Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Il mostro di belle speranze

Appendice prima

Su alcuni concetti di biologia evoluzionistica
L’evoluzione animale si può ritenere ormai un fatto, non un’ipotesi.

Si danno almeno tre prove inconfutabili a suo favore: la presenza di caratteri omologhi in organismi appartenenti a specie diverse (per esempio la presenza delle stesse ossa nella pinna della balena, nell’ala dell’uccello, della zampa anteriore del cane e dell’arto superiore dell’uomo), che suggerisce una genealogia, vale a dire la discendenza da un antenato comune; la presenza negli organismi di organi vestigiali del tutto inutili ma che in specie precedenti avevano una funzione (come la presenza nei serpenti di ossa delle zampe rudimentali); e l’esistenza negli embrioni di strutture che poi si perdono o si trasformano (come le fessure branchiali tipiche dei pesci negli embrioni umani). Paradossalmente tali prove si riconducono ad imperfezioni: sono segni della storia incompatibili con il creazionismo, i quali attestano inconfutabilmente che le specie evolvono, vale a dire derivano l’una dall’altra sia pure su una scala temporale molto ampia.

Se l’evoluzione animale è un fatto, i processi e i meccanismi attraverso cui essa si realizza sono invece ancora dibattuti.

All’epoca di Darwin, la genetica non esisteva ancora. Per spiegare l’evoluzione, egli poteva tenere conto solo della ricombinazione del materiale ereditario prodotta dalla riproduzione sessuata, che produce la varietà individuale su cui l’ambiente esercita la selezione, consentendo agli organismi più adatti di sopravvivere e di riprodursi.

Oggi sappiamo che la varietà individuale riconosce due fonti: la ricombinazione genetica ottenuta con la riproduzione sessuata e la mutazione dei geni e dei cromosomi, entrambi processi assolutamente casuali.

Potendo tenere conto solo della prima, non si stenta a capire che Darwin abbia sostenuto che la variazione si verifichi a tappe relativamente piccole, con estrema gradualità, mediante incorporamenti successivi di piccoli cambiamenti per azione della selezione naturale. Nell’ottica darwiniana la speciazione è un processo estremamente lento, che dura migliaia o centinaia di migliaia di anni. La gradualità dell’evoluzione implica indefiniti organismi o anelli intermedi tra la specie antenata e quella nuova.

Darwin confidava nel fatto che la palentologia, che alla sua epoca muoveva i primi passi, avrebbe portato alla scoperta degli anelli intermedi.

Nonostante la sua fede nella selezione naturale, egli, però, dotato di uno spirito critico fuori dell’ordinario, non ha mai sostenuto che essa fosse l’unico meccanismo implicato nell’evoluzione animale, ma solo il più importante.

Con l’avvento e lo sviluppo della genetica, la teoria dell’evoluzione ha integrato nella cornice dell’evoluzionismo darwiniano le nuove scoperte della natura discreta dei geni, delle mutazioni e della genetica delle popolazioni. L’integrazione ha prodotto la teoria sintetica dell’evoluzione (neodarwinismo), che ha accolto il gradualismo di Darwin. Secondo i neo-darwinisti la “macroevoluzione”, vale a dire l’evoluzione su grande scala che, nel corso di circa quattro miliardi di anni, ha portato, dalle cellule primordiali, fino alla biodiversità attuale, non è altro che lo sviluppo nel tempo della ”microevoluzione”, vale a dire l’evoluzione che avviene all’interno delle specie viventi (genesi di varietà e di sottospecie) in virtù di processi di speciazione ritenuti lentissimi.

I neodarwinisti ammettono, oltre alla selezione naturale, altri meccanismi di evoluzione, come per esempio la deriva genetica, che si realizza quando sopravviene una separazione fisica di una stessa popolazione in due zone diverse, in modo tale che non sia più possibile, per motivi geografici, l'incrocio fra gli individui delle due nuove popolazioni. In queste condizioni, le mutazioni con il passare delle generazioni possono portare a modifiche anche sostanziali dell'aspetto e alle caratteristiche degli individui. Si tratta comunque di un processo estremamente lento.

Alcuni biologi evoluzionisti, però, pur riconoscendo l’importanza della selezione naturale, non sono d’accordo con il gradualismo, che sembra poco compatibile con i dati forniti dalla paleontologia che pongono in luce lunghissimi periodi di ristagno dell’evoluzione (con prove scarse e sostanzialmente insignificanti di forme intermedie) e periodi più brevi nel corso dei quali si verifica una vera esplosione di nuove specie. Essi sostengono che non vi è la necessità che esista una sequenza completa di stadi intermedi, e che la speciazione può originarsi in tempi (relativamente) rapidi.

I saltazionisti (come Richard Goldschmidt) ammettono la possibilità di una variazione discontinua o macromutazione, che determina d’emblée la nascita di una nuova specie. I teorici degli equilibri punteggiati (come S. Y. Gould) tentano, viceversa, di conciliare i cambiamenti rapidi e profondi con la necessità darwiniana della continuità del cambiamento genetico. Occorre, a loro avviso, considerare il rapporto tra modificazioni strutturali e modificazioni genetiche. Se si ammette che piccoli cambiamenti genetici possano tradursi talvolta in grandi differenze della forma del corpo il problema è risolto, in quanto le piccole variazioni genetiche sono il materiale grezzo su cui agisce la selezione. I piccoli cambiamenti in questione sono quelli che incidono sui geni che regolano la velocità di sviluppo nelle fasi precoci della crescita. Se tali geni mantengono un elevato livello di crescita essi determinano la persistenza negli adulti di stadi giovanili nei progenitori (neotenia o pedomorfosi).

La specie umana rappresenta un caso straordinario in cui grandi cambiamenti morfologici si accompagnano a piccole differenze genetiche rispetto agli scimpanzè. La grande divergenza morfologica e funzionale tra le due specie è da ricondursi dunque a mutazioni che, mantenendo un alto tasso di crescita del cervello, determinano uno sviluppo individuale molto lento. Affermando che “il bambino è il padre dell’uomo”, Gould ha sintetizzato efficacemente il “mistero” della comparsa della specie umana.

La teoria degli equilibri punteggiati è un’integrazione e non una contestazione del darwinismo, del quale ricusa solo il presupposto gradualistico. Essa, però, comporta conseguenze teoriche di grande interesse per quanto concerne l’uomo.

Nell’ottica del gradualismo, tutte le strutture e le funzioni di un organismo sono selezionate in quanto esse hanno un valore adattivo, vale a dire servono alla sopravvivenza e alla riproduzione della specie. Nell’ottica della teoria degli equilibri punteggiati, invece, si ammette la possibilità che una struttura prodotta dall’evoluzione abbia potenzialità funzionali adattive ma anche potenzialità ridondanti, vale a dire potenzialità che immediatamente non hanno significato adattivo, ma possono essere utilizzate successivamente (nel corso della storia della specie) per altri scopi.

Gould ha definito le potenzialità ridondanti con il termine exaptation.

In rapporto alla specie umana, tale concetto sembra estremamente pertinente, in quanto svincola l’analisi delle funzioni psichiche dal presupposto per cui il cervello umano è stato selezionato solo per soddisfare le esigenze di uomini primitivi che vivevano di caccia e di raccolta.

Lo sviluppo della cultura umana, per molti aspetti, sembra incomprensibile se non si ammette l’entrata in azione e l’uso di potenzialità “exattate”, intrinseche alla struttura cerebrale umana, che originariamente non avevano alcun significato adattivo.

La neotenia umana sembra in grado di spiegare l’esistenza di tali potenzialità.