ABRACADABRA

INTRODUZIONE ALLA LETTURA

Abracadabra è un saggio nato per scommessa. Parlando con i miei figli e con i loro amici, capitava ogni tanto che si toccassero argomenti di psicologia, psicoanalisi, storia sociale, politica, costume, ecc. Il loro interesse a capire un po' meglio se stessi e la vita era evidente, come pure la carenza degli strumenti di cui disponevano, attribuibile in gran parte alla scuola. Mi chiesi, ad un certo punto, perché nell'organizzazione degli studi non si concedeva alcuno spazio alle scienze umane e sociali (eccezion fatta per la filosofia, insegnata peraltro in maniera idealistica). Giunsi alla conclusione che questa lacuna non era casuale, e mi proposi, per scommessa appunto, di tentare di colmarla riversando in un libro, scritto in uno stile accessibile, le poche o molte cose che sapevo a riguardo.

La realizzazione della scommessa mi ha posto di fronte ad una verità psicologica già intuita da tempo, ma sconcertante. La mia famiglia è testimone del fatto che Abracadabra è stato scritto di getto in un solo mese, un terribile mese d'agosto del 1995 perpetuamente uggioso e piovoso. Come sia venuto fuori non lo so. So per certo che, in gran parte, era già scritto dentro di me. Evidentemente l'inconscio lavora per conto proprio e, talvolta, prepara testi che il soggetto deve avere solo la pazienza di mettere sulla carta.

Il tema centrale del libro è la natura umana e l'interazione tra questa e la cultura. Il dispiegamento di questo tema coinvolge una serie di problematiche di ordine evoluzionistico, neurobiologico, storico, sociale, culturale, psicologico di grande portata. La serietà dei contenuti, che offrono più che soluzioni spunti continui di riflessione, è in parte rimediata da uno stile sorprendentemente accessibile. Fossi riuscito a scrivere tutti i saggi con questo stile, il loro destino forse sarebbe stato diverso. Il problema è che esso, evidentemente, appartiene ai miei registri espressivi, ma purtroppo fluisce solo quando si realizza uno stato d'animo che condensa pietas, indignazione e sconcerto per lo stato di cose esistente nel mondo.

Di Abracadabra riporto l'Indice e l'Introduzione, entrambi suggestive. Chi desiderasse leggerlo nella versione integrale a stampa, dovrà pazientare. Il libro è esaurito da tempo e, forse, sarà pubblicato in una versione arricchita da un nuovo Editore.

INDICE E INTRODUZIONE


ABRACADABRA

ovvero

(Parte di) quello che non avresti mai voluto sapere su te stesso, gli altri, il cervello, la mente, la storia e vattelapesca (infatti non te l'hanno mai detto)


INDICE

Cap.1 TANTO PER COMINCIARE

Cap.2 L'EREDITA' ANIMALE

CAP.3 PRIMORDI

CAP. 4 IL RICATTO DELL'INFINITO

CAP.5 IL PIACERE COME DOVERE

CAP.6 NATURA/CULTURA

CAP.7 LA PRODUZIONE CULTURALE

CAP.8 IL CONGEGNO

CAP.9 ANCORA SUL CONGEGNO

CAP.10 L'EDUCABILITA'

CAP.11 LA MACCHINA IDEOLOGICA

CAP,12 LA GENERALIZZAZIONE

CAP.13 IDENTITA' E IMMAGINE DI SE

CAP.14 IL CASO E LA NECESSITA'

CAP.15 TESTA E CUORE

CAP.16 L'AUTOCOSCIENZA

CAP.17 A CHE SERVONO LE EMOZIONI?

CAP.18 ANCORA SULLE EMOZIONI

CAP.19 EMOZIONI E SENTIMENTI

CAP.20 VOLONTA' PROPRIA, VOLONTA' ALTRUI

CAP.21 L'INCONSCIO SOCIALE

CAP.22 LA REPLICAZIONE CULTURALE

CAP.23 COME VIEN FUORI L'INDIVIDUO

CAP.24 LA LOGICA DELL'INCONSCIO

TANTO PER COMINCIARE

Il libro, tanto anomalo da essere venuto alla stampa dopo lunghe incubazioni nei cassetti di molteplici case editrici, richiede qualche parola di introduzione. Scritto quasi per gioco, e su commissione, per i miei figli e i loro amici, interessati immediatamente a capire (per quanto possibile) il senso del comune disagio esistenziale giovanile, esso è cresciuto, capitolo dopo capitolo, senza fornire alcuna risposta diretta alla domanda. Ciononostante ha avuto, tra di loro, un successo inaspettato. Abbiamo impiegato insieme un po’ di tempo a capire il perchè. Alla fine il coniglio è uscito dal cilindro. Senza volere, il libro offre una chiave per decifrare ciò che c’è di comune in quel disagio : il sapere di essere liberi e al tempo stesso assolutamente impotenti in rapporto ad un mondo che appare come una macchina regolata da leggi sue proprie, il sentirsi insomma irretiti in una gabbia che solo per alcuni è dorata. Fino a qualche tempo fa questa condizione, paradossale perché la macchina sfuggita al controllo è pur sempre prodotta dall’uomo, si definiva alienata. Oggi il termine non si usa più perchè si è deciso di far finta che il problema non esiste. Uno degli intenti del libro è di illustrare in quale misura gli uomini sono abili in questo genere di trucchi.

Una presentazione è d’obbligo. Io mi guadagno il pane facendo lo strizzacervelli, vale a dire aiutando le persone a scoprire che, in fondo in fondo, sono migliori di quanto pensano (e, a volte, di come agiscono). Di gente che accetta di farsi centrifugare la coscienza, gli annessi e i connessi per capire che razza di scherzi tirano, ce n'è di due generi: quelli che, a forza di praticare le virtù che gli sono state inculcate - studio, lavoro, famiglia, religione, altruismo e via dicendo -, perdono il gusto della vita, e, sotto pelle, finiscono col sentirsi tutt'altro da come appaiono (in genere finti, al limite mostri); e quelli che, per non sentirsi vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, all'insegna della vita è una lotta e guai ai deboli, tentano di darsi una maschera che non gli è congeniale, di duri incalliti, e, a differenza dei loro modelli di riferimento, non ne ricavano vantaggio ma finiscono con lo stare peggio. Fosse possibile un trapianto incrociato, la cosa si risolverebbe in quattro e quattro otto. E invece è una dura impresa per le persone mutar pelle, sia che si tratti di accasarsi finalmente nella propria o di rientrarci. Quando la muta sopravviene, il vantaggio è relativo: si campa meglio, ma si scopre che il mondo è pieno zeppo di gente che fa finta di essere normale.

A forza di fare questo strano mestiere che sopperisce, a pagamento ahimé, alle insensatezze del mondo, si è fatto strada il dubbio che, nella nostra società ipertecnologica, il prodotto che viene peggio è l'uomo. Non solo perché aumenta di continuo il numero di quelli che, dopo anni e anni di acculturazione, hanno bisogno di un supplemento che li umanizzi un po', togliendogli la maschera della virtù bigotta o della malvagità posticcia. Il problema è che gli altri, i normali, stanno peggio e neppure lo sanno. Vivono recintati nella propria coscienza, aggrappati alle tradizioni o alle mode correnti, tutti intenti ad adattarsi al mondo così com'è, convinti di essere padroni di sé e della propria vita, imbevuti delle informazioni che attingono dai mass-media. Se si gratta un po' la superficie, vien fuori che questa sicumera, tutelata dalla condivisione del senso comune, è una mistificazione perchè delle tradizioni in cui credono e delle mode da cui sono catturati sanno poco o nulla, dell'uomo come essere naturale e della sua storia ancora meno. Quanto al congegno che si ritrovano nella scatola cranica (tutto compreso: materia grigia e spirito), lo ritengono un oggetto misterioso, roba da specialisti, che - a sentirli parlare - è chiaro che non ci capiscono molto neppure loro. Insomma, la nostra civiltà, nonostante o forse proprio per la sua presunzione, è affetta da una sorta di analfabetismo del tutto particolare che riguarda l'uomo, la sua natura, vale a dire il congegno, l'uso che, nel corso del tempo, ne è stato fatto, da tutte le generazioni che si sono succedute, producendo la cultura (materiale e spirituale), la storia e l'organizzazione sociale; e l'uso migliore che se ne potrebbe fare se si prendesse atto che la cultura – vale a dire il tentativo dell’uomo di mettere ordine nel caos e di abitarvici - alcune idee gliele ha chiarite, altre confuse. Tale analfabetismo è aggravato da un'infarinatura di psicologia, di psicoanalisi e di varia umanità dovuta ai mass-media che lo rende intollerabile poiché spinge alla perpetua esibizione del non sapere di non sapere.

Il problema è di antica data. Producendo il cervello attraverso l'evoluzione, la natura ce ne ha concesso il diritto di uso senza il libretto delle istruzioni. L'umanità ha fatto quello che ha potuto: ne ha cavato fuori la capacità di sopravvivere industriandosi e sviluppando delle tecniche che piegano la natura a fare ciò che essa spontaneamente non farebbe, e - trovandosi a dovere dar senso alla sua strana esperienza - ha prodotto anche un sacco di idee, di teorie, alcune azzeccate, altre strampalate. Se è sopravvissuta, questo significa che, pur procedendo alla cieca, i tentativi riusciti - pratici e teorici - sono stati maggiori degli errori, pure madornali, commessi (il più recente, la produzione delle armi nucleari, ci ha portato sull'orlo della catastrofe, e il più attuale, l'inquinamento, sta lì lì per affossarci). Ma continuare a confidare nel caso é azzardato.

Non solo perché la nostra civiltà, che presume di aver imboccato la via giusta per assicurare a tutti il benessere, tenta di imporre il suo modello di sviluppo consumistico al mondo intero, incurante del fatto che se tale modello fosse universalmente accettato il pianeta collasserebbe in quattro e quattr'otto (anche solo per effetto dei rifiuti, che già non si sa più dove metterli). Il problema inquietante è che non si riesce più a capire chi ricava vantaggio dal correre dietro alla lepre meccanica, visto che, oltre alla natura, anche l'uomo se la passa male.

Anni fa, uno storico statunitense ha tentato di fare la radiografia psicologica del cittadino medio americano, coniando un termine diagnostico suggestivo, l'Io minimo. L'io minimo vive rattrappito emotivamente dentro di sè, sentendosi assediato e minacciato dal mondo che lo circonda, familiari e amici compresi. Più che pensare a godersi la vita, per quanto è possibile, gioca a scacchi col mondo, cercando di non farsi mattare. Socialmente inappuntabile, sembra normale sotto tutti gli aspetti, solo che fa finta: agisce con disinvoltura, ma tiene sotto controllo se stesso e gli altri. Non si fida neppure della propria ombra e, a scanso di equivoci, ha in casa un'armeria che spinge sempre più spesso i pargoli all'imitazioni degli eroi dei videogiochi.

Dato che la gente tiene tanto alle apparenze, e le prende per buone, lo storico è stato accusato di radicalismo; peggio, di voler rifare il verso al filosofo che, con le sue ciance sul pericolo che l'uomo, programmato per essere tridimensionale, si riducesse a una cartavelina, ha contribuito ad avviare il '68. La cosa finiva lì se non che, qualche anno dopo, gli psichiatri americani hanno individuato una nuova sindrome che entra a fatica negli schemi correnti. Il paziente in questione, di fatto, è singolare. Si presenta allo psichiatra ben vestito, col Rolex, il telefonino, ecc. Dice che nella sua vita tutto va per il meglio. Ha un buon lavoro, una bella casa, moglie e figli, vede gli amici ogni sabato sera, fa le vacanze, viaggia, si concede ogni tanto una sniffatina e, en passant, un'avventuretta con la segretaria di turno. E qual è allora il problema? Che lui non sente niente di niente, come fosse anestetizzato. E non è contento? Macché! La vita è un film, d'accordo, ma ogni tanto a uno viene voglia di lasciar cadere la maschera e di tuffarsi dentro la realtà, ed è allora che scopre di essere uno zombie.

Gli Stati Uniti esportano i loro prodotti. Di alieni ne circolano già parecchi presso di noi. Sono normali in tutto e per tutto, spigliati, socievoli, accattivanti, ma si riconoscono a colpo sicuro per strada o in TV: hanno l'occhio di vetro. Le emozioni insomma le simulano perfettamente senza sentirle. L'invasione degli ultracorpi è in atto.

L'uomo evidentemente è una funzione che riconosce minimi e massimi. Oggi è al minimo, tant'è che anche sui giornali si parla di degrado antropologico. Il parolone segnala lo scarto tra l'uomo così com'è e come potrebbe essere. E dove è scritto questo poter essere se non nel congegno che la natura ci ha impiantato nella testa?

Dotato di un'infrenabile curiosità, l'uomo è l'animale che teorizza su tutto, anche su se stesso. Da che mondo è mondo, oltre che a sopravvivere, cerca di darsi una ragione del suo esserci. Con la divisione del lavoro manuale da quello intellettuale, i filosofi si sono specializzati in questo rompicapo, accapigliandosi per secoli intorno al chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Risposte ne hanno date del più vario genere, alcune di grande interesse, ma la loro audience è risultata sempre un po' ridotta a favore della propaganda dei preti, che quei problemi li risolvono in quattro e quattr'otto e, per di più, promettono la felicità eterna.

Da poco più di un secolo, l'uomo (occidentale) ha preso se stesso come oggetto di studio, simulando nella raccolta dei dati e nella loro elaborazione le scienze naturali, che sono andate avanti un bel pezzo. Ha cominciato da lontano, dall'interazione tra fatti fisici e fatti umani (geografia) e dallo studio di culture diverse dalla sua (antropologia culturale). Poi si è dedicato alla società, intesa come più della somma degli individui, come un organismo (sociologia), alla riproduzione sociale in senso stretto (economia) e in senso lato (storia sociale), al linguaggio e all'uso dei segni comunicativi (semiotica). Infine è arrivato al soggetto, conscio (psicologia) e inconscio (psicanalisi). Qui si è avvitato su se stesso, perchè si tratta di darsi una guardatina allo specchio (e anche dietro lo specchio). Ha depistato l'attenzione sul comportamento degli altri animali (etologia) per mettere meglio a fuoco i rapporti di parentela. Poi, sull'onda della tecnologia, ha tentato (e sta tentando ancora) di accedere al sancta sanctorum del cervello (neurobiologia). Da tutti questi ambiti di ricerca sono venute fuori cose importanti che riconducono al problema di fondo: come è organizzato il congegno, come funziona, l'uso che ne è stato fatto e se ne fa, quanto spetta - riguardo a quest'uso - alla natura e quanto alla cultura. I dati acquisiti sono imponenti, intriganti, inquietanti e naturalmente contraddittori.

Se ci si chiede perché questo sapere (comprese le domande ancora aperte) non fa parte del bagaglio culturale collettivo, perché gran parte degli uomini vivono esclusi da questo patrimonio, che potrebbe permettergli di partecipare un po' meno casualmente all'avventura umana, perché, nell'ordinamento degli studi, dalle elementari alle superiori, le scienze umane e sociali, l'etologia e la neurobiologia sono praticamente escluse - rimozione che fa il paio con l'assenza dell'economia - èdifficile rispondere. Di sicuro a qualcuno fa gioco questa rimozione. A chi e perchè, è da vedere.

Tra capo e collo, da qualche tempo, mi si è posto il problema di questa ignoranza (incolpevole) dei fondamentali. Forse perchè non sopporto più di vedere gente che cade dalle nuvole quando scopre che l'abc della mente e della natura umana, l'avesse conosciuto prima, gli avrebbe evitato un sacco di guai. Fatto si è che, non avendo altro di meglio da fare, m'è venuto di affrontare il problema di petto: in pratica, di debordare dal terreno specialistico e di mettere sulla carta questo abbecedario. Ad usum delphinorum, visto che gli eredi - se non altro perchè in media sono malmessi - danno più affidamento dei padri. E già, perché la favoletta dei giovani ai quali oggi non manca nulla, fa acqua da tutte le parti. Se si prende un campione a caso - tra i quattordici e i vent'anni – e si va al di là delle apparenze, si rimane colpiti: tra manie, fobie, tics, paranoie, attacchi d' ansia, depressioni, anoressia, bulimia, angosce estetiche, problemi sessuali e via dicendo, non se ne salva quasi nessuno. E quelli che si salvano, perché hanno già le idee chiare su quello che vogliono - in genere di appartenere al jet-set -, sono essi stessi in pericolo, perché parecchi, che vanno avanti per anni come treni, a un certo punto si bloccano di colpo, come se gli si fosse esaurito di colpo il carburante.

Il problema è ormai all’ordine del giorno. Qualche anno fa, alla maturità è stato dato un tema sulla solitudine giovanile. Andando avanti di questo passo, tra poco si comincerà il cursus scolastico dovendo parlare di sé e della propria famiglia e lo si terminerà con l'autodiagnosi della propria nevrosi. Nei discorsi dei politici, il problema dei giovani è onnipresente, anche se di solito sembra che si riduca alla mancanza di una qualunque occupazione, e dunque di un po' di money da spendere nel week-end. Quando intervengono, poi, i soloni - sociologi, psicologi, opinionisti e via dicendo -, il discorso tende sempre a cadere sulla crisi dei valori. Ci si aspetterebbe che qualcuno, che i valori li ha messi da parte come BOT, li tirasse fuori una buona volta. Macchè! La Chiesa, che è convinta di avere la zecca giusta, è disposta ad elargirli, ma solo a chi crede, e cioè accetta anche i suoi dogmi. Per gli altri, fioriscono come funghi gli ambulatori pubblici e gli studi privati psichiatrici o psicologici, ove in genere non si parla della vita nel suo complesso e di come è fatto l'uomo, ma quasi sempre del privato: il papà, la mamma, la scuola, il sesso e via dicendo. Cose importanti, è chiaro: solo che uno ci può passare su degli anni a riflettere senza capire perché il mondo non gli va a genio.

Decifrato in sé e per sé, l'inghippo della vita è un uovo di Colombo. L'uomo è un animale naturalmente ansioso, perché, da quando prende coscienza di sé sino alla fine, ha bisogno di capire se lo scherzetto che la sorte gli ha tirato facendolo venire alla luce, vale la pena di essere preso sul serio. E’ ansioso perchè, più di tutti gli altri, si porta confitta nella scatola cranica l'ossessione della felicità, e, unico, sa in anticipo che nel corso della vita si imbatterà in una quota fissa, per quanto variabile da individuo a individuo, di dolore (delusioni, incidenti, lutti, malattie), e alla fine dovrà abbandonare la scena. Dovrebbero educarci a coltivarla quest'ansia, fino al punto di farci venire il gusto del nostro tempo finito da vivere e quello di condividere questo gusto con gli altri, anziché volerci far felici a tutti i costi con le ricettine laiche - che insegnano a pensare solo ai fatti propri - o con quelle religiose - che impongono di pensare solo a quelli altrui. Dovrebbero educarci ad apprezzarla la natura umana, con le sue contraddizioni, e farcene capire i pregi e i limiti, che si esprimono nella cultura, anziché dare addosso a quella e esaltare questa. Dovrebbero dirci - se lo sapessero - che l'uomo non è padrone né di se stesso, né della propria vita, né del mondo: è un amministratore delegato dal caso (o da Dio: per questo aspetto non fa differenza), che ancora rischia, sul piano individuale e collettivo, di fallire. Dovrebbero, insomma, metterci sulle spalle precocemente, anziché gli zainetti pieni di libri inutili e di merendine, la responsabilità dell'esistere.

Se l’educazione servisse a questo, a mettere l'uomo con le spalle al muro, e, una volta inchiodatolo, a spingerlo a farsi un po' di domande sul congegno che si porta nella scatola cranica, su come è stato programmato, sulla visione del mondo che si è costruito, su come sono andate le cose nel tempo, sulla società e sulla cultura cui uno appartiene sarebbe una gran bella cosa. Quelle domande uno se le porterebbe dentro per sempre e vivrebbe – criticamente - per cercare delle risposte. L’educazione invece è tutto un tam-tam - famiglia, parrocchia, scuola, televisione - di formule prêt-a-porter. E, dato che ogni agenzia educativa ha i suoi fini (la famiglia l’aspirazione al miglioramento dello status sociale, la parrocchia la soggezione a valori spirituali oggettivi che trascendono la storia, la scuola la riproduzione della mentalità borghese, la televisione la costruzione di miti) tali formule sono, per molteplici aspetti, in contraddizione tra di loro. La crisi dei valori dipende insomma dal manico, e non v’è da sorprendersi che i giovani, studino o meno, si ritrovino ad essere sprovveduti per quanto riguarda i fondamentali e giungano, sempre più spesso, ad aderire, consapevolmente o inconsapevolmente, al nihilismo.

Volendo - si dice - uno si informa da solo. Le librerie e le edicole traboccano di ogni ben di Dio (dall'opera omnia di Freud, che tutta non l'hanno letta neppure i traduttori, ai libricini che spiegano come si vincono le fobie, l'insonnia, l'impotenza, la jella e via dicendo). Persino nei supermarket, accanto al ketchup, si vendono libri di astrologia, cartomanzia, scientologia, ecc. In televisione alcuni talk-shows sono dedicati in pianta stabile a dibattere i due mali del secolo: l'esser giovani e l'essere depressi. E, poi, dulcis in fundo, c'è la Grande Madre, la Rete che permette, in un colpo solo, di scaricare diecimila documenti sulla pianta del thè, figuriamoci sull'uomo. Neppure col lanternino, però, si trova un libro interdisciplinare, nel quale - messe da parte le formulette prêt-a-porter - si tratta dell'uomo come essere naturale, che ha prodotto una cultura e una storia che lo condiziona più di quanto in genere si pensa, e che, in quanto individuo, deve farsi su se stesso e sul mondo una qualche idea per starci.

Nelle pagine che seguono si troverà parte di quello che può servire a porsi un bel po' di domande e a darsi qualche lumicino di risposta sulla vita, dalla storia sociale all'antropologia culturale, dall'etologia alla neurobiologia, dalla psicologia evolutiva alla psicoanalisi (con qualche digressione filosofica). E' un libro serio, anche se d'acchito non sembra, perché, parlando dell'uomo, un po' d'ironia non guasta. E' uno zibaldone, però, non una guida per la caccia al tesoro. Le mappe bisogna che ciascuno se le faccia da sè. Sarebbe già molto se, qua e là, capitasse di rimanere perplessi. L’ovvio, ciò in cui si inciampa procedendo dritti per la propria strada, è il motore dell’autoconsapevolezza: se si resta lì col piede gonfio, si può essere certi che è vero. Il trauma è l'iniziazione al sapere, tant'è che gli autentici ricercatori è tutta gente ammaccata. I dati scientifici e le idee di altri - che cito in nota per obbligo editoriale (concedendomi qualche licenza sulla tradizione, che, per effetto dell'accademia, è giunta ormai al punto che c'è chi scrive venti paginette di testo e cinquanta di bibliografia per far capire che ne sa molto di più di quello che dice) si possono prendere per buoni: in gran parte, lo sono. Quello che se ne può ricavare riflettendoci un po' su (cum grano salis, rimanendo sul concreto) anche. Quanto ad alcune opinioni personali, le giudichi ciascuno come vuole, tenendo conto che quello che è vero fa un certo effetto alla bocca dello stomaco prima che nella testa.


Note 

1 In un recente libro di successo, Psiche e Techne, acquistato da molti e presumibilmente letto da pochi, Umberto Galimberti sostiene che l’uomo nasce in virtù dell’azione o, meglio, della necessità di agire per sopperire ai suoi limiti costitutivi; necessità che lo spinge inesorabilmente a umanizzare la natura nell’intento, inconsapevole, di naturalizzare se stesso. L’assunto che riabilita, tra l’altro, l’apporto fondamentale di A. Gehlen alle scienze umane, è inequivocabilmente marxista. Ma, per fortuna dell’autore, quasi nessuno se ne è accorto.

2 Christopher Lasch, rara figura di storico che si è cimentato sul terreno della contemporaneità, fregandosene di invadere il campo dei sociologi che, da quando sono ossessionati dal voler dimostrare che la loro disciplina è una scienza empirica, producono carta straccia. Per Lasch la vita sociale in sé e per sé è una sperimentazione. L'intellettuale, se proprio vuole fare lo scienziato sociale, deve aguzzare lo sguardo, cogliere gli indizi, decifrare i sintomi interpretarli: fabulare insomma come hanno fatto i grandi, da Durkeim a Marx e a Weber, ovvero risalire dalle apparenze alle essenze. Senza essere un genio, Lasch ci ha provato.

3 Marcuse, chi era costui? Filosofo serio, serissimo, ha avuto la disavventura di scrivere, oltre a L'uomo a una dimensione, che rimane un bel testo, stimolante, inquietante, Eros e civiltà. Libricino profetico che, prefigurando l'opposizione irriducibile tra stress lavorativo e piacere, ha anticipato quello che, con la depressione, sta diventando - pare - il male del secolo: l'impotenza e l’anorgasmia. Ciononostante, è stato bollato come il responsabile della rivoluzione sessuale sessantottina con tutte le nefandezze che ad essa sarebbero conseguite, e bruciato (con quasi tutti i maîtres a penser degli anni ’70) sul rogo della rimozione.

4 E' il titolo di uno straordinario film di fantascienza diretto da Don Siegel. Gli alieni in questione assumono in tutto e per tutto le sembianze degli esseri umani cui si sostituiscono e simulano alla perfezione i loro comportamenti, comprese le emozioni. Solo che non le vivono, e perciò ritengono di essere una specie superiore. Lode agli sceneggiatori. Oltre ad aver precorso i tempi (ma presumibilmente intendevano rappresentare solo una società totalitaria, anonima e burocratizzata), ci sono nel film finezze psicologiche e sociologiche che danno i punti ancora oggi a molti esperti togati. Come la scena iniziale in cui è una bambina a intuire che l’accattivante nonnino, che gli adulti prendono per buono, è un alieno, e, per avere scoperto ciò che gli altri non vedono, viene portata dallo psichiatra.

5 Queste due lacune, oltre a indurre fortemente a dubitare del valore formativo della scuola, bastano da sole a capire perché c'è in giro tanta gente colta, laureata, che parla forbito e sforna di continuo citazioni ma non capisce un tubo. Gente che, non di rado, si dedica all'insegnamento, dalle elementari all'università. Le riforme della scuola urtano sempre contro lo stesso problema: chi educa gli educatori? Quanto all’ultima, che concede agli istituti l’autonomia didattica, sulla carta fa ben sperare. Potrebbe essere possibile integrare i programmi vetusti con un po’ d’aria nuova in virtù dei corsi integrativi. Ma il rischio, che si va già configurando, è che gli insegnanti, per dimostrarsi alla pâge, prediligano le danze etniche, la letteratura romanza e la filosofia orientale alle scienze umane e sociali.