposta di "fuga". Come i substrati diversi dell'aggressività "calda" e "fredda" ci hanno

insegnato a distinguere tra forme diverse di violenza, i neuroscienziati hanno imparato a distinguere l'ansia da paura dall'ansia da panico (o angoscia da separazione; fino a un certo punto, la differenza tra queste due varietà di angoscia corrisponde alla distinzione psicoanalitica tra angoscia "paranoide" e angoscia "depressiva"). Le benzodiazepine (tranquillanti minori come il diazepam) sono efficaci nel ridurre l'ansia da paura, attraverso l'aumento dell'inibizione del GABA su taluni recettori. L'angoscia da panico, per contrasto, risponde principalmente ai farmaci antidepressivi. Come il sistema della rabbia, il sistema della paura è centrato sull'amigdala e sulle sue connessioni (vedi la figura 4.6). I nuclei laterale e centrale del complesso amigdaloideo sono il cuore di questo sistema (l'equilibrio tra le risposte di "attacco" e le risposte di "fuga" è all'apparenza determinato dalle interazioni tra le parti mediali e latero-centrali dell'amigdala). Da lì, il circuito proietta attraverso l'ipotalamo - nelle sue parti mediale e anteriore - prima della sua terminazione nel CPA dorsale del tronco dell'encefalo, dove possiamo situare la genesi delle sensazioni in questione (ovvero, si potrebbe dire, dove avviene la "percezione" da parte del SELF) e da dove poi vengono rilasciati i programmi motori.

I vantaggi evolutivi di questo sistema sono quelli che ci permettono di sfuggire rapidamente a situazioni pericolose e servono a evitare tali situazioni in futuro."

"Il sistema del panico

Il sistema del panico (o dell'angoscia da separazione) è associato non solo con l'ansia da panico, ma anche con i sentimenti di perdita e di sconforto. Ciò fornisce delle evidenze neuroscientifiche per un legame, che gli psicoanalisti hanno riconosciuto da molto tempo, tra gli attacchi di panico, l'ansia da separazione e le manifestazioni a carattere depressivo. L'operatività del sistema del panico è risultata intimamente connessa con i processi della socializzazione e con quelli propri delle cure genitoriali, per ragioni individuabili nella neurochimica di questo sistema e nel modo in cui esso è programmato per funzionare.

Il cuore del sistema dell'angoscia da separazione è il giro anteriore del cingolo, che ha connessioni estese con vari nuclei talamici, ipotalamici e altre strutture (vedi la figura 4.7), tra cui il nucleo del setto della stria terminale, l'ipotalamo della zona preottica e l'area tegmentale-ventrale. E noto come questi siti siano di grande importanza per il comportamento materno e sessuale nei mammiferi inferiori. Come in tutti i sistemi di comando delle emozioni di base, vi sono connessioni ulteriori da queste regioni al GPA (ventrale).

La neurochimica di questo sistema è dominata dagli oppioidi endogeni. Vi sono anche alcune evidenze sperimentali che l'ossitocina e la prolattina hanno un ruolo centrale nelle operazioni del sistema...

La stimolazione di alcune di queste strutture (negli esseri umani) è stata associata all'innesco improvviso di attacchi di panico, e perfino - almeno in un caso - al manifestarsi di una patologia depressiva classica - in grado, cioè, di soddisfare tutti i criteri del DSM-IV per la depressione)"

"Non basta avere (soltanto) quattro spinte emozionali - ricerca, rabbia, paura, panico - abbinate a una serie di comportamenti stereotipati e automatici, per gestire e affrontare l'enorme complessità della vita quotidiana dei mammiferi. Il mondo è incommensurabilmente imprevedibile; quindi, risulta necessario modulare e regolare di conseguenza sia noi stessi sia le nostre risposte.

E' per questo che tutti i sistemi di comando delle emozioni di base sin qui discussi sono (in gradi variabili nelle diverse specie ma a un livello molto elevato negli esseri umani) aperti all'influenza dei meccanismi di apprendimento. In altre parole, sebbene questi sistemi siano innati, non sono "predeterminati" (hard-wired) al punto da essere immodificabili. Al contrario, sembrano essere espressamente predisposti con dei "vuoti" che possono essere riempiti dall'esperienza della vita (in particolare dalle esperienze precoci)."

La teoria di J. LeDoux

La premessa da cui muove l’analisi di LeDoux (Il Cervello emotivo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003) è un po’ trionfalistica:

“Sono convinto che le emozioni siano delle funzioni biologiche del sistema nervoso e che trovare come siano rappresentate nel cervello ci aiuti a capirle. E’ radicalmente diverso dalla prospettiva in cui le emozioni vengono studiate come degli stati psicologici, indipendenti dai meccanismi cerebrali sottostanti. Le ricerche psicologiche sono state preziosissime, ma studiare le emozioni in quanto funzioni cerebrali ci porta molto più lontano.” (p. 14)

Dove porta la neurobiologia delle emozioni è, per l’appunto, il tema del saggio.

Nell’introduzione, LeDoux espone le tematiche che intende prendere in considerazione. Le più importanti sono le seguenti:

“Il corretto livello di analisi di una funzione cerebrale è quello al quale questa è rappresentata nel cervello…

Le varie emozioni sono mediate da sistemi neurali distinti, evolutisi per motivi diversi…

I sistemi cerebrali che generano dei comportamenti emotivi si sono conservati attraverso molte tappe della storia evolutiva. Tutti gli animali, noi compresi, devono soddisfare certe condizioni per sopravvivere e obbedire all'imperativo biologico di trasmettere i propri geni alla discendenza…

Quando i sistemi [emozionali] agiscono in un animale dotato di consapevolezza, si producono sentimenti emotivi coscienti. Negli umani ciò avviene sicuramente, mentre non si sa fino a che punto altri animali abbiano questa capacità…

I sentimenti coscienti che ci fanno conoscere e amare od odiare le nostre emozioni portano la ricerca scientifica fuori pista. Sembra assurdo: che cos'è un'emozione dopotutto, se non un sentimento cosciente? Se eliminiamo dalla paura il registro soggettivo, non resta granché dell'esperienza del pericolo. Cercherò invece di convincervi che è un'idea sbagliata, che nell'esperienza emotiva c'è molto di più di quanto sappia la mente…

Se davvero i sentimenti e le reazioni emotive sono dovuti all'attività di un sistema sottostante comune, allora si possono utilizzare le reazioni che possono essere misurate oggettivamente per indagare sul meccanismo sottostante e, nel contempo, per gettare luce sul sistema responsabile della generazione dei sentimenti coscienti. E siccome il sistema cerebrale che li genera è simile negli animali e nelle persone, le ricerche sul controllo di tali reazioni nel cervello degli animali sono preziosissime per capire i meccanismi che generano i sentimenti emotivi nelle persone. Perciò la ricerca sugli animali è insieme utile e necessaria per capire le emozioni nei cervello umano; assolutamente necessaria poi, dato che gran parte dei disturbi mentali sono dei disturbi emotivi...

Le emozioni sono cose che ci capitano e che non possono venire generate «a comando». Quello che possiamo fare è disporre gli elementi esterni perché presentino degli stimoli capaci di innescare automaticamente le emozioni. In altre parole, creiamo, non delle emozioni, ma delle situazioni in grado di modularle (andando al cinema, al luna-park, facendo una buona cena, consumando alcol e altre droghe per uso ricreativo). Non abbiamo quasi nessun controllo diretto sulle nostre risposte emotive: chiunque abbia provato a fingere un'emozione o sia stato il destinatario di un'emozione finta sa che il tentativo fallisce sempre. Pur avendo noi uno scarso controllo cosciente delle nostre emozioni, queste possono, al contrario, ampliare la nostra coscienza: infatti, in questo preciso momento della nostra storia evolutiva, i circuiti cerebrali sono tali che le connessioni tra sistemi emotivi e sistemi cognitivi sono più robuste di quelle che fanno il percorso opposto….

Le emozioni, una volta che sono state provate, diventano il movente di comportamenti futuri. Dettano le azioni da fare all'istante e insieme veleggiano verso mete lontane. Ci possono anche mettere nei guai. Quando la paura diventa ansia, quando il desiderio lascia il posto all'avidità, o il fastidio alla rabbia, la rabbia all'odio, l'amicizia all'invidia, l'amore all'ossessione o il piacere a una forma di dipendenza, le emozioni cominciano a remarci contro. Ci vuole igiene emotiva per conservare la salute mentale, e i disturbi mentali riflettono per lo più un ordine emotivo infranto. Le emozioni possono avere conseguenze utili, ma anche patologiche.” (pp. 18-22)

Almeno due aspetti di queste tematiche appaiono discutibili. Il primo fa riferimento al significato adattivo delle emozioni, attestato dal fatto che esse sono state selezionate e si sono mantenute in varie specie sino all’uomo. Quel significato è fuori di dubbio, ma, con la comparsa dell’uomo, le cose si sono alquanto complicate. LeDoux stesso riconosce che le emozioni umane possono assumere stati di turbolenza le cui conseguenze sono disfunzionali, patologiche più che funzionali. La potenziale disfunzionalità delle emozioni è una circostanza che concerne solo gli esseri umani, e non è poca cosa.

Il gradualismo evolutivo implicito nell’ideologia adattamentista delle emozioni porta poi LeDoux a sostenere che siccome i sistemi cerebrali dei mammiferi sono simili, dallo studio degli animali si possono ricavare conclusioni valide anche per gli esseri umani. L’assunto è opinabile. Anche considerando solo il sistema della paura, quello cui LeDoux ha dedicato gran parte delle sue ricerche, le differenze sono evidenti. La paura negli animali è un sistema di segnalazione di un pericolo in atto o immediatamente prevedibile, che pone in essere risposte automatiche di difesa. Anche l’uomo ha reazioni di paura difensive in rapporto a situazioni oggettivamente pericolose. La paura umana, però, si declina su di un registro che, come attestano per esempio le fobie o gli attacchi di panico, non sono né contingenti né realistiche.

Parlare a riguardo di un condizionamento è un comodo modo di dire, ma non sembra in alcun modo offrire un’interpretazione del fenomeno.

Indubbio merito di LeDoux è di avere rivendicato l’autonomia funzionale dei sistemi emozionali rispetto a quelli cognitivi.

Egli scrive:

“Le scienze cognitive hanno trascurato le emozioni, ma gli scienziati che le studiano non hanno affatto ignorato la cognizione, anzi. Gli psicologi, sedotti dal fascino intellettuale e dall'entusiasmo suscitato dalle scienze cognitive, hanno tentato a lungo di spiegare le emozioni in termini di processi cognitivi: secondo loro, non sarebbero molto diverse dalla cognizione, sarebbero soltanto dei pensieri sulle situazioni in cui ci troviamo. Hanno così ottenuto alcuni successi, anche se pagati a caro prezzo. Nel barattare la passione dell'emozione con i pensieri suscitati da quest'ultima, le teorie cognitive hanno trasformato le emozioni in stati mentali freddi e inerti. Spogliate dalla furia e dal rumore, le emozioni intese come cognizione non significano più niente, o comunque niente di emozionante. Grondano sangue, sudore e lacrime, ma dagli studi cognitivi moderni fatichereste ad accorgervene.” (p. 45)

Anche i tentativi più recenti di ricondurre le emozioni nella cornice del cognitivismo in virtù del fatto di sottolineare le componenti valutative implicite nelle emozioni è, secondo LeDoux, poco valido:

“Secondo me, le teorie della valutazione sono arrivate molto vicine al vero: la valutazione di uno stimolo è chiaramente il primo passo per dare inizio a un episodio emotivo. Avviene inconsciamente. L'emozione implica delle tendenze all'azione e delle risposte fisiche oltre a esperienze coscienti. Quelle teorie tuttavia hanno imboccato due bivi sbagliati lungo la strada verso una comprensione della mente emotiva. Innanzitutto, hanno basato la conoscenza dei processi di valutazione su quanto dicevano i soggetti, su riflessioni introspettive verbalizzate, mentre […] l'introspezione non dà una visione affidabile dei funzionamenti mentali, anzi: spesso indica che non sappiamo affatto perché proviamo certi sentimenti. E poi le teorie della valutazione hanno dato troppo peso al contributo dei processi cognitivi, cancellando così la differenza tra emozione e cognizione.” (p. 53-54)

E’ importante, secondo LeDoux, prendere atto che gran parte delle emozioni scorrono al di furoi della coscienza:

“Quanto sia inappropriato un approccio alle emozioni basato soltanto o principalmente sugli aspetti della mente accessibili con l'introspezione risulta dal fatto messo in luce dagli studi sperimentali appena descritti: gran parte dell'elaborazione emotiva si produce (o può prodursi) inconsciamente.

Inoltre, le nostre emozioni ci lasciano spesso perplessi. I processi di valutazione accessibili consciamente non possono essere il modo, non l'unico almeno, in cui funziona il cervello emotivo. Anche quando siamo coscienti dell'esito di una valutazione emotiva (per esempio quando sappiamo che qualcuno non ci piace), non vuoi dire che capiamo consciamente il motivo della valutazione (non sappiamo perché non ci piaccia).

L'esito cosciente si può basare su intuizioni non verbalizzate, “viscerali” invece che su un insieme verbalizzabile di proposizioni. (p. 67-68)

“Senza voler negare che la gente sia consapevole di certe cose, o che agisca consciamente, credo che molte cose che facciamo, comprese la valutazione del significato emotivo degli accadimenti della nostra vita e l'espressione degli atteggiamenti emotivi in risposta a tale valutazione, non dipendano dalla coscienza e nemmeno da processi ai quali abbiamo per forza accesso.” (p. 68-69)

Il riferimento agli aspetti inconsci dell’attività emozionale, che solo raramente si traducono in sentimenti percepiti coscientemente, è un tema costante del saggio, ed è ribadito più volte:

“Il significato emotivo di uno stimolo può essere valutato dal cervello prima che i sistemi percettivi abbiano finito di elaborarlo. E pertanto possibile che il cervello sappia se è buono o cattivo prima ancora di sapere di che cosa si tratta.

I meccanismi cerebrali attraverso i quali i ricordi del significato emotivo degli stimoli vengono registrati, immagazzinati e recuperati, sono diversi da quelli attraverso i quali i ricordi cognitivi di tali stimoli vengono elaborati. Se i primi di questi meccanismi vengono danneggiati, uno stimolo con un significato emotivo appreso non suscita delle reazioni emotive; se vengono danneggiati i secondi, non riusciamo a ricordare quando abbiamo visto lo stimolo, perché eravamo là e chi eravamo allora.

I sistemi che producono le valutazioni emotive sono direttamente collegati con quelli implicati nel controllo delle reazioni emotive. Una volta fatta la valutazione, le reazioni si producono automaticamente. Al contrario, i sistemi implicati nell'elaborazione cognitiva non sono così strettamente abbinati ai sistemi di controllo delle reazioni. L'elaborazione inconscia si caratterizza per la flessibilità delle reazioni, in base all'elaborazione; la cognizione ci offre delle scelte. Al contrario, l'attivazione dei meccanismi di valutazione restringe la gamma delle risposte disponibili alle poche alternative che l'evoluzione, nella sua saggezza, ha collegato a un particolare meccanismo. Il legame tra meccanismi di valutazione e risposte specifiche è quello che caratterizza le emozioni specifiche.

Il legame tra meccanismi di valutazione e sistemi di controllo delle risposte fa sì che una volta che i primi hanno identificato un evento significativo, un insieme di risposte appropriate verrà programmato e spesso anche eseguito. Ecco perché le sensazioni fisiche accompagnano spesso la valutazione e quando ciò avviene, sono parte dell'esperienza cosciente dell'emozione. Siccome l'elaborazione cognitiva non è legata così prepotentemente alle risposte, è meno probabile che delle sensazioni fisiche intense si accompagnino al semplice fatto di pensare.” (p. 72-73)

L’autonomia relativa delle emozioni rispetto ai processi cognitivi è dovuta al fatto che, mentre questi ultimi si sono sviluppati con l’uomo, le emozioni umane sono l’eredità di una lunga evoluzione:

“Per alcune funzioni mentali come il linguaggio, i teorici dell'evoluzione devono risolvere il problema di come la funzione si sia sviluppata negli esseri umani. La nostra specie sembra l'unica, fino a oggi, dotata di un linguaggio naturale, e vorrebbero sapere da dove si sia evoluto, e quali fasi intermedie abbia attraversato il cervello durante il passaggio dai primati non parlanti ai primati parlanti.

Nel caso delle emozioni, il problema è un altro: contrariamente a certi umanisti, non credo che siano esclusivamente umane. Anzi, sono convinto che certi sistemi emotivi del cervello siano sostanzialmente uguali in molti vertebrati - mammiferi, rettili, uccelli, e forse anche anfibi e pesci... Invece di confrontarci con l'unicità dell'emozione umana, dobbiamo studiare come l'evoluzione abbia caparbiamente mantenuto le funzioni emotive in tutte le specie, pur cambiando molte altre funzioni cerebrali e molti caratteri fisici.” (p. 109)

All’autonomia dai processi cognitivi, che però induce LeDoux ad avallare l’ideologia adattamentista, corrisponde anche una relativa autonomia dei diversi sistemi emozionali, che sono evoluti per risolvere problemi diversi inerenti la conservazione e la riproduzione dell’individuo:

“L'ipotesi di lavoro più praticabile, mi sembra, è che diverse classi di comportamento emotivo rappresentino funzioni diverse che si occupano di diversi problemi dell'animale, e ai quali sono dedicati sistemi cerebrali diversi. Se è così, emozioni distinte vanno studiate in quanto unità funzionali distinte.

Al livello neurale, ogni unità emotiva va considerata come un insieme di segnali in entrata, un meccanismo di valutazione, e un insieme di segnali in uscita. Il meccanismo di valutazione è programmato dall'evoluzione per captare determinati segnali in entrata, o stimoli scatenanti, essenziali per il funzionamento della rete. Li chiameremo «inneschi naturali ». La vista di un predatore ne è un buon esempio. Non è insolito che una specie-preda riconosca i propri predatori vedendoli per la prima volta: l'evoluzione ne ha programmato il cervello perché certe caratteristiche del predatore - aspetto, suoni, odori - siano automaticamente valutate come una fonte di pericolo. Ma il meccanismo di valutazione ha anche la capacità di imparare stimoli che tendono a essere associati alla comparsa degli inneschi naturali, e anche di prevederli. Li chiameremo «inneschi appresi». Sono, per esempio, il posto dove un predatore è stato visto per l'ultima volta, o il rumore che faceva mentre si avventava sulla preda. Quando il meccanismo di valutazione riceve segnali d'innesco dell'uno o dell'altro tipo, libera certi modelli di risposta dimostratisi utili nelle situazioni che, negli animali ancestrali, hanno ripetutamente attivato il meccanismo di valutazione. Queste reti si sono evolute perché collegano gli stimoli d'innesco con le risposte più capaci di mantenere in vita l'organismo. E siccome problemi di sopravvivenza diversi hanno stimoli d'innesco diversi e richiedono reazioni diverse, a ognuno è dedicato un sistema neurale diverso.” (p. 131)

Tra i vari sistemi emozionali, le ricerche di LeDoux si sono focalizzate sul sistema della paura in quanto atavico e fondamentale, vale a dire presente in tutti gli animali dotati di capacità emozionale. Egli ha il merito di avere illuminato il ruolo dell’amigdala, “una piccola regione del proencefalo, così chiamata dai primi anatomisti per la sua forma a mandorla” (p. 163), che appartiene al cosiddetto sistema libico.

Attraverso le ricerche sui ratti, LeDoux ha scoperto varie cose interessanti. La prima è che gli stimoli emotivi raggiungono l’amigdala attraverso due vie: alcuni stimoli vanno direttamente dal talamo all’amigdala (via bassa), altri vanno dal talamo alla corteccia sensoriale e da questa all’amigdala (strada alta). La prima via è enormemente più veloce della seconda, anche se molto più rozza e meno discriminativa. Il significato di queste due vie è evidente:

“Il fatto che l’apprendimento emotivo possa venire mediato da percorsi che aggirano la corteccia è intrigante: suggerisce che le risposte emotive possono avvenire senza coinvolgere i sistemi di elaborazione superiore del cervello che dovrebbero essere coinvolti nel pensiero, nel ragionamento e nella coscienza.” (p. 167)

La via bassa ha una sue precisa funzione, in quanto “dal punto di vista della sopravvivenza, è meglio reagire a delle circostanze potenzialmente pericolose come se lo fossero davvero che non reagire affatto. A lungo termine, confondere un bastone con un serpente costa meno del contrario.” (p. 171)

La funzione emozionale dell’amigdala è univoca:

“In tutte le specie nelle quali esiste, l'amigdala svolge la stessa funzione: si occupa delle risposte di paura. Non è la sua unica funzione ma è sicuramente una delle più importanti e delle più antiche; risale a milioni di anni fa, almeno ai tempi in cui i dinosauri regnavano sulla Terra, e l'evoluzione l'ha conservata nelle diverse specie. La difesa contro il pericolo è forse la priorità assoluta di un organismo, e nei principali gruppi di vertebrati - rettili, uccelli e mammiferi - che sono stati studiati, il cervello svolge questa funzione in base a un progetto architettonico comune.

II comportamento di difesa contro il pericolo varia enormemente da una specie all'altra, eppure il ruolo dell'amigdala rimane costante; è proprio la corrispondenza neurale tra le specie che consente a comportamenti differenti di avere la stessa funzione evolutiva in animali diversi. L'equivalenza funzionale e la corrispondenza neurale valgono per molti cervelli di vertebrati, umani compresi. Quando si tratta di percepire il pericolo e di reagire, il cervello non è molto cambiato: in un certo senso, siamo delle lucertole emotive. Posso affermare tranquillamente che lo studio delle reazioni di paura dei ratti ci dà molte informazioni sui meccanismi della paura presenti nel nostro cervello.

Attraverso l'amigdala e le sue connessioni in entrata e in uscita, il cervello è programmato per percepire i pericoli, sia quelli che facevano parte dell'esperienza quotidiana dei nostri antenati che quelli che ognuno di noi deve imparare per conto proprio, per produrre le risposte protettive più efficaci tenuto conto del nostro fisico e delle antiche condizioni ambientali in cui tali risposte sono state selezionate.

Le risposte pronte per l'uso sono state plasmate dall'evoluzione e si producono automaticamente o, come ha sottolineato Darwin, involontariamente, prima ancora che il cervello si metta a pensare al da farsi.” (p. 180-181)

L’amigdala fa parte di un sistema complesso. Essa è “un mozzo nella ruota della paura” (p. 177). Infatti: “riceve segnali da un'ampia gamma di elaborazioni cognitive. Attraverso i segnali in arrivo dalle aree sensoriali del talamo, le sue funzioni emotive possono essere innescate da stimoli di basso livello, mentre i segnali provenienti dai sistemi di elaborazione della corteccia sensoriale (in particolare dalle ultime tappe dell'elaborazione entro detti sistemi) consente a certi aspetti più complessi dell'elaborazione dello stimolo (oggetti ed eventi) di attivare l'amigdala. I segnali provenienti dall'ippocampo hanno una parte importante nello stabilire il contesto emotivo. Inoltre, l'ippocampo e le aree affini della corteccia (comprese quelle rinali o transizionali) sono coinvolte nella formazione e nel richiamo dei ricordi espliciti e i segnali provenienti da tali aree all'amigdala possono far sì che le emozioni siano innescate da questi ricordi. La corteccia mediale prefrontale è coinvolta nel processo chiamato «estinzione», con il quale la capacità degli stimoli della paura condizionata di suscitare delle risposte viene indebolita dall'esposizione ripetuta allo stimolo condizionato, in assenza dello stimolo incondizionato. I segnali inviati dalla corteccia mediale prefrontale all'amigdala sembrano contribuire a questo processo. Sapendo quali aree corticali proiettano informazioni verso l'amigdala e conoscendo le funzioni alle quali partecipano, possiamo prevedere come queste funzioni contribuiscano alle reazioni di paura. In altre parole, l'anatomia può illuminare la psicologia.” (p. 177)

Il funzionamento complessivo del sistema è legato alla memoria:

“Si ritiene oggi che il cervello contenga molteplici sistemi di memoria. La memoria cosciente, dichiarativa o esplicita, è mediata dall'ippocampo e dalle aree corticali connesse, mentre le diverse forme di memoria inconscia o implicita sono mediate da altri sistemi. Un sistema di memoria implicita è quello della memoria emotiva (paura) che comprende l'amigdala e le aree collegate. In situazioni traumatiche, il sistema implicito e quello esplicito funzionano in parallelo. In seguito, l'esposizione agli stimoli presenti durante il trauma può riattivare entrambi i sistemi. Attraverso il sistema dell'ippocampo, ricordate con chi eravate e cosa facevate durante il trauma, e anche il fatto nudo e crudo che la situazione era atroce. Attraverso il sistema dell'amigdala, gli stimoli provocheranno tensione muscolare, variazioni della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca, il rilascio di ormoni e altre risposte fisiologiche e cerebrali. Siccome i sistemi sono attivati dagli stessi stimoli e funzionano contemporaneamente, i due tipi di memoria sembrano far parte di un'unica funzione della memoria.” (p. 209)

I due sistemi di memoria sono ovviamente intrecciati funzionalmente tra loro:

“L’attività del sistema della memoria esplicita nell’ippocampo risulta nella consapevolezza del sapere o delle esperienze immagazzinate. L’attività dell’amigdala risulta nell’espressione di risposte emotive (di difesa). Ma diventiamo coscienti anche di essere emotivamente eccitati e questo ci consente di fondere, nella coscienza, i ricordi espliciti di situazioni passate e l’eccitazione emotiva immediata. In questo modo i nuovi ricordi espliciti che si formano a proposito di ricordi passati possono prendere anch’essi una tonalità emotiva.” (p. 211)

Sulla base di questi presupposti, nel capitolo 8 (Il lato selvaggio), LeDoux affronta le disfunzioni del sistema della paura che, a livello umano, coincidono con i molteplici fenomeni legata all’ansia patologica.

Il presupposto di fondo delle interpretazioni fornite è il seguente:

“Nei primi anni Settanta, Martin Seligman, uno psicologo sperimentale che conduceva delle ricerche sulla paura condizionata negli animali, indicò alcune clamorose differenze tra l'ansia umana e la paura condizionata in laboratorio. Sottolineava il fatto che il condizionamento all'evitamento scompariva rapidamente quando la risposta di evitamento dell'animale era bloccata e non c'erano alternative di fuga o di evitamento. Infatti il ratto di Miller saltava sopra l'ostacolo se sentiva il cicalino anche quando la scossa elettrica non entrava in funzione; ma non aveva mai avuto l'occasione di scoprire se era in funzione o meno, perché saltava comunque. Seligman faceva notare, giustamente, che se l'ostacolo viene sostituito da una parete, il che rende impossibile la risposta di evitamento, il ratto impara presto che il suono del cicalino non è più seguito da una scossa elettrica e comincia a ignorarlo. Se poi al posto della parete viene rimesso l'ostacolo, il ratto si guarda bene dal saltarlo. Obbligare il ratto ad accorgersi che il cicalino non annuncia più il pericolo estingue la paura e porta all'estinzione della risposta nevrotica di evitamento. Al contrario, non si aiuta certo una persona che soffre di agorafobia dicendogli che nessuno è mai caduto inavvertitamente dall'Empire State Building e che una volta arrivato in cima starà benone, o costringendola a salirci per dimostrarlo. Anzi, può aggravare la sua paura. Le fobie umane sembrano più resistenti all'estinzione delle paure condizionate degli animali.

La differenza, secondo Seligman, sta nel fatto che mentre gli esperimenti di laboratorio usano degli stimoli arbitrari e privi di significato (lampi di luce o cicalini), le fobie riguardano di solito delle categorie specifiche e molto significative di oggetti e di situazioni, come insetti, serpenti, alture; forse siamo stati preparati dall'evoluzione a imparare alcune cose meglio di altre, e questi casi di apprendimento dovuti a degli impulsi biologici sono quelli più potenti e duraturi. Da questo punto di vista, le fobie rifletterebbero la nostra predisposizione evolutiva a imparare a riconoscere il pericolo e a trattenere saldamente l'informazione appresa.

In un ambiente relativamente stabile, si può scommettere che i pericoli che una data specie corre cambiano lentamente. Perciò, avere un mezzo preconfezionato per imparare rapidamente a riconoscere i pericoli che già minacciavano i nostri antenati, e gli antenati dei nostri antenati, è utile in generale. Ma siccome il nostro ambiente è diversissimo da quello in cui vivevano i primi esseri umani, la nostra predisposizione genetica a imparare pericoli ancestrali può metterci nei guai, e farci sviluppare la paura di cose che nel nostro mondo attuale non sono particolarmente pericolose.” (p. 245)

La predisposizione genetica a provare paura può essere generalizzata:

“Di recente, Ohman ha sposato la teoria della predisposizione: ritiene cioè che l'evoluzione abbia attrezzato gli esseri umani attuali con una propensione ad associare la paura alle situazioni che minacciavano la sopravvivenza dei loro antenati. Se è vero, deve essere presente nei geni, i quali sono soggetti alla variazione genetica. Ne consegue che gli esseri umani in generale sarebbero predisposti ad acquisire la paura dei pericoli ancestrali; alcuni però sarebbero più predisposti ad acquisire determinate paure, e questi «super predisposti» sarebbero quindi vulnerabili alle fobie.” (p. 246)

Ma il problema della paura umana è più complesso:

“La teoria della predisposizione rimedia in gran parte ai difetti delle tradizionali teorie dell'ansia basate sul condizionamento alla paura; in particolare, spiega come mai, nei disturbi ansiosi, la paura non si estingua facilmente e sia irrazionale. Eppure altri aspetti importanti delle fobie e delle altre patologie ansiose rimangono oscuri. Si diventa ansiosi in rapporto a oggetti e situazioni che non sono predisposti dall'evoluzione, come le automobili o gli ascensori. Spesso i disturbi ansiosi esistono senza il ricordo di un'esperienza traumatica, il che suggerisce che forse il condizionamento traumatico non è così importante. A volte, un trauma evidente precede la comparsa di un'ansia ma non le è collegato - come nel caso della morte della madre che precede la paura delle alture - e questo non avrebbe senso se l'ansia fosse condizionata dal trauma. Ma la conoscenza dei meccanismi cerebrali della paura condizionata, e nuove osservazioni sugli effetti dello stress sul cervello ci permettono di colmare queste lacune.” (p. 247)

Di fatto, le ricerche sui circuiti dello stress hanno prodotto dati molto importanti:

“Gli stimoli associati al pericolo attivano l'amigdala. Attraverso i circuiti che vanno dall'amigdala al nucleo paraventricolare dell'ipotalamo (NPV ipo), il fattore di rilascio della corticotrofina (CRF) è inviato alla ghiandola pituitaria che, a sua volta, rilascia l'ormone adrenocorticotropico (ACTH) nel sangue. L'ACTH agisce quindi sulla corteccia surrenale e causa il rilascio di ormoni steroidi (CORT) nel sangue. Il CORT passa dal sangue al cervello dove si lega agli appositi recettori dei neuroni nell'ippocampo, nell'amigdala e in altre regioni. Attraverso l'ippocampo, il CORT inibisce l'ulteriore rilascio di CRF dall'NPV Tuttavia, finché rimane presente lo stimolo emotivo, l'amigdala cerca di spingere l'NPV a rilasciare del CRF. L'equilibrio tra i segnali eccitanti (+) dell'amigdala e i segnali inibitori (-) dell'ippocampo inviati all'NPV determina la quantità di CRF, di ACTH e infine di CORT rilasciata.” (p. 250)

Su questa base, sembra evidente che l’ansia patologica possa essere ricondotta ad un’eccitabilità dell’amigdala che sfugge ai segnali inibitori. La disfunzione può realizzarsi in singoli soggetti, che hanno avute esperienze traumatiche o hanno un patrimonio di memorie implicite particolarmente ricco, ma essa ha anche un significato di ordine generale:

“La capacità di formare dei ricordi usando gli stimoli associati al pericolo, di conservarli a lungo e forse per sempre, e di utilizzarli automaticamente quando si producono di nuovo delle situazioni simili, è una delle più potenti ed efficaci funzioni cerebrali di apprendimento e di memoria. E un lusso incredibile, e ci costa caro: spesso, troppo spesso, proviamo paure e ansie di cui faremmo volentieri a meno. A cosa serve avere paura delle alture, degli ascensori, di certi cibi o di certi mezzi di trasporto? Non sono perfettamente innocui, ma ci fanno correre dei rischi relativamente esigui. Proviamo più paura di quanto ci occorra, e sembra che sia colpa del nostro efficientissimo sistema di condizionamento alla paura, sommato alla potentissima capacità di pensare alle nostre paure e all'incapacità di controllarle.” (p. 276)

L’interazione tra sistemi emozionali dedicati, vale a dire riguardanti emozioni diverse, che si attivano in massima parte a livello inconscio in rapporto a determinati stimoli, la connotazione di questi stimoli in rapporto al patrimonio delle memorie implicite e, infine, l’affiorare delle emozioni a livello cosciente sotto forma di sentimenti che possono essere elaborati cognitivamente sembra configurare un paradigma che può essere esteso a tutte le emozioni umane.

Il lavoro di LeDoux sul sistema della paura è, di fatto, eccellente. Esso infatti, ha chiarito la presenza nel cervello di strutture sottocorticale (una delle quali è l’amigdala) depositarie della capacità innata di reagire inconsciamente a determinati stimoli qualificandoli emotivamente; l’interazione tra tali strutture e l’ippocampo, sede delle memorie personali implicite, che fa sì che ogni emozione ha una sua storia all’interno dell’esperienza del singolo individuo; l’interazione, infine, tra i sistemi emozionali e la corteccia prefrontale, la cui porzione mediale, soprattutto a destra, elabora inconsciamente le emozioni, e la cui porzione laterale partecipa a produrre l’affiorare dell’emozione a livello cosciente.

In virtù di questo lavoro, il mondo delle emozioni si configura come un iceberg (metafora impropria ma pregnante) la cui punta emergente coincide con i sentimenti coscienti, mentre gran parte dell’attività emozionale scorre a livello inconscio.

L’Emozionalità sotterranea, però, per Ledoux è in gran parte riconducibile ai moduli automatici ereditati filogeneticamente, che possono funzionare più o meno bene. In questa ottica, le turbolenze emozionali sono riconducibili o a difetti genetici o a condizionamenti psicologici.

Tenendo conto del parallelismo da cui egli parte tra Emozionalità animale e Emozionalità umana, non c’è da sorprendersi che egli giunga ad una conclusione del genere.

Il problema, come ho già scritto più volte, è che l’Emozionalità umana che, per alcuni aspetti, funziona come quella animale, per altri se ne differenzia nettamente perché, in conseguenza del ritardo dello sviluppo, essa è incapsulata nella relazione tra Io e Altro. Tale incapsulamento è a tal punto intenso che esso si riverbera nel rapporto con oggetti esterni che vengono antropomorfizzati.

Le fobie di oggetti o situazioni relativamente innocui, come gli ascensori o gli aerei, che LeDoux considera espressive di un’ipereccitabilità condizionata del sistema della paura, in realtà si interpretano facilmente se si considera che esse hanno un significato antropomorfico. Il panico claustrofobico che le persone avvertono non fa riferimento allo spazio fisico ma al ritrovarsi in una situazione relazionale senza scampo: un vissuto socialmente angoscioso che viene “spostato” sullo spazio.

Ciò conferma che le emozioni sono comparse nel corso dell’evoluzione della vita come strumenti di regolazione del rapporto dell’organismo con l’ambiente esterno. Nel momento in cui, con la comparsa dell’uomo, l’ambiente più importante è diventato quello interpersonale e sociale esse si sono antropomorfizzate e hanno antropomorfizzato per molti aspetti anche le dimensioni ambientali non umane.

E’ l’antropomorfismo il carattere più specifico delle emozioni umane, almeno di quelle che determinano il benessere o il malessere soggettivo. Da questo punto di vista, le ricerche sugli animali possono significare molto sotto il profilo neurobiologico, ma non possono cogliere l’essenziale.

La teoria di A. Damasio

Allo studio delle emozioni e del loro rapporto con la coscienza A. Damasio ha dedicato finora conclude una trilogia (L'errore di Cartesio, Emozioni e Coscienza, Alla ricerca di Spinoza), dalla forte impronta unitaria.

Con L'errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano (Adelphi, Milano 1995), Damasio confuta il tentativo cartesiano di separare res extensa e res cogitans, vale a dire di affermare il primato della mente sul corpo. Alla luce degli studi contemporanei, la razionalità non appare affatto indipendente dai meccanismi di regolazione biologica dell’organismo, tra i quali le emozioni e i sentimenti svolgono un ruolo particolare perché sono in grado di condizionare fortemente, e talvolta, inconsapevolmente, gli stati d’animo, i pensieri e le decisioni.

In Emozioni e coscienza (Adelphi, Milano 2000), egli. affrontando il tema della coscienza dalla duplice prospettiva dell'analisi a livello neurofisiologico e delle relative corrispondenze sul piano psicologico, ribadisce l’importanza dei meccanismi automatici di regolazione dell’omeostasi biologica e rileva il ruolo centrale a tal fine delle emozioni, le quali modificano di continuo lo stato del corpo. La rappresentazione di questo stato a livello della corteccia si traduce in un sentimento cosciente, vale a dire nella definizione di un Sè capace di sentire, di ricordare e di narrare la sua esperienza.

Con Alla ricerca di Spinoza, che tributa un commosso omaggio al filosofo olandese che per primo ha superato l’errore di Cartesio. intuendo lo stretto legame esistente tra la mente e il corpo, Damasio porta a compimento la sua ricerca elaborando una teoria elegante e coerente delle emozioni e dei sentimenti. Elegante e coerente, dunque metodologicamente impeccabile, ma, a mio avviso, come cercherò di dimostrare, non del tutto valida.

A differenza di LeDoux, che ha costruito la sua teoria sulla base di ricerche fatte in laboratorio sui ratti, Damasio la elabora partendo da disfunzioni riscontrate in soggetti affetti da patologie neurologiche. Egli scrive:

“La crudeltà della patologia neurologica può essere un abisso senza fondo per le sue vittime - i pazienti e coloro che sono chiamati ad assistere alla devastazione. D'altra parte, il bisturi della malattia è responsabile anche dell'unico aspetto capace di riscattarla: dissezionando e isolando le normali operazioni del cervello umano, e dando spesso prova di una prodigiosa precisione, la patologia neurologica ci offre una via d'accesso unica a quelle vere e proprie roccaforti che sono il cervello e la mente dell'uomo.” (p. 15-16)

E’ evidente che questo presupposto metodologico implica l’adesione alla teoria monistica, secondo la quale cervello e mente sono le due facce di una stessa medaglia. In questa ottica, l’attività cerebrale, che può essere indagata con le moderne tecniche neuroradiologiche, è il fondamento biologico cui corrispondono le funzioni psichiche, consce e inconsce, e l’esperienza che il soggetto fa di esse.

En passant, non è superfluo considerare che la teoria monistica sta acquisendo una certa egemonia nell’ambito neuroscientifico rispetto a quella dualistica, secondo la quale il funzionamento cerebrale non è in grado di spiegare la particolare esperienza psichica dell’uomo, la quale dunque postula il ricorso ad un principio spirituale. Tale egemonia, alla quale si opposero vanamente trent’anni fa Popper e Eccles in un libro (L’Io e il suo cervello, Angeli, Roma 1973, 3 voll.) che rimane ancora oggi interessante, ha un grande significato culturale. Essa attesta, infatti, che il progredire della scienza erode inesorabilmente i presupposti dello spiritualismo.

In passato, infatti, allorché le conoscenze sul cervello non andavano al di là dell’anatomia, poteva sembrare impossibile che un organo, apparentemente come tutti gli altri, potesse spiegare le funzioni psichiche. Il progresso delle neuroscienze pone di fronte al fatto che il cervello umano ha una complessità strutturale tale che la coscienza è solo un’espressione minoritaria, per quanto importante, del suo funzionamento.

Il materialismo neuroscientifico azzera, insomma, lo scarto tra materia e spirito, anche se esso pone di fronte al fatto sorprendente di una materia che ha raggiunto un grado di organizzazione tale da generare la coscienza.

L’evoluzionismo è il modello biologico nella cui cornice questo fatto appare comprensibile. Anche Damasio, come ormai tutti i neuroscienziati, si riconduce ad esso. Si può dire anzi che, nella sua opera, l’ideologia adattamentista svolge un ruolo centrale. Tutta la teoria di Damasio verte, infatti, sulla regolazione omeostatica dell’organismo, finalizzata all’adattamento, che riconosce molteplici livelli tra i quali il superiore è rappresentato dai sentimenti e dalla coscienza. Egli scrive:

“Possiamo immaginare la macchina dell'omeostasi come un grande, ramificatissimo albero di fenomeni deputati alla regolazione automatica della vita. Negli organismi pluricellulari, procedendo dal basso verso l'alto, ecco che cosa troveremo ai diversi livelli dell'albero:

Sui rami più bassi:

Il processo del metabolismo.

Esso comprende componenti chimiche e meccaniche (per esempio le secrezioni endocrine/ormonali; le contrazioni muscolari implicate nella digestione, ecc.) mirate al mantenimento degli equilibri chimici interni. Queste reazioni controllano, fra l'altro, la frequenza cardiaca e la pressione ematica (che contribuiscono a un'appropriata distribuzione del sangue nell'organismo); le piccole variazioni di acidità e alcalinità del milieu interno (nei fluidi circolanti all'interno dei vasi come in quelli presenti negli spazi intercellulari); il deposito e la mobilizzazione di proteine, lipidi e carboidrati necessari per rifornire l'organismo di energia (quest'ultima indispensabile per il movimento, per la sintesi degli enzimi e per la conservazione e il rinnovamento della struttura dell'organismo stesso).

I riflessi fondamentali.

Essi comprendono il riflesso di trasalimento, con il quale l'organismo reagisce a un rumore o a uno stimolo tattile; oppure tropismi, o tassie che in alcuni casi allontanano gli organismi dal calore e dal freddo estremi e in altre circostanze li guidano verso la luce, lontano dal buio. Il sistema immunitario. Esso è pronto a scongiurare gli attacchi di virus, batteri, parassiti e molecole tossiche che aggrediscono l'organismo dall'ester­no. Stranamente, esso è pronto anche a combattere molecole normalmente presenti nelle cellule sane dell'organismo (per esempio i prodotti del catabolismo dell'acido ialuronico; il glutammato), che possono tuttavia diventare pericolose quando vengono liberate nel milieu interno dalle cellule morte. In breve, di fronte a una minaccia all'integrità dell'organismo, interna o esterna che sia, il sistema immunitario rappresenta la prima linea di difesa.

Sui rami intermedi:

Comportamenti normalmente associati all'idea del piacere (e della gratificazione) o del dolore (e della punizione). Comprendono reazioni di avvicinamento o allontanamento dell'intero organismo rispetto a un oggetto o a una situazione specifici. Negli esseri umani - che sono in grado di sentire e riferire ciò che percepiscono - tali reazioni sono descritte come dolorose o piacevoli, gratificanti o punitive. Per esempio, in presenza di una disfunzione e di un imminente danno tissutale - come accade nel caso di ustioni o infezioni circoscritte - le cellule della regione colpita emettono segnali chimici denominati nocicettivi (che significa « indicativi di dolore»). Automaticamente, l'organismo reagisce con i comportamenti tipici del dolore o della malattia.

Si tratta di pacchetti di azioni, a seconda dei casi chiaramente visibili o impercettibili, con i quali la natura automaticamente contrasta l'insulto. Tali azioni comprendono l'allontanamento di tutto il corpo o di una sua parte dalla fonte del disturbo, qualora essa sia esterna all'organismo e identificabile; la protezione della parte del corpo colpita (l'atto di tenersi una mano ferita; o quello di abbracciarsi il torace o l'addome); ed espressioni facciali di allarme e sofferenza. Esiste poi anche un reperto­rio di risposte invisibili a occhio nudo, messe in atto dal sistema immunitario. Esse comprendono il potenziamento di alcune classi di leucociti e il loro invio nelle aree dell'organismo esposte al pericolo; nonché la produzione di sostanze chimiche come le citochine che contribuiscono a risolvere il problema (debellare un microbo invasore, riparare un tessuto danneggiato). Nel loro complesso, queste azioni, unitamente ai segnali chimici implicati nella loro produzione, rappresentano la base di ciò che noi sperimentiamo come dolore.

Proprio come reagisce ai problemi, il cervello reagisce anche al buon funzionamento dell'organismo. In assenza di disturbi o impedimenti, quando può procedere facilmente alla trasformazione e all'utilizzo dell'energia, l'organismo si comporta in un modo particolare. L'approccio verso gli altri risulta facilitato; si assiste a un rilassamento e a un'apertura della struttura fisica; compaiono espressioni facciali di fiducia e benessere; sono prodotte alcune classi di sostanze chimiche, come le endorfine, invisibili a occhio nudo proprio come lo sono certe reazioni tipiche dei comportamenti legati al dolore e alla malattia. L'insieme di tutte queste azioni e dei segnali chimici associati rappresenta la base dell'esperienza del piacere.

Il dolore o il piacere sono indotti da molte cause - di volta in volta può trattarsi del difetto insorto in una funzione corporea; oppure di una regolazione metabolica ottimale; o ancora di eventi esterni che danneggiano o proteggono l'organismo. Comunque sia, l'esperienza del dolore o del piacere non è la causa dei comportamenti a essi tipicamente associati e non è assolutamente necessaria affinché quei comportamenti abbiano luogo. Come vedremo nel prossimo paragrafo, esistono creature semplicissime che possono eseguire alcuni di questi comportamenti emotivi nonostante la probabilità - scarsa o nulla - che esse possano averne un'esperienza.

Al livello immediatamente superiore:

Impulsi e motivazioni. Esempi fondamentali comprendono la fame, la sete, la curiosità e l'esplorazione, il gioco e il sesso. Spinoza li raggruppò tutti insieme servendosi di una parola molto adatta, appetiti, e con una grande raffinatezza ne usava un'altra, desideri, per descrivere la particolare situazione in cui individui coscienti hanno una cognizione dei propri appetiti. La parola « appetito » indica lo stato comportamentale di un organismo assorbito da un particolare impulso; la parola «desiderio» si riferisce invece al sentimento cosciente di avere un appetito e alla sua consumazione o al suo soffocamento finali. Questa distinzione spinoziana è elegantemente complementare a quel­la fra emozione e sentimento che abbiamo presentato in apertura di questo capitolo. Com'è ovvio, gli esseri umani hanno sia appetiti che desideri, connessi fra loro senza soluzione di continuità, proprio come lo sono emozioni e sentimenti.

Più in alto, ma non ancora in cima:

Le emozioni vere e proprie. È qui che troviamo il capolavoro della regolazione automatica dei processi vitali: si tratta delle emozioni in senso stretto, che spaziano dalla gioia, il dolore e la paura, all'orgoglio, la vergogna e la compassione. E nel caso in cui vi stiate chiedendo che cosa ci sia proprio in cima, la risposta è semplice: i sentimenti...

Il genoma garantisce che tutti questi meccanismi siano attivi fin dalla nascita, o subito dopo, e che la loro dipendenza dall'apprendimento sia scarsa o nulla - sebbene quest'ultimo, con il passare del tempo, assuma poi un ruolo importante nel determinare quando tali meccanismi saranno impiegati...” (pp. 45-48)

A questo schema evoluzionistico, Damasio aggiunge una notazione di grande interesse:

“Non soddisfatta del dono della semplice sopravvivenza, sembra che la natura abbia avuto un magnifico ripensamento: la dotazione innata a disposizione degli organismi per la regolazione dei processi vitali non mira al raggiungimento di uno stato neutrale - una terra di nessuno -fra la vita e la morte. Piuttosto, obiettivo dell'omeostasi è quello di offrire uno stato di vita migliore della neutralità, uno stato che noi umani, prospere creature pensanti, identifichiamo con la buona salute e il benessere.” (p. 49)

Ritengo che tale considerazione sia fondata. La salute dell’organismo è il presupposto della sopravvivenza. Fino ad un certo livello della scala evolutiva, i meccanismi di regolazione dell’omeostasi non mirano che ad assicurarla. Con la comparsa delle emozioni, il livello dell’omeostasi si sposta in alto. La salute rimane essenziale, ma non basta. L’individuo mira a realizzare il miglior rapporto possibile in rapporto all’ambiente: mira, insomma, ad un benessere che ha un aspetto soggettivo. Con l’uomo, l’obiettivo sembra spostato ancora più in altro, in quanto egli aspira al massimo benessere, vale a dire alla felicità. Il problema è che questo stato ideale non sembra né coincidere né essere immediatamente dipendente dallo stato del corpo. Un individuo del tutto sano può essere infelice, un valetudinario raggiungere una grande serenità.

Data la complessità dell’apparato mentale umano, che è sotteso e convive con una quota inesorabile di ansia esistenziale, il benessere umano è un’impresa, e sembra dipendere più dallo stato dei rapporti dell’Io con l’Altro che non dallo stato del corpo.

L’identificazione che Damasio pone tra salute e benessere è il punto debole della sua teoria, che occorre però valutare nei dettagli.

La teoria di Damasio muove da una distinzione fondamentale tra emozioni e sentimenti:

“L'essenza della mia attuale concezione è che i sentimenti siano l'espressione del benessere o della sofferenza umani, così come essi hanno luogo nella mente e nel corpo. I sentimenti non sono meri orpelli aggiunti alle emozioni - qualcosa, per intenderci, che si possa prendere o lasciare. Essi possono essere, e spesso sono, rivelazioni dello stato in cui versa la vita all'interno dell'organismo nella sua interezza - un sollevare il velo, nel senso letterale del termine. Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.

Oggi la scienza sta cominciando a chiarire le modalità con cui quella rivelazione si presenta alla mente. Il cervello usa un certo numero di regioni appositamente dedicate che lavorano di concerto per rappresentare, sotto forma di mappe neurali, una miriade di aspetti delle attività dell'organismo. Questa rappresentazione è un quadro composito e in continuo mutamento della vita colta al volo, nel suo svolgimento. I canali chimici e neurali che portano al cervello i segnali con i quali comporre questo ritratto della vita sono esattamente idonei allo scopo, proprio come lo sono i substrati fatti per riceverli: la tela su cui dipingere il quadro. Oggi il mistero di come «sentiamo» è, in effetti, un poco meno misterioso...

Il chiarimento della neurobiologia dei sentimenti, e delle emozioni che li precedono, giova alle nostre concezioni sul problema mente-corpo: un problema essenziale per comprendere chi siamo. L'emozione e le reazioni affini sono schierate sul versante del corpo, mentre i sentimenti si trovano su quello della mente. Lo studio del modo in cui i pensieri inducono le emozioni - e viceversa le emozioni fisiche diventano quel genere di pensieri che noi chiamiamo sentimenti - ci permette di osservare mente e corpo, manifestazioni evidentemente diversissime di un organismo umano unico e senza soluzioni di continuità, da una prospettiva privilegiata.” (p. 17-18)

L’opzione concettuale di Damasio, dunque, è che le emozioni precedono e siano distinte dai sentimenti:

“La strategia di cui intendo servirmi per delucidare i sentimenti fa tesoro di questa distinzione. Certo, è vero che nel suo uso comune la parola «emozione» tende ad abbracciare anche il concetto di sentimento, ma nel nostro tentativo di comprendere la complessa sequenza di eventi che parte dall'emozione e arriva al sentimento, può essere utile operare una separazione di principio fra le componenti del processo esibite e rese pubbliche e quelle che invece rimangono private. Ai fini della mia ricerca, chiamerò la prima componente emozione, la seconda sentimento...

Nel contesto di questo libro, dunque, le emozioni sono azioni o movimenti in larga misura pubblici, ossia visibili ad altri nel momento in cui hanno luogo, manifestandosi nel volto,nella voce o in comportamenti specifici. Sicuramente, alcune componenti del processo non sono percepibili a occhio nudo, ma possono essere rese «visibili» grazie ai metodi d'indagine scientifica di cui attualmente disponiamo, per esempio effettuando dosaggi ormonali e registrando il comportamento di parametri elettrofisiologici. I sentimenti, d'altro canto, sono sempre nascosti, come lo sono necessariamente tutte le immagini mentali, invisibili a chiunque salvo che al loro legittimo proprietario; essi rimangono pertanto la proprietà più spiccatamente privata dell'organismo nel cui cervello hanno luogo.

Le emozioni si esibiscono nel teatro del corpo; i sentimenti in quello della mente. Come vedremo, le emozioni e tutte le reazioni affini su cui esse si fondano fanno parte dei meccanismi elementari preposti alla regolazione dei processi vitali; anche i sentimenti contribuiscono a tale regolazione, ma a un livello superiore. Nella storia della vita, emozioni e reazioni affini precedono i sentimenti, di cui rappresentano la base portante; alla base della nostra mente, esse sono eventi dei quali vorremmo chiarire la natura.

Emozioni e sentimenti sono così intimamente legati, in un processo senza soluzione di continuità, che noi tendiamo, comprensibilmente, a pensarli come una cosa sola. D'altra parte, in condizioni normali è possibile individuare, all'interno di quella continuità, segmenti diversi che è lecito isolare gli uni dagli altri sotto la lente d'ingrandimento della neuroscienza cognitiva. Un osservatore può esaminare i comportamenti che costituiscono un'emozione in modo obiettivo, sia a occhio nudo sia avvalendosi di un gran numero di strumenti scientifici. In effetti, noi possiamo studiare il preludio al processo del sentimento. Fare di emozione e sentimento oggetti di ricerca separati e distinti ci aiuta a scoprire le modalità di quel processo. (p. 40)

Damasio ritiene che la distinzione tra emozioni e sentimenti abbia una precisa ragione d’essere nell’ottica evoluzionistica:

“E’ legittimo chiedersi perché le emozioni precedano i sentimenti. La risposta è semplice: se abbiamo le emozioni prima e i sentimenti poi è perché nell'evoluzione essi comparvero in quest'ordine. Le emozioni sono costruite a partire da semplici reazioni che promuovono la sopravvivenza di un organismo e che pertanto si conservarono nell'evoluzione.

Per farla breve, gli dèi provvidero prima di tutto a rendere prontamente reattive le creature che premeva loro di salvare - o almeno così sembra. A quanto pare, molto tempo prima che gli esseri viventi disponessero di qualcosa di simile a un'intelligenza creativa, addirittura prima che avessero un cervello, la natura aveva deciso che la vita fosse, al tempo stesso, molto preziosa e molto precaria. Noi sappiamo benissimo che la natura non opera seguendo un progetto, né prende decisioni nello stesso modo in cui lo fanno artisti e ingegneri; ma questa immagine serve a far capire il punto. Tutti gli organismi viventi, dall'umile ameba all'essere umano, nascono dotati di meccanismi progettati per risolvere automaticamente, senza bisogno di alcun ragionamento, i fondamentali problemi della vita, e precisamente: il reperimento di fonti di energia; l'incorporazione e la trasformazione di quell'energia nell'organismo; la conservazione di un equilibrio chimico interno compatibile con la vita; la conservazione della struttura dell'organismo mediante la riparazione dei danni prodotti dall'usura; e la difesa da agenti esterni causa di malattia e di danni fisici. Il termine «omeostasi» è un modo comodo e conciso per indicare l'insieme dei sistemi di regolazione e lo stato di vita, caratterizzato da processi ben regolati, che ne risulta.

Nel corso dell'evoluzione, la dotazione innata e automatizzata per il controllo dei processi vitali - in altre parole, la macchina omeostatica - in possesso degli organismi divenne sofisticatissima. Al livello più basso dell’organizzazione omeostatica troviamo semplici reazioni, come l’allontanamento o l’avvicinamento di un intero organismo rispetto ad un certo oggetto; oppure un aumento dell’attività (attivazione) o una sua diminuzione (calma o quiescenza). A livelli superiori dell’organizzazione troviamo reazioni competitive o cooperative.” (pp. 42-44)

Damasio dunque riconosce implicitamente che, ai livelli più bassi, l’adattamento riguarda l’organismo in rapporto all’ambiente, vale a dire è un fatto esclusivamente individuale, mentre ai livelli più alti, e in particolare nell’uomo, esso concerne l’adattamento dell’individuo all’ambiente sociale, e dunque è un adattamento sui generis, dato che tale ambiente è culturale.

Egli, insomma, intuisce che l’ideologia adattamentista, applicata alle emozioni umane, contrasta con le numerose disfunzioni che ad esse si possono attribuire. Sa anche, che gran parte di tali disfunzioni sono da ricondurre alle emozioni sociali. Ciò nondimeno, egli rimane fermo a quell’ideologia, presumibilmente perché il sormontarla comporterebbe problemi teorici che egli non è in grado di affrontare:

“Anche le emozioni vere e proprie (il disgusto, la paura, la felicità, la tristezza, la compassione e la vergogna) mirano a regolare i processi vitali o in modo diretto - evitando i pericoli o aiutando l'organismo a trarre vantaggio da un'opportunità -, o in modo indiretto, facilitando le relazioni sociali. Non sto insinuando che ogni volta che abbiamo un'emozione stiamo promuovendo la sopravvivenza e il benessere: non tutte le emozioni hanno potenzialità simili.

Inoltre, sia il contesto in cui un'emozione viene indotta sia l'intensità dell'emozione stessa sono fattori importanti ai fini del suo potenziale valore in un'occasione specifica. Il fatto che, nelle attuali circostanze della vita umana, il dispiegamento di alcune emozioni possa essere controproducente in termini adattativi non nega il loro ruolo evolutivo ai fini di una regolazione vantaggiosa dei processi vitali. Nelle società moderne, la rabbia è perlopiù controproducente, e altrettanto vale per la tristezza. Quanto alle fobie, sono un fondamentale intralcio. D'altra parte, pensate a quante vite sono state salvate dalla paura o dalla collera, nelle giuste circostanze. Probabilmente queste reazioni furono conservate dall'evoluzione perché contribuivano automaticamente alla sopravvivenza. E probabilmente, se rimangono parte integrante dell'esistenza quotidiana, nell'uomo come in altre specie animali, è perché possono contribuirvi ancora.”

Il limite di tali considerazioni è che esse non spiegano come mai solo negli esseri umani le emozioni non funzionano come meccanismi di regolazione con la stessa adeguatezza che si realizza negli altri animali. Il problema è ancora più rilevante se, posta la loro natura innata, che è inconfutabile, si ammette, come fa Damasio, che esse si esibiscano prevalentemente, se non in assoluto, nel teatro del corpo, sovrapponendosi, dunque, a meccanismi di regolazione automatici - dipendenti dal tronco encefalico, dall’asse ipotalamo-ipofisario e dal sistema nervoso neurovegetativo - che sono pressoché infallibili (eccezion fatta, ovviamente, per stati patologici che li investono). Perché nell’uomo questi nuovi strumenti di regolazione sono esposti al rischio di non funzionare?

La risposta di Damasio non è molto distante dal luogo comune:

“Da un punto di vista pratico, la comprensione della biologia delle emozioni e del fatto che il valore di ciascuna di esse sia tanto diverso nell'ambiente umano attuale ci offre notevoli opportunità per capire il comportamento della nostra specie. Impariamo, ad esempio, che alcune emozioni sono pessime consigliere, e possiamo quindi studiare il modo per sopprimerle o attenuare le loro conseguenze. In questo momento sto pensando a tutte quelle reazioni che conducono ai pregiudizi razziali e culturali, basate in parte sul dispiegamento automatico di emozioni sociali evolutivamente intese a rilevare differenze negli altri; la differenza può segnalare infatti la presenza di un rischio o di un pericolo, e il suo rilevamento può quindi promuovere una reazione di allontanamento o di aggressione. Probabilmente, in una società tribale, quel tipo di reazione consentiva di raggiungere obiettivi utili; oggi però, nella nostra società, essa non è più proficua - e meno che mai appropriata. Possiamo dunque essere consapevoli del fatto che il nostro cervello contiene ancora meccanismi che lo fanno reagire come reagiva moltissimo tempo fa, in contesti diversissimi. E, forti di quella consapevolezza, possiamo imparare a ignorare tali reazioni e persuadere gli altri a fare altrettanto.” (p. 54-55)

Questo, peraltro, è il limite di tutte le teorie adattamentiste: di attribuire ciò che non va a livello emozionale al fatto che funzioni (e ovviamente strutture) selezionate un tempo per il loro significato adattivo, sono oggi in ritardo rispetto alle mutate condizioni ambientali, cioè alla cultura.

Definita la distinzione tra emozioni e sentimenti, Damasio si impegna su due terreni essenziali: la classificazione delle emozioni e la definizione della loro natura.

Riguardo alla classificazione, egli propone tre livelli : “emozioni di fondo, emozioni primarie ed emozioni sociali” (p. 58) che definisce nel seguente modo:

“Le emozioni di fondo sono espressioni composite di quelle azioni regolatrici così come esse si dispiegano e si intersecano, momento per momento, nella nostra vita. Io immagino queste emozioni come il risultato, in larga misura imprevedibile, di diversi processi regolatori concomitanti, intrapresi in quella grande arena che è il nostro organismo. Esse comprendono gli aggiustamenti metabolici associati a qualsiasi esigenza interna stia insorgendo o sia appena stata soddisfatta; e a qualsiasi situazione esterna sia stimata e gestita da altre emozioni, appetiti o calcoli intellettuali. Il prodotto, sempre mutevole, di questo calderone di interazioni è lo «stato del nostro essere»: buono, cattivo, o una via di mezzo tra le due cose. Quando qualcuno ci chiede: «Come ti senti?», noi consultiamo questo nostro stato e rispondiamo di conseguenza...” (p. 60)

“Le emozioni primarie (o fondamentali) sono più semplici da definire perché è tradizione consolidata raccogliere in questo gruppo alcune delle più importanti. L'elenco spesso include la paura, la rabbia, il disgusto, la sorpresa, la tristezza e la felicità - quelle che vengono in mente per prime ogniqualvolta si pronuncia il termine « emozione». Esistono buone ragioni per questa loro centralità: le emozioni primarie sono infatti facilmente identificabili non solo negli esseri umani delle più diverse culture, ma anche in altre specie animali." Anche le circostanze che inducono queste emozioni, come pure i comportamenti che le definiscono, sono assolutamente costanti in culture e specie diverse.” (p. 61)

“Le emozioni sociali comprendono la compassione, l'imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa, l'orgoglio, la gelosia, l'invidia, la gratitudine, l'ammirazione, l'indignazione e il disprezzo.” (p. 62)

Sono molto incerto sulla validità di quest’ultimo elenco, che sembra un po’ casuale. Penso che occorrerebbe strutturarlo distinguendo emozioni che comportano una relazione positiva con l’altro (compassione, gratitudine, ammirazione), emozioni che comportano una rivendicazione da parte dell’Io di diritti rispetto all’altro (orgoglio, indignazione) ed emozioni che attestano una conflittualità nel rapporto con l’altro (imbarazzo, vergogna, senso di colpa, gelosia, invidia, disprezzo). Anche così strutturato, l’elenco, a mio avviso, risulta un po’ ridondante, confondendo emozioni sociali innate con emozioni culturalmente determinate.

Comunque, al di là dell’elenco, è importante tenere conto delle osservazioni che Damasio fa sulle emozioni sociali::

“Molte reazioni regolatrici e numerosi elementi appartenenti alle emozioni primarie sono identificabili come componenti delle emozioni sociali, nelle quali sono presenti in combinazioni variabili. Qui, l'annidamento di componenti riconducibili ai livelli inferiori secondo il principio suddetto è evidente. Pensate, per esempio, come il « disprezzo», che è un'emozione sociale, prenda a prestito le espressioni facciali dal «disgusto», un'emozione primaria evolutasi in associazione al rifiuto, automatico e vantaggioso, di cibi potenzialmente tossici. Perfino le parole che usiamo per descrivere situazioni di disprezzo e di scandalo morale sono imperniate sul principio di annidamento - diciamo infatti di essere disgustati. Sotto la superficie delle emozioni sociali sono evidenti anche gli ingredienti del dolore e del piacere, sebbene in modo più sottile di quanto accada nelle emozioni primarie.

Stiamo appena cominciando a capire il modo in cui il cervello induce ed esegue le emozioni sociali. Poiché il termine «sociale» evoca inevitabilmente l'idea della società e della cultura nella specie umana, è importante osservare che le emozioni sociali non sono affatto confinate all'uomo. Basta guardarsi intorno per trovare esempi di emozioni sociali negli scimpanzé, nei babbuini e nelle scimmie non an­tropomorfe; nei delfini e nei leoni; nei lupi; e, naturalmente, nel cane e nel gatto. Gli esempi abbondano: l'incedere orgoglioso di una scimmia dominante; il portamento, letteralmente regale, di una grande antropomorfa, o di un lupo che pretende il rispetto del gruppo; il comportamento umile dell'animale subordinato che deve farsi indietro e dare la precedenza agli altri al momento del pasto; la compassione che un elefante dimostra verso un altro individuo ferito e sofferente; o il palese imbarazzo di un cane che ha fatto ciò che non avrebbe dovuto.

Giacché probabilmente a nessuno di questi animali è stato insegnato a esprimere le proprie emozioni, sembra che l'attitudine a esibire un'emozione sociale sia profondamente radicata nel cervello dell'individuo, pronta a essere utilizzata nel momento in cui è innescata dalla situazione appropriata. Non c'è dubbio che, in certe specie, una configurazione del cervello tale da permettere comportamenti così sofisticati in assenza del linguaggio e degli strumenti della cultura sia un dono del genoma. Essa fa parte dei meccanismi di regolazione in loro dotazione, in larga misura innati e automatici, non meno degli altri appena discussi.

Ciò significa dunque che queste emozioni sono innate nel senso stretto del termine e pronte a essere dispiegate immediatamente dopo la nascita proprio come lo sono chiaramente le regolazioni metaboliche, subito dopo il primo respiro? Qui, probabilmente, la risposta è diversa a seconda delle diverse emozioni. In alcuni casi le risposte emozionali possono essere strettamente innate; in altri possono necessitare di un poco di aiuto, sotto forma di un'esposizione appropriata all'ambiente.” (pp. 62-63)

Il carattere innato delle emozioni sociali è fuor di dubbio, e quindi anche la loro continuità rispetto a quelle rilevabili in altri animali. Ma la continuità sotto il profilo evoluzionistico non esclude anche una discontinuità qualitativa. Il senso di colpa di un cane è un’emozione passeggera: il senso di colpa umano, talora, ingabbia un’intera esperienza e perdura a tempo indeterminato.

Quasi tutte le emozioni sociali sono riconoscibili comportamentalmente anche negli animali. Non vedere però la differenza straordinaria che si dà tra quelle sperimentate dagli animali e quelle umane, o attribuire tale differenza all’elaborazione cognitiva delle emozioni, è una conseguenza dell’ideologia adattamentista:

“Dai processi dell'omeostasi chimica alle emozioni vere e proprie, i fenomeni di regolazione dei processi vitali hanno sempre a che fare, direttamente o indirettamente, con l'integrità e la salute dell'organismo. Senza eccezione, tutti questi fenomeni sono correlati ad aggiustamenti adattativi nello stato del corpo, e portano infine a quelle modificazioni delle mappe cerebrali degli stati del corpo che costituiscono la base dei sentimenti. Il contenimento del più semplice nel più complesso assicura che la finalità regolatrice sia presente anche ai livelli superiori della catena. Sebbene lo scopo - la finalità rimanga costante, la complessità varia. Le emozioni vere e proprie sono di sicuro più complesse dei riflessi; e variano anche gli stimoli scatenanti, come pure il bersaglio delle risposte. Le situazioni precise che innescano il processo e il loro scopo specifico sono diversi.” (p. 66)

“Non sarebbe esatto dire che le reazioni regolatrici comprendenti le emozioni vere e proprie siano fatalmente e inevitabilmente stereotipate. Alcune reazioni dei «livelli inferiori» sono e devono essere stereotipate - nessuno vorrebbe interferire con la saggezza della natura quando si tratta di regolare la frequenza cardiaca o di sfuggire a un pericolo. Le reazioni dei «livelli superiori», invece, possono - almeno in una certa misura - essere modificate. Possiamo controllare la nostra esposizione agli stimoli che causano le reazioni. Nell'arco di tutta la vita, possiamo imparare ad attivare dei «freni» che agiscano modulando quelle reazioni. Semplicemente, possiamo usare la mera forza di volontà e limitarci a dire di no. A volte.” (p. 70)

A volte, appunto, e posto che un soggetto sia consapevole delle emozioni.

Attraverso un discorso coerente, ma non certo inconfutabile, Damasio giunge infine ad elaborare una sua teoria delle emozioni:

“Prendendo in considerazione i diversi tipi di emozione, posso ora proporre un'ipotesi di lavoro sulle emozioni vere e proprie, sotto forma di una definizione.

1. Un'emozione propriamente detta, come la felicità, la tristezza, l'imbarazzo o la compassione, è un insieme complesso di risposte chimiche e neurali che costituiscono una configurazione caratteristica.

2. Le risposte sono automaticamente prodotte da un cervello normale quando esso rileva uno stimolo emozionalmente adeguato, ossia l'oggetto o l'evento la cui presenza, reale o evocata dalla mente, scatena l'emozione.

3. Il cervello è predisposto dall'evoluzione a rispondere a determinati stimoli, emozionalmente adeguati, con specifici repertori di azioni. L'elenco di tali stimoli non è però limitato a quelli prescritti dall'evoluzione, ma ne comprende molti altri, appresi nell'arco di una intera vita di esperienze.

4. Ii risultato immediato di tali risposte è una temporanea modificazione nello stato del corpo, come pure delle strutture cerebrali che formano le mappe corporee e costituiscono la base del pensiero.

5. Il risultato ultimo delle risposte, direttamente o indirettamente, è la collocazione dell'organismo in un contesto adatto alla sopravvivenza e al benessere.” (p. 71)

Il carattere adattivo delle emozioni non è smentito dal fatto che esse, talvolta, rimangono a livello inconscio:

“Anche quando la reazione emozionale ha luogo senza una conoscenza consapevole dello stimolo,ciò nondimeno l'emozione esprime il risultato della valutazione della situazione da parte dell'organismo. Non ha importanza che quella stima non sia chiaramente notificata al sé. In qualche modo, il concetto di stima è stato interpretato troppo letteralmente come valutazione cosciente, quasi che la straordinaria impresa di valutare una situazione e reagire a essa automaticamente fosse una conquista biologica di minor rilievo.

Uno dei principali aspetti della storia dello sviluppo umano riguarda il modo in cui moltissimi oggetti che costituiscono l'ambiente del nostro cervello hanno acquisito la capacità di innescare, consapevolmente o meno, varie forme di emozione - debole o intensa, positiva o negativa. Alcuni di questi fattori scatenanti sono stabiliti dall'evoluzione, mentre altri hanno finito con l'essere associati dal cervello a stimoli emozionalmente adeguati grazie alle nostre esperienze individuali” (p. 73-74)

Alla luce di questi presupposti, Damasio ritiene possibile ricostruire la comparsa di un’emozione nei termini seguenti:

“La comparsa di un'emozione dipende da una complicata catena di eventi.… La catena comincia con la comparsa di uno stimolo emozionalmente adeguato. Lo stimolo, un determinato oggetto o una determinata situazione, realmente presente o richiamato dalla memoria, si presenta dunque alla mente...

In termini neurali, le immagini riferite all'oggetto emozionalmente adeguato devono essere presentate a uno o più sistemi di elaborazione sensoriale del cervello, per esempio alle regioni visive o uditive. Chiameremo questa fase del processo «stadio della presentazione». Indipendentemente da quanto fugace sia la presentazione, i segnali associati alla presenza di questo stimolo sono resi disponibili a numerosi siti di induzione delle emozioni, che si trovano altrove nel cervello. Possiamo immaginarceli come serrature che si aprono solo con la chiave giusta. Naturalmente le chiavi sono gli stimoli emozionalmente adeguati. Si noti che questi selezionano una serratura preesistente: in altre parole, non istruiscono il cervello a crearne una nuova. I siti di induzione attivano in seguito un certo numero di altri siti, deputati all'esecuzione delle emozioni, localizzati in altre regioni. Tali siti sono la causa immediata dello stato emozionale che ha luogo nel corpo e nelle regioni cerebrali che sostengono il processo emozione/sentimento. Infine, il processo può riverberarsi e amplificarsi, oppure inaridirsi ed estinguersi.” (p. 76-77)

Una parte particolarmente interessante del saggio riguarda, per l’appunto, i siti di induzione e di esecuzione delle emozioni. Alla luce di numerosi esperimenti, Damasio scrive:

“Alcune delle regioni cerebrali oggi identificate come siti di scatenamento delle emozioni sono l'amigdala, localizzata nel profondo del lobo temporale; una parte di quest'ultimo, nota come corteccia prefrontale ventromediale; e un'altra regione frontale, nell'area motoria supplementare e nel cingolo.” (p. 78)

“Per creare uno stato emozionale, l'attività esistente a livello dei siti di induzione deve essere propagata ai siti esecutori, mediante connessioni neurali. I siti di esecuzione dell'emozione identificati finora comprendono l'ipotalamo, il prosencefalo basale e alcuni nuclei del tegmento mesencefalico. L'ipotalamo è il principale esecutore di molte risposte chimiche che sono parte integrante delle emozioni. Direttamente, o attraverso l'ipofisi, esso libera nel sangue molecole che alterano il milieu interno, la funzione dei visceri e quella dello stesso sistema nervoso centrale. L'ossitocina e la vasopressina, entrambi peptidi, sono esempi di molecole liberate sotto il controllo dei nuclei ipotalamici con la partecipazione della neuroipofisi. Numerosi comportamenti emozionali (come l'attaccamento alla prole e il suo nutrimento) dipendono dalla tempestiva disponibilità di questi ormoni nelle strutture cerebrali che presiedono all'esecuzione di quei comportamenti. Allo stesso modo, nel cervello, la disponibilità a livello locale di molecole come la dopamina e la serotonina, che modulano l'attività neurale, induce determinati comportamenti. Per esempio, i comportamenti percepiti come gratificanti e piacevoli sembrano dipendere dalla liberazione di dopamina da un'area particolare (l'area ventrotegmentale del mesencefalo), e dalla disponibilità di questo neurotrasmettitore in un'altra area (il nucleus accumbens nel prosencefalo basale). In breve, i nuclei del prosencefalo basale e dell'ipotalamo, alcuni nuclei del tegmento mesencefalico, e quelli del tronco encefalico che controllano il movimento della faccia, della lingua, della faringe e della laringe sono gli esecutori ultimi di numerosi comportamenti che definiscono le emozioni, comportamenti che possono essere semplici o complessi, e che spaziano dal corteggiamento alla fuga, dal riso al pianto. I complessi repertori di azioni da noi osservati sono il risultato della squisita coordinazione delle attività di quei nuclei, i quali producono le diverse parti dell'esecuzione con tempismo e in sequenza ben concertata.” (p. 82-83)

Il passaggio evoluzionistico dalle emozioni ai sentimenti ha, secondo Damasio, una logica precisa:

“Le emozioni vere e proprie, gli appetiti e le reazioni regolatrici più semplici - hanno luogo nel teatro del corpo sotto la guida di un cervello dotato congenitamente di una saggezza sua, messo a punto dall'evoluzione per contribuire a dirigere il funzionamento del corpo...

L'evoluzione sembra aver assemblato i meccanismi cerebrali dell'emozione e dei sentimenti procedendo per gradi. Dapprima viene il meccanismo per produrre reazioni a un oggetto o a un evento, orientate verso l'oggetto stesso o le circostanze: il meccanismo dell'emozione. Poi viene il meccanismo per produrre una mappa cerebrale e successivamente un'immagine mentale - un'idea – delle reazioni e dello stato dell'organismo che ne risulta: il meccanismo del sentimento.

II primo dispositivo, quello dell'emozione, consentì agli organismi di rispondere in modo efficace, sebbene non creativo, a numerose circostanze che, a seconda dei casi, potevano essere favorevoli o minacciose - circostanze ed esiti rispettivamente «positivi» o «negativi» per la vita. Il secondo meccanismo, quello del sentimento, introdusse una sorta di allarme mentale per rilevare le circostanze buone o cattive, e prolungò l'impatto delle emozioni influenzando in modo duraturo attenzione e memoria. Alla fine, in una proficua combinazione con i ricordi del passato, l'immaginazione e il ragionamento, i sentimenti portarono all'emergere della previsione e alla possibilità d icreare risposte nuove, non più stereotipate.

Come capita spesso quando aggiunge nuovi dispositivi ad altri preesistenti, la natura usò i meccanismi dell'emozione come punto di partenza e rimediò altre componenti alla bell'e meglio. Al principio era l'emozione - ma al principio dell'emozione era l'azione.” (p. 103-104)

La teoria dei sentimenti di Damasio ha un timbro di forte originalità, a partire dalla definizione stessa del sentimento:

“Il sentimento, nel senso più stretto e rigoroso del termine, è l'idea che il corpo sia in un certo modo. In questa definizione si può sostituire «idea» con «pensiero» e « percezione». Se guardiamo al di là dell'oggetto che ha causato il sentimento - e i pensieri e la modalità di pensiero conseguenti - vediamo precisarsi il suo nucleo: i contenuti del sentimento consistono nella rappresentazione di un particolare stato del corpo.

Gli stessi commenti sarebbero pienamente applicabili ai sentimenti di tristezza e di qualsiasi altra emozione, come pure ai sentimenti degli appetiti e di qualunque sequenza di reazioni regolatrici abbia luogo nell'organismo. I sentimenti, nell'accezione adottata in questo libro, non insorgono solo dalle emozioni vere e proprie, ma da qualsiasi insieme di reazioni omeostatiche, e traducono nel linguaggio della mente lo stato vitale in cui versa l'organismo.” (p. 106)

E’ evidente che questa definizione riabilita, per molti aspetti, la teoria di James. Essa però comporta un’articolazione neurofisiologica molto più raffinata. James ha valorizzato il talamo, Damasio valorizza aree corticali molto più ampie:

“In effetti, le regioni somatosensitive sono implicate nel processo del sentire; l'insula, un elemento fondamentale delle cortecce somatosensitive, lo è in modo forse più significativo di qualsiasi altra struttura. La S2, la S1 e la corteccia del cingolo sono anch'esse coinvolte, ma la loro partecipazione si verifica a un livello diverso. Pe molte ragioni credo che il coinvolgimento dell'insula sia di capitale importanza...

Le fibre dei nervi periferici e le vie nervose deputate alla trasmissione dell'informazione proveniente dall'interno del corpo e afferente al cervello non terminano, come si pensava una volta, nella corteccia che riceve segnali legati al senso del tatto (S1, la corteccia somatosensitiva primaria), ma in una regione loro propria, e cioè nella corteccia dell'insula, precisamente la stessa regione i cui schemi di attività sono perturbati dai sentimenti dell'emozione.” (p. 132)

“Il neurofisiologo e neuroanatomista A.D. Craig ha compiuto scoperte importanti, e ha il gran merito di aver inseguito un'idea smarritasi nelle nebbie dei primordi della neurofisiologia - e tradizionalmente negata dai manuali di neurologia: l'idea di un senso enterocettivo, che informa il cervello sullo stato interno del corpo." In altre parole, la stessa regione che viene messa in relazione ai sentimenti sia dalle ipotesi teoriche, sia dagli studi di visualizzazione funzionale, risulta essere la destinataria dei segnali che con ogni probabilità rappresentano il contenuto dei sentimenti: segnali che hanno a che fare con gli stati dolorosi; la temperatura corporea; le vampe di rossore; il prurito; il solletico; i brividi; le sensazioni viscerali e genitali; lo stato della muscolatura liscia nei vasi sanguigni e negli altri visceri; il pH locale; i livelli di glucosio; l'osmolarità; la presenza di agenti infiammatori; eccetera. Da diverse prospettive dunque, le regioni somatosensitive sembrano essere un substrato essenziale per i sentimenti, e la corteccia insulare pare, fra tutte, la più importante.” (p. 132)

Le aree coinvolte nella percezione dei sentimenti giustificano l’assunto di fondo di Damasio, per cui essi rappresentano diversi stati del corpo.

“I sentimenti sono percezioni, e io propongo che la loro percezione trovi il necessario supporto nelle mappe cerebrali del corpo. Una certa variazione del piacere o del dolore è un contenuto costante di quella percezione che chiamiamo sentimento...

La mia ipotesi, allora, presentata sotto forma di definizione provvisoria, è che un sentimento sia la percezione di un certo stato del corpo, unita alla percezione di una particolare modalità di pensiero nonché di pensieri con particolari contenuti. I sentimenti emergono quando il semplice accumulo dei dettagli registrati nelle mappe raggiunge un certo stadio...

L'ipotesi appena esposta è incompatibile con la concezione secondo la quale i sentimenti (o le emozioni, quando emozione e sentimento sono usati come sinonimi) sarebbero essenzialmente una collezione di pensieri con un contenuto consono a una particolare descrizione - per esempio, nel caso della tristezza, pensieri relativi a situazioni di perdita.

Io credo che questa concezione svuoti in modo irrimediabile la nozione di sentimento. Se i sentimenti fossero davvero insiemi di pensieri con determinati temi, come potrebbero distinguersi da altri pensieri? Come potrebbero conservare quell'individualità funzionale che ne giustifica lo status di processi mentali speciali? A mio avviso, i sentimenti sono funzionalmente distinti perché la loro essenza consiste nei pensieri che rappresentano il corpo nel suo coinvolgimento in un processo reattivo. Togliete quell'essenza, e il concetto di sentimento svanisce.” (p. 108)

“Per come la vedo io, l'origine delle percezioni che costituiscono l'essenza del sentimento è chiara: c'è un oggetto generale - il corpo - costituito di molte parti continuamente registrate in molteplici strutture cerebrali. Chiari sono anche i contenuti di quelle percezioni: i diversi stati del corpo descritti dalle mappe cerebrali, scelti in un'ampia gamma di possibilità. La micro- e la macrostruttura dei muscoli in tensione, per esempio, sono un contenuto diverso da quello dei muscoli rilassati. Lo stesso vale per lo stato del cuore quando batte rapidamente o lentamente e per la funzione di altri apparati - respiratorio, digerente - la cui attività può procedere in modo tranquillo e armonioso, oppure con difficoltà e scarsa coordinazione. Un altro esempio, forse il più importante, è quello della composizione del sangue rispetto ad alcune molecole dalle quali dipende la nostra vita, e la cui concentrazione è rappresentata, istante per istante, all'interno di specifiche regioni cerebrali. Lo stato particolare di quelle componenti del corpo, così come è ritratto nelle mappe cerebrali, è un contenuto delle percezioni che costituiscono i sentimenti. I substrati immediati dei sentimenti sono dunque le mappe di miriadi di aspetti di stati corporei diversi, nelle regioni del cervello deputate all'elaborazione sensoriale, designate a ricevere segnali afferenti da tutto il corpo.” (p. 109-110)

“In breve, il contenuto essenziale dei sentimenti è la mappa di un particolare stato corporeo; il substrato dei sentimenti è l'insieme delle configurazioni neurali corrispondenti allo stato del corpo e dalle quali può emergere un'immagine mentale di quello stato. Essenzialmente, un sentimento è un'idea - un'idea del corpo e, in particolare, un'idea di un certo aspetto del corpo, del suo interno, indeterminate circostanze. Il sentimento di un'emozione è l'idea del corpo nel momento in cui esso è perturbato dall'emozione.” (p. 111)

“I sentimenti sono percezioni e in quanto tali, per certi versi, paragonabili ad altre percezioni. Le percezioni visive reali, per esempio, corrispondono a oggetti del mondo esterno, le cui caratteristiche fisiche colpiscono la nostra retina e modificano temporaneamente le configurazioni delle mappe sensoriali nel sistema visivo. Anche nel caso dei sentimenti, all'origine del processo c'è un oggetto le cui caratteristiche fisiche innescano una catena di segnali che attraversano le mappe cerebrali nelle quali l'oggetto stesso è rappresentato. Proprio come nella percezione visiva, parte del fenomeno è dovuta all'oggetto, e parte all'interpretazione che ne dà il cervello. Tuttavia quel che è diverso - e non si tratta di una differenza banale - è che nel caso dei sentimenti gli oggetti e gli eventi all'origine del processo si trovano all'interno del corpo, e non all'esterno. Può darsi che i sentimenti siano processi mentali come qualsiasi altra percezione, ma i loro oggetti, rappresentati nelle mappe, sono comunque parti e stati dell'organismo in cui essi insorgono.” (p. 113)

L’impostazione di Damasio sembra troppo radicale. Ricondurre quasi meccanicisticamente i sentimenti alla percezione di stati corporali supera di sicuro l’errore di Cartesio, ma rovesciandolo. La riduzione, infatti, implica un’eccessiva dipendenza dei vissuti psicologici dalla fisiologia. In realtà i sentimenti umani sembrano più intimamente correlati alla relazione tra io e Altro, che non a quella tra io e corpo e tra corpo e ambiente esterno.

Inteso a costruire una teoria coerente dei sentimenti sulla base del fatto che essi traducono a livello cosciente lo stato del corpo, Damasio giunge ai seguenti risultati:

“Nel tentativo di scoprire i processi fondamentali che permettono il sentimento, si perviene alle seguenti considerazioni. In primo luogo, un'entità capace di sentimento deve essere un organismo che non solo abbia un corpo, ma anche un mezzo per rappresentare quel corpo all'interno di se stesso... Il primo requisito per l'esistenza del sentimento, quindi, è riconducibile alla presenza di un sistema nervoso.

In secondo luogo, quel sistema nervoso deve essere in grado dapprima di produrre mappe delle strutture e degli stati del corpo e poi di trasformare in configurazioni mentali o immagini le configurazioni neurali contenute in quelle mappe. Senza quest'ultimo passaggio, il sistema nervoso produrrebbe le mappe delle modificazioni del corpo che costituiscono il substrato dei sentimenti, senza però arrivare assolutamente a generare le idee che chiamiamo sentimenti.

In terzo luogo, il verificarsi di un sentimento nel senso tradizionale del termine richiede che i suoi contenuti siano noti all'organismo; in altre parole, la coscienza è un requisito per l'emergere del sentimento. La relazione fra i due - coscienza e sentimento - è complessa. Semplificando, se non siamo coscienti, non siamo in grado di sentire. D'altra parte, il meccanismo stesso del sentire contribuisce ai processi della coscienza, e precisamente alla creazione del sé, senza del quale nulla può essere conosciuto. La via d'uscita da questa difficoltà ci viene offerta dal comprendere che il processo del sentire è ramificato e dotato di numerosi livelli. Alcuni passaggi necessari alla genesi del sentimento sono allo stesso modo necessari a produrre il proto-sé, dal quale dipendono dapprima il sé e poi la coscienza. Alcuni passaggi, tuttavia, sono specifici dell'insieme di modificazioni omeostatiche percepite:in altre parole, sono specifici per un determinato oggetto.

In quarto luogo, le mappe cerebrali che costituiscono il substrato essenziale dei sentimenti rappresentano modalità dello stato corporeo che sono state eseguite sotto il comando di altre parti dello stesso cervello. Il cervello di un organismo senziente, insomma, crea quegli stessi stati del corpo che evocano i sentimenti nel momento in cui esso reagisce a oggetti ed eventi con emozioni o appetiti. Negli organismi capaci di sentimenti, quindi, il cervello è doppiamente necessario. Sicuramente esso deve esistere per produrre le mappe del corpo. Ancor prima, d'altra parte, esso deve esistere per dirigere o costruire quel particolare stato emozionale del corpo che finisce poi per essere rappresentato a livello cerebrale come sentimento.” (p. 136-138)

“La nostra ipotesi è che qualsiasi cosa noi sentiamo debba basarsi sulla forma dell'attività delle regioni cerebrali somatosensitive. Se esse non fossero disponibili, noi non sentiremmo nulla, proprio come non vedremmo nulla se fossimo privati delle fondamentali aree visive del nostro cervello. Noi sperimentiamo dunque i sentimenti per gentile concessione delle regioni somatosensitive. Può darsi che questo suoni un po' ovvio, ma devo ricordare che, fino a pochissimo tempo fa, la scienza evitava accuratamente di assegnare i sentimenti a qualsiasi sistema cerebrale; si limitava a collocarli in qualche luogo evanescente nel cervello - o attorno a esso. Ed ecco una possibile obiezione, che è ragionevole e pertanto meritevole di attenzione, ma che in realtà è infondata. In generale, le regioni somatosensitive producono una mappa precisa di quanto ha luogo nel corpo in quel momento; in alcuni casi, tuttavia, non è così, per la semplice ragione che l'attività delle regioni impegnate nella produzione della mappa, o i segnali afferenti a esse, possono essere stati in qualche maniera modificati. La mappa, in altri termini, non è più fedele. Questo pregiudica la validità dell'ipotesi secondo cui noi sentiamo ciò che è rappresentato nelle aree somatosensitive? Niente affatto.” (p. 138-139)

“La spiegazione del perché i sentimenti siano percepiti come sono percepiti prende le mosse da questa considerazione: i sentimenti si fondano su rappresentazioni composite dello stato della vita nel corso del processo di regolazione finalizzato alla sopravvivenza dell'organismo in uno stato di funzionalità ottimale. Le rappresentazioni spaziano interessando la miriade di componenti dell'organismo, fino al livello costituito dall'intero. Il modo in cui i sentimenti vengono percepiti è legato a:

1. L'intima struttura dei processi vitali in un organismo pluricellulare dotato di un cervello complesso.

2. Il funzionamento dei processi vitali.

3. Le reazioni di correzione automaticamente generate da alcuni stati della vita, e le reazioni -innate e acquisite - che gli organismi mettono in atto quando nelle loro mappe cerebrali sono presenti determinati oggetti e situazioni.

4. Il fatto che quando vengono intraprese le reazioni regolatrici, indotte da cause interne o esterne, il flusso dei processi vitali è reso più o meno facile, fluido ed efficiente.

5. La natura del mezzo neurale in cui tutte queste strutture e questi processi sono rappresentati.” (p. 161-162)

“I contenuti dei sentimenti sono configurazioni dello stato corporeo rappresentato nelle mappe somatosensitive. Ora però, possiamo aggiungere che, nel dispiegarsi di un sentimento, le configurazioni transitorie dello stato corporeo cambiano rapidamente sotto le influenze reciproche e riverberanti: del cervello e del corpo. Inoltre, sia la valenza positiva/negativa dei sentimenti, sia la loro intensità, corrispondono alla facilità o alla difficoltà complessive con cui procedono, in quel momento,gli eventi della vita.

Infine, possiamo aggiungere che le cellule costituenti le regioni cerebrali somatosensitive, come pure le vie nervose che trasmettono al cervello i segnali afferenti dal corpo,probabilmente non sono componenti hardware, per loro natura neutrali. E probabile invece che esse diano un contributo essenziale alla qualità delle percezioni che chiamiamo sentimenti.” (p. 164)

“I sentimenti possono quindi essere i sensori mentali per monitorare l'interno dell'organismo, testimoni dei processi vitali colti nel loro svolgimento. Possono anche essere le nostre sentinelle. Essi consentono al nostro sé cosciente, fugace e limitato, di conoscere,per un breve periodo, lo stato corrente dei processi vitali dell'organismo. I sentimenti sono le manifestazioni mentali dell'equilibrio e dell'armonia, come della disarmonia e della dissonanza. Essi non riguardano necessariamente il carattere armonico o dissonante di oggetti o eventi presenti nel mondo esterno, ma hanno piuttosto a che fare con l'armonia o la dissonanza nel profondo del corpo. La gioia, il dolore e gli altri sentimenti sono, in larga misura, idee del corpo mentre esso si orienta verso stati di sopravvivenza ottimale. La gioia e il dolore sono rivelazioni mentali dello stato in cui versano i processi vitali, salvo i casi in cui le sostanze d'abuso o la depressione corrompano la fedeltà della rivelazione (anche se, dopotutto, si potrebbe sostenere che la sofferenza rivelata dalla depressione sia un'immagine fedele all'autentico stato in cui versa la vita).

E estremamente interessante che i sentimenti rispecchino lo stato vitale nel profondo di noi. Nei nostri tentativi di ripercorrere l'evoluzione a ritroso e di scoprire l'origine dei sentimenti, possiamo ben chiederci se non sia proprio questo ruolo di testimoni che essi rivestono nella nostra mente la ragione per cui si sono conservati come una caratteristica prominente degli esseri viventi complessi.” (p. 179-171)

Costruita la teoria dei sentimenti, Damasio tenta di inserire in essa le emozioni sociali partendo dai dati clinici ricavati dallo studio di pazienti affetti da lesioni del lobo frontale:

“Vi sono pochi dubbi sul fatto che l'integrità dei meccanismi dell'emozione e del sentimento sia necessaria per un comportamento sociale umano normale, espressione con la quale intendo un comportamento sociale conforme alle norme dell'etica e alle leggi, tale da poter esser descritto come «giusto». C'è da rabbrividire al pensiero di come sarebbe il mondo - dal punto di vista sociale - se la patologia rilevata nei soggetti con danni del lobo frontale insorti in età adulta interessasse più che una piccola minoranza della popolazione.” (p. 189)

“Si potrebbe esser tentati di liquidare questo esperimento concettuale dicendo che una specie siffatta si sarebbe rapidamente estinta. Devo chiedervi, invece, di non accantonarlo tanto in fretta, perché proprio qui sta il punto. In una società privata di quelle emozioni e di quei sentimenti, non vi sarebbe stata alcuna esibizione spontanea delle risposte sociali innate che fanno presagire un semplice sistema etico - nessun altruismo in boccio; nessuna gentilezza e nessuna riprovazione là dove, rispettivamente, gentilezza e riprovazione sono appropriate; nessuna automatica percezione dei propri fallimenti. Senza il sentimento di tali emozioni, gli esseri umani non avrebbero mai potuto dialogare per risolvere i problemi del gruppo - quali l'individuazione e la condivisione di risorse alimentari, la difesa dalle minacce o la composizione delle dispute tra i membri della comunità. Non vi sarebbe stata una crescente consapevolezza del nesso fra situazioni sociali, risposte naturali, e altre evenienze come la punizione e la ricompensa cui si va incontro permettendo o inibendo le risposte naturali. La codificazione delle regole espresse nei sistemi giuridici e nelle organizzazioni sociopolitiche sarebbe difficilmente concepibile in simili circostanze, anche ammettendo che tutto l'apparato dell'apprendimento, dell'immaginazione e del ragionamento fosse rimasto intatto a dispetto della devastazione emozionale - possibilità davvero remota. Con il naturale meccanismo di orientamento emozionale più o meno invalidato, l'individuo non avrebbe potuto sintonizzarsi sul mondo reale. Inoltre, costruire un sistema di orientamento sociale basato su dati di fatto, indipendentemente dal meccanismo naturale mancante, appare improbabile.” (p. 190)

Le considerazioni sono giuste, ma mettono alla prova la coerenza della teoria. Le emozioni e i sentimenti sociali, infatti, regolano il rapporto tra Io e Altro. Come ricavare tale regolazione dal fatto che esse traducono a livello cosciente lo stato del corpo?

Secondo Damasio uno schema esplicativo, riferito ad alcune di esse, potrebbe essere il seguente:

“IMBARAZZO; VERGOGNA; SENSO DI COLPA

Stimolo emozionalmente adeguato: debolezza/fallimento/violazione della persona o del comportamento dell'individuo

Conseguenze: impedisce la punizione comminata da altri (ivi compreso l'ostracismo, la messa in ridicolo); ripristina l'equilibrio nel sé, nell'altro, o nel gruppo; induce il rispetto delle convenzioni e delle regole sociali.

Base fisiologica: paura; tristezza; tendenze alla sottomissione

DISPREZZO; INDIGNAZIONE

Stimolo emozionalmente adeguato: violazione delle norme (di integrità o di cooperazione) da parte di un altro individuo

Conseguenze: punizione della violazione; induce rispetto delle regole e delle convenzioni sociali

Base fisiologica: disgusto; rabbia

SIMPATIA/COMPASSIONE

Stimolo emozionalmente adeguato: condizione di sofferenza/bisogno in un altro individuo

Conseguenze: consolazione, ripristino dell'equilibrio nell'altro o nel gruppo

Base fisiologica: attaccamento affettivo; tristezza

AMMIRAZIONE/MERAVIGLIA; ESALTAZIONE; GRATITUDINE; ORGOGLIO

Stimolo emozionalmente adeguato: riconoscimento (negli altri o in se stessi) di un contributo alla cooperazione

Conseguenze: gratificazione per la cooperazione; rinforzo della tendenza a cooperare

Base fisiologica: felicità” (p. 190-191)

E’ evidente, in questi schemi, che Damasio ritiene che le emozioni e i sentimenti sociali siano derivati complessi delle emozioni di base. Ma intanto il rapporto tra la base fisiologica è semplicemente presunto e non articolato adeguatamente. In secondo luogo la funzione delle emozioni sociali sembra andare ben al di là dell’adattamento dell’individuo all’ambiente. L’ambiente in questione, infatti, è quello interpersonale, sociale e culturale e le emozioni sociali sembrano deputate piuttosto a favorire l’unità, la coesione e la sopravvivenza del gruppo. Il problema è che il postulato adattamentista da cui muove Damasio, per essere coerente con il darwinismo, non può andare al di là dell’individuo.

Su questa contraddizione teorica, che si può risolvere solo ammettendo un’emozionalità sociale di base non solo in termini di attaccamento ma di empatia, un’emozionalità dunque che non può essere immediatamente ricondotta ad uno stato del corpo, anche se essa è in grado di modificarlo in senso positivo o negativo, Damasio, secondo un’abitudine ormai consueta ai Neuroscienziati, si abbandona ad una serie di riflessioni prevalentemente filosofiche che è opportuno leggere di seguito:

“L'eliminazione dell'emozione e del sentimento dallo scenario umano implica un impoverimento della successiva organizzazione dell'esperienza. Se le emozioni sociali e i sentimenti corrispondenti non vengono adeguatamente dispiegati, e se il legame fra situazioni sociali da una parte, e gioia e dolore dall'altra, si rompe, l'individuo si trova nell'impossibilità di classificare nella propria memoria autobiografica l'esperienza degli eventi servendosi di quel marchio affettivo che servirebbe ad attribuirle la sua qualità «buona» o «cattiva». Questo precluderebbe di accedere a qualsiasi livello successivo nella costruzione dei concetti di bene e di male, e in particolare impedirebbe la costruzione,culturale e ragionata, di che cosa debba essere considerato buono o cattivo, in relazione al bene e al male che ne deriva.

Ho il sospetto che in assenza delle emozioni sociali e dei sentimenti conseguenti - anche basandosi sull'improbabile assunto che in tali circostanze le altre abilità intellettuali possano conservarsi intatte - gli strumenti culturali che conosciamo come comportamenti etici, credenze religiose, leggi, giustizia e organizzazione politica, o non sarebbero comparsi affatto, o sarebbero emersi come costruzioni intelligenti di tipo molto diverso. Prudenza,però: non intendo dire che emozioni e sentimenti abbiano causato, da soli, l'emergere di quegli strumenti culturali. In primo luogo, i dispositivi neurobiologici che probabilmente facilitano l'emergere di tali strumenti culturali includono non solo emozioni e sentimenti,ma anche quella capace memoria personale che permette agli esseri umani di costruirsi un'autobiografia complessa, nonché il processo della coscienza estesa che consente strette relazioni reciproche fra i sentimenti, il sé e gli eventi esterni. In secondo luogo, difficilmente sarebbe ipotizzabile una semplice spiegazione neurobiologica per la comparsa dell'etica, del diritto e della religione. E ragionevole supporre che la neurobiologia avrà un ruolo importante nelle future spiegazioni di questi fenomeni culturali; ma per comprenderli in modo soddisfacente dovremo prendere in considerazione anche idee provenienti da altre discipline, quali l'antropologia, la sociologia, la psicoanalisi e la psicologia evoluzionista,nonché i risultati di studi nel campo dell'etica, del diritto e della religione. In effetti, la via che ha maggiori probabilità di portare a risultati interessanti è quella di un nuovo tipo di indagini, volte a verificare ipotesi basate sulla conoscenza integrata dei risultati di tutte queste discipline e della neurobiologia. Tale impresa sta appena cominciando a prender forma e, in ogni caso, va oltre gli scopi di questo capitolo e della mia preparazione. Sembra comunque verosimile che i sentimenti possano aver rappresentato una base necessaria per l'emergere del comportamento etico ben prima che gli esseri umani procedessero consapevolmente alla elaborazione di norme intelligenti di condotta sociale. I sentimenti sarebbero comparsi sulla scena negli stadi evolutivi precedenti, nelle specie non umane, e avrebbero rappresentato un fattore importante nel consolidamento di emozioni sociali automatiche e di strategie cognitive di comportamento cooperativo.” (p. 192-194)

“Negli esseri umani, la costruzione di quella che chiamiamo etica potrebbe aver avuto inizio nell'ambito di un programma generale di regolazione biologica. La comparsa di comportamenti etici embrionali sarebbe stata un ulteriore passaggio in una progressione comprendente in primo luogo tutti i meccanismi automatici e non coscienti che forniscono una regolazione metabolica; in secondo luogo, gli impulsi e le motivazioni e, infine, l eemozioni di vario tipo e i sentimenti. E molto importante osservare come le situazioni che evocano queste emozioni e questi sentimenti richiedano soluzioni comprendenti la cooperazione. Dall'esercizio di quest'ultima, poi, non è difficile immaginare l'emergere della giustizia e dell'onore. Infine, un altro livello di emozioni sociali, espresse in forma di comportamenti dominanti o subordinati all'interno del gruppo, avrebbe avuto un ruolo importante in quei rapporti di dare e avere che definiscono la cooperazione.

Verosimilmente, esseri umani dotati di questo repertorio di emozioni, e con tratti della personalità che includessero strategie cooperative, avrebbero avuto una maggior probabilità di vivere a lungo e di lasciare una discendenza numerosa. In questo modo, cervelli capaci di dar luogo a un comportamento cooperativo si sarebbero consolidati su base genetica. Ciò non significa che esista un gene per il comportamento cooperativo, e meno che mai per il comportamento morale in generale. In realtà, basterebbe la presenza costante dei molti geniche probabilmente dotano alcune regioni del cervello di particolari circuiti e dei cablaggi associati - per esempio regioni come il lobo frontale ventromediale, in grado di stabilire un nesso fra certe categorie di eventi percepiti, e certe risposte in termini di emozione-sentimento. In altre parole,alcuni geni, lavorando di concerto, promuoverebbero la formazione di determinate componenti cerebrali e il loro regolare funzionamento; tutto questo, con l'esposizione all'ambiente appropriato, renderebbe più probabili, in particolari circostanze, determinati tipi di strategia cognitiva e di comportamento. Essenzialmente, l'evoluzione avrebbe dotato il nostro cervello dell'apparato necessario per riconoscere particolari situazioni cognitive e scatenare determinate emozioni legate alla gestione di problemi o di opportunità venute a crearsi in relazione a quelle situazioni. La taratura di questo notevole dispositivo dipenderebbe dall'esperienza individuale e dalle influenze ambientali nel corso dello sviluppo.

Affinché non si pensi che l'evoluzione, col suo bagaglio di geni, abbia semplicemente fatto le cose nel modo migliore donandoci tutti questi comportamenti appropriati, vorrei sottolineare che le emozioni positive e l'altruismo, tanto encomiabile e adattativo, riguardano esclusivamente il gruppo.” (p. 197-198)

“La storia della nostra civiltà è, in una certa misura, la storia dei tentativi di estendere i nostri migliori «sentimenti morali» a una cerchia di esseri umani sempre più ampia, superando le limitazioni del piccolo gruppo e abbracciando alla fine l'intera umanità. Basta leggere i titoli dei giornali per rendersi conto di quanto siamo lontani da questo traguardo.

Ma la natura ha anche altri lati oscuri con i quali dobbiamo fare i conti. Il tratto della dominanza - come il suo complementare, la sottomissione - è una componente importante delle emozioni sociali. La dominanza ha un aspetto positivo, in quanto gli individui dominanti tendono a inventare soluzioni ai problemi della comunità. Conducono le trattative e,all'occorrenza, le operazioni militari; trovano la via della salvezza lungo le piste che portano all'acqua, alla frutta, al riparo - oppure l'additano incamminandosi sulla strada dei profeti e dei saggi. Tuttavia, quegli stessi individui dominanti possono anche diventare bulli prepotenti, tiranni e despoti, soprattutto quando il potere si accompagna al carisma, suo malvagio gemello. In tal caso, possono condurre malamente i negoziati e trascinare gli altri in guerre sbagliate. In questi individui, l'esibizione delle emozioni positive è riservata a una cerchia ristretta, costituita da loro stessi e dai loro più vicini sostenitori. In modo analogo, i tratti della subordinazione - senz'altro utili nel raggiungere accordo e consenso in unas ituazione conflittuale - possono anche rendere gli individui codardi dinanzi a un tiranno,accelerando la caduta di un'intera collettività per un semplice eccesso di obbedienza.” (p. 199)

“Io credo, e questo non dovrebbe sorprendere, che il comportamento morale sia legato al funzionamento di particolari sistemi cerebrali. Questi ultimi, tuttavia, non sono centri - noi non abbiamo qualcosa di simile a uno o più «centri della morale». Nemmeno la corteccia prefrontale ventromediale dovrebbe essere concepita come un « centro». Inoltre, è probabile che i sistemi sottesi ai comportamenti etici non siano dedicati esclusivamente a essi. Piuttosto, sono dedicati alla regolazione dei processi biologici, alla memoria, ai processi decisionali e alla creatività. Quanto ai comportamenti etici, essi sono i meravigliosi e utilissimi effetti collaterali di tutte quelle altre attività. Ma io non vedo alcun centro morale nel cervello, e nemmeno un sistema morale in quanto tale.

Sulla scorta di queste ipotesi, allora, il ruolo fondamentale dei sentimenti appare legato alla loro naturale funzione di monitoraggio dei processi vitali. Fin da quando emersero, il loro ruolo naturale dovette essere quello di tenere presenti le condizioni della vita facendo in modo che esse avessero un peso nell'organizzazione del comportamento. Proprio perché i sentimenti continuano a svolgere questa funzione, io credo che debbano avere anche una parte essenziale nella valutazione, nello sviluppo e addirittura nell'applicazione degli strumenti culturali ai quali stiamo qui alludendo." (p. 200)

“Se i sentimenti indicano lo stato vitale in ciascun essere umano, possono farlo anche in qualsiasi gruppo umano, grande o piccolo che sia. Una riflessione intelligente sul rapporto tra i fenomeni sociali e l'esperienza di sentimenti di gioia e dolore sembra indispensabile ai fini di quella perenne attività umana che consiste nell'escogitare sistemi di organizzazione giuridica e politica. Fatto forse ancor più importante, i sentimenti, e specialmente quelli di gioia e di dolore, possono ispirare la creazione di condizioni che, nell'ambiente fisico e culturale, promuovano la riduzione del dolore e il potenziamento del benessere a livello sociale. “p. 200-201)

“Lo sforzo di vivere in un'armonia condivisa e pacifica con gli altri è un'estensione dello sforzo di preservare se stessi. I contratti sociali e politici sono estensioni dell'imperativo biologico individuale. Ci è capitato di essere strutturali biologicamente in un certo modo -obbligati a sopravvivere e a ricercare il piacere, anziché il dolore - e da quella necessità deriva una certa armonia sociale. E ragionevole ipotizzare che la tendenza a cercare un accordo sociale sia stata essa stessa incorporata negli imperativi biologici, almeno in parte, a causa del successo evolutivo di popolazioni il cui cervello esprimeva in notevole misura comportamenti cooperativi.

Al di là della biologia di base vi è una decisione umana: anch'essa ha radici biologiche, ma nasce solo nell'ambiente sociale e culturale, prodotto intellettuale della conoscenza e della ragione.” (p. 210)

“Riassumendo, si potrebbe dire che i sentimenti sono necessari in quanto espressione a livello mentale delle emozioni e di ciò che sta alla base di esse. Solo al livello mentale dell'elaborazione biologica, e alla piena luce della coscienza, ha luogo un'integrazione sufficiente del presente,del passato e del futuro anticipato. Solo a quel livello è possibile che le emozioni creino,attraverso i sentimenti, l'interesse per il sé individuale. La soluzione efficace ai problemi non standard richiede infatti la flessibilità e l'elevato potere di raccolta di informazioni che possono essere offerti dai processi mentali, nonché l'interesse mentale che può essere acceso dai sentimenti.” (p. 216)

“Avvicinarsi a una soluzione, anche parziale, richiede un cambiamento di prospettiva. Richiede che si comprenda che la mente emerge da (o all'interno di) un cervello situato in un corpo, con il quale interagisce; che grazie alla mediazione del cervello la mente è radicata nel corpo vero e proprio; che essa si è conservata nell'evoluzione perché contribuisce al mantenimento di quel corpo; e, infine, che la mente emerge da (o all'interno di) un tessuto biologico - le cellule nervose - che condivide le stesse caratteristiche valide per definire gli altri tessuti del corpo. Di per sé un cambiamento di prospettiva non basterà a risolvere il problema; ma se non avrà luogo, dubito che si possa pervenire a una soluzione.” (p. 229)

La teoria di Damasio ha conseguito un rilevante successo a livello di corporazione neuroscientifica. Gran parte di tale successo è da ascrivere all’aggancio radicale che Damasio opera tra stato del corpo, emozioni, sentimenti e coscienza. L’aggancio, però, a mio avviso è troppo radicale, nel senso che esso comporta la riduzione dell’esperienza soggettiva allo stato del corpo. In questa ottica, le emozioni sociali si giustappongono alle emozioni di base e svolgono un ruolo meramente adattivo dell’individuo in rapporto al gruppo e al nuovo ambiente prodotto dalla cultura.

In realtà, il problema delle emozioni sociali è più complesso perché se, per un aspetto, esse favoriscono, attraverso l’empatia, l’integrazione all’interno di un gruppo collaborativo e solidale nell’assicurare la sua sopravvivenza e la riproduzione sociale, vale a dire il mantenersi nel tempo della sua identità culturale, per un altro, che concerne il bisogno di individuazione, esse possono promuovere non già solo la competitività bensì la differenziazione del modo di sentire , di pensare e di agire del soggetto in rapporto al gruppo.

Sia l’appartenenza che l’individuazione, alla cui base occorre ammettere l’esistenza di quote emozionali e motivazionali specifiche, possono essere ricondotte nel quadro dell’adattamento. Ma si tratta di un adattamento che può essere perseguito solo in virtù di uno squilibrio, di uno sforzo, di un impegno, e che comporta non poche possibilità disfunzionali.

Pur considerando insomma che il cervello umano è frutto dell’evoluzione naturale, alcuni suoi aspetti, soprattutto emozionali e motivazionali, non sembrano facilmente riconducibili nell’ottica dell’ideologia adattamentista. Essi implicano un’intrinseca drammaticità dell’esperienza umana, che non esclude l’obiettivo del benessere, ma non è certo riducibile allo stato del corpo.