Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

La teoria struttural-dialettica

1. Dalla teoria pulsionale a quella dei bisogni intrinseci

La teoria psicopatologica struttural-dialettica si fonda e si articola su alcuni presupposti ricavati dalla pratica terapeutica e maturati lentamente nel corso degli anni. Il tragitto che ha portato da un orientamento psicodinamico, ricettivo di alcune prodigiose intuizioni freudiane, ma critico nei confronti della teoria delle pulsioni, ad un modello psicopatologico autonomo nell'ambito delle scienze psichiatriche, è documentato in maniera dettagliata nei Seminari (Archivio). Ritenendo proibitiva per molti lettori la consultazione e lo studio di tale materiale, cercherò qui di illustrare sinteticamente gli aspetti fondamentali della teoria struttural-dialettica.

In quanto psicodinamico, il modello in questione recepisce il concetto fondamentale del sistema freudiano secondo il quale i disturbi psicopatologici sono espressivi di conflitti psicodinamici che si generano e agiscono prevalentemente a livello inconscio. Mentre però Freud riconduce i confitti psicodinamici alla incompatibilità tra le spinte pulsionali dell'Es e le esigenze della vita associativa, rappresentate dal Super-Io, in breve tra natura e cultura, il modello struttural-dialettico li riconduce ad una scissione del patrimonio di bisogni intrinseci, geneticamente determinati, che rappresentano i programmi che sottendono l'evoluzione e l'organizzazione della personalità umana.

La teoria dei bisogni intrinseci rappresenta il piedistallo su cui si edifica il modello struttural-dialettico. Essa muove dal presupposto per cui la natura umana si origina a seguito di un'evoluzione che, ad un certo punto, nel passaggio all'uomo, fa confluire in uno stesso patrimonio genetico due diverse linee evolutive: quella degli animali sociali, come le scimmie, che vivono in gruppo e in una perpetua interazione faccia a faccia con il simile, e quella degli animali solitari, come alcuni felini, che, al di fuori del periodo estrale e dell'allevamento dei piccoli, non manifestano alcun bisogno di condividere la loro esperienza con i simili.

La confluenza di queste due linee evolutive, che coincide con un critico allentamento degli istinti, fa sì che l'uomo si ritrovi ad avere una doppia natura: animale radicalmente sociale, egli è anche predisposto per raggiungere un'identità individuale che lo differenzia da tutti gli altri e gli consente di potersi raccogliere e comunicare con se stesso. Può vivere, insomma, e di fatto vive in società, ma ha anche bisogno di sentirsi libero, autonomo e, in una qualche misura, padrone di se stesso.

Il raggiungimento di un'identità sociale, capace di inserirsi nel mondo ricoprendo ruoli molteplici, e, allo stesso tempo, individuata e autonoma è un obiettivo intrinseco al patrimonio dei bisogni intrinseci, che però, per realiizzarsi, richiede un lungo tragitto evolutivo. E' lungo questo tragitto e nell'interazione con l'ambiente socio-culturale che quel patrimonio può andare incontro ad una scissione, che rappresenta la matrice di un conflitto psicodinamico.

Questo modo di vedere rinnova radicalmente la psicopatologia. Recependo ed elaborando alcune istanze dell'antipsichiatria, esso infatti porta a pensare che, articolandosi sulla base dei bisogni intrinseci, ogni conflitto abbia in sé le ragioni del suo superamento. Per quanto infatti strutturato, esso non può essere mai del tutto deprivato del potenziale dialettico dei bisogni che, per quanto in tensione tra loro, tendono all'integrazione della personalità e non alla sua disintegrazione.

A differenza di quanto pensava Freud, insomma, nell'ottica struttural-dialettica la natura umana è predisposta per raggiungere uno stato di equiibrio. Tale stato però si realizza solo attraverso un lungo tragitto evolutivo, postula un grande impegno da parte del soggetto e condizioni ambientali che lo favoriscano e non interferiscano su di esso.

Laddove si realizza una situazione conflittuale, la terapia dialettica si pone come obiettivo quello di recuperare il potenziale dei bisogni, rimasto intrappolato nel conflitto stesso in maniera tale da riavviare l'evoluzione laddove essa si è interrotta.

2. Bisogno di appartenenza/integrazione sociale

Ciò detto, si tratta ora di entrare nei dettagli del modello psicopatologico struttural-dialettico, muovendo dall'illustrare anzitutto la teoria dei bisogni intrinseci. Ho già detto che si tratta di due programmi geneticamente determinati il cui dispiegamento sottende l'evoluzione della personalità. Come si possono concepire tali programmi? Non certo alla stregua di quelli che governano l'evoluzione dell'organismo. Si tratta piuttosto di due "forme" che promuovono l'integrazione delle informazioni in nome di una logica loro propria. Due "forme" - aggiungo - affettivo-cognitive.

La prima, che ho denominato bisogno di appartenenza/integrazione sociale, comporta un'affettività aperta all'interazione con l'ambiente, che rende il bambino influenzabile, ricettivo e accondiscendente nei confronti dei grandi. Tale affettività promuove l'interiorizzazione delle regole, delle norme e dei valori culturali (consci e inconsci) che gli adulti trasmettono in nome di una logica - quella del Noi - per la quale gli individui sono sempre e solo funzioni dell'insieme cui appartengono. In conseguenza di questa logica, l'adempimento dei doveri sociali, vale a dire il rispetto delle regole, delle norme e dei valori trasmessi e interiorizzati è essenziale ai fini della coesione e dell'armonia del gruppo di appartenenza.

L'integrazione dei dati esperienziali nella forma propria del bisogno di appartenenza sociale - che si può definire sistemica - dà luogo alla strutturazione di una funzione psichica, attiva anche a livello cosciente, ma sempre più intensamente rappresentata a livello inconscio, laddove essa attecchisce in conseguenza dell'idealizzazione e della soggezione che il bambino ha nei confronti degli adulti, che tradizionalmente si definisce Super-Io.

In riferimento ai valori culturali interiorizzati, il Super-Io tenta di mantenere l'io fedele ad essi prescrivendo il suo dover essere in quanto membro del gruppo e proscrivendo i comportamenti "devianti". L'adempimento dei doveri sociali è corroborato dalla conferma sociale che il soggetto riceve. Le violazioni, quando non incorrono in una sanzione esterna, attivano facilmente sensi di colpa che inducono il soggetto a riparare. In altri, il Super-io funziona come un rappresentante del sistema sociale che vincola il soggetto ad adempiere gli obblighi che discendono dal suo esserne membro e dai ruoli che egli assume al suo interno.

Si tratta di una funzione arcaica che sacralizza il legame sociale, ma, nel contempo, vincola l'espressione della libertà individuale alle esigenze di equilibrio del sistema sociale, che vengono assunte come ottimali per il tutto e le parti che lo compongono.

In quanto agente della replicazione culturale e istanza che assolutizza la normalità dominante nel contesto di appartenenza, il Super-Io è una substruttura dell'Io che si può ritenere universale. Il tramonto del Super-io segnalato da molti psicologi è il frutto di una confusione tra forma e contenuti. I sistemi di valore che il Super-Io veicola cambiano con il cambiare della società e della cultura. La replicazione culturale e la normalizzazione, vale a dire la riconduzione dei comportamenti individuali verso la media, sono funzioni indispensabili alla coesione di ogni società, alle quali provvede appunto il Super-Io.


3. Bisogno di opposizione/individuazione

Complementare al bisogno di appartenenza/integrazione e in tensione dialettica con esso, esiste un secondo programma che può essere ricondotto al bisogno di opposizione/individuazione. Imprescindibile da un corredo di diritti naturali visceralmente connotati, incentrati sulla libertà e sulla dignità, tale bisogno promuove, nel corso dell'evoluzione della personalità, una progressiva differenziazione dell'individuo destinata ad arricchire la sua identità sociale in virtù di un'immagine interna nella quale l'io riconosce se stesso e che fonda la possibilità dell'autoriflessione, vale a dire della capacità di appellarsi a se stesso come agente libero e dotato di volontà propria. In quanto autoconsapevole, il soggetto può operare scelte e decisioni consensuali o dissensuali rispetto alla cultura e al gruppo di appartenenza.

Il dispiegamento del bisogno di opposizione/individuazione avviene lentamente e postula la strutturazione di una funzione - l'Io antitetico - che compensa e attenua la pressione che la società, direttamente e attraverso il Super-io, esercita sul soggetto. Fino al raggiungimento di un'immagine interiore differenziata, l'Io antitetico si contrappone al Super-Io. Via via che l'autonomia viene raggiunta, esso tende ad integrarsi con l'Io e a refluire nella coscienza morale critica, in nome della quale il soggetto risponde delle sue azioni prima a se stesso che agli altri.

E’ implicito in ciò che la funzione superegoica e la coscienza morale, che definisce l’autonomia del soggetto, non vanno identificate, come in Freud. La prima si fonda sull’introiezione, rappresenta la volontà altrui e mantiene l’io in una condizione di soggezione rispetto al giudizio sociale; la seconda si realizza in virtù dell’assimilazione dei valori culturali introiettati (vale a dire di un processo di selezione che ne elimina alcuni e adatta gli altri a sè), rappresenta l’ideale verso cui tende la volontà propria ed è una funzione dell’io.

Nonché dalla clinica, l’esistenza del bisogno di opposizione è attestato dalla psicologia evolutiva, che documenta, fin dal definirsi della distinzione tra io e altro, fasi ricorrenti di tensione conflittuale con l’ambiente - le crisi di opposizione che insorgono periodicamente, con una fasicità che rivela il loro carattere di programmazioni, ed esitano nella grande crisi adolescenziale. Dapprima apparentemente irrazionali e funzionali all’affermazione capricciosa della volontà propria su quella altrui, tali crisi, nel corso dello sviluppo appaiono sempre più deputate a definire un’identità personale relativamente differenziata, e dunque in una certa misura capace di valutare criticamente le influenze ambientali, e dotata di modi di sentire, pensare ed agire propri e autonomi, che si esprimono nel consentire o dissentire rispetto alle istanze normative e ai valori culturali del sistema di cui fa parte. L’individuazione si realizza, dunque, necessariamente attraverso fasi di conflitto, nel corso delle quali i valori superegoici interiorizzati vengono sottoposti ad un processo selettivo e elaborativo che li trasforma in valori assimilati, fatti propri e vissuti come espressione della volontà personale.


4. Dialettica dei bisogni

Il nodo drammatico di ogni esperienza umana, attestato e amplificato dalla psicopatologia, è la dipendenza - sia in termini interattivi che in termini di significazione - dell’individuazione dall’appartenenza, e cioè dai contesti interpersonali e culturali. Tale nodo è reso ancora più problematico dal fatto che il corredo genetico individuale, le cui potenzialità fenotipiche sono molteplici ma non infinite, può risultare più o meno compatibile con il contesto di interazione, a partire da quello familiare in cui attecchisce. L’interazione tra potenzialità genetiche e ambiente (inteso come insieme di opportunità ma anche di programmazioni normative) determina molteplici possibilità di conflitto.

Una quota di conflittualità è costitutiva di ogni personalità in conseguenza del fatto che, sinora, nessuna cultura è riuscita a riconoscere nella sua pienezza la necessità di un’integrazione dialettica tra i bisogni pienamente sviluppati, tra la logica del Noi e la logica dell’Io, tra i doveri sociali e i diritti individuali, tra la volontà altrui (rappresentata dalle persone, dalle regole e dalle norme sociali, implicite e esplicite, dal diritto, dalla morale, ecc.) e la volontà propria.

Su questo sfondo, i conflitti destinati a produrre effetti psicopatologici, sono quelli che inducono una scissione del patrimonio dei bisogni in conseguenza della quale tra la logica del Noi e la logica dell’io, vale a dire tra la pressione dei doveri sociale e quella dei diritti individuali, si definisce un’opposizione irriducibile tale per cui, ai fini dell’equilibrio soggettivo, l’una deve essere sacrificata all’altra. Sotto il profilo psicodinamico la logica del Noi viene ad essere rappresentata da una funzione superegoica ‘persecutoria’, che mira ad affermare (attraverso i sensi di colpa, l’angoscia di abbandono e il controllo sociale) il primato del gruppo, del sistema e della norma sull’individuo, e la logica dell’io viene ad identificarsi con un Ideale dell’io antitetico che rivendica (attraverso l’anestetizzazione, l’autosufficienza, l’anarchia) il primato della volontà propria e dei diritti individuali.

Il conflitto di base tra funzione superegoica e io antitetico, comune a tutto l’universo psicopatologico, si dispiega sul piano fenomenologico in una varietà di forme cliniche che dipendono dall’intensità del conflitto e dai significati emozionali e cognitivi integrati nei bisogni scissi e, inesorabilmente, alienati.

5. Il ruolo dell'Io

I bisogni intrinseci rappresentano gli assi di strutturazione della personalità umana e, nel corso della sua evoluzione, si dispiegano dando luogo a due funzioni - il Super-Io e l'Io antitetico - che rappresentano substrutture dell'Io. Ciò significa che l'Io cosciente gode di una sua autonomia, che è però vincolata alla sua capacità di recepire e di mediare le diverse logiche che lo sottendono e che fanno capo alla doppia natura umana. Tale capacità dipende dal potere autoriflessivo dell'Io, diverso da persona a persona, che può consentire un'apertura introspettiva sulla dialetticità intrinseca all'essere umano, non meno che dalla cultura nella quale egli è immerso e con cui interagisce.

L'incidenza di questi due aspetti è agevomente ricostruibile nel corso dello sviluppo storico. La logica del Noi, dell'appartenenza, in quanto funzionale alla coesione e alla riproduzione sociale, ha goduto per un periodo sterminato di tempo un'egemonia pressochè totale. Ciò non ha impedito agli individui di avere coscienza della loro identità differenziata rispetto a tutti gli altri. Tale coscienza, però, solo raramente ha determinato la rivendicazione di agire la libertà in maniera non conforme alle regole e ai valori del gruppo di appartenenza.

Solo lentamente, il bisogno di opposizione/individuazione è giunto a dispiegarsi. Ciò è avvenuto prima da parte di singole personalità, capaci di pagare il prezzo della loro ribellione all'ordine costituito, poi in virtù di un cambiamento storico che si può ricondurre all'avvento della civiltà borghese e alla definizione dei diritti individuali come inalienabili e complementari rispetto ai doveri sociali.

Purtroppo, però, questa rivoluzione culturale è avvenuta per difetto, vale a dire sulla base di un privilegio accordato alla libertà di agire a tutela dell'interesse egoistico rispetto alla libertà di pensiero e di sviluppo vocazionale delle potenzialità individuali.

La conseguenza di questo difetto è che l'Io contemporaneo per un verso è ipertrofico, e tende a negare i doveri di appartenenza (soprattutto sotto il profilo morale), per un altro è trincerato nella mistificazione di un'identità coesa e unitaria, che lo pone al riparo dall'affrontare il problema della doppia natura, vale a dire dall'intrinseca contraddittorietà che lo sottende.

Venendo meno al suo ruolo di mediatore tra la logica legata al bisogno di appartenenza e quella legata ala logica dell'individuazione, l'Io contemporaneo tende o ad irrigidirsi nella difesa di un'identità unitaria, di cui egli pretende di essere padrone, o, viceversa, a fluttuare in maniera scissa e contraddittoria tra le due logiche senza avere alcuna coscienza del suo statuto instabile.

Ciò significa che la normalità corrente è, in una certa misura, inesorabilmente alienata, perchè gli individui non accettano né la dialetticità intrinseca al loro essere né la sfida che tale dialetticità comporta: il doversi impegnare di continuo per raggiungere un livello di integrazione maggiore della personalità e di autenticità.

Partendo da questo presupposto della normalità alienata, riesce agevole identificare nelle esperienze di disagio psicopatologico l'espressione di un bisogno di autenticità e di individuazione ostacolato dalla struttura della coscienza e dalla cultura cui essa appartiene.

In questa ottica, il disagio si definisce come la conseguenza univoca di un'instabilità strutturale vincolata e dipendente dai bisogni intrinseci che, per quanto scissi, premono nella direzione del dispiegamento. La capacità dell'Io di dare senso a tale instabilità, sfuggendo al ricatto della percezione di malattia, e di farsi carico dei bisogni alienati canalizzandoli nella direzione di un dispiegamento e di un'integrazione reciproca appare, pertanto fondamentale ai fini della "guarigione".

6. Neopsichiatria e antipsichiatria

Risulta del tutto evidente, da quanto detto sinora, che il modello psicopatologico struttural-dialettico, incentrato sulla teoria dei bisogni, rifiuta il concetto di malattia maturato nella cornice della psichiatria tradizionale e riproposto, in maniera ancora più rozza, dalla neopsichiatria contemporanea.

Esso non nega ovviamente il dato di fatto del disagio psicologico, che può esprimersi sotto forma di vissuti, sintomi e comportamenti del più vario genere, apparentemente ingiustificati, assurdi e dereistici. Riconduce però il disagio meno a disfunzioni biochimiche del cervello o ad una strutturazione immatura, scissa e caotica della personalità profonda, che al modo in cui l'Io recepisce i messaggi che giungono dall'inconscio e che, decifrati, definiscono semplicemente un certo grado di conflitto tra la logica del Noi e quella dell'Io, vale a dire tra Super-io e io antitetico, che può essere affrontato e risolto.

In questa ottica, la valenza destabilizzante del conflitto equivale al bisogno di una maggiore integrazione a livello cosciente di quelle logiche e dei problemi culturali, morali e comportamentali che esse implicano.

Se questo è vero, la soluzione del disagio psichico ndividuale passa necessariamente attraverso un tragitto demistificante e autoconoscitivo, che implica una ristrutturazione della visione del mondo, dei sistemi di valore di riferimento e dei moduli comportamentali: in breve, attraverso una psicoterapia ad orientamento psicodinamico incentrata sula teoria dei bisogni.

Se però si prescinde dalla possibilità di svuotare l'acqua del mare con un bicchiere, riesce immediatamente evidente che la teroia struttural-dialettica è imprescindibile da un progetto di prevenzione che verta su di una riprogrammazione della cultura, che deve aprirsi alla daletticità intrinseca alla natura umana e sollecitare l'io ad accettare la sfida di un'evoluzione permanente, e una riprogrammazione degli spazi e delle pratiche pedagogiche, affinché l'Io possa scampare ad una definizione alienata di sé e procedere verso uno sviluppo e una realizzazione vocazionale.

7. L’universo psicopatologico

L’assunzione di un conflitto strutturale di base come matrice dei fenomeni psicopatologici sembra poco compatibile con la loro indefinita varietà. L'esperienza clinica, però, portata avanti con un'ottica psicodinamica, consente di comprovare che ogni conflitto psicopatologico riconosce la sua matrice nell’opposizione tra appartenenza e individuazione, doveri sociali e diritti individuali, volontà altrui e volontà propria. Naturalmente, l'opposizione tra questi fattori solo rarissimamente è evidente a livello di sintomi, di vissuti e di comportamenti psicopatologici. Essa però può essere sempre ricostruita analizzando le substrutture che li generano e i valori culturali che essi veicolano.

Da questa ricostruzione si comprende agevolmente che il dispiegamento delle varie "sindromi" avviene sulla base di variabili dinamiche, consce e inconsce, inerenti la storia personale, familiare e socioculturale. Per questa via, risulta chiaro sia il nesso che sussiste, ed è sempre rappresentato a livello incoscio, tra soggettività e storia sociale, sia il tributo che, nel nostro mondo, alcuni soggetti pagano alla compresenza, nelle falde profonde della struttura sociale, a sistemi di valore in opposizione (e incompatibili tra loro) riconducibili all'ideologia religiosa e a quella liberale. Questo non solo rende suggestivo l’approccio struttural-dialettico ai fenomeni psicopatologici. Lo rende necessario, illuminando quanto di radicalmente umano si dà in essi.