Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Facci un Dio

Genesi e sviluppo dell'ideologia biblica

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Introduzione alla lettura

Facci un dio è solo in apparenza un saggio che analizza i testi biblici alla ricerca di un filo conduttore che ne spieghi la genesi, l'evoluzione e l'impatto straordinario sulla storia, la cultura e la civiltà. In realtà si tratta di uno studio il cui intento primario consiste nel capire come, nel corso della storia, si organizzano le ideologie sociali, vale a dire quadri o recinti di mentalità capaci di irretire la psicologia e la visione del mondo di infinite generazioni e di interi popoli.

E' evidente che questo intento implica un'opzione laica nei confronti dei testi sacri. Nessun credente potrebbe essere d'accordo sull'identificare la religione con un'ideologia, anche se egli dovesse ammettere che, in ultima analisi, la religione è un insieme di credenze che nel loro complesso rappresentano una visione del mondo che dà ad esso senso e comporta un sistema di valori che orienta il comportamento. Di una visione e di un'interpretazione del mondo però si tratta, e in quanto tale essa può essere affrontata laicamente, prescindendo dalla rivelazione e riconoscendo in essa l'espressione di un bisogno profondamente radicato nella mente umana: il bisogno di un senso totale della realtà che affranchi l'esperienza soggettiva dall'insignificanza che su di essa incombe come una maledizione.

Si danno altre possibilità psicologiche e culturali per fare fronte a questa maledizione, di un animale la cui consapevolezza di essere destinato a morire impedisce di vivere questo destino come naturale. Ci sono, in ordine storico, il riferimento ad un philum transgenerazionale al quale l'individuo appartiene e che è immortale, il rifiuto buddista della catena dell'esistenza che promuove la dissoluzione dell'individuo nella totalità dell'essere, l'accettazione stoica del dolore, della malattia e della morte, il laicismo liberale, che assoggetta la paura alla razionalità, il materialismo storico-dialettico, che riscatta la precarietà individuale in nome di una partecipazione vissuta ad una vicenda il sui fine è la naturalizzazione dell'uomo e l'umanizzazione della natura. Si tratta però di soluzioni che, oltre a richiedere un'attrezzatura culturale piuttosto rilevante, non vanno alla radice del male. Nessuna di esse, come la religione cristiana, che è il frutto maturo della tradizione biblica, ha il potere di trasformare il negativo in positivo, vale a dire di dare al dolore e alla malattia il significato di una prova meritoria e alla morte quello di un passaggio ad un'altra vita eterna.

Non mi sarei comunque impegnato provocatoriamente a scrivere un saggio sulla Bibbia, che mi è costato parecchi anni di studio, di consultazione e di riflessione, solo per ribadire che la religione, nel bene e nel male, è la più potente medicina culturale che l'umanità nel corso della sua storia è riuscita a scoprire contro l'angoscia della precarietà e l'incubo dell'insignificanza dell'individuo e della vita stessa. Sarebbe veramente paradossale se uno psichiatra critico e uno psicoterapeuta non avesse un rispetto profondo e radicale delle debolezze umane. Il fatto è che la lettura dei testi biblici mi ha consentito di scoprire un filo interpretativo più interessante: l'anelito di giustizia che, con infinite contraddizioni, sottende l'Antico Testamento, giunge con i Profeti ad una maturazione drammatica e che in Gesù trova risoluzione nella promessa di un altro mondo, il regno appunto della giustizia. Questi filo interpretativo mi ha portato a pensare che, nel fondo della mente umana, il problema della giustizia sia più importante dell'immortalità, e che esso, posto lo stato di cose esistente nel mondo, abbia promosso il riferimento all'aldilà.

Il fondamento di questa interpretazione è testuale. La religione veterotestamentaria è una religione del mondo, che ignora l'aldilà finchè persiste la speranza che la giustizia possa realizzarsi sulla Terra. Solo lo scacco di quest'aspettativa promuove nei Profeti prima una cupa disperazione e poi l'intuizione di un altro mondo, che Gesù definirà come il paradiso in cui i giusti troveranno pace e gli ingiusti la punizione che meritano.

Un sogno? un'utopia? Certo, dal mio punto di vista. Ma quanto tremendamente espressivi di un anelito e di un bisogno che sottende visceralmente l'esperienza umana e che rappresenta, forse, l'aspetto più profondo e più significativo della mente umana...

Il saggio è stato scritto nel 1999. Ho fatto qualche timido tentativo di promuoverne la pubblicazione, che si è esaurito quando ho preso atto che lavori del genere non hanno praticamente mercato. Ciò non significa ovviamente che non abbiano senso.

Facci un Dio…


"il mito si costituisce attraverso la dispersione della qualità storica delle cose: le cose vi perdono il ricordo della loro fabbricazione"

R. Barthes

Indice

Introduzione

Parte prima. Storia e Testo

1) Storia del popolo ebraico (dalle origini al I° secolo d. C.)

2) Struttura e formazione della Bibbia

Parte seconda. La religione veterotestamentaria

1) Il Divino Proprietario

2) La religione dei Patriarchi

3) La religione di Mosè

4) Il Dio degli Eserciti

5) Il Dio dei Re

6) La religione dei Profeti

7) La religione della restaurazione e del declino

Parte terza. La religione di Gesù

1)Il contesto storico e culturale

2) I Vangeli

3) Profezie veterotestamentarie

4) Genealogia

5) La personalità di Gesù

6) La predicazione di Gesù

Parte quarta. Nascita del Cristianesimo

1) Il conflitto giudeo - cristiano

2) La religione paolina

Conclusioni

Appendici

1) L’interpretazione ecclesiale

2) Le intepretazioni non confessionali

Bibliografia

Introduzione

L’universalità nello spazio e nel tempo del fenomeno religioso, vale a dire di credenze e di riti i più diversi che definiscono e regolano il rapporto tra l’uomo e il sacro, è un dato di fatto inconfutabile, la cui interpretazione è controversa.

I credenti lo adducono come prova di un’intuizione, profondamente radicata nell’anima umana, alla quale corrisponderebbe una realtà ontologica sovrannaturale da cui gli uomini, in un modo o nell’altro, si riconoscono dipendenti e con cui vogliono mantenersi in relazione. Da questo punto di vista, l’aspetto soggettivo - il "sentimento" religioso — si pone come più importante di quello oggettivo, rappresentato dalle credenze e dai riti.

I laici, viceversa, lo assumono come indiziario di bisogni, consci e inconsci, riconducibili genericamente all'esigenza di sopperire ai limiti della condizione umana, finita e precaria. Originariamente sociali, deputati cioè a favorire la coesione culturale del gruppo e ad accrescere il suo potere sulle forze misteriose che governano il mondo, tali bisogni hanno assunto progressivamente una configurazione individuale, ponendo in primo piano il problema della felicità e della salvezza del singolo. Per quanto eterogenei nelle loro multiformi espressioni, essi riconoscerebbero come comune denominatore l'estraniazione dei prodotti culturali - le credenze religiose - dai produttori.

L’interpretazione dei credenti ha come limite la straordinaria eterogeneità dei fenomeni religiosi, la loro evoluzione inconfutabilmente progressiva - dall'animismo al monoteismo -, e la difficoltà di ridurre le differenze teologiche tra le grandi religioni attualmente esistenti, nonostante esse facciano riferimento ad una rivelazione divina.

L’interpretazione laica, viceversa, molto più a suo agio nell'interpretare l’eterogeneità dei fenomeni religiosi e la loro evoluzione, viene ad urtare contro l’universalità della categoria del sacro, che sembra porsi come una misteriosa forma a priori mentale. Se non è difficile, infatti, ricondurne le origini alla percezione animistica del mondo degli uomini primitivi, è problematico capire la sua tenace persistenza nel corso della storia.

Sul piano filosofico, le due interpretazioni si equivalgono. Non è dunque per caso che la Chiesa propone, privilegia e accetta questo terreno di confronto, laddove essa sa di potere opporre alle argomentazioni razionali dei laici il richiamo al ‘mistero’ insondabile del mondo e dell’uomo cui solo la religione fornirebbe una risposta compiuta.

In questo saggio, la cui opzione laica è bene sia presente preliminarmente al lettore, prescinderemo dall’approccio filosofico a favore di un approccio psicosociostorico. Per quanto universale, infatti, il fenomeno religioso si declina, nello spazio e nel tempo, sotto forma di un insieme di credenze e di pratiche rituali che hanno, per ogni gruppo, popolo o civiltà, una caratterizzazione sufficientemente precisa, e riconoscono una genesi e un’evoluzione storica che consente di distinguerle da tutti gli altri aspetti della cultura (economia, politica, diritto, morale, filosofia, letteratura, arte, scienza, ecc.) con le quali risultano intrecciate. In quanto appartenenti alla storia e alla sfera della cultura, e in quanto partecipate da una collettività, etnica o interetnica, le religioni possono essere assunte come ideologie sociali, posto che per ideologia s'intenda, alla maniera di Althusser, "un sistema (che possiede una propria logica e un proprio rigore) di rappresentazioni (immagini, miti, idee o concetti a seconda dei casi) dotato di un'esistenza e di un ruolo storico in seno a una data società". Questa definizione, di per sè, non esclude la possibilità che una religione sia il frutto di una rivelazione divina, vale a dire di un apprendimento. Tale possibilità va comprovata però per esclusione. Solo se l'insieme delle credenze proprie di una determinata religione non può essere in alcun modo spiegato in termini di produzione culturale, si può ammettere che esso sia il frutto di una rivelazione.

Assumere le religioni come ideologie sociali impone metodologicamente di analizzarle, anzitutto, in rapporto ai contesti geografici e storici all’interno dei quali esse si originano, attecchiscono ed evolvono e di tenere conto, oltre che dell’organizzazione socio-economica, dei fattori psicologici, individuali e collettivi, in virtù dei quali sono elaborate, vissute e praticate. I due aspetti sono entrambi importanti ma, come vedremo, il loro peso reciproco nella produzione ideologica non è affatto semplice da definire, nè è sempre lo stesso nel corso del tempo.

Il titolo del saggio, il cui significato è piuttosto metodologico che provocatorio, com'è attestato dalla citazione di Barthes, anticipa le conclusioni cui perviene un’analisi ideologica della religione biblica documentata dai testi. Esso fa riferimento ad un episodio esemplare che la Tradizione squalifica come espressione di una rozza religiosità idolatrica che la rivelazione dell’unico, vero Dio, invisibile e trascendente, avrebbe sormontato. Analizzato sotto il profilo ideologico, l’episodio appare, invece, denso di significati e offre la chiave interpretativa di ogni produzione religiosa.

Il contesto nel quale si realizza (cfr. Esodo, 32, 1 - 6) è quello di un insieme di tribù eterogenee - di Ebrei e di ‘forestieri’ - sottrattesi da poco con la fuga al dominio egiziano. La fuga, promossa dalla durezza del regime schiavistico egiziano, è stata organizzata e guidata da un singolare personaggio, Mosè, ebreo per nascita ma educato alla corte del faraone, che, in esilio per un fatto di sangue, si è presentato agli oppressi in nome di un Dio dal nome sino allora sconosciuto - Jahvè - , promettendo a coloro che l'avrebbero seguito di condurli alla conquista della terra di Canaan. Tale promessa, incentrata sull'identificazione di Jahvè col Dio dei Padri che gli Ebrei hanno continuato a coltivare, mira a riabilitare un mito - quello della Terra promessa - che, dall’epoca dei Patriarchi, fa parte della loro tradizione. Per i 'forestieri' che si aggregano in numero imprecisato agli Ebrei, essa ovviamente non significa altro che sottrarsi al duro regime egiziano.

Il rapporto dei profughi con Mosè è ancora precario. La fuga si è realizzata e la rappresaglia degli egiziani è stata sventata, ma in virtù dell’inoltrarsi in un territorio inospitale e desertico che impone, ad un insieme raccogliticcio di tribù, abituate da secoli a dipendere dal regime egiziano, di adattarsi ad una vita nomadica e di riorganizzarsi sul piano economico, sociale e culturale.

Lo stato d’animo dei profughi è ambivalente: l’esultanza per la riconquistata libertà è temperata dalla nostalgia del regime di sussistenza di cui godevano in regime di schiavitù e dalla precarietà della situazione in cui si trovano. Consapevole di questo stato d’animo, che comporta una qualche diffidenza nei suoi confronti, Mosè ha condotto il popolo al Monte Sinai, luogo abituale di culto del Dio in nome del quale si è presentato, per accreditarsi come unico suo rappresentante e intermediario. Salito sul monte per ricevere da Jahvè le leggi indispensabili a dare un minimo di coesione a quella che è nulla più che una masnada raccogliticcia di vari gruppi etnici, dopo quaranta giorni non è ancora tornato. I profughi, dando per scontato che debba essergli accaduto qualcosa, si ritrovano dunque smarriti, senza una guida. Evidentemente Jahvè non è ancora il loro Dio, ma il Dio di Mosè.

Trattandosi di tribù non avvezze a riconoscere un capo politico unico, il loro bisogno non è quello di sostituire Mosè bensì di 'darsi' un Dio. Quest'oscura necessità fa capo al fatto che, nell’Antichità, un popolo senza un 'suo' Dio è privo di protezione in un duplice senso: esposto, per un verso, ai rischi indefiniti del caso e, per un altro, alla potenza delle divinità dei popoli con cui viene a contatto. Il bisogno religioso fa dunque riferimento ad un ordine che trascende la natura, da cui l'uomo dipende e con cui può in qualche misura comunicare attraverso i riti per propiziarselo e scongiurare il male. La religione rappresenta la mediazione tra un determinato gruppo sociale e il Sacro. Si tratta però di una mediazione che deve fare conti con una competizione universale. Tutti i gruppi - tribali, etnici e nazionali - sono, infatti, impegnati a stabilire un rapporto privilegiato col Sacro attraverso i loro dei. La necessità di 'darsi' un Dio è imprescindibile di conseguenza dalla speranza che il proprio Dio sia più forte di quello di altri gruppi. Ciò spiega i frequenti cambiamenti gerarchici che avvengono all'interno dei pantheon politeistici.

Costruire un idolo con le proprie mani e identificare in esso il proprio Dio non ha il rozzo significato che i Profeti assegneranno all’idolatria. L’idolo non è in sè e per sè Dio, bensì il simbolo ostensibile del Sacro col quale esso permette, attraverso il culto e i riti, di comunicare, cercando d'influenzarlo a proprio favore. Che l’idolo assuma una determinata forma (animale o antropomorfica) o un nome particolare, che esso tenda inesorabilmente a moltiplicarsi, rappresentando il significante di un significato esteso e totalizzante - per l’appunto, il Sacro - , nulla toglie al carattere radicalmente umano della motivazione da cui prende origine: la necessità di un gruppo umano di non sentirsi abbandonato ai capricci del caso e della contingenza e di giungere a disporre, attraverso la mediazione dei culti e dei riti, di un qualche potere sul proprio destino.

I profughi hanno dato credito a Mosè e al suo Dio. Se Mosè, com'essi giungono a pensare, è morto, è evidente che Jahvè non è particolarmente potente. E' necessario dunque sostituirlo con un altro Dio. Non è insignificante, in rapporto al brano in questione, tenere conto che essi si rivolgono ad Aronne, fratello di Mosè. Ciò significa che essi attribuiscono un qualche potere magico al clan che ha organizzato la fuga dall'Egitto. Ancor più significativo è il fatto che essi gli chiedono di fabbricare, con gli ori di cui si spogliano, un vitello, vale a dire un simbolo religioso affine ad un Dio del pantheon egiziano. Fuggiti dall'Egitto, essi, evidentemente, conservano memoria della potenza e della magnificenza della civiltà egiziana.

L’episodio biblico ci restituisce dunque, di là dell'apparente rozzezza di un comportamento che attribuisce poteri divini ad un pezzo di materia lavorato da mani umane, l’ideologia religiosa propria dell’Antichità, incentrata sulla convinzione universale dell'esistenza del Sacro, sulla necessità di comunicare con esso per volgerlo a proprio favore e sul culto magico degli idoli vissuti come simboli ostensibili del Sacro stesso.

Sullo sfondo di quest'ideologia, che è la matrice di ogni fenomeno religioso, si definisce, nel contesto della storia ebraica, l'esigenza di una ristrutturazione ideologica destinata a identificare il Sacro con un Dio unico, personale, dotato di volontà propria, che rappresenta la Legge che gli uomini devono riconoscere e rispettare. Si tratta di una rivoluzione culturale che riduce il potere degli uomini di influenzare il Sacro e li subordina al rispetto della Legge, dal quale discende il favore di Dio nei loro confronti. Il salto di qualità concettuale che tale rivoluzione comporta, che esiterà a distanza di secoli in una teologia raffinata, per quanto contraddittoria (com'è proprio di ogni ideologia religiosa), originariamente è funzionale solo a sancire la centralizzazione del culto religioso e il potere della classe sacerdotale.

Analizzeremo con cura le circostanze che promuovono questa rivoluzione. Per ora, è importante ribadire che la nuova ideologia fa capo alla stessa istanza di regolazione del rapporto dell’uomo col Sacro che sottende l’idolatria. Il bisogno religioso è, dunque, sempre lo stesso. Ciò che cambia ideologicamente è la concettualizzazione del Sacro e delle leggi che governano il rapporto dell'uomo con esso. Il cambiamento ideologico è però imprescindibile da un processo di riorganizzazione sociale che lo promuove. L’analisi ideologica mira ad illuminare le circostanze oggettive e soggettive che hanno determinato tale cambiamento.

Si tratta di un cambiamento di fondamentale importanza perchè esso trasforma l'alienazione relativa propria dell'idolatria, che ancora comporta la possibilità dell'uomo di influenzare il Sacro, per esempio sostituendo una divinità caduta in disgrazia con un'altra ritenuta più potente, in un'alienazione assoluta, che lo subordina alla volontà di un unico Dio, alla Legge che esso pone e al potere sacerdotale. In virtù degli ideologi biblici, il bisogno di darsi un Dio giunge, attraverso un secolare lavorio mentale, all'astrazione teologica, in virtù della quale Dio preesiste all’uomo e lo trascende, ponendosi, infine, come Essere personale ed eterno che rappresenta il presupposto dell’ex - sistere.

L’attribuzione a Dio di una volontà personale e di una potenza creatrice, del tutto estraneo all’idolatria, pone però il problema inquietante di spiegare perchè il mondo è imperfetto, perchè esiste il male e perchè, infine, l’uomo inclina ad esso. Confrontandosi con questi problemi, la teologia biblica si aggroviglia in contraddizioni che il messaggio di Gesù non risolve. Il Dio di Gesù - un Dio misericordioso e paterno alla cui volontà l’uomo deve abbandonarsi totalmente - è null'altro che la quintessenza del pensiero profetico, vale a dire di un pensiero astratto, metafisico, che oppone alla persistente tentazione idolatrica del popolo ebraico un monoteismo radicale. Per spiegare però l’origine e la persistenza del male sulla terra, Gesù deve mutuare dal pensiero profetico anche ciò che in esso vi è di più caduco: l’esistenza un misterioso avversario di Dio - Satana - che seduce e travia le anime umane e la cui sconfitta definitiva, necessaria a sancire la maggiore potenza di Dio del bene rispetto a quello del male, non può avvenire che nell’aldilà. Il problema del male, che l'idolatria riconduce ad un incessante lotta tra le varie divinità, nella quale si riflette la competizione tra tribù, gruppi etnici e popoli, giunge così a porsi come lotta tra l'unico, vero Dio e gli altri dei, che vengono degradati e accomunati nella categoria del Demonio (Belzebù, che etimologicamente significa il Dio sconfitto).

La produzione ideologica di un Dio unico corrisponde, dunque, a modi diversi di interpretare il bisogno religioso, influenzati dalle circostanze storico sociali, da congiunture critiche, dagli stati d’animo individuali e collettivi e dall’astrazione concettuale. L’analisi che condurremo dei testi biblici tenterà di documentare questo assunto.

Lo studio delle ideologie alla luce della storia sociale rappresenta una frontiera scoperta solo di recente dagli studiosi. L’oggetto in questione, vale a dire i recinti mentali di lunga durata che influenzano il modo di pensare, di sentire e di agire di un gruppo etnico, di una nazione o di un’intera civiltà, coincide, grosso modo, con la sovrastruttura identificata da Marx come costituiva di ogni società. Rispetto a Marx, però, la nuova metodologia comporta due importanti cambiamenti.

Il primo consiste nel considerare il rapporto tra infrastruttura socio - economica e sovrastruttura culturale come interattivo e reciproco, e dunque non deterministico nè in un verso nè in un altro. Bandito il determinismo economico, in quanto espressione di un rozzo materialismo, e quello culturale, in quanto espressione di un astratto idealismo, tale rapporto implica uno spettro molto ampio di possibilità interattive che vanno indagate in riferimento ad una determinata società o civiltà, e che possono mutare nel corso del tempo.

Il secondo cambiamento è da identificare nell’assunzione dell’ideologia come un insieme di tradizioni, credenze, idee, pregiudizi, miti, norme comportamentali, valori morali, modi di sentire depositati in gran parte a livello di inconscio sociale che, trasmettendosi di generazione in generazione, si riverberano, in varia misura, nella psicologia individuale dei soggetti. Il radicamento delle ideologie a livello di inconscio sociale assicura ad esse una lunga durata perchè determina un progressivo affrancamento dalle matrici socio - storiche che le hanno prodotte e le corrobora della forza propria delle tradizioni. Tale radicamento esprime l’influenza nella cultura umana dei morti sui vivi.

Questi cambiamenti portano a pensare che la riproduzione sociale è un processo estremamente complesso nel quale i fenomeni mentali, individuali e collettivi, consci e inconsci, svolgono un ruolo assolutamente rilevante.

Il superamento del pensiero di Marx nello spirito di Marx è evidente nello sforzo di G. Duby di definire le caratteristiche proprie delle ideologie sociali. Le ideologie sono sistemi completi e totalizzanti "dal momento che pretendono di offrire della società, del suo passato, del suo presente, del suo futuro, una rappresentazione di insieme integrata alla totalità di una visione del mondo". Rassicuranti per un verso, le ideologie "sono, altrettanto naturalmente, deformanti. L'immagine che esse offrono dell'organizzazione sociale si costruisce su di un incastro coerente di inflessioni, di slittamenti, di deformazioni, su di una prospettiva, su un gioco di chiaroscuri che tende a velare certe articolazioni proiettando tutta la luce su altre, per meglio servire interessi particolari". Dato che, però, al di là di un certo livello di complessità, ogni società ha un'articolazione diversificata, ne consegue la coesistenza di "molteplici sistemi di rappresentazione che, naturalmente, sono concorrenti. Queste opposizioni in parte sono formali, e corrispondono all'esistenza di molteplici livelli di cultura. Esse riflettono soprattutto antagonismi che nascono talvolta dalla giustapposizione di etnie separate, ma che sono sempre determinati dalla disposizione dei rapporti di potere. Un certo numero di tratti comuni avvicinano queste ideologie, dal momento che le relazioni vissute di cui offrono l'immagine sono le stesse, e si costruiscono in seno allo stesso insieme culturale e si esprimono negli stessi linguaggi. Tuttavia di solito le une si presentano come le immagini rovesciate delle altre, a cui si contrappongono". Totalizzanti, deformanti, concorrenti, le ideologie hanno anche una funzione stabilizzatrice del sistema. Questa inclinazione alla stabilità "deriva dal fatto che le rappresentazioni ideologiche pertecipano alla pesantezza insita in tutti i sistemi di valori, la cui ossatura è fatta di tradizioni. La rigidità dei diversi organi di educazione, la permanenza formale degli strumenti linguistici, la potenza dei miti, l'istintiva reticenza nei confronti dell'innovazione che si radica nel più profondo dei meccanismi della vita ostacolano la possibilità che esse si modifichino sensibilmente nel corso del processo che le trasmette ad ogni nuova generazione. La paura del futuro fa sÏ che le ideologie si appoggino naturalmente alle forze di conservazione, di cui ci si accorge che sono predominanti nella maggior parte degli ambienti culturali che si giustappongono e si compenetrano in seno al corpo sociale... Più solidamente e più comunemente, il conservatorismo si appoggia sulla stessa gerarchia sociale... Si può pensare che la resistenza al cambiamento non è mai ancorata più saldamente che tra i membri di ogni tipo di clero, attaccati più di chiunque altro alla salvaguardia dei concetti, delle credenze e delle regole morali che costituiscono l'unico sostegno della potenza di cui essi godono e dei privilegi che sono loro riconosciuti". Le ideologie, infine, hanno un'efficacia pratica. Infatti "nelle culture di cui si può scrivere la storia, tutti i sistemi ideologici si fondano su di una visione di questa storia, basando su una memoria dei tempi trascorsi, oggettiva o mitica, il progetto di un avvenire che dovrebbe vedere l'avvento di una società più perfetta". In questo senso contribuiscono ad animare il movimento della storia. Ma nel corso di questo movimento esse stesse si trasformano per adattarsi ai cambiamenti sociali e politici che intervengono e subendo l'influenza delle altre culture.

Questa concettualizzazione rende indubbiamente la metodologia di analisi delle ideologie sociali molto più flessibile rispetto all’originaria impostazione marxiana, incapace di spiegare il problema per cui allo stesso modo di produzione possono corrispondere sovrastrutture culturali le più varie, ma anche molto più complessa. Mentre infatti l’infrastruttura socio - economica di una società, anche remota, si può ricavare da un numero ridotto di dati, l’analisi di un’ideologia sociale richiede una documentazione la più ampia possibile di ordine geografico, storico, economico, politico, burocratico, giuridico, letterario, filosofico, artistico, religioso. Essa postula inoltre di ricostruire, a partire da questa documentazione, la psicologia individuale e collettiva propria della società in questione, e di valutare in quale misura essa corrisponde a meccanismi psichici universali o è determinata storicamente.

Una difficoltà ulteriore è legata al fatto che le ideologie sociali, in misura paradossalmente proporzionale al loro peso specifico, solo raramente, come sottolinea Duby, costituiscono "nella loro totalità, l'oggetto di un'espressione deliberata". Anche quando esse vengono comunicate volontariamente in forma dottrinaria, la loro immagine rimane comunque frammentaria poichè aspetti importanti della vita sociale che hanno contribuito a produrle, rimangono dissimulate. Ciò significa che, anche disponendo di una vasta documentazione, le ideologie sociali, per giungere a coglierne pienamente il significato, vanno ricostruite indiziariamente.

Quest’ultimo aspetto è di particolare importanza per quanto concerne le religioni. L’insieme delle credenze su cui si fondano, infatti, sono quasi sempre affidate ad una documentazione che, tra testi originali, esegesi e commenti, è eccessiva piuttosto che carente. Nonostante ciò, l’analisi ideologica risulta solitamente difficilissima perchè lo scarto tra il carattere astratto, mitologico e simbolico, delle credenze religiose e la realtà sociale a partire dalla quale si definiscono e nella quale attecchiscono appare sempre rilevante. Presente in tutte le religioni, questo scarto è massimo nelle grandi religioni storiche, la cui dottrina raggiunge di solito livelli estremi di astrazione.

Posto ciò, c’è da chiedersi se l’intento del saggio di affrontare i testi biblici sul piano dell’analisi ideologica al fine di fornirne una lettura e un’interpretazione che prescinde sia dall’ottica confessionale, che li ritiene ispirati da Dio, sia da quella razionalista, che vede in essi l’espressione di una mistificazione ideologica, sia ragionevole e perseguibile.

Data la distanza storica che ci separa dagli eventi in questione, la carenza di documenti - scritti o archeologici - estranei alla Bibbia, l’intento religioso dei redattori finali dei testi, la carenza di indizi sociologici, la difficoltà di ricostruire, a partire dal presente, la psicologia individuale e collettiva dell’epoca, l’impresa appare ardua.

La religione biblica si è originata nel seno di un popolo che, per lunghi secoli, è stato politicamente, e dunque storicamente, insignificante. Riguardo a questo lungo periodo disponiamo di una documentazione che, tranne alcuni accenni di incerta interpretazione presenti in alcuni testi scoperti dall’archeologia, si riduce alla Bibbia. Ma i testi biblici in questione sono stati redatti a distanza di secoli dagli eventi che narrano, sulla base dunque di una secolare tradizione orale di cui nulla sappiamo. Essi sono stati inoltre reinterpretati e rimaneggiati tardivamente alla luce di quanto accaduto successivamente.

L’accesso alla storia del popolo ebraico, che coincide con la conquista della Palestina, non migliora di molto il patrimonio documentario. Israele, anche nel periodo del suo massimo fulgore, sotto David e Salomone, è stata sempre una potenza minore nello scacchiere medio - orientale dominato dall’Egitto, dall’Assiria, da Babilonia. L’importanza annessa dagli Ebrei alla loro storia - la storia di un popolo eletto da Dio e destinato a trionfare su tutti gli altri popoli - non riconosce di conseguenza che modesti riscontri esterni.

A maggior ragione, questo scarto vale dopo la fine dei regni alla quale segue una progressiva decadenza che pone gli Ebrei sotto il protettorato assiro prima, seleucida poi e infine romano.

La stessa vicenda storica di Gesù, ampiamente documentata dai vangeli, e destinata ad influenzare profondamente la storia successiva, è appena accennata in testi non biblici.

A queste difficoltà, che sconsiglierebbero un’analisi ideologica della religione biblica, vanno opposte almeno due circostanze particolari che la incentivano.

La prima è che la religione biblica è andata incontro, nel corso del tempo, a molteplici cambiamenti ideologici strutturali di grande portata, esitati nella definitiva separazione del Giudaismo e del Cristianesimo. Tali cambiamenti evocano immediatamente il riferimento a circostanze sociali e storiche critiche che li hanno promossi e che hanno trovato in essi soluzione. Per quanto tali circostanze siano non sempre facili da ricostruire, i testi non possono non rifletterle e, in qualche misura, lasciarle trasparire.

La seconda circostanza verte sull’indefinita ricchezza indiziaria della Bibbia, che è un libro unico nel suo genere, nel quale i contenuti religiosi, la mitologia, l’epopea, il folklore, la liturgia, la narrazione storica, la biografia, il diritto, la morale, il conflitto sociale, l’aneddoto, la tradizione si mescolano e si intrecciano di continuo. Vedremo, successivamente, come e perchè l’interpretazione che ne fornisce la Tradizione ecclesiale, nella sua suggestiva semplicità che consente di porgerla ai bambini della scuola materna e nella sua intrinseca complessità che pone infiniti problemi a teologi, filosofi, storici delle religioni, ecc., è facilmente invalidabile. Questa invalidazione, però, che nega il carattere rivelato della religione biblica, non fa altro che aumentare il mistero della genesi e dell’evoluzione di un’ideologia sociale che è giunta, attraverso varie vicissitudini, a radicarsi profondamente nell’immaginario collettivo del mondo e ad animarlo di una percezione della realtà e della vicenda umana che trascende l’orizzonte temporale

Occorre considerare, infine, un aspetto del tutto particolare che basta da solo a giustificare il saggio. In conseguenza delle loro origini, che fanno capo ad una tradizione orale secolare, e della loro evoluzione, che segue passo dopo passo le vicende e le vicissitudini di un popolo, i testi biblici rappresentano uno straordinario documento storico che consente di leggere, in controluce, la dialettica propria del Mondo Antico. In esso, infatti, si fondono e si confondono di continuo istanze sociali radicalmente conservatrici, che ratificano il potere delle classi dominanti, e istanze sociali che muovono dall’aspirazione profondamente radicata nei cuori umani di un mondo giusto, affrancato dalla miseria e dall’oppressione. Che questa aspirazione si sia sempre espressa, nella Bibbia, in riferimento ad un passato comunitaristico e solidaristico, forse miticamente elaborato, e che abbia assunto, presso il popolo ebreo e presso le primitive comunità cristiane, una configurazione religiosa, non toglie ad essa un significato che trascende il piano religioso e tocca evidentemente una corda sensibile dell’anima umana.

Non essendo scritto da uno specialista e non rivolgendosi agli specialisti, il saggio prescinde dal presumere da parte del lettore una conoscenza profonda della storia del popolo ebraico e dei testi biblici. Per sopperire a tale eventuale lacuna si è ritenuto opportuno abbondare nelle citazioni testuali, anche a rischio di rendere la lettura meno agevole. Nella parte prima del saggio sono inoltre fornite preliminarmente un insieme di informazioni essenziali sulla storia del popolo ebraico, alcuni aspetti della quale vengono approfonditi nei capitoli successivi, e sulla struttura e la formazione della Bibbia. Due appendici sono dedicate rispettivamente all’interpretazione tradizionale che la Chiesa fornisce dei testi sacri e alle interpretazioni non confessionali degli stessi che si sono succedute nel corso del tempo.

L’analisi concerne esclusivamente i testi canonici, vale a dire ritenuti ispirati dalla Chiesa, la cui stesura si esaurisce entro il primo secolo d. C. Gli svolgimenti successivi della religione cristiana sono, per ovvi motivi, di straordinario interesse ma, ai fini della presente analisi, possono essere messi tra parentesi in quanto essi vengono assunti dalle varie Chiese cristiane (Cattolica, Protestante, Ortodossa) come realizzazioni della Rivelazione esauritasi con l’Apocalisse di Giovanni. Le differenze teologiche, dottrinarie, istituzionali e rituali che sussistono tra di esse pongono ovviamente in dubbio l’assunto. Non entreremo, però, nel merito di questa questione.

Prescinderemo anche da sottili disquisizioni filologiche che, pure, in rapporto ai testi in questione, sono importanti, assumendo pertanto come verosimili le conclusioni cui è arrivata la filologia critica soprattutto per quanto concerne l’uso di diversi documenti nella stesura dell’Antico Testamento e il problema della redazione dei vangeli, in quanto esse sono accolte, sia pure con alcune riserve, dalla Chiesa Cattolica. Non utilizzeremo invece i dati della critica radicale che tende a dimostrare che il Nuovo Testamento è una colossale mistificazione perpetrata dagli Apostoli e dai discepoli di Gesù per celare le origini giudaiche del Cristianesimo e differenziarlo irreversibilmente dal Giudaismo. Si tratta di una scelta metodologica.

L’analisi delle ideologie sociali deve ormai prescindere dal riferimento alla mistificazione perpetrata intenzionalmente al fine di ingannare. Ciò non significa che, nella costruzione dell'ideologia biblica, non si diano in alcun modo mistificazioni. Tranne alcuni casi, però, che cercheremo di evidenziare, gli ideologi biblici in genere non fanno altro che interpretare selettivamente i dati di cui dispongono, valorizzandone alcuni e minimizzandone altri. Fondandosi su presupposti religiosi intimamente partecipati, la loro attività interpretativa non è critica e non tiene conto della concreta realtà storica. Coloro che aderiscono alle interpretazioni ideologiche, inoltre, non sono vittime inconsapevoli d’un inganno perchè l’adesione implica anche qualche bisogno che viene ad essere soddisfatto. La produzione delle ideologie sociali implica, oltre che un insieme di circostanze storico - sociali e culturali, complessi meccanismi mentali, individuali e collettivi, che trascendono il livello delle coscienze.

Se questo è vero, non è meno vero che, per quanto le ideologie sociali non sono nè potrebbero essere interpretazioni fedeli della realtà sociale, esse, per quanto astratte, non possono mai espungere del tutto le contraddizioni reali che tentano di risolvere. Il grado di mistificazione inconsapevole che comportano contiene in sè gli elementi attraverso i quali si può risalire a quelle contraddizioni e analizzarle.

Assumeremo dunque i testi biblici come un prodotto culturale da decodificare prescindendo dall’attribuire intenti ingannevoli a coloro che li hanno prodotti. Questo criterio, oltre che ai testi originari, va esteso anche alle traduzioni, che tentano di ridurre ulteriormente le contraddizioni presenti in essi. Utilizzeremo pertanto, per la nostra analisi, la versione integrale della Bibbia curata dalla Conferenza Episcopale Italiana, nella quale questo intento è evidente. Basta fornire un solo esempio a riguardo, importante, peraltro, perchè riguarda la denominazione di Dio. Nel testo originario tale denominazione utilizza numerosi termini. Nella versione C. E. I., solo Signore e Padre, usati nel Nuovo Testamento, sono tradotti letteralmente, mentre tutti gli altri sono tradotti univocamente col termine Dio. Non si tratta di certo di un arbitrio, bensì di un piccolo accorgimento che consente di evitare di dovere spiegare il frequente cambiamento della denominazione nel Genesi (che induce immediatamente in chiunque il dubbio che essi siano il frutto del montaggio di documenti diversi), di evitare l’imbarazzo per cui Jahvè comunica il suo nome per la prima volta a Mosè, mentre esso è già utilizzato in precedenza, e di attenuare la cesura linguistica tra il Dio di Mosè (Jahvè) e il Dio di Gesù (Signore e Padre). Tranne che nell’analisi dei primi capitoli del Genesi, che richiede di tenerne conto, accetteremo senza remore tale arbitrio.

Anche l’ordinamento dei testi nella versione C. E. I., seguendo peraltro la tradizione, ha un carattere singolare. Laddove infatti, come per i Profeti e le lettere di S. Paolo, il criterio cronologico potrebbe risultare importante ai fini di una lettura storica, esso viene trascurato per motivi che non sono chiariti, ma si presume che siano da ricondurre al privilegio accordato ai contenuti religiosi. Ai fini dell’analisi, quando risulterà necessario, utilizzeremo il criterio cronologico.

Parte Prima. Storia e Testo

1) Storia del popolo ebraico (dalle origini al I° secolo d. C.)

La protostoria

La protostoria del popolo ebraico, durante la quale esso assume un’identità differenziata rispetto agli altri, inizia, secondo la Bibbia, intorno alla metà del XIX° secolo a. C. in territorio mesopotamico. E’ probabile che in Mesopotamia, attratti dalla fiorente civiltà urbana che forniva occasioni molteplici di traffici e di scambi mercantili, gli Ebrei siano arrivati alcuni secoli prima sull’onda di un’infiltrazione del territorio mesopotamico da parte di popolazioni semitiche venute dal Nord (gli Amorrei). Si tratta di un insieme di tribù seminomadiche, pastorali, gelose delle loro tradizioni che, nonostante l’evidente superiorità della cultura residenziale con cui sono in contatto, rifiutano di integrarsi e di dedicarsi all’agricoltura.

Originariamente allocata presso Ur, fiorente città della Mesopotamia meridionale, una di queste tribù, quella di Terach, padre di Abramo, si sposta verso settentrione, presso Carran, che rimarrà per lungo tempo la sede dei Padri. Da qui, intorno al 1850 a. C., presumibilmente per sfuggire al caos politico che si è realizzato in Mesopotamia in seguito all’invasione di ulteriori popolazioni nomadiche, la tribù di Abramo parte e raggiunge il Negheb, la regione desertica della Palestina meridionale. Ivi gli Ebrei soggiornano per due secoli frazionandosi in varie tribù in seguito allo sviluppo demografico e al bisogno di nuovi pascoli.

Riguardo a questo periodo, le informazioni fornite dalla Bibbia consentono di dire poco. Di sicuro gli Ebrei rifiutano l’integrazione con le popolazioni residenti da tempo in Palestina e rimangono nomadi. La struttura sociale è caratterizzata da clan parentali rigidamente gerarchizzati all’interno di ciascuno dei quali il potere è detenuto da un capo - famiglia. Il coordinamento tra i clan è assicurato dal consiglio degli anziani. La religione è manica e clanica: ogni clan ha il suo Dio, riconosciuto come espressione di un Dio comune anonimo, il Dio dei Padri. Il rifiuto dell’integrazione con altre etnie è sancito dall’endogamia.

Intorno al 1630 a. C. , mentre alcune tribù presumibilmente rimangono in Palestina, altre migrano verso l’Egitto. Del soggiorno in Egitto si sa poco. Gli Ebrei vivono confusi con altri gruppi tribali semitici che sono colà affluiti profittando di una lunga crisi del potere faraonico. Gli stranieri acquistano un notevole potere finchè all’inizio del Nuovo Regno vengono in parte scacciati, e in parte assoggettati come schiavi adibiti alle costruzioni edili e al lavoro agricolo. Il duro regime di vita spinge gli Ebrei alla fuga.

L’Esodo

L’Esodo dall’Egitto, databile alla metà del XIII° secolo a. C., e le peregrinazioni nel deserto arabico, durate quarant’anni, rappresentano un periodo epico nella storia del popolo ebraico, che viene minuziosamente descritto nella Bibbia. Esso è dominato dalla figura di Mosè, appartenente alla tribù dei Leviti, la cui storicità non può essere messa in dubbio, ma che appare nondimeno leggendaria. Educato presso la corte del faraone, egli consegue la guida degli Ebrei in virtù dell’impegno di portarli alla Terra Promessa da un Dio che essi non conoscono, Jahvè, e che Mosè presenta loro come il Dio dei Padri. Ma la via diretta verso la Palestina è presidiata per cui la fuga avviene in direzione del deserto arabico. Dopo secoli di cattività, gli Ebrei hanno difficoltà ad adattarsi alla vita nomadica in un ambiente peraltro spoglio e inospitale. Sopravvengono momenti di disperazione e numerose rivolte contro Mosè sedate con la forza.

Delle peregrinazioni nel deserto, che durano quarant’anni, due tappe assumono un rilievo particolare: il Monte Sinai e Kadesh - Barnea. Il Monte Sinai, da epoche remote, è il luogo di culto di un Dio, Jahvè, onorato particolarmente dai Madianiti, con cui Mosè è imparentato avendo sposato la figlia di un sacerdote. Nel soggiorno presso questo monte, durato circa un anno, Mosè promuove l’adesione degli Ebrei al culto di Jahvè e sancisce, su ispirazione divina, un codice di leggi religiose (le tavole dell’Alleanza) sul cui rispetto si fonda il patto con Jahvè destinato ad assicurare al popolo ebraico la Terra promessa e una futura grandezza. Nella seconda tappa, presso Kadesh Barnea, ove gli Ebrei soggiornano a lungo, le leggi vengono arricchite integrate sotto il profilo civile, penale, morale, igienico e rituale. Il potere assoluto di Mosè, che continua ad essere periodicamente minacciato dalle istanze autonomistiche dei clan, si completa con l’attribuzione alla tribù di Levi delle funzioni sacerdotali e di cura delle cose sacre. Nel corso dei quarant’anni trascorsi nel deserto, il culto di Jahvè soppianta la religione dei clan e diventa una religione etnico - nazionale, la cui pratica esclude l’esogamia e l’integrazione con altre popolazioni che, in quanto idolatriche, vanno lottate ed eliminate.

Consolidato il suo potere sugli Ebrei, Mosè avvia una serie di guerre contro le popolazioni che sbarrano l’accesso alla Palestina, la terra promessa da Dio.

La conquista della Palestina

Dopo la morte di Mosè, l’invasione e la conquista della Palestina si realizzano sotto la guida di Giosuè, di sicuro prò non essa non nel modo trionfalistico con cui sono descritte nella Bibbia, che enumera una serie di esaltanti vittorie. Benchè suddivisi in città - regno autonome che non riusciranno mai a coalizzarsi efficacemente contro gli invasori, gli abitanti di Canaan (Moabiti, Edomei, Amorriti, Hittiti, Cananei, ecc.) dispongono di una cultura tecnica e di una capacità bellica nettamente superiore rispetto agli Ebrei. Essi però sono divisi in piccole città - regno autonome, endemicamente forse in geurra tra di loro, che tardano a prendere atto del pericolo e ad allearsi tra loro. Penetrati ad oriente del Giordano, di fronte a Gerico, gli Ebrei adottano prevalentemente tattiche di guerriglia e di logoramento che solo col passare del tempo, dopo la morte di Giosuè, saranno sostituite da una strategia campale. Tali tattiche hanno però successo. I resti archeologici confermano che alcune città cananee sono state rase al suolo all’epoca dell’invasione ebraica.

La conquista dura un tempo piuttosto lungo nel corso del quale, sia pure con alterne vicende, si rafforzano i legami tra le tribù ebraiche in nome di comuni tradizioni e della fede in Jahvè. Nonostante tale legame ideale, però, esse rimangono autonome. In virtù dell’insediamento, gli Ebrei cominciano gradualmente a trasformarsi da seminomadi in sedentari, da pastori in agricoltori.

L’insediamento in Palestina da parte delle tribù ebraiche, che si dividono i territori conquistati, è peraltro precario. Benchè sconfitti, i Cananei sopravvivono in sacche residue. Gli Ebrei continuano a lottarli ma hanno anche bisogno di acquisire da essi una serie di conoscenze tecniche di cui difettano, dalla scrittura all’architettura e alla lavorazione del ferro. Lo scambio culturale comporta il rischio dell’imparentamento e della contaminazione religiosa. Dalle regioni costiere sopravviene poi il pericolo dei Filistei, un’agguerrita popolazioni che infligge agli Ebrei gravi sconfitte.

L’unità ideale delle tribù ebraiche, riferita alla religione comune, non si è ancora tradotta in unità politica. Per due secoli circa, non si dà un potere centrale. Le tribù si coalizzano solo in momenti di particolare pericolo affidandosi alla guida di figure leggendarie, i Giudici, che guidano le operazioni militari contro i Filistei. Il culto di Jahvè è centralizzato a Silo. Ma le tendenze tribali autonomistiche lasciano sopravvivere il Dio clanico dei padri, che viene officiato dai capi - tribù. L’interazione con i Cananei diffonde l’idolatria e promuove il sincretismo religioso.

La minaccia filistea, il pericolo della contaminazione religiosa e l’anarchia politica fanno affiorare il bisogno di una monarchia. Invano Samuele, profeta e sacerdote, si oppone a questo progetto nel quale identifica una disubbidienza a Jahvè, ritenuto anche unica guida politica degli Ebrei, e una minaccia al primato della classe sacerdotale .

La Monarchia

Il pericolo filisteo induce infine Samuele a cedere e a consacrare, su ispirazione divina, Saul (ca 1020 - 1000 a. C.) come re. La proclamazione di Saul segna il passaggio dalla lega delle tribù a un popolo con caratteri politici comuni. Saul organizza l’esercito in modo da fronteggiare la minaccia filistea, conseguendo notevoli successi, ma entra in rotta con Samuele, che lo depone, e infine muore in battaglia. Davide (ca 1004 - 961), che gli succede, deve vedersela per un certo tempo con i seguaci di Saul. Ottenuta la vittoria, e quindi il controllo su tutte le tribù ebraiche egli riprende la lotta contro i Filistei, conquista la Giudea meridionale, occupa Gerusalemme, che sceglie come capitale, e avvia la costruzione di un regno che si estende anche al Nord. Abile politico, Davide riesce a stabilire delle alleanze con i paesi confinanti che assicurano al regno una certa stabilità. Egli realizza una monarchia assoluta, fortemente centralizzata, riforma l’esercito, crea un imponente apparato burocratico, trasforma Gerusalemme in una capitale che compete per grandiosità con quelle orientali e la elegge a luogo di culto centrale riuscendo a catturare il consenso della classe sacerdotale. La radicale trasformazione istituzionale comporta però un carico fiscale oneroso e aumenta le differenze sociali già definitesi da tempo in conseguenza della nascita di un’aristocrazia terriera sacerdotale e laica.

Il figlio Salomone (ca 961 - 925 a. C.), che gli succede, è un monarca ambizioso che porta alle estreme conseguenze la volontà paterna di fondare un impero. Egli organizza un esercito potente e istituisce la leva militare. Pone tutto il territorio sotto uno stretto controllo burocratico che assicura l’esazione delle tasse. Contrae numerosi matrimoni, tra cui quello con la figlia del faraone, per assicurarsi delle alleanze. Porta a termine la costruzione del tempio e di un fastoso palazzo regale ad esso attiguo ove vive nel lusso circondato da una corte fastosa e da un numero imprecisato di concubine. Nonostante il suo tenore di vita, egli mantiene un ottimo rapporto con la classe sacerdotale e professa una viva religiosità.

Nel corso del lungo regno di Salomone, il popolo però, sottoposto ai tributi del tempio e al fisco regale, soffre e si immiserisce ulteriormente. Il Nord è vessato più del Sud, ma il malcontento è universale. Solo nel periodo dell’esilio, la catastrofe indurrà gli Ebrei a rievocare la monarchia sotto David e Salomone in una luce idealizzata.

Dopo la morte di Salomone, il malcontento popolare, dovuto alla crisi economica e alla forte tassazione, esplode e provoca la frattura dello Stato in due regni indipendenti: Israele al nord, con capitale Samaria, al quale fanno capo dieci tribù, e Giuda al sud, con capitale Gerusalemme, cui fanno capo solo due tribù (Giuda e Beniamino). La separazione dei regni è densa di conseguenze. Al Nord, che dispone di una maggiore potenza, i re si affrancano dalla tutela sacerdotale, fondano tempi in opposizione a quello di Gerusalemme e non ostacolano l’imparentamento degli Ebrei con altre popolazioni. Subordinato al potere monarchico, il culto, officiato da sacerdoti nominati dal re non appartenenti alla tribù dei Leviti, inclina marcatamente verso il sincretismo religioso. A questa contaminazione cultuale si oppone un movimento integralista che trova i suoi rappresentanti carismatici nei Profeti (Elia, Eliseo, Amos, Osea) che entrano in conflitto col potere monarchico e sacerdotale e vengono perseguitati. L’affrancamento della cultura dai rigidi precetti mosaici dà luogo ad una rilevante espansione economica la cui conseguenza è una differenziazione sempre più netta tra ricchi e poveri.

Al Sud, ove, sotto la dinastia davidica, si raccolgono tutti i Leviti, il potere sacerdotale rimane rilevante e il culto mosaico viene rispettato almeno formalmente. Non pochi re rivendicano però una piena autonomia rispetto ai sacerdoti e accedono ai culti idolatrici. Il movimento profetico è rappresentato da Isaia, che stigmatizza aspramente la ribellione del popolo ebraico a Dio e prevede una terribile catastrofe che interpreta come punizione divina.

La catastrofe si realizza per effetto della superiore potenza dell’Assiria che attacca il regno del Nord e conquista Samaria nel 721 a. C. Gran parte degli Ebrei del Nord vengono deportati in Oriente e dispersi in maniera tale che essi non possano continuare a coltivare le loro tradizioni. Gli Assiri e altre popolazioni non ebree si installano in Samaria e praticano un culto ibrido che riconosce, tra gli altri dei, anche Jahvè. Col tempo Jahvè sarà riconosciuto come unico Dio, ma i Samaritani, nati dalla fusione degli occupanti con la popolazione ebraica rimasta, manterranno sempre un atteggiamento conflittuale nei confronti dei Giudei i quali non accettano la loro pretesa di coltivare Dio fuori di Gerusalemme.

Il regno di Giuda persiste ma deve accettare il protettorato assiro e, con esso, una contaminazione religiosa caratterizzata dalla diffusione del culto di Baal, vanamente ostacolata da Ezechia (ca 715 - 687 a. C.), re pio che si riconduce agli insegnamenti di Isaia. Allorchè la potenza assira declina, Giuda tenta di difendere la sua indipendenza oscillando diplomaticamente tra l’Egitto e l’Impero babilonese. Al 620 a. C. risale la riforma di Giosia (640 - 609 a.C.), che, in seguito al ritrovamento di un libro attribuito a Mosè, tenta di restaurare la purezza del culto mosaico e di sconfiggere l’idolatria. Nel 597, assediata da Nabuccodonosor, Gerusalemme capitola. Il re, la corte, i dignitari del regno, i militari, i sacerdoti vengono deportati in Babilonia. Nel 586 Nabuccodonosor, preso atto di un tentativo degli Ebrei di allearsi con gli Egiziani, pone di nuovo assedio a Gerusalemme, la conquista mettendola a ferro e a fuoco e distruggendo il tempio. Gli abitanti della città, in gran parte appartenenti ai ceti dominanti, vengono deportati in Babilonia. Degli abitanti della Giudea, alcuni rimangono, altri trovano rifugio in Egitto e nelle città elleniche. Coloro che rimangono si impossessano dei beni lasciati dai deportati.

La storia della monarchia ebraica finisce e, con esso, il sogno d’Israele di essere destinato, in virtù dell’alleanza con Jahvè, ad una perenne potenza. La Giudea diviene una provincia babilonese sotto un governatore giudeo.

L’Esilio

Il ‘resto’ di Israele deportato a Babilonia non viene disperso, ma continua a vivere come comunità. Esso è invaso dalla disperazione poichè la catastrofe del regno, la perdita completa dell’indipendenza e la soggezione ad un popolo idolatra sembrano incompatibili con la promessa di Jahvè. Ma si tratta di un resto colto, nel quale sono fortemente rappresentati i sacerdoti e i profeti (Ezechiele e prosecutori di Isaia), i quali riescono a trarre dalla catastrofe moniti e motivi di speranza. Essi si dedicano alla raccolta dei testi biblici e ne intraprendono la stesura finale, che sarà completata dopo l’esilio. Il lavoro di riflessione che richiede questa impresa giunge a definire una filosofia della storia incentrata sul rapporto tra Jahvè e il suo popolo. La catastrofe del regno sarebbe sopravvenuta perchè gli Ebrei hanno disobbedito a Jahvè e alla legge mosaica. La rappresaglia di Dio, che li ha posti nelle mani dei nemici, è una espiazione cui sono sottoposti che, in nome della fede, avrà termine. Se gli Ebrei si purificheranno, Dio li salverà e ristabilirà il regno di David. Dal fondo della disperazione nasce dunque un’attesa messianica. La nuova fede nel Dio della giustizia, della misericordia e della salvezza rimane aperta alla speranza di un riscatto e della rifondazione, a partire dal ‘germoglio’ dei giusti, di una comunità definitivamente fedele al suo unico, vero Dio.

La restaurazione

La speranza del riscatto si realizza in virtù della conquista della Mesopotamia da parte di Ciro il Persiano. Fervidamente religioso, cultore dello Zoroastrismo, che oppone il Dio del bene e il Dio del male, impegnati in una lotta che terminerà col trionfo del Dio del bene, convinto che l’apocalisse è prossima, Ciro, che riconosce in Jahvè un rappresentante del Dio del bene, autorizza nel 538 a. C. gli Ebrei a tornare in Palestina e a ricostruire il tempio. Il rientro nella Terra Promessa sembra agli Ebrei attestare il perdono di Dio. Ma si tratta di un rientro deludente. Gli Ebrei rimasti in territorio palestinese si sono allontanati dalla tradizione dei Padri, praticano l’idolatria e non intendono restituire ai deportati i beni di cui si sono impossessati. La ricostruzione del tempio di Gerusalemme e la restaurazione del culto mosaica, vigorosamente sostenuti dai Profeti Aggeo e Zaccaria, suscita forti resistenze nei Samaritani e nelle popolazioni limitrofe che temono la vocazione egemonica dei ‘giusti’. Solo nel 515 a. C. il tempio può essere nuovamente consacrato. Si istituisce contemporaneamente il Sommo Sacerdozio, vertice della gerarchia civile e religiosa, con l’intento di riunificare la popolazione ebraica. Ma questa, sia a Gerusalemme che in Giudea, continua ad essere preda di un profondo malessere. I culti sono trascurati, i sacerdoti scarsamente attenti al rispetto dei rituali, i costumi poco ligi alla legge mosaica. La corruzione e la povertà dilagano com’è attestato dai testi del Profeta Malachia.

L’impulso ad una riforma spirituale, sociale e istituzionale viene, a partire dalla metà del V° secolo, dall’opera concorde di Esdra e Neemia che giungono entrambi a Gerusalemme da Babilonia con un mandato regio. Essi ricostruiscono le mura di Gerusalemme, riorganizzano la provincia, tentano di ridurre le differenze sociali e avviano un’opera di rieducazione della popolazione che si fonda sulla lettura pubblica dei libri sacri. In virtù di ciò si rinnova l’alleanza del Sinai nel nome di una fedeltà assoluta alla legge mosaica. L’organizzazione dello Stato conseguente alla riforma è marcatamente teocratica ed impone agli Ebrei un totale rispetto della tradizione e una rigorosa endogamia.

Al di là della restaurazione del potere sacerdotale, l’imposizione della legge di Mosè come legge di stato non risolve alcuno dei problemi sociali che affliggono gli Ebrei. Essa non riesce neppure a soffocare orientamenti teologici e popolari inclini al sincretismo culturale e religioso, presenti sia in Giudea sia presso le comunità rifugiatesi, dopo la caduta di Gerusalemme, nelle città elleniche. Il declino di Israele è inesorabile ed è contrassegnato dalla fine dell’attività profetica..

Dominazione tolemaica e seleucida

La relativa libertà di cui gode Israele, benchè fondata su di un difficile equilibrio tra l’Impero persiano e l’Egitto, viene meno in seguito alla conquista della Palestina da parte di Alessandro Magno (333 a. C). Dopo la morte di questi, la Palestina passa sotto la dominazione dei Tolomei finchè, occupata da Antioco III il Grande, cade sotto la dominazione seleucida. Antioco assicura l’inviolabilità del tempio, concede molti privilegi ai sacerdoti, e consente ai Giudei di reggersi secondo la legge mosaica. La situazione si capovolge sotto Antioco IV Epifane, giunto al trono nel 175 a. C., che impone un duro regime fiscale, tenta di estirpare completamente la religione ebraica, profanando il tempio e consacrandolo a Giove Olimpico, e di introdurre in Giudea la cultura greca. La società ebraica si frattura tra integralisti e filoellenisti.

Gli integralisti si raccolgono alla macchia sotto la guida di una famiglia di sacerdoti, i Maccabei, e avviano una lotta di liberazione che trova i suoi eroi in Giuda Maccabeo, Gionata e Simone. Dopo alcuni anni di accanita guerriglia, intorno al 165 a. C., gli insorti occupano Gerusalemme, mettono fine alla profanazione pagana e ristabiliscono il culto di Jahvè. Dopo la morte di Antioco IV (164 a. C.), i Maccabei cercano di riconquistare le regioni della Palestina e di espugnare la resistenza dei filoelleni. Ma la lotta contro i tentativi di restaurazione del potere seleucida è ancora molto lunga. Solo nel 134 a. C. viene raggiunta l’indipendenza e si instaura un principato retto dai discendenti di Simone, gli Asmonei. Alleati dei ‘Sadducei’, provenienti in gran parte dai ceti più elevati della popolazione, gli Asmonei pretendono però di associare al potere politico quello sacerdotale. Questo arbitrio, incompatibile con la tradizione ebraica, dà luogo ad una reazione che trova i suoi rappresentanti nei Farisei che ripropongono un’intransigente fedeltà alla legge mosaica. Fortemente critici nei confronti dei Sadducei, i Farisei conquistano un largo credito presso i ceti popolari. Essi, coi dottori della Legge, utilizzano la sinagoga, anzichè il tempio, per mantenere vivo nel popolo il culto dei testi sacri. L’opposizione popolare alla dinastia asmonea e ai Sadducei dà luogo anche ad una nuova setta, quella degli esseni, il cui radicalismo spiritualistico è assoluto. Perseguitati, gli esseni si rifugiano nel deserto di Giuda ove fondano comunità monastiche che praticano la comunione dei beni e vivono nell’attesa dell’avvento del regno della giustizia. La dinastia asmonea prosegue ma turbata da lotte civili e da delitti dinastici.

Dominazione romana

Nel 63 a. C. Pompeo conquista la Palestina. Inizia la dominazione romana che durerà ininterrottamente. Nel 37 a. C. ha termine la dinastia degli Asmonei e diventa re Erode (37 - 4 a. C.) che, pure essendo agnostico, avvia la costruzione di un tempio grandioso e di un palazzo regale imponente. Gli succedono i figli Archelao (4 a.C. - 6 d. C.), Erode Antipa (4 a. C. - 39 d. C.) e Filippo (4 a. C. - 34 d. C.) che si dividono il territorio. La Palestina rimane però una terra inquieta. Scoppiano di continuo rivolte promosse da una setta integralista, gli Zeloti, che persegue l’obbiettivo impossibile della riconquista dell’indipendenza. Dal 6 d. C., deposto Archelao, la Giudea è amministrata da procuratori eletti direttamente dall’imperatore.

Sotto Tiberio nasce Gesù la cui breve parabola pubblica coincide con la diffusione di un messaggio formalmente rispettoso della legge mosaica, ma di fatto profondamente innovatore e fortemente critico nei confronti dei Farisei che di quella legge sono divenuti rigidi testimoni. Dopo la morte di Gesù (30 o 33 d. C.) i suoi seguaci tentano invano di convincere gli Ebrei che egli è il Messia atteso. Il conflitto giudeo - cristiano si estende a tutti i centri dell’Asia minore e della Grecia ove sono presenti comunità ebraiche, e assume più volte un carattere violento. E’ Paolo di Tarso infine a prendere atto dell’ottusità degli Ebrei al messaggio salvifico di Gesù e a rivolgerlo ai Gentili dando ad esso un significato universale. Ciò segna la definitiva scissione tra il Giudaismo e il Cristianesimo.

Lo spirito di indipendenza degli Ebrei, però, non è domo. La setta degli Zeloti, avversa ai Farisei e ai Sadducei che non rinuncia a sperare di affrancare Israele dal giogo romano, non potendo sfidare in campo aperto la potenza imperiale, adotta metodi terroristici che coinvolgono anche gli Ebrei conniventi con Roma o filoellenici.

Nel 70 d. C., in seguito all’ennesima rivolta zelota, Tito assedia Gerusalemme, che oppone un’accanita resistenza, riesce infine ad espugnarla e la mette a ferro e a fuoco. Inizia la diaspora definitiva del popolo ebraico.

2) Struttura e formazione della Bibbia

L’ipotesi documentaria

La Bibbia cattolica, così come oggi la conosciamo, consta di 73 libri. Essa viene presentata dalla Tradizione ecclesiale come un’opera unitaria il cui filo continuo è costituito dalla volontà dell’unico vero Dio di rivelarsi all’uomo, di essere riconosciuto come suo Creatore e di riscattarlo, in virtù dell’incarnazione e del sacrificio del Figlio, dal peccato originario schiudendo ad esso la via per la felicità eterna. Anche una superficiale analisi della struttura della Bibbia fa però affiorare qualche dubbio rispetto alla sua presunta unità.

Tra l'Antico e il Nuovo Testamento si dà, intanto, una differenza stilistica di fondo. I 46 libri dell'Antico Testamento sono il frutto di una tradizione orale secolare la cui influenza è resa evidente dai riferimenti mitologici (riconducibili, in gran parte, all'influenza di altre culture e di altre religioni), dal carattere epico di molte narrazioni, dal significato meramente aneddotico di alcuni eventi, da brani assolutamente indecifrabili. Ciò spiega l'eterogeneità dei generi letterari in esso rappresentati: epopea, racconti, storie, leggende, poesie, profezie, annali, ecc. I 27 libri del Nuovo Testamento, eccezion fatta per l'Apocalisse, che predice e descrive la fine del mondo, sono molto più omogenei, essendo incentrati sulla vita e sulle opere di Gesù, sulla diffusione del suo messaggio ad opera degli Apostoli e su riflessioni dottrinarie.

Una seconda differenza non è meno importante. Mentre i testi del Nuovo Testamento, con qualche dubbio marginale che riguarda alcune lettere e l'Apocalisse, sono stati scritti da singoli autori storicamente identificabili, i testi dell'Antico Testamento, ad eccezione di un libro tardivo (Siracide), non riconoscono alcuna attribuzione certa. Essi, di fatto, sono raccolte di vari documenti scritti in epoche diverse che sono stati fusi dai redattori finali. I frequenti anacronismi e le ripetizioni fanno pensare che la redazione finale abbia comportato non poche modifiche nei documenti più antichi, che sono stati riletti, interpretati e rimaneggiati alla luce di eventi successivi. In entrambi i casi si può ammettere che la stesura sia stata influenzata in qualche misura dalla tradizione orale. Per i testi neo-testamentari tale influenza, però, è di qualche decina d'anni; per quelli veterotestamentari, di secoli.

Quali e quanti documenti siano stati utilizzati nell’Antico Testamento e con quanto rispetto dei testi originari è un problema che, ancora oggi, non si può ritenere risolto. C’è un certo accordo nell’identificarne con certezza quattro: Jahvista, composto nel regno del Sud (Giudea) verso il IX sec. a.C.; Elohista, composto nel regno del Nord (Efraim) forse nell’VIII sec. a.C.; Deuteronomista, che risale al regno di Giosia, allorchè nel 621 a.C. viene ritrovato, durante i restauri del tempio di Gerusalemme, un testo, falsamente attribuito a Mosè, sulla cui base si avvia una riforma politico - religiosa rigidamente integralista; Sacerdotale, composto all’epoca della riforma teocratica di Esdra e Neemia, nella seconda metà del V° secolo a. C.., che porta all’estremo limite l’integralismo religioso sancendo l’isolamento nazionale e razziale del popolo ebraico.

Molteplici indizi inducono a pensare che gli ultimi due abbiano rappresentato la matrice della raccolta e della stesura definitiva della Bibbia, che risulterebbe dunque essere una interpretazione sacerdotale della storia ebraica, vale a dire una rilettura dal punto di vista di una delle tribù ebraiche, quella dei Leviti, a cui, dall’epoca di Mosè, venne attribuito il sacerdozio e la cura delle cose sacre. L’importanza di questo aspetto, su cui torneremo più volte, è fondamentale per analizzare i testi così come sono pervenuti sino a noi. L’interpretazione sacerdotale, che è rimasta quella propria della religione ebraica, è stata poi ulteriormente elaborata dagli Apostoli e dalla Chiesa Cattolica, dando maggiore rilievo al pensiero profetico, in parte almeno indipendente da quello sacerdotale, al fine di integrarla con il messaggio cristiano.

Per quanto concerne il Nuovo Testamento, si rimanda al capitolo sui Vangeli della Parte Terza.

I testi canonici

L'Antico Testamento è strutturato in quattro gruppi. Il primo gruppo è rappresentato dal Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), che, dopo una breve ma densa introduzione sulla creazione del mondo e dell'umanità, sul peccato originale e sulla cacciata dal Paradiso terrestre, e sulla rigenerazione del mondo attraverso il Diluvio, narra le vicissitudini del popolo ebraico dall'epoca dei Patriarchi al definirsi della religione mosaica, nei suoi aspetti religiosi, giuridici, rituali, cultuali, igienici, ecc., quale fondamento dell'identità etnico - culturale del popolo stesso.

Il secondo gruppo consta dei libri storici (Giosuè, Giudici, Primo libro di Samuele, Secondo libro di Samuele, Primo libro dei Re, Secondo libro dei Re, Primo libro delle Cronache, Secondo libro delle Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Primo libro dei Maccabei, Secondo libro dei Maccabei) che ricostruiscono le vicende del popolo ebraico dall'occupazione della Palestina alla rivolta maccabea, che concede agli Ebrei un'ultima illusione di indipendenza prima della definitiva conquista romana. La definizione di libri storici va ovviamente intesa in senso relativo. Non pochi degli eventi narrati, come per esempio l'occupazione della Palestina, l'istituzione della Monarchia, il regno di Davide e quello di Salomone, la separazione dei regno del Nord da quello del Sud, la tenace resistenza opposta, a varie riprese, dagli Ebrei nei confronti degli invasori stranieri, ecc., hanno un'indubbia pertinenza e attendibilità storica. Ma essi sono narrati, ovviamente, con un intento eminentemente religioso e si intrecciano con numerosi altri eventi la cui attendibilità è dubbia o inesistente. Numerose sono, inoltre, le trasfigurazioni epiche e leggendarie. Si danno poi delle lacune irrimediabili che riguardano momenti importantissimi della storia del popolo ebraico, come l'esilio e il periodo post - esilico. Anche nei libri storici poi la lettura sacerdotale ha inciso in maniera evidente. I libri di Samuele tendono a sottolineare il primato del potere religioso su quello politico. Le Cronache, scritte tardivamente, ripetono molte circostanze già descritte nei libri dei re e sembrano finalizzate a censurare i comportamenti di Davide e di Salomone incompatibili con la loro religiosità, che viene continuamente sottolineata.

Il terzo gruppo comprende i libri che, per il loro stile, vengono chiamati Libri sapienziali, didattici o poetici: Giobbe, Salmi, Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide. Si tratta del gruppo meno omogeneo. Mutatis mutandis, i Proverbi sembrano estendere e dettagliare la precettistica già abbondante in Levitico e Deuteronomio. I Salmi sono una antologia di preghiere liturgiche. Giobbe e Ecclesiaste affrontano complessi problemi di filosofia morale da diverse angolature. Sapienza e Siracide sono entrambe opere tardive influenzate in qualche misura dalla cultura ellenistica. Nonostante l'eterogeneità, è in questo gruppo che si ritrovano problematiche (come per esempio quella della retribuzione del giusto e dell'ingiusto, della responsabilità personale, del peso del peccato originale, dell'immortalità dell'anima, della resurrezione) destinate a diventare fondamentali con il Cristianesimo.

Il quarto gruppo è formato dagli scritti dei Profeti (Isaia, Geremia, Lamentazioni, Baruch, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Aggeo Sofonia, Zaccaria, Malachia), che vaticinano e commentano, interpretandoli teologicamente, gli eventi più tristi della storia ebraica: la caduta di Samaria prima e di Gerusalemme poi, le deportazioni e la prima diaspora verso l'Egitto e le città elleniche. Nonostante le diverse epoche di composizione, essi sembrano articolarsi tutti, probabilmente in conseguenza di sapienti rimaneggiamenti ad opera della classe sacerdotale, sulla base di uno schema univoco che comporta la stigmatizzazione della deviazione del popolo ebraico rispetto alla legge mosaica, l'inesorabilità della punizione divina rigeneratrice che, non potendo Dio venire meno all'alleanza col suo popolo, salvaguarderà comunque un germoglio sano sulla base del quale l'alleanza sarà confermata. Lo schema comune non pone peraltro in ombra rilevanti differenze teologiche tra chi rimane fermo all'aspettativa della restaurazione del regno davidico e chi comincia a pensare che il regno di Dio non sia di questo mondo, tra chi ammette e chi nega l'immortalità dell'anima, tra chi ripropone il problema della retribuzione in termini di responsabilità personale e chi pensa, data la naturale inclinazione dell'anima umana al male, che la salvezza potrà essere solo frutto di una grazia, ecc.

Il Nuovo Testamento risulta anch'esso strutturato dai quattro generi presenti nell'Antico Testamento. Il primo genere comprende i libri legali, i Vangeli (secondo S. Matteo, S. Marco, S. Luca, S. Giovanni), che narrano la vita e le opere di Gesù e contengono la nuova Legge che completa e supera quella mosaica. Il secondo genere, storico, comprende Gli Atti degli Apostoli nei quali si descrive la diffusione del messaggio cristiano nella Giudea e nei paesi pagani ad opera degli Apostoli e di S. Paolo. Il terzo genere, dei libri didattici, comprende le lettere di S. Paolo (ai Romani, 1 ai Corinzi, 2 ai Corinzi, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, 1 ai Tessalonicesi, 2 ai Tessalonicesi, 1 a Timoteo, 2 a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei) e le lettere cattoliche, di vari autori (Giacomo, 1 Pietro, 2 Pietro, 1 Giovanni, 2 Giovanni, 3 Giovanni, Giuda), nelle quali prende corpo l'interpretazione cattolica, universalistica del messaggio cristiano, che viene affrancato dai rigidi vincoli cultuali e rituali propri del Giudaismo. Il quarto genere, profetico comprende l'Apocalisse, che descrive fantasmagoricamente la fine del mondo.

Essendo stati scritti in un arco di tempo, dalla metà alla fine del I° secolo d. C., molto più breve rispetto alla composizione dell’Antico Testamento, ed essendo incentrati sulla vita, sulla predicazione di Gesù e sull’interpretazione del suo messaggio, i testi del Nuovo Testamento sono indubbiamente più omogenei. Tale omogeneità di contenuto ha consentito alla Chiesa, sino ad un’epoca recente, di affrontare i Vangeli, che ne rappresentano il cuore, in maniera semplicistica presumendo che essi rappresentassero le memorie personali di quattro apostoli di Gesù: Matteo e Giovanni le avrebbero scritte personalmente, Pietro e Paolo le avrebbero affidate a due discepoli, rispettivamente Marco e Luca. Il carattere testimoniale, diretto e indiretto, dei Vangeli, la loro sostanziale concordanza e le differenze stilistiche, riconducibili alla diversa personalità degli autori, venivano assunte, in questa ottica, come prove inconfutabili della loro verosimiglianza e credibilità storica.

Ad un’analisi critica, la concordanza si è rivelata rilevante solo per quanto riguarda i primi tre, la cui lettura simultanea con un colpo d’occhio ha indotto a definirli sinottici. Tra i Vangeli di Matteo, Marco e Luca e quello di Giovanni le differenze sono notevoli. I Vangeli sinottici adottano uno stile cronachistico e sono ricchi di episodi e di dettagli; quello di Giovanni adotta uno stile e un linguaggio filosofico e riporta pochi episodi commentati in profondità. In Giovanni alcuni episodi di particolare importanza, come per esempio l’istituzione dell’Eucarestia nel corso dell’ultima cena, mancano.

La concordanza tra i vangeli sinottici è risultata poi, in seguito ad un’attenta analisi testuale, troppo rilevante per fare pensare ad una stesura del tutto autonoma. Molti episodi sono riportati parallelamente e raccontati in maniera simile, talora identica. Questo eccesso di concordanza lascia pensare ad una fonte comune, ad una sorta di protovangelo, frutto della tradizione orale e documentato da scritti preesistenti di cui gli evangelisti sinottici si sarebbero attenuti nella stesura.

Tra i Vangeli però si danno anche delle discordanze piuttosto clamorose che cambiano il significato di quanto è narrato. L’incontro di Gesù con i parenti, per esempio, è riportato quasi con gli stessi termini in Matteo 12, 46 - 50; Marco 3, 20 - 35; Luca 8, 19 - 21 e appena accennato in Giovanni 7, 1 - 13, ma solo in Marco è preceduto dal riferimento al fatto che i parenti erano preoccupati perchè lo ritenevano fuori di sè. E’ evidente che questo particolare dà tutt’altro significato all’episodio.

Mentre dunque le concordanze attestano l’esistenza di documenti scritti preesistenti ai Vangeli, nei quali presumibilmente si tentava di rendere omogenee e di organizzare le diverse testimonianze, dirette e indirette, riguardanti Gesù, le discordanze lasciano pensare che, almeno per alcuni episodi o aspetti dottrinari, le testimonianze non coincidessero o si dessero di esse interpretazioni contrastanti.

La canonizzazione

I 73 libri citati, riconosciuti tutti come sacri in quanto ispirati direttamente da Dio, formano il Canone cattolico, che si è definito a partire da un preesistente Canone ebraico. La storia della canonizzazione dei testi biblici è piuttosto complessa.

Sino al periodo della monarchia si considerano sacri solo i libri del Pentateuco. Dopo l’esilio babilonense vengono inseriti nel canone anche i libri storici e quelli profetici. La canonizzazione di questa raccolta è già a buon punto verso il II° sec. a. C. Durante la dominazione ellenistica dei Tolomei e dei Seleucidi si accettano alcuni scritti ispirati sapienziali (i Salmi, Giobbe, Qoelet, ecc.). I criteri di canonizzazione si riconducono all’unanime riconoscimento popolare, all’uso liturgico e all’autorità dei Profeti.

Al tempo di Cristo si avvia un dibattito fra le comunità ebraiche sul numero dei libri profetici e degli scritti da considerarsi sacri: i Farisei prediligono solo i libri scritti in ebraico e quelli conformi alla Legge; i Sadducei accettano solo il Pentateuco; nella diaspora ellenistica si ha invece un atteggiamento più flessibile. Si presume che, per opporsi al nascente Cristianesimo, in un sinodo tenuto verso l'80 d.C., la comunità ebraica abbia deciso di fissare definitivamente l'elenco ufficiale dei libri canonici (Canone Palestinese). Da tale Canone vengono scartati sette libri che molti ebrei della diaspora (specie quelli filo - ellenisti) consideravano sacri, e che vengono chiamati Deuterocanonici (facenti cioè parte del secondo canone, quello di Alessandria d'Egitto). Essi sono: Tobia, I - II Maccabei, Giuditta, Baruc, Sapienza e Siracide.

I motivi dell’esclusione vanno ricondotti in gran parte al conflitto tra Farisei e Sadducei, voltosi a favore dei primi dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 a. C che segna la definitiva scomparsa della classe sacerdotale. I due libri dei Maccabei, per esempio, nonostante la loro grande importanza storica,vengono esclusi semplicemente perchè i discendenti di Simone Maccabeo hanno parteggiato per i Sadducei. Ma si danno anche motivi ideologici e teologici riconducibili all’aspro conflitto con i Cristiani. Il libro della Sapienza viene escluso perchè in esso si sostiene l’immortalità dell’anima, la resurrezione dei corpi e il giudizio finale che avverrà alla fine dei tempi. Temi, questi, accennati dai Profeti tardivi ma che la tradizione giudaica rifiuta, e sui quali invece si incentra la dottrina cristiana.

La canonizzazione del Nuovo Testamento avviene a partire dal II" secolo d. C. A tale epoca circolano nelle comunità cristiane numerosi documenti: scritti originali risalenti direttamente o indirettamente agli apostoli, copie di tali scritti, scritti falsamente attribuiti agli apostoli, scritti che non risalgono agli apostoli, ma che godono quasi della stessa autorità. L'esigenza della canonizzazione si pone in nome della necessità di ridurre evidenti contraddizioni tra i numerosi documenti e per evitare che le copiature ne introducessero di ulteriori. Le Chiese in pratica riconoscono di non poter più controllare da sole le tradizioni su Gesù che stanno pullulando e vanno perciò alla ricerca di norme o criteri per stabilire quali libri accettare e quali escludere, al fine di evitare un processo di mitologizzazione. I testimoni oculari della vita di Gesù e i loro discepoli sono però scomparsi.

I criteri che presiedono alla canonizzazione sono tre: l’apostolicità, l’ecclesialità, la tradizionalità. Il primo porta a scegliere i libri prodotti direttamente o indirettamente dagli apostoli; il secondo a privilegiare gli scritti che sono accolti o letti nella liturgia dalle varie comunità; il terzo a scegliere i libri che sono in armonia con la tradizione orale. Il ricorso a questi tre criteri consente di definire un canone - quello muratoriano - che risale al 180 d. C nel quale vengono annoverati ventitre libri. Risultano esclusi una lettera di Giovanni, una di Giacomo, una di Pietro e la lettera di Paolo agli Ebrei. Tra il III° e il V° secolo il dibattito tra le varie comunità però prosegue sia in rapporto ad alcune opere incluse nel Canone, come l’Apocalisse di Giovanni, sia agli scritti esclusi (le lettere citate e altre opere largamente note e apprezzate dalle comunità). Col sinodo di Roma del 382. vengono accettati come canonici i 27 libri ritenuti di origine apostolica che compongono attualmente il Nuovo Testamento La lunga durata del processo di canonizzazone fa pensare ad accesi contrasti sull’autentico pensiero di Gesù che nessuno è in grado di ricostruire. Un riflesso di questi contrasti sono di sicuro le eresie con le quali, in quel periodo, la Chiesa deve confrontarsi. Tutto ciò induce a ritenere che, in ultima analisi, il criterio prevalente nella canonizzazione vada ricondotto alla tradizione orale di cui la Chiesa si elegge a rappresentante.

Un problema ulteriore è rappresentato dalla canonizzazione cattolica dei libri dell’Antico Testamento. L’ispirazione divina dei libri accolti dal Canone palestinese non è mai messa in dubbio dai Cristiani e dalla Chiesa nascente. Per questo motivo essi vengono definiti protocanonici. Sui libri esclusi, i deuterocanonici, si anima tra i cristiani un intenso dibattito destinato a durare nei secoli. Alcuni Padri della Chiesa li ritengono ispirati, dunque sacri, altri non privi di interesse ma profani. Originariamente il contrasto di opinioni concerne l’opportunità o meno di utilizzarli nella polemica con il Giudaismo che non dà ad essi credito. Riesce però rapidamente evidente che, tra di essi, almeno uno - la Sapienza - è di essenziale importanza ai fini di ridurre il brusco contrasto tra la religione dell’Antico Testamento - religione del mondo, e per giunta nazionale - e la religione cristiana - oltremondana e estesa a tutti i popoli. Via via che il conflitto col Giudaismo diminuisce, per il netto prevalere della religione cristiana, vengono meno i motivi di dubitare del carattere ispirato dei libri deuterocanonici. Il dibattito comunque perdura fino al Concilio di Trento del 1546 che sancisce la canonicità dei libri protocanonici e di quelli deuterocanonici senza alcuna distinzione tra di essi.

Sia per quanto concerne l’Antico che il Nuovo Testamento la canonizzazione ha escluso numerosi testi ritenuti apocrifi, vale a dire non ispirati. Oltre che esclusa dal Canone, la letteratura apocrifa è andata incontro, sino ad un’epoca recente, ad un processo di rimozione agevolato dal difetto di traduzioni. Solo di recente l’impegno di studiosi soprattutto laici si è rivolto ad essa e ha cominciato ad illuminare lo sfondo complesso a partire dal quale si è definita la canonizzazione. Per motivi che chiariremo tra poco, noi non terremo conto nè della letteratura apocrifa nè dei risultati cui sono pervenuti questi studiosi. Basterà solo dire a riguardo che la sua rimozione ha fatto seguito ad una grande diffusione popolare nei primi secoli dopo Cristo arricchendo il catechismo ecclesiale di temi assenti nei testi canonici. Un esempio significativo di questa ‘contaminazione’ è costituito dalla storia degli angeli ribelli e di Lucifero di cui non risulta traccia alcuna nella Bibbia e che è invece ampiamente trattata nel Libro dei Vigilanti, apocrifo veterotestamentario del II° secolo a. C.

Data di composizione dei testi

La canonicità dei testi biblici concerne il loro carattere ispirato. Definito questo carattere sulla base della tradizione e del consenso comune, la Chiesa non si è mai preoccupata, finchè non è stata investita da studi critici maturati al di fuori della sua area, di approfondire i problemi inerenti gli autori, le epoche e le modalità della stesura. Per molti libri dell’Antico Testamento, frutto di un’antica tradizione orale, l'identificazione degli autori si può ritenere di fatto impossibile. Alcune attribuzioni ecclesiali sostanzialmente rassicuranti, come quella del Pentateuco a Mosè o dei Salmi a Davide, sono facilmente contestabili. Ma ciò significa solo estendere l’anonimato degli autori biblici.

L’epoca di composizione dei testi rappresenta, invece, un problema di straordinaria importanza ai fini di un’analisi critica della Bibbia, benchè di ardua soluzione. Non ci si può aspettare, infatti, più di tanto da rivoluzionarie ma improbabili scoperte archelogiche, se si tiene conto che la più clamorosa degli ultimi anni, che ha portato in luce i manoscritti del mar Morto, ha consentito di risolvere solo una minima parte dei problemi in questione.

Un prospetto (figura 1) può aiutare ad analizzare la cronologia della formazione della Bibbia.

Per quanto tale prospetto si possa ritenere approssimativo, esso offre non pochi motivi di interesse. Anzitutto riesce chiaro che la genesi di gran parte dei libri del Vecchio Testamento è corale, risale cioè ad una tradizione orale che si trasmette di generazione in generazione nel corso dei secoli e, con l’avvento della scrittura, dà luogo a documenti che vengono successivamente rielaborati, arricchiti, modificati sino alla stesura definitiva. Il riferimento alla tradizione collettiva che produce l’ordito su cui si organizza la trama delle stesure scritte è di fondamentale importanza poichè consente di comprendere la presenza nei testi di contenuti tratti da altre culture (mesopotamica, egiziana, cananea), il carattere mitologico, leggendario e epico di parte delle narrazioni e i frequenti anacronismi. Gli autori delle redazioni definitive, appartenenti alla classe sacerdotale, che si dedicano alla raccolta e alla stesura definitiva dei testi tra il VI° e il V° secolo, in parte nel corso della deportazione babilonese e in parte dopo il ritorno in Palestina, tentano di ridurre al minimo il peso di questi elementi propri della tradizione orale ma non riescono ad azzerarli. Essi inoltre rileggono gli eventi del passato alla luce del presente di cui partecipano e, nell’intento di dare un carattere lineare e coerente al racconto dei fatti, finiscono con l’aggiungere ad esso ulteriori anacronismi.

Senza entrare nei dettagli inerenti la redazione dei singoli libri e i documenti preesistenti utilizzati un dato appare evidente: la stesura definitiva del corpo centrale del Vecchio Testamento e quella dei libri del Nuovo Testamento avvengono in due epoche di crisi. La prima va dall’VIII° al IV° secolo a. C. , ed è contrassegnata dalla fine del regno di Israele e dalla deportazione assira, dalla caduta di Gerusalemme, dalla deportazione babilonese, e dal ritorno dei deportati in Palestina. La seconda segue alla morte di Gesù, al rifiuto degli Ebrei di riconoscere il Messia inviato da Dio, all’isolamento delle primitive comunità cristiane e al conflitto tra Giudei e Cristiani.

La prima epoca è preceduta da un secolare lavoro nel corso del quale la tradizione orale e la stesura di documenti hanno tenuto vivo e alimentato il corpo di credenze, di leggi, di pratiche cultuali e rituali, di usi e di consuetudini atto a definire l’identità etnico - culturale del popolo ebraico. In seguito alla catastrofe del regno di Giuda, si afferma l’esigenza di organizzare sistematicamente questo vasto ma frammentario materiale, arricchendolo di riflessioni alla luce di ciò che è accaduto: la fine dell’indipendenza dello Stato ebraico, lo sradicamento del popolo dalla Terra Promessa, la riduzione in schiavitù. Il compito, avviato dall’interpretazione profetica della storia ebraica, viene assolto dalla classe sacerdotale, ed è rivolto nel contempo a confermare la Legge, a spiegare la catastrofe dell’esilio e ad alimentare la speranza in un riscatto. L’alleanza con Jahvè, Dio unico e onnipotente, viene confermata a partire da una situazione storica che sembra denotare l’abbandono di Dio del popolo eletto. L’abbandono è attribuito alle colpe degli Ebrei, e in particolare alle ricorrenti tentazioni idolatriche di cui essi sono stati preda dall’epoca di Mosè. Presente in tutto l’Antico Testamento, il tema della ribellione a Dio e dell’inesorabile punizione raggiunge il suo acme negli scritti profetici, i quali però lasciano aperta la speranza trionfalistica di un riscatto e di una rigenerazione del popolo ebraico. La mancata realizzazione di questa speranza, che segue al rientro in Palestina e al lento declino di Israele, consente di comprendere il silenzio della letteratura giudaica negli ultimi secolo prima di Cristo, interrotto solo dall’orgogliosa rivendicazione di indipendenza narrata nei Maccabei e dal pessimismo cosmico e rassegnato di Giobbe e di Qoelet.

La seconda epoca è più complessa. Sia pure sottomesso al potere di Roma, che peraltro non interferisce sulla libertà religiosa, lo stato ebraico sopravvive. Esso è lacerato dal contrasto tra i tradizionalisti ortodossi, che ancora sognano la restaurazione del regno di Israele, e coloro che, avendo perduto ogni speranza, sono suggestionati dall’ellenismo. Gesù, il cui messaggio era rivolto al popolo eletto, è stato messo a morte e i tentativi degli apostoli e dei discepoli di indurre negli Ebrei il riconoscimento del Messia e della sua resurrezione appaiono vani. A distanza di tre decenni dalla morte di Gesù, il cristianesimo sopravvive come setta e le sue file si assottigliano. Insorge a questo punto l’esigenza di redigere i vangeli e di documentare trionfalisticamente, con Gli Atti degli Apostoli, la diffusione del messaggio cristiano. C’è ancora incertezza sui destinatari del messaggio. Il popolo eletto, in gran parte, lo rifiuta. Tale rifiuto viene spiegato in riferimento alla sua indegnità ad assolvere la funzione cui è stato chiamato da Dio. L’ incertezza si risolve con le Lettere di Paolo, che scopre, affrancando lo spirito dalla lettera della legge mosaica, la possibilità di rivolgersi ai Gentili, e con il Vangelo di Giovanni, l’ultimo, redatto con un attenzione particolare nei confronti della cultura greca e pagana.

Tenere conto dei periodi critici nei quali avviene la stesura definitiva dei testi del Vecchio e del Nuovo Testamento è di fondamentale importanza ai fini di una loro lettura storica. Consente infatti di capire che, nell’uno e nell’altro caso, la stesura corrisponde alla necessità di dare senso e di superare una crisi ideologica che si configura come fatale.

Il "resto" che torna in Palestina dall'esilio è costituito dalla classe in precedenza dominante: nobili, proprietari terrieri, sacerdoti, profeti. Essi devono riacquisire, oltre alle proprietà di cui i residenti si sono impossessati, il potere preesistente e rianimare nel popolo la speranza di un destino privilegiato che è stata compromessa dalla distruzione di Gerusalemme. Non c'è altro modo che attribuire la catastrofe avvenuta alla ribellione del popolo alla legge mosaica, riabilitare questa nel suo rigore rituale e precettistico e, tal fine, restaurare il primato dei sacerdoti levitici, gli unici intermediari autorizzati nel rapporto con Dio.

Per quanto concerne gli Apostoli, dopo alcuni anni dalla morte di Gesù, lo smarrimento è profondo. Essi devono interpretare il fatto che il figlio di Dio, il Messia è stato rifiutato dai suoi destinatari immediati, gli Ebrei. Com’è possibile che il popolo eletto continui a credere in Jahvè e nel contempo ne rifiuti il figlio, che ha portato a compimento la rivelazione avviatasi con Sabramo e con Mosè? Non c’è che la soluzione che S. Paolo trova. Eletto in quanto destinato a mantenere viva nel corso dei secoli la fede nell’unico vero Dio, il popolo ebraico non è l’unico destinatario di quel messaggio che, evidentemente, riguarda tutta l’umanità.

La seconda crisi dà luogo ad una nuova religione, quella cristiana che, pur non rinnegando la tradizione mosaica, la riduce a due soli comandamenti: credere in Dio e amare il prossimo. Questa semplificazione che interiorizza e socializza la pratica religiosa, spogliandola di ogni valenza ritualistica, permette alla religione cristiana di universalizzarsi.

Parte Seconda. La religione veterotestamentaria

1) Il Divino Proprietario

I primi undici capitoli del Genesi, nei quali si descrive la creazione del mondo e dell’uomo, il peccato originale e la cacciata dal Paradiso Terrestre, la progressiva corruzione dell’umanità punita dal Diluvio universale e la ripopolazione della terra attraverso la discendenza di Noè che giunge ad Abramo, rappresentano il fondamento dell’interpretazione ecclesiale della Bibbia, che legge in essi l’antefatto del dramma la cui soluzione avverrà solo con l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Gesù. Che un testo di infinita complessità sia giunto a rappresentare la matrice di una visione del mondo la cui semplicità persuasiva permette di renderne partecipi i bambini della scuola materna rappresenta uno dei misteri più densi in cui si imbatte l’analisi delle ideologie sociali.

La pretesa di sciogliere tutti i nodi problematici che il testo offre urta contro il suo stesso spessore di documento nato da una tradizione orale millenaria, le cui radici affondano nel terreno delle mitologie sulle origini proprie del mondo antico. Questo spessore spiega il numero esorbitante di interpretazioni cui esso ha dato luogo, rivolte a penetrare il significato della ricca trama di simboli che lo caratterizza. Noi ci asterremo dal cimentarci su questo terreno, impraticabile in quanto aperto all’arbitrio interpretativo. Ciò che ci interessa è il fatto essenziale di cui si tratta: la ribellione dell’uomo al potere e alla legge di Dio che determina una terribile rappresaglia. Tenteremo di analizzare tale fatto partendo da alcuni indizi significativi, la cui comprensione richiederà di fare riferimento ad eventi successivi a quelli narrati, di cui i redattori finali hanno evidentemente tenuto conto.

L’unico riferimento reale del racconto biblico è geografico. Gli eventi che, secondo la Tradizione, decidono il destino dell’umanità, si svolgono nel ‘paese tra i due fiumi’: il Tigri e l’Eufrate. Si tratta dunque della Mesopotamia, laddove le tribù ebraiche hanno originariamente soggiornato a contatto con la superiore cultura babilonese, già da tempo residenziale, subendone l’influenza ma non fino al punto di rinunciare al nomadismo, e laddove, dopo circa quindici secoli, i discendenti di quelle tribù si ritrovano deportati avendo ancora negli occhi la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Tempio. Qui si avvia ad opera della classe sacerdotale e dei profeti, in un clima conteso tra la disperazione e la speranza, e tra non poche divergenze teologiche, la raccolta e la stesura definitiva dei testi biblici, che sarà completata nel periodo post - esilico. Nella forma in cui è giunto sino a noi, il Genesi è il frutto di quest’impresa realizzata dai ‘giusti’, da coloro che, pur avendo rispettato rigorosamente la legge mosaica, si trovano a subire e a dover dare senso ad una terribile punizione che, ponendoli nelle mani dei pagani e omologando la loro condizione a quella degli empi, pone in crisi il riferimento tradizionale alla giustizia divina.

Il loro stato d’animo, riconducibile ad una tipica dissonanza cognitiva, è aggravata da un’altra circostanza. La deportazione babilonese non ha riguardato tutta la popolazione ebrea residente in Palestina ma in prevalenza la classe economicamente e culturalmente privilegiata di Gerusalemme: sacerdoti, uomini del tempio, cortigiani, funzionari, grandi proprietari immobiliari e terrieri. Essi, che ritengono di appartenere tutti alla categoria dei ‘giusti’ sia perchè rispettosi della legge mosaica sia perchè il benessere economico è assunto dalla tradizione ebraica come segno del favore divino, sono stati spogliati repentinamente dei loro privilegi e dei loro beni, finiti in parte (quelli mobili) ai babilonesi come bottino di guerra, in parte (case e terre) ai contadini e ai poveri rimasti in Palestina, tradizionalmente inclini a culti idolatrici, quindi 'empi'. Del tutto casualmente, l’invasione babilonese e la deportazione hanno prodotto una rivoluzione sociale che va al di là di quella, semplicemente distributiva, auspicata dai Profeti sulla scorta di una lettura integralista dei precetti mosaici. Tale rivoluzione, che comporta paradossalmente la punizione dei ‘giusti’ e una sorta di premio degli 'empi', riesce immediatamente incomprensibile ed è motivo di forte turbamento.

Il rientro dei "giusti" in Gerusalemme dopo circa mezzo secolo di deportazione, se attesta il ricomporsi dell’Alleanza con Dio, non risolve il problema del sovvertimento sociale, poichè la resistenza opposta dalla popolazione residente in Giudea al restaurarsi del potere economico e religioso delle classi dominanti è strenua e si traduce nel rifiuto di restituire i beni appropriati e di versare i tributi al tempio. I 'giusti', la cui aspettativa gravitava sul ricomporsi dell'ordine sociale preesistente l'esilio, si ritrovano asserragliati in Gerusalemme, e privati dei mezzi di produzione - in primis, la terra - su cui si fondava il loro potere e la loro stessa sussistenza.

Sulla scorta di questi elementi, l’analisi dei primi capitoli del Genesi può avviarsi su di una solida base, sormontando l’ottica tradizionale degli studiosi non credenti che mirano ad evidenziare soprattutto l’impasto mitologico che li caratterizza, peraltro inconfutabile.

L’influenza della cultura sumero - babilonese e assira, sia essa riconducibile all’originaria residenza degli Ebrei in Mesopotamia o al contatto con essa mediato dai Cananei dopo l’occupazione della Palestina, è resa, infatti, evidente sia dall’uso di numerosi termini e simboli sumerici (il "Grande Serpente", demone del Male, l’Albero sacro che assicura una lunga vita, ecc.) sia dalle analogie tra il racconto biblico e la mitologia babilonese. Quest’ultima ormai è sufficientemente nota grazie all’abbondanza dei frammenti scritti scoperti dall’archeologia. Essa comporta un Poema della Creazione del mondo ad opera degli dei e il riferimento ad una mitica età dell’oro nel corso della quale gli uomini vivono in un giardino senza lavorare e immuni dal dolore. La fine dell’età dell’oro è attribuita ad una colpa imprecisata degli uomini che provoca la rappresaglia di Dio il quale li destina al lavoro e al dolore. Strumento ricorrente di punizione degli uomini, quando essi non si comportano bene, sono le inondazioni. Una di queste, di particolare violenza, vede sopravvivere la specie umana in virtù di un personaggio leggendario, Ziusudra, che salva se stesso e gli animali costruendo un’imbarcazione. La decadenza della civiltà assiro - babilonese, travolta dall’invasione di popolazioni nomadi, viene infine ricondotta all’abbandono da parte del dio Marduk del suo popolo, che ha peccato contro di lui.

Le analogie, del tutto evidenti, non vanno però esasperate fino al punto d'identificare nella mitologia babilonese la matrice dell'originaria religione ebraica. Quella mitologia è, infatti, affidata ad una serie indefinita di documenti che, fatta eccezione per l'epopea di Gilgamesh, non hanno mai riconosciuto una stesura unitaria. Se si possedessero tutti i documenti preesistenti la redazione finale del Vecchio Testamento, la loro frammentarietà e le contraddizioni tra di essi potrebbero risultare omologabili. E' un fatto però che il racconto del Genesi ha un'indubbia originalità, essendo icastico, lineare ed omogeneo. In esso tutto sembra ricondursi ad un'ideologia religiosa incentrata su di un unico Dio.

L'omogeneità del racconto biblico, peraltro, è solo apparente. La Tradizione stessa ormai, sia pure con qualche riserva, ammette che i capitoli iniziali della Bibbia sono il frutto di un montaggio, avvenuto ad opera della classe sacerdotale nel periodo dell’esilio babilonese e in quello post - esilico, di documenti diversi. In particolare sembra certo che la stesura finale abbia utilizzato, per i primi capitoli, due documenti: uno, che risale al IX° - VIII°secolo a. C., denominato jahvista, un altro più recente (VIII° - VII° secolo a. C.), denominato elohista, che sono stati entrambi rimaneggiati dai sacerdoti nel periodo esilico e post - esilico. E’ possibile distinguere questi due documenti in conseguenza del fatto che nel primo Dio è denominato Jahvè o Jahvè Elohim, nel secondo Elohim.1 Al primo appartengono i versetti 2, 4b - 24; 3,1 - 24; 4, 1 - 26; 6, 1 - 8; 7, 6 - 12: 7, 21 - 24; 8, 6 - 12; 8, 20 - 22; 9, 18 - 29; 11, 1 - 9,; al secondo i versetti 1, 1 - 31; 2, 1 - 4a; 5, 1 - 32; 6, 9 - 22; 7,1 - 5; 7, 13 - 24; 8,1 - 5; 8,13 - 17; 9,1 - 17; 10, 1 - 32; 11, 10 - 27, 31 - 33.

Se i due documenti si scorporano e si leggono separatamente, la sorpresa non può essere maggiore. Riesce immediatamente chiaro, infatti, che si tratta di documenti del tutto autonomi, che solo in alcuni punti si integrano, e narrano, eccezion fatta per il Diluvio, storie del tutto diverse.

Il documento jahvista è incentrato sul tema del peccato originale e dell’irrimediabile tendenza al male della natura umana. I progenitori si ribellano alla volontà divina, Caino uccide il fratello, l’umanità va incontro ad una corruzione generalizzata. Dio si pente della creazione dell’uomo e invia il Diluvio, che stermina tutta l’umanità tranne Noè. Gli uomini, però, continuano a peccare con la loro ambizione di costruire una città e una torre la cui cima giunga al cielo. Dio, che si è imposto di non sterminare più l’umanità, è costretto ancora una volta a stabilire un patto di alleanza con l’unico uomo giusto, Abramo.

Il documento elohista, nel quale è del tutto evidente la mano sacerdotale, illustra, invece, la creazione del mondo e dell’uomo come espressione trionfante della potenza divina. Riferisce poi minuziosamente la genealogia che da Adamo porta ad Abramo senza alcun cenno a Caino e ad Abele. La corruzione dell’umanità, che produce il diluvio, non coinvolge gli Ebrei, il cui capostipite Noè, riconosciuto da Dio come uomo onesto, viene salvato.

I due documenti convergono nell’attestare la predilezione di Dio per il popolo ebraico confermata dall’alleanza con Noè prima e con Abramo poi. La discordanza tra i due documenti riguardo alla catastrofe originaria nel rapporto tra Dio e uomo, che causa la cacciata dal Paradiso terrestre e la maledizione divina, è, però, troppo clamorosa per potere essere minimizzata. Per la sua drammaticità, se tale catastrofe avesse avuto il senso assegnato ad essa dalla tradizione ecclesiale sulla scorta della interpretazione di Paolo di Tarso, sarebbe dovuta rimanere profondamente radicata nella memoria collettiva degli Ebrei. Ci si aspetterebbe pertanto di trovarla rievocata in tutti i testi veterotestamentari.

Dopo i primi undici capitoli del Genesi, invece, dai Patriarchi a David e a Salomone, il rapporto del popolo ebraico con Dio è la storia di un’alleanza che sembra del tutto affrancata dal peso di una colpa atavica. Una storia, di certo, densa di peccati individuali e collettivi che vengono immediatamente e terribilmente puniti da Dio, ma dalla quale è assente ogni riferimento ad un peccato originale che grava irrimediabilmente su tutti gli uomini.

Nel tentativo di minimizzare questa contraddizione, la Tradizione tenta di ricavare tale riferimento da alcuni versetti dei Salmi e di Giobbe:

"Il Signore dal cielo si china sugli uomini

per vedere se esista un saggio:

se c’è uno che cerchi Dio.

Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti;

più nessuno fa il bene, neppure uno." Salmo 13, 2 - 3;

"Ecco nella colpa sono stato generato,

nel peccato mi ha concepito mia madre." Salmo 50, 7

"Chi può trarre il puro dall’immondo? nessuno" Giobbe 14, 4;

"Che cosa è l’uomo perchè si ritenga puro,

perchè si dica giusto un nato di donna?" Giobbe 15, 14

L’interpretazione appare però forzata. In questi versetti, infatti, risuona solo un desolato pessimismo sulla natura umana, che è un tema ricorrente della Bibbia.

Per trovare un riferimento al peccato originale, esplicitato in maniera almeno poco dubbia, occorre giungere a due testi tardivi dell’Antico Testamento, scritti tra il II° e il I° secolo a. C. che, tra l’altro, il Canone palestinese esclude:

"Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;

lo fece a immagine della propria natura.

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;

e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono." Sapienza, 3,23 - 24

"dalla donna ha avuto inizio il peccato,

per causa sua tutti moriamo." Siracide, 25, 24

Un evento altamente drammatico, quale la maledizione che Dio fa scendere su Adamo e sulla sua progenie è, dunque, pressochè rimosso dall’Antico Testamento.

Una prova inconfutabile di questa rimozione è fornita dal dibattito animatosi all’epoca dei profeti sul problema della retribuzione, vale a dire riguardo al fatto che le colpe dovessero essere pagate direttamente dai responsabili o anche dai discendenti. Nella tradizione ebraica che la colpa dei padri ricada sui figli per generazioni è proverbiale. Ma Ezechiele la contesta aspramente e sancisce il principio della responsabilità personale come fondamento della giustizia divina. Tale principio esclude, ovviamente, il riferimento al peccato originale.

Come giustificare questa clamorosa rimozione per cui il popolo ebraico, nonostante la storia di Adamo si sia tramandata nei secoli, è vissuto univocamente nell’aspettativa che la promessa di Dio, di renderlo potente più di tutti gli altri popoli, si realizzasse, ha visto compiersi questa promessa sotto Davide e ha continuato a coltivarla anche dopo il ritorno dall’esilio? Come spiegare che un evento di così grande portata come il peccato originale non sembra avere influenzato quanto sarebbe lecito attendersi la religione ebraica? Se esso, infine, non ha inciso nel rapporto degli Ebrei con Jahvè, come mai viene riportato con tanti particolari nei primi capitoli della Bibbia?

E’ evidente che, pur appartenendo alla tradizione orale, il racconto del peccato originale non aveva per gli Ebrei il significato di una colpa irrimediabile destinata a gravare di generazione in generazione, che Paolo di Tarso, non Gesù, attribuirà ad esso. Ci si può chiedere quale altro significato potesse avere? L’ipotesi più probabile a riguardo è che il Diluvio, descritto in entrambi i documenti, venisse inteso come una seconda creazione in virtù della quale Dio aveva chiuso i conti con l’umanità discendente da Adamo pervertitasi, e avesse eletto Noè, progenitore degli Ebrei attraverso il figlio Sem, a novello Adamo. Di conseguenza, il peccato di Adamo e la corruzione dell’umanità da lui discendente non avrebbe avuto altro significato che sottolineare l’integrità morale del popolo ebraico, salvando il quale dallo sterminio, attraverso la discendenza di Noè, Dio avrebbe espresso nei suoi confronti una predilezione unica. Le colpe di Adamo, giusto il principio della responsabilità personale, sarebbero state dunque pagate dai suoi discendenti corrotti.

Il ricordo del peccato di Adamo sarebbe dovuta servire, nell’intenzione dei redattori, solo a sancire l’inclinazione al male della natura umana; risuonare, in altri termini, come un monito rivolto agli Ebrei a non ribellarsi alla legge divina. Monito di grande attualità, peraltro, poichè la deportazione è omologata dai profeti ad un nuovo Diluvio destinato a rigenerare il popolo ebraico e a lasciare in vita un ‘resto’ di giusti attraverso i quali il rapporto di Alleanza con Dio si ricompone.

Qualè il senso storico di tale monito? Esso fa riferimento genericamente al rispetto della legge divina o non riguarda qualche aspetto particolare di essa? Indizi sommamente significativi a riguardo si ricavano dal comparare il diverso scenario offerto dai documenti.

Nel documento elohista, Dio crea contemporaneamente l’uomo e la donna, che si trovano immersi in un ambiente ricco di fauna e di flora totalmente a loro disposizione:

"Poi Dio disse: "Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo" Genesi 1, 29

Il documento jahvista, che inizia in Genesi 2, 4b, muove ex - abrupto. La terra è una landa desolata e inospitale. Dopo aver creato l’uomo,

"il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male." Genesi 2, 8 - 9

Eden è un termine sumerico (edin) che significa regione piana e stepposa, desertica. Il giardino, termine anch’esso sumerico (gan), indica un terreno coltivato e irrigato. Il ruolo che Dio assegna all’uomo è esplicito:

"Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perchè lo coltivasse e lo custodisse." Genesi 2, 15

Non si può non rilevare tra i due scenari una differenza fondamentale. Nel primo la sussistenza è assicurata dalla raccolta di beni liberamente disponibili, nel secondo dall’agricoltura. Si tratta di due diversi modi di produzione, arcaico, in quanto legato al nomadismo, l’uno, che implica il ritenere la terra una proprietà comune, di tutti e di nessuno, storicamente più recente l’altro contrassegnato dalla nascita dell’agricoltura, vale a dire dall’avvento della differenziazione sociale, della divisione del lavoro e della proprietà privata. L’importanza di questo aspetto, che la Tradizione ignora, risulta chiara se si tiene conto che solo nel secondo documento l’uso dei beni naturali viene assoggettato ad un tabù:

"Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perchè, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti." Genesi 2, 16 - 17

Nel secondo scenario, l’uomo dunque coltiva la terra ma una parte del prodotto non può consumarla poichè è sacra e riservata a Dio. La catastrofe descritta dal documento jahvista fa dunque inequivocabilmente riferimento ad eventi seguiti all’insediamento ebraico in Palestina, laddove un popolo di tradizione nomadica è divenuto residenziale e si è dedicato all’agricoltura. Quali sono gli eventi in questione, che sono stati evidentemente proiettati in un passato mitico?

Un primo evento è, forse, l’insediamento stesso. Come è accaduto a molte popolazioni di antiche tradizioni nomadiche, gli Ebrei hanno avuto rilevanti difficoltà ad adattarsi a un regime di vita residenziale. La Palestina, che essi giungono ad occupare, non corrisponde di certo, per caratteristiche fisiche, alla terra promessa ove scorrono ‘latte e miele’. Si tratta, infatti, di una regione arida, sassosa, poco produttiva. Gli Ebrei inoltre devono convertirsi da nomadi in contadini, pagando il prezzo del cambiamento e dovendo, per un certo periodo, acquisire le tecniche agricole dai Cananei. Ciò spiega il fatto che l’ideale del deserto, vale a dire di una vita precaria ma immune dalla "schiavitù" del lavoro, ha rappresentato un filo nostalgico costantemente presente nell’immaginario popolare. La cacciata dal paradiso terrestre potrebbe essere ricondotta dunque, in primo luogo, ad un’elaborazione popolare negativa del passaggio dalla vita nomadica a quella agricola, ad un’ennesima versione del mito dell’età dell’oro.

C’è però dell’altro, il cui peso è sicuramente più rilevante. Con l’insediamento territoriale si avvia un processo di differenziazione sociale che giunge, nel giro di qualche secolo, a lacerare il tessuto comunitario e solidaristico delle originarie tribù ebraiche dando luogo al definirsi di classi sociali. E’ la proprietà terriera a rappresentare la matrice della differenziazione. I proprietari terrieri sono anzitutto i Leviti ai quali vengono assegnate, secondo le disposizioni mosaiche, delle città e i campi circostanti. Ai Leviti si aggiunge poi, nel corso del tempo, un’aristocrazia terriera laica. La società ebraica si struttura, pertanto, secondo un modello feudale: alla classe proprietaria si contrappone una classe bracciantile e servile. I precetti mosaici, di cui si parlerà ulteriormente (cfr. La religione di Mosè), orientati a scongiurare l’arricchimento degli uni e l’immiserimento degli altri, e a promuovere periodicamente una redistribuzione dei beni e la liberazione degli schivi in virtù della remissione dei debiti, vengono disattesi. La differenziazione sociale, di conseguenza, procede implacabile. Essa, addirittura, si aggrava con la monarchia poichè, ai tributi al Tempio, necessari per mantenere la classe sacerdotale e gli addetti alla cura delle cose sacre, si aggiunge un aumento progressivo del carico fiscale, necessario a mantenere la corte.

Numerosi sono i lamenti che si levano dal popolo per un regime di vita al limite della tollerabilità. Tali lamenti danno luogo, dopo la morte di Salomone, alla secessione delle tribù del Nord, fiscalmente più vessate. In seguito alla secessione, le popolazioni del Nord rifiutano di riconoscere il primato religioso di Gerusalemme e dei sacerdoti leviti, affrancandosi dal pagare i tributi al tempio. Il documento jahvista esprime, con ogni probabilità, il punto di vista di sacerdoti rimasti fedeli a Gerusalemme, i quali leggono nella secessione un atto grave di ribellione alla legge mosaica, foriero di catastrofi.

La redazione sacerdotale del V° secolo recupera e integra il documento jahvista non di certo in nome di un peccato originale nel quale, all’epoca, nessuno crede, bensì perchè legge in esso il riferimento ad un problema attuale: il riconoscimento di un diritto sacro di Dio, vale a dire dei suoi rappresentanti terreni, sulla terra e su di una quota dei beni prodotti.

Il Dio del Genesi, come è proprio di tutta la tradizione ebraica, risulta, in quanto creatore, legittimo proprietario di tutta la terra. Egli la dà in uso rimanendone, nondimeno, unico proprietario e vincolando quell’uso a determinate condizioni, una delle quali concerne il fatto che una parte dei prodotti, riservata a Lui, non può essere consumata che da coloro che sono al suo servizio, i Leviti.

Il tabù alimentare è una costante della cultura e della religione ebraica. Esso verte sulla distinzione tra cibi impuri e cibi sacri. Gli uni sono proibiti a tutti, gli altri spettano a Dio e vanno dati alla classe sacerdotale che in parte li consuma e in parte li sacrifica sull’altare. Ma la classe sacerdotale, impegnata nelle funzioni rituali, non li produce bensì li riceve dal popolo sotto forma di decima, vale a dire di una parte del raccolto (e del bestiame) che, in quanto sacra, va ritenuta di proprietà divina:

"Tutte le decime della terra, che provengono dal raccolto dei campi, come dai frutti degli alberi, appartengono a Jahvè. E’ una cosa sacrosanta a Jahvè...

Ogni decima, sia bovina che ovina, cioè il decimo di ogni animale che passa sotto la verga del pastore, sarà consacrato a Jahvè." Levitico 27, 30 - 32

L’istituzione della decima risale alla nascita della classe sacerdotale, che avviene, per opera di Mosè, nel corso del soggiorno nel deserto. Su ispirazione divina, Mosè investe delle funzioni sacerdotali e della cura delle cose sacre i membri della tribù di Levi, a cui egli stesso appartiene. Subito dopo la consacrazione, viene definita una tassa che tutti gli Ebrei devono pagare ai Leviti per i loro servizi rituali:

"Ecco: ai figli di Levi ho dato in eredità tutte le decime in Israele in cambio dei servizi che prestano, cioè il servizio della tenda del convegno...

Jahvè parlò a Mosè dicendogli:"Tu parlerai ai leviti e dirai loro: - Quando riceverete dai figli di Israele le decime che io vi ho concesso di percepire da loro, voi ne farete un prelievo a Jahvè, offrirete cioè la decima delle decime." Numeri 18, 21 - 26

La centralizzazione del culto, l’attribuzione ai Leviti del sacerdozio e della cura delle cose sacre, e l’imposizione della decima rappresentano, come vedremo, l’asse di un conflitto destinato a sottendere tutta la storia del popolo ebraico, sino alla scomparsa della classe sacerdotale. Esse, all’epoca di Mosè, si impongono in conseguenza di una guerra civile, che non vale però a scalzare definitivamente le resistenze opposte, dalle tribù prima e dal popolo poi, ai privilegi sacerdotali. Tali resistenze, ora manifeste e consapevoli, ora latenti e inconsapevoli, spiegano la costante tendenza degli Ebrei a cedere all’idolatria, che consente di riappropriarsi di una pratica rituale privata officiata dal capofamiglia e di evitare il pagamento dei tributi al Tempio. Ma, con l’avvento della monarchia e soprattutto sotto David e Salomone, entrambi bene attenti a fare avallare la loro politica di potenza dalla classe sacerdotale, alla decima, con la centralizzazione del potere amministrativo, si aggiunge il prelievo fiscale che aumenta progressivamente sino a raggiungere un peso insostenibile. In nome della teocrazia si tratta infatti di mantenere una corte che tende a vivere secondo lussuose abitudini orientali, un apparato burocratico sempre più numeroso, di contribuire alla costruzione del Tempio e di provvedere ad una classe sacerdotale anch’essa in espansione. La protesta popolare si esprime in forme molteplici. Ci si sottrae al pagamento delle decime, si allenta la pratica dei riti sacrificali, ci si abbandona all’idolatria. La realtà è che, all’insegna della teocrazia, il popolo è vessato e i rappresentanti di Dio (re e sacerdoti) si arricchiscono e vivono nel lusso.

I primi capitoli del Genesi ricostruiscono questa realtà sociale dalla parte dei ceti dominanti, sancendo il diritto alla proprietà privata della terra, il diritto dei sacerdoti ad essere mantenuti in quanto rappresentanti di Dio e il dovere del popolo di lavorare duramente per rispettare la legge divina.

Tale interpretazione può essere confermata dalla motivazione addotta dal sobillatore che induce la trasgressione:

"Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: "E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?". Rispose la donna al serpente: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete". Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male". Genesi 3, 1 - 5

La tentazione fa riferimento ad una disparità che, attraverso la violazione del tabù, potrebbe essere azzerata. Tale disparità è specificata nei termini di un diverso potere culturale, che è agevole riferire alla divisione del lavoro intellettuale da quello manuale. La pretesa di azzerare tale disparità, peccaminosa in riferimento all’onnipotenza divina, diventa comprensibile se essa si riconduce al non volere riconoscere, da parte degli Ebrei, i diritti delle classi dominanti e colte ad essere mantenute. Se è vero, infatti, che quei diritti poggiano sull’ordinamento mosaico, non è meno vero che tra i precetti mosaici c’è, come vedremo, il richiamo alla necessità di una periodica redistribuzione del reddito e delle proprietà che, benchè mai realizzato storicamente, postula per il popolo di Dio un regime sociale ugualitaristico incentrato sulla giustizia.

Questo basta a capire perchè la redazione sacerdotale, pur avendo prodotto un documento che sottolinea univocamente il rapporto privilegiato di Dio col popolo ebraico, ha recuperato il testo jahvista, redatto per stigmatizzare la secessione del nord che implica il misconoscimento dei diritti del tempio di Gerusalemme, considerato come unico luogo di culto ufficiale di Jahvè amministrato dai Leviti. In esso, la classe sacerdotale rientrata dall’esilio ha letto un duro ammonimento rivolto al popolo ribelle all’ordine sociale istituito da Dio. La questione in gioco non riguarda solo i diritti alla decima dei Leviti, identificati come diritti di Dio, ma anche le proprietà terriere espropriate dai contadini e dai poveri rimasti in Palestina. La resistenza opposta da questi alle classi dominanti configura, agli occhi dei sacerdoti che redigono la stesura finale della Bibbia, una catastrofica e presumibilmente inattesa ribellione al volere divino.

L’esordio mitologico del Genesi è già dunque denso di una tematica sociale, incentrata sul rapporto tra i ceti dominanti e i ceti subordinati, che impregnerà tutta la successiva storia del popolo ebraico, e che la Tradizione ricondurrà al conflitto tra Legge divina e ribellione umana.

Da quanto detto, si sarebbe indotti facilmente a pensare che i redattori sacerdotali dei primi capitoli della Bibbia abbiano inteso coscientemente ribadire i loro privilegi. Che li abbiano, di fatto, avallati è fuori di dubbio. Ma essi non li interpretavano come privilegi bensì come diritti assegnati loro da Dio. Arricchita dall’esperienza della deportazione e dal pensiero profetico, la loro fede era di sicuro sincera e profonda. Ma questa stessa esperienza, interpretata come conseguenza della ribellione del popolo a Dio e alla sua legge, li orientava verso un rispetto assoluto della legge mosaica, intesa com'espressione immediata della volontà divina.

Date a Dio, e ai suoi rappresentanti terreni, ciò che è di Dio per non incorrere nella sua ira: questo è il significato del terribile esordio biblico. Il peccato di Adamo è solo il simbolo di una tentazione ricorrente nella storia ebraica a trasgredire la Legge, e non è di certo per caso che esso si pone nei termini di un attentato ad un diritto di proprietà. Come vedremo, tutta la Bibbia è percorsa dal tema della giustizia sociale che viene interpretato dagli uni come rispetto dell’ordine sociale mosaico gerarchico, inteso com'espressione diretta della volontà di Dio, e dagli altri come contestazione di quest’ordine in nome di un insopprimibile richiamo alla parità dei diritti di tutti i membri del popolo eletto.

2) La religione dei Patriarchi

La protostoria del popolo ebraico, narrata in Genesi 12 - 50, coincide con la storia dei Patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe) che, dopo lunghe peregrinazioni nel territorio di Canaan, si conclude con l’installazione delle tribù ebraiche in Egitto.

Al di fuori della Bibbia, gli eventi raccontati nel Genesi non trovano che scarse conferme documentarie o archeologiche. Non v’è da sorprendersi di questo difetto in quanto esso riguarda tutti i gruppi nomadici che ignorano la scrittura e i cui accampamenti transitori non lasciano tracce che permettano di identificarli. Ciononostante, e per quanto la redazione del Genesi, avvenuta a distanza di secoli dai fatti narrati, affidati alla tradizione orale, comporti non pochi anacronismi e di sicuro delle integrazioni arbitrarie, la storia dei Patriarchi è interessante poichè fornisce numerosi elementi che consentono di caratterizzare la cultura e l’organizzazione sociale dei primitivi clan ebraici. Come risulterà chiaro dall'analisi, si tratta di una cultura piuttosto rozza, costantemente minacciata dall'interazione con la cultura cananea. La Tradizione ecclesiale, coerentemente con l'ipotesi della rivelazione divina, ritiene che essa sia stata comunque depositaria di un monoteismo rigoroso. Il testo non sembra confermare tale assunto.

In difetto di dati storici, si possono avanzare solo delle ipotesi sui motivi che, intorno al XIX° secolo a. C., inducono alcune tribù ebraiche, tra cui quella di Abramo ad allontanarsi dal territorio mesopotamico. Le più probabili sono due. La prima fa riferimento all’invasione del territorio mesopotamico da parte di orde nomadiche semitiche (gli Amorriti). Infiltrazioni del genere sono avvenute di continuo nei secoli. Anche gli Ebrei stanziati in Mesopotamia rappresentano il prodotto di una di tali infiltrazioni. Ma l’invasione realizzatasi intorno al 1850 a. C. è particolarmente violenta al punto che la capitale Ur viene saccheggiata e distrutta. Il disordine seguito alle invasioni può dunque giustificare l’allontanamento.

La seconda ipotesi fa capo a un naturale processo di scissione e di separazione di gruppi tribali dovuto al bisogno di nuove terre da pascolo o a esigenze mercantili. Processi del genere, infatti, si ripetono in Canaan:

"Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro... Ma anche Lot, che andava con Abram, aveva greggi e armenti e tende. Il territorio non consentiva che abitassero insieme, perchè avevano beni troppo grandi e non potevano abitare insieme. Per questo sorse una lite tra i mandriani di Abram e i mandriani di Lot... Abram disse a Lot: "Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perchè noi siamo fratelli. Non sta forse davanti a te tutto il paese? Sepàrati da me. Se tu vai a sinistra, io andrò a destra; se tu vai a destra, io andrò a sinistra." Genesi 13, 2 - 9

"Poi Esaù prese le mogli e i figli e le figlie e tutte le persone della sua casa, il suo gregge e tutto il suo bestiame e tutti i suoi beni che aveva acquistati nel paese di Canaan e andò nel paese di Seir, lontano dal fratello Giacobbe. Infatti i loro possedimenti erano troppo grandi perchè essi potessero abitare insieme e il territorio, dove essi soggiornavano, non poteva sostenerli per causa del loro bestiame. Così Esaù si stabilì sulle montagne di Seir." Genesi 36, 6 - 8

Si tratta dunque di un insieme di tribù pastorali, seminomadiche suddivise in clan ciascuno dei quali è autonomo rispetto agli altri e riconosce un leader.

La struttura del clan è patriarcale e patrilineare. L’importanza della discendenza, atta ad assicurare al padre il culto perenne dei figli, è attestata dal rilievo drammatico che assume la sterilità univocamente riferita alla donna per scongiurare la quale si pratica il concubinaggio e la poligamia. Il concubinaggio esiste fin dall’epoca di Abramo:

"Abramo diede tutti i suoi beni a Isacco. Quanto invece ai figli delle concubine, che Abramo aveva avute, diede loro doni e, mentre era ancora in vita, li licenziò, mandandoli lontano da Isacco suo figlio, verso il levante, nella regione orientale." Genesi 25, 5 - 6

La poligamia, invece, sembra affermarsi nel corso del tempo. Abramo si risposa dopo la morte di Sara, Isacco ha una sola moglie, mentre Giacobbe ne ha due (Genesi 35, 22 - 26) e Esaù quattro (Genesi 36, 1 - 5; Genesi 28, 6 - 9).

Le regole matrimoniali sono piuttosto primitive. Il tabù dell’incesto sembra ristretto al rapporto tra genitori e figli, suoceri e nuore (Genesi 38, 12 - 24), figli e concubine del padre (Genesi 35,21). Abramo sposa la sorellastra (Genesi 20, 12), Isacco (Genesi 24, 34 - 49), Giacobbe (Genesi 28, 1 - 2) e Esaù (Genesi 28, 8 - 9) le cugine. E’ rilevante il fatto che l’incesto tra genitori e figli viene considerato come causa di una degenerazione razziale (Genesi 19, 30 - 38).

Il carattere ristretto del tabù dell’incesto sembra possa essere riferito all’endogamia, al rifiuto di scambiare le donne con altri gruppi etnici. Abramo manda a prendere una sposa ad Isacco presso il clan del fratello rimasto nella terra dei padri, in Mesopotamia, per evitare che egli sposi una donna cananea (Genesi 24, 1 - 4). Esaù sposa due donne hittite ma ciò è motivo di grande dolore per i genitori (Genesi 26, 34 - 35). L’episodio di Dina (Genesi 34, 1 - 31), figlia di Giacobbe, è esemplare della rigidità del tabù esogamico. Il popolo cui appartiene colui che la violenta, e che intende sposarla, è disposto a stabilire con gli Ebrei un patto di alleanza che comporti lo scambio delle donne. Il patto, come il matrimonio riparatore, viene rifiutato e il torto subito dà luogo ad una terribile vendetta.

Non è facile spiegare la preclusione esogamica, piuttosto inconsueta nell’antichità e del tutto in contrasto con la necessità di stabilire, attraverso l’imparentamento, delle alleanze. La Tradizione ritiene che essa sia funzionale a proteggere non la purezza della razza bensì la fede nel Dio unico dalla contaminazione idolatrica. Tale spiegazione è, però, opinabile sia perchè il Dio dei Patriarchi, come vedremo, non si differenzia nettamente dalle divinità cananee, sia perchè l’endogamia non mette in alcun modo gli Ebrei al riparo dalla tentazione idolatrica, che all’epoca dei Patriarchi è piuttosto diffusa. E’ più probabile che l’endogamia vada ricondotta ad un pregiudizio etnocentrico sancito dalla pratica della circoncisione.

La circoncisione è il sacrificio nella carne che definisce l’alleanza con Dio (Genesi, 17, 1 - 27). ed è il segno distintivo degli Ebrei rispetto agli altri popoli. Molti altri popoli dell’antichità, tra cui gli Egiziani, hanno adottato tale pratica. Solo presso gli Ebrei però essa ha assunto un significato tale da comportare la preclusione esogamica.

Rimane ovviamente il mistero di spiegare la tenace difesa degli Ebrei della loro identità etnica e la loro volontà di mantenere una razza immune da incroci. Non si va lontano dal vero pensando che originariamente tale difesa mirasse solo ad impedire imparentamenti con le popolazioni residenti in Canaan dedite all’agricoltura. Potrebbe trattarsi, in ultima analisi, di un’espressione dell’orgoglio nomadico che ha sempre ritenuto inferiori le popolazioni residenziali. Per quanto continuamente attentata dal contatto interetnico, la preclusione esogamica rimarrà un tratto costante della storia del popolo ebraico e solo tardivamente (all’epoca della riforma di Esdra e Neemia: cfr. La religione della restaurazione e del declino) assumerà il significato di una legge rigorosa atta ad impedire la contaminazione religiosa.

La tribù comprende, oltre agli Ebrei, dei servi e delle serve. Si tratta di sicuro di schiavi poichè di essi si dice che vengono acquistati. Gli uomini sono probabilmente addetti ai lavori pesanti. Le donne fungono spesso da concubine e vengono offerte dalle mogli ai mariti per farle filiare in loro vece.

"Sarai, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, Sarai disse ad Abram: "Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli". Abram ascoltò la voce di Sarai." Genesi 16, 1 - 2

"Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: "Dammi dei figli, se no io muoio!". Giacobbe s’irritò contro Rachele e disse: "Tengo forse io il posto di Dio, il quale ti ha negato il frutto del grembo?". Allora essa rispose: "Ecco la mia serva Bila: unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch’io una mia prole per mezzo di lei". Così essa gli diede in moglie la propria schiava Bila e Giacobbe si unì a lei." Genesi 30, 1 - 4

"Allora Lia, vedendo che aveva cessato di aver figli, prese la propria schiava Zilpa e la diede in moglie a Giacobbe. Zilpa, la schiava di Lia, partorì a Giacobbe un figlio." Genesi 30, 9

I rapporti all’interno del clan, dominato dal Patriarca, sono sostanzialmente tranquilli. L’autorità del capo-clan non è comunque assoluta come si rileva dal fatto che Esaù sposa delle donne hittite e che i figli di Giacobbe, Simone e Levi, realizzano una vendetta per l’affronto subito dalla sorella Dina da parte di un sichemita contro la volontà paterna (Genesi 43, 1 - 31). Il problema della successione sembra l’unico in grado di attivare dei conflitti. Il diritto di primogenitura esiste, ma cionondimeno si realizzano conflitti per la successione sia tra fratelli (Genesi 27, 1 - 41) sia tra fratellastri (Genesi, 21, 1 - 13).

Tranne che per la funzione procreativa, in difetto della quale l'esistenza femminile è un disonore, la donna non sembra godere di alcun prestigio nè essere tutelata nella sua dignità. I matrimoni sono combinati. Abramo a Gerar, temendo di essere ucciso, finge di essere il fratello di Sara e accetta che essa sia del re (Genesi 20, 1 - 18). Lo stesso stratagemma viene adottato, in analoga circostanza, anche da Isacco (Genesi 26, 6 - 11). Entrambi ricavano da questa 'cessione' dei vantaggi materiali. La donna, dunque, è una merce di scambio.

La religione è clanica e manica. Ogni clan ha un Dio identificato con il capostipite. Abramo e suo fratello Nacor, per esempio, hanno ciascuno un Dio, come risulta chiaro dalla contesa tra Labano, figlio di Nacor, e Giacobbe:

"Disse allora Làbano a Giacobbe: "Che hai fatto? Hai eluso la mia attenzione e hai condotto via le mie figlie come prigioniere di guerra! Perchè sei fuggito di nascosto, mi hai ingannato e non mi hai avvertito? Io ti avrei congedato con festa e con canti, a suon di timpani e di cetre! E non mi hai permesso di baciare i miei figli e le mie figlie! Certo hai agito in modo insensato. Sarebbe in mio potere di farti del male, ma il Dio di tuo padre mi ha parlato la notte scorsa: Bada di non dir niente a Giacobbe, nè in bene nè in male! Certo, sei partito perchè soffrivi di nostalgia per la casa di tuo padre; ma perchè mi hai rubato i miei dei?" Genesi 31, 26 - 30

"Soggiunse Làbano a Giacobbe: "Ecco questo mucchio ed ecco questa stele, che io ho eretta tra me e te. Questo mucchio è testimonio e questa stele è testimonio che io giuro di non oltrepassare questo mucchio dalla tua parte e che tu giuri di non oltrepassare questo mucchio e questa stele dalla mia parte per fare il male. Il Dio di Abramo e il Dio di Nacor siano giudici tra di noi." Genesi 31, 51 - 53

Il preteso monoteismo nasce solo dal fatto che i clan, date le comuni origini, fanno riferimento al Dio dei Padri, vale a dire a un Dio manico, rappresentante di un unico capostipite.

Si tratta peraltro di un Dio poco differenziato, che ha molti tratti in comune con il Dio cananeo El. L’identificazione è esplicita nel brano seguente:

"Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nel paese di Canaan, quando tornò da Paddan - Aram e si accampò di fronte alla città. Poi acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento, quella porzione di campagna dove aveva piantato la tenda. Ivi eresse un altare e lo chiamò "El, Dio d’Israele". Genesi 33, 18 - 20

Se si tiene conto del fatto che Israele è il nome di Giacobbe, è chiaro che l’erezione dell’altare equivale alla presa di possesso del territorio da parte del clan di Giacobbe in nome di El.

Indirettamente tale identificazione viene confermata dagli scambi comunicativi tra gli Ebrei e i Cananei nei quali si fa riferimento ad un Dio comune del quale ogni clan si appropria dandogli il proprio nome.

"In quel tempo Abimèlech con Picol, capo del suo esercito, disse ad Abramo: "Dio è con te in quanto fai. Ebbene, giurami qui per Dio che tu non ingannerai nè me nè i miei figli nè i miei discendenti: come io ho agito amichevolmente con te, così tu agirai con me e con il paese nel quale sei forestiero." Genesi 21, 22 - 23

"Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: "Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici." Genesi 14, 18 - 20

Il Dio dei Padri convive con gli dei stranieri, come risulta chiaramente in questo passo:

"Dio disse a Giacobbe: "Alzati, và a Betel e abita là; costruisci in quel luogo un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi Esaù, tuo fratello". Allora Giacobbe disse alla sua famiglia e a quanti erano con lui: "Eliminate gli dei stranieri che avete con voi, purificatevi e cambiate gli abiti. Poi alziamoci e andiamo a Betel, dove io costruirò un altare al Dio che mi ha esaudito al tempo della mia angoscia e che è stato con me nel cammino che ho percorso". Essi consegnarono a Giacobbe tutti gli dei stranieri che possedevano e i pendenti che avevano agli orecchi; Giacobbe li sotterrò sotto la quercia presso Sichem." Genesi 35, 1 - 4

E’ difficile ricavare da questi elementi la prova di un monoteismo rigoroso. Non è il Dio dei Patriarchi che va difeso dalla confusione con altri dei, bensì la purezza del sangue ebraico dagli incroci con altre razze.

In conseguenza dell’etnocentrismo radicale, il Dio dei Patriarchi ha una sola caratteristica specifica: è primus inter pares, il più potente rispetto a tutti gli altri dei, capace dunque di assicurare a Abramo e alla sua discendenza un futuro radioso e il primato su tutti gli altri popoli. Questa caratteristica è implicita nella vocazione di Abramo:

"Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria

e dalla casa di tuo padre,

verso il paese che io ti indicherò.

Farò di te un grande popolo

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e diventerai una benedizione.

Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra". Genesi 12, 1 - 3

Nella cultura del Mondo Antico un popolo non può divenire grande che per la protezione assicurata dagli dei. Il destino di Israele si fonda sul fatto che il suo Dio, il Dio dei Padri, può prevalere sugli altri dei.

Piuttosto che monoteistica, la religione manica dei Patriarchi sembra dunque enoteistica.

Il culto di Dio è rivolto univocamente ad assicurare la discendenza, il benessere materiale e un’adeguata collocazione territoriale. Per assicurare la benevolenza divina sono richieste tre cose: la circoncisione, il sacrificio, e l’integrità morale, l’onestà.

La circoncisione sancisce l’appartenenza alla stirpe e al clan. Il sacrificio riguarda di solito degli animali. Ma la disponibilità di Abramo a sacrificare a Dio il figlio Isacco induce a pensare che la pratica del sacrificio umano, propria dei cananei, non sia stata, sino ad allora, del tutto rifiutata. Giudicata abominevole in vari passi, essa risulta ancora praticata all’epoca dei Giudici.

L’integrità morale è un valore più volte ribadito ma, oltre all’obbligo del culto e del sacrificio, non si capisce a cosa possa essere riferito. Nei rapporti che il capo-clan intrattiene con i figli non sono pochi gli arbitri. Le donne vivono in condizione di totale subordinazione e sono trattate come merce di scambio endogamico. La vendetta è riconosciuta come lecita. Acquistare e vendere schiavi è una pratica corrente.

In ultima analisi, più che una virtù, l’integrità morale sembra confermata solo dallo status sociale privilegiato, interpretato come segno della benevolenza divina e del merito personale. La benedizione di Dio è attestata dalla quantità di greggi e armenti, di oro e argento, di schiavi e schiave:

"Io sono un servo di Abramo. Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini." Genesi 24, 34 - 35

"Poi Isacco fece una semina in quel paese e raccolse quell’anno il centuplo. Il Signore infatti lo aveva benedetto. E l’uomo divenne ricco e crebbe tanto in ricchezze fino a divenire ricchissimo: possedeva greggi di piccolo e di grosso bestiame e numerosi schiavi e i Filistei cominciarono ad invidiarlo." Genesi 26, 12 - 14

"Giacobbe... si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità, schiave e schiavi, cammelli e asini." Genesi 30, 42 - 43

La religione dei Patriarchi è dunque una religione del mondo che non comporta alcun riferimento all’immortalità. Una vita è ben vissuta quando l’individuo giunge alla fine sazio di essa, vale a dire ricco, onorato e con una discendenza che gli assicura il culto dopo la morte.

"Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni, e si riunì ai suoi antenati." Genesi 25, 7

"Isacco spirò, morì e si riunì al suo parentado, vecchio e sazio di giorni." Genesi 35, 29

Dato il privilegio accordato alla ricchezza, come segno della benevolenza divina, i modi in cui essa viene prodotta sono insignificanti. Abramo concede al faraone prima (Genesi 12, 10 - 16) e ad un re poi (Genesi 20, 1 - 14) la moglie Sara in cambio di beni. In un'analoga circostanza Isacco segue l'esempio del padre (Genesi 26, 6 - 14). Giacobbe adotta uno stratagemma per depredare lo zio (Genesi 30, 25 - 43).

La sopravvivenza dei morti è ammessa, ma essa sembra designare una condizione sostanzialmente misera in rapporto alla vita mondana. L’oltretomba (Sheol) è raffigurato come un luogo spoglio e incoloro ove le ombre vagano confuse tra di loro. Non si dà alcuna distinzione tra giusti e ingiusti, nè alcun riferimento al premio e alla punizione.

Nel Genesi viene ripetuta di continuo (a Abramo, a Isacco, a Giacobbe) la promessa di Dio di assegnare al popolo ebraico la terra di Canaan e di renderlo più numeroso e potente di tutti gli altri popoli. Ma tale promessa non sembra essere stata presa molto seriamente dagli Ebrei. La vantata potenza del loro Dio non ha grandi riscontri. La promessa, inoltre, non può realizzarsi perchè culturalmente, militarmente e economicamente gli Ebrei sono in una condizione di netta inferiorità rispetto alle popolazioni cananee. Nonostante nel Genesi si sottolinei più volte il rispetto dei Cananei per gli Ebrei e il loro Dio, nulla lascia pensare che la loro vita sia stata semplice. In un territorio caratterizzato da un insediamento urbano e da un modo di produzione agricolo, un popolo straniero di pastori deve essere vissuto contendendo ai residenti le risorse di cui ha bisogno: i pascoli e l’acqua. Pochi dubbi sussistono riguardo al fatto che, come tutte le popolazioni nomadiche, gli Ebrei si siano abbandonati, quando possibile, alla rapina e alla razzia.

La tentazione di integrarsi con i cananei, pressochè continua, è stata respinta meno per difendere la purezza della religione che per l’atavica difficoltà di un popolo nomadico di accettare l’insediamento.

La storia di Giuseppe, che conclude il Genesi, ci restituisce i motivi concreti dell’emigrazione in Egitto: una grave carestia dovuta alla siccità. Essa non ha alcun fondamento storico. Se è incredibile che il Faraone abbia affidato il governo dell’Egitto ad un Ebreo, è ancora meno credibile che un Ebreo, giunto alla carica di vice - re, abbia potuto mantenere la fede nel suo Dio.

La storia di Giuseppe serve semplicemente a celare una verità poco compatibile con le promesse fatte più volte da Dio a Abramo, Isacco e Giacobbe. La verità è quella di un popolo errabondo che, per inferiorità culturale e militare, non riesce a trovare il suo spazio vitale, deve contenderlo e elemosinarlo. Tale verità affiora nel colloquio di Giacobbe con il faraone:

"Il faraone domandò a Giacobbe: "Quanti anni hai?". Giacobbe rispose al faraone: "Centotrenta di vita errabonda, pochi e tristi sono stati gli anni della mia vita e non hanno raggiunto il numero degli anni dei miei padri, al tempo della loro vita nomade". Genesi 47, 8 - 9

L’entrata in Egitto non deve essere stata nè bene accetta nè trionfale. Partiti da Carran, sotto la guida di Abramo, con grandi speranze alimentate da una promessa divina, dopo oltre due secoli gli Ebrei hanno visto deluse quelle speranze e devono adattarsi ad essere ospiti indesiderati (Genesi 46, 31 - 34) di un paese del tutto estraneo alle loro tradizioni e ad accettare infine un ruolo servile. Non c’è da sorprendersi pertanto che i secoli trascorsi in Egitto non vengano narrati nella Bibbia se non con rapidi accenni che riguardano le condizioni di vita immediatamente precedenti la fuga. Alcuni indizi forniti, come vedremo, dagli altri libri del Pentateuco, lasciano pensare che la fede dei Padri in un unico Dio, peraltro come si è visto piuttosto dubbia, sia risultata contaminata e arricchita nel contempo. La contaminazione è ovviamente l’idolatria. L’episodio del vitello d’oro riportato nell’Esodo è una prova inconfutabile dell’influenza della religione egiziana. L’arricchimento è da ricondurre al fatto che la civiltà egiziana ha già raggiunto, all’epoca del soggiorno ebraico, una raffinata caratura morale che privilegia la giustizia, la solidarietà e l’integrità morale. Questi valori influenzano di sicuro la religione che Mosè si appresta a fondare.

3) La religione di Mosè

Con Mosè si realizza il passaggio da una religione clanica, tribale, manica, i cui riti sono officiati dal capo del clan, ad una religione etnico-nazionale, monolatrica più che monoteistica, il cui culto è affidato alla classe sacerdotale che si separa dal resto della popolazione, i cui codici rituali giungono a pervadere tutta la vita civile, configurando una teocrazia, e il cui Dio, assumendo un nome definitivo (Jahvè), si pone, in virtù della sua maggiore potenza, in conflitto irriducibile con tutte le altre divinità. Tale passaggio non è un’evoluzione della religione dei Patriarchi, bensì una brusca rottura sociale e ideologica che incontra non poche resistenze e modifica profondamente l’organizzazione sociale e l’orizzonte culturale del popolo ebraico. Essa, come si vedremo in seguito, influenzerà tutta la sua ulteriore vicenda.

La storia di Giuseppe e dell’accoglimento trionfale degli Ebrei in Egitto, come si è detto, è un mito che serve a celare una triste realtà. Le tribù ebraiche presumibilmente si sono infiltrate lentamente nel territorio egiziano in un periodo di crisi del potere faraonico e, in virtù di razzie e di scambi commerciali, sono riuscite a raggiungere un certo potere. Con la restaurazione del potere faraonico, però, gli Ebrei vengono cooptati e, se non ridotti in schiavitù, adibiti a lavori servili. Le loro condizioni sono così descritte:

"Allora sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: "Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese". Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città - deposito, cioè Pitom e Ramses. Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d’Israele.

Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza." Esodo 1, 8 - 14

Queste condizioni sono notevolmente più dure di quelle che saranno imposte, secoli dopo, ai deportati in terra babilonese. A maggior ragione è importante sottolineare che esse non danno luogo ad un’elaborazione incentrata su una qualche colpa del popolo ebraico e sulla punizione divina. Il motivo è semplice: l’interpretazione delle sventure del popolo ebraico come espressione dell’ira giusta di Dio contro le ribellioni al suo volere è un’interpretazione sacerdotale. All’epoca la classe sacerdotale non esiste ancora.

Se la cattività egiziana non è vissuta in termini di punizione, essa di sicuro non è vissuta neppure come tradimento della promessa fatta da Dio ad Abramo di consegnare ai suoi discendenti la terra di Canaan. Ciò si deduce sia dal lungo soggiorno in Egitto, durato quattro secoli, che presumibilmente si sarebbe protratto indefinitamente se gli Ebrei non fossero stati vessati, sia dalle esitazioni con cui essi accolgono il progetto di Mosè che fa leva su quella promessa. E’ evidente che Mosè, rievocandola, fa riferimento ad una tradizione orale persistente. Ma lo scetticismo iniziale degli Ebrei fa pensare che tale tradizione non godesse più di grande credito.

Le condizioni di vita degli Ebrei sono dunque tali da giustificare un desiderio di fuga. Ma questo desiderio è bloccato dalla paura della rappresaglia e dalla mancanza di un progetto. E’ probabile, come accade sempre nelle popolazioni oppresse, che ad una maggioranza tendente all’adattamento rassegnato alla situazione corrispondesse una minoranza combattiva. Mosè e almeno alcuni membri della sua tribù, i Leviti, appartengono a quest’ultima.

La storia di Mosè, per quanto concerne le sue origini (Esodo 2, 1 - 10) è leggendaria e ricalca punto per punto la leggenda di Sargon, capostipite della dinastia degli Accadi in Mesopotamia, fondatore di un impero intorno al 2300 a. C. L’unica certezza è che Mosè, educato alla corte del faraone, è uno dei pochi Ebrei a sapere leggere e scrivere. Ed è noto in quale misura, presso tutte le culture non ancora pervenute all’alfabetizzazione, la capacità di leggere e di scrivere sia vissuta come espressione di un potere magico, mutuato dalla divinità.

La sua vocazione di capo politico e religioso nasce però da circostanze particolari. Pur vivendo alla corte del faraone, Mosè mantiene uno stretto legame coi consanguinei. Per difendere uno di essi dal sopruso di un Egiziano commette un omicidio:

"In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. Voltatosi attorno e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’Egiziano e lo seppellì nella sabbia. Il giorno dopo, uscì di nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto: "Perchè percuoti il tuo fratello?". Quegli rispose: "Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi?" Esodo 2, 11 - 14

Questo episodio non può essere minimizzato. Mosè è un leader naturale dal carattere passionale che, quando è convinto di essere nel giusto, agisce senza remore. La sua vocazione alla leadership urta però contro una cultura tribale che non conosce altra gerarchia che la classe di età. Tutta la storia di Mosè è caratterizzata dalla volontà di sormontare questa cultura e di dare al popolo ebraico un’organizzazione politico - religiosa gerarchica e centralizzata. A tale fine però egli deve fornire una risposta credibile al quesito che gli è stato posto.

Costretto a fuggire per scampare alla condanna a morte, Mosè trova rifugio nel paese di Madian ove sposa la figlia di un sacerdote. I Madianiti praticano già da tempo, presumibilmente con altri popoli, il culto di un Dio - Jahvè - , sconosciuto fino allora agli Ebrei, la cui sede è sul Monte Sinai. In virtù del rapporto con il suocero, Mosè ha la ‘rivelazione’ di Jahvè, che identifica con il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe:

"Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: "Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perchè il roveto non brucia?". Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: "Mosè, Mosè!". Rispose: "Eccomi!". Riprese: "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perchè il luogo sul quale tu stai è una terra santa!". E disse: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Mosè allora si velò il viso, perchè aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!". Mosè disse a Dio: "Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?". Rispose: "Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte".

Mosè disse a Dio: "Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?". Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!". Poi disse: "Dirai agli Israeliti: Io - Sono mi ha mandato a voi". Dio aggiunse a Mosè: "Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordatodi generazione in generazione." Esodo, 3, 1 - 15

"Dio parlò a Mosè e gli disse: "Io sono il Signore! Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi son manifestato a loro. Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dov’essi soggiornarono come forestieri. Sono ancora io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza. Per questo dì agli Israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi. Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio." Esodo s 6, 2 - 7

E’ difficile minimizzare l’importanza di questi versetti. Essi confermano che il Dio dei Patriarchi è un dio generico e poco differenziato rispetto alle divinità cananee, il cui nome discende dal clan cui fa riferimento. Ciò significa che l’uso del nome Jahvè nei testi biblici che precedono la rivelazione a Mosè è un’interpolazione dei redattori sacerdotali. Anche Jahvè, peraltro, come El, è un Dio riconosciuto e coltivato da altre popolazioni, del quale gli Ebrei si appropriano.

La ‘chiamata’ di Dio riguarda Mosè ma coinvolge immediatamente il fratello Aronne:

"Mosè disse al Signore: "Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua". Il Signore gli disse: "Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora và! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire". Mosè disse: "Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!". Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: "Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene. Anzi sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire e io sarò con te e con lui mentre parlate e vi suggerirò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio." Esodo 4, 10 - 16

Questo indizio lascia pensare, come peraltro viene confermato da eventi successivi, che la tribù di Levi abbia maturato il progetto della ribellione e della fuga. Ciò è comprovato dal fatto che, nel corso del soggiorno nel deserto, il primato di Mosè viene contestato dai suoi fratelli:

"Maria e Aronne parlarono contro Mosè a causa della donna etiope che aveva sposata; infatti aveva sposato una Etiope. Dissero: "Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?". Numeri 12, 1 - 2

In virtù del suo rango, è comunque Mosè a dovere convincere gli Ebrei che il loro Dio, il Dio dei Padri, è Jahvè e che questi ha affidato a lui la guida del suo popolo. Quali argomenti abbia adottato Mosè per convincere gli Ebrei non si sa. E’ probabile che egli abbia esibito qualche procedura magica attribuendola al potere concessogli da Jahvè:

"Mosè rispose: "Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!". Il Signore gli disse: "Che hai in mano?". Rispose: "Un bastone". Riprese: "Gettalo a terra!". Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. Il Signore disse a Mosè: "Stendi la mano e prendilo per la coda!". Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. "Questo perchè credano che ti è apparso il Signore, il Dio dei loro padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Il Signore gli disse ancora: "Introduci la mano nel seno!". Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. Egli disse: "Rimetti la mano nel seno!". Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco era tornata come il resto della sua carne. "Dunque se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo! Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l’acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta". Esodo 4, 1 - 9

Nonostante l’esibizione di un potere magico, forse perchè avvezzo alle pratiche correntemente utilizzate in Egitto, il popolo ebraico è restio a seguire Mosè e a ribellarsi al Faraone. Mosè stesso prende l’iniziativa proponendo al Faraone di lasciare andare nel deserto gli Ebrei per tre giorni per eseguire i sacrifici al loro Dio. Si tratta di uno stratagemma per agevolare la fuga. Ma la reazione del Faraone è durissima e il popolo ebreo si rivolta contro Mosè:

"In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: "Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni come facevate prima. Si procureranno da sè la paglia. Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano prima, senza ridurlo. Perchè sono fannulloni; per questo protestano: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio! Pesi dunque il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati; non diano retta a parole false!". I sorveglianti del popolo e gli scribi uscirono e parlarono al popolo: "Ha ordinato il faraone: Io non vi dò più paglia. Voi stessi andate a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca il vostro lavoro".

Il popolo si disperse in tutto il paese d’Egitto a raccattare stoppie da usare come paglia. Ma i sorveglianti li sollecitavano dicendo: "Porterete a termine il vostro lavoro; ogni giorno il quantitativo giornaliero, come quando vi era la paglia". Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sorveglianti del faraone avevano costituiti loro capi, dicendo: "Perchè non avete portato a termine anche ieri e oggi, come prima, il vostro numero di mattoni?".

Allora gli scribi degli Israeliti vennero dal faraone a reclamare, dicendo: "Perchè tratti così i tuoi servi? Paglia non vien data ai tuoi servi, ma i mattoni - ci si dice - fateli! Ed ecco i tuoi servi sono bastonati e la colpa è del tuo popolo!". Rispose: "Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni".

Gli scribi degli Israeliti si videro ridotti a mal partito, quando fu loro detto: "Non diminuirete affatto il numero giornaliero dei mattoni". Quando, uscendo dalla presenza del faraone, incontrarono Mosè e Aronne che stavano ad aspettarli, dissero loro: "Il Signore proceda contro di voi e giudichi; perchè ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci!". Esodo 5, 6 - 21

Occorre adottare un’altra strategia. Le piaghe d’Egitto, che convincono il Faraone a lasciare liberi gli Ebrei in nome della potenza devastante del loro Dio, sono incredibili poichè implicano una trattativa tra il faraone e un ribelle già condannato a morte. E’ probabile che esse condensino sia interpretazioni di fenomeni naturali ad opera di Mosè sia dei veri e propri atti di terrorismo dei leviti contro il potere faraonico, il cui effetto fu di porre gli Ebrei di fronte all’unica alternativa di fuggire o di subire una terribile repressione.

E’ ben poco credibile pertanto che gli Egiziani, terrorizzati dal potere del Dio degli Ebrei, abbiano concesso loro di andare via con gli armenti e gli abbiano donato tutto l’oro e l’argento di cui disponevano pur di liberarsene. L’inseguimento che essi organizzano fa pensare piuttosto al fatto che gli Ebrei fuggano razziando il bestiame. Razzia peraltro necessaria perchè, avviandosi verso l’ignoto e verso il deserto, essi non sarebbero potuti sopravvivere senza bestiame.

E’ di fondamentale importanza tenere conto che la fuga coinvolge, oltre agli Ebrei, un numero imprecisato di ‘forestieri’, che colgono l’occasione per affrancarsi essi stessi dalla schiavitù:

"Gli Israeliti partirono da Ramses alla volta di Succot, in numero di seicentomila uomini capaci di camminare, senza contare i bambini. Inoltre una grande massa di gente promiscua partì con loro e insieme greggi e armenti in gran numero." Esodo 12, 37 - 38

Ciò rende immediatamente comprensibile il principio che viene esposto poco dopo:

"Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato in mezzo a voi". Esodo 12, 49

Il problema che Mosè dovrà affrontare è di formulare per l’appunto questa legge, tenendo conto delle diverse tradizioni dei gruppi confluiti nella fuga.

Il "miracolo" del passaggio del Mar Rosso, rimasto profondamente radicato nella memoria collettiva del popolo ebraico, è un evento impossibile da decifrare. Ciò che si può dire con certezza è che tale evento, forse riconducibile semplicemente alla desistenza degli Egiziani quando si sono resi conto che gli Ebrei, inoltrandosi nel deserto, si votavano ad una morte certa, deve essere stato mitizzato. Ne fa fede il fatto che, mentre il miracolo avrebbe dovuto indurre negli Ebrei un senso d'immunità in rapporto a possibili rappresaglie, essi si guardano bene dal tentare di raggiungere la Palestina per la via del mare e accettano la sfida del deserto arabico.

Dopo secoli di insediamento, il riadattamento alla vita nomadica in un ambiente inospitale non è semplice. Periodicamente si realizza una grave penuria di cibo e di acqua. La Terra Promessa da Dio e da Mosè è un miraggio. Il malcontento dilaga, affiorano le proteste e le invettive contro Mosè, che si ripeteranno più volte nel corso del soggiorno nel deserto:

"Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: "Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine". Esodo 16, 2 - 3

L’autorità di Mosè e della sua tribù è scossa. Probabilmente l’indipendenza e il nomadismo rianimano la cultura dei clan parentali avversa a riconoscere un potere superiore a quello dei capi - famiglia. Mosè deve cedere, restaurare i clan e il consiglio degli anziani (Esodo 18, 13 - 27). Ma ciò significa accettare anche, per gli Ebrei, la religione tradizionale dei clan fondata su di un Dio comune anonimo che ricava il suo nome dal capostipite, e, per i forestieri, i culti idolatrici. Come indurre la fede in un unico Dio, Jahvè, e il riconoscimento di Mosè come intermediario tra Jahvè e il popolo?

Gli Ebrei sono usciti dall’Egitto alla guida di Mosè e del suo Dio allettati dalla promessa della terra ove scorre latte e miele. Nel solco della tradizione dei padri, credere in Dio per loro significa aspettarsi benefici materiali. Ma la terra promessa è lontana, le attrezzature e le capacità militari degli Ebrei del tutto carenti in rapporto all’impresa di affrontare popolazioni più evolute e fortificate. Occorre adattarsi dunque alla vita nel deserto e coltivare una speranza proiettata nel futuro. A tal fine è importante però che si diano dei segni divini atti ad alimentarla.

Mosè conduce gli Ebrei ai piedi del Monte Sinai. Colà gli Ebrei soggiornano per un anno. In occasione di un’eruzione sismica o di un terremoto ("Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore. Allora Mosè fece uscire il popolo dall’accampamento incontro a Dio. Essi stettero in piedi alle falde del monte. Il monte Sinai era tutto fumante, perchè su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono." Esodo 19, 16 - 19) Mosè riceve l’investitura da parte di Jahvè, sancita dal Decalogo.

Si tratta però di un’investitura piuttosto laboriosa. Mosè sale una prima volta sul Monte e ne discende con un libro (ovviamente una pergamena) nella quale egli ha scritto le leggi impartite da Dio a voce. Analfabeta, il popolo crede in quanto asserisce Mosè ma non più di tanto. Occorrono segni più tangibili della potenza divina. Mosè sale nuovamente sul Monte per ricevere le leggi scritte direttamente da Dio sulla pietra, e vi si sofferma quaranta giorni (il tempo necessario - si direbbe - per un lavoro piuttosto laborioso). In sua assenza avviene un episodio che documenta il tipo di religiosità propria degli Ebrei:

"Il popolo, vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: "Facci un dio che cammini alla nostra testa, perchè a quel Mosè, l’uomo che ci ha fatti uscire dal paese d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto". Aronne rispose loro: "Togliete i pendenti d’oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me". Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: "Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto!". Esodo 32, 1 - 4

E’ evidente non solo che gli Ebrei sono stati influenzati dalla religione egiziana ma che il loro concetto di Dio, idolatrico, non si differenzia in alcun modo da quello proprio di tanti altri popoli all’epoca. Si può anche pensare che la fabbricazione del vitello d’oro esprima il rifiuto del Dio proposto da Mosè, che è invisibile e lo ha eletto come unico intermediario, e dunque la leadership stessa di Mosè. La reazione di questi non lascia dubbi in proposito:

"Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: "Chi sta con il Signore, venga da me!". Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: "Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente". I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. Allora Mosè disse: "Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perchè oggi Egli vi accordasse una benedizione". Numeri 32, 26 - 29

L’appello ai Leviti, presentati come sacri difensori di Jahvè, si comprende facilmente se si accetta l’ipotesi che siano stati essi a promuovere la fuga dall’Egitto e che, in nome di ciò, rivendicassero il primato rispetto alle altre tribù. Ciò del resto è confermato dagli eventi successivi.

Dopo lo scontro civile, Mosè costruisce una tenda fuori dell’accampamento, la tenda del convegno ove egli incontra, avvolto nel fumo, Jahvè che continua ad impartirgli le leggi. Alla fine egli sale nuovamente sul Monte Sinai per prendere le nuove tavole scritte da Dio sulla pietra. Occorrono ancora quaranta giorni. Infine il patto di alleanza tra Jahvè e il suo popolo è sancito.

Queste vicissitudini, che attestano delle forti resistenze tribali, possono essere facilmente interpretate. L’alleanza non comporta solo l’accettazione del decalogo, bensì l’investitura di Mosè come capo supremo, la cui autorità trascende quella del consiglio degli anziani, e l’elezione della sua tribù, quella di Levi, a classe deputata ad avere cura delle cose sacre e ad officiare i riti sino allora riservati ai capi dei clan. Riguardo al decalogo si può presumere, come attesta l’episodio del vitello d’oro, che delle resistenze siano state opposte al primo comandamento:

"Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo nè immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo nè di ciò che è quaggiù sulla terra, nè di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai." Esodo 20, 2 - 5

Il titolo di merito in nome del quale Jahvè postula di essere riconosciuto come unico Dio è la fuga dall’Egitto. La promessa, però, in virtù della quale Mosè ha proposto l’identificazione di Jahvè con il Dio dei Padri, riferita all’occupazione della terra ‘ove scorre latte e miele’, non si è ancora realizzata. La rinuncia agli idoli, vale a dire a qualunque rappresentazione ostensibile di Dio, è peraltro troppo rivoluzionaria per un popolo che, nel corso del soggiorno in Egitto, ha con certezza praticato il culto idolatrico. Ancor più lo è, ovviamente, per i forestieri che si sono aggregati agli Ebrei.

La contestazione più aspra non concerne però il decalogo, bensì il cambiamento della struttura sociale che viene proposta in nome dell’alleanza con Jahvè: la centralizzazione del potere politico, attribuito a Mosè, e del potere religioso, attribuito alla tribù di Levi, che sovverte l’ordinamento precedente fondato sull’autonomia dei clan. Si tratta di un cambiamento istituzionale radicale che introduce, in una cultura che sino allora ha riconosciuto la sola gerarchia delle classi di età, una gerarchia politica e religiosa che assoggetta tutte le altre tribù a quella di Mosè. Tale cambiamento, per giunta, comporta anche una redistribuzione dei beni. L’eseguire la volontà divina comporta, infatti, dei sacrifici economici.

"Il Signore disse a Mosè: "Ordina agli Israeliti che raccolgano per me un’offerta. La raccoglierete da chiunque sia generoso di cuore. Ed ecco che cosa raccoglierete da loro come contributo: oro, argento e rame, tessuti di porpora viola e rossa, di scarlatto, di bisso e di pelo di capra, pelle di montone tinta di rosso, pelle di tasso e legno di acacia, olio per il candelabro, balsami per unguenti e per l’incenso aromatico, pietre di ònice e pietre da incastonare nell’efod e nel pettorale. Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro." Esodo 25, 1 - 8

Il mantenimento della classe sacerdotale e degli addetti al culto postula addirittura una tassa:

"Il Signore parlò a Mosè e gli disse: "Quando per il censimento farai la rassegna degli Israeliti, ciascuno di essi pagherà al Signore il riscatto della sua vita all’atto del censimento, perchè non li colpisca un flagello in occasione del loro censimento. Chiunque verrà sottoposto al censimento, pagherà un mezzo siclo, computato secondo il siclo del santuario, il siclo di venti ghera. Questo mezzo siclo sarà un’offerta prelevata in onore del Signore. Ogni persona sottoposta al censimento, dai venti anni in su, paghi l’offerta prelevata per il Signore. Il ricco non darà di più e il povero non darà di meno di mezzo siclo, per soddisfare all’offerta prelevata per il Signore, a riscatto delle vostre vite.

Prenderai il denaro di questo riscatto ricevuto dagli Israeliti e lo impiegherai per il servizio della tenda del convegno. Esso sarà per gli Israeliti come un memoriale davanti al Signore per il riscatto delle vostre vite". Esodo 30, 11 - 16

Questa rivoluzione non può avvenire pacificamente. Mosè si affanna a sancire l’investitura divina della classe sacerdotale costruendo la Dimora di Jahvè recintata, velata e accessibile solo ai Leviti, all’interno della quale è collocata l’Arca con le tavole della Legge. Si affanna a consacrare Aronne e la sua discendenza e ad organizzare una complessa liturgia che giustifichi il fatto che siano solo essi adibiti al culto e ai riti sacrificali. Il potere assoluto di Mosè e del suo clan è, però, subito, non accettato. La contestazione più violenta avviene da parte di alcune tribù coalizzate. E’ importante considerare che una di queste, quella di Core, è una famiglia levitica che evidentemente non accetta il privilegio sacerdotale accordato al clan di Aronne. Si giunge pertanto ad una vera e propria guerra civile:

"Ora Core figlio di Izear, figlio di Keat, figlio di Levi, e Datan e Abiram, figli di Eliab, figlio di Pallu, figlio di Ruben, presero altra gente e insorsero contro Mosè, con duecentocinquanta uomini tra gli Israeliti, capi della comunità, membri del consiglio, uomini stimati; radunatisi contro Mosè e contro Aronne, dissero loro: "Basta! Tutta la comunità, tutti sono santi e il Signore è in mezzo a loro; perchè dunque vi innalzate sopra l’assemblea del Signore?" Numeri 16, 1 - 3

"Mosè mandò a chiamare Datan e Abiram, figli di Eliab; ma essi dissero: "Noi non verremo. E’ forse poco per te l’averci fatti partire da un paese dove scorre latte e miele per farci morire nel deserto, perchè tu voglia fare il nostro capo e dominare su di noi? Non ci hai davvero condotti in un paese dove scorre latte e miele, nè ci hai dato il possesso di campi e di vigne! Credi tu di poter privare degli occhi questa gente? Noi non verremo." Numeri 16, 12 - 14

"Mosè si alzò e andò da Datan e da Abiram; gli anziani di Israele lo seguirono. Egli disse alla comunità: "Allontanatevi dalle tende di questi uomini empi e non toccate nulla di ciò che è loro, perchè non periate a causa di tutti i loro peccati". Così quelli si ritirarono dal luogo dove stavano Core, Datan e Abiram. Datan e Abiram uscirono e si fermarono all’ingresso delle loro tende con le mogli, i figli e i bambini. Mosè disse: "Da questo saprete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste opere e che io non ho agito di mia iniziativa. Se questa gente muore come muoiono tutti gli uomini, se la loro sorte è la sorte comune a tutti gli uomini, il Signore non mi ha mandato; ma se il Signore fa una cosa meravigliosa, se la terra spalanca la bocca e li ingoia con quanto appartiene loro e se essi scendono vivi agli inferi, allora saprete che questi uomini hanno disprezzato il Signore". Come egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si profondò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba." Numeri 16, 25 - 32

Il brano è inequivocabile nel denunciare che il nodo della ribellione non è di natura religiosa ma politica. E’ difficile collocare questo episodio cronologicamente. La Bibbia lo restituisce come un episodio tardivo. Se è così, è probabile che esso sia solo l’ultimo degli episodi in virtù dei quali i clan ebrei hanno contestato il potere assoluto di Mosè e della sua tribù.

Solo attraverso una guerra, il Dio comune dei padri, rappresentante degli dei dei clan, viene ad essere sostituito dal Dio di Mosè e dei Leviti, Jahvè, unico Dio il cui culto è delegato ai membri della classe sacerdotale che appartengono alla famiglia di Aronne.

Con Mosè, dunque, il monoteismo si afferma univocamente. Jahvè è ancora il Dio dei Padri, ma, rivelando il suo nome, si definisce come una realtà ontologica non più immediatamente riconducibile al manismo e la cui autorità si estende a tutto il popolo ebraico. Cionondimeno, il suo primato si afferma in virtù del fatto che egli è il più potente di tutti gli dei. Il monoteismo mosaico conserva tracce evidenti dell’enoteismo su cui si impianta. In cosa consiste infatti la potenza di Jahvè se non nel proteggere il suo popolo e nello sconfiggere coloro che, all’insegna di altri dei, si oppongono ad esso? Jahvè è dunque il dio della guerra e della vittoria, il Dio degli eserciti che anticipa la conquista violenta di Canaan come riesce chiaro dal canto di Mosè dopo il passaggio del Mar Rosso (Esodo 15, 1 - 17). Il culto dell’unico Dio riposa dunque ancora sui vantaggi materiali che si possono ottenere serbando fede all’Alleanza con Lui.

Jahvè è unico e eterno, ma la religione di Mosè è ancora, come quella dei patriarchi, una religione del mondo. Dopo la morte non c’è premio nè punizione, ma solo la ricongiunzione con gli antenati. E’ superfluo aggiungere che non si dà alcun accenno al peccato originale.

Il prezzo da pagare per il passaggio dalla religione clanica a quella etnico - nazionale è la delega alla classe sacerdotale delle funzioni rituali e alla tribù di Levi della cura e della tutela delle cose sacre. Questa delega, che affranca i leviti da qualsiasi altro lavoro, spiega sia la complessità dei culti sia il numero sovrabbondante dei sacrifici. Da questi infatti, e anzitutto dalle decime, i leviti traggono il loro sostentamento.

Il monoteismo mosaico coincide dunque con la centralizzazione del potere politico e religioso, vale a dire con una nuova struttura e organizzazione sociale che, identificando in Dio la matrice di entrambi i poteri, li rende inattaccabili se non al prezzo di una rappresaglia divina. La tensione tra la centralizzazione del potere e le tendenze autonomistiche tribali segnerà tutta la storia ulteriore del popolo ebraico.

Le leggi dell’Alleanza, che comprendono il Decalogo, l’istituzione della classe sacerdotale, dei luoghi di culto e delle pratiche rituali, e una ricca precettistica morale, civile, penale, igienica, esposte nel Pentateuco, offrono uno spaccato di grande interesse per quanto concerne l’organizzazione sociale e la cultura del popolo ebraico. Il problema in cui si imbatte l’analisi ideologica a questo punto è che tutte quelle leggi sono attribuite alla rivelazione di Dio a Mosè, con la cui morte si conclude il Pentateuco, mentre evidentemente una parte rilevante di esse, riferendosi ad una cultura sedentaria, si sono definite in un periodo successivo all’insediamento in Palestina. Oltre a ciò, occorre poi considerare che sia il Levitico che i Numeri e, inconfutabilmente, il Deuteronomio rivelano nella loro stesura una chiara influenza sacerdotale. Essi dunque recuperano tradizioni orali di antica data, consuetudini sociali, principi morali, pratiche cultuali e rituali reinterpretandole alla luce di eventi e di modi di vedere successivi ad essi. La legge mosaica è, in altri termini, la somma di un’evoluzione culturale della durata di parecchi secoli che viene esposta come se fosse stata direttamente comunicata da Dio a Mosè.

Non è facile cogliere gli aspetti più significativi di questa evoluzione, dato il numero di prescrizioni e di proscrizioni che vengono esposti con numerose ripetizioni, la loro eterogeneità e il difetto di qualunque dato che consenta di ordinarli storicamente. Alcuni rievocano con certezza le tradizioni dei Padri che si sono perpetuate nel corso delle generazioni, altri sono il prodotto delle nuove condizioni in cui gli Ebrei giungono a trovarsi nel corso del soggiorno nel deserto e dopo l’insediamento in Palestina. Tra questi ultimi occorre soffermare l’attenzione su quelli che sanciscono il potere sacerdotale e quelli che tentano di mantenere un equilibrio sociale fondato sul senso della comunità e della giustizia.

Nell’Esodo l’istituzione della classe sacerdotale viene rappresentata con un carattere di sacralità che, tenendo conto dei paramenti e delle attrezzature cultuali, sembra ben poco compatibile con l’organizzazione sociale di un popolo che vive nomadicamente nel deserto. Tale carattere di sacralità, che proietta ai tempi di Mosè una situazione che si è determinata solo successivamente, all’epoca dell’insediamento in Palestina e dell’istituzione del tempio di Gerusalemme, ha una duplice funzionalità. Per un verso, esso sottolinea la complessità e la delicatezza delle pratiche rituali e cultuali che richiedono delle competenze specifiche per non offendere Jahvè, attivandone l’implacabile rabbia. La complessificazione quasi esoterica delle pratiche tende, con evidenza, ad alienare il potere dei capi - famiglia tradizionalmente investiti, dall’epoca dei Patriarchi, della funzione di officiare i riti religiosi.

Ma è ancora più importante rilevare che, sulla delicatezza dei compiti sacerdotali, si fonda l’attribuzione ai sacerdoti e agli addetti al culto, vale a dire ai Leviti, di privilegi specifici. Questa attribuzione ha un rilievo notevole nel Levitico, nei Numeri e nel Deuteronomio, da ricondurre sicuramente alla stesura definitiva dei testi da parte della classe sacerdotale. Dall’epoca di Mosè sino all’insediamento in Palestina i privilegi concernono semplicemente l’obbligo delle altre tribù ebraiche di mantenere i Leviti con le decime, alle quali si aggiungono le oblazioni, i compensi in natura per i sacrifici rituali. Se si tiene conto del numero dei Leviti, all’incirca un decimo della popolazione, e del numero enorme di sacrifici atti a mantenere con Jahvè un rapporto favorevole, non si stenta a capire i motivi di un malcontento diffuso che, nella storia del popolo ebraico, non verrà mai meno. A ciò occorre aggiungere che, dopo l’insediamento, ai Leviti non viene assegnato alcun territorio bensì delle città con l’agro circostante in tutta la Palestina. In conseguenza di ciò la tribù dei Leviti diventa il nucleo di una classe proprietaria terriera alla quale si aggiungerà rapidamente un’aristocrazia terriera laica.

L’attribuzione ai Leviti di questi privilegi sociali introduce dunque, nel tessuto della società ebraica, elementi di differenziazione che promuovono una distribuzione squilibrata della ricchezza.

Da ciò si sarebbe indotti facilmente a concludere che Mosè e, dopo di lui, la classe sacerdotale abbiano agito per motivi di interesse. Ma tale conclusione è incompatibile col fatto che le leggi dell’Alleanza mirano a fondare una comunità giusta, solidale e fraterna. Basta citarne alcune per rendersene conto:

"Non molesterai il forestiero nè lo opprimerai, perchè voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto.

Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.

Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse." Esodo 20 - 24

"Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e inquilino, perchè possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, nè utili; ma temi il tuo Dio e fà vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, nè gli darai il vitto a usura.

Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, come un inquilino. Ti servirà fino all’anno del giubileo; allora se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. Poichè essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese d’Egitto; non debbono essere venduti come si vendono gli schiavi." Levitico 25, 35 - 42

"Non ruberete nè userete inganno o menzogna gli uni a danno degli altri...

Non opprimerai il tuo prossimo, nè lo spoglierai di ciò che è suo." Levitico 19, 11 - 13

"Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero, nè userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia. Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo nè coopererai alla morte del tuo prossimo.

Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d’un peccato per lui.

Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso." Levitico 19, 15 - 17

A queste citazioni occorre poi aggiungere quanto prescritto nel capitolo 26 del Levitico. L’anno sabbatico, che impone di lasciare riposare la terra per un intero anno, mira a ricordare agli Ebrei che la terra è proprietà di Dio e a frustrare l’aspirazione alla ricchezza. L’anno giubilare, che interviene ogni cinquant’anni, ha addirittura l’intento radicale di redistribuire radicalmente la ricchezza, di indurre la remissione dei debiti e di liberare gli schiavi restaurando una situazione sociale simile a quella comunitaristica sperimentata nel corso dell’Esodo. E’ vero che queste prescrizioni non sono mai state compiutamente realizzate, e che sono rimaste in vigore unicamente per segnalare un’aspirazione ideale ad un mondo giusto, affrancato dalla miseria e dalla schiavitù e immunizzato da differenze sociali troppo marcate. Non si può però non tenere conto che, come l’ordinamento mosaico ha posto i presupposti di una scissione in classi della società ebraica, così le prescrizioni mosaiche non hanno mai rinunciato a proporre la giustizia sociale come espressione della volontà divina. Periodicamente ribelle all’ordinamento sociale, il popolo ebraico non rinuncerà mai a questa aspirazione.

Per questo ultimo aspetto, è inconfutabile che la religione mosaica contiene già dei valori culturalmente universali, in quanto corrispondenti ad un insopprimibile bisogno umano. Cionostante si tratta di una cultura marcatamente etnocentrica. Il prossimo cui fa riferimento la legge dell’amore, che sarà ripresa da Gesù, non è che l’ebreo. In rapporto alle altre popolazioni prevale la paura della contaminazione della razza e della religione, che impone il rifiuto degli incroci e l’eliminazione totale dei nemici:

"Osserva dunque ciò che io oggi ti comando. Ecco io scaccerò davanti a te l’Amorreo, il Cananeo, l’Hittita, il Perizzita, l’Eveo e il Gebuseo.

Guardati bene dal far alleanza con gli abitanti del paese nel quale stai per entrare, perchè ciò non diventi una trappola in mezzo a te. Anzi distruggerete i loro altari, spezzerete le loro stele e taglierete i loro pali sacri. Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perchè il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso. Non fare alleanza con gli abitanti di quel paese, altrimenti, quando si prostituiranno ai loro dei e faranno sacrifici ai loro dei, inviteranno anche te: tu allora mangeresti le loro vittime sacrificali. Non prendere per mogli dei tuoi figli le loro figlie, altrimenti, quando esse si prostituiranno ai loro dei, indurrebbero anche i tuoi figli a prostituirsi ai loro dei." Esodo 34, 11 - 16

"Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza nè farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perchè allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dei stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli." Deuterenomio 7, 1 - 5

"Quando ti avvicinerai a una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come tua preda; mangerai il bottino dei tuoi nemici, che il Signore tuo Dio ti avrà dato. Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni.

Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei." Deuteronomio 20, 10 - 17

In nome di Jahvè, Dio superiore a tutte le altre divinità, il popolo ebraico ritiene di avere diritto a conquistare la terra promessa, a sterminare le popolazioni che la occupano o ad asservire quelle che non oseranno combattere. Se il Dio di Mosè, da questo punto di vista, ha ben poco dell’elevatezza spirituale, della giustizia e della misericordia che gli attribuiranno i Profeti, esso risulta del tutto funzionale ai bisogni di un popolo nomadico che, in conseguenza della crescita demografica, non ha molte alternative all’insediamento. Per sopravvivere in regime di nomadismo, esso dovrebbe frazionarsi. Ma il contesto ambientale in cui si trova, intensamente popolato e caratterizzato da numerosi regni abbastanza organizzati militarmente, sconsiglia il frazionamento poichè, isolate le une dalle altre, le tribù sarebbero facilmente sterminate dagli eserciti avversari o comunque impedite dall’esercitare il loro diritto di razzia. La guerra è una necessità in conseguenza della quale Jahvè diventa il Dio degli eserciti.

4) Il Dio degli Eserciti

La Bibbia spiega il soggiorno di quarant’anni nel deserto come una punizione inflitta da Dio agli Ebrei per la scarsa fiducia accordata alla sua promessa di guidarli alla vittoria contro le popolazioni cananee. La verità è un’altra.

A Kades Barnea, Mosè invia degli esploratori in ricognizione sul territorio cananeo. Gli esiti della ricognizione sono sconfortanti: il territorio è presidiato da popolazioni (Amaleciti, Hittiti, Gebusei, Amorrei, Cananei) la cui superiorità militare è evidente. Il popolo comincia a perdere fiducia in Mosè:

"Allora tutta la comunità alzò la voce e diede in alte grida; il popolo pianse tutta quella notte. Tutti gli Israeliti mormoravano contro Mosè e contro Aronne e tutta la comunità disse loro: "Oh! fossimo morti nel paese d’Egitto o fossimo morti in questo deserto! E perchè il Signore ci conduce in quel paese per cadere di spada? Le nostre mogli e i nostri bambini saranno preda. Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto?". Si dissero l’un l’altro: "Diamoci un capo e torniamo in Egitto." Numeri 14, 1 - 4

Si tratta dell’ennesima ribellione a Mosè. Si sfiora ancora una volta la guerra civile. Mosè risolve il problema facendo uccidere gli esploratori, accusati di avere diffuso il panico tra gli Ebrei. Ma che essi abbiano ragione si evince dal fatto che l’occupazione della Palestina viene rimandata per quarant’anni.

Gli Ebrei si adattano a vivere negli interstizi di territori occupati da altri popoli. L’interazione tra etnie e culture, come sempre, minaccia l’endogamia e il culto del Dio unico.

Due strategie continuano ad opporsi. Mosè e i leviti, che detengono il potere, propugnano il monoteismo e l’isolamento razziale, la cui conseguenza è che il rapporto con gli altri popoli non può essere che conflittuale. Parte del popolo considera invece la possibilità di trovare un modus vivendi con le altre etnie, imparentandosi con esse e accettando di coltivare, accanto a Jahvè, i loro dei. Solo in conseguenza dell’ossessione monoteistica, che associa all’unico Dio un potere assoluto che lo rappresenta, quello di Mosè e del suo clan, questa seconda strategia, incentrata sulla tolleranza e sull’integrazione razziale e culturale, viene aborrita e repressa:

"Israele si stabilì a Sittim e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moab. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dei; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dei. Israele aderì al culto di Baal - Peor e l’ira del Signore si accese contro Israele.

Il Signore disse a Mosè: "Prendi tutti i capi del popolo e fà appendere al palo i colpevoli, davanti al Signore, al sole, perchè l’ira ardente del Signore si allontani da Israele". Mosè disse ai giudici d’Israele:

"Ognuno di voi uccida dei suoi uomini coloro che hanno aderito al culto di Baal - Peor". Ed ecco uno degli Israeliti venne e condusse ai suoi fratelli una donna madianita, sotto gli occhi di Mosè e di tutta la comunità degli Israeliti, mentre essi stavano piangendo all’ingresso della tenda del convegno. Vedendo ciò, Pincas figlio di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, si alzò in mezzo alla comunità, prese in mano una lancia, seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo di Israele e la donna, nel basso ventre. E il flagello cessò tra gli Israeliti. Di quel flagello morirono ventiquattromila persone." Numeri 25, 1 - 9

Riesce evidente dal brano che è la classe sacerdotale impegnata a mantenere la purezza del culto di Jahvè su cui si fonda il suo potere. E’ essa, in nome di Dio, a promuovere un odio razziale che si realizzerà pienamente nel corso della conquista della Terra promessa, ma che già sotto Mosè si esprime tragicamente:

"Il Signore disse a Mosè: "Compi la vendetta degli Israeliti contro i Madianiti, poi sarai riunito ai tuoi antenati". Mosè disse al popolo: "Mobilitate fra di voi uomini per la guerra e marcino contro Madian per eseguire la vendetta del Signore su Madian. Manderete in guerra mille uomini per tribù di tutte le tribù d’Israele". Così furono forniti, dalle migliaia d’Israele, mille uomini per tribù, cioè dodicimila uomini armati per la guerra. Mosè mandò in guerra quei mille uomini per tribù e con loro Pincas, figlio del sacerdote Eleazaro, il quale portava gli oggetti sacri e aveva in mano le trombe dell’acclamazione. Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato a Mosè, e uccisero tutti i maschi. Uccisero anche, oltre i loro caduti, i re di Madian Evi, Rekem, Sur, Ur e Reba cioè cinque re di Madian; uccisero anche di spada Balaam figlio di Beor. Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e depredarono tutto il loro bestiame, tutti i loro greggi e ogni loro bene; appiccarono il fuoco a tutte le città che quelli abitavano e a tutti i loro attendamenti e presero tutto il bottino e tutta la preda, gente e bestiame. Poi condussero i prigionieri, la preda e il bottino a Mosè, al sacerdote Eleazaro e alla comunità degli Israeliti, accampati nelle steppe di Moab, presso il Giordano di fronte a Gerico.

Mosè, il sacerdote Eleazaro e tutti i principi della comunità uscirono loro incontro fuori dell’accampamento. Mosè si adirò contro i comandanti dell’esercito, capi di migliaia e capi di centinaia, che tornavano da quella spedizione di guerra. Mosè disse loro: "Avete lasciato in vita tutte le femmine? Proprio loro, per suggerimento di Balaam, hanno insegnato agli Israeliti l’infedeltà verso il Signore, nella faccenda di Peor, per cui venne il flagello nella comunità del Signore. Ora uccidete ogni maschio tra i fanciulli e uccidete ogni donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini, conservatele in vita per voi. Voi poi accampatevi per sette giorni fuori del campo; chiunque ha ucciso qualcuno e chiunque ha toccato un cadavere si purifichi il terzo e il settimo giorno; questo per voi e per i vostri prigionieri.

Purificherete anche ogni veste, ogni oggetto di pelle, ogni lavoro di pelo di capra e ogni oggetto di legno".

Il sacerdote Eleazaro disse ai soldati che erano andati in guerra: "Questo è l’ordine della legge che il Signore ha prescritto a Mosè: L’oro, l’argento, il rame, il ferro, lo stagno e il piombo, quanto può sopportare il fuoco, lo farete passare per il fuoco e sarà reso puro; ma sarà purificato anche con l’acqua della purificazione; quanto non può sopportare il fuoco, lo farete passare per l’acqua. Vi laverete le vesti il settimo giorno e sarete puri; poi potrete entrare nell’accampamento". Il Signore disse a Mosè: "Tu, con il sacerdote Eleazaro e con i capi dei casati della comunità, fà il censimento di tutta la preda che è stata fatta: della gente e del bestiame; dividi la preda fra i combattenti che sono andati in guerra e tutta la comunità. Dalla parte spettante ai soldati che sono andati in guerra preleverai un contributo per il Signore: cioè l’uno per cinquecento delle persone e del grosso bestiame, degli asini e del bestiame minuto. Lo prenderete sulla metà di loro spettanza e lo darai al sacerdote Eleazaro come offerta da fare con il rito di elevazione in onore del Signore.

Della metà che spetta agli Israeliti prenderai l’uno per cinquanta delle persone del grosso bestiame, degli asini e del bestiame minuto; lo darai ai leviti, che hanno la custodia della Dimora del Signore".

Mosè e il sacerdote Eleazaro fecero come il Signore aveva ordinato a Mosè. Ora il bottino, cioè tutto ciò che rimaneva della preda fatta da coloro che erano stati in guerra, consisteva in seicentosettantacinquemila capi di bestiame minuto, settantaduemila capi di grosso bestiame, sessantunmila asini e trentaduemila persone, ossia donne che non si erano unite con uomini. La metà, cioè la parte di quelli che erano andati in guerra, fu di trecentotrentasettemilacinquecento capi di bestiame minuto, dei quali seicentosettantacinque per il tributo al Signore; trentaseimila capi di grosso bestiame, dei quali settantadue per l’offerta al Signore; trentamilacinquecento asini, dei quali sessantuno per l’offerta al Signore, e sedicimila persone, delle quali trentadue per l’offerta al Signore. Mosè diede al sacerdote Eleazaro il contributo dell’offerta prelevata per il Signore, come il Signore gli aveva ordinato.

La metà che spettava agli Israeliti, dopo che Mosè ebbe fatto la spartizione con gli uomini andati in guerra, la metà spettante alla comunità fu di trecentotrentasettemilacinquecento capi di bestiame minuto, trentaseimila capi di grosso bestiame, trentamilacinquecento asini e sedicimila persone. Da questa metà che spettava agli Israeliti, Mosè prese l’uno per cinquanta degli uomini e degli animali e li diede ai leviti che hanno la custodia della Dimora del Signore, come il Signore aveva ordinato a Mosè." Numeri 31, 1 - 47

Giustificata dall’integralismo religioso, una tale crudeltà non attesta solo la rozzezza della religione mosaica, del tutto priva di un afflato universale, bensì anche le ragioni concrete cui essa corrisponde. Costretto a soggiornare e a vagare nel deserto, il popolo ebraico mantiene nei confronti di Mosè e della sua tribù sacerdotale un atteggiamento critico. Le razzie e le divisioni del bottino servono a placare un fermento sotterraneo, nonostante una parte del bottino sia rigorosamente riservata a Jahvè.

La strategia della predazione, funzionale tra l’altro a impedire la commistione tra le razze e i culti, riconosce come unico limite la capacità bellica degli Ebrei che è ancora piuttosto limitata. E’ questo limite a sconsigliare il confronto con i Cananei. Quella capacità gli Ebrei l’acquisiscono nel corso dei quarant’anni trascorsi nel deserto in virtù della crescita demografica, dell’addestramento militare e della messa a punto di una tattica di guerriglia che sarà adottata per lungo tempo. Quando essi, sotto Giosuè, invadono la Palestina, evitano le battaglie campali, per scongiurare lo scontro con i carri ferrati trainati dai cavalli di fronte ai quale essi, appiedati, sono impotenti. Attirano gli eserciti avversari sui monti, ove è possibile lo scontro corpo a corpo, e solo dopo averli decimati pongono assedio alle città.

Il tragitto di Giosuè ricostruito dalla Bibbia è una serie incessante di vittorie (Gerico, Ai, Mekkada, Libna, Lachis, Eglon, Ebron, Debir) che si concludono inesorabilmente con il saccheggio e il massacro dei popoli vinti, che viene sollecitato da Jahvè stesso:

"Ora Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava...

Giosuè disse al popolo: "Lanciate il grido di guerra perchè il Signore mette in vostro potere la città.

La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa, perchè ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati. Solo guardatevi da ciò che è votato allo sterminio, perchè, mentre eseguite la distruzione, non prendiate qualche cosa di ciò che è votato allo sterminio e rendiate così votato allo sterminio l’accampamento di Israele e gli portiate disgrazia. Tutto l’argento, l’oro e gli oggetti di rame e di ferro sono cosa sacra per il Signore, devono entrare nel tesoro del Signore".

Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sè, e occuparono la città. Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asino." Giosuè 1 - 21

"Giosuè in quel giorno si impadronì di Makkeda, la passò a fil di spada con il suo re, votò allo sterminio loro e ogni essere vivente che era in essa, non lasciò un superstite e trattò il re di Makkeda come aveva trattato il re di Gerico.

Giosuè poi, e con lui Israele, passò da Makkeda a Libna e mosse guerra contro Libna. Il Signore mise anch’essa e il suo re in potere di Israele, che la passò a fil di spada con ogni essere vivente che era in essa; non vi lasciò alcun superstite e trattò il suo re come aveva trattato il re di Gerico.

Poi Giosuè, e con lui tutto Israele, passò da Libna a Lachis e si accampò contro di essa e le mosse guerra. Il Signore mise Lachis in potere di Israele, che la prese il secondo giorno e la passò a fil di spada con ogni essere vivente che era in essa, come aveva fatto a Libna. Allora, per venire in aiuto a Lachis, era partito Oam, re di Ghezer, e Giosuè battè lui e il suo popolo, fino a non lasciargli alcun superstite.

Poi Giosuè, e con lui tutto Israele, passò da Lachis ad Eglon, si accamparono contro di essa e le mossero guerra. In quel giorno la presero e la passarono a fil di spada e votarono allo sterminio, in quel giorno, ogni essere vivente che era in essa, come aveva fatto a Lachis. Giosuè poi, e con lui tutto Israele, salì da Eglon ad Ebron e le mossero guerra. La presero e la passarono a fil di spada con il suo re, tutti i suoi villaggi e ogni essere vivente che era in essa; non lasciò alcun superstite; come aveva fatto ad Eglon, la votò allo sterminio con ogni essere vivente che era in essa.

Poi Giosuè, e con lui tutto Israele, si rivolse a Debir e le mosse guerra. La prese con il suo re e tutti i suoi villaggi; li passarono a fil di spada e votarono allo sterminio ogni essere vivente che era in essa; non lasciò alcun superstite. Trattò Debir e il suo re come aveva trattato Ebron e come aveva trattato Libna e il suo re." Giosuè 10, 28 - 39

Anche se il trionfalismo della conquista della Palestina risente fortemente di una trasfigurazione epica successiva, è fuor di dubbio che essa si è realizzata con la violenza. I reperti archeologici attestano che alcune città cananee sono state rase al suolo all’epoca dell’invasione ebraica. La promessa di Dio si è realizzata all’insegna di un genocidio:

"Il Signore diede dunque a Israele tutto il paese che aveva giurato ai padri di dar loro e gli Israeliti ne presero possesso e vi si stabilirono. Il Signore diede loro tranquillità intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno di tutti i loro nemici potè resistere loro; il Signore mise in loro potere tutti quei nemici. Di tutte le belle promesse che il Signore aveva fatte alla casa d’Israele, non una andò a vuoto: tutto giunse a compimento." Giosuè 21, 43 - 45

La conquista della Palestina viene descritta nella Bibbia come un’impresa di tutto il popolo ebraico sotto la guida diretta di Dio, che dà istruzioni a Giosuè e ai sacerdoti. E’ in questa fase che Jahvè assume le caratteristiche di un Dio guerriero, del Dio degli eserciti che rimarrà per sempre impresso nella memoria collettiva ebraica.

Di fatto le vittorie assicurano rilevanti bottini che vengono spartiti tra la classe sacerdotale e il popolo. Esse confermano la potenza di Jahvè e dovrebbero rinsaldare la fede degli Ebrei nel loro Dio:

"Molto tempo dopo che il Signore aveva dato riposo a Israele, liberandolo da tutti i nemici che lo circondavano, Giosuè, ormai vecchio e molto avanti negli anni, convocò tutto Israele, gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi del popolo e disse loro: "Io sono vecchio, molto avanti negli anni.

Voi avete visto quanto il Signore vostro Dio ha fatto a tutte queste nazioni, scacciandole dinanzi a voi; poichè il Signore vostro Dio ha combattuto per voi. Ecco io ho diviso tra voi a sorte, come possesso per le vostre tribù, il paese delle nazioni che restano e di tutte quelle che ho sterminate, dal Giordano fino al Mar Mediterraneo, ad occidente. Il Signore vostro Dio le disperderà egli stesso dinanzi a voi e le scaccerà dinanzi a voi e voi prenderete possesso del loro paese, come il Signore vostro Dio vi ha detto.

Siate forti nell’osservare ed eseguire quanto è scritto nel libro della legge di Mosè, senza deviare nè a destra, nè a sinistra, senza mischiarvi con queste nazioni che rimangono fra di voi; non pronunciate neppure il nome dei loro dei, non ne fate uso nei giuramenti; non li servite e non vi prostrate davanti a loro: ma restate fedeli al Signore vostro Dio, come avete fatto fino ad oggi. Il Signore ha scacciato dinanzi a voi nazioni grandi e potenti; nessuno ha potuto resistere a voi fino ad oggi. Uno di voi ne inseguiva mille, perchè il Signore vostro Dio combatteva per voi come aveva promesso. Abbiate gran cura, per la vostra vita, di amare il Signore vostro Dio. Perchè, se fate apostasia e vi unite al resto di queste nazioni che sono rimaste fra di voi e vi imparentate con loro e vi mescolate con esse ed esse con voi, allora sappiate che il Signore vostro Dio non scaccerà più queste genti dinanzi a voi, ma esse diventeranno per voi una rete, una trappola, un flagello ai vostri fianchi; diventeranno spine nei vostri occhi, finchè non siate periti e scomparsi da questo buon paese che il Signore vostro Dio vi ha dato." Giosuè 1 - 13

In realtà la conquista della Palestina riattiva il conflitto tra la centralizzazione del potere politico e religioso e le spinte autonomistiche tribali. L’insediamento territoriale delle tribù fa venire meno la necessità di un capo militare. Giosuè non ha eredi. La classe sacerdotale stabilisce un unico luogo di culto a Silo e difende i suoi privilegi sostenendo che solo colà si possono eseguire i sacrifici rituali. Ma la dispersione delle tribù sul territorio, in difetto di un potere centrale, crea seri problemi al rispetto della tavola dell’Alleanza.

Per quanto esposte trionfalisticamente, le vittorie di Giosuè non hanno dato luogo alla conquista del territorio palestinese ma solo alla liberazione di alcune aree dove si insediano le tribù ebraiche circondate dai cananei. Ogni tribù deve continuare per conto proprio la lotta per difendere il suo spazio vitale. Alcune ci riescono, altre vengono costrette a rifugiarsi sulle montagne.

La tensione religiosa cala notevolmente. In difetto di un potere centrale, le tribù si adattano come possono alla nuova condizione. Gelose della loro autonomia, tendono nuovamente a regredire verso la religione patriarcale. Il contatto con le residue sacche cananee comporta anche un pericolo costante di integrazione razziale, culturale e religiosa. Non potrebbe essere diversamente. La cultura cananea è più sviluppata di quella ebraica. Dai cananei gli Ebrei acquisiscono l’uso della scrittura, la capacità di lavorare il ferro e tecniche edili del tutto sconosciute ad un popolo che è vissuto secolarmente nel nomadismo. Nonostante l’orgoglio razziale essi cedono anche alla tentazione di imparentarsi con i Cananei e di adottare il culto dei loro dei.

Dal 1200 al 1000 a. C. nei Giudici vengono descritte una serie di vicissitudini, di rovesci militari e di vittorie, ricondotte dai redattori ad una causa univoca. Gli Ebrei peccano contro Dio e vengono puniti ritrovandosi nelle mani dei nemici (Amorrei, Amaleciti, Moabiti, Edomiti, Cananei, Filistei). Solo quando essi si pentono e tornano al culto di Jahvè e delle sue leggi, la vittoria arride loro. L’idolatria è il peccato mortale che suscita l’ira implacabile di Jahvè. Essa peraltro viene solo stigmatizzata come segno di cocciutaggine e di ingratitudine del popolo ebraico nei confronti di Jahvè, il cui massimo titolo di merito è di averlo tratto fuori dall’Egitto.

Nei Giudici, dunque, sicuramente per effetto dell’influenza sacerdotale, viene esposta con una certa precisione una filosofia della storia che induce a interpretare le vittorie e i progressi del popolo ebraico come segno del rispetto delle regole dell’Alleanza, le sconfitte e le regressioni come segno di una trasgressione colpevole. E’ superfluo aggiungere che tale filosofia, che pone i presupposti della revisione teologica che avverrà dopo la distruzione dei regni ebraici, implica l’assoggettamento del popolo ebraico alla classe sacerdotale, che funge da intermediaria tra esso e Dio. Ma, come s’è detto, tale assoggettamento non verrà mai del tutto accettato dagli Ebrei. Il contatto con le residue popolazioni cananee rianima il conflitto, mai estinto, tra monoteismo e idolatria, che assume infine un significato chiaro.

Funzionale al raggiungimento di un’identità etnico - culturale e al definirsi, con Mosè e la sua tribù, di un potere politico - religioso che si pone come unico mediatore tra il popolo e Jahvè, scalzando la religione dei padri, sostanzialmente fondata sul Dio del clan, e al coordinamento delle tribù ebraiche nella fase della conquista della Palestina, il monoteismo, dopo l’insediamento, viene tendenzialmente osteggiato per due motivi. Le tribù ebraiche, nonostante il legame comune che si dà tra di esse, sono gelose della loro autonomia, che implica anche l’autonomia nella pratica del culto e dei riti, affidati ai capi - clan e ai capi - famiglia, ciascuno dei quali fa riferimento al Dio della stirpe. Questa rivendicazione di autonomia è però incompatibile con il fatto che la rivelazione di Dio a Mosè ha delegato ad una tribù, quella di Levi, la funzione sacerdotale. In nome di questa funzione, che comporta per gli Ebrei l’obbligo di mantenere i sacerdoti, ai Leviti non viene assegnato dopo la conquista della Palestina, alcun territorio, tranne alcune città e l’agro circostante. Essi vivono in mezzo alle altre tribù. L’obbligo di dare loro la decima sul raccolto e sul bestiame fa sì che, via via che l’economia si sviluppa, i Leviti giungono a disporre di notevoli capitali che investono in gran parte nell’acquisto delle terre. Si definisce pertanto lentamente una classe di proprietari terrieri che sarà sempre invisa al popolo ebraico in nome di una tradizione culturale nomadica, residuata a livello inconscio, che considera la terra come proprietà comune. Il culto idolatrico è uno dei modi attraverso i quali si esprime questa contestazione. Esso coincide non solo con il riappropriarsi di una pratica tradizionale che pone il credente in rapporto diretto col suo Dio, bensì con una forma di evasione fiscale.

Il secondo motivo fa riferimento al fatto che il monoteismo, che impone l’endogamia, isola gli Ebrei rispetto alle altre popolazioni e porta ad uno stato permanente di guerra che non può essere mediato dalla pratica dell’imparentamento e dal sincretismo religioso. Per questo aspetto, rivendicare l’unicità di Jahvè e la sua potenza superiore a quella di tutti gli altri dei è, per le altre etnie, una provocazione, una sfida intollerabile. Tutti i popoli, come gli Ebrei, credono che i propri dei siano superiori. Tale convinzione può essere rimossa solo dall’accettazione di un panteon politeistico.

Il conflitto tra monoteismo e politeismo, che oppone di fatto l’intolleranza razziale e culturale alla necessità di una mediazione tra razze e religioni, è solo per un aspetto un conflitto ideale tra il tenace conservatorismo mosaico di alcuni e la volontà di cambiamento e di adattamento di altri. In sè e per sè, esso è un conflitto sociale che oppone alla classe sacerdotale, convinta in buona fede della sua investitura divina e incline alla difesa dei suoi interessi, e a coloro che credono in essa, l’altra parte della popolazione ebraica che non ambisce a dominare il mondo ma semplicemente a vivere tranquilla e ad integrarsi con le altre etnie.

L’allentarsi della tensione religiosa e dell’unità tra le tribù, sopravvenuta dopo la morte di Giosuè, inaugura però un periodo buio della storia ebraica. Nei Giudici spiccano alcune figure eroiche che lottano però più per l’indipendenza dai Filistei che per Jahvè. Queste figure affiorano su di uno sfondo caratterizzato da una corruzione generalizzata dei costumi che sembra denotare l’abbandono della tradizione mosaica:

"Il popolo servì il Signore durante tutta la vita degli anziani che sopravvissero a Giosuè e che avevano visto tutte le grandi opere, che il Signore aveva fatte in favore d’Israele. Poi Giosuè, figlio di Nun, servo del Signore, morì a centodieci anni e fu sepolto nel territorio, che gli era toccato a Timnat - Cheres sulle montagne di Efraim, a settentrione del monte Gaas. Anche tutta quella generazione fu riunita ai suoi padri; dopo di essa ne sorse un’altra, che non conosceva il Signore, nè le opere che aveva compiute in favore d’Israele. Gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal; abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dal paese d’Egitto, e seguirono altri dei di quei popoli che avevano intorno: si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore, abbandonarono il Signore e servirono Baal e Astarte. Allora si accese l’ira del Signore contro Israele e li mise in mano a razziatori, che li depredarono; li vendette ai nemici che stavano loro intorno ed essi non potevano più tener testa ai nemici. Dovunque uscivano in campo, la mano del Signore era contro di loro, come il Signore aveva detto, come il Signore aveva loro giurato: furono ridotti all’estremo.

Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li liberavano dalle mani di quelli che li spogliavano. Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dei e si prostravano davanti a loro.

Abbandonarono ben presto la via battuta dai loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore: essi non fecero così. Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li liberava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice; perchè il Signore si lasciava commuovere dai loro gemiti sotto il giogo dei loro oppressori. Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dei per servirli e prostrarsi davanti a loro, nondesistendo dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata." Giudici 2, 7 - 19

Influenzato dalla classe sacerdotale, questo passo attribuisce la corruzione all’idolatria. Ma più dell’idolatria sembrano essere prevalse motivazioni di potere all’interno delle tribù e tra le tribù. I Giudici di fatto si concludono sull’inquietante conflitto tra le tribù di Israele coalizzate e una di loro - quella di Beniamino - che viene sterminata. Ciò giustifica la conclusione del libro:

"In quel tempo non c’era un re in Israele; ognuno faceva quel che gli pareva meglio." Giudici 21, 25

La narrazione dei Giudici risulta dunque fortemente influenzata dalla tradizione sacerdotale, che stigmatizza l’anarchia politica e religiosa intervenuta a seguito della conquista della Terra Promessa. Al di là del moralismo implicito in questo giudizio, è vero che la religione mosaica non basta da sola a rendere coeso il popolo ebraico e a debellare le tendenze autonomistiche tribali.

La soluzione dell’ anarchia richiede l’istituzione di un forte potere centrale politico, di una regalità investita da Jahvè e che riconosca i diritti della classe sacerdotale.

5) Il Dio dei Re

La necessità della monarchia, vale a dire di un potere centrale che coordini economicamente, giuridicamente e militarmente la vita delle tribù ebraiche, si impone in seguito al pericolo rappresentato dai Filistei che sconfiggono più volte Israele. L’oppressione filistea dura per molti anni, nel corso dei quali gli Ebrei, che non hanno ancora raggiunto l’unità politica, si coalizzano nuovamente in nome delle loro comuni tradizioni. E’ il sacerdote Samuele, che officia i riti presso Siloh, il luogo di culto ufficiale, ad assumere un ruolo profetico e a mantenere viva la speranza di un riscatto in nome di Jahvè.

Riesce però rapidamente evidente che il solo potere religioso non basta ad assicurare ad Israele un adeguato coordinamento amministrativo e militare. Sorge l’esigenza di un potere monarchico, che contrasta però con l’autonomia di cui hanno goduto sino allora le tribù ebraiche e con la tradizione religiosa che attribuisce a Jahvè la funzione di re. Malvolentieri infine Samuele, sommo sacerdote e profeta, si piega alla necessità di un capo politico.

"Si radunarono allora tutti gli anziani d’Israele e andarono da Samuele a Rama. Gli dissero: "Tu ormai sei vecchio e i tuoi figli non ricalcano le tue orme. Ora stabilisci per noi un re che ci governi, come avviene per tutti i popoli".

Agli occhi di Samuele era cattiva la proposta perchè avevano detto: "Dacci un re che ci governi". Perciò Samuele pregò il Signore. Il Signore rispose a Samuele: "Ascolta la voce del popolo per quanto ti ha detto, perchè costoro non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perchè io non regni più su di essi. Come si sono comportati dal giorno in cui li ho fatti uscire dall’Egitto fino ad oggi, abbandonando me per seguire altri dei, così intendono fare a te. Ascolta pure la loro richiesta, però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro".

Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli aveva chiesto un re. Disse loro: "Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine; li costringerà ad arare i suoi campi, a mietere le sue messi, ad apprestargli armi per le sue battaglie e attrezzature per i suoi carri. Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie. Si farà consegnare ancora i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li regalerà ai suoi ministri. Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri. Vi sequestrerà gli schiavi e le schiave, i vostri armenti migliori e i vostri asini e li adopererà nei suoi lavori. Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà". Il popolo non diede retta a Samuele e rifiutò di ascoltare la sua voce, ma gridò: "No, ci sia un re su di noi. Saremo anche noi come tutti i popoli; il nostro re ci farà da giudice, uscirà alla nostra testa e combatterà le nostre battaglie". Samuele ascoltò tutti i discorsi del popolo e li riferì all’orecchio del Signore. Rispose il Signore a Samuele: "Ascoltali; regni pure un re su di loro." 1 Samuele 8, 4 - 22

Nonostante Samuele anticipi i pericoli della monarchia, e intuisca la possibilità di un conflitto tra potere politico e potere religioso, l’esigenza monarchica è imposta, più che dalla volontà del popolo, dalla necessità. La scelta di Samuele è comunque accorta: egli sceglie come re un giovane pastore, Saul, di bell’aspetto ma del tutto privo di esperienza, pensando presumibilmente di poterlo controllare agevolmente. Gli impone di fatto di subordinare tutte le sue azioni ai riti che egli esegue e di rispettare la volontà di Dio che egli rappresenta. Alla prima insubordinazione, peraltro veniale, reagisce dichiarandolo decaduto per volontà divina.

"Saul restava in Gàlgala e tutto il popolo che stava con lui era impaurito. Aspettò tuttavia sette giorni secondo il tempo fissato da Samuele. Ma Samuele non arrivava a Gàlgala e il popolo si disperdeva lontano da lui. Allora Saul diede ordine: "Preparatemi l’olocausto e i sacrifici di comunione". Quindi offrì l’olocausto. Ed ecco, appena ebbe finito di offrire l’olocausto, giunse Samuele e Saul gli uscì incontro per salutarlo.

Samuele disse subito: "Che hai fatto?". Saul rispose: "Vedendo che il popolo si disperdeva lontano da me e tu non venivi al termine dei giorni fissati, mentre i Filistei si addensavano in Micmas, ho detto: ora scenderanno i Filistei contro di me in Gàlgala mentre io non ho ancora placato il Signore. Perciò mi sono fatto ardito e ho offerto l’olocausto".

Rispose Samuele a Saul: "Hai agito da stolto, non osservando il comando che il Signore Dio tuo ti aveva imposto, perchè in questa occasione il Signore avrebbe reso stabile il tuo regno su Israele per sempre. Ora invece il tuo regno non durerà. Il Signore si è gia scelto un uomo secondo il suo cuore e lo costituirà capo del suo popolo, perchè tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore." 1 Samuele 13, 7 - 14

In questo brano è in nuce il conflitto che si dipanerà lungo tutta la storia ulteriore e tormentata di Israele. La circostanza è indiziaria della volontà di Saul di affrancarsi dalla tutela religiosa e di dare ai riti un significato meramente formale. Samuele difende il primato della religione e il ruolo dei sacerdoti come indispensabili intermediari rispetto a Dio. Ma il potere degli eserciti non si può contrastare con i richiami religiosi. A Saul, Samuele è costretto ad opporre un valido combattente, Davide.

Con Davide e Salomone il conflitto tra potere religioso e potere politico sembra ricomporsi in nome della manifesta devozione dei due re. Ma la realtà storica è molto diversa dall’agiografia. La contraddizione è documentata nei testi biblici. Di Davide e di Salomone si parla sia nei Re che nelle Cronache. I Re riportano i fatti con una qualche fedeltà. Le Cronache li emendano di tutto ciò che può gettare una luce critica su Davide e Salomone, nel tentativo di trasformarli in re santi. La discordanza è facile da interpretare. Le Cronache risentono fortemente dell’influenza sacerdotale per la quale è sommamente importante dimostrare che i re, in quanto unti dai sacerdoti ed eletti da Dio, si attengono rigidamente alle sue leggi. I libri dei Re sono dunque più vicini alla realtà storica rispetto ai libri delle Cronache, che mitizzano la monarchia come espressione dell’ investitura divina.

La fama di Davide come re timorato di Dio è creata dalla leggenda. Egli è un valoroso combattente ma la sua unzione come re, realizzata da Samuele, corrisponde semplicemente al desiderio di questi di assicurarsi un alleato più rispettoso di Saul. La lotta tra i due re è senza esclusione di colpi. Data la maggiore potenza di Saul, che ha dalla sua parte l’esercito, Davide si dà alla macchia, raccoglie una banda di qualche centinaio di uomini, vive di saccheggi e di razzie, si allea addirittura con i Filistei. E’ solo con la morte in battaglia di Saul che Davide conquista il potere. Ma il prezzo della conquista è la secessione. Le tribù del Nord, fedeli a Saul, creano un nuovo re. Davide, sconfiggendolo, riesce di nuovo a unificare Israele.

La conquista di Gerusalemme e la sua elezione a capitale politica e religiosa del regno pone in luce le qualità politiche, oltre che militari, di Davide. Dando ad essa, infatti, uno statuto autonomo e designandola come luogo di culto ufficiale di Jahvè, egli consegue due obbiettivi: pone la capitale al riparo dalla lotta tra le tribù e si assicura il controllo della classe sacerdotale.

Davide è molto accorto nel riconoscere formalmente la sua subordinazione al potere sacerdotale, ma di fatto agisce unicamente per rafforzare politicamente e militarmente il regno d’Israele. Egli riesce a riunificarlo e a estenderlo. La crescita della potenza inebria il popolo, e fa di Davide una figura mitica destinata a permanere nell’immaginario ebraico. L’influenza si rileva anche nei testi. Gli autori fanno il possibile per sottolineare la religiosità di Davide e minimizzare i suoi difetti, che la tradizione riconduce ai costumi dell’epoca. Ma non possono sottacere un grave contrasto tra Davide e Natan, profeta di Dio. L’occasione è data dal fatto che, essendosi invaghito di una donna hittita e avendola messa incinta, Davide briga al fine di indurre la morte del marito per unirsi a lei. Natan si fa portavoce della maledizione divina su Davide e la sua stirpe. E’ probabile che un contrasto così grave riconosca ben altri motivi rispetto a quello che viene riferito. Ciò è confermato dal fatto che Davide viene reintegrato nella sua maestà regale e suo figlio - Salomone - viene confermato da Natan come suo erede. Ciò è attribuito alla profondità del pentimento di Davide. Ma la cosa è posta in dubbio dal fatto che l’unione con Betsabea, nata da un crimine, non è sciolta e da essa nasce l’erede al trono di Giuda. E’ più probabile che Davide abbia semplicemente deciso di sottomettersi al potere sacerdotale.

Il Dio in cui crede Davide è attestato inconfutabilmente dal seguente brano:

"C’è forse un Dio come il Signore;

una rupe fuori del nostro Dio?

Dio mi cinge di forza,

rende sicura la mia vita...

Mi hai dato lo scudo della tua salvezza,

la tua sollecitudine mi fa crescere.

fai largo davanti ai miei passi;

le mie gambe non vacillano.

Inseguo e raggiungo i miei nemici,

non desisto finchè non siano distrutti.

Li colpisco ed essi non possono resistere;

cadono dsotto i miei piedi.

Mi cingi di forza per la battaglia;

hai fatto piegare sotto di me i miei avversari.

Mi mostri i nemici di spalle,

così io anniento quelli che mi odiano.

Gridano, ma nessuno li salva,

verso il Signore, che a loro non risponde.

li disperdo come polvere della terra,

li calpesto come fango nelle piazze.

Tu mi liberi dalle contese del popolo;

mi poni a capo di nazioni;

un popolo non conosciuto mi serve.

I figli degli stranieri mi onorano,

appena sentono, mi obbediscono...

Viva il Signore! Sia benedetta la mia rupe!

Sia esaltato il dio della mia salvezza!

Dio fa vendetta per me,

e mi sottomette i popoli." 2 Samuele 22, 32 - 48

Jahvè è, dunque, per Davide, null’altro che il più potente tra gli dei, il Dio degli eserciti che si allea col suo popolo e col suo re e sottomette gli altri popoli.

Tutto ciò non significa che la religiosità di Davide sia semplicemente instrumentum regni. Benchè tutt’altro che pio, egli di sicuro crede. Distingue però nettamente la sfera politica e quella religiosa, consapevole del fatto che un regime teocratico isolazionista e autarchico, modellato sui rigidi precetti mosaici, sarebbe destinato alla fine.

La stessa contraddizione, in misura più rilevante, è presente in Salomone. Non appena giunto al trono, egli sposa la figlia del Faraone. Procede ad una riforma amministrativa del regno che pone sotto il suo controllo tutto il territorio. La corte di Salomone richiede per il suo mantenimento una quantità inusitata di beni che attestano un tenore di vita sfarzoso. In nome della fede, Salomone avvia l’impresa colossale della costruzione del tempio che dissanguerà gli Ebrei e ne costringerà parecchi ai lavori forzati. Nel contempo egli avvia anche la costruzione del palazzo reale, adiacente al Tempio, ove vivrà come un satrapo orientale con un numero imprecisato di concubine. Nonostante l’inaugurazione del tempio venga addotta come prova della religiosità di Salomone, egli, per accrescere il suo prestigio agli occhi dei popoli stranieri, accede e pratica l’idolatria.

La contraddizione non è difficile da spiegare. In quanto ebreo, unto del Signore e favorito da esso nell’espansione del regno, Salomone riconosce autenticamente Jahvè come suo Dio e lo concepisce come più potente rispetto a tutti gli altri dei. In quanto politico accorto, e consapevole dei limiti soprattutto militari del suo regno, egli cerca, attraverso i matrimoni e l’idolatria, di minimizzare il rischio di conflitti con le potenze limitrofe. Come è accaduto a Davide, la fede religiosa, sicuramente partecipata, non lo acceca sulle esigenze della Realpolitik.

Con il regno di Salomone, in continuità con lo sviluppo e l’organizzazione sociale avviati sotto Davide, si introduce presso il popolo ebraico l’ingiustizia sociale. La potenza del regno è pagata a caro prezzo dalla popolazione: coi lavori forzati e con un regime fiscale intollerabile. Il lavoro forzato necessario per la costruzione del tempio e del Palazzo imperiale grava prevalentemente sui residenti in Gerusalemme. Il regime fiscale viceversa è maggiormente aspro con gli Ebrei insediati al Nord. La vessazione operata ai danni del popolo per motivi di potenza riesce chiara alla morte di Salomone, allorchè le tribù del Nord chiedono al figlio Roboamo, succeduto al trono, di porvi rimedio:

"Dissero a Roboamo: "Tuo padre ci ha imposto un pesante giogo; ora tu allegerisci la dura schiavitù di tuo padre e il giogo pesante che quegli ci ha imposto e noi ti serviremo." 1 Re 12, 3 - 4

La risposta di Roboamo è netta:

"Mio padre vi ha imposto un giogo pesante; io renderò ancora più grave il vostro giogo. Mio padre vi ha castigato con le fruste, io vi castigherò coi flagelli." 1 Re 12, 14

La separazione dei regni è inevitabile. Essa però pone complessi problemi organizzativi che giungono ad incidere sulla religione. Dall’epoca di Mosè in poi la centralizzazione del culto, officiato dai Leviti investiti della funzione sacerdotale, è rimasta una costante dell’organizzazione sociale ebraica. Essa non è venuta meno neppure all’epoca dei Giudici, caratterizzata da una rivendicazione di autonomia delle singole tribù che, nella Bibbia, viene definita anarchica. L’investitura del Re da parte di Samuele, Sommo Sacerdote, conferma la subordinazione del potere politico a quello religioso. Con Davide e Salomone la centralizzazione, a Gerusalemme, dei due poteri diventa assoluta e fisicamente rappresentata dal rapporto di continuità spaziale tra Palazzo reale e Tempio. Ma è proprio questa centralizzazione, con l’enorme carico di tributi che grava sul popolo, al Nord più ancora che al Sud, a porre le premesse della crisi.

La separazione dei regni, essenzialmente politica, pone immediatamente il problema del centro dei culti. I Leviti rimangono fermi nel rivendicare il primato religioso di Gerusalemme, ove è l’arca dell’Alleanza. Distribuiti in tutto il territorio, in seguito alla separazione dei regni, essi si trasferiscono in massa nel regno del Sud. E’ evidente che il Nord non può rimanere subordinato religiosamente a Gerusalemme. Nasce dunque a Betel un nuovo centro di culto e una nuova classe sacerdotale non levitica, che, pur privilegiando Jahvè, non disdegna di onorare altri dei (in particolare Baal e Astarte).

La separazione dei regni produce una modificazione del rapporto tra potere politico e potere religioso. Quello politico prende lentamente ma decisamente il sopravvento. Preoccupati soprattutto di non finire schiacciati dai potenti vicini, i Re, più al Nord che al Sud, si preoccupano soprattutto di stabilire delle alleanze, di incrementare i traffici mercantili, di espandere l’economia dal cui stato discende la possibilità di finanziare l’esercito. In nome della politica delle alleanze e dello scambio, essi cedono al politeismo. In nome dell’espansione economica, autorizzano la grande proprietà terriera, la speculazione edilizia, l’usura. Di fatto, dalla fine del regno salomonico all’800 a. C., si realizza, nonostante infinite congiure di Palazzo, una condizione di prosperità. Ma, venuta meno la solidarietà comunitaristica del deserto, essa non fa altro che accentuare le differenze sociali. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri.

Questa situazione non attiva la protesta popolare per due motivi. Il primo è che la classe sacerdotale, depositaria della legge mosaica, ugualitaristica, nella sua maggioranza, è in gran parte compromessa col sistema, gode di enormi privilegi, indulge, più al Nord che al Sud, a soddisfare il bisogno idolatrico del popolo. Il secondo è che, nonostante l’ugualitarismo mosaico, nella tradizione ebraica, la ricchezza continua ad essere interpretata come un segno della predilezione divina. La sua distribuzione non è dunque considerata iniqua dai ceti dominanti e dalla classe sacerdotale, a patto che la ricchezza sia investita in parte sotto forma di aiuti ai poveri direttamente sotto forma di elemosina e indirettamente sotto forma di tributi al tempio. Il paradosso è che entrambi i correttivi servono a ben poco perchè ciò che viene dato con una mano viene tolto con l’altra. Ciò è dovuto alla pratica dell’usura che, benchè vietata dalla legge mosaica, si diffonde largamente. I poveri di fatto, in massima parte contadini, non hanno altra possibilità di sopravvivere che indebitarsi, e spesso l’indebitamento, non potendo essere soddisfatto, li costringe a ripagare i creditori con prestazioni servili che non sono molto distanti dalla schiavitù. Le loro prestazioni, che devono soddisfare anche gli interessi dei prestiti, finiscono coll’accrescere la ricchezza dei creditori, e il ciclo si ripete.

La prosperità dunque coincide con una sostanziale decadenza sociale. Paradossalmente questa decadenza indurrà gli Ebrei a rimuovere gli aspetti socialmente negativi del periodo davidico e salomonico e a rievocarne, con una nostalgia che non avrà mai fine, la potenza, nella quale essi leggono la realizzazione della promessa di Jahvè. Ancora in questa fase la religione jahvista è una religione del mondo e Jahvè è il Dio solo degli Ebrei.

La decadenza dei regni di Israele al Nord e di Giuda al Sud è descritta minuziosamente in Re 2 e in Cronache 1 - 2. In questi ultimi è assolutamente evidente la mano sacerdotale. In essi viene adottata la stessa filosofia della storia già presente nei Giudici. I re vengono valutati in rapporto alla loro fedeltà o infedeltà alla legge mosaica: alla fedeltà si attribuiscono i successi, all’infedeltà i rovesci. Questa filosofia della storia assume Dio come un Istitutore che premia e castiga al fine di mantenere il popolo ebraico nel solco della sua legge. Le Cronache chiariscono inequivocabilmente quale sia il significato sociale del richiamo alla legge mosaica. In esse infatti, sullo sfondo di una sequela di re che, sia al Nord che al Sud, agiscono in contrasto con la volontà divina, abbandonandosi all’idolatria e alla corruzione, spiccano due figure di re riformatori, Ezechia e Giosia. Ezechia

"Nel primo anno del suo regno, nel primo mese, aprì le porte del tempio e le restaurò. Fece venire i sacerdoti e i leviti, ai quali, dopo averli radunati nella piazza d’oriente, disse: "Ascoltatemi, leviti! Ora purificatevi e poi purificate il tempio del Signore Dio dei vostri padri, e portate fuori l’impurità dal santuario. I nostri padri sono stati infedeli e hanno commesso ciò che è male agli occhi del Signore nostro Dio, che essi avevano abbandonato, distogliendo lo sguardo dalla dimora del Signore e voltandole le spalle. Han chiuso perfino le porte del vestibolo, spento le lampade, non hanno offerto più incenso nè olocausti nel santuario al Dio di Israele. Perciò l’ira del Signore si è riversata su Giuda e su Gerusalemme ed egli ha reso gli abitanti oggetto di terrore, di stupore e di scherno, come potete constatare con i vostri occhi. Ora ecco, i nostri padri sono caduti di spada; i nostri figli, le nostre figlie e le nostre mogli sono andati per questo in prigionia. Ora io ho deciso di concludere un’alleanza con il Signore, Dio di Israele, perchè si allontani da noi la sua ira ardente. Figli miei, non siate negligenti perchè il Signore ha scelto voi per stare alla sua presenza, per servirlo, per essere suoi ministri e per offrirgli incenso." 2 Cronache 29, 3 - 11

L’invito di Ezechia viene raccolto. Il tempio viene purificato, si offrono sacrifici espiatori per i peccati commessi, si abbattono gli idoli e si proscrivono le pratiche idolatriche, si convocano a Gerusalemme tutti gli Israeliti per celebrare la Pasqua. Quelli del Nord rifiutano però l’invito perchè sanno che si tratta dell’ennesimo tentativo di restaurare il primato levitico. Non hanno torto poichè la riforma di Ezechia si conclude con la restaurazione della classe sacerdotale:

"Ezechia ricostituì le classi dei sacerdoti e dei leviti secondo le loro funzioni, assegnando a ognuno, ai sacerdoti e ai leviti, il proprio servizio riguardo all’olocausto e ai sacrifici di comunione per celebrare e lodare con inni e per servire alle porte degli accampamenti del Signore. Il re determinò quanto dei suoi beni dovesse essere destinato agli olocausti del mattino e della sera, agli olocausti dei sabati, dei noviluni e delle feste, come sta scritto nella legge del Signore. Egli ordinò al popolo, agli abitanti di Gerusalemme, di consegnare ai sacerdoti e ai leviti la loro parte perchè questi potessero attendere alla legge del Signore. Appena si diffuse quest’ordine, gli Israeliti offrirono in abbondanza le primizie del grano, del mosto, dell’olio, del miele e di ogni altro prodotto agricolo e la decima abbondante di ogni cosa. Anche gli Israeliti e i Giudei, che abitavano nelle città di Giuda, portarono la decima degli armenti e dei greggi; portarono la decima dei doni consacrati al Signore loro Dio, facendone grandi ammassi." 2 Cronache 31, 2 - 6

Con questa restaurazione, la ricchezza viene nuovamente redistribuita secondo la legge mosaica:

"Nel terzo mese si cominciò a fare gli ammassi, che furono completati nel settimo mese. Vennero Ezechia e i capi; visti gli ammassi, benedissero il Signore e il popolo di Israele. Ezechia interrogò i sacerdoti e i leviti riguardo agli ammassi e il sommo sacerdote Azaria della casa di Zadòk gli rispose: "Da quando si è cominciato a portare l’offerta nel tempio, noi abbiamo mangiato e ci siamo saziati, ma ne è rimasto in abbondanza, perchè il Signore ha benedetto il suo popolo; ne è rimasta questa grande quantità".

Ezechia allora ordinò che si preparassero stanze nel tempio; le prepararono. Vi depositarono le offerte, le decime e le cose consacrate." 2 Cronache 31, 7 - 12

Fedele a Jahvè, anche Ezechia ottiene la ricompensa per la sua rettitudine:

"Ezechia ebbe ricchezze e gloria in abbondanza. Egli si costruì depositi per l’argento, l’oro, le pietre preziose, gli aromi, gli scudi e per qualsiasi cosa pregevole, magazzini per i prodotti del grano, del mosto e dell’olio, stalle per ogni genere di bestiame, ovili per le pecore. Si edificò città; ebbe molto bestiame minuto e grosso, perchè Dio gli aveva concesso beni molto grandi." 2 Cronache 32, 27 - 29

Giosia

"Nell’anno ottavo del suo regno, era ancora un ragazzo, cominciò a ricercare il Dio di Davide suo padre. Nell’anno decimosecondo cominciò a purificare Giuda e Gerusalemme, eliminando le alture, i pali sacri e gli idoli scolpiti o fusi. Sotto i suoi occhi furono demoliti gli altari di Baal; infranse gli altari per l’incenso, che vi erano sopra; distrusse i pali sacri e gli idoli scolpiti o fusi, riducendoli in polvere che sparse sui sepolcri di coloro che avevano sacrificato a tali cose. Le ossa dei sacerdoti le bruciò sui loro altari; così purificò Giuda e Gerusalemme.

Lo stesso fece nella città di Manàsse, di Efraim e di Simeone fino a Nèftali, nei loro villaggi devastati. Demolì gli altari; fece a pezzi i pali sacri e gli idoli in modo da ridurli in polvere; demolì tutti gli altari per l’incenso in tutto il paese di Israele; poi fece ritorno a Gerusalemme." 2 Cronache 34, 3 - 7

La riforma di Giosia è agevolata da una scoperta singolare:

"Mentre si prelevava il denaro depositato nel tempio, il sacerdote Chelkia trovò il libro della legge del Signore, data per mezzo di Mosè. Chelkia prese la parola e disse allo scriba Safàn: "Ho trovato nel tempio il libro della legge". Chelkia diede il libro a Safàn. Safàn portò il libro dal re; egli inoltre riferì al re: "Quanto è stato ordinato, i tuoi servitori lo eseguiscono. Hanno versato il denaro trovato nel tempio e l’hanno consegnato ai sorveglianti e ai direttori dei lavori".

Poi lo scriba Safàn annunziò al re: "Il sacerdote Chelkia mi ha dato un libro". Safàn ne lesse una parte alla presenza del re. Udite le parole della legge, il re si strappò le vesti e comandò a Chelkia, ad Achikam figlio di Safàn, ad Abdon figlio di Mica, allo scriba Safàn e ad Asaia ministro del re: "Andate, consultate il Signore per me e per quanti sono rimasti in Israele e in Giuda riguardo alle parole di questo libro ora trovato; grande infatti è la collera del Signore, che si è accesa contro di noi, poichè i nostri padri non hanno ascoltato le parole del Signore facendo quanto sta scritto in questo libro." 2 Cronache 34, 14 - 21

La scoperta da parte di un sacerdote di un libro attribuito (quasi di sicuro falsamente) a Mosè non lascia dubbi sul fatto che esso riproponesse, più ancora che la legge, l’organizzazione sociale mosaica incentrata sul primato della classe sacerdotale.

La labilità delle riforme di Ezechia e di Giosia, attestata dal fatto che i re che ad essi succedono riprendono a "fare ciò che è male agli occhi di Dio", vale a dire a coltivare, oltre Jahvè, altri dei, denuncia una disaffezione non solo del potere politico bensì anche del popolo in rapporto alla tradizione. Le Cronache giudicano tale disaffezione solo in termini moralistici leggendo in essa il riproporsi di un’atavica vocazione della natura umana e del popolo ebraico al male. La disaffezione, in realtà, riconosce motivazioni più concrete che, sia pure confusamente, sono restituite dai profeti.

6) Il Dio dei Profeti

I libri profetici rappresentano il cuore teologico dell’Antico Testamento, quello nel quale la Chiesa cattolica identifica il preannuncio della salvezza e del Messia. Essa ne sottolinea la saldezza con cui viene rivendicata l’unicità di Dio, la sua giustizia e la sua misericordia, il suo ruolo infine salvifico. I Profeti sarebbero dunque i difensori della vera fede, rivelata a Mosè, e, in virtù dell’aiuto concesso ad essi da Dio, ne penetrerebbero il senso religioso più profondamente ponendo i presupposti della definitiva rivelazione di Cristo. Questa interpretazione si fonda su di una decontestualizzazione storica del movimento profetico e dei testi pervenuti.

Il ruolo del Profeta, vale a dire di colui che parla con Dio e in nome di Dio vaticinando il futuro, esiste fin dagli inizi della storia ebraica, come per altro in tutte le culture e le civiltà del Mondo Antico. I Patriarchi sono profeti perchè è ad essi che Dio anticipa il futuro grandioso del popolo ebraico. Mosè è definito profeta nella Bibbia stessa. Samuele riceve da Dio l’indicazione sui re da ungere in nome suo. Davide è assistito da Nathan. Elia e Eliseo operano nel regno del Nord cercando di ricondurre i re e i sacerdoti sulla retta via.

Benchè nella Bibbia i profeti compaiano come singole figure, essi fanno parte di un movimento che cresce di numero progressivamente a partire dalla separazione dei regni. Il movimento profetico è spontaneo. Si diventa profeti per elezione diretta da parte di Dio o attestando tale elezione. Si è riconosciuti profeti dal popolo in conseguenza dell’avverarsi delle previsioni operate. Dato che i profeti traggono sostentamento da tale attività, non c’è da sorprendersi che gran parte di essi si adatti alle aspettative di coloro che si rivolgono a loro: re, sacerdoti e gente comune. Il movimento profetico diventa perciò lentamente connivente con una società in via di transizione che, per quanto riguarda i capi, soprattutto al Nord, tende ad affrancarsi dal rigore della legge mosaica, e, per quanto riguarda il popolo, che vive in una miseria crescente e vede illanguidirsi la speranza nel benessere promesso da Jahvè, sia al Nord che al Sud tende a rivolgersi ad altre divinità.

Sullo sfondo di questo movimento, i Profeti i cui testi sono raccolti nella Bibbia, si differenziano per un aspetto fondamentale: sono tutti visceralmente tradizionalisti, impregnati di un conservatorismo religioso e cultuale che fa riferimento ad un buon tempo antico che non è mai esistito, e animati da una rabbia viscerale nei confronti dell’ordine di cose esistente che si esprime monotematicamente nel prevedere una terribile punizione divina che rigenererà il popolo eletto e lo ricondurrà sulla retta via. Il loro conservatorismo esprime indubbiamente una fedelta alla legge mosaica, ma implica, di conseguenza, un etnocentrismo radicale. Jahvè, Dio di giustizia e di misericordia, non va confuso con le altre divinità in quanto Egli è l’unico Dio ed è Dio solo degli Ebrei. E’ solo con i profeti che la monolatria mosaica viene sormontata in nome di un monotesimo assoluto.

Dal punto di vista storico, l’attività profetica documentata nella Bibbia può essere ricondotta a quattro epoche.

La prima, dalla metà alla fine dell’8° secolo a. C., è caratterizzata dalla minaccia assira, che si realizza nel 721 a. C. con la caduta di Samaria e del regno del Nord, la deportazione degli Ebrei del Nord in Assiria e la colonizzazione assira di Giuda. A questo periodo risalgono le profezie di Amos e Osea, Michea e Isaia (primo libro).

La seconda si avvia in virtù dell’affermazione dei Babilonesi sugli Assiri che si traduce in una minaccia diretta al regno di Giuda che si realizzerà pienamente nel 587 a. C. con la caduta di Gerusalemme, la distruzione del tempio e la deportazione dei Giudei in Babilonia. E’ Geremia ad annunciare la catastrofe, cui fa eco Ezechiele che profetizza dall’esilio.

La terza è legata all’esilio che dura quasi cinquant’anni. Geremia e Ezechiele si interrogano sul significato della catastrofe e anticipano il riscatto. Allievi di Isaia (Isaia secondo) tentano di consolare gli Ebrei esiliati e di tenere viva la fiammella della fede.

La quarta sopravviene con il ritorno a Gerusalemme, concesso da Ciro, ed è caratterizzata dal tentativo profetico (Isaia terzo, Aggeo, Zaccaria, Gioele, Malachia) di rinsaldare le ragioni di un regime teocratico che aggreghi il popolo ebraico intorno al suo Dio.

L’analisi dei testi profetici non può prescindere dal criterio cronologico che consente di correlare i contenuti dottrinari agli eventi storico - sociali.

L’attività profetica si avvia qualche tempo prima della caduta di Samaria ad opera dell’Assiria con Amos, Osea, Michea e Isaia (libro primo). Intorno al 750 a. C. tra i regni del Nord e del Sud è intervenuto, dopo lunghe lotte, un periodo di pace, e, in entrambi i regni, la situazione è abbastanza prospera. Rimane però vivo il ricordo della secessione del regno del Nord che, contravvenendo alla tradizione, si è dotato dei suoi centri di culto e di una sua classe sacerdotale, rivolgendosi, soprattutto per l’influenza dei re, verso un sincretismo religioso. I Profeti sono tutti schierati dalla parte di Gerusalemme. Amos e Osea, che operano al Nord, criticano la corruzione e l’idolatria che ha preso piede nel regno di Israele. Michea e Isaia, che operano al Sud, denunciano nel contempo sia Samaria che Gerusalemme. Le denunce riguardano la ribellione del popolo eletto alla legge di Dio e preannunciano le inesorabili conseguenze che ne discenderanno sotto forma di punizione. Che fondamento hanno queste denunce?

Sia al Nord che al Sud, in successione temporale, la società di fatto è profondamente cambiata. Le differenze sociali, inauguratesi sotto Davide e Salomone, con la crescita della ricchezza, si sono progressivamente accentuate sino a raggiungere livelli estremi. I re, i proprietari terrieri, i sacerdoti (tranne rare eccezioni) vivono nel lusso, accrescono il loro potere attraverso i traffici mercantili, si dedicano alla speculazione edilizia. Ciononostante continuano ad imporre al resto del popolo un duro regime fiscale che lo immiserisce. La povertà, sconosciuta ai tempi di Mosè, che diventerà il tema privilegiato della predicazione di Cristo, dilaga. L’usura è implacabile e diffusa. Questa situazione sociale è denunciata a chiare lettere da Michea, Amos e Isaia:

"Guai a coloro che meditano l’iniquità

e tramano il male sui loro giacigli;

alla luce dell’alba lo compiono,

perchè in mano loro è il potere.

Sono avidi di campi e li usurpano,

di case, e se le prendono.

Così opprimono l’uomo e la sua casa,

il proprietario e la sua eredità." Michea 2, 1 - 2

"Io dissi:

"Ascoltate, capi di Giacobbe,

voi governanti della casa d’Israele:

Non spetta forse a voi conoscere la giustizia?

Nemici del bene e amanti del male,

voi strappate loro la pelle di dosso

e la carne dalle ossa".

Divorano la carne del mio popolo

e gli strappano la pelle di dosso,

ne rompono le ossa e lo fanno a pezzi

come carne in una pentola, come lesso in una caldaia." Michea 3, 1 - 3

"Udite questo, dunque,

capi della casa di Giacobbe,

governanti della casa d’Israele,

che aborrite la giustizia e storcete quanto è retto,

che costruite Sion sul sangue

e Gerusalemme con il sopruso;

i suoi capi giudicano in vista dei regali,

i suoi sacerdoti insegnano per lucro,

i suoi profeti danno oracoli per denaro." Michea 3, 9 - 11

"Ascoltate tribù

e convenuti della città:

Ci sono ancora nella casa dell’empio

i tesori ingiustamente acquistati

e le misure scarse, detestabili?

Potrò io giustificare

le false bilance

e il sacchetto di pesi falsi?

I ricchi della città sono pieni di violenza

e i suoi abitanti dicono menzogna." Michea 6, 9 - 12

"Così dice il Signore:

"Per tre misfatti d’Israele

e per quattro non revocherò il mio decreto,

perchè hanno venduto il giusto per denaro

e il povero per un paio di sandali;

essi che calpestano come la polvere della terra

la testa dei poveri

e fanno deviare il cammino dei miseri." Amos 2, 6 - 7

"Fatelo udire nei palazzi di Asdòd

e nei palazzi del paese d’Egitto e dite:

Adunatevi sui monti di Samaria

e osservate quanti disordini sono in essa,

e quali violenze sono nel suo seno.

Non sanno agire con rettitudine,

dice il Signore,

violenza e rapina accumulano nei loro palazzi." Amos 3, 9 - 10

"Guai a voi, che aggiungete casa a casa

e unite campo a campo,

finchè non vi sia più spazio,

e così restate soli ad abitare

nel paese." Isaia 5, 8

"Guai a coloro che fanno decreti iniqui

e scrivono in fretta sentenze oppressive,

per negare la giustizia ai miseri

e per frodare del diritto i poveri del mio popolo,

per fare delle vedove la loro preda

e per spogliare gli orfani." Isaia 10, 1 - 2

La responsabilità di tale situazione è prevalentemente delle classi dominanti, compresi i sacerdoti, e viene denunciata univocamente da tutti i Profeti:

"I tuoi capi sono ribelli

e complici di ladri;

tutti sono bramosi di regali,

ricercano mance,

non rendono giustizia all’orfano

e la causa della vedova fino a loro non giunge." Isaia 1, 23

"Le guide di questo popolo lo hanno fuorviato

e i guidati si sono perduti." Isaia 9, 15

"Così dice il Signore, Dio degli eserciti:

"Rècati da questo ministro,

presso Sebnà, il maggiordomo,

che si taglia in alto il sepolcro

e si scava nella rupe la tomba:

Che cosa possiedi tu qui e chi hai tu qui,

che ti stai scavando qui un sepolcro?

Ecco, il Signore ti scaglierà giù a precipizio, o uomo,

ti afferrerà saldamente,

ti rotolerà ben bene a rotoli

come palla, verso un esteso paese.

Là morirai e là finiranno i tuoi carri superbi,

o ignominia del palazzo del tuo padrone!

Ti toglierò la carica,

ti rovescerò dal tuo posto." Isaia 22, 15 - 19

"Ma nessuno accusi, nessuno contesti;

contro di te, sacerdote, muovo l’accusa.

Tu inciampi di giorno

e il profeta con te inciampa di notte

e fai perire tua madre.

Perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza.

Poichè tu rifiuti la conoscenza,

rifiuterò te come mio sacerdote;

hai dimenticato la legge del tuo Dio

e io dimenticherò i tuoi figli." Osea 4, 4 - 6

"Guai agli spensierati di Sion

e a quelli che si considerano sicuri

sulla montagna di Samaria!

........

Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani

mangiano gli agnelli del gregge

e i vitelli cresciuti nella stalla.

Canterellano al suono dell’arpa,

si pareggiano a David negli strumenti musicali;

bevono il vino in larghe coppe

e si ungono con gli unguenti più raffinati,

ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.

Perciò andranno in esilio in testa ai deportati

e cesserà l’orgia dei buontemponi." Amos 6, 1 - 7

"Ascoltate questo, voi che calpestate il povero

e sterminate gli umili del paese,

voi che dite: "Quando sarà passato il novilunio

e si potrà vendere il grano?

E il sabato, perchè si possa smerciare il frumento,

diminuendo le misure e aumentando il siclo

e usando bilance false,

per comprare con denaro gli indigenti

e il povero per un paio di sandali?

Venderemo anche lo scarto del grano". Amos 8, 4 - 6

"Udite questo, dunque,

capi della casa di Giacobbe,

governanti della casa d’Israele,

che aborrite la giustizia e storcete quanto è retto,

che costruite Sion sul sangue

e Gerusalemme con il sopruso;

i suoi capi giudicano in vista dei regali,

i suoi sacerdoti insegnano per lucro,

i suoi profeti danno oracoli per denaro." Michea 3, 9 - 11

"L’uomo pio è scomparso dalla terra,

non c’è più un giusto fra gli uomini:

tutti stanno in agguato

per spargere sangue;

ognuno dà la caccia con la rete al fratello.

Le loro mani son pronte per il male;

il principe avanza pretese,

il giudice si lascia comprare,

il grande manifesta la cupidigia

e così distorcono tutto." Michea 7, 2 - 3

Nonostante lo spaccato sociale che ci viene offerto, tutto il popolo è coinvolto nella maledizione divina. Se la colpa dei capi, delle guide è l’avidità di denaro, la colpa del popolo è l’idolatria. Che senso ha - si chiedono indignati i Profeti - rivolgersi ad altri dei quando Jahvè ha dato ampie prove di essere l’unico, vero dio in nome della sua potenza? Ai profeti, come a tutti gli scrittori biblici, sfugge del tutto il significato dell’idolatria. Nella cultura popolare essa non è incompatibile col riconoscimento del primato di Jahvè. Ma il culto di Jahvè necessita della mediazione sacerdotale. L’idolatria è una sorta di religione privata che mette direttamente in contatto il credente con il suo dio e lo affranca dalle decime. E’ dunque un culto che si può praticare senza pedaggi, anche da parte dei nullatenenti. Jahvè è potente ma i sacerdoti che ne officiano i culti non sopportano che ci si presenti davanti a loro a mani vuote.

Oltre a questi aspetti, occorre considerarne un altro, psicosociologico. La religione mosaica, come si è detto, è una religione del mondo che anima nel credente la speranza di una vita ricca, piena e felice. Ma, data la situazione sociale, sia i contadini che i poveri non hanno motivo di nutrire una siffatta speranza. Il culto di Jahvè corrisponde unicamente alla necessità di tenersi al riparo dalle sue rappresaglie. Ma, svolgendosi nel tempio ed essendo delegato ai sacerdoti, si tratta di un culto serio, solenne che relega il credente in un ruolo passivo. L’idolatria, praticata sulle "alture" circostanti la città, dedicate a Baal e a Astarte, comporta invece la possibilità di una partecipazione che, non di rado, raggiunge livelli di trance orgiastica. Essa dunque, realizza una sorta di compenso artificiale in rapporto ad un’esistenza sostanzialmente grigia e demotivata.

La stigmatizzazione dell’ingiustizia sociale, dell’oppressione delle classi dominanti su quelle subordinate, e la denuncia dell’idolatria, che coinvolge le une e le altri, sono i temi dominanti degli scritti profetici più antichi, e rappresentano i motivi che giustificano la rappresaglia divina. Ma è Isaia a rivelare il significato ultimo di questa rappresaglia, che è sostanzialmente politico:

"Signore, tu sei il mio Dio;

voglio esaltarti e lodare il tuo nome,

perchè hai eseguito progetti meravigliosi,

concepiti da lungo tempo, fedeli e veri.

Poichè hai ridotto la città ad un mucchio di sassi,

la cittadella fortificata ad una rovina,

la fortezza dei superbi non è più città,

non si ricostruirà mai più.

Per questo ti glorifica un popolo forte,

la città di genti possenti ti venera.

Perchè tu sei sostegno al misero,

sostegno al povero nella sua angoscia,

riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo;

poichè lo sbuffare dei tiranni è come pioggia d’inverno,

come arsura in terra arida il clamore dei superbi.

Tu mitighi l’arsura con l’ombra d’una nube,

l’inno dei tiranni si spegne." Isaia 25, 1 - 5

"Abbiamo una città forte;

egli ha eretto a nostra salvezza

mura e baluardo.

Aprite le porte:

entri il popolo giusto che mantiene la fedeltà.

Il suo animo è saldo;

tu gli assicurerai la pace,

pace perchè in te ha fiducia.

Confidate nel Signore sempre,

perchè il Signore è una roccia eterna;

perchè egli ha abbattuto

coloro che abitavano in alto;

la città eccelsa

l’ha rovesciata, rovesciata fino a terra,

l’ha rasa al suolo.

I piedi la calpestano,

i piedi degli oppressi, i passi dei poveri." Isaia 26, 1 - 6

In questi brani, come in molti altri profetici, è evidente la purezza della fede, il riferimento a Jahvè come Dio di giustizia, l’aspettativa di un ordine sociale destinato a riscattare definitivamente i miseri e gli oppressi, non meno che una cecità ideologica. Il ritorno alla legge mosaica, proposto dai Profeti come soluzione di tutti i mali, privilegia infatti l’astratto ugualitarismo comunitaristico che essa indubbiamente contiene, ma è del tutto ignara del fatto che tale valore è rimasto sempre e solo sulla carta, e che Mosè stesso, arrogando a se stesso un potere politico assoluto e creando la classe sacerdotale dotata di enormi privilegi, ha posto le basi sociali per cui quel valore non si sarebbe potuto realizzare.

La catastrofe preannunciata dai Profeti ha peraltro due aspetti che meritano rilievo, per l’incidenza ulteriore che essi avranno. Il primo è un’estremizzazione della filosofia della storia già presente nei precedenti testi biblici in conseguenza della quale, per punire il suo popolo, Jahvè manda contro di lui nemici stranieri e pagani, che saranno, a loro volta, duramente puniti per l’affronto portato al popolo eletto. L’estremizzazione riduce gli uomini, i popoli e i re a burattini della volontà divina. E’ Jahvè che mobilita gli Assiri, gli Egiziani, i Babilonesi contro il suo popolo e ne fa strumento della sua ira. E’ ancora Jahvè che, realizzatasi la punizione secondo la ferocia che Egli ha sollecitato, si adonta contro i pagani che hanno osato far soffrire il suo popolo, inveisce contro di loro e ne progetta la catastrofe. Si tratta dunque di una singolare filosofia della storia secondo la quale Jahvè continua ad essere solo il Dio degli Ebrei, la cui potenza però gli consente di manovrare la storia e le volontà umane a suo piacimento.

Il secondo aspetto riguarda il significato e l’estensione della punizione. Per quanto atroce, la punizione non attesta il definitivo abbandono da parte di Dio del suo popolo, bensì una correzione destinata a rigenerarlo. Essa dunque si realizzerà secondo il principio della responsabilità personale:

"Beato il giusto, perchè egli avrà bene,

mangerà il frutto delle sue opere.

Guai all’empio! Lo colpirà la sventura,

secondo i misfatti delle sue mani avrà la mercede." Isaia 3, 10 - 11

Benchè preannunciata, la catastrofe che sopravviene è terribile. Prima Samaria poi Gerusalemme, nel volgere di un secolo e mezzo, sono conquistate e distrutte. La deportazione assira, disperdendo gli Ebrei, dissolve di fatto la loro comunità e li obbliga ad integrarsi con le altre popolazioni. La deportazione babilonese è più clemente: la comunità persiste, ritrova anzi nella disperazione una coesione sociale perduta. Ma si tratta di un ‘resto’ pervaso dalla disperazione. Com’è possibile - ci si chiede - che Jahvè abbia abbandonato il suo popolo ad una sorte così miserabile? Perchè i ‘giusti’, rimasti fedeli alla legge mosaica, sono stati puniti come gli empi? Perchè Jahvè ha messo il suo popolo nelle mani di pagani che nè lo riconoscono nè lo rispettano?

E’ nel periodo dell’esilio che la classe sacerdotale e i Profeti ritrovano l’unità. Essi si impegnano a raccogliere i documenti biblici preesistenti, a rielaborarli e ad avviare la redazione definitiva della Bibbia. Questo impegno li obbliga ad una riflessione sulla storia del popolo ebraico che modifica in maniera rilevante l'ideologia religiosa. Un aspetto fondamentale di questa riflessione riguarda l’imperscrutabilità della volontà divina. Dio sa sempre quello che fa: è l’uomo che non riesce a capire il senso delle sue azioni. Per quanto terribile, dunque, la punizione va accolta come una lezione salutare destinata a purificare il popolo eletto. Già presente nel primo libro di Isaia, il tema del ‘resto’, del manipolo di ‘giusti’ scampati alla morte si impone come prova di una persistente predilezione. Come Noè è scampato al diluvio, così il ‘resto’ rappresenterà il germoglio di un nuovo popolo rigenerato, più fedele alla legge mosaica e di nuovo unito sotto la guida di un Messia:

"Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,

un virgulto germoglierà dalle sue radici.

Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

spirito di sapienza e di intelligenza,

spirito di consiglio e di fortezza,

spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Si compiacerà del timore del Signore.

Non giudicherà secondo le apparenze

e non prenderà decisioni per sentito dire;

ma giudicherà con giustizia i miseri

e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.

La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento;

con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.

Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia,

cintura dei suoi fianchi la fedeltà...

Cesserà la gelosia di Efraim

e gli avversari di Giuda saranno sterminati;

Efraim non invidierà più Giuda

e Giuda non osteggerà più Efraim.’ Isaia 11, 1 - 13

La nuova promessa di Jahvè di fare risorgere dalle ceneri il suo popolo, che viene ripetuta da tutti i Profeti antichi nelle forme più varie, merita un’analisi approfondita poichè essa contiene una serie di problematiche che incideranno profondamente sugli sviluppi teologici successivi. Il germoglio da cui prenderà origine una nuova umanità coesa nella fedeltà a Jahvè attesta che la predilezione di Dio viene colta ormai come selettiva. Gli eletti sono un ‘resto’ del popolo ebraico. Il rapporto col passato è assicurato solo dal fatto che il germoglio spunterà sul tronco di Iesse, vale a dire che esso sancirà e restaurerà il primato di Davide e della discendenza davidica. Il riferimento a Davide attesta che la restaurazione viene anticipata nei termini messianici di un potere politico regale subordinato, almeno formalmente, al potere sacerdotale. L’esercizio del potere sarà rivolto a risolvere il problema della giustizia sociale, nel quale viene individuata la causa che ha animato la terribile ira e la rappresaglia divina. La nuova promessa vagheggia dunque un mondo giusto sottoposto al potere regale e sacerdotale.

La riunione in nome di Jahvè non è destinata peraltro a modificare il sogno degli Ebrei di un dominio sui popoli limitrofi:

"Voleranno verso occidente contro i Filistei,

saccheggeranno insieme le tribù dell’oriente,

stenderanno le mani su Edom e su Moab

e gli Ammoniti saranno loro sudditi." Isaia 11, 14

"Il Signore infatti avrà pietà di Giacobbe e si sceglierà ancora Israele e

li ristabilirà nel loro paese. A loro si uniranno gli stranieri, che saranno

incorporati nella casa di Giacobbe.

I popoli li accoglieranno e li ricondurranno nel loro paese

e se ne impossesserà la casa di Israele nel paese del Signore come schiavi e schiave;

così faranno prigionieri coloro che li avevano resi schiavi

e domineranno i loro avversari." Isaia 14, 1 - 2

Coi Profeti più antichi si realizza dunque una rivoluzione teologica, ma è una rivoluzione imposta dalle circostanze storiche. I Profeti devono spiegare la ribellione dei capi, dei re e dei sacerdoti alla volontà divina, ma il loro moralismo conservatore non consente loro altro che di vedere in essa una tendenza al male intrinseca alla natura umana. Essi devono spiegare la catastrofe che pone fine al regno del Nord prima e a quello del Sud poi, distruggendo Gerusalemme e il tempio, e investendo i giusti non meno degli empi. La loro fede cieca nel Dio della giustizia non può comportare che il radicalizzarsi di una filosofia della storia che assegna a Jahvè il ruolo di arbitro del mondo intero, che egli muove e usa ai suoi fini. La stessa fede cieca porta ad escludere la possibilità che Jahvè sia venuto definitivamente meno alla promessa fatta al suo popolo. La punizione non può dunque rappresentare che uno strumento di rigenerazione destinato a far germogliare da un ‘resto’ rimasto fedele a Jahvè un tronco vigoroso che restaurerà il potere davidico e restituirà agli Ebrei il primato su tutti i popoli della terra.

Il riscatto di Israele sopravviene in seguito alla vittoria di Ciro sui Babilonesi. Seguace dello zoroastrismo, convinto che la storia sia un conflitto tra le forze del bene e quelle del male destinato ad esitare nella vittoria del bene, e che il Dio degli Ebrei appartenga alle forze del bene, Ciro concede agli Ebrei di tornare in patria, di ricostruire il Tempio e di dedicarsi al loro culto. Il ritorno dei ‘giusti’, di un manipolo nel quale è fortemente rappresentata la classe sacerdotale, è sotteso da grandi speranze. Ma la situazione in Palestina è molto distante dalle loro aspettative. Gerusalemme è devastata. Nel territorio giudaico si sono infiltrate molte popolazioni pagane. Anche gli Ebrei colà sono rimasti, appartenenti alle classi più umili - pastori e contadini - si sono ulteriormente allontanati dalla fede mosaica, e hanno ceduto all’idolatria. Essi inoltre si sono appropriati ormai da tempo dei beni immobili lasciati dai deportati in Babilonia, e oppongono accanite resistenze alle rivendicazioni dei proprietari. Al Nord i Samaritani, di sangue misto, che coltivano Jahvè come il più potente tra gli dei e sono fieramente avversi al rigorismo mosaico, non vedono di buon occhio il restaurarsi, a Gerusalemme, del potere dei Leviti.

Tra i ‘giusti’ stessi c’è un contrasto aperto tra coloro che sognano la restaurazione del potere davidico e assumono la promessa di Dio in termini politici non meno che spirituali, e coloro che ormai, sulla scorta dei profeti, identificano la grandezza di Israele nella sua religione e pensano che il dominio universale di Jahvè non potrà essere che spirituale. Questi due orientamenti, che lentamente ma inesorabilmente si scinderanno, convergono su di un solo punto: la necessità di un ritorno e di un rispetto rigoroso della legge mosaica. Ma tale rispetto implica anche la restaurazione dell’ordine sociale mosaico, e in particolare la restaurazione del potere sacerdotale.

Nel lungo periodo dell’esilio il sacerdozio levitico ha recuperato il prestigio che, nel periodo pre - esilico, aveva perduto. Per effetto soprattutto dell’influenza dei Profeti, la classe sacerdotale ha modificato radicalmente il suo tenore di vita, rendendolo più consono con la sua funzione, ha coltivato e tenuto in vita la fede in Jahvè, e si è dedicata alla raccolta dei testi biblici e alla stesura definitiva della Bibbia.

La ricostruzione di Gerusalemme e del tempio procede a fatica, continuamente minacciata dalle popolazioni circostanti. La promessa di Jahvè non si realizza nei termini trionfali con cui essa è stata preconizzata dai Profeti. Le difficoltà esasperano i conservatori che infine trovano in Neemia e in Esdra, due rappresentanti dei ceti dominanti, inviati a Gerusalemme da Babilonia, i loro campioni. La descrizione del loro operato, che viene fornita nella Bibbia nei libri ad essi intitolati, è fortemente influenzata dal potere sacerdotale. Essa non può ignorare le difficoltà incontrate, ma mostra un popolo raccolto intorno ai sacerdoti che, con i suoi eroici sforzi, ricostruisce il tempio e le mura di Gerusalemme, e stabilisce con Jahvè una nuova alleanza incentrata sul rispetto rigoroso della legge mosaica.

Ma, al solito, questa descrizione trionfalistica cela una realtà sociale alquanto diversa. I precetti mosaici sono disattesi:

"In quei giorni osservai in Giuda alcuni che pigiavano nei tini in giorno di sabato, altri che trasportavano i covoni e li caricavano sugli asini, e anche vino, uva, fichi e ogni sorta di carichi, che introducevano a Gerusalemme in giorno di sabato; io protestai a causa del giorno in cui vendevano le derrate. C’erano anche alcuni di Tiro stabiliti a Gerusalemme che importavano pesce e ogni sorta di merci e le vendevano ai figli di Giuda in giorno di sabato e in Gerusalemme. Allora io rimproverai i notabili di Giuda e dissi loro: "Che cosa è mai questo male che fate, profanando il giorno di sabato? I nostri padri non hanno fatto così? Il nostro Dio per questo ha fatto cadere su noi e su questa città tutti questi mali. Voi accrescete l’ira accesa contro Israele, profanando il sabato!". Neemia 13, 15 - 18;

i tributi al tempio non vengono pagati:

"Seppi anche che le porzioni dovute ai leviti non erano state date e che i leviti e i cantori, incaricati del servizio, erano fuggiti ognuno al suo paese. Allora rimproverai i magistrati e dissi loro: "Perchè la casa di Dio è stata abbandonata?". Poi radunai i leviti e i cantori e li ristabilii nei loro uffici. Allora tutto Giuda portò ai magazzini le decime del frumento, del vino e dell’olio" Neemia 13, 10 - 12;

il popolo ebraico si imparenta con i pagani:

"Il popolo d’Israele, i sacerdoti e i leviti non si sono separati dalle popolazioni locali, nonostante i loro abomini, cioè dai Cananei, Hittiti, Perizziti, Gebusei, Ammoniti, Moabiti, Egiziani, Amorrei, ma hanno preso in moglie le loro figlie per sè e per i loro figli: così hanno profanato la stirpe santa con le popolazioni locali; anzi i capi e i magistrati sono stati i primi a darsi a questa infedeltà". Esdra 9, 1 - 2.

Occorre il pugno di ferro per instaurare un regime teocratico, per ricondurre il popolo sulla retta via, che comporta una rigida endogamia e il rispetto dei privilegi sacerdotali. Ma questo regime non risolve i problemi sociali. La miseria rimane diffusa e, come sempre, viene incrementata dal sistema dei prestiti che vede convolti tutti i ceti dominanti:

"Si alzò un gran lamento da parte della gente del popolo e delle loro mogli contro i loro fratelli Giudei. Alcuni dicevano: "Noi, i nostri figli e le nostre figlie siamo numerosi; ci si dia il grano perchè possiamo mangiare e vivere!". Altri dicevano: "Dobbiamo impegnare i nostri campi, le nostre vigne e le nostre case per assicurarci il grano durante la carestia!". Altri ancora dicevano: "Abbiamo preso denaro a prestito sui nostri campi e sulle nostre vigne per pagare il tributo del re. La nostra carne è come la carne dei nostri fratelli, i nostri figli sono come i loro figli; ecco dobbiamo sottoporre i nostri figli e le nostre figlie alla schiavitù e alcune delle nostre figlie sono gia state ridotte schiave; noi non abbiamo via d’uscita, perchè i nostri campi e le nostre vigne sono in mano d’altri". Quando udii i loro lamenti e queste parole, ne fui molto indignato. Dopo aver riflettuto dentro di me, ripresi duramente i notabili e i magistrati e dissi loro: "Dunque voi esigete un interesse da usuraio dai nostri fratelli?". Convocai contro di loro una grande assemblea e dissi loro: "Noi, secondo la nostra possibilità, abbiamo riscattato i nostri fratelli Giudei che si erano venduti agli stranieri e voi stessi vendereste i vostri fratelli ed essi si venderebbero a noi?". Allora quelli tacquero e non seppero che rispondere. Io dissi: "Quello che voi fate non è ben fatto. Non dovreste voi camminare nel timore del nostro Dio per non essere scherniti dagli stranieri nostri nemici? Anch’io, i miei fratelli e i miei servi abbiamo dato loro in prestito denaro e grano. Ebbene, condoniamo loro questo debito! Rendete loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti e le loro case e l’interesse del denaro del grano, del vino e dell’olio di cui siete creditori nei loro riguardi".

Quelli risposero: "Restituiremo e non esigeremo più nulla da loro; faremo come tu dici". Allora chiamai i sacerdoti e in loro presenza li feci giurare che avrebbero mantenuto la promessa." Neemia 5, 1 - 12

Nei tardi Profeti, le cui opere risalgono al periodo post - esilico, lo scarto tra il trionfalismo e la realtà può essere ricostruito indiziariamente.

Il terzo libro di Isaia ripropone il patto di alleanza tra Jahvè, unico Dio che ha sconfitto tutti gli altri, e il suo popolo come fondamento di un destino luminoso per Israele. I problemi - l’ingiustizia, l’indegnità dei capi, l’idolatria - , come risulta dai primi capitoli, sono presenti più che mai. Ma l’autore è convinto che, in virtù della correzione e del perdono di Jahvè, si apre una nuova epoca che porterà Israele a primeggiare su tutti gli altri popoli:

"Alzati, rivestiti di luce, perchè viene la tua luce,

la gloria del Signore brilla sopra di te.

Poichè, ecco, le tenebre ricoprono la terra,

nebbia fitta avvolge le nazioni;

ma su di te risplende il Signore,

la sua gloria appare su di te.

Cammineranno i popoli alla tua luce,

i re allo splendore del tuo sorgere.

Alza gli occhi intorno e guarda:

tutti costoro si sono radunati, vengono a te.

I tuoi figli vengono da lontano,

le tue figlie sono portate in braccio.

A quella vista sarai raggiante,

palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,

perchè le ricchezze del mare si riverseranno su di te.

verranno a te i beni dei popoli.

Uno stuolo di cammelli ti invaderà,

dromedari di Madian e di Efa,

tutti verranno da Saba, portando oro e incenso

e proclamando le glorie del Signore.

verranno a te i beni dei popoli...

Stranieri ricostruiranno le tue mura,

i loro re saranno al tuo servizio,

perchè nella mia ira ti ho colpito,

ma nella mia benevolenza ho avuto pietà di te.

Le tue porte saranno sempre aperte,

non si chiuderanno nè di giorno nè di notte,

per lasciar introdurre da te le ricchezze dei popoli

e i loro re che faranno da guida.

Perchè il popolo e il regno

che non vorranno servirti periranno

e le nazioni saranno tutte sterminate...

Verranno a te in atteggiamento umile

i figli dei tuoi oppressori;

ti si getteranno proni alle piante dei piedi

quanti ti disprezzavano.

Ti chiameranno Città del Signore,

Sion del Santo di Israele.

Dopo essere stata derelitta,

odiata, senza che alcuno passasse da te,

io farò di te l’orgoglio dei secoli,

la gioia di tutte le generazioni.

Tu succhierai il latte dei popoli,

succhierai le ricchezze dei re." Isaia 60, 1 - 16

"Io esulterò di Gerusalemme,

godrò del mio popolo.

Non si udranno più in essa

voci di pianto, grida di angoscia.

Non ci sarà più

un bimbo che viva solo pochi giorni,

nè un vecchio che dei suoi giorni

non giunga alla pienezza;

poichè il più giovane morirà a cento anni

e chi non raggiunge i cento anni

sarà considerato maledetto.

Fabbricheranno case e le abiteranno,

pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.

Non fabbricheranno perchè un altro vi abiti,

nè pianteranno perchè un altro mangi,

poichè quali i giorni dell’albero,

tali i giorni del mio popolo.

I miei eletti useranno a lungo

quanto è prodotto dalle loro mani.

Non faticheranno invano,

nè genereranno per una morte precoce,

perchè prole di benedetti dal Signore essi saranno

e insieme con essi anche i loro germogli.

Prima che mi invochino, io risponderò;

mentre ancora stanno parlando,

io gia li avrò ascoltati." Isaia 65, 19 - 24

Questo trionfalismo si iscrive ancora nell’ambito della tradizione. La grandezza spirituale di Israele, fedele al suo unico Dio, è premiata dalla prosperità e dalla ricchezza.

Ma Gioele, che profetizza intorno al 450, descrive una situazione desolata:

"Cingete il cilicio e piangete, o sacerdoti,

urlate, ministri dell’altare,

venite, vegliate vestiti di sacco,

ministri del mio Dio,

poichè priva d’offerta e libazione

è la casa del vostro Dio...

Sono marciti i semi

sotto le loro zolle,

i granai sono vuoti,

distrutti i magazzini,

perchè è venuto a mancare il grano.

Come geme il bestiame!

Vanno errando le mandrie dei buoi,

perchè non hanno più pascoli;

anche i greggi di pecore vanno in rovina." Gioele 1, 13 - 18

Le ragioni reali di questa desolazione sono fornite da Malachia:

"Io sono il Signore, non cambio;

voi, figli di Giacobbe, non siete ancora al termine.

Fin dai tempi dei vostri padri

vi siete allontanati dai miei precetti,

non li avete osservati.

Ritornate a me e io tornerò a voi,

dice il Signore degli eserciti.

Ma voi dite:

"Come dobbiamo tornare?".

Può un uomo frodare Dio?

Eppure voi mi frodate

e andate dicendo:

"Come ti abbiamo frodato?".

Nelle decime e nelle primizie.

Siete gia stati colpiti dalla maledizione

e andate ancora frodandomi,

voi, la nazione tutta!

Portate le decime intere nel tesoro del tempio,

perchè ci sia cibo nella mia casa;

poi mettetemi pure alla prova in questo,

- ?dice il Signore degli eserciti -

se io non vi aprirò le cateratte del cielo

e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti.

Terrò indietro gli insetti divoratori

perchè non vi distruggano i frutti della terra

e la vite non sia sterile nel campo,

dice il Signore degli eserciti.

Felici vi diranno tutte le genti,

perchè sarete una terra di delizie,

dice il Signore degli eserciti." Malachia 3, 6 - 12

Nel quadro desolato descritto da Gioele e nell’animato colloquio tra Jahvè e il suo popolo messo in scena da Malachia si intravede una realtà sociale inequivocabile. Il popolo ebreo, prima e dopo la riforma di Esdra e Neemia, continua a ribellarsi, a frodare Dio non assolvendo il suo dovere nei confronti del tempio e della classe sacerdotale. Esso dunque è rimasto, come all’epoca di Mosè, un popolo di dura cervice, la cui tendenza alla trasgressione sembra incoercibile. I motivi reali di questa persistente ribellione sono restituiti da Malachia:

"Duri sono i vostri discorsi contro di me - dice il Signore - e voi

andate dicendo: "Che abbiamo contro di te?". Avete affermato:

"E’ inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi

comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli

eserciti? Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il

male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti." Malachia 3, 13 - 15

Sono dunque, come sempre, le ingiustizie e le delusioni ad animare l’infedeltà del popolo.

7) La religione del declino

Il pensiero profetico si estingue sul finire del IV° secolo semplicemente perchè esso è stato smentito dalla realtà. Dal germoglio dei ‘giusti’ non si è rigenerata una nazione coesa intorno al suo Dio e alla Legge, nè è fiorito il regno della giustizia. La speranza del Messia davidico e del trionfo di Israele su tutti i popoli della terra sembra illanguidirsi. Gerusalemme col suo tempio sopravvive ma la disaffezione del popolo rispetto a Jahvè e ai culti mosaici aumenta progressivamente.

La delusione, la frustrazione, l’ingiustizia sociale, l’impotenza di Dio a intervenire per porre ordine sulla terra pongono in gioco le certezze tradizionali. La crisi sociale, morale, religiosa, che minaccia l’ideologia della Promessa sulla quale si è fondata tutta la storia di Israele, richiede delle risposte che la teologia tradizionale, ferma alla religione del mondo, non può fornire.

Qualche inquietudine ideologica e qualche tentativo di risposta compare già nei Profeti a partire dall’esilio. Perchè c’è tanto male sulla terra da obbligare Dio a intervenire di continuo? Se Dio non ha creato il male, del quale dunque sarebbe responsabile, da dove esso è venuto? Ammettere un peccato originale che si trasmetterebbe di generazione in generazione è una soluzione poco compatibile con la giustizia divina. Non resta che pensare ad una naturale inclinazione dell’uomo al male, per cui ogni uomo inesorabilmente è un peccatore. Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza da dove viene questa inclinazione se non dalla difficoltà che quegli ha di rimanere fedele alla legge che lo preserva dal peccato? Ma, se questo è vero, perchè i giusti, che fanno il possibile per attenersi alla legge, non hanno una sorte diversa dagli empi, anzi talora ne hanno una peggiore? Forse la giustizia divina non è di questo mondo? O forse la sofferenza dei giusti serve a scontare le colpe degli empi?

Si tratta di problemi enormi sotto il profilo teologico che i Profeti colgono ma ai quali danno delle risposte contraddittorie e incerte. Il problema del male, del dolore e dell’ingiustizia continua a porsi perchè, nonostante i tentativi di riforma, la società ebraica continua ad essere iniqua e a mantenere gran parte del popolo in una situazione di miseria e di oppressione.

Il disagio ideologico è attestato drammaticamente da due libri: l’uno, Giobbe, scritto dopo l’esilio e forse dopo la riforma di Esdra e Neemia, l’altro, Qoelet, scritto vero la metà del III° secolo a. C.

Giobbe è il giusto colpito dalla sventura che non comprende il significato della sua sofferenza e, confrontandola col benessere egli empi, si dispera e giunge ad accusare Dio:

"Per la sventura, disprezzo", pensa la gente

prosperosa,"spinte, a colui che ha il piede tremante".

]Le tende dei ladri sono tranquille,

c’è sicurezza per chi provoca Dio,

per chi vuol ridurre Dio in suo potere." Giobbe 12, 5 - 6

"Perchè vivono i malvagi,

invecchiano, anzi sono potenti e gagliardi?

La loro prole prospera insieme con essi,

i loro rampolli crescono sotto i loro occhi.

Le loro case sono tranquille e senza timori;

il bastone di Dio non pesa su di loro...

Finiscono nel benessere i loro giorni

e scendono tranquilli negli inferi.

Eppure dicevano a Dio: "Allontanati da noi,

non vogliamo conoscer le tue vie.

Chi è l’Onnipotente, perchè dobbiamo servirlo?

E che ci giova pregarlo?".

Non hanno forse in mano il loro benessere?

Il consiglio degli empi non è lungi da lui?

Quante volte si spegne la lucerna degli empi,

o la sventura piomba su di loro,

e infliggerà loro castighi con ira?" Giobbe 21, 7 - 17

"Perchè l’Onnipotente non si riserva i suoi tempi

e i suoi fedeli non vedono i suoi giorni?

I malvagi spostano i confini,

rubano le greggi e le menano al pascolo;

portano via l’asino degli orfani,

prendono in pegno il bue della vedova.

Spingono i poveri fuori strada,

tutti i miseri del paese vanno a nascondersi.

Eccoli, come ònagri nel deserto

escono per il lavoro;

di buon mattino vanno in cerca di vitto;

la steppa offre loro cibo per i figli.

Mietono nel campo non loro;

racimolano la vigna del malvagio.

Nudi passan la notte, senza panni,

non hanno da coprirsi contro il freddo.

Dagli scrosci dei monti sono bagnati,

per mancanza di rifugi si aggrappano alle rocce.

Rapiscono con violenza l’orfano

e prendono in pegno ciò che copre il povero.

Ignudi se ne vanno, senza vesti

e affamati portano i covoni.

Tra i filari frangono le olive,

pigiano l’uva e soffrono la sete.

Dalla città si alza il gemito dei moribondi

e l’anima dei feriti grida aiuto:

Dio non presta attenzione alle loro preghiere." Giobbe 24, 1 - 12

"Io grido a te, ma tu non mi rispondi,

insisto, ma tu non mi dai retta.

Tu sei un duro avversario verso di me

e con la forza delle tue mani mi perseguiti;

mi sollevi e mi poni a cavallo del vento

e mi fai sballottare dalla bufera.

So bene che mi conduci alla morte,

alla casa dove si riunisce ogni vivente.

aspettavo il bene ed è venuto il male,

aspettavo la luce ed è venuto il buio." Giobbe 30, 20 - 23

La denuncia di Giobbe è implacabile, ma diventa ancora più drammatica se si considera l’orizzonte esistenziale cui essa fa riferimento: l’orizzonte mondano. La vita finisce con la morte. Che significato ha dunque che il giusto debba soffrire tanto? Se Dio, per correggerlo di colpe che non ha commesso, lo fa soffrire tutta la vita, quando avverrà la retribuzione dei suoi meriti?

"Perchè tu mi hai tratto dal seno materno?

Fossi morto e nessun occhio m’avesse mai visto!

Sarei come se non fossi mai esistito;

dal ventre sarei stato portato alla tomba!

E non son poca cosa i giorni della mia vita?

Lasciami, sì ch’io possa respirare un poco

prima che me ne vada, senza ritornare,

verso la terra delle tenebre e dell’ombra di morte,

terra di caligine e di disordine,

dove la luce è come le tenebre." Giobbe 10, 18 - 22

"L’uomo, nato di donna,

breve di giorni e sazio di inquietudine,

come un fiore spunta e avvizzisce,

fugge come l’ombra e mai si ferma.

Tu, sopra un tal essere tieni aperti i tuoi occhi

e lo chiami a giudizio presso di te?

Chi può trarre il puro dall’immondo? Nessuno.

Se i suoi giorni sono contati,

se il numero dei suoi mesi dipende da te,

se hai fissato un termine che non può oltrepassare,

distogli lo sguardo da lui e lascialo stare

finchè abbia compiuto, come un salariato, la sua

giornata!

Poichè anche per l’albero c’è speranza:

se viene tagliato, ancora ributta

e i suoi germogli non cessano di crescere;

se sotto terra invecchia la sua radice

e al suolo muore il suo tronco,

al sentore dell’acqua rigermoglia

e mette rami come nuova pianta.

L’uomo invece, se muore, giace inerte,

quando il mortale spira, dov’è?

Potranno sparire le acque del mare

e i fiumi prosciugarsi e disseccarsi,

ma l’uomo che giace più non s’alzerà,

finchè durano i cieli non si sveglierà,

nè più si desterà dal suo sonno.

Oh, se tu volessi nascondermi nella tomba,

occultarmi, finchè sarà passata la tua ira,

fissarmi un termine e poi ricordarti di me!

Se l’uomo che muore potesse rivivere,

aspetterei tutti i giorni della mia milizia

finchè arrivi per me l’ora del cambio!" Giobbe 14, 1 - 14

La conclusione cui giunge Giobbe è terribile:

"Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta,

chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!" Giobbe 19, 7

Questo grido esprime lo stato d’animo, disperato e disilluso, di gran parte del popolo ebraico. Nei capitoli finali interviene direttamente Dio a rispondere ai quesiti di Giobbe. Ma le risposte sono improprie perchè, a livello ideologico, esse ancora non esistono. Sfoggiando la potenza della creazione, Dio semplicemente richiama Giobbe alla sua finitezza e lo costringe ad accettare la sua imperscrutabile volontà.

Il libro di Giobbe denuncia una disperazione terrena alla quale non c’è scampo, perchè, ancora nel V° secolo a. C., la vita finisce con la morte. Ed è la morte, non Dio, a uguagliare gli uomini.

Solo apparentemente la disperazione di Qoelet è ancora più radicale e assume una configurazione cosmica:

"Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

vanità delle vanità, tutto è vanità.

Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno

per cui fatica sotto il sole?

Una generazione va, una generazione viene

ma la terra resta sempre la stessa.

Il sole sorge e il sole tramonta,

si affretta verso il luogo da dove risorgerà.

Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;

gira e rigira

e sopra i suoi giri il vento ritorna.

Tutti i fiumi vanno al mare,

eppure il mare non è mai pieno:

raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.

Tutte le cose sono in travaglio

e nessuno potrebbe spiegarne il motivo." Qoelet 1, 2 - 8

"Ho preso in odio la vita, perchè mi è sgradito quanto si fa sotto il

sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento." Qoelet 2, 17

"Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto

l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi

giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa

neppure di notte." Qoelet 3, 22 - 23

"Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole.

Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei

loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli.

Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi

che sono ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi

ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il

sole." Qoelet 4, 1 - 3

"Tutto ho visto nei giorni della mia vanità: perire il giusto nonostante

la sua giustizia, vivere a lungo l’empio nonostante la sua iniquità." Qoelet 7, 15

"Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima

sorte tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la

stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita, poi se ne vanno fra i

morti. Certo, finchè si resta uniti alla società dei viventi c’è

speranza: meglio un cane vivo che un leone morto. I vivi sanno che

moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perchè

il loro ricordo svanisce. Il loro amore, il loro odio e la loro invidia,

tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade

sotto il sole." Qoelet 9, 2 - 6

Nonostante il pessimismo, che simula una profondità di riflessione, Qoelet è un pensatore banale. La vita, che è un perenne travaglio, non ha senso per l’uomo perchè precipita nella morte. Ma deve avere un qualche imperscrutabile senso per Dio che l’ha creata. L’uomo deve adattarsi al non senso della vita cercando di goderla:

"Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche;

ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio.

Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui?" Qoelet 2, 24 - 25

"Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perchè si

occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha

messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini

possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho

concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella

loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio.

Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere.

Dio agisce così perchè si abbia timore di lui." Qoelet 3, 10 - 13

"Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare

l’affannarsi che si fa sulla terra - poichè l’uomo non conosce riposo nè

giorno nè notte - allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo

non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si

affatichi a cercare, non può scoprirla." Qoelet 8, 16 - 17

Sia in Giobbe che in Qoelet c’è un’acuta percezione della realtà sociale e esistenziale: il male, il dolore, l’ingiustizia, il non senso dominano l’esperienza umana. Ma essi, costretti nell’orizzonte della teologia tradizionale, non hanno alcuna risposta a questi problemi che vada al di là del richiamo all’imperscrutabile volontà divina. E’ evidente che questa risposta segnala anche la crisi profonda della teologia tradizionale, che ha preso origine dalla promessa di Dio di un futuro radioso e trionfante per il popolo ebraico, confermata dai Profeti dal fondo della desolazione.

La promessa, però, non si è realizzata. Nonostante il rientro in Palestina e la restaurazione del tempio e del culto, le ingiustizie sociali sono persistite, addirittura aggravandosi. Nel 332 a. C. Israele viene conquistata da Alessandro Magno e, dopo la sua morte, cade sotto il dominio seleucida. Già confuso, il popolo sbanda. Rimangono vincolati alla legge mosaica solo i sacerdoti, che hanno i loro interessi, e gli Asidei, una setta integralista ostile alla classe sacerdotale che si separa dal resto della popolazione per non essere contaminata e continua a praticare pedissequamente i precetti tradizionali.
Solo Antioco IV Epifane che, conquistata Gerusalemme, ne profana il tempio sostituendo Zeus a Jahvè, mette in moto una resistenza che assume il carattere di una rivolta e giunge a restaurare l’indipendenza di Israele. Ma la fede che viene restaurata in nome della legge mosaica è troppo tradizionale per fornire risposte ai problemi che la storia pone.

Tali risposte si trovano in due libri tardivi: il libro di Daniele e il libro della Sapienza. Il libro di Daniele, scritto presumibilmente nel corso della persecuzione di Antioco, dopo aver mostrato l’eroismo dei martiri che, per sostenere la loro fede, affrontano pericoli mortali, si apre su di uno scenario apocalittico che comporta la fine del mondo, la resurrezione dei morti, il giudizio universale e il trionfo definitivo del giusti.

Il libro della Sapienza, scritto in greco e influenzato dall’ambiente ellenistico, prende atto che, nell’orizzonte mondano, le ragioni degli empi sono valide:

"La nostra vita è breve e triste;

non c’è rimedio, quando l’uomo muore,

e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi.

Siamo nati per caso

e dopo saremo come se non fossimo stati.

E’ un fumo il soffio delle nostre narici,

il pensiero è una scintilla

nel palpito del nostro cuore.

Una volta spentasi questa, il corpo diventerà cenere

e lo spirito si dissiperà come aria leggera.

Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo

e nessuno si ricorderà delle nostre opere.

La nostra vita passerà come le tracce di una nube,

si disperderà come nebbia

scacciata dai raggi del sole

e disciolta dal calore.

La nostra esistenza è il passare di un’ombra

e non c’è ritorno alla nostra morte,

poichè il sigillo è posto e nessuno torna indietro.

Su, godiamoci i beni presenti,

facciamo uso delle creature con ardore giovanile!

Inebriamoci di vino squisito e di profumi,

non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera,

coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano;

nessuno di noi manchi alla nostra intemperanza.

Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia

perchè questo ci spetta, questa è la nostra parte.

Spadroneggiamo sul giusto povero,

non risparmiamo le vedove,

nessun riguardo per la canizie ricca d’anni del vecchio.

La nostra forza sia regola della giustizia,

perchè la debolezza risulta inutile.

Tendiamo insidie al giusto, perchè ci è di imbarazzo

ed è contrario alle nostre azioni;

ci rimprovera le trasgressioni della legge

e ci rinfaccia le mancanze

contro l’educazione da noi ricevuta.

Proclama di possedere la conoscenza di Dio

e si dichiara figlio del Signore.

E’ diventato per noi una condanna dei nostri sentimenti;

ci è insopportabile solo al vederlo,

perchè la sua vita è diversa da quella degli altri,

e del tutto diverse sono le sue strade.

Moneta falsa siam da lui considerati,

schiva le nostre abitudini come immondezze.

Proclama beata la fine dei giusti

e si vanta di aver Dio per padre.

Vediamo se le sue parole sono vere;

proviamo ciò che gli accadrà alla fine.

Se il giusto è figlio di Dio, egli l’assisterà,

e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.

Mettiamolo alla prova con insulti e tormenti,

per conoscere la mitezza del suo carattere

e saggiare la sua rassegnazione.

Condanniamolo a una morte infame,

perchè secondo le sue parole il soccorso gli verrà." Sapienza 2, 1 - 20

Ma gli empi sbagliano. L’anima è immortale e gli uomini saranno giudicati da Dio dopo la morte. I beati saranno destinati alla felicità eterna, gli empi alla punizione eterna:

"Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;

lo fece a immagine della propria natura.

Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo;

e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono." Sapienza 2, 23 - 24

"Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,

nessun tormento le toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero;

la loro fine fu ritenuta una sciagura,

la loro partenza da noi una rovina,

ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,

la loro speranza è piena di immortalità.

Per una breve pena riceveranno grandi benefici,

perchè Dio li ha provati

e li ha trovati degni di sè:

li ha saggiati come oro nel crogiuolo

e li ha graditi come un olocausto.

Nel giorno del loro giudizio risplenderanno;

come scintille nella stoppia, correranno qua e là.

Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli

e il Signore regnerà per sempre su di loro." Sapienza 3, 1 - 8

"Ma gli empi per i loro pensieri riceveranno il castigo,

essi che han disprezzato il giusto

e si son ribellati al Signore." Sapienza 3, 10

L’esperienza terrena, caratterizzata dal trionfo degli empi e dalla sofferenza dei giusti, non è che apparenza. Il problema dell’ingiustizia e del male, che ha rischiato di far naufragare la fede in Jahvè, è risolto. Questo nuovo orizzonte ideologico, che trascende la tradizionale religione del mondo, ma che non viene accettato dalla maggioranza degli Ebrei, è quello nel quale si muoverà la predicazione di Gesù e che presiederà alla nascita del Cristianesimo.

Parte terza. La religione di Gesù

1) Il contesto storico e culturale

Dal 63 a. C. la Palestina è sotto il dominio romano, che si estende a tutti i paesi del mediterraneo. Per il popolo ebraico, convinto che l’alleanza con Dio dovesse destinarlo all’indipendenza e a uno statuto di superiorità sugli altri popoli, l’accettazione dell’occupazione romana riesce molto difficile. Essa viene subita, ma, tranne alcuni rappresentanti dei ceti dominanti che trovano vantaggio nell’allearsi con i Romani, è vissuta come uno stato transitorio che, un giorno a l’altro, dovrà mutare. Jahvè - si pensa - non potrà lasciare per sempre il suo popolo eletto nelle mani dei pagani.

Seguendo la politica intrattenuta da sempre con i popoli vinti, Roma lascia agli Ebrei la libertà di culto, ma arroga a sè il potere politico e amministrativo, e privilegia i grossi proprietari terrieri per assicurarsene il consenso.

Nonostante la comune matrice testuale e tradizionale, che si riconduce alla legge mosaica, il Giudaismo è una realtà notevolmente differenziata. In Giudea, e in particolare a Gerusalemme, prevale un rigido conservatorismo incentrato sul tempio, che viene ritenuto l’unico luogo di culto ufficiale, ove le offerte, i sacrifici, le pratiche rituali seguono, dall’epoca della riforma di Esrda e Neemia, le procedure conformi alla legge mosaica. Anche la vita quotidiana è impregnata di religiosità. Nelle sinagoghe Farisei e dottori della legge insegnano al popolo, sulla base dell’interpretazione dei testi biblici, a vivere in maniera da eseguire la volontà divina e da non trovarsi, neppure per caso, in condizione di peccare. La vita sociale è dominata dal rito.

In Samaria, ove è stato costruito un tempio in opposizione a quello di Gerusalemme, si osserva la legge mosaica ma si contesta il Sacerdozio levitico. L’avversione tra Giudei e Samaritani, che non hanno il sangue puro, essendo il frutto dell’incrocio degli ebrei con gli assiri,, è aspra e incolmabile.

In Galilea, dove la popolazione è mista, la vita religiosa riconosce il suo epicentro nelle sinagoghe. Anche se non si dà una contestazione del sacerdozio levitico, esso è quasi ignorato. I Sadducei sono poi univocamente avversati per il loro tenore di vita, l’insensibilità nei confronti del popolo e l’alleanza con i Romani.

Già critica da molto tempo, la situazione sociale in Giudea precipita in seguito all’occupazione romana. Lo scarto tra i ricchi e i poveri, che ha rappresentato il dramma ebraico dall’epoca di Salomone, si è progressivamente accentuato. I ricchi sono i Sadducei, gli uomini del Tempio, che detengono il potere religioso ufficiale, molti dei quali sono grandi proprietari terrieri. Conservatori dal punto di vista religioso, essi fanno riferimento al Pentateuco che ha istituito l’ordine sacerdotale e sono fedeli alleati di Roma. Non credono nè all’immortalità dell’anima nè alla resurrezione dei corpi. Rimangono in breve vincolati alla tradizionale religione del mondo, posta in crisi dal pensiero profetico, la quale identifica lo status elevato con il favore di Dio.

La classe sacerdotale levitica, che officia nel Tempio, è eterogenea. Alcuni suoi rappresentanti sono uomini di fede sicura; altri di fede incerta; altri ancora semplicemente preoccupati dei loro privilegi. Al potere religioso del tempio si oppone quello delle sinagoghe, ove i dottori della Legge leggono e interpretano i testi biblici cercando di applicarli alle infinite circostanze della vita quotidiana. I dottori della Legge sono di tendenza farisaica. I Farisei rappresentano i più fedeli testimoni della legge mosaica, coloro che individuano la salvezza di Giuda nella capacità di rimanere fedeli alla lettera dei precetti mosaici. Essi sono alleati del popolo, che riconosce la loro sostanziale onestà, propugnano una società giusta e solidale, avversano profondamente i Sadducei e coltivano la speranza di un messia davidico che libererà gli Ebrei dal giogo romano.

Ai Farisei e ai Sadducei, reciprocamente ostili, si contrappongono delle sette radicali, tra le quali hanno paricolare importanza gli Zeloti e gli esseni. Gli Zeloti sono fieramente avversi sia ai Sadducei che ai Romani. Incuranti della potenza imperiale, sono convinti, in nome di Jahvè, di potere liberare la Palestina dall’occupazione e di potere restaurare il regno davidico. A tal fine sono pronti sia al terrorismo che all’azione armata. Gli esseni, entrati in rotta col potere religioso ufficiale, si sono ritirati dalla società dandosi ad una vita monastica, incentrata su di un regime di vita comunistico. Essi ritengono che il regno di Dio è vicino, e che la sua venuta, coincidente con la fine del mondo, ristabilirà la giustizia con la punizione definitiva degli empi e la beatitudine degli eletti. Sono, fin dal II° secolo a. C., fieramente avversi ai Sadducei e al Sommo Sacerdote, nei quali vedono l’incarnazione del male.

Sicuri della loro alleanza con il ceto ricco, i Romani non temono nè i Farisei nè gli esseni. I loro nemici, peraltro dichiarati, sono gli Zeloti che perseguiteranno sino alla distruzione di Gerusalemme, che farà seguito ad una rivolta da essi avviata.

La società ebraica residente in Palestina è dunque lacerata al suo interno e irrequieta.

Gli Ebrei della Diaspora rappresentano invece, tranne qualche eccezione, una fazione moderata. A contatto con la cultura greca, senza rinunciare alla loro fede, essi hanno intuito la possibilità di un’integrazione culturale e religiosa, e hanno assunto un atteggiamento sostanzialmente tollerante nei confronti dei Gentili. Il rapporto con la madre - patria è molto stretto, ma essi hanno difficoltà a comprendere l’irrigidimento dei loro connazionali. Questa difficoltà è accentuata dal fatto che, avendo conseguito in media una situazione economica stabile se non florida, ignorano le tensioni sociali che vigono in Giudea e, in particolare, la drammatica contrapposizione tra la classe dominante e quella subordinata ridotta ormai, per l’esosità del regime fiscale romano e i tributi obbligatori da versare al Tempio, in condizioni di estrema miseria.

La situazione del popolo ebreo, fatta eccezione per la classe dominante, è realmente disperata. Roma ha avocato a sè gran parte dei traffici commerciali con l’Oriente che, in passato, erano la maggiore fonte di ricchezza per Israele. Data l’arretratezza tecnologica, il reddito agricolo è bassissimo. L’artigianato langue. La miseria reale del popolo è imponente. A ciò occorre aggiungere la frustrazione dovuta all’occupazione romana che, al di là del carico fiscale, illanguidisce le speranze messianiche di riscatto e di potenza.

Un popolo miserabile e disperato paga la sua condizione in termini di un malessere generalizzato che aggiunge, alle conseguenze dirette della malnutrizione, degli effetti psicosomatici. Nei vangeli questo spaccato psico - sociologico si legge in trasparenza. L’attesa del guaritore è imponente. Ma di quali mali si tratta? Di una miscela in cui ai mali fisici si aggiungono quelli psicosomatici. Nel vangelo si parla di troppi ciechi, troppi paralitici, troppi epilettici per non indurre un sospetto in tal senso. Il numero straordinario di indemoniati è una conferma poderosa di una situazione psico - sociale critica.

Su questo sfondo non sorprende che affiorino profeti, veggenti, taumaturghi, predicatori di ogni genere. Uno di questi è Gesù.

2) I Vangeli

"Poichè molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi." Luca 1, 1 - 3

L’esordio del vangelo di Luca attesta che, nei primi decenni dopo la morte di Gesù, sulla scorta dell’insegnamento orale degli apostoli, circolano numerosi scritti inerenti la vita e la predicazione di Gesù. Ciò non sorprende. La Tradizione sostiene che gli Apostoli e i discepoli, dopo la morte di Gesù e la sua resurrezione, cominciano a diffondere la Buona Novella su ispirazione dello Spirito Santo. In realtà, la loro opera è cominciata già prima per iniziativa di Gesù:

"Chiamati a sè i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì.

Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: "Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni." Matteo 10, 1 - 8

"Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: nè pane, nè bisaccia, nè denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: "Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro." Marco 6, 7 - 11

L’invio degli Apostoli in ordine sparso si spiega col fatto che, fin dall’inizio, la predicazione di Gesù attiva delle forti reazioni presso le comunità ebraiche che riconoscono come loro capi i Farisei. Presentandosi in gruppo, essi vengono facilmente individuati e scacciati. In ordine sparso possono invece infiltrarsi nella comunità e svolgere la loro missione: annunciare che il regno di Dio è vicino e sobillare gli Ebrei contro il potere farisaico.

Dopo la morte di Gesù, quest’opera prosegue a Gerusalemme e in Giudea incontrando però, come vedremo, delle resistenze sempre maggiori.

E’ probabile che una collezione di fatti e di detti di Gesù sia stata redatta precocemente in nome dell’esigenza di opporre ai Farisei, il cui insegnamento faceva riferimento all’Antico Testamento, dei documenti miranti a dimostrare che il messaggio di Gesù completava la Rivelazione biblica. Tali documenti si diffondono presso tutte le comunità ebraiche residenti fuori della Palestina, adattandosi però ai diversi contesti socio - culturali. Nelle sinagoghe il confronto e lo scontro tra Ebrei e Cristiani avviene sulla base dell’interpretazione dell’Antico Testamento. Via via che si convertono i pagani si rende necessario fornire loro degli scritti essenziali che prescindano da una conoscenza profonda del libri veterotestamentari e si accordino con la cultura ellenistica. Tali scritti integrano i documenti redatti originariamente a Gerusalemme con il pensiero di Paolo e del suo gruppo, estremamente attivo presso gli Ebrei della Diaspora.

Nonostante gli Apostoli e Paolo si impegnino a mantenere viva una tradizione unitaria della dottrina di Gesù, la diffusione del Cristianesimo crea dei problemi. Le comunità cristiane locali sfuggono spesso, nella teoria e nella pratica, al loro controllo, e aggiungono al corpo centrale della dottrina delle tradizioni orali che, prima o poi, vengono scritte. Dopo tre decenni dalla morte di Gesù, circolano, tra le comunità, i molteplici documenti cui fa riferimento Luca. Data la loro genesi locale, essi comportano di sicuro numerose contraddizioni, resoconti di fatti immaginari e discorsi di Gesù poco attendibili. Insorge perciò l’esigenza, quando i testimoni diretti della predicazione di Gesù sono ancora vivi, di redigere dei testi ufficiali e probanti che riducano il rischio, intrinseco alla tradizione orale, della mitologizzazione. Se la Chiesa fosse un’istituzione già consolidata, ne basterebbe uno solo. Ma, all’epoca, non si dà alcuna possibilità di conciliare con un solo testo le diverse esigenze degli Ebrei convertiti, dei neofiti pagani di cultura ellenistica e dei neofiti di cultura romana. Ciò spiega la produzione di quattro vangeli, la cui rapida canonizzazione, dovuta al prestigio degli autori (due Apostoli, un discepolo di Pietro e un discepolo di Paolo), non pone però fine alla produzione di ulteriori documenti. Vangeli apocrifi sono scritti sino al IV° secolo d. C., ma la loro diffusione è arginata dal credito concesso ai vangeli canonici.

Come per i testi dell’Antico Testamento, anche per quanto concerne i vangeli la Chiesa ha tentato a lungo di retrodatarne la stesura, insistendo a ricondurre quello di Matteo prima e quello di Marco poi ad un arco di tempo tra il 42 e il 50 d. C. Di fronte a dati filologici poco confutabili si è arresa a riconoscere che i Vangeli sono stati redatti tra il 65 e la fine del I° secolo a. C. Il tentativo di retrodatare la stesura dei vangeli è facile da spiegare. L’attendibilità dei testimoni oculari diminuisce gradualmente nel corso del tempo, ed è probabile che i loro ricordi, pur rimanendo vivi, vengano interpretati alla luce di eventi successivi. Ammettendo, poi, che la stesura dei Vangeli sia avvenuta a partire da almeno trent’anni dopo la morte di Gesù, è impossibile non pensare che già prima circolassero documenti scritti sulla sua vita e sui suoi discorsi. Essendo ignoti gli autori, è ovvio attribuirli non a dei testimoni diretti ma alla tradizione orale che, per la Chiesa, è sempre imbarazzante.

Almeno tre diverse circostanze hanno promosso la redazione dei vangeli canonici. Delle prime due - la polemica col giudaismo e la necessità di adattare il messaggio di Gesù al contesto greco - romano - si è detto.

La terza esigenza è di ordine storico, e ha un’importanza, se non misconosciuta, minimizzata dalla Tradizione. Nel 70 d. C. Gerusalemme viene occupata e devastata dai Romani dopo un’eroica, accanita resistenza. Con la distruzione del tempio e l’uccisione di molti esponenti della classe sacerdotale, il Giudaismo storico è finito. Ma esso è finito con una testimonianza di attaccamento alla fede mosaica che è giunta al martirio. Questo evento tragico, che ha coinvolto un’intera popolazione, non solo rinsalda la fede degli Ebrei della Diaspora che, non disponendo più di un centro di culto, si aggrappano ai testi e ai dottori della legge, che ne sono gli interpreti ufficiali. Esso illanguidisce il significato del sacrificio di Gesù che, seppure su sollecitazione degli Ebrei, è comunque stato messo a morte dai Romani. Col venire meno, poi, dei sacerdoti e degli uomini del tempio, il Giudaismo si volge nuovamente ad una pratica incentrata sulla giustizia e sulla solidarietà comunitaristica. Si profila dunque il rischio, che i vangeli mirano a scongiurare, che la predicazione di Cristo risulti troppo intrinseca ad una delle tradizioni ideologiche ebraiche, quella che ha avuto i suoi massimi esponenti nei Profeti.

La devastazione di Gerusalemme comporta inoltre la definitiva presa d’atto, da parte di Roma, della ingovernabilità di un popolo che, in nome della sua religione, si è ricorrentemente ribellato al potere romano. La fede giudaica, che esclude il sincretismo religioso, assume la connotazione di una fede settaria, terroristica, che minaccia la pax romana. Questa attribuzione si estende di riflesso al cristianesimo, considerato a lungo semplicemente come una setta ebraica. I vangeli dunque, per rendere accettabile il Cristianesimo da parte dei Gentili, devono differenziarlo nettamente dal Giudaismo e caratterizzarlo come un messaggio che promuove la pace, la mansuetudine e la solidarietà interetnica.

Queste circostanze spiegano l’impianto comune dei vangeli che cela però delle differenze che, come si è detto, sarebbe stato impossibile azzerare. Ciò è immediatamente evidente considerando lo scarto - linguistico e concettuale - tra i vangeli sinottici e quello di Giovanni. Per apprezzare questo scarto basta mettere a confronto il vangelo di Matteo con quello di Giovanni. In Matteo la vita di Gesù è commentata con un riferimento pressochè continuo alle profezie veterotestamentarie, di cui rappresenterebbe la realizzazione. L’intento di Matteo è dunque quello di dimostrare che Gesù è il Messia vaticinato e atteso dagli Ebrei, che essi non hanno riconosciuto perseguitandolo dalla nascita alla morte. Questo intento non modifica il piano di salvezza predisposto da Dio, che continua a riguardare solo gli Ebrei, ma porta alla conclusione che, tra costoro, solo pochi - gli eletti - sfuggiranno alla sua ira tremenda. Interno alla tradizione ebraica, il vangelo di Matteo la rinnova profondamente. Non c’è più speranza per il popolo eletto ma solo per alcuni Ebrei fedeli a Dio e al suo figlio, capaci di comprendere lo scandalo di un Messia morto sulla croce.

In Giovanni l’etnocentrismo, ancora vivo in Matteo, viene superato d’emblèe. Coloro cui il Messia è stato inviato non lo hanno riconosciuto. L’opposizione tra la carne e lo spirito segna il superamento del vincolo di sangue che ha rappresentato per gli Ebrei il fondamento del loro sentirsi privilegiati da Dio. Il sangue, vale a dire l’appartenere all’etnia ebraica, non ha più alcun significato. La nuova comunità dei figli di Dio, i figli della luce in opposizione a quelli delle tenebre, nasce in virtù dell’adesione a nuovi valori che trascendono la tradizione. E’ la fede nel Figlio di Dio che assicura la salvezza.

Azzerare questa differenza non sarebbe stato possibile nei primi secoli dopo Cristo. Il Cristianesimo non poteva rinunciare al nesso di continuità tra la predicazione e il sacrificio finale di Gesù e l’Antico Testamento nel quale riconosceva non solo il preannuncio della venuta di Gesù ma, nel Genesi, l’antefatto che dava senso al sacrificio espiatorio. D’altro canto quella continuità era imbarazzante poichè sottolineava il debito dei Cristiani nei confronti degli Ebrei ai quali andava il merito di avere tenuto viva, nel corso dei secoli, la fede nell’unico, vero Dio e di averla affidata ai libri sacri. Si trattava dunque di riconoscere la continuità del messaggio cristiano con la religione ebraica e, nel contempo, di affermare l’originalità di tale messaggio nel segno di una discontinuità dovuta al mancato riconoscimento da parte degli Ebrei del Messia. Il vangelo di Matteo e quello di Giovanni risultavano, nella loro complementarietà, funzionali ideologicamente a tal fine, ed è chiaro che una loro fusione sarebbe risultata o impossibile o confusiva.

La differenziazione è abbastanza evidente tra i Vangeli sinottici e il Vangelo di Giovanni, impregnato di cultura ellenistica, che astrae il messaggio di Gesù dal contesto storico e lo restituisce sotto forma filosofica.

Ma anche i vangeli sinottici, nonostante i molteplici punti in comune, presentano delle differenze significative che sarebbe stato arduo tentare di fondere in un’unica stesura. Basta considerare, a questo riguardo, l’incipit dei tre vangeli. Matteo comincia dalla genealogia di Gesù per sottolineare, come vedremo meglio ulteriormente, l’appartenenza di Gesù alla stirpe di Abramo e di Davide, e quindi la sua discendenza regale che giustifica la sua assunzione come ‘unto del Signore’, re dei Giudei. Marco, viceversa, esordisce ex - abrupto rilevando il nesso di continuità tra la predicazione di Giovanni Battista e quella di Gesù, che implica un orientamento fortemente critico nei confronti degli Ebrei e soprattutto dei Farisei. Se vuole la salvezza, il popolo ebraico non può riposare sulla promessa fatta da Dio ad Abramo e realizzatasi con l’avvento messianico di Davide: esso deve convertirsi a Gesù.. Luca infine esordisce descrivendo minuziosamente il carattere miracoloso del concepimento di Giovanni Battista, il cui padre è un sacerdote e la cui madre è della stirpe sacerdotale di Aronne, per sottolineare che, nelle tradizione ebraica, un ‘germoglio’, che fa capo all’istituzione sacerdotale mosaica, si è mantenuto fedele a Dio. Non è un caso che la genealogia di Gesù che egli fornisce successivamente, a differenza di Matteo, non è regale bensì sacerdotale. In breve, per Matteo Gesù va riconosciuto dagli Ebrei come il messia davidico, per Marco egli rompe definitivamente con la tradizione ebraica in virtù di un messaggio radicale che punta sulla conversione spirituale, Luca infine tenta di salvare il salvabile in quella tradizione, e individua il salvabile nella fedeltà del sacerdozio alla legge mosaica. Fondere questi diversi punti di vista sarebbe stato impossibile. Mantenedoli disgiunti essi risultano peraltro funzionali a mantenere aperto un dibattitto sul rapporto tra dottrina e istituzioni ebraiche e cristiane che, solo lentamente, giungerà ad una netta, irreversibile distinzione.

L’analisi comparata dei Vangeli ha indotto alcuni critici laici alla conclusione che essi sono il frutto di una colossale mistificazione. Noi pensiamo viceversa che le differenze che si danno tra di essi e la sostanziale concordanza dei contenuti teologici attestino la buona fede degli Evangelisti che, avendo però intenti e orizzonti culturali diversi, elaborano lo stesso materiale in maniera tale da adattarlo a quegli intenti e ai loro orizzonti. I vangeli non sono l’espressione di una mistificazione ideologica bensì del potere ideologico che hanno diverse motivazioni, consce e inconsce, nell’indurre la lettura della stessa realtà.

3) Profezie veterotestamentarie

La Tradizione, portando come prove della divinità di Gesù una serie di profezie veterotestamentarie che, nel corso dei secoli, ne avrebbero preannunciato l’avvento, riprende un’argomentazione che viene utilizzata numerose volte nel Nuovo Testamento.

Non è poco importante, al fine di valutare il significato di queste profezie, tenere conto della cronologia. Questo criterio consente di distinguere le profezie che precedono l’insediamento in Palestina, quelle che vengono fatte nel periodo del regno e quelle che seguono alla caduta del regno e al declino di Israele.

Prima dell’insediamento in Palestina, allorchè la benevolenza di Dio nei confronti del popolo eletto, benchè ricorrentemente minata dalle ribellioni alla sua legge, non implica ancora il riferimento ad un peccato originale da scontare, la promessa della Terra sembra di gran lunga più significativa dell’avvento di un Messia.

Nel Genesi di fatto si trovano solo due brani che possono essere interpretati come annuncio di tale avvento. Il primo è la maledizione del serpente:

"Allora il Signore dio disse al serpente:

"Poichè tu hai fatto questo,

sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche;

sul tuo ventre camminerai

e polvere mangerai

per tutti i giorni della tua vita.

Io porrò inimicizia tra te e la donna,

tra la tua stirpe

e la sua stirpe:

questa ti schiaccerà la testa

e tu le insidierai il calcagno." Genesi 3, 14 - 15

La tradizione legge in questi versetti un protovangelo: l’annuncio della Vergine Maria che, attraverso il figlio Gesù debellerà il Maligno. Ma la metafora della Vergine, in opposizione alla prostituta, ricorrente nei testi profetici, addirittura ossessiva in Ezechiele, è sempre riferita a Gerusalemme e al popolo ebraico in rapporto al suo comportamento - fedele o traditore - nei confronti di Dio. La Vergine si identifica con la minoranza di ‘giusti’ - il ‘resto’ di Isaia - che non si lascerà mai irretire dai simboli idolatrici, tra i quali si dà il serpente, e alla fine, benchè insidiata, avrà la meglio sul maligno. La presenza di tale metafora nei primi capitoli del Genesi rappresenta una delle numerose interpolazioni del testo originario influenzate dal pensiero profetico.

Il secondo brano riguarda il sacrificio di Isacco:

"Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: Abramo! Egli rispose: Eccomi. E Dio disse: Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò. Abramo si alzò la mattina di buon’ora, sellò il suo asino, prese con sè due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l’olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato. Il terzo giorno, Abramo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. Allora Abramo disse ai suoi servi: Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi. Abramo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco parlò ad Abramo suo padre e disse: Padre mio! Abramo rispose: Eccomi qui, figlio mio. E Isacco: Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Abramo rispose: Figlio mio, Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto. E proseguirono tutti e due insieme.

Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abramo costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio, e lo mise sull’altare, sopra la legna. Abramo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: Abramo, Abramo! Egli rispose: Eccomi. E l’angelo: Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poichè non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo. Abramo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sè un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abramo andò, prese il montone e l’offerse in olocausto invece di suo figlio." Genesi 22, 1 - 13

In questo brano la tradizione legge il preannuncio del sacrificio di Gesù, Figlio di Dio. Esso, invece, con un’evidenza poco confutabile, serve solo a sottolineare il superamento della pratica dei sacrifici umani largamente diffuso tra le popolazioni cananee, e quindi la superiorità della religione ebraica rispetto a quella cananea.

Bisogna giungere all’epoca dei Re per trovare altre presunte profezie, quali quella di Samuele:

"Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu riposerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e, se fa del male, lo castigherò con vergate da uomini e con colpi da figli di uomini, ma la mia grazia non si ritirerà da lui, come si è ritirata da Saul, che io ho rimosso davanti a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te e il tuo trono sarà reso stabile per sempre". Natan riferì a Davide tutte queste parole e tutta questa visione." Samuele, 7, 7 - 17

e quelle dei Salmi:

"Io ho fatto un patto con il mio eletto; ho fatto questo giuramento a Davide, mio servo: "Stabilirò la tua discendenza in eterno ed edificherò il tuo trono per ogni età." Salmo 89, 3 - 4

"Il Signore ha fatto a Davide questo giuramento di verità, e non lo revocherà: Io metterò sul tuo trono un tuo discendente." Salmo 132, 11

Tutti questi brani risultano facilmente interpretabili come promessa di un regno che non avrà mai fine. Il loro interesse va ricondotto allo smarrimento che coglie Israele allorchè il regno si estingue e il tempio di Gerusalemme viene distrutto. Questo smarrimento induce il fiorire di profezie apparentemente più esplicite:

"Ecco, i giorni vengono, dice il Signore, in cui io farò sorgere a Davide un germoglio giusto, il quale regnerà da re e prospererà; eserciterà il diritto e la giustizia nel paese. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimora; questo sarà il nome con il quale sarà chiamato: Signore nostra giustizia. Perciò, ecco, i giorni vengono, dice il Signore, in cui non si dirà più: "Per la vita del Signore che condusse i figli d’Israele fuori dal paese d’Egitto", ma: "Per la vita del Signore che ha portato fuori e ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dal paese del settentrione, e da tutti i paesi nei quali io li avevo cacciati"; ed essi abiteranno nel loro paese." Geremia, 23, 5 - 8

" Poichè un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora e per sempre: questo farà lo zelo del Signore degli eserciti." Isaia 9, 5 - 6

"Poi un ramo uscirà dal tronco di Iesse, e un rampollo spunterà dalle sue radici. Lo Spirito del Signore riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d’intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore." Isaia 11, 1 - 2

"Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà nome Emmanuele." Isaia 7, 14

"Poi un ramoscello uscirà dal tronco di Isaia e un germoglio spunterà dalle sue radici. Lo Spirito dell’Eterno riposerà su lui: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di potenza, spirito di conoscenza e di timore dell’Eterno. Il suo diletto sarà nel timore dell’Eterno, non giudicherà secondo le apparenze, non darà sentenze per sentito dire, ma giudicherà i poveri con giustizia e farà decisioni eque per gli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua bocca e col soffio delle sue labbra farà morire l’empio. La giustizia sarà la cintura dei suoi lombi, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi." Isaia 11, 1 - 5

Queste profezie, inequivocabili per la Tradizione, riferite al contesto in cui sono maturate, hanno tutt’altro senso. Lo stato di peccato universale in cui vive il popolo a partire dalla divisione dei regni, identificabile con l’idolatria, la corruzione e l’ingiustizia, postula una rigenerazione omologabile al Diluvio. Rimarrà solo un resto di giusti, un germoglio, un ramoscello, partorito dalla matrice ebraica rigenerata nella sua originaria innocenza, che rappresenterà il fondamento di una nuova Alleanza con Dio e al quale Dio concederà di nuovo, attraverso un re, la potenza e il trionfo su tutti i popoli.

Sembra sufficientemente chiaro che non c’è alcuna omogeneità tra le profezie emesse nei vari periodi storici. Fino al regno di Israele, i brani interpretati come preannuncio della venuta di Gesù sono molto dubbi. Le profezie emesse nel corso del regno non fanno altro che sancire il carattere imperituro dello stesso e annunciare una crescita infinita di potenza, che attesta la predilezione di Jahvè per il suo popolo. La catastrofe del regno promuove un’attività profetica incentrata sulla stigmatizzazione della colpa del popolo ebraico, che si è inimicato Jahvè, e sul riferimento all’infinita misericordia di Dio che non abbandonerà comunque il popolo eletto e gli restituirà la Terra promessa e la potenza. Ma ciò non riguarderà tutto il popolo ebraico ma solo una sua minima parte, un germoglio dal quale si svilupperà e fiorirà un popolo fedele al suo Dio.

Numerosi altri versetti biblici potrebbero essere analizzati. Ma la conclusione sarebbe identica: affermazioni del passato, che anticipano il riscatto dal peccato, il ritorno a Dio del popolo ebraico e il ricomporsi dell’Alleanza sotto il segno della monarchia, vengono reinterpretate a distanza dando ad esse un significato specifico che esse non avevano nè potevano avere. Non v’è da sorprendersi pertanto del fatto che gli Ebrei, ai quali per primi è stata rivolta l’argomentazione fondata sulle profezie, l’abbiano recusata. Essi, che nell’attesa del regno davidico avevano trascorso gli ultimi secoli, ne conoscevano il significato autentico.

4) La genealogia di Gesù

La genealogia di Gesù viene riportata da Matteo e da Luca.

Dal confronto riesce immediatamente evidente che le due genealogie non solo non coincidono - muovendo la prima da Abramo, la seconda da Adamo - , ma, ad un certo punto della catena generazionale, si differenziano nettamente. Il punto ove le genealogie si biforcano è importante poichè riguarda la discendenza di Davide. In Matteo la discendenza avviene attraverso Salomone ed ha dunque un carattere regale; in Luca attraverso Natan ed ha un carattere sacerdotale.

La Tradizione sostiene che la diversità degli alberi genealogici è la prova inconfutabile che i vangeli sono stati scritti autonomamente. E’ senz’altro vero, per quanto il carattere sinottico dei primi tre lascia pensare ad uno schema espositivo comune diversamente svolto. Ma quella diversità rivela anche dei referenti e degli intenti diversi.

Matteo è un Ebreo e rivolge il suo vangelo soprattutto ai Giudei, per provare ad essi che Gesù Cristo è il Messia promesso nell’Antico Testamento.

Egli inizia subito il suo Vangelo con la genealogia di Gesù partendo da Abramo fino ad arrivare a Gesù per sottolineare la discendenza ebraica e davidica di Gesù. Questa sottolineatura conferma che Matteo continua a credere che gli Ebrei siano gli unici destinatari del messaggio di Gesù.

Luca è l’unico evangelista di origine pagana, nato ad Antiochia di Siria, medico convertitosi assai presto al cristianesimo, forse già nel 40 d.C., discepolo e compagno affezionato di Paolo. A differenza di quella redatta da Matteo, la genealogia di Luca parte da Gesù e risale a ritroso sino ad Adamo. Col battesimo, Gesù viene proclamato Figlio di Dio. Con la sua genealogia Luca intende sottolineare che Gesù è il Messia discendente da Davide, ma nel contempo che egli è figlio e rappresentante di tuttà l’umanità. Il suo messaggio di salvezza è dunque esteso al mondo nella sua totalità.

Per influenza presumibilmente di Paolo, la genealogia di Luca supera l’etnocentrismo di quella di Matteo. Vedremo, nel capitolo successivo, che questo superamento è stato reso necessario dal rifiuto opposto dai Giudei al riconoscimento di Gesù come Messia. Tale rifiuto avrebbe significato l’estinzione del messaggio o il suo ridursi entro i confini di una delle tante sette che animavano la religione ebraica.

La tradizione, centrata sull’universalizzazione del messaggio di Gesù, ritiene se non più attendibile più teologicamente corretta la genealogia di Luca. Essa utilizza a tal fine anche alcuni brani evangelici nei quali Gesù stesso rifiuta la discendenza davidica:

"Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?". Gli risposero: "Di Davide". Ed egli a loro: "Come mai allora Davide, sotto ispirazione, lo chiama Signore, dicendo: Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finchè io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?". Matteo 22, 42 - 45

"Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: "Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide?" Marco 12, 35

"Egli poi disse loro: "Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide?" Luca 20, 41

E’ difficile interpretare questo rifiuto prescindendo dal fatto che Gesù esplicitamente, come vedremo, indirizza il suo messaggio solo al popolo ebraico. Il rifiuto della discendenza davidica solo con una forzatura può essere addotto a prova del fatto che Gesù intendesse la salvezza come estesa a tutta l’umanità. E’ estremamente più probabile che egli volesse sottolineare il carattere spirituale del suo messaggio, e frustrare l’aspettativa diffusa tra gli Ebrei di un capo politico che restaurasse il regno di Israele.

C’è da considerare infine la presenza singolare in entrambe le genealogie non solo di donne, bensì di adultere e prostitute, di bastardi e di uomini di dubbia moralità. Anche questo aspetto viene interpretato dalla tradizione come attestante il fatto che la salvezza di Gesù era estesa anche alle pecorelle smarrite. Ma proprio questo aspetto, confermato dal fatto che Gesù frequentava pubblicani e prostitute, è stato uno dei motivi fondamentali dell’opposizione farisaica nei suoi confronti che vedeva compromesso da esso il riferimento al merito personale. Le genealogie sembrano dunque recepire il radicalismo della polemica di Gesù contro la religione farisaica e il suo rifiuto di restringere la salvezza ai ‘giusti’, vale a dire ai rigidi cultori della legge mosaica.

5) La personalità di Gesù

La parabola pubblica di Gesù dura solo tre anni. Fino a trent’anni, tranne alcuni accenni sulla sua crescita sana e virtuosa e l’incontro con i dottori della legge a 12 anni che rimangono meravigliati della sua precoce intelligenza, la sua vita è avvolta nel mistero. Nel Vangelo si danno solo due indizi dai quali si può ricavare qualcosa a riguardo. Il primo concerne l’atteggiamento dei parenti che, dopo poco l’inizio della predicazione, si mettono sulle sue tracce per ricondurlo a casa poichè lo ritengono un invasato:

"Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poichè dicevano: "E’ fuori di sè"...

Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano". Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre"." Marco, 3, 20 - 35

Il secondo indizio è la reazione dei compaesani allorchè Gesù torna a predicare in Galilea:

"Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: "Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?". E si scandalizzavano di lui." Marco, 6, 1 - 3

I parenti, dunque, tra cui la madre Maria, lo ritengono un invasato, i compaesani rimangono scandalizzati dalle sue parole e dalle opere. Le due circostanze attestano che Gesù, dopo essere vissuto sino a trenta anni integrato nel gruppo parentale e sociale, facendo il carpentiere, è andato incontro ad un repentino cambiamento di vita e di comportamento tanto radicale da indurre il sospetto di uno squilibrio mentale e/o di una possessione demoniaca. Non è difficile interpretare questo sospetto. Esso muove da un contesto culturale all’interno del quale l’individuo è considerato semplicemente una funzione del gruppo, non un’entità distinta da esso, tal che l’aspettativa sociale è che egli si comporti in maniera conforme al ruolo che ha. Uno scarto comportamentale rilevante da tale aspettativa evoca di conseguenza il pregiudizio di un’alterazione della personalità dovuta ad una malattia o all’influenza di spiriti maligni. Mettendo tra parentesi tale pregiudizio, si pone il problema di capire come sia potuto accadere un cambiamento comportamentale tale da indurlo. Occorre, a tal fine, adottare un codice interpretativo ricavato dalle scienze psicologiche .

Gesù è andato incontro ad un repentino processo di individuazione a tal punto intenso da indurre il misconoscimento dei legami di sangue e dei doveri di appartenenza. La possibilità che una coscienza normalizzata si risvegli da un lungo stato di ipnosi determinato dai condizionamenti ambientali e manifesti repentinamente delle potenzialità inaspettate è ormai riconosciuta dalla psicologia come una circostanza non inconsueta. Il ‘risveglio’ avviene di solito per effetto della spinta motivazionale legata alle potenzialità lungamente frustrate e si associa, per effetto della percezione soggettiva di essere finalmente nella propria pelle, ad un certo grado di esaltazione. Il cambiamento affranca il soggetto da una gabbia conformistica che, evidentemente, reprime la sua identità e la sua vocazione ad essere. E’ inevitabile però - e accade ancora oggi - che esso venga interpretato dagli amici e dai parenti come abnorme.

Una repentina crisi di individuazione, che dà luogo ad una radicale ristrutturazione della visione del mondo e dei moduli comportamentali, peraltro, se riconosce delle cause intrinseche alla personalità, riconducibile al grado di frustrazione delle potenzialità individuali, non può avvenire se non per effetto di altre influenze ambientali rispetto a quelle consuete.

Anomala in rapporto al contesto paesano, l’esperienza di Gesù lo è molto meno in rapporto al contesto regionale. E’ in Galilea infatti che, come si è accennato in precedenza, già da due secoli, in aperta contestazione col potere sacerdotale vigente a Gerusalemme e con l’occupazione romana, si sono organizzate delle sette - gli Esseni, gli Zeloti - che perseguono l’intento di una rivoluzione radicale: gli uni di natura spirituale, incentrata sull’avvento del regno spirituale dei cieli, gli altri di natura politica, incentrata sulla liberazione della Palestina e sulla restaurazione della monarchia davidica. Sia gli Esseni che gli Zeloti attendono il Messia ma con attributi del tutto diversi. Il Messia essenico porta a compimento la vittoria della Luce sulle tenebre e inaugura il regno della giustizia e della pace. Il Messia zelota è un re guerriero che affranca gli Ebrei dal giogo romano e restaura la potenza di Jahvè e del suo re su tutti gli altri popoli.

Che Gesù debba avere avuto dei contatti con questi movimenti è reso evidente dalla contestazione radicale del potere ufficiale, sacerdotale e farisaico, che rappresenta un sottofondo continuo della sua predicazione. Ciò non significa che abbia fatto parte di uno di essi. Una partecipazione a tali sette, che non può essere provata, si può ritenere addirittura improbabile.

In seguito al 'risveglio', il modo di vivere di Gesù, nella misura in cui si differenzia rispetto alla cultura parentale, riconosce uno scarto evidente anche rispetto a quei movimenti, entrambi estremamente ligi al rispetto della tradizione mosaica, e sostanzialmente integralisti.

Gesù è uno spirito libero e irrequieto, insofferente nei confronti dei vincoli e dei doveri, avverso alle autorità costituite, alle forme sociali e ai riti. Abbandona il lavoro e i parenti per darsi al vagabondaggio, percorre in lungo e in largo la Palestina senza mai trovare pace. Vive dormendo dove capita, cibandosi dei frutti della terra e facendosi mantenere dai discepoli. Rifiuta i più importanti precetti mosaici (l’osservanza del sabato, l’abluzione pre - prandiale, il digiuno rituale), trascura o tarda a pagare i tributi al tempio e le tasse ai Romani. Non riconosce la distinzione tra mondo e immondo, centrale nella cultura mosaica, e frequenta senza difficoltà pubblicani e prostitute. Contesta la necessità di lavorare e di preoccuparsi troppo del futuro. Nel panorama ideologico della società ebraica, pure estremamente diversificato, Gesù è, dunque, un contestatore radicale, un out-sider. Ciò spiega il fatto che egli sente la necessità di fondare un suo movimento.

Anche ammettendo che, sulla scia dei profeti, Gesù avverta acutamente il contrasto tra la religione esteriore farisaica e la religione interiore fondata su di un rapporto diretto e personale del credente con Dio inteso come Padre, nei suoi comportamenti c’è comunque qualcosa di troppo anticonformistrico rispetto alla tradizione ebraica. In più momenti, e quasi sempre provocatoriamente, egli manifesta un’evidente volontà di offendere e scandalizzare i Farisei e i loro seguaci il cui conservatorismo, per quanto rigido e formale, ha pur sempre contribuito a mantenere viva la fede in Jahvè in un contesto sociale incline da secoli al sincretismo religioso e all’idolatria. Come spiegare questo aspetto?

L’ipotesi più probabile è che l’anticonformismo, a tratti eversivo, di Gesù rappresenti l’espressione di una protesta contro il mondo così com’è che muove dall’intuizione di un mondo possibile radicalmente diverso. La sua matrice andrebbe dunque ricondotta ad un senso di giustizia innato esasperato dall’esperienza reale di vita e dalla condizione sociale.

Gesù nasce da una famiglia operaia e fa l’operaio (il carpentiere) sino a trent’anni. La condizione degli artigiani di paese dell’epoca è miserabile. Nelle grandi città essi vivono abbastanza bene per via degli appalti e dell’edilizia. Nei piccoli paesi si riducono a fare dei lavoretti, il più spesso per parenti o amici, dai quali ricevono una remunerazione in natura. Sopravvivono ma sul filo della perpetua precarietà e assistono, di lontano, alla ricchezza crescente dei proprietari terrieri e immobiliari, degli usurai, degli uomini del tempio e di alcuni sacerdoti.

La ribellione di Gesù allo stato di cose esistente avrebbe dunque origine in un’esperienza sociale vissuta come iniqua e resa moralmente intollerabile dal fatto che essa riposa su di una tradizione religiosa. Ciò spiega la scelta di campo operata da Gesù, univocamente ostile al potere costituito, che oggi definiremmo politica. Il discorso delle beatitudini che probabilmente è una silloge del suo insegnamento, ne è una prova inconfutabile. Solo in Luca, però, esso rivela pienamente il suo significato poichè oppone, tout - court, irriducibilmente poveri e ricchi e presagisce per i primi un riscatto e per i secondi la rovina:

"Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:

"Beati voi poveri,

perchè vostro è il regno di Dio.

Beati voi che ora avete fame,

perchè sarete saziati.

Beati voi che ora piangete,

perchè riderete...

Ma guai a voi, ricchi,

perchè avete gia la vostra consolazione.

Guai a voi che ora siete sazi,

perchè avrete fame.

Guai a voi che ora ridete,

perchè sarete afflitti e piangerete." Luca 6, 20 - 25

A differenza che in Matteo, ove la povertà viene esaltata in quanto associata alla virtù (la semplicità di spirito, la mitezza, ecc.), in Luca essa si pone semplicemente come una condizione sociale, meritoria in quanto sofferta, che postula un riscatto poichè ingiusta. Sulla scia dei Profeti, Gesù attribuisce univocamente l’ingiustizia all’avidità, all’insensibilità e alla corruzione delle classi dominanti.

Non si tratta di un’analisi sociologica, di cui Gesù è ovviamente incapace, bensì di una presa di posizione che muove da senso di giustizia viscerale. E’ presumibilmente questo l’aspetto di personalità che, alimentato da una lettura attenta dei testi profetici e da una identificazione totale con il Servo di Dio, ha prodotto il risveglio e ha avviato Gesù verso la predicazione e il martirio.

In difetto di una capacità di analisi sociologica, però, che può permettere di comprendere, senza giustificarlo, lo stato di cose esistente nel mondo, e di interpretarlo in termini di storia sociale piuttosto che di scelte soggettive, un senso di giustizia viscerale, promuovendo un’identificazione con coloro che sono vittime di arbitri e di oppressioni, si traduce facilmente in un orientamento aspramente moralistico e intollerante nei confronti di coloro che ne sono responsabili.

Nei vangeli, soprattutto in quello di Matteo, di fatto è pressochè continua l’alternanza di atteggiamenti comprensivi, indulgenti, compassionevoli e teneri, che pongono in luce una straordinaria capacità di identificazione empatica con l’altro, e di atteggiamenti rigidi, rabbiosi e intolleranti, che sembrano condizionati, oltre che emotivamente, ideologicamente. Il contrasto tra questi atteggiamenti, che si alternano di continuo, è a tal punto evidente che ha indotto qualcuno ad ipotizzare che i vangeli fondano l’esperienza di due diversi predicatori: l’uno, di formazione essena, mite e docile, l’altro, di formazione zelota, polemico e combattivo. Nonchè insostenibile, tale ipotesi è superflua.

In psicologia si riconosce oggi una tipologia di personalità che permette di comprendere il contrasto. Si tratta della personalità scrupolosa, caratterizzata, di solito, da una viva sensibilità sociale innata che determina il rapportarsi agli altri su di un registro di grande comprensione, gentilezza e disponibilità. Identificando nel danneggiare in qualunque modo l’altro una colpa imperdonabile, la scrupolosità promuove naturalmente un comportamento marcatamente altruistico. E’ proprio della personalità scrupolosa, però, un certo grado di perfezionismo morale che porta il soggetto ad assumere come valori assoluti i valori ai quali ispira il suo comportamento, e a nutrire l’aspettativa che essi vengano riconosciuti da tutti come tali. In conseguenza di ciò, il confrontarsi con comportamenti non conformi a tali valori, e dunque più o meno marcatamente egoistici e insensibili socialmente, evoca una rabbia giustizialista smisurata. Di fatto, Gesù appare tanto umano e comprensivo con coloro che soffrono e hanno bisogno di aiuto, nei quali si identifica, quanto irascibile e intollerante con coloro che, a torto o a ragione, vengono assunti, in conseguenza del loro egoismo, come responsabili della miseria dei più.

La sensibilità sociale di Gesù è attestata da numerose circostanze: le guarigioni, la frequentazione di pubblicani e prostitute, l’indulgenza verso l’adultera, la comprensione verso i pagani che si rivolgono a lui per avere un miracolo, la tenerezza verso i bambini, il pianto per la morte dell’amico Lazzaro, la pietas nei confronti del popolo ("Vedendo le folle ne sentì compassione, perchè erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore." Matteo 9, 36), la tolleranza nei confronti degli apostoli che rimangono interdetti o equivocano i suoi messaggi, ecc.

In questi comportamenti la tradizione vede l’espressione viva del comandamento dell’amore per il prossimo. Ma l’amore per il prossimo, nella personalità scrupolosa, prima ancora che un virtù, è un modo di sentire originario, talvolta esasperato sino al punto che l’altro viene percepito, coi suoi bisogni, con le sue sofferenze, come più importante dell’io stesso. Ciò è confermato dal fatto che questo modo di sentire viene repentinamente meno allorchè il soggetto scrupoloso si confronta con qualcuno colpevole di fare soffrire gli altri. Ciò dà luogo, infatti, a comportamenti di tutt’altro segno rispetto a quelli consueti, fino al limite dell’intolleranza e della rabbia vendicativa.

Tali comportamenti riguardano anzitutto i Farisei. Che alcuni di essi speculino sull’ingenuità popolare per interesse è fuori di dubbio, ma in massima parte si tratta di persone oneste, dotate di una viva religiosità, terrorizzate dalla possibilità di poter suscitare la terribile ira di Jahvè. Pur con i loro esasperanti formalismi, essi sono custodi e testimoni di una tradizione religiosa che intendono difendere da ogni adulterazione. La loro ostilità nei confronti di un predicatore che infrange sistematicamente le regole nel cui rispetto rigoroso essi identificano il timore di Dio non ha alcunchè d'incomprensibile. Tanto meno incomprensibile è il loro proposito di votare a morte Gesù nel rispetto della legge mosaica. Tenendo conto delle trasgressioni cui Gesù, provocatoriamente, si abbandona e che riguardano precetti ritenuti tradizionalmente sacri e sanciti dai libri biblici, come l’astensione dal lavoro il sabato, si rimane piuttosto sorpresi, leggendo i vangeli, da una singolare tolleranza dei Farisei che consentono a Gesù di parlare nelle sinagoghe, si confrontano con lui e impiegano anni ad arrivare ad un verdetto definitivo di condanna. Nei loro confronti Gesù lancia delle maledizioni incompatibili con la legge del perdono e manifesta un’implacabile durezza di giudizio che esclude ogni attenuante.

Questa durezza si spiega non in termini religiosi bensì sociali. Gesù ritiene i Farisei responsabili, con i Sadducei, dell’ordine di cose esistente, dell’oppressione, della miseria e della desolazione del popolo. In quanto tali, non meritano di sfuggire alla giustizia divina. Ciò è comprovato dal giudizio inappellabile, che risuona più volte nel vangelo, sui ricchi e sulla ricchezza.

L'aspetto religioso della personalità di Gesù affiora attraverso la sua identificazione totale con il Servo di Dio evocato da Isaia, che si vota al martirio per pagare le colpe degli empi e riscattare Israele agli occhi di Dio. La Tradizione vede nella morte di Gesù la realizzazione della profezia, ignorando la possibilità che Gesù abbia agito consapevolmente in maniera tale da realizzarla. Di questa consapevolezza si danno numerosi indizi, il più importante dei quali è la determinazione di Gesù di andare a Gerusalemme, laddove il potere dei sacerdoti, degli scribi e dei Farisei è massimo. Si possono nutrire fondati dubbi riguardo al fatto che Gesù si sia votato al martirio o che pensasse che la sua presenza a Gerusalemme avrebbe potuto innescare una rivolta popolare contro i ceti dominanti. Di certo, però, egli ha tenuto conto della possibilità di essere messo a morte e, ciononostante, non ha esitato ad affrontarla. Un eroismo fanatico, che fa riferimento all’assolutezza dei principi in cui si crede e alla loro perennità, è implicito in ogni personalità che sfida apertamente un potere ingiusto. Stando dalla parte dei profeti perseguitati, Gesù non ha paura di coloro che possono uccidere il corpo ma non l’anima, e tanto meno le idee.

Data la carenza degli indizi, altri aspetti della personalità di Gesù sono più difficili da ricostruire. Il suo stile di vita comporta un’evidente contraddizione. Per un verso, infatti, egli manifesta una serie di atteggiamenti che sembrano denotare un rapporto con la realtà che nulla ha di ascetico. Gesù è rimproverato dai Farisei perchè mangia e beve, e dunque si astiene da pratiche rituali mortificanti. Vive col gruppo degli Apostoli in un regime di comunità fraterna. Non manifesta alcuna ritrosia nè alcuna difficoltà nel comunicare con le donne, alcune delle quali lo seguono costantemente. Frequenta pubblicani e prostitute, esseri ritenuti immondi, come se ritenesse relativa la nozione del male. Ama teneramente i bambini e il contatto con la natura.

Per un altro verso, però, Gesù sembra periodicamente preda di incubi moralistici incentrati sull’attribuzione alla natura umana di una tendenza intrinseca al male. Tali incubi lo portano a definire il cuore umano come ricettacolo di ogni male e a vedere la salvezza in una lotta accanita contro gli impulsi malvagi, fino all’estremo limite del masochismo. Anche questa contraddizione rivela il sovrapporsi ad una modalità spontanea di rapporto con la vita, incentrata sulla partecipazione, di un condizionamento culturale e ideologico.

Un ultimo aspetto che non può essere sottaciuto riguarda l’alternarsi in Gesù di momenti di straordinaria sicurezza in sè, nelle proprie idee e nel proprio operato e momenti di dubbio profondo, talora angoscioso. Tale alternanza è solo indiziariamente attestata dal fatto che la predicazione dà luogo a delle fughe dal contatto con le masse, che potrebbero attestare dei ripensamenti. E’ certo invece, perchè riferito esplicitamente nei vangeli, la qualità angosciosa del dubbio che sopravviene nel periodo in cui Gesù lancia la sua sfida al potere religioso di Gerusalemme e intuisce di poterla perdere. Probabilmente la sfida viene lanciata sull’onda di un consenso popolare vissuto come una forza d’urto contro il potere costituito. Il dubbio si insinua in conseguenza della percezione, fondata, del carattere fatuo di quel consenso, che esprime una protesta popolare contro l’ordine di cose esistente ma non la disponibilità a rischiare di entrare in rotta con i Sadducei e col potere romano.

Tale dubbio raggiunge l'estremo dell'angoscia nel grido che Gesù lancia quand'è in croce e che riproduce i primi versetti del Salmo 22. E' un grido di disperazione che, forse, anzichè commentato teologicamente, andrebbe preso alla lettera.

In virtù della loro comprensibilità psicologica e culturale, tutti questi aspetti di personalità confermano che Gesù è un personaggio storico. La loro stessa densità esclude una costruzione mitologica. Umano dunque, Gesù, troppo umano.

6) La predicazione di Gesù

Nella predicazione di Gesù, dal punto di vista teologico, non c'è alcun elemento di novità assoluta rispetto al pensiero profetico e post - profetico. Gesù attualizza e contestualizza una serie di tematiche già lungamente elaborate: la stigmatizzazione della perversione del popolo ebraico, soprattutto delle sue guide e dei capi; la necessità di una conversione al fine di scongiurare l’imminente ira divina; il richiamo allo spirito della legge mosaica, vale a dire ad uno stile di vita solidaristico, ugualitaristico e giusto, incentrato sull’amore del prossimo; la contestazione della pratica religiosa fondata sui precetti e sui riti, che identifica nel Tempio il luogo centrale del culto; la riproposizione di un rapporto diretto, personale, intimo con un Dio - Padre misericordioso e giusto; il dubbio sull’estensione della promessa divina a tutto il popolo ebraico; l’identificazione di un "resto" destinato, esso solo, alla salvezza. Si tratta, dunque, dello sviluppo ideologico di una linea di pensiero già presente nella tradizione ebraica.

Intervenendo, però, in un periodo di crisi sociale, culturale e religiosa, tale sviluppo è caratterizzato da un radicalismo estremo che realizza un effetto congiunturale deflagrante il cui esito sarà la scissione tra Giudaismo e Cristianesimo. Il nodo di partenza di questo effetto è la valutazione della legge mosaica sul cui rispetto si fonda il patto tra il popolo eletto e Dio.

Il rapporto contraddittorio di Gesù con la tradizione mosaica può essere ricostruito agevolmente. Basta mettere a confronto due brani:

"Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finchè non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli." Matteo 2, 17 - 19

"Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perchè il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Nè si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano." Matteo 9, 16 - 17

Nel primo Gesù difende l’inviolabilità della legge mosaica e la necessità, ai fini della salvezza, di ripettarla anche nei minimi precetti. Nel secondo essa viene identificata con qualcosa di irrimediabilmente logorato e inservibile, che va sostituito.

Nei vangeli questa contraddizione è restituita da numerosi episodi. Alcuni attestano il rispetto formale dei precetti mosaici:

"Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: "Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi". E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: "Lo voglio, sii sanato". E subito la sua lebbra scomparve. [4]Poi Gesù gli disse: "Guardati dal dirlo a qualcuno, ma và a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro." Matteo 8, 1 - 3

"Venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli dissero: "Il vostro maestro non paga la tassa per il tempio?". Rispose: "Sì". Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: "Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?". Rispose: "Dagli estranei". E Gesù: "Quindi i figli sono esenti. Ma perchè non si scandalizzino, và al mare, getta l'amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te." Matteo 17, 24 - 27

"Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati." Luca 17, 11 - 14

Più spesso, però, i precetti vengono contestati e violati in maniera clamorosa:

"Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: "Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: "Costui bestemmia". Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perchè mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perchè sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora il paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua". Ed egli si alzò e andò a casa sua." Matteo 9, 1 - 7

"Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i Farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perchè il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori." Marco 2, 10 - 13

"Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: "Perchè, mentre noi e i Farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?". E Gesù disse loro: "Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno." Matteo 9, 14 - 15

"In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. Ciò vedendo, i Farisei gli dissero: "Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato". Ed egli rispose: "Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che non era lecito mangiare nè a lui nè ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c'è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa. Perchè il Figlio dell'uomo è signore del sabato." Matteo 12, 1 - 8

"Allontanatosi di là, andò nella loro sinagoga. Ed ecco, c'era un uomo che aveva una mano inaridita, ed essi chiesero a Gesù: "E' permesso curare di sabato?". Dicevano ciò per accusarlo. Ed egli disse loro: "Chi tra voi, avendo una pecora, se questa gli cade di sabato in una fossa, non l'afferra e la tira fuori? Ora, quanto è più prezioso un uomo di una pecora! Perciò è permesso fare del bene anche di sabato". E rivolto a lui, gli disse: "Stendi la mano". Egli la stese, e quella ritornò sana come l'altra." Matteo 12, 9 - 13

"In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni Farisei e alcuni scribi e gli dissero: "Perchè i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poichè non si lavano le mani quando prendono cibo!". Ed egli rispose loro: "Perchè voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? Dio ha detto: Onora il padre e la madre e inoltre: Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione." Matteo 15, 1 - 6

Per violazioni di molto minore conto, all’epoca di Esdra e Neemia, la pena di morte sarebbe stata eseguita senza esitazione. Gesù invece riesce a predicare e ad attaccare il potere costituito per tre anni. In parte ciò si spiega tenendo conto del fatto che i Romani hanno avocato a sè l’amministrazione della giustizia penale, e sono ben poco ricettivi nei confronti delle dispute teologiche tra le numerose sette ebraiche. L’inerzia del potere sadduceo e farisaico nei confronti di Gesù attesta, però, che la società ebraica è in crisi. Per effetto dell’occupazione romana, la speranza messianica si va illanguidendo. Basandosi su di essa il patto di alleanza tra Jahvè e il popolo ebraico, la pratica religiosa ne soffre. Il popolo rimane legato alla tradizione mosaica meno per fede che perchè su di essa si fonda la sua identità culturale.

La crisi religiosa si somma a quella sociale. I ceti dominanti hanno stabilito un’alleanza con i Romani che tutela i loro privilegi. Il popolo, immiserito dal doppio regime fiscale (i tributi al tempio e le tasse ai Romani), vive una condizione di disagio, di rabbia e di impotenza.

Gesù, che fa parte del popolo, ha consapevolezza dello stato d’animo collettivo e pensa di poterlo utilizzare a suo favore. La sua predicazione si avvia sulla base di una continuità immediata con quella di Giovanni Battista, nella quale già la conversione morale è imprescindibile da un cambiamento sociale:

"In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: "Convertitevi, perchè il regno dei cieli è vicino!"…

Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano." Matteo 3, 1 - 6

"Le folle lo interrogavano: "Che cosa dobbiamo fare?". Rispondeva: "Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto". Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: "Maestro, che dobbiamo fare?". Ed egli disse loro: "Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato". Lo interrogavano anche alcuni soldati: "E noi che dobbiamo fare?". Rispose: "Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe." Luca 3, 10 - 14

La conversione proposta da Giovanni Battista implica la purificazione dai peccati e il ritorno ad una pratica di vita incentrata sulla giustizia, la solidarietà e il rispetto dell’altro. L’esordio della predicazione di Gesù porta alle estreme conseguenze il radicalismo implicito nel messaggio di Giovanni Battista:

"Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo." Marco 1, 14 - 15

Il tempo è compiuto significa che l’ira di Dio, giunta al culmine, è pronta nuovamente a riversarsi sul popolo ebraico. La buona novella concerne il fatto che, a differenza del passato, l’ira di Dio porrà fine per sempre al regno dell’ingiustizia. Erede della tradizione profetica, Gesù preconizza l’ennesimo diluvio destinato ad abbattersi sugli Ebrei:

"Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo." Matteo 24, 37 - 39

Non si tratta, però, di un diluvio destinato a rigenerare il popolo ebraico e a riproporre un nuovo patto di alleanza con Dio, bensì di un evento che pone fine alla storia e destina definitivamente i giusti alla felicità eterna e i reprobi alla dannazione. Il regno di Dio coincide con la fine del mondo:

"Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perchè io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato,carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno:Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?

Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.

Perchè ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.

Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna." Matteo 25, 31 - 46

Si può, con validi motivi, ritenere che la descrizione della fine di Gerusalemme che precede il brano citato, nel suo crudo realismo, sia da ricondurre alla distruzione operata dai Romani nel 70 d. C. Ciò non toglie che il regno di Dio preconizzato da Gesù è apocalittico, riguardando non già la terra ma l’aldilà. Il problema della salvezza è urgente poichè la fine del mondo è imminente:

"In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finchè non vedranno il Figlio dell’uomo venire nel suo regno." Matteo 16, 28

"In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno prima di aver visto il regno di Dio." Luca 9, 27

I brani in cui tale imminenza viene smentita risentono evidentemente dell’influenza del pensiero di Paolo, che per primo ha intuito il pericolo di alimentare nei Cristiani l’aspettativa della fine del mondo.

Posto che il messaggio di Gesù è inequivocabilmente apocalittico, è importante soffermarsi sui criteri che presiedono il giudizio finale, destinando i giusti alla felicità e i reprobi alla dannazione eterna. Tali criteri vertono sul rapporto tra l’uomo con Dio mediato ed espresso dal rapporto, giusto o ingiusto, dell’uomo con l’uomo. La condizione essenziale per seguire Gesù e conseguire la salvezza è univoca:

"Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo." Luca 14, 28 - 33

E’ arduo minimizzare il significato sociale di questa condizione. Il fondamento della salvezza è la fede in Dio, ma, posto che Dio, avendo creato gli uomini uguali, vuole che tra di essi viga la giustizia, la prova della fede è la rinuncia ai beni terreni a favore della comunità: il ristabilirsi dunque di un solidarismo comunitaristico che, forse, non è mai esistito, ma che gli Ebrei, come si è visto, hanno continuato nei secoli ad identificare con la vita nel deserto.

La spoliazione dei beni a favore della comunità e l’instaurarsi di una società giusta è più importante del sacrificio, vale a dire della donazione dei beni al tempio. La preghiera stessa che Gesù propone come superamento della liturgia tradizionale è, tra le righe, un annuncio che salda la rivoluzione religiosa a quella sociale:

"Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome;

venga il tuo regno;

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti

come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male." Matteo 6, 9 - 13

La remissione dei debiti, che riecheggia il dettato del capitolo 26 del Levitico, è, infatti, nel contesto sociale in questione, una rivoluzione radicale. Essa mette in gioco la pratica del prestito a interesse che è il fondamento dell’accumulo della ricchezza e della sua distribuzione in ogni società differenziata. La remissione dei debiti è il presupposto dell’affrancamento degli schiavi, dato che la schiavitù è la condizione promossa dall’impossibilità di onorarli, e della fine del regime di schiavitù.

Il Dio di Gesù è, dunque, innanzitutto, un Dio esaperato dalle ingiustizie terrene, che è giunto nuovamente a pentirsi di avere creato la specie umana. La sua ira non comporta più ulteriori prove, se non quella estrema, da cui dipende il destino individuale dopo la morte, tra chi si ravvede e chi continua a fare il male, tra i figli della Luce e i figli delle Tenebre.

Il significato sociale del messaggio di Gesù è comprovato dal fatto che, in prima istanza, i figli della Luce sono identificati, come si è già detto, con i poveri, e i figli delle Tenebre, destinati alla dannazione eterna, tout - court con i ricchi .

L’incompatibilità tra la ricchezza e la fede in Dio è esplicitata a chiare lettere:

"Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove nè tignola nè ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perchè là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore." Matteo 5, 19 - 21

"Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona." Matteo 6, 24

"Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?". Egli rispose: "Perchè mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso". Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi". Udito questo, il giovane se ne andò triste; poichè aveva molte ricchezze.

Gesù allora disse ai suoi discepoli: "In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli." Matteo 19, 16 - 24

"Dopo che ebbe finito di parlare, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli entrò e si mise a tavola. Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: "Voi Farisei purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di rapina e di iniquità. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Piuttosto date in elemosina quel che c’è dentro, ed ecco, tutto per voi sarà mondo. Ma guai a voi, Farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre. Guai a voi, Farisei, che avete cari i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi perchè siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo." Luca 11, 37 - 44

"I Farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio." Luca 15, 14 - 15

"C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perchè questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, nè di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perchè ho cinque fratelli. Li ammonisca, perchè non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche uno risuscitasse dai morti saranno persuasi." Luca 16, 19 - 31

Nella sua dimensione politica, il messaggio di Gesù comporta nè più nè meno l’azzeramento delle differenze sociali che, nella storia del popolo ebraico, sono sempre state vissute come incompatibili con lo spirito della legge mosaica.

Nonostante la spoliazione dei beni a favore della comunità sia la premessa indispensabile per accedere alla salvezza, identificare in Gesù un rivoluzionario sociale è, però, un’illecita forzatura interpretativa. Come già nei profeti, anche in Gesù la rinuncia ai beni terreni è la premessa, peraltro essenziale, per procedere verso la perfezione morale, che - essa sola - assicura la salvezza. L’affrancamento dall’egoismo, dall’avidità di denaro, dall’ambizione competitiva, l’indifferenza nei confronti del benessere materiale consente all’uomo di dedicarsi all’impresa di purificare la sua natura dai germi maligni che la ingombrano.

Invano si cerca nel vangelo un qualunque riferimento al peccato originale. Il pessimismo di Gesù riguardo alla natura umana riprende un tema consueto della tradizione ebraica. Egli non crede però che basti il rispetto dei precetti mosaici che, nel loro formalismo, non hanno la capacità di depurare l’uomo dal male. Il passaggio alla religione interiore è reso necessario dal fatto che il maligno si annida nel cuore umano:

"In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni Farisei e alcuni scribi e gli dissero: "Perchè i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poichè non si lavano le mani quando prendono cibo!"...

Poi riunita la folla disse: "Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo!". Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: "Sai che i Farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?". Ed egli rispose: "Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!". Pietro allora gli disse: "Spiegaci questa parabola". Ed egli rispose: "Anche voi siete ancora senza intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna? Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l'uomo. Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Queste sono le cose che rendono immondo l'uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non rende immondo l'uomo." Matteo 15, 1 - 20

Il problema del male intrinseco alla natura umana, come si è visto, ha posto non pochi imbarazzi ai profeti, data la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Gesù risolve il problema in maniera semplicistica, com'è attestato dalla parabola della zizzania:

"Un'altra parabola espose loro così: "Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perchè non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio." Matteo 13, 24 - 30

"Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo". Ed egli rispose: "Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo.

Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli.

Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!" Matteo 13, 36 - 42

C'è dunque un nemico di Dio - Satana - che minaccia di continuo l'uomo. Satana è una personificazione del male che non trova quasi riscontro nell'Antico Testamento, se non in testi tardivi nei quali si rivela l'influenza del manicheismo. La personificazione del male fa dell’anima umana un campo nel quale le forze della Luce e quelle delle Tenebre confliggono inesorabilmente. La potenza di Satana, attestata dallo stato di cose esistente nel mondo, laddove esso sembra prevalere, postula a maggior ragione la definitiva vittoria di Dio, che potrà avvenire solo in virtù della fine del mondo e dell’assunzione da parte sua del ruolo di Giudice finale dei destini umani.

La spoliazione dei beni è la premessa della salvezza, ma solo la purificazione morale e l’estirpazione del male la realizzano. La felicità eterna deve, dunque, essere perseguita a qualunque costo:

"Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco." Matteo 18, 8 - 9

Tenendo conto del rigore morale del modello proposto da Gesù, non si stenta a capire perchè il suo messaggio, oltre che apocalittico, è iniziatico. La Tradizione tenta invano di minimizzare questo aspetto imbarazzante, che però è restituito inconfutabilmente dai testi:

"Entrate per la porta stretta, perchè larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" Matteo 7, 13 - 14

"Molti sono chiamati, ma pochi eletti." Matteo 22

La restrizione della salvezza a pochi eletti postula che essi si raccolgano in una comunità - quella dei figli della Luce o di Dio - che, nell’attesa della fine del mondo, si dedicano ad una vita incentrata sull’ugualitarismo radicale e sulla purificazione.

Solo in virtù di un equivoco, fondato sulla negazione della prospettiva apocalittica e del carattere iniziatico del messaggio di Gesù, la Tradizione è riuscita a dare ad esso un significato universale. Si può agevolmente confutare questo equivoco. Il comandamento dell’amore, su cui si fonda sembra di fatto estensibile a qualunque uomo di buona volontà:

"Allora i Farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai Sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti." Matteo 21, 34 - 40;

"Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: "Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fà questo e vivrai." Luca 10, 25 - 28

La pratica di questo comandamento postula, però, nella visione di Gesù, oltre che una lotta accanita contro il male che alberga nell’anima umana, la pratica di virtù misconosciute dalla tradizione ebraica:

"Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perchè egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi." Luca 6, 27 - 35

"Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna." Matteo 5, 21 - 22

"Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra." Matteo 5, 38 - 39

"Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perchè siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste." Matteo 5, 43 - 48

"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti." Matteo 7, 12

"Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perchè ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano." Matteo 18, 15 - 17

Questi ultimi versetti sono di particolare importanza. Essi confermano infatti che la salvezza è riservata ad una comunità al cui interno ci si aiuta fraternamente per rimanere immondi dal peccato, la quale adotta, nei confronti dei trasgressori, provvedimenti espulsivi, e, infine, si mantiene nettamente distinta dal mondo pagano e peccatore. Aderire al messaggio di Gesù implica una scelta di campo senza mediazione alcuna:

"Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde." Matteo 12, 30

Che la pratica dell’amore altruistico e del perdono sia da riferire solo alla comunità dei Figli di Dio è attestata dal fatto che Gesù manifesta, nei confronti di coloro che rimangono preda del mondo, vale a dire di Satana, un’intolleranza radicale che giunge all’invettiva, carica di odio, e alla minaccia della vendetta. La legge dell’amore, che vale all’interno della comunità, si traduce, in rapporto all’esterno, nel suo contrario. Tranne infatti che i peccatori non si convertano, per essi non si dà alcuna giustificazione e alcuna pietà.

Questo aspetto singolare, riconducibile ad un manicheismo morale radicale, è comprovato da numerosi brani. Esso è del tutto evidente nelle maledizioni che Gesù lancia contro i Farisei e i dottori della legge:

"Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perchè così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci...

Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi…

Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!

Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perchè anche l’esterno diventi netto!

Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.

Guai a voi, scribi e Farisei ipocriti, che innalzate i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti, e dite: Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro per versare il sangue dei profeti; e così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli degli uccisori dei profeti. Ebbene, colmate la misura dei vostri padri!

Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perchè ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l’altare. In verità vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione." Matteo 23, 13 - 36

"Ma guai a voi, Farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre. Guai a voi, Farisei, che avete cari i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi perchè siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo".

Uno dei dottori della legge intervenne: "Maestro, dicendo questo, offendi anche noi". Egli rispose: "Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi date testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri. Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perchè sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito." Luca 11, 37 - 52

Anche nei confronti delle città che scacciano Gesù o i suoi discepoli e non ricevono il suo messaggio, le minacce vendicative sono terribili:

"Allora si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, perchè non si erano convertite: "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perchè, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, gia da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene io ve lo dico: Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perchè, se in Sòdoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!" Matteo 11, 20 - 24

"Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perchè se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, gia da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata!" Luca 10, 13 - 15

"All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò." Luca 4, 28 - 30

"Egli allora chiamò a sè i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: "Non prendete nulla per il viaggio, nè bastone, nè bisaccia, nè pane, nè denaro, nè due tuniche per ciascuno. In qualunque casa entriate, là rimanete e di là poi riprendete il cammino. Quanto a coloro che non vi accolgono, nell’uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro diessi". Allora essi partirono e giravano di villaggio in villaggio, annunziando dovunque la buona novella e operando guarigioni." Luca 9, 1 - 6

"Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sè in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perchè mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, nè bisaccia, nè sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perchè l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città." Luca 9, 1 - 12

Apocalittico e iniziatico, il messaggio di Gesù è, dunque, inconfutabilmente manicheo. Teoricamente nessuno è escluso dalla salvezza, ma, nella misura in cui questa comporta, oltre che un atto di fede, un cambiamento radicale di vita, la distinzione tra i figli della Luce e i figli delle Tenebre, i buoni e i cattivi, si pone come netta e inconciliabile. Gesù, nel contesto ebraico, si pone effettivamente come signum contradictionis. Egli rifiuta di riconoscere il carattere eletto del popolo ebraico. I Figli della Luce, gli eletti, devono non solo distinguersi dai figli delle Tenebre, ma anche tenersi separati da essi. Tutti i vincoli, anche quelli parentali, che minacciano il rapporto con Dio - Padre e con i fratelli della comunità, vanno contrastati e scissi

Gesù stesso dà l’esempio di questo integralismo:

"Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: "Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano". Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre." Luca 3, 31 - 35

Altri brani evangelici sono ancora più netti e inequivocabili a riguardo:

"Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo." Luca 14, 25 - 27

"Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera." Luca 12, 51 - 53

"Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire." Matteo 10, 21

"Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa." Matteo 10, 34 - 36

"A un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre". Gesù replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio". Un altro disse: "Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa". Ma Gesù gli rispose: "Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio." Luca 9, 59 - 62

Quest'ultimo brano attesta che Gesù ritiene la sua generazione irreversibilmente perversa. Tra le pecorelle perdute ce n’è di sicuro qualcuna che può salvarsi. Ciò giustifica l’attivismo missionario di Gesù e dei suoi discepoli. Ma si tratta di un attivismo sotteso da una ben scarsa fiducia nel popolo ebraico, come risulta dal seguente brano:

"Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: "Perchè parli loro in parabole?". Egli rispose: "Perchè a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Così a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole: perchè pur vedendo non vedono, e pur udendo non odono e non comprendono. E così si adempie per loro la profezia di Isaia che dice:

Voi udrete, ma non comprenderete,

guarderete, ma non vedrete.

Perchè il cuore di questo popolo

si è indurito, son diventati duri di orecchi,

e hanno chiuso gli occhi,

per non vedere con gli occhi,

non sentire con gli orecchi

e non intendere con il cuore e convertirsi,

e io li risani." Matteo 13, 10 - 15

Il carattere apocalittico, iniziatico e manicheo del messaggio di Gesù è, dunque, inconfutabile. Esso trae le sue ragioni dallo stato di cose esistente, dall’esasperazione nei confronti di un popolo che, eletto da Dio, ha tradito la sua missione. E’ a questo popolo, però, vale a dire ai pochi capaci di raccogliere il suo messaggio e di salvarsi, che Gesù si rivolge:

"Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino." Matteo 11, 5 - 7

"Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio". Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: "Esaudiscila, vedi come ci grida dietro". Ma egli rispose: "Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele". Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: "Signore, aiutami!". Ed egli rispose: "Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini." Matteo 15, 21 - 26

I brani che la Tradizione porta a sostegno dell’ipotesi che il messaggio di Gesù si sia posto originariamente come universale, oltre a risentire le influenze del dissidio tra ebrei e cristiani drammaticamente aperto all'epoca della redazione dei vangeli, sono tutti rivolti a sottolineare l’indegnità degli Ebrei e a colpirli nella loro presunzione di un ruolo insostituibile:

"Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti." Matteo 8, 11 - 12

"Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose:

Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Dicono: "L'ultimo".I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. E’ venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto." Matteo 21, 28 - 32

"Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sè: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?". Gli rispondono: "Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo". E Gesù disse loro: "Non avete mai letto nelle Scritture:

La pietra che i costruttori hanno scartata

è diventata testata d'angolo;

dal Signore è stato fatto questo

ed è mirabile agli occhi nostri?

Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare." Matteo 21, 33 - 43

"Allora cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: "Non è il figlio di Giuseppe?". Ma egli rispose: "Di certo voi mi citerete il proverbio:

Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!". Poi aggiunse: "Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro." Luca 4, 21 - 27

Se questo è il nucleo dottrinario originario del messaggio di Gesù, si può capire perchè esso abbia attivato nella società ebraica delle reazioni estreme. Riabilitando il linguaggio profetico, Gesù ripropone come centrale nel rapporto con Dio la giustizia sociale, e trova ascolto presso i poveri, gli oppressi e i diseredati. Ma, al tempo stesso, proponendo un modello di vita moralmente perfezionistico e sottolineando che la salvezza spetta comunque a pochi, egli stigmatizza non solo il vuoto formalismo delle classi dominanti ma ferisce profondamente la sensibilità di un popolo che, nel bene e nel male, ritiene comunque di avere mantenuto nei secoli, nel contesto del mondo pagano, la fede nell’unico, vero Dio.

Nella predicazione di Gesù è evidente l’eco dei dibattiti teologici avvenuti nel corso degli ultimi secoli e il misurarli sulla situazione attuale. L’apocalittica profetica faceva riferimento alla necessità di una rigenerazione radicale del popolo ebraico che avrebbe inaugurato finalmente l’era della giustizia, della solidarietà e della fedeltà a Dio. Con le deportazioni e il rientro in Palestina dei giusti, la rigenerazione si è realizzata, ma il mondo si è attestato nuovamente sul registro della corruzione e dell’ingiustizia. Gesù non crede più che siano possibili ulteriore prove. Il popolo eletto si è dimostrato, nel corso dei secoli, indegno di Dio. Gli eletti, che erediteranno il regno dei cieli, sono solo un ‘resto’, una minoranza che si separa da un contesto sociale irreversibilmente inquinato, vive in regime comunistico e pratica la nuova legge dell’amore che comporta l’aspirazione alla perfezione individuale e alla vita eterna supportata dall’aiuto e dalla correzione tra i fratelli di fede, che misconoscono i legami di sangue e i doveri di appartenenza in nome del loro essere figli di Dio, tenuti a rispondere solo al Padre celeste.

Nonostante nei vangeli si sottolinei il numero enorme di persone che accorrono ad ascoltare Gesù, il suo seguito, gli adepti fedeli che lo seguono nella sua avventura, i quali rappresentano la comunità dei figli di Dio, non superano mai il centinaio. E’ lo stesso numero che, dopo la sua morte, come riferiscono gli Atti degli Apostoli, si raccolgono nell’attesa della sua resurrezione. Da ciò si sarebbe indotti a pensare che la predicazione di Gesù abbia suscitato più opposizioni che non adesioni nel popolo ebraico. In parte ciò può essere ricondotto al saldo radicamento del potere farisaico nella società ebraica, al carattere rivoluzionario del messaggio in rapporto alla tradizione mosaica e al modello di vita troppo elevato di vita proposto da Gesù. Seguirlo infatti significa abbandonare la famiglia, spogliarsi dei beni, entrare a far parte di una comunità dalle regole morali piuttosto rigide. Il premio per la conversione - la felicità eterna - non può peraltro avere echi profondi in un popolo che non ha ancora del tutto acquisito il riferimento all’aldilà.

E’ impossibile stabilire in quale fase della sua predicazione Gesù si sia reso conto che l’adesione di una parte del popolo alla sua protesta contro l’ordine costituito non comportava l’adesione al modello di vita che egli proponeva, troppo distante dalla tradizione culturale e dalle consuetudini sociali. C’è da chiedersi perchè egli dunque abbia inteso portare la sua sfida, inesorabilmente perdente, direttamente al cuore del potere costituito recandosi a Gerusalemme, ove egli ben conosceva la forza dei Sadducei e dei Farisei.

Si possono fare due considerazioni a riguardo. La prima è che che la visione apocalittica che sottende il messaggio di Gesù, nella misura in cui identifica nell’aldilà il regno della giustizia impossibile da realizzare sulla terra, giustifica una vocazione al martirio che Gesù esprime a chiare lettere. Andando a Gerusalemme, egli sa di cacciarsi in una trappola, ma, nel contempo, sa anche di rimanere fedele ai principi che ha trasmesso agli Apostoli e ai discepoli, che comportano il non avere paura di coloro che possono uccidere il corpo ma non l’anima. La seconda considerazione concerne il fatto che, per accreditare il suo ruolo messianico, di un messia peraltro spirituale non davidico, Gesù avverte la necessità di assumere il ruolo del servo di Dio che si fa calpestare, ingiuriare e mettere a morte per la salvezza degli altri. Non sono le profezie che si realizzano. E' Gesù stesso che, identificandosi con la figura evocata evocato da Isaia, le realizza col suo comportamento, com'è attestato dal brano seguente:

"In quel momento si avvicinarono alcuni Farisei a dirgli: "Parti e vattene via di qui, perchè Erode ti vuole uccidere". Egli rispose: "Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perchè non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme." Luca 13, 31 - 33

Gesù, dunque, sceglie il martirio. Le ragioni per cui egli viene messo a morte non possono ridursi però, a quella riportata nei vangeli: l’avere egli rivendicato di essere figlio di Dio e re dei Giudei. Definendosi figlio di Dio, c’è da pensare che Gesù non abbia mai inteso attribuirsi una natura divina, bensì un rapporto privilegiato con un Dio concepito come Padre, e al quale, in quanto tale, gli uomini potevano fare riferimento direttamente, senza la mediazione della classe sacerdotale. Figlio di Dio o della Luce va inteso semplicemente in opposizione a figlio di Satana o delle tenebre. Gesù presumibilmente si riteneva semplicemente un profeta fondatore della comunità dei Figli di Dio. Quanto al titolo regale, è impossibile attribuire questa ambizione ad un uomo che riteneva gran parte del popolo ebraico destinato alla dannazione eterna.

Occore inoltre tenere conto della preoccupazione espressa dai membri del Sinedrio, per cui è meglio che uno solo muoia che non tutto il popolo per opera dei Romani. Tale preoccupazione lascia pensare a una paventata rappresaglia da parte degli occupanti. Quale pericolo poteva mai rappresentare Gesù per i Romani? Pensare che egli sobillasse il popolo per promuovere una guerra di indipendenza non sembra comprovabile in alcun modo. La morte sulla croce è, però, nell'ordinamento penale romano, la morte del ribelle, anzi dello schiavo ribelle. L’ipotesi più plausibile è che siano stati i Farisei e i Sadducei a suggerire ai Romani l’identificazione di Gesù con un temibile sobillatore. Ciò non sarebbe bastato forse a determinare la condanna se Gesù non avesse assunto nei confronti dell’autorità romana un atteggiamento implicitamente ostile e provocatorio. Egli si è dunque votato al martirio sulla croce, certo di ricongiungersi al Padre celeste ma presumibilmente del tutto ignaro delle conseguenze storiche del suo sacrificio.

Parte quarta. Dal Giudaismo al Cristianesimo

1) Il conflitto tra Giudei e Cristiani

Dopo la morte di Gesù, gli Apostoli e coloro che credono in lui si raccolgono e si contano. Sono non più di un centinaio. Le masse trionfali di cui si parla nei Vangeli che acclamavano il Figlio di Dio, il Messia si sono, evidentemente dissolte, deluse nella loro aspettativa di un rivolgimento sociale. Lo stato d’animo dei seguaci di Cristo è facile da comprendere. Per quanto addolorati e avviliti, essi continuano a credere nell’imminenza del regno dei cieli promesso da Gesù, ma devono fare i conti con un contesto sostanzialmente ostile. Ancora fermamente convinti che il messaggio di Gesù riguardi solo gli Ebrei, essi non hanno altra possibilità che rivolgersi ad essi tentando di persuaderli che il Messia atteso e profetizzato è venuto.

I primi tentativi di predicazione, riferiti negli Atti degli Apostoli, contengono in nuce il conflitto che negli anni successivi divamperà.

"Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino e avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio l’ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni…

Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. Pentitevi dunque e cambiate vita, perchè siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù.

Egli dev’esser accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti. Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. Tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunziarono questi giorni.

Voi siete i figli dei profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra. Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione e perchè ciascuno si converta dalle sue iniquità." Atti 3, 13 - 26

Da questo brano risulta chiaro che gli Apostoli sono ancora fermamente convinti che il messaggio di salvezza riguardi solo gli Ebrei. La prova infatti che viene addotta per indurre la fede in Gesù si identifica con la realizzazione della promessa fatta da Jahvè ai patriarchi e l’adempimento delle profezie, vale a dire con un’argomentazione comprensibile solo all’interno della tradizione ebraica. La Tradizione legge in questo un fraintendimento che si risolverà nel giro di poco tempo. Ma non si tratta di un fraintendimento poichè Gesù più volte ha affermato che, inviato dal Padre celeste, il suo messaggio di salvezza si rivolgeva al popolo eletto e non agli altri. Lo sforzo di indurre negli Ebrei il riconoscimento di Gesù come il Messia lungamente atteso è però compromesso dall’accusa loro rivolta di avere ucciso il Figlio di Dio. Al di là del carattere confuso dell’accusa che, imputando l’uccisione all’ignoranza, esclude la colpa, occorre considerare che il Fariseismo, ferocemente contestato da Gesù, si è sviluppato, dal ritorno a Gerusalemme in poi, sulla base del ricordo della terribile punizione inflitta da Dio agli Ebrei per le loro ribellioni. Esso, ingabbiando l’esistenza quotidiana in un insieme di regole rituali minuziose, tendeva a scongiurare la possibilità di peccare senza rendersene conto. L’imputazione del deicidio, di una colpa sacrilega irrimediabile, non può essere dunque accettata dai ‘giusti’. Essa comporta, inoltre, l’accettazione del fatto che la salvezza non dipende dalle opere, dal rispetto della legge mosaica, bensì dalla grazia divina.

Per aderire alla religione di Cristo, gli Ebrei, infine, dovrebbero rinunciare alla speranza di un Messia davidico trionfante e accettare la realtà di un Messia sbeffeggiato dai soldati romani e crocifisso come un criminale, la cui resurrezione si fonda sulla parola dei suoi discepoli, unici testimoni dell’evento miracoloso.

L’opposizione alla predicazione cristiana dei ceti dominanti ebraici (Sadducei, Farisei, Scribi) è, però, solo in parte di ordine teologico. Essa riconosce motivazioni ben più concrete.

La comunità cristiana, che non rinuncia a frequentare il tempio e le sinagoghe, in quanto si riconosce ancora come parte viva del Giudaismo, si dà, coerentemente con la predicazione di Gesù, un’organizzazione di tipo radicalmente comunistico:

"La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perchè quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.

Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa "figlio dell’esortazione", un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l’importo deponendolo ai piedi degli apostoli." Atti 4, 32 - 37

Il rigore di questo ordinamento sociale, letteralmente fedele all’insegnamento di Gesù, è restituita da un episodio agghiacciante, che rievoca il potere punitivo del Dio dell’Antico Testamento:

"Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sè una parte dell’importo d’accordo con la moglie, consegnò l’altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: "Anania, perchè mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perchè hai pensato in cuor tuo a quest’azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio". All’udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell’accaduto. Pietro le chiese: "Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?". Ed essa: "Sì, a tanto". Allora Pietro le disse: "Perchè vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te".

D’improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose." Atti 5, 1 - 11

E’ evidente che non la dottrina cristiana ma la sua realizzazione sociale, che comportava la messa in comune dei beni patrimoniali e azzerava tutte le differenze di status, non poteva non suscitare che una violenta reazione da parte dei ceti dominanti. L’originario comunismo cristiano è una conferma che la predicazione di Gesù è avvenuta nel solco delle denunce secolari dei profeti delle ingiustizie sociali e che essa si è fatta carico del disagio e del malcontento popolare. La struttura classista della società ebraica permette di comprendere anche la scissione che la predicazione cristiana introduce in essa tra il popolo miserabile, che ne è suggestionata, e le classi dominanti che, al di là dei conflitti teologici, vedono minacciati i loro privilegi. Questo aspetto, però, non va esasperato. I Sadducei di sicuro curavano più i propri interessi che il culto della legge mosaica. Ma tra i Sacerdoti e i Farisei, che si alleano ad essi nella persecuzione dei Cristiani, molti sono di sicuro onesti, timorati di Dio e in buona fede nella difesa della tradizione.

Il conflitto tra Cristiani e Ebrei diventa rapidamente critico in conseguenza del fatto che i primi sono a tal punto convinti di essere depositari della verità rivelata che impostano il confronto con gli Ebrei sulla base di un dogmatismo radicale e provocatorio, che identifica la conversione con una repentina ristrutturazione ideologica. Questo aspetto, implicito già nel discorso di Pietro, diventa chiaro nel processo intentato a Stefano:

"Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo. Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei "liberti" comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell'Asia, a disputare con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. Perciò sobillarono alcuni che dissero: "Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio". E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: "Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè".

E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo. Gli disse allora il sommo sacerdote: "Queste cose stanno proprio così?". Ed egli rispose: "Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era ancora in Mesopotamia, prima che egli si stabilisse in Carran, e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e và nella terra che io ti indicherò. Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte del padre, Dio lo fece emigrare in questo paese dove voi ora abitate, ma non gli diede alcuna proprietà in esso, neppure quanto l'orma di un piede, ma gli promise di darlo in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui, sebbene non avesse ancora figli. Poi Dio parlò così: La discendenza di Abramo sarà pellegrina in terra straniera, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. Ma del popolo di cui saranno schiavi io farò giustizia, disse Dio: dopo potranno uscire e mi adoreranno in questo luogo. E gli diede l'alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l'ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero schiavo in Egitto. Dio però era con lui e lo liberò da tutte le sue afflizioni e gli diede grazia e saggezza davanti al faraone re d'Egitto, il quale lo nominò amministratore dell'Egitto e di tutta la sua casa. Venne una carestia su tutto l'Egitto e in Canaan e una grande miseria, e i nostri padri non trovavano da mangiare. Avendo udito Giacobbe che in Egitto c'era del grano, vi inviò i nostri padri una prima volta; la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e fu nota al faraone la sua origine. Giuseppe allora mandò a chiamare Giacobbe suo padre e tutta la sua parentela, settantacinque persone in tutto. E Giacobbe si recò in Egitto, e qui egli morì come anche i nostri padri; essi furono poi trasportati in Sichem e posti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato e pagato in denaro dai figli di Emor, a Sichem.

Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, finchè salì al trono d'Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. Questi, adoperando l'astuzia contro la nostra gente, perseguitò i nostri padri fino a costringerli a esporre i loro figli, perchè non sopravvivessero. In quel tempo nacque Mosè e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi, essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come figlio. Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere. Quando stava per compiere i quarant'anni, gli venne l'idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele, e vedendone uno trattato ingiustamente, ne prese le difese e vendicò l'oppresso, uccidendo l'Egiziano. Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. Il giorno dopo si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperò per metterli d'accordo, dicendo: Siete fratelli; perchè vi insultate l'un l'altro? Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi? Vuoi forse uccidermi, come hai ucciso ieri l'Egiziano? Fuggì via Mosè a queste parole, e andò ad abitare nella terra di Madian, dove ebbe due figli.

Passati quarant'anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. Mosè rimase stupito di questa visione; e mentre si avvicinava per veder meglio, si udì la voce del Signore: Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Esterrefatto, Mosè non osava guardare. Allora il Signore gli disse: Togliti dai piedi i calzari, perchè il luogo in cui stai è terra santa. Ho visto l'afflizione del mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli; ed ora vieni, che ti mando in Egitto.

Questo Mosè che avevano rinnegato dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice?, proprio lui Dio aveva mandato per esser capo e liberatore, parlando per mezzo dell'angelo che gli era apparso nel roveto. Egli li fece uscire, compiendo miracoli e prodigi nella terra d'Egitto, nel Mare Rosso, e nel deserto per quarant'anni. Egli è quel Mosè che disse ai figli d'Israele: Dio vi farà sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me. Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l'angelo che gli parlava sul monte Sinai e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, lo respinsero e si volsero in cuor loro verso l'Egitto, dicendo ad Aronne: Fà per noi una divinità che ci vada innanzi, perchè a questo Mosè che ci condusse fuori dall'Egitto non sappiamo che cosa sia accaduto. E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono sacrifici all'idolo e si rallegrarono per l'opera delle loro mani. Ma Dio si ritrasse da loro e li abbandonò al culto dell'esercito del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti: Mi avete forse offerto vittime e sacrifici quarant'anni nel deserto, o casa d'Israele? Avete preso con voi la tenda di Mòloch, e la stella del dio Refàn, che vi siete fabbricati per adorarli! Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.

I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che disse a Mosè di costruirla secondo il modello che aveva visto. E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè se la portarono con sè nella conquista dei popoli che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. Questi trovò grazia innanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per il Dio di Giacobbe; Salomone poi gli edificò una casa. Ma l'Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d'uomo, come dice il Profeta: Il cielo è il mio trono e la terra sgabello per i miei piedi. Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? Non forse la mia mano ha creato tutte queste cose? O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi.

Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l'avete osservata.

All'udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: "Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio". Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo." Atti, 6, 8 - 14; 7, 1 - 58

Questo discorso è particolarmente importante perchè attesta che la catechesi cristiana è ancora piuttosto approssimativa. Essa ignora il peccato originale e identifica Gesù come l’ultimo dei profeti perseguitati. La reazione degli Ebrei è giustificata dallo scandalo di un uomo che, oltre ad accusare di empietà i loro padri, sostiene di vedere direttamente Dio. Dall’epoca di Mosè, Jahvè è il Dio invisibile il cui sguardo può annientare.

La messa a morte di Stefano, il primo martire nella storia della Chiesa, segna la vittoria del Giudaismo a Gerusalemme, che rimarrà per sempre preclusa alla predicazione cristiana. La fuga dei Cristiani da Gerusalemme allarga però il conflitto coinvolgendo le comunità giudaiche rifugiatesi, in seguito alla dispora, in territorio ellenico. Si tratta di comunità il cui contatto con la civiltà greca ha reso culturalmente più flessibili. Non sorprende pertanto che esse accettino di far parlare i Cristiani nelle Sinagoghe. Ma ovunque il risultato è lo stesso; alcuni aderiscono alla nuova fede, altri - la maggioranza - la ritengono incompatibile con la tradizione mosaica e reagiscono con violenza.

E’ la resistenza opposta dagli ebrei alla predicazione cristiana e l’impossibilità psicologica degli Apostoli di accettarla in quanto limite della potenza di Cristo a produrre un salto di qualità destinato ad avere effetti straordinari. Secondo gli Atti, è Pietro che, per primo, prende l’iniziativa di battezzare dei pagani. La sua ritrosia nell’accettare l’incontro richiestogli ("Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza." Atti 10, 28) è un’ulteriore conferma del fatto che l’insegnamento di Gesù, per questo aspetto, non aveva minimamente messo in discussione il dogma del popolo eletto. La disponibilità dei pagani ad accogliere il messaggio cristiano dà luogo ad una repentina illuminazione:

"Pietro prese la parola e disse: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto." Atti 10, 34 - 35

Dopo l’aspro approccio di Pietro, il tentativo di indurre negli Ebrei il riconoscimento di Gesù come figlio di Dio adotta, soprattutto per opera di Paolo, una diversa strategia:

"Si alzò Paolo e fatto cenno con la mano disse: "Uomini di Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri ed esaltò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. Quindi, dopo essersi preso cura di loro per circa quarant’anni nel deserto, distrusse sette popoli nel paese di Canaan e concesse loro in eredità quelle terre, per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei Giudici, fino al profeta Samuele. Allora essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Cis, della tribù di Beniamino, per quaranta anni. E, dopo averlo rimosso dal regno, suscitò per loro come re Davide, al quale rese questa testimonianza: Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri.

Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di penitenza a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali.

Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata questa parola di salvezza. Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l’hanno riconosciuto e condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato; e, pur non avendo trovato in lui nessun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo.

E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, poichè Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato.

E che Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione, è quanto ha dichiarato: Darò a voi le cose sante promesse a Davide, quelle sicure. Per questo anche in un altro luogo dice: Non permetterai che il tuo santo subisca la corruzione. Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nella sua generazione, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione. Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto la corruzione. Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera di lui vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per lui chiunque crede riceve giustificazione da tutto ciò da cui non vi fu possibile essere giustificati mediante la legge di Mosè." Atti 13, 16 - 39

Paolo sollecita l’orgoglio del popolo ebraico di essere depositario e referente privilegiato della rivelazione divina, cerca di dimostrare la continuità nel corso del tempo della rivelazione e di sottolineare la resurrezione di Gesù come prova della sua divinità, mettendo tra parentesi il deicidio. Anche questa strategia, però, non funziona. Lo scontro tra Giudei e Cristiani è aspro, e si volge costantemente a favore dei primi. I Cristiani, ovunque esiste una comunità giudaica, vengono scacciati, minacciati, imprigionati. Non rimane che prendere atto della situazione e trarne le inevitabili conseguenze:

"Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando.

Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: "Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poichè la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani." Atti 13, 44 - 46

La conversione dei pagani, che vengono ad arricchire le fila di un nucleo originario rappresentato da Giudei, pone non pochi problemi.

Il messaggio di salvezza di Gesù è stato presentato come un necessario completamento della legge mosaica. I Giudei che si sono convertiti al Cristianesimo sono pertanto convinti che la pratica della nuova fede non possa prescindere dal culto delle tradizioni rituali e precettistiche preesistenti. Pur non essendo il solo, il problema della circoncisione assume un significato discriminante, poichè, nella tradizione, era esso il segno dell’Alleanza con Dio. Gli apostoli e i missionari si rendono ben conto che fare accettare ai pagani di lingua greca, nella cui cultura il tema del Dio risorto non è scandaloso come presso gli Ebrei, la nuova religione non è oltremodo difficile, ma indurli a sottoporsi alla circoncisione e a praticare i precetti mosaici risulta pressochè impossibile. Occorre dunque completare l’opera di revisione della legge mosaica avviata da Gesù e ritenere, ai fini della salvezza, inessenziali sia la circoncisione che i precetti mosaici, portati peraltro dai Farisei a un livello di esasperazione formale. Occorre l’autorità di Pietro per operare questo ulteriore strappo:

"Ma si alzarono alcuni della setta dei Farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè. Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. Dopo lunga discussione, Pietro si alzò e disse: "Fratelli, voi sapete che gia da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi, perchè i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede. Or dunque, perchè continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che nè i nostri padri, nè noi siamo stati in grado di portare? Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro"." Atti 15, 5 - 11

Alla fine si giunge ad un compromesso. I Giudei convertiti continueranno a rispettare la legge di Mosè in nome di Cristo. Ai pagani non si imporrà che ciò che essi possono accettare:

"Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia." Atti 15, 28 - 29

La riduzione della legge mosaica a questi pochi elementi risulta inaccettabile per i ‘giusti’. La rottura tra Giudaismo e Cristianesimo diventa definitiva, e nasce una nuova religione che non rinnega la tradizione mosaica ma ne recepisce solo i comandamenti e lo spirito che implica l’assoggettamento alla volontà divina. La potenza di questa nuova religione non si fonda però sulla dottrina bensì sulla sua capacità di dare luogo immediatamente ad una pratica di vita comunitaria e comunistica. I Cristiani si raccolgono nell’attesa dell’imminente avvento del regno di Dio. In questa fase la religione cristiana è ancora impregnata di un’aspettativa escatologica che Gesù stesso ha promosso. Ed essa fa facilmente presa sulla parte delle popolazioni per le quali evadere da una realtà di oppressione e di miseria ed essere destinati ad una vita eterna di felicità significa guadagnare tutto senza perdere nulla.

2) La religione paolina

La Tradizione riconosce a Paolo, oltre che una totale dedizione alla causa di Gesù, il merito di avere colto, più lucidamente e profondamente di tutti gli altri, la trama essenziale della storia letta nell’ottica cristiana. Le sue Lettere vengono esaltate come la quintessenza teologica del Cristianesimo. La verità è che Paolo mette a fuoco per primo l’ideologia catechistica che consentirà la rapida diffusione del messaggio cristiano presso i pagani e finirà per rappresentare, sino ad oggi, la Tradizione ecclesiale. L’analisi delle Lettere è, dunque, sommamente importante per capire quali circostanze hanno promosso l’interpretazione paolina e quali ne hanno determinato la straordinaria presa sull’immaginario collettivo.

Non si può, in questo caso, non tenere conto dell’elemento biografico. Paolo nasce da una famiglia ebrea residente in Cilicia, in territorio greco. Gli Ebrei della diaspora, interagendo con un ambiente culturale profondamente diverso da quello originario, sono andati incontro, nel corso dei secoli, ad un processo di adattamento che, in genere, anche senza giungere all’integrazione, ne ha reso più flessibile la mentalità. Solo alcune famiglie, per timore della contaminazione culturale, si sono irrigidite nel rispetto della legge mosaica e hanno mantenuto un rapporto intenso con la comunità giudaica. La famiglia di Paolo è tra queste. Egli viene allevato dunque nella tradizione farisaica e inviato da giovane a Gerusalemme per completare la sua formazione e conseguire il titolo di Scriba. Si trova dunque in Palestina nel periodo della predicazione di Gesù, ma non ha occasione di conoscerlo. La sua formazione è però tale da indurlo a prendere una rigida posizione contro il nascente movimento cristiano. La difesa della Legge postula di considerare abominevoli e meritevoli di morte tutti coloro che la minacciano. Paolo diventa pertanto un accanito persecutore dei cristiani. Un cambiamento radicale sopravviene in seguito ad una visione miracolosa nel corso della quale Dio si manifesta a Paolo. Tale circostanza determina una repentina ristrutturazione della visione del mondo, presumibilmente preparatasi già da tempo a livello inconscio. Inviso ai Giudei per il suo repentino voltafaccia e tenuto in sospetto dai Cristiani per i suoi trascorsi, egli si ritira dalla vita pubblica per dieci anni dedicandosi allo studio e alla riflessione. Quando torna in campo, egli ha organizzato un suo vangelo, vale a dire una sua lettura della storia biblica e della vicenda di Cristo.

In difetto di dati biografici più precisi, è difficile interpretare il senso del repentino cambiamento avvenuto in Paolo. La visione miracolosa e la vocazione da parte di Dio vanno interpretate come una destrutturazione/ristrutturazione repentina dell’esperienza soggettiva, corrispondente a dinamiche inconsce che, all’epoca, potevano essere vissute solo sotto forma visionaria. Riguardo alle dinamiche in gioco non è facile avanzare un’ipotesi. Il radicalismo farisaico di Paolo, vissuto in territorio greco, sembra riconducibile più ad una cieca soggezione all’autorità paterna e alla cultura del gruppo parentale che non ad un’intima adesione. La natura di Paolo, dopo la conversione, risulta del tutto immune da atteggiamenti violenti. Egli ha dunque perseguitato e, presumibilmente, ucciso i cristiani per condizionamento culturale, in una sorta di ipnosi che lo ha costretto a restare fedele al culto dei Padri.

Allorchè comportamenti violenti sono agiti, in nome di una qualunque causa, da un soggetto la cui intima natura è sensibile, l'anestetizzazione emozionale, che permette di agire quei comportamenti, è precaria, poichè al di sotto di essa si accumulano sensi di colpa molto intensi. Sulla via di Damasco, Paolo può semplicemente essere 'rientrato in sè' in conseguenza di un attacco di panico, che è la forma in cui spesso si manifestano sensi di colpa rimossi. Il brusco cambiamento di personalità, corrispondente, come nel caso di Gesù, ad un processo d'individuazione, rende ragione del fatto che esso sia stato attribuito ad un miracolo.

La predicazione di Paolo riconosce due fasi. Nella prima, come si è visto nel capitolo precedente, egli si rivolge ai Giudei nel tentativo di persuaderli che la promessa fatta da Dio del Messia si è realizzata con la venuta di Gesù.

Paolo, però, si rende conto rapidamente che la resistenza degli Ebrei a riconoscere il Messia in un uomo che è stato messo a morte come un criminale è insormontabile, e capisce che il messaggio cristiano, per non ridursi ad una credenza settaria ebraica, va necessariamente rivolto ai pagani. Ma a questi non è stata fatta nei testi biblici alcuna promessa, nè essi sono vissuti nell’aspettativa del Messia. La predicazione va dunque articolata in termini radicalmente diversi. E’ a questo punto che Paolo ha un’intuizione che si traduce in una nuova lettura dei testi biblici e della storia umana.

Secondo tale lettura, il peccato di Adamo ha rappresentato la colpa originaria destinata a gravare su tutti gli uomini, incapaci di riscattarla. La legge mosaica ha avuto l’unico significato di contenere la natura peccaminosa dell’uomo al tempo stesso rivelandola. Il sacrificio del Figlio di Dio riscatta l’umanità dal peccato originale e, in virtù della resurrezione, per grazia e bontà divina, riapre ad essa l’accesso alla felicità eterna. Estendendo a tutta l’umanità le conseguenze del peccato originale è possibile estendere ad essa anche le conseguenze della morte e della resurrezione di Cristo. Il popolo ebreo, che ha avuto il merito di mantenere viva nel corso dei secoli la credenza nell’unico, vero Dio, fallendo nel riconoscerne il figlio incarnato, è stato solo lo strumento che Dio ha utilizzato per portare a compimento il suo piano salvifico. La salvezza è dunque dovuta alla grazia di Dio e non alle opere o al rispetto della Legge. La tradizione mosaica può dunque essere superata in nome della fede.

E’ agevole trarre dalle lettere le prove di questa ideologia:

"Non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù." Romani 3, 22 - 24

"Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perchè tutti hanno peccato. Fino alla legge infatti c’era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.

Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini." Romani 5, 12 - 15

"Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti." Romani 5, 18 - 19

"Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Perchè il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore." Romani 6, 22 - 23

"Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poichè la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perchè la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perchè la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito." Romani 8, 1 - 4

"se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: Chiunque crede in lui non sarà deluso. Poichè non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. Infatti: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato." Romani 10, 9 - 13

Non ci vuole molto a capire perchè questa nuova ideologia, concettualmente molto complessa ma catechisticamente riducibile all’avere fede in Gesù e al potere ottenere in virtù di ciò la salvezza e la felicità eterna, abbia fatto facilmente breccia tra i pagani, e anzitutto tra gli schiavi e i poveri.

L’estrazione sociale dei neofiti cristiani è, a riguardo, significativa:

"Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perchè nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio." 1 Corinzi 1, 26 - 29

In virtù dell’atto di fede, le differenze sociali sono annullate e nasce una comunità fondata sull’uguaglianza:

"Qui non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza." 2 Corinzi 8, 13

"Non c’è più giudeo nè greco; non c’è più schiavo nè libero; non c’è più uomo nè donna, poichè tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa." Galati 3, 28 - 29

Non c’è da sorprendersi dell’adesione al messaggio di schiavi, di poveri, di illetterati. Si realizza pertanto la previsione di Cristo secondo la quale "gli ultimi diventeranno i primi". Ma la massiccia adesione di pagani culturalmente sprovveduti crea più di un problema. I Giudei convertitisi al Cristianesimo hanno infatti alle spalle una lunga tradizione religiosa e morale che ai pagani difetta. Il comandamento univoco dell’amore del prossimo ("Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perchè chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore." Romani 13, 8 - 10) è di certo importante nel promuovere un afflato comunitaristico e nell’assicurare alle comunità cristiane una tensione comunistica che anticipa il regno dei cieli, il regno della giustizia. Ma intanto occorre moderare l’aspettativa apocalittica per non incorrere nel rischio di un abbandono collettivo della fede in conseguenza di un’interminabile attesa:

"Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, nè da pretese ispirazioni, nè da parole, nè da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti dovrà avvenire l’apostasia e dovrà esser rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio." 2 Tessalonicesi. 2, 1 - 4

In secondo luogo occorre dotare le comunità sia di regole estrinseche che estrinseche, di una politica e di una morale. Per quanto concerne il primo aspetto Paolo si rende ben conto che la potenza romana e l’ordinamento sociale vigente non possono essere sfidati. Se dunque l’ugualitarismo comunistico tra i Cristiani viene ribadito come una conseguenza dell’esempio di Cristo:

" E a questo riguardo vi do un consiglio: si tratta di cosa vantaggiosa per voi, che fin dall’anno passato siete stati i primi, non solo a intraprenderla ma a desiderarla. Ora dunque realizzatela, perchè come vi fu la prontezza del volere, così anche vi sia il compimento, secondo i vostri mezzi. Se infatti c’è la buona volontà, essa riesce gradita secondo quello che uno possiede e non secondo quello che non possiede. Qui non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza." 2 Corinzi 8, 10 - 13

esso non viene proposto come un modello estensibile alla società. Liberati dal peccato dal sacrificio di Cristo, e in attesa del regno dei cieli, i Cristiani devono rimanere sottomessi all’autorità civile:

"Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poichè non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio.

E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poichè essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perchè non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perchè quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto." Romani 13, 1 - 7

Anche i rapporti tra Cristiani, benchè animati dall’amore reciproco, non devono sovvertire le tradizionali gerarchie sociali:

"Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poichè non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio.

E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l'autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poichè essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perchè non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perchè quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto." Romani 13, 1 - 7

"Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia nè ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perchè chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poichè siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito." Efesini 5, 22 - 33

"Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perchè questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre: è questo il primo comandamento associato a una promessa: perchè tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra. E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore.

Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo, e non servendo per essere visti, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, compiendo la volontà di Dio di cuore, prestando servizio di buona voglia come al Signore e non come a uomini. Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo sia libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene.

Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che per loro come per voi c’è un solo Signore nel cielo, e che non v’è preferenza di persone presso di lui." Efesini 6, 1 - 9

Capace di attrarre le masse popolari in nome del suo radicale ugualitarismo, il vangelo di Paolo mira dunque ad indurre un cambiamento interiore, il passaggio dall’uomo vecchio gravato dal peccato all’uomo nuovo liberato da esso in virtù del sacrificio di Cristo. Assicurato dalla fede nella resurrezione di Cristo, questo passaggio definisce, nell’ottica di Paolo, non solo il superamento del Giudaismo ma anche quello della cultura greca:

"E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perchè ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini." 1 Corinzi 1, 22 - 25

Lo scandalo del Dio crocifisso è peraltro funzionale a sottolineare la vittoria sulla morte, attestata dalla sua risurrezione:

"Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perchè contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.

Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poichè se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo." 1 Corinzi 15, 12 - 22

"Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.

Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?

Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!" 1 Corinzi 15, 51 - 56

"O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perchè come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perchè fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato.

Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù." Romani 6, 3 - 11

Con ciò si realizza il decentramento definitivo del significato della vita dall’orizzonte mondano a quello extramondano. La promessa della felicità eterna, il cui perseguimento giustifica qualunque sacrificio, è la carta vincente del Cristianesimo rispetto al paganesimo greco - romano, che, anche nelle sue espressioni più raffinate, non va al di là dell’assicurare all’individuo la saggezza, vale a dire la quiete interiore. Ma tale promessa non avrebbe catturato, in maniera sorprendentemente rapida, le masse popolari se l’attesa della sua realizzazione ultraterrena non si fosse tradotta in un’esperienza sociale del tutto particolare. In virtù della sua conversione e della fede in Cristo risorto, il cristiano accede ad una comunità all’interno della quale le differenze sociali vengono annullate, nella quale si pratica il comunismo dei beni, e la naturale tendenza dell’uomo al male, che il Cristianesimo recepisce, viene arginata dal controllo reciproco e dalla solidarietà sociale.

E’ ingenuo pensare alle primitive comunità cristiane come oasi all’interno delle quali magicamente l’uomo vecchio dismette le sue vesti e trasmuta nell’uomo nuovo auspicato da Paolo. La lotta tra la carne, che porta alla morte e lo spirito, che porta alla vita eterna, è dura e difficile:

"Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne,venduto come schiavo del peccato. Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto.

Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente, servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato." Romani 7, 14 - 25

"Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Poichè la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla legge, perchè la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perchè la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito.

Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perchè non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio.

Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poichè se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete." Romani 7 - 8

Ma l’attrazione che le primitive comunità cristiane esercitano sulle masse popolari riconosce motivazioni molto più concrete rispetto ad una loro incredibile aspirazione alla spiritualità. La promessa della felicità eterna si associa infatti ad un regime che consente, tra l’altro, in virtù del banchetto eucaristico quotidiano, di sbarcare il lunario, e non sempre in maniera rispettosa del rito religioso:

"E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per

il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono

divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perchè si

manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro

non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il

proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere?

O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi?

Lodarvi? In questo non vi lodo!" 1 Corinzi 11, 17 - 22

La realtà è che, in un mondo caratterizzato da un numero imponente di schiavi e di poveri, molti di coloro che accedono al Cristianesimo non hanno una casa per mangiare e per bere e profittano della disponibilità di beni messi a disposizione dai pochi ricchi, soprattutto donne, che aderiscono alla nuova religione in nome di una pari dignità tra i sessi che non prescinde comunque dall’obbligo di rimanere subordinate al potere maschile.

Il Cristianesimo nascente è una paradossale rivoluzione sociale che uguaglia gli uomini sulla carta e promette agli ultimi di diventare, nel regno dei cieli, i primi. Il carattere spirituale di questa rivoluzione consente al Cristianesimo di affermarsi senza incidere immediatamente sulla struttura sociale dell’Impero romano. Liberato da Cristo e restituito alla sua originaria dignità, lo schiavo e il povero rimangono tali nell’ordine sociale. Il ricco, invitato a spogliarsi dei suoi beni, in realtà se ne spoglia solo in parte, continuando nella vita pubblica a curare i suoi affari. Il Cristianesimo, nella versione paolina, promuove l’umanizzazione e la cristianizzazione dei rapporti, non la trasformazione sociale. Non è per caso che, nel giro di pochi secoli, l’aspetto religioso e morale della virtù finirà per prevalere nettamente su quello sociale dell’uguaglianza.


Conclusioni

Nei testi biblici sono riconoscibili almeno cinque situazioni congiunturali che danno luogo ad una ristrutturazione totale dell’ideologia religiosa del popolo ebraico.

La prima situazione si realizza all’epoca di Abramo, allorchè il Dio dei padri, un Dio manico la cui differenziazione rispetto agli altri dei è semplicemente patronimica, assume le caratteristiche di un Dio etnico. In conseguenza dell’etnocentrismo radicale ebraico, esso giunge a porsi come primus inter pares, vale a dire come il più forte tra tutti gli dei.

La seconda risale all’epoca di Mosè e va ricondotta alla necessità di centralizzare il culto di Jahvè per ridurre il potere dei capi - famiglia e quello dei clan. La centralizzazione del culto comporta l’investitura da parte di Jahvè di un capo politico e di una classe sacerdotale (ovviamente un’autoinvestitura) e l’imposizione di una monolatria. Jahvè convive con gli altri dei, ma egli è il più forte di tutti ed è il Dio degli Ebrei.

La terza si realizza all’epoca dei Profeti, per effetto delle invasioni e delle deportazioni, e segna la nascita del monoteismo in senso proprio. Jahvè è l’unico, vero Dio, padrone del mondo che ha creato. E’ un Dio d’amore misericordioso ma terribile con i figli che si ribellano a Lui. E’ un Dio di giustizia che non tollera le differenziazioni sociali e le iniquità, e che interverrà a sanarle.

La quarta risale all’epoca di Gesù, e va ricondotta alla crisi politica, sociale e religiosa del popolo ebraico. Jahvè diventa Signore e Padre: Dio onnipotente ed eterno, spietato con i ricchi e gli ingiusti, ma amorevole e sollecito nei confronti degli uomini che realizzano la sua volontà. La nuova legge è la legge dell’amore tra uomini accomunati dall’essere figli di Dio. Data l’insensibilità della maggioranza degli uomini e il lavorio sotterraneo di Satana, che ne conquista le anime, la potenza e la giustizia di Dio non possono realizzarsi sulla terra ma nell’aldilà.

La quinta si realizza alcuni decenni dopo la morte di Gesù allorchè Paolo s'impegna a giustificare la morte sulla croce del Figlio di Dio per mano del popolo eletto. La soluzione che egli avanza stravolge la tradizione ebraica, facendo capo ad un peccato originale, rimasto incombente su tutta l’umanità, che il sacrificio di Gesù vale ad espiare, e estendendo la salvezza a tutti i popoli del mondo, tranne gli Ebrei.

Ognuna di queste circostanze congiunturali, come si è visto, dà luogo ad una ristrutturazione dell'ideologia religiosa. In questi salti strutturali, dovuti a circostanze storico - sociali e culturali ben definite, che portano gradualmente da una rozza religione tribale ad una religione universale, la Tradizione ecclesiale legge una progressiva rivelazione della Verità su Dio, sull’uomo e sul mondo che gli uomini avrebbero stentato a capire e che si compie pienamente in virtù della predicazione di Gesù, il cui sacrificio riscatta l’umanità dal peccato e riapre l’accesso alla felicità eterna a coloro che credono in Dio e si sottomettono alla sua volontà.

Si tratta di una lettura estremamente dubbia, inficiata dal fatto che il nodo centrale del difficile rapporto dell’umanità con Dio - il peccato originale - è rimasto ignoto agli Ebrei perchè mai rivelato. Neppure Gesù che, calandosi nel ruolo del servo di Dio definito dai profeti, ha accettato la logica per cui il giusto paga per il peccatore al fine di estinguere l’ira divina, lo ha rivelato. La rivelazione sarebbe dunque toccata a Paolo che, facendone partecipe l’umanità, ha stigmatizzato l’indegnità del popolo che, nel corso dei secoli, ha mantenuto viva la fede in Jahvè.

Pensiamo di avere fornito le prove per cui questa evoluzione ideologica si può interpretare in termini non mistici ma concreti Ogni salto ideologico muove infatti dalla necessità di rimediare ad una situazione di crisi.

Il Dio dei Patriarchi deve essere il più forte tra tutti gli dei per sopperire all’inferiorità degli Ebrei nei confronti dei cananei. La potenza di Dio non li preserva però dalla necessità, presumibilmente legata ad un lungo periodo di carestia, di allontanarsi da una terra che è stata loro promessa, le cui risorse, divenute scarse, non possono essere contese ai residenti. La migrazione in Egitto avviene dunque all’insegna di una delusione, che giustifica il progressivo distacco dalla religione dei padri.

Mosè, che trascina fuori dall’Egitto gli Ebrei con un numero imprecisato ma non insignificante di forestieri, che praticano culti idolatrici, si ritrova nella necessità di rendere coeso culturalmente un popolo eterogeneo e di trasformare in nazione un insieme raccogliticcio di tribù, gelose della loro autonomia. Lo stratagemma che egli utilizza è di riabilitare la tradizione dei Padri proponendo un Dio sino allora sconosciuto, Jahvè, e attribuendo ad esso un potere legislativo che promuove la centralizzazione del potere politico e di quello religioso. Riesce, faticosamente, a fare accettare questa nuova religione in nome della terra promessa che Jahvè permetterà di conquistare e di un futuro di prosperità collettiva.

L’insediamento territoriale realizza la prima promessa, non la seconda. La differenziazione sociale che segue all’insediamento, il definirsi di un ordinamento sociale di tipo feudale, il maturare di una classe ricca e privilegiata feriscono profondamente la sensibilità del popolo ebraico che privilegia, da sempre, il comunitarismo e l’ugualitarismo. L’ingiustizia sociale, irrimediabile nell’orizzonte mondano, allontana il popolo dalla religione mosaica e lo spinge verso l’idolatria.

Il ruolo dei profeti è di farsi carico di una crisi sociale, economica e religiosa profonda. Essi stigmatizzano, al tempo stesso, sia le ingiustizie sociali che l’abbandono all’idolatria. In opposizione agli idoli, essi elaborano il concetto di un Dio creatore del mondo che lo governa e lo amministra. Un Dio di giustizia che ama i suoi figli e pretende di essere amato e rispettato. A tal fine egli promuove una catastrofica punizione rigenerativa.

La catastrofe, di fatto, sopravviene. Gerusalemme è distrutta e il popolo ebraico deportato in Babilonia. Il rientro in Palestina, però, nonostante il tentativo di riforma teocratica di Esdra e Neemia, non produce l’auspicata rigenerazione. sia l’ingiustizia sociale che l’idolatria si ripropongono. La previsione dei profeti, secondo la quale tutti i popoli si sarebbero assoggettati a Israele e al suo Dio, risultano prive di fondamento. La potenza di israele declina inesorabilmente. La terra sacra viene invasa e conquistata. L’altare di Jahvè vien profanato e al suo posto subentrano gli idoli pagani.

Dov’è la potenza di Jahvè? dove la sua giustizia? dove la misericordia? E’ necessaria, per arginare la crisi, una nuova ristrutturazione ideologica, che si prepara però lentamente.

Gli idoli sono impotenti, ma esiste Satana, l’avversario di Dio, che cattura facilmente le anime umane. Il male sulla terra è il prodotto di Satana e della debolezza dell’uomo. Dio non interviene sulla terra perchè si riserva la vittoria finale su Satana, che si realizzerà con la fine del mondo, la punizione dei reprobi e il premio assegnato ai giusti. Chi crede deve accettare questa realtà e orientarsi verso il regno dei cieli.

La ristrutturazione ideologica avviene con Gesù, che radicalizza questa prospettiva escatologica. La fine del mondo è prossima, il regno dei cieli è imminente. Per accedere alla salvezza, che non è di questo mondo, gli uomini devono assecondare la volontà di Dio - Padre, che esige che i suoi figli si amino e vivano in un regime di ugualitarismo radicale, lottando contro Satana che cerca di impossessarsi dei loro cuori. L’unica vera vita è quella oltremondana, che consente di ricongiungersi al Padre. Per conseguirla, qualunque sacrificio è giustificato: anche quello della vita. Gesù precede nel martirio i suoi discepoli rassicurandoli sull’imminenza della fine del mondo.

Per gli Ebrei è impossibile riconoscere il Messia in un uomo crocifisso come pure credere nell’aldilà. I discepoli stentano a prendere atto di questa realtà. Il figlio di Dio si è incarnato e il suo popolo eletto lo ha messo a morte e lo ha misconosciuto. La resistenza ebraica alla predicazione cristiana è insormontabile. Ciò significa che la Verità è destinata a rimanere retaggio di uno sparuto manipolo di eletti. Se questo è vero, quasi tutta l’umanità è destinata alla perdizione. Ma allora che senso ha il sacrificio di Gesù? E’ Paolo a trovare la chiave di soluzione di questa crisi. Il messaggio di Gesù non è rivolto agli Ebrei, bensì a tutti gli uomini di buona volontà.

La prospettiva della felicità eterna, e la realtà immediata di un’adesione alle comunità cristiane all’interno delle quali tutte le differenze sociali sono azzerate, fa presa sulle masse popolari pagane. L’adesione è però alimentata dall’aspettativa dell’imminente fine del mondo. Paolo intuisce il pericolo di alimentarla, e la sposta in un futuro indefinito. La comunità cristiana diventa una Chiesa, un’istituzione il cui ruolo si esaurirà solo quando la parola salvifica di Dio sarà comunicata a tutto il mondo.

Per quanto l’analisi ideologica dei testi biblici sia, in sè e per sè, sufficiente a invalidare l’interpretazione ecclesiale, su alcuni aspetti è necessario soffermarsi in sede di conclusioni.

Secondo la tradizione, sarebbero occorsi dei millenni per fare capire agli uomini l’immane dramma del peccato originale e riabilitare il loro rapporto con Dio in virtù del sacrificio di Gesù. Se ciò fosse vero, la misericordia divina, che è l’attributo più specifico del Dio cristiano, sarebbe inesorabilmente compromessa da una cieca volontà di vendetta riparativa che si sarebbe mantenuta viva nel corso del tempo confondendo gli uomini che, come si è visto, fino a Paolo, l’avrebbero rimossa. Non migliora di molto questo paradosso teologico - di un Dio che non dimentica e imputa all’umanità una colpa che essa non sa di avere commessa - il fatto che l’espiazione avviene in virtù di un atto di amore di Dio che sacrifica il Figlio incarnato. Se ci si affranca, infatti, dalla suggestione emozionale dell’’innocente che paga per il colpevole, rimane il riferimento ad un’implacabile metro di misura della giustizia divina che, per essere appagata, richiede comunque il sacrificio di una vita.

Gesù stesso ha identificato la sua missione nel prendere su di sè le colpe altrui. Ma non si dà alcuna prova che egli intendesse riferirsi al peccato di Adamo e non piuttosto alle colpe dei contemporanei, che egli giudica come una generazione perversa. Nell’assumere su di sè il peso delle colpe egli non fa altro che riabilitare una tradizione profetica ben nota che assegnava ai giusti il compito di soffrire per gli empi. Si tratta, peraltro, di una tradizione che il rigorismo giustizialista ebraico non ha mai accettato pienamente.

L'interpretazione biblica della Chiesa è paradossale poichè essa conserva il riferimento all'implacabile Dio veterotestamentario e, in virtù del sacrificio del Figlio, lo trasforma in un Dio d'amore. E' come se la Chiesa non si rendesse conto che quel sacrificio, se riscatta l'umanità dal peccato e apre ad essa la via per la felicità eterna, non riscatta Dio dall'essere preda di una logica - per cui la colpa va comunque pagata - che è incompatibile con la misericordia.

Invalidata l’interpretazione tradizionale della Chiesa, c’è da chiedersi quale altra interpretazione dei testi biblici si possa ritenere più verosimile. Noi abbiamo cercata di fornirla tra le righe. Essa verte sul tema della retribuzione, vale a dire della giustizia sociale e morale. Nel nome di un comunitarismo originario, dovuto all’esperienza nomadica e alla vita nel deserto, rimasto profondamente radicato nell’immaginario popolare, il popolo ebraico non ha mai accettato la differenziazione sociale avviatasi con l’insediamento in Palestina e accentuatasi progressivamente con l’avvento della monarchia e con la decadenza di Israele. Il richiamo alla legge di Mosè e al Dio di Mosè ha assunto sempre, in virtù di una trasfigurazione mitica della vita nel deserto, la configurazione di un anelito alla giustizia, la cui realizzazione, sia all’interno della società ebraica che nei rapporti con gli altri popoli, è stata costantemente identificata con l’avvento del regno di Dio.

I testi biblici muovono da una realtà sociale che si è distanziata progressivamente dall’ideale della giustizia e sovrappongono ad essa un potere, quello di Jahvè, ritenuto atto a modificarla radicalmente. Per questo aspetto, il capitolo 26 del Levitico, con l’istituzione del Giubileo, si può ritenere la chiave che rivela il significato profondo, essenzialmente sociale, della religione ebraica. Leggendolo, è difficile non rimanere commossi dall’anelito di giustizia che lo pervade. Ma non si può trascurare che l’istituzione giubilare non ha mai ricevuto un’applicazione pratica, urtando contro i privilegi acquisiti dalle classi dominanti.

Il tradimento dell’aspirazione alla giustizia, intrinseca alla religione ebraica, permette di comprendere il ruolo storico e il messaggio di Gesù che, nel contempo, radicalizza quell’aspirazione nell’assoluta consapevolezza che essa non potrà mai realizzarsi nell’orizzonte storico e mondano. Gesù fa proprie le prospettive aperte dalla riflessione profetica e dagli scritti biblici tardivi sull’aldilà, sulla resurrezione dei morti e sul Giudizio finale per proiettare apocalitticamente quell’aspirazione in un regno che non è di questo mondo, governato finalmente e definitivamente dal Dio di giustizia. Ma il pessimismo di Gesù sulla natura umana, soprattutto sull’egoismo, la sete di potere e l’avidità di denaro, è a tal punto profondo che egli prevede la salvezza solo per i pochi eletti che, in virtù della fede e di un distacco completo dalle preoccupazioni terrene, praticheranno, nell’attesa dell’avvento del regno dei cieli, un regime di vita comunitaristico e ugualitaristico.

Il messaggio di Gesù è, dunque, un messaggio di rottura con la tradizione ebraica, ferma alla promessa di Jahvè del definitivo trionfo del popolo ebraico su tutti i popoli della terra, e con l’ordine costituito. Anche se egli non ha inteso promuovere una rivoluzione sociale, il contenuto intrinseco della sua predicazione non poteva non suscitare nei ceti dominanti una reazione avversativa estrema.

Paolo è del tutto consapevole della carica eversiva sociale e morale del messaggio di Gesù. Con molta accortezza diplomatica, egli la traduce in un messaggio univocamente morale e spirituale. In conseguenza di ciò, la comunità cristiana è tenuta, al suo interno, ad assumere il vangelo comunistico di Gesù come modello di vita, mentre, nel rapporto con l’esterno, deve rispettare la realtà di cose esistente, vale a dire la divisione in classi, l’ordine costituito e i ruoli sociali. Ciò non elimina la frizione tra il Cristianesimo e il mondo pagano, ma avvia un’istituzionalizzazione ecclesiale che troverà modo di profittare della crisi dell’Impero romano per proporsi come asse portante di una riorganizzazione teocratica della civiltà occidentale.

Il tema della giustizia sociale echeggia ancora oggi nell’insegnamento della Chiesa, ma si tratta di un flatus vocis mirato a stigmatizzare moralmente l’iniqua distribuzione delle risorse senza alcun intervento concreto sulla realtà sociale. La prova più evidente di ciò è recente. I fasti del Giubileo, che sembrano avere restituito alla Chiesa un potere e un prestigio che, appena trent’anni fa, sembravano del tutto compromessi, si sono svolti all’insegna di un trionfalismo di massa reso paradossale dal fatto che il rito giubilare si è ridotto alla remissione dei peccati individuali, senza alcuna consapevolezza, da parte dei credenti, del suo significato originario, che comportava la remissione dei debiti e la restituzione delle proprietà mobiliari e immobiliari sottratte alla proprietà comune. Cautamente la Chiesa ha fatto riferimento allo spirito dell'istituzione giubilare sollecitando i paesi ricchi a cancellare i debiti contratti dal Terzo Mondo. Si è trattato di un atto formale. Come per primo ha intuito Paolo, la Chiesa sa che il messaggio di Gesù, nel suo radicalismo morale e sociale, è incompatibile con l'ordine di cose esistente. Non ha però alcun interesse a riproporlo nel suo significato originario, visto che Gesù stesso, trasferendo nell'aldilà l'utopia della giustizia, le ha offerto l'alibi per venire a patto con l'aldiqua.

Appendici

1) L’interpretazione ecclesiale

La fortuna secolare della dottrina religiosa cattolica che, oggi, dopo la crisi degli anni ‘70 del secolo scorso, sembra avere raggiunto un nuovo acme, è dovuta sostanzialmente alla scarsa accessibilità dei testi biblici alla lettura diretta e al radicamento nella coscienza e nell’inconscio sociale dell’interpretazione catechistica fornita dalla Chiesa secondo la quale Dio, unico e eterno, ha creato il mondo dal nulla, l’uomo si è originariamente ribellato al suo Creatore precipitando nel peccato, e Gesù, Figlio di Dio, incarnandosi e sacrificando la sua vita, lo ha riscattato dal peccato concedendogli l’accesso alla felicità eterna. Di questi due fattori, il primo si può ritenere storicamente decisivo, in quanto ha reso necessario l’istituirsi della Chiesa come interprete del messaggio divino.

Il corpus dei testi biblici, spogliato dell’apparato di note con cui di solito viene presentato, non è imponente, contando poco più di un migliaio di pagine. La scarsa accessibilità è dovuta al fatto che, ad eccezione del racconto della creazione, del peccato originale e della cacciata dal Paradiso Terrestre, della storia di Mosè, e della vita di Gesù - che sono per l’appunto i riferimenti essenziali sui cui si è articolato il catechismo ecclesiale -, si tratta di un testo complesso, per molti aspetti noioso e ridondante.

La complessità è dovuta al fatto che la Bibbia, soprattutto per quanto concerne l’Antico Testamento, in conseguenza del processo di formazione di cui si è parlato, è un’opera stratificata, la cui apparente unità cela una costante mescolanza di eventi e di pensieri appartenenti ad epoche diverse. Il Nuovo Testamento, redatto nel volgere di pochi decenni, dalla metà alla fine del 1° secolo d. C., è più omogeneo ma non meno complesso. Esso infatti persegue l’intento di mantenere un rapporto di continuità con l’Antico Testamento nonostante i contenuti teologici proposti siano notevolmente diversi.

La noiosità concerne gli abbondanti elenchi genealogici di nomi insignificanti, i precetti rituali e cultuali, che fanno riferimento ad una cultura piuttosto rozza ormai estranea alla nostra, le formule liturgiche e le preghiere, la cui funzionalità cultuale implica la ripetitività cantilenante, e l’alternarsi continuo, che non viene meno neppure nel Vangelo, di maledizioni e di benedizioni divine.

La ridondanza è, infine, dovuta al numero straordinario di eventi, di storie, di personaggi, di simboli, di leggende, di anacronismi, di ripetizioni nelle quali ci si imbatte che, per essere almeno parzialmente comprese, richiedono una cultura filologica, geografica, mitologica, storica, archeologica, antropologica, sociologica, psicologica di vastissima portata.

La scarsa accessibilità dei testi biblici alla lettura diretta consente di comprendere agevolmente il ruolo di interprete che la Chiesa si è assunto riguardo ad essi e che è stato ribadito nel corso del Concilio Ecumenico Vaticano II nel 1965. Nella Costituzione dommatica ‘Dei Verbum’ si legge:

"Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura...

Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sè, e inoltre, volendo aprire la via della soprannaturale salvezza, fin dal principi manifestò se stesso ai progenitori...

Dopo avere Dio, a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, "alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio (Ebr. 1, 1 - 2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, Affinchè dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i misteri di Dio...

Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la rivelazione del sommo Dio, ordinò agli Apostoli che, comunicando i doni divini, predicassero a tutti, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il vangelo prima promesso per mezzo dei Profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona...

Gli Apostoli poi, affinchè il vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i Vescovi, ad essi affidando il loro ruolo proprio di maestri. Questa Sacra Tradizione, dunque, e la Scrittura Sacra dell’uno e dell’altro testamento, sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finchè giunga a vederlo faccia afaccia, com’egli è...

La Sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti... Infatti la Sacra Scrittura è parola di Dio in quanto scritta per ispirazione dello Spirito Santo; la Sacra Tradizione poi trasmette integralmente la parola di Dio, affidata da Cristo signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinchè, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; accade così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura...

L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidata al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo... E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere.

Le verità divinamente rivelate, che nei libri della sacra Scrittura sono contenute ed espresse, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perchè scritti per ispirazione dallo Spirito Santo hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinchè, agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte...

Poichè Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini e alla maniera umana, l’interprete della Sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi in realtà abbiano inteso significare e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole...

Però, dovendo essere la Sacra Scrittura esser letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede... Quanto è stato qui detto sul modo di interpretare la scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio".

Il significato di quest’ultimo brano è chiarito poco dopo:

"L’economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata e preparata ad annunziare profeticamente e a significare con vari tipi l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del Regno Messianico...

Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’Autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nell’Antico e l’Antico diventasse chiaro nel Nuovo... i libri dell’Antico Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi illuminano e spiegano.

La parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede, si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento".

Ci si può chiedere perchè una verità rivelata abbia bisogno di un tramite interpretativo, di un’istituzione che la mantenga viva nel corso dei secoli. La risposta è semplice. Mettendo tra parentesi i miracoli, la cui prodigiosità può essere stata apprezzata eventualmente solo dai testimoni diretti, la rivelazione ha utilizzato gli strumenti propri di una qualunque comunicazione, i segni linguistici. Dio si è manifestato agli uomini parlando ad alcuni di essi, che si sono trovati investiti della funzione di mediatori e di interpreti dei messaggi divini. Essi non potevano trasmetterli agli altri e ai discendenti che attraverso il linguaggio orale o scritto. Per almeno otto secoli, fino al X° - IX° secolo a. C., i contenuti "rivelati" si sono di fatto trasmessi, di generazione in generazione, attraverso la tradizione orale. Solo intorno al IX° secolo essi hanno ricevuto una prima compilazione. Successivamente, la tradizione orale e la scrittura sono proseguite sino agli Apostoli, testimoni diretti della predicazione di Gesù, integrando i contenuti del passato con nuove rivelazioni. Con la canonizzazione dei libri sacri, i testi scritti sono infine prevalsi sulla tradizione orale. Ma questa non si è estinta, continuando a rappresentare, per la sua diffusione popolare, un pericolo. La Chiesa si è vista perciò costretta ad arrogare a sè il ruolo di interprete della rivelazione sotto forma catechistica.

Se si tiene conto di questi molteplici passaggi, riesce evidente che la rivelazione di fatto è il frutto di una catena semiotica pressochè illimitata. Indipendentemente dall’attendibilità dei testimoni diretti, da Abramo agli Apostoli, che hanno ricevuto la parola divina, è noto, dalla scienza della comunicazione, che un qualunque messaggio, emesso da una fonte in base ad un codice, viene interpretato dal ricevente. A ciò occorre aggiungere il fatto che, ad eccezione di due vangeli (quello di Matteo e quello di Luca), nessuno dei testi biblici è stato redatto dai testimoni diretti della rivelazione. Il Nuovo Testamento si può, nel suo complesso, ricondurre totalmente al’influenza immediata degli Apostoli. Ma i libri dell’Antico Testamento sono stati scritti spesso a distanza di parecchi secoli dai fatti narrati, e fanno dunque riferimento alla tradizione orale. La canonizzazione sancisce il principio che i redattori hanno comunque agito per ispirazione divina. Ma ciò non toglie che anch’essi hanno decodificato con i loro umani strumenti cognitivi il messaggio divino.

Tutto ciò spiega perchè la Chiesa si è assunta il ruolo di interpretare correttamente, vale a dire in maniera fedele alle intenzioni di Dio, i libri sacri. Ha dovuto, in altri termini, reinterpretare ciò che già era stato interpretato dai riceventi, dalla tradizione orale e dagli estensori dei testi biblici. La Tradizione ecclesiale rappresenta dunque il vero compimento della rivelazione divina. Il Magistero della Chiesa, che tutela la verità rivelata e affronta, in suo nome, i nuovi problemi che si pongono in rapporto all’evoluzione storica, tiene in vita e continua l’opera della Tradizione.

L’abile diplomazia delle parole del documento conciliare, nella quale la Chiesa si è specializzata nel corso dei secoli, associata all’ampollosità consueta quando essa parla di cose sacre, non impedisce di cogliere le preoccupazioni di fondo che lo sottendono.

La prima, ovvia preoccupazione è che i testi biblici possano essere affrontati e letti come un prodotto culturale. La loro canonizzazione come sacri, ispirati da Dio e affidati, per la corretta interpretazione, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa serve per l’appunto a scongiurare tale pericolo. Ufficialmente la Chiesa non solo non contrasta ma auspica che i problemi biblici vengano affrontati con autentico spirito scientifico, immune da pregiudizi antireligiosi. Di fatto, però, tutti i progressi degli studi biblici, sia inerenti i testi che i riscontri archeologici, sono avvenuti sormontando un’accanita resistenza ecclesiale che, solo di fronte a prove inconfutabili, ha ceduto e ha tentato di incorporarli nella sua interpretazione.

La seconda è che non si tenga conto dell’unità profonda dei testi biblici, vale a dire che essi siano analizzati singolarmente, storicizzati e contestualizzati. Anche questa preoccupazione è fondata. Nonostante lo sforzo degli esegeti, non pochi libri della Bibbia, soprattutto dell’Antico Testamento, pongono di fronte a degli eventi del tutto incomprensibili, come, per fare un solo esempio, l’aggressione di Dio nei confronti di Giacobbe e di Mosè. Tra gli uni e gli altri poi si danno contraddizioni di ogni genere. Anche il Nuovo Testamento, nonostante una maggiore omogeneità dovuta alla stesura coeva, pone di fronte a un certo numero di contraddizioni. Per esempio l’annuncio di Gesù che il regno dei cieli, cioè la fine del mondo è prossima, viene smentito da Paolo che mette i cristiani sull’avviso di non credere a chi la propone come imminente. L’unità profonda cui fa riferimento la Chiesa è il phylum interpretativo che essa ha estrapolato dai testi che serve, tra l’altro, a porre in ombra le contraddizioni.

La terza preoccupazione è che l’Antico Testamento, che occupa i 4/5 della Bibbia, venga considerato altro da ciò che la Tradizione pretende esso sia: un semplice e per alcuni versi oscuro preannuncio della venuta di Gesù Salvatore, che quindi va letto con l’intento di apprezzare la mirabile strategia provvidenziale divina. Come vedremo, l’Antico Testamento, per le sue origini che fanno capo alla tradizione orale, le contaminazioni culturali e il valore documentario (sia antropologico culturale che storico), è una miniera di imbarazzi perpetui per gli apologeti. Esso però espone nei suoi primi undici capitoli, per quanto giustapposti al corpo della storia del popolo ebraico, il dramma originario del peccato originale che è la premessa indispensabile per dare senso al messaggio e al sacrificio di Gesù. E’ assolutamente necessario, dunque, per la Chiesa, collegare l’incipit biblico con la risoluzione del conflitto tra uomo e Dio realizzatasi con la venuta di Gesù. Alla luce di questa necessità il Vecchio Testamento deve essere spogliato dei suoi contenuti antropologico culturali e storici e ricondotto all’essenziale, vale a dire alle preghiere liturgiche (i Salmi) e al messaggio profetico che è di ordine esplicitamente religioso e nel quale solo si può leggere l’annuncio della venuta del Messia.

In breve l’interpretazione ecclesiale estrapola dai testi biblici un unico phylum, quello cristologico, e pone tra parentesi tutti gli elementi che inducono a dubitare che tale phylum sia null’altro che la produzione di un’ideologia sociale reinterpretata e cristallizzata in un formulario catechistico dalla Chiesa.

2) Le interpretazioni non confessionali

Posto che l’interpretazione ecclesiale della Bibbia pone come problema centrale la storicità e la veridicità di Gesù Cristo e dei Vangeli, non è sorprendente che le interpretazioni non confessionali della Bibbia siano prevalentemente centrate sul Cristianesimo. E’ opportuno specificare che sotto il termine non confessionali vanno assunte tutte le interpretazioni che, in misura più o meno radicale, criticano il punto di vista della Chiesa. Prodotte in gran parte da non credenti, esse riconoscono importanti contributi di credenti e di teologi, in particolare protestanti.

E’ importante anche considerare che tali interpretazioni sono di epoca relativamente recente. L’affermazione spirituale e politica della Chiesa ha infatti impedito, dai primi secoli d. C., che il pensiero critico si esercitasse sui testi sacri della Bibbia fino alle soglie dell’Illuminismo. Ancora agli albori del ‘900, Pio X, nell'enciclica 'Pascendi', tuonava duramente contro gli studiosi modernisti che pretendevano di applicare a quei testi metodi di analisi aggiornati agli sviluppi del pensiero filosofico e scientifico.

Un’analisi dettagliata delle interpretazioni non confessionali sconfina ampiamente dagli intenti del saggio. Ci limiteremo pertanto ad accennare alle problematiche che esse hanno affrontato e agli esiti cui sono pervenute.

Di consueto, le interpretazioni non confessionali dei vangeli sono ricondotte a due categorie: quelle mitiche e quelle critiche. Si tratta, ovviamente, di una semplificazione. Di fatto, si danno due estremi interpretativi: l’uno pone in gioco la stessa esistenza storica di Gesù e riconduce, di conseguenza, il Cristianesimo ad una produzione immaginaria, vale a dire ad una mistificazione più o meno inconsapevole; l’altro dà per scontata l’esistenza storica di Gesù e verte sull’attendibilità dei vangeli che avrebbero trasfigurato un personaggio carismatico, interpretando il suo messaggio in termini poco fedeli al suo reale contenuto. Tra questi due estremi si dà una gamma di interpretazioni, che coprono l’intero spettro delle ideologie messo a fuoco da Rossi - Landi (cfr. nota 5), nelle quali il riferimento alla mitologizzazione e alla ideologizzazione è presente nelle combinazioni più varie.

Le interpretazioni mitiche più antiche risalgono ai filosofi Feuerbach, Strauss e Bauer, appartenenti alla cosiddetta sinistra hegeliana.

Per L. Feuerbach (1829 - 1880) il Cristianesimo è null'altro che un'antropologia rovesciata in virtù della quale la ragione, la volontà e l'amore, che rappresentano l'essenza dell'uomo, sono attribuiti a Dio. Ciò significa che Dio è l'oggettivazione o l'alienazione dell'essenza umana. L'inconsapevolezza da parte dell'uomo di questa alienazione genera in lui un conflitto tale per cui, attribuendo a Dio la perfezione, egli si immiserisce imputando a se stesso ogni imperfezione. Da questo punto di vista, l'attribuzione ad un uomo - Gesù - di una natura divina si può ritenere, al tempo stesso, il momento di massima alienazione e la premessa di un suo superamento.

D. F. Strauss (1808 - 1874) pubblica nel 1835 una fortunata Vita di Gesù elaborata criticamente nella quale sostiene che Cristo è un uomo profondamente impregnato di religiosità, più vicina al pensiero profetico che non alla legge mosaica, che cattura l'attenzione del popolo per la sua condotta morale integerrima e il suo carisma. Convintosi o eletto messia dai seguaci, egli viene messo a morte dai Farisei. Dopo la sua morte, i discepoli, profondamente influenzati dalla sua personalità, ne avviano una trasfigurazione mitica che giunge ad attribuirgli doti soprannaturali. Tale trasfigurazione ha, peraltro, un significato filosofico essenziale poichè coglie l'unità tra finito e infinito nell'uomo, l'unità tra mondo e Dio nell'intera umanità.

B. Bauer (1809 - 1882), passato dalla religione all'ateismo, sviluppa la sua critica ai vangeli in polemica con Strauss. Egli sostiene che i vangeli non possono essere l'opera di una massa incolta bensì di singoli intellettuali emancipati che hanno raggiunto il livello dell'autocoscienza soggettiva. Il Gesù storico non esiste. Il protagonista del Nuovo Testamento è il ritratto ideale e mitologico di un momento dell’autocoscienza umana in cui essa procede verso la sua liberazione e emancipazione dall’essere alienata. Questo mito è nato dall’incontro di diverse correnti di pensiero, dalla combinazione di elementi ebraici e ellenistici (in particolare neoplatonici).

Da Feuerbach prende spunto K. Marx (1818 - 1883) che assume la religione come un fenomeno primario di alienazione in virtù del quale gli uomini trasferiscono nell'aldilà le loro speranze di riscatto dalle condizioni miserabili in cui vivono e, drogati dalla speranza della felicità oltremondana, sono indotti ad accettare passivamente lo status quo esistente sulla terra. La religione, pertanto, è il sospiro dell'anima oppressa, la protesta dell'uomo contro un mondo senza cuore che verrà meno solo allorchè l'umanità riuscirà ad affrancarsi dall'alienazione politica, inaugurata, con l'avvento della storia, dal dominio dell'uomo sull'uomo.

Il pensiero di Marx è approfondito da F. Engels (1020 - 1895) che, in una serie di densi articoli, sostiene che il cristianesimo è un mito di liberazione ebraico - ellenistico creato dalla speranza proletaria e in seguito storicizzato dalla comunità degli oppressi di Roma. In altre parole il cristianesimo è la religione degli schiavi e dei liberti, dei poveri e dei senza diritti, dei popoli soggiogati e dispersi da Roma. E' un movimento di oppressi che, disperando di una redenzione materiale, cercavano come surrogato una redenzione spirituale. Engels combatte le ipotesi "critiche" che ammettono l’esistenza storica di Gesù in quanto arbitrarie e prive di fondamento. Egli tuttavia riconosce che le primitive comunità cristiane erano animate da ideali di giustizia sociale e di ugualitarismo molto vicine ai principi del comunismo, e che questo anelito precursore del comunismo, per quanto combattuto dalla Chiesa, non è venuto mai meno nel corso della storia del Cristianesimo, riproponendosi, in particolare con T. Muentzer, sul registro dell'eresia.

L'influenza di Feuerbach è riconoscibile anche in F. Nietzsche (1844 - 1900), la cui elaborazione però è del tutto autonoma. Nonostante abbia dedicato al Cristianesimo numerose pagine critiche e, verso la fine della sua attività, un intero saggio - L'Anticristo -, Nietzsche sembra ammettere l'esistenza storica di Gesù, negando però che egli abbia inteso essere il fondatore di una religione. Ne L'Anticristo, Gesù viene descritto come un saggio pienamente appagato della sua perfezione che pratica con assoluta coerenza la legge dell'amore universale e del perdono, in virtù della quale accetta con serenità la morte. Il Cristianesimo nasce con la classe sacerdotale che, trasfigurando miticamente Gesù e facendone l'araldo di una rivoluzione morale degli esseri socialmente inferiori contro le classi aristocratiche dominanti, riesce a convogliare il loro ressentiment con l'effetto di inaugurare una civiltà che esalta la debolezza umana e la negazione della vita.

Il pensiero marxista successivo ha accolto per lungo tempo l'impostazione engelsiana, cercando di chiarire le origini sociali del mito cristiano, in particolare con Kautzky e Lunakarsky.

Secondo Kautzky (1854 - 1938), l'origine del Cristianesimo è da ricondurre alla crisi generale del sistema schiavistico dell’impero romano che promuove istanze di cambiamento nei ceti sociali miserabili. Il cristianesimo, ispirandosi alla figura mitica di Gesù, trasfigurata in quella di un rivoluzionario che stigmatizza le ingiustizie sociali e e preconizza un nuovo ordine sociale fondato sull'uguaglianza, interpreta queste istanze e questi bisogni popolari.

Per Lunacarsky (1875 - 1933), la genesi del movimento cristiano va collocata all’interno del contesto storico giudaico del I secolo. Non ci sono prove sicure dell’esistenza di Cristo, nè la persona e l’opera di Gesù sono indispensabili a spiegare il cristianesimo, che è frutto della situazione socio - economica dell’epoca. Se Gesù fosse esistito, la sua dottrina si collocherebbe nell’ala sinistra dei Farisei, vicino all’ambiente degli esseni e a contatto con gli strati poveri e popolari. Le istanze originarie del cristianesimo erano sociali, democratiche e rivoluzionarie.

Nella seconda metà del '900, l'interpretazione mitica, nell'ottica marxista, è stata temperata da spunti che l'avvicinano a quella critica. Questo cambiamento è evidente nell'opera di E. Bloch (1885 - 1977) che applica al Cristianesimo la sua filosofia della speranza secondo la quale la coscienza umana, pur condizionata dal passato e dal presente, è irresistibilmente rivolta verso il futuro, il possibile, il non - ancora. In questa ottica egli ritiene possibile liberare la figura del Gesù storico dalle incrostazioni mitiche. Gesù è un simbolo del principio della speranza. Egli rappresenta la storia dell'uomo che si muove verso il regno della libertà. E' il prototipo della tensione utopistica che percorre la storia biblica, si prolunga nelle correnti ereticali cristiane ed esita infine nel movimento rivoluzionario moderno. L'escatologia di Gesù annuncia il Regno di Dio, realtà storica, terrena, politico - religiosa, consistente nell’essere l’uomo diventato essenzialmente uno con se stesso, con i suoi simili e con la natura.

Sulla scia di Bloch si muove R. Garaudy (1913 - 1982), marxista e cristiano, secondo il quale il messaggio e l’opera di Gesù portano avanti la lotta dei profeti ebraici contro l’alienazione e l'ingiustizia sociale. Gesù non è nè un rivoluzionario politico nè un predicatore che vuole agire solo sulle coscienze. Egli annuncia il Regno di Dio, vale a dire non un altro mondo ma un mondo altro da come è ora (e cioè un mondo senza alienazioni e permeato dall’amore), mutato dall’impegno umano di chi ha fede anche nelle trasformazioni che paiono impossibili e miracolose. La sua risurrezione, più che un dogma da credere, è un obiettivo da realizzare oggi, e cioè l’affermazione dell’impossibile con cui la storia apre il futuro a tutti i possibili, l’affermazione che l’amore trionfa e vince anche la morte. Egli è in questo modo un simbolo catalizzatore di un processo dinamico che mantiene la storia aperta verso l'umanizzazione.

Le interpretazioni critiche non contestano la storicità di Gesù, ma avanzano forti dubbi sulla veridicità dei vangeli che hanno modificato (in buona o in cattiva fede, consapevolmente o inconsapevolmente) il dato storico aggiungendovi tratti leggendari, soprattutto sulla sua risurrezione e glorificazione, ma anche sulla sua origine celeste e sulla sua azione miracolosa. Gesù non era altro che un uomo, un fondatore di religione dotato di un fascino carismatico. Nate in un contesto illuministico, le ipotesi critiche hanno aderito poi al positivismo per confluire, infine, nel corso del '900, in una metodologia interdisciplinare che ha consentito ad alcuni credenti e teologi di distaccarsi dalla tradizione ecclesiale.

Precursore dell'ipotesi critica si può ritenere H. S. Reimarus (1694 - 1768), seguace del razionalismo e dei deisti inglesi. Impegnatosi per tutta la vita in una ricostruzione storico - filosofica del Cristinesimo, la sua opera enciclopedica, rimasta inedita, fu pubblicata molti anni dopo la sua morte sotto forma antologica. La diffusione del pensiero di Reimarus segna l’inizio del dibattito critico sulla storia di Gesù.

Per Reimarus, ciò che Gesù ha veramente fatto e insegnato nella sua vita è da tenere distinto da quello che hanno scritto e insegnato gli Apostoli nei loro scritti. Gesù aveva propugnato, con la predicazione e l’attività, una rivolta contro i romani, che occupavano la Palestina, e una riforma sociale radicale. La sua avventura messianico - politica si è conclusa con il suo arresto e l’esecuzione capitale in croce come ribelle. I suoi discepoli non si rassegnarono a questo fallimento, trafugarono il cadavere di Gesù dal sepolcro e propagandarono la sua risurrezione trasformando Gesù in un maestro spirituale e redentore dell’umanità mediante la sua morte in croce.

La metodologia critica nasce in ambiente protestante con la scuola liberale, la storia comparata delle religioni e la storia delle forme.

La scuola liberale intende utilizzare i metodi della critica storica per dimostrare che il Gesù storico non coincide con il Gesù dei vangeli. Fondatore della scuola liberale è A. von Harnack (1851 - 1930). Egli contesta la pretesa unità tra l'Antico e il Nuovo Testamento. Il Cristianesimo è una religione interiore del tutto diversificata da quella veterotestamentaria, meramente ritualistica, che promuove l'incontro dell'anima con Dio, a cui segue una pratica di vita incentrata sulla fraternità e sulla carità. Gesù ha predicato questa religione e questa morale, fornendo un modello a cui può ricondursi ogni uomo di buona volontà, anche senza credere. L'applicazione del metodo storico - critico ai testi evangelici porta Harnack a ritenere che gli altri elementi della religione cristiana (la Chiesa, i dogmi - tra cui quello dell’Incarnazione - , la Tradizione) non fanno parte del cristianesimo ma ne sono derivate successivamente. Gesù non ha predicato se stesso ma il Regno: la Chiesa ne ha fatto successivamente il Figlio di Dio. Gesù non ha predicato la Chiesa, che si è costituita illanguidendo e alterando il messaggio originario.

Collega di Harnack, J. Wellhausen (1844 - 1918), dopo essersi a lungo dedicato a profondi studi filologici sull'Antico Testamento esitati nell'ipotesi documentaria, rivolge la sua attenzione al Nuovo Testamento. Egli ritiene Gesù un uomo senza pretese messianiche che annunciava il Regno di Dio come comunità di amore. Ebreo, non cristiano, Gesù predica nell'ottica della tradizione profetica, ma pur identificandosi con la Legge, Mosè e i profeti è l’antitesi del giudaismo perchè al centro della sia tensione spirituale non si pone l'etnia ma l’umanità. Viene successivamente riconosciuto come Messia dai suoi discepoli, e, forse, giunge, pur senza ammetterlo apertamente, a sentirsi investito di un ruolo messianico.

Rappresentante della storia comparata delle religioni, W. Bousset (1865 - 1920) interpreta il Cristianesimo come una religione sincretistica. Gesù fu un rabbi e un profeta che ha insegnato la religione originaria dell’umanità. Nei discepoli sorse la certezza che egli, da sconfitto, fosse diventato il Messia ultramondano, e dovesse tornare per il giudizio. Il sorgere di questa certezza fu dovuta all’influsso che esercitò la forte personalità di Gesù sui discepoli. Questa certezza rese possibile la continuazione da parte loro della causa di Gesù. L’apocalittica giudaica aveva già preparato le categorie per esprimere questa certezza dei discepoli. Dapprima sorse la cristologia regale del Figlio dell’uomo; poi quella del Signore - Kyrios, che riprende culti dell’oriente anteriore, e che culmina del culto della comunione sacramentale con Lui. "Simili processi - scrive Bousset - avvengono nell’inconscio, nella profondità incontrollabile della psiche globale di una comunità". Nelle successive teologie di Paolo e Giovanni si sviluppa la "religione ellenistica" di Cristo.

La storia delle forme nasce dall'esigenza di investigare la tradizione orale che precede la stesura dei testi biblici e che si sviluppa fino a cristallizzarsi in piccole unità letterarie (o forme) destinate a confluire nei singoli libri. Alla luce di questa metodologia, risulta che i vangeli non sono opera di singoli autori, bensì compilazioni e collezioni di piccole unità preesistenti prodotte dalle primitiva comunità cristiane. Esse dunque non riflettono il Gesù storico, ma il Cristo della fede interpretato alla luce delle diverse circostanze ambientali e di particolari situazioni esistenziali. Gli evangelisti utilizzano queste unità senza alcuna preoccupazione cronologica, geografica o logica.

Adottando il metodo della storia delle forme, R. Bultmann (1884 - 1975) intende recuperare il valore della fede in Cristo come centro del progetto di vita cristiano. Essere cristiani, secondo Bultmann, non richiede che Gesù sia accettato nella sua storicità. Se è vero che la storia di Gesù non può più essere ricostruita nei suoi dettagli (ma solo delineata nelle sue caratteristiche di fondo) perchè frutto di una reinterpretazione della comunità cristiana primitiva, e se è vero che la mentalità che ha operato questa reinterpretazione è oggi obsoleta perchè impregnata di elementi mitologici oggi inaccettabili, allora l’unico modo per rendere salvifico il messaggio cristiano è quello di presentarlo non tanto come ripresa del Gesù storico (che non è così rilevante a tale fine) ma come un annuncio (cherigma) di autenticità. Da questo punto di vista, Bultmann propone la confluenza del Cristianesimo con l'esistenzialismo filosofico di Heidegger, il quale non fa che esprimere in maniera concettuale ciò che i vangeli hanno restituito in forma simbolica.

Dopo il Concilio Vaticano II che, nonostante la sua apertura ai fermenti maturati nel corso del ‘900, ha riproposto il primato del Magistero ecclesiale nell’interpretazione dei testi sacri, quei fermenti si sono mantenuti vivi soprattutto ad opera di teologi protestanti - J. Moltmann, W. Pannenberg - e cattolici - J. B. Metz - che si ispirano, in maniera esplicita, alla filosofia della speranza blochiana.

Nell'ambito delle interpretazioni critiche va ricondotta anche la cosiddetta teologia della liberazione che, sull'onda del movimento anticapitalistico avviatosi nel 1968 e incentrato sulla denuncia della miseria del Terzo Mondo, ha inteso coniugare il marxismo e il Cristianesimo, incorrendo in una dura repressione ecclesiale.

Negli ultimi decenni, il pensiero laico non ha abbandonato il campo, ma, in seguito alla crisi del marxismo che, comunque, non ha impedito a A. Donini di riproporre, aggiornandola, l’interpretazione engelsiana, manifesta una tendenza sempre più spiccata a riabilitare, provocatoriamente, l’ipotesi della mistificazione ideologica.


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