Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

La nobile illusione e il fantasma di Marx

Recensione de "Il capitale nel XXI secolo" di Th. Piketty

Non è agevole recensire un libro di economia politica  di 700 pagine, la cui fama internazionale ha già dato luogo a commenti favorevoli e a critiche feroci. I commenti favorevoli sono venuti da economisti neokeynesiani (Stiglitz, Krugman, ecc); le critiche da conservatori e neoliberisti. Questo significa due cose: la prima, che l’analisi del sistema capitalistico è ancora fortemente influenzata da fattori ideologici che orientano a sottolineare riapettivamente le disuguaglianze che esso produce o l’efficienza produttiva: la seconda è che il saggio di Piketty non è neutrale. Di fatto, proponendo come soluzione del problema delle enormi disuguaglianze prodotte dalla globalizzazione neoliberista una tassazione patrimoniale su scala mondiale, Piketty scavalca (a sinistra) i neokeynesiani i quali ritengono che solo un deciso intervento degli Stati possano impedire la deriva del sistema capitalistico e evitare proteste sociali destinate a destabilizzarlo.

Il suo progetto non implica il superamento del sistema capitalistico, che egli ritiene impossibile, ma subordina la sua salvezza ad un controllo politico dell’economia mondiale che dovrebbe coinvolgere tutti i governi. I provvedimenti che egli propone, infatti, non possono essere adottati da singoli governi nazionali perché, se lo facessero, la conseguenza immediata sarebbe il deflusso dal loro territorio di tutti i capitali.

Un programma riformista incentrato sul controllo politico dell’economia mondiale si può ritenere, nell’accezione migliore del termine, una nobile illusione, dato che i governi nazionali, oltre ad essere più o meno gravemente coinvolti  nella globalizzazione finanziaria attraverso le lobbies, sono univocamente impegnati a salvaguardare i  loro equilibri e, alcuni, i loro privilegi attraverso misure protezionistiche più o meno mascherate.

Non è un caso che Piketty, la cui fama si è realizzata prima negli Usa che in Europa, sia stato consultato da Obama e dai suoi consiglieri economici, i quali hanno confermato che i suoi suggerimenti sono interessanti, ma irrealizzabili (per ora).

Il Capitalismo nel XXI secolo non può però essere liquidato in nome del fatto che le soluzioni che esso propone alla crisi economica contemporanea sono poco o punto realizzabili. Si tratta infatti di un saggio imponente e ben articolato, che, nonostante il ricorso continuo a dati e tabelle statistiche, ha uno svolgimento discorsivo e un’impostazione oserei dire didattica. E’ come se Piketty fosse consapevole del fatto che, nonostante i problemi economici siano ormai presenti nell’orizzonte di tutti i cittadini del pianeta, la cultura economica è ben poco diffusa.

L’intento didattico non è solo evidente laddove Piketty fornisce la definizione di concetti economici fondamentali (capitale, patrimonio, reddito, ecc.), ma nella struttura stessa del saggio che comporta un’introduzione, nella quale l’autore enuncia le linee teoriche del saggio e i risultati delle sue analisi, e una densa conclusione, nella quale quei risultati vengono ribaditi in termini tali da giustificare le soluzioni proposte.

Si tratta, insomma, di un saggio a tesi che cerca di articolare l’illustrazione e oserei dire la dimostrazione della tesi sulla base di dati statistici che riguardano gli ultimi secoli dello sviluppo economico.

Al di là della nobile illusione, le critiche che possono essere avanzate sono le seguenti.

Tra le definizioni che Piketty fornisce ce n’è una particolarmente interessante, che viene enunciata nel capitolo primo (Reddito e prodotto):

“Per semplificare l’esposizione, utilizzeremo le parole “capitale” e “patrimonio” in modo intercambiabile, come due perfetti sinonimi.”

E’ noto che l’analisi di Marx del sistema capitalistico è incentrata dall’inizio alla fine della sua opera sul conflitto tra capitale e lavoro, che egli ritiene strutturalmente favorevole all’accumulo dei capitali, con la conseguenza di espropriare i lavoratore di gran parte della ricchezza che producono, e quindi non risolvibile all’interno del sistema stesso.

Identificando capitale e patrimonio, il saggio di Piketty si pone di fatto come uno studio storico del conflitto tra patrimonio e lavoro.

E’ la stessa impostazione del problema messo in luce da Marx nella seconda metà dell’800.

Anche le conclusioni cui giunge Piketty non sono diverse da quelle cui è giunto Marx.

Nel capitolo conclusivo del libro egli infatti scrive:

“Le lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta importanti fattori di convergenza, legati in particolare alla diffusione delle conoscenze e delle competenze, ma anche potenti fattori di divergenza, potenzialmente minacciosi per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondano.

Il principale fattore destabilizzante è legato al fatto che il tasso di rendimento privato del capitale r può essere molto e per molto tempo superiore al tasso di crescita del reddito e del prodotto g.

La disuguaglianza r > g significa che i patrimoni ereditati dal passato si ricapitalizzano a un ritmo più rapido del ritmo di crescita della produzione e dei salari. Questa disuguaglianza esprime una contraddizione logica di fondo. L’imprenditore tende inevitabilmente a trasformarsi in rentier, e a prevaricare sempre di più chi non possiede nient’altro che il proprio lavoro. Una volta costituito, il capitale si riproduce da solo e cresce molto più in fretta di quanto cresca il prodotto. Il passato divora il futuro.”

L’ultima frase riproduce quasi alla lettera un motto marxiano secondo il quale il lavoro passato, morto dunque ma incorporato dal capitale, divora il vivo, il lavoro attuale.

E’ vero che, nell’ottica di Piketty, il sistema capitalistico non comporta solo fattori di divergenza, vale a dire di conflitto crescente tra patrimonio e lavoro, ma anche fattori di convergenza, che tendono a riequilibrare la distribuzione della ricchezza.

Il problema è che i fattori di divergenza, negli ultimi trent’anni di neoliberismo, si sono affermati con la stessa potenza che ha caratterizzato lo sviluppo del capitalismo nella seconda metà dell’800, e, data la crescita della ricchezza mondiale, rischiano di produrre disuguaglianze sociali che si sono verificare solo all’epoca della Belle Epoque e che, in futuro, potrebbero addirittura divenire maggiori.

E’ un caso o piuttosto la rivelazione della logica intrinseca del capitalismo analizzata da Marx?

Piketty non ritiene che sia un caso, ma, pur prescindendo dal riferimento alla capacità del mercato di autoregolarsi, ritiene che il sistema democratico abbia sufficienti  fattori di convergenza che hanno agito nel passato e, mutatis mutandis, potrebbero (e dovrebbero) essere riattivati nel presente.

Il problema è capire se questi fattori di convergenza si possono ritenere intrinseci al sistema capitalistico o si sono realizzati per fattori estrinseci ad esso, di natura storica.

La ricostruzione che fornisce Piketty dell’evoluzione del sistema capitalistico al riguardo è significativa.

I fattori di convergenza si sono realizzati nel primo decennio del ‘900, nell’intervallo tra le due guerre mondiali e, in maniera estremamente attiva, nel secondo dopoguerra, fino alla fine degli anni’ 70 e l’avvio del neoliberismo.

In tutti e tre i casi hanno giocato più fattori estrinseci che intrinseci.

Per quanto riguarda il primi anni del ‘900 è stata la crescita tumultuosa dei partiti socialisti e comunisti a costringere i governi ad adottare provvedimenti orientati migliorare il tenore di vita delle classi operaie sulla base dell’esempio di Bismarck il quale, benché conservatore fin nel midollo, capì che senza l’adozione di provvedimenti previdenziali e assistenziali la protesta sociale avrebbe destabilizzato il sistema.

Tra le due guerre è stata ugualmente la pressione operata dai partiti socialisti e comunisti e il fantasma dell’Unione sovietica ad attivare fattori di convergenza. Non è certo un caso che, nello stesso periodo, i tentativi di destra di sopperire alle disfunzioni del sistema capitalistico abbiano adottato un modello nazionalsocialista.

Nel secondo dopoguerra, poi, è stata la socialdemocrazia a realizzare in alcuni paesi occidentali il massimo equilibrio tra patrimonio e lavoro. Certo la socialdemocrazia non metteva in discussione il libero mercato e il sistema capitalistico: essa però prescindeva del tutto da una presunta capacità di autoregolazione dello stesso.

Se questo è vero, non ci vuole molto a capire che ciò che è accaduto con l’avvento del neoliberismo ha fatto leva sulla crisi e sulla dissoluzione dell’Unione sovietica che si è poi riverberata in una crisi del Welfare e dei partiti di sinistra.

Ciò non significa negare che fattori intriseci al sistema capitalistico convergenti non siano esistiti. La necessità di allargare la base del consumo esitata poi nel Welfare è sicuramente uno di essi.

Non si capirebbe, però, nulla degli ultimi trent’anni se si prescindesse dal fatto che il capitalismo finanziario ha scoperto la possibilità di uno sviluppo illimitato dei patrimoni anche indipendentemente dalla produzione.

Consapevole che le previsioni di Marx, mutatis mutandis, si stanno realizzando con un secolo e mezzo di ritardo, Piketty riconduce l’evoluzione attuale del sistema capitalistico, soprattutto per quanto riguarda la continua creazione di enormi patrimoni privati che, trasmettendosi di generazione in generazione, tendono ad accrescersi sottraendo risorse al resto del mondo, ad uno stato di “impazzimento”. Il termine suona male uscendo dalla penna di un economista molto rigoroso e attrezzato metodologicamente. E’ evidente che si tratta di un lapsus, il quale definisce l’incredulità dell’autore nei confronti di come le cose stanno andando sia nei Paesi europei sia soprattutto negli Usa (laddove l’“impazzimento” ha raggiunto il vertice).

E se non si trattasse di un impazzimento ma, semplicemente, della logica intrinseca del capitalismo affrancato dal controllo degli Stati nazionali e che non teme più una protesta sociale che, eventualmente, ricadrebbe a loro carico?

Piketty cade nel luogo comune allorché afferma che le previsioni apocalittiche di Marx non si sono realizzate. E’ vero che Marx quelle previsioni le ha fatte, ed era assolutamente certo che, se il sistema capitalistico non avesse modificato l’orientamento selvaggio del tutto evidente alla sua epoca si sarebbero realizzate a breve nei paesi occidentali rivoluzioni comuniste.

Ciò non è accaduto perché, proprio per effetto delle analisi di Marx e per l’attività dei partiti socialisti e comunisti, il sistema capitalistico è cambiato quanto è bastato a scongiurare la realizzazione delle previsioni marxiane, che si stanno però realizzando - mutatis mutandis ovviamente - nella nostra epoca.

Le analisi di Piketty attestano che il lupo del sistema capitalistico perde il pelo, se si danno determinate circostanze storiche e politiche, ma non il vizio. Non appena è libero da controlli statali e regolazioni esterne riprende la sua corsa verso lo sviluppo illimitato del patrimonio a beneficio di pochi e a danno dei più.

Da buon keynesiano, Piketty è convinto che gli squilibri socio-economici che si sono definiti negli ultimi trenta anni siano rimediabili, ma la sua stessa analisi fa capire che il rimedio non è affatto facile  scontato. Egli stesso, proponendo una patrimoniale mondiale sulla ricchezza, la definisce un’utopia.

In breve: sulla logica intrinseca al capitalismo, che comporta un conflitto tra capitale/patrimonio e lavoro quasi costantemente a favore del primo, Marx aveva e ha ragione. Che quella logica sia poi arginabile e correggibile con un intervento degli Stati a livello mondiale è da verificare. Per ora non si danno molti dati a favore di questa possibilità.

En passant, non è superfluo ricordare che tra i dieci punti illustrati da Marx nel Manifesto del Partito comunista per avviare la costruzione di una società comunista ne risultano due che corrispondono, grosso modo, alle soluzioni proposte da Piketty:

2.- Imposta fortemente progressiva.

3.- Abolizione del diritto di successione.

Piketty, ovviamente, non parla esplicitamente dell’abolizione del diritto di successione. La tassa patrimoniale cui fa riferimento avrebbe come conseguenza di diminuire nettamente la quota dei patrimoni che si trasmettono per eredità.

In un mondo ormai dominato dai ricchi, la realizzazione della tassa patrimoniale attesterebbe al tempo stesso che Marx aveva ragione per quanto riguarda la logica intrinseca al sistema capitalistico (lo sviluppo illimitato della ricchezza) e torto nel ritenere tale logica irrimediabile nella cornice del libero mercato, il cui presupposto è l’esistenza di patrimoni eccedenti i bisogni dei proprietari che dunque vanno investiti a livello produttivo o finanziario.

Sinceramente, mi auguro (malvolentieri, e soprattutto per i miei figli e i miei nipoti in quanto rappresentanti delle generazioni destinate a confrontarsi con l’iniqua e continua crescita dei patrimoni privati) che Marx abbia torto, Non ne sono però affatto certo.

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Del saggio di Piketty riporto alcune parti dell’Introduzione (integralmente le pagine dedicate a Marx) e le Conclusioni.

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Th. Piketty: Il Capitale nel XXI secolo
Bompiani, Milano 2014 - edizione ebook

INTRODUZIONE

La questione della distribuzione delle ricchezze è oggi una delle più rilevanti e dibattute. Ma che cosa si sa, davvero, del suo sviluppo sul lungo termine? La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della ricchezza e del potere in poche mani, come pensava Marx nel XIX secolo? Oppure le dinamiche equilibratrici della crescita, della concorrenza e del progresso tecnico determinano, nelle fasi avanzate del processo economico, una riduzione spontanea delle disuguaglianze e un’armonica stabilizzazione dei beni, come pensava Kuznets nel XX secolo? Che cosa sappiamo realmente del processo di distribuzione dei redditi e dei patrimoni dal XVIII secolo in poi, e quali lezioni possiamo trarne per il XXI?

Sono queste le domande alle quali tento di rispondere in questo libro. Diciamolo subito: le risposte da me suggerite sono imperfette e incomplete. Ma sono fondate su dati storici e comparativi più ampi rispetto a quelli offerti da tutti i lavori precedenti, e trovano posto entro un quadro teorico rinnovato che consente di comprendere meglio le tendenze e i meccanismi messi in campo. La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitale e delle disuguaglianze, o quantomeno non nella misura in cui si è immaginato potessero farlo nei decenni di ottimismo che hanno accompagnato il secondo dopoguerra. Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito – come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel XXI – il capitalismo produce automaticamente disuguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche. Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche. Questo libro tenta di avanzare proposte in tal senso, appellandosi agli insegnamenti che si possono trarre dalle esperienze storiche. Il racconto di tali esperienze costituisce la trama principale dell’opera.

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La questione della distribuzione delle ricchezze è troppo importante per essere lasciata ai soli economisti, sociologi, storici e filosofi. È una questione che interessa tutti, ed è meglio che sia così. La realtà concreta e fisica della disuguaglianza è ben visibile a tutti coloro che la vivono, e suscita naturalmente giudizi politici netti e contraddittori. Contadino o nobile, operaio o industriale, cameriere o banchiere: ciascuno, dal proprio punto di osservazione, vede cose importanti sulle condizioni di vita degli uni e degli altri, sui rapporti di potere e di dominio tra gruppi sociali, e matura la propria concezione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. La questione della distribuzione delle ricchezze avrà sempre questa dimensione squisitamente soggettiva e psicologica, irriducibilmente politica e conflittuale, che nessuna analisi più o meno scientifica potrà porre in secondo piano. Per nostra somma fortuna, la democrazia non sarà mai soppiantata dalla repubblica degli esperti.

Tuttavia la questione della distribuzione merita anche di essere studiata in maniera sistematica e metodica. Nell’assenza di fonti, metodi e concetti definiti con precisione, diventa possibile dire tutto e il contrario di tutto. Per alcuni, le disuguaglianze non possono che continuare a crescere, e il mondo sarà sempre più ingiusto per definizione. Per altri, le disuguaglianze tendono invece a decrescere naturalmente, oppure a disporsi da sé in modo armonico, per cui qualunque intervento rischierebbe di turbare il felice equilibrio e sarebbe sconsigliato. In risposta a un simile dialogo tra sordi, in cui ciascun fronte ideologico spesso giustifica la propria pigrizia intellettuale con quella del fronte avverso, esiste uno spazio di ricerca sistematica e metodica, per quanto non scientifico al cento per cento. L’analisi intellettuale, infatti, non potrà mai porre fine ai violenti conflitti politici suscitati dalle disuguaglianze. La ricerca condotta dalle scienze sociali, non avendo la pretesa di trasformare l’economia, la sociologia e la storia in scienze esatte, è e resterà sempre imperfetta.

Eppure, definendo con pazienza fatti e costanti, analizzando con serenità i meccanismi economici, sociali e politici in essa coinvolti, essa può fare in modo che il dibattito democratico sia meno dispersivo e si focalizzi sulle questioni giuste. Può contribuire a ridefinire in ogni momento i termini del dibattito stesso, a smascherare le false certezze e le imposture, rimettendo sempre tutto in discussione. È questo, a mio avviso, il ruolo che possono e devono svolgere gli intellettuali, e tra loro i ricercatori di scienze sociali: cittadini come gli altri, i quali hanno però la fortuna, rispetto agli altri, di avere più tempo per dedicarsi allo studio (nonché di essere pagati per farlo: privilegio non da poco).

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Marx: il principio di accumulazione infinita

Quando Marx, nel 1867, ossia esattamente mezzo secolo dopo la pubblicazione dei Principi di Ricardo, pubblica il Libro I del Capitale, le realtà economiche e sociali si sono profondamente modificate: non si tratta più di sapere se l’agricoltura riuscirà a nutrire una popolazione in crescita o se il prezzo della terra salirà alle stelle, bensì di capire la dinamica di un capitalismo industriale in pieno sviluppo.

Il fatto più rilevante dell’epoca è la miseria del proletariato industriale. A dispetto della crescita, o forse in parte per suo stesso effetto, con l’enorme esodo rurale provocato dall’aumento sia della popolazione sia della produttività nell’agricoltura, gli operai si ammassano dentro topaie e bicocche. Le giornate lavorative sono lunghissime, per salari bassissimi. Si va sviluppando una nuova miseria urbana, più visibile, più scioccante, e per certi versi ancor più estrema della miseria rurale dell’ancien régime. Germinale, Oliver Twist o I miserabili non sono nati certamente dall’immaginazione degli scrittori, così come per altro le stesse leggi che proibiscono il lavoro manifatturiero ai minori di 8 anni in Francia nel 1841, o ai minori di 10 anni nelle miniere nel Regno Unito nel 1842. Il Tableau de l’état physique et moral des ouvriers employés dans les manufactures, pubblicato in Francia nel 1840 dal dottor Villermé, ispiratore della timida legislazione del 1841, descrive la medesima sordida realtà descritta da Engels in La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato nel 1845.4

Di fatto, tutti i dati storici di cui oggi disponiamo indicano che per registrare una crescita significativa del potere d’acquisto dei salari bisogna attendere la seconda metà se non l’ultimo terzo del XIX secolo. Tra il periodo 1800-10 e quello 1850-60 i salari sono fermi a livelli bassissimi – vicini a quelli del XVIII secolo e dei secoli precedenti – o, in alcuni casi, a livelli addirittura inferiori. Questa lunga fase di stagnazione salariale, riscontrabile sia nel Regno Unito sia in Francia, è tanto più impressionante in quanto il periodo coincide con un’accelerazione della crescita economica. La quota del capitale – profitti industriali, rendita fondiaria, affitti urbani – che concorre alla composizione del reddito nazionale, nella misura in cui è possibile valutarla con le fonti imperfette di cui oggi disponiamo, è destinata a crescere sensibilmente durante la prima metà del XIX secolo.5 Diminuirà, di poco, solo negli ultimi decenni del secolo, quando i salari recupereranno in parte il ritardo a lungo accumulato nella crescita. I dati che abbiamo raccolto indicano comunque che nessuna diminuzione strutturale delle disuguaglianze si produce prima della prima guerra mondiale. Tra il 1870 e il 1914 si assiste se mai a una stabilizzazione delle disuguaglianze, e a un livello alquanto elevato; anzi, per certi versi, a una perpetuazione della spirale senza fine della disuguaglianza con, in particolare, una concentrazione sempre più massiccia dei patrimoni. È molto difficile dire dove avrebbe portato quella curva in assenza delle gravi ripercussioni economiche e politiche prodotte dalla guerra del 1914-18, ripercussioni che, alla luce dell’analisi storica, e con il senno di poi di cui oggi disponiamo, appaiono come le uniche vere cause della riduzione delle disuguaglianze dopo la Rivoluzione industriale.

Fatto sta che la prosperità del capitale e dei profitti industriali, in contrasto con la stagnazione dei redditi da lavoro, è nel decennio tra il 1840 e il 1850 una realtà talmente evidente che tutti ne sono perfettamente consapevoli, anche se nessuno dispone al momento di statistiche nazionali significative. È in questo contesto che si sviluppano i primi movimenti comunisti e socialisti. La prima, urgente domanda è molto semplice: a che cosa serve lo sviluppo dell’industria, a che cosa servono tutte le innovazioni tecniche, tutta quella fatica, tutti quegli esodi, se in capo a mezzo secolo di crescita industriale la situazione delle masse resta sempre così miserabile, e se si è ridotti a proibire il lavoro in fabbrica ai bambini al di sotto degli 8 anni? Il fallimento del sistema economico e politico dominante appare del tutto ovvio. La seconda domanda è altrettanto ovvia: che cosa si può dire dello sviluppo a lungo termine di un tale sistema?

Il compito che Marx si propone è appunto quello di dare una risposta. Nel 1848, alla vigilia della Primavera dei popoli, ha già pubblicato il Manifesto del Partito comunista, testo breve ed efficace che si apre con la famosa frase: “Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”6 e termina con la non meno famosa profezia rivoluzionaria: “Lo sviluppo della grande industria ha tolto da sotto i piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa ha fissato il proprio sistema di produzione e di appropriazione. È la borghesia a produrre innanzitutto i suoi stessi becchini. La caduta della borghesia e la vittoria del proletariato sono parimenti inevitabili.”

Marx, nei due decenni successivi, si dedicherà alla stesura del voluminoso trattato che dovrà giustificare la conclusione del Manifesto e porre le fondamenta dell’analisi scientifica del capitalismo e del suo crollo. L’opera resterà incompiuta: il Libro I del Capitale viene pubblicato nel 1867, ma Marx muore nel 1883 senza aver terminato i due volumi successivi, che verranno pubblicati postumi dall’amico Engels, sulla base dei frammenti manoscritti, a tratti oscuri, che Marx ha lasciato.

Come Ricardo, Marx intende incentrare il proprio lavoro sull’analisi delle contraddizioni logiche connaturate al sistema capitalista. Aspira così a distinguersi sia dagli economisti borghesi (che vedono nel mercato un sistema autoregolato, ossia capace di equilibrarsi da solo, senza contraccolpi di rilievo, a somiglianza della “mano invisibile” di Smith e della “legge degli sbocchi” di Say), e dei socialisti utopisti o proudhoniani, i quali, secondo lui, si limitano a denunciare la miseria operaia, senza tuttavia proporre uno studio veramente scientifico dei processi economici in campo.7 Riassumendo, Marx muove dal modello ricardiano del valore del capitale e del principio di rarità, e spinge molto oltre l’analisi della dinamica del capitale stesso, considerando un mondo in cui il capitale è prima di tutto capitale industriale (macchine, attrezzature ecc.) e non terriero, e può dunque, in teoria, accumularsi illimitatamente. Di fatto la sua conclusione di fondo coincide con quello che possiamo chiamare “principio di accumulazione infinita”, vale a dire la tendenza inevitabile del capitale ad accumularsi e concentrarsi su scala illimitata, senza un termine naturale, da cui discende la soluzione apocalittica prevista da Marx: o si arriva a un calo tendenziale del tasso di profitto del capitale (il che manda in tilt il motore dell’accumulazione e può portare i capitalisti a sbranarsi a vicenda) o la quota di capitale del reddito nazionale si accresce indefinitamente (il che porterà i lavoratori, a più o meno breve scadenza, a unirsi e a ribellarsi). In ogni caso, non è ipotizzabile alcuno stabile equilibrio socioeconomico o politico.

Il fosco destino prefigurato da Marx non si è realizzato, così come non si sono realizzate le previsioni di Ricardo. A partire dall’ultimo terzo del XIX secolo, i salari fanno finalmente segnare un lieve progresso: il miglioramento del potere d’acquisto si generalizza, e il fenomeno cambia radicalmente la situazione, anche se le disuguaglianze restano estremamente forti e continuano per certi aspetti ad aggravarsi fino alla prima guerra mondiale. La Rivoluzione comunista ha sì avuto luogo, ma nel paese più arretrato d’Europa, quello in cui la Rivoluzione industriale era stata appena avviata (la Russia), mentre i paesi europei più avanzati hanno tentato altre vie, socialdemocratiche, a tutto beneficio dei loro popoli. Come gli autori a lui precedenti, Marx ha del tutto trascurato l’eventualità di un progresso tecnico durevole e di un costante aumento della produttività, fattore che, come vedremo, consente in una certa misura di equilibrare il processo di accumulazione e di concentrazione del capitale privato. Inoltre Marx, per perfezionare le sue previsioni, non disponeva di dati statistici adeguati…

Vedremo in ogni caso che, malgrado tutti i limiti, l’analisi marxiana mantiene, su parecchi punti, una sua congruenza. In primo luogo, Marx parte da una visione reale (l’inverosimile concentrazione delle ricchezze verificatasi nel corso della Rivoluzione industriale) e tenta di rispondervi con i mezzi di cui dispone: ecco un approccio al quale gli economisti di oggi farebbero bene a ispirarsi. In secondo luogo, e in termini specifici, il principio di accumulazione infinita da cui Marx mette in guardia contiene un’intuizione fondamentale per l’analisi del XXI secolo come del XIX, un’intuizione ancor più inquietante, in qualche modo, del principio di rarità caro a Ricardo. Quando il tasso di crescita della popolazione e della produttività è relativamente debole, i patrimoni accumulati nel passato assumono per loro natura un valore considerevole, potenzialmente smisurato, e destabilizzante per le società interessate. In altri termini, una crescita debole permette di equilibrare solo debolmente il principio marxista di accumulazione infinita: ne risulta uno squilibrio che, se non ha i connotati apocalittici sottolineati da Marx, ha comunque connotati assai inquietanti.

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Da Marx a Kuznets: dall’apocalisse alla favola

Passando dalle analisi di Ricardo e di Marx nel XIX secolo a quelle di Simon Kuznets nel XX, si può dire che la ricerca economica si sia evoluta: da una simpatia pronunciata – e senza dubbio eccessiva – per le previsioni apocalittiche, a un’attrazione non meno eccessiva per le soluzioni favolistiche, o quantomeno per l’happy end. Secondo la teoria di Kuznets, le disuguaglianze di reddito sono infatti destinate, nelle fasi avanzate dello sviluppo capitalistico, a diminuire spontaneamente, quali che siano le politiche seguite o le caratteristiche del paese, fino a stabilizzarsi a un livello accettabile…

Secondo questa teoria le disuguaglianze sarebbero ovunque destinate a seguire, nel corso del processo di industrializzazione e sviluppo economico, una “curva a U rovesciata”, vale a dire un arco caratterizzato dal binomio crescita-decrescita. Secondo Kuznets, a una fase di crescita naturale delle disuguaglianze, caratteristica delle prime tappe dell’industrializzazione e che negli Stati Uniti corrisponderebbe grosso modo al XIX secolo, seguirebbe una fase di forte diminuzione delle disuguaglianze stesse che, sempre negli Stati Uniti, sarebbe iniziata nella prima metà del XX secolo...

L’idea sarebbe che le disuguaglianze crescono durante le prime fasi dell’industrializzazione (solo una minoranza è in grado di beneficiare delle nuove fonti di ricchezza assicurate dall’industrializzazione), per poi tendere spontaneamente a diminuire durante le fasi avanzate dello sviluppo (una frazione sempre maggiore della popolazione si trova allineata con i settori più abbienti: da qui una riduzione spontanea delle disuguaglianze).14

Queste “fasi avanzate” sarebbero iniziate, nei paesi industrializzati, alla fine del XIX secolo o all’inizio del XX, e la compressione delle disuguaglianze sopravvenuta negli Stati Uniti dal 1913 al 1948 non farebbe dunque che testimoniare un fenomeno più generale, che tutti i paesi – anche i paesi sottosviluppati vittime, al momento, della povertà e della decolonizzazione – dovrebbero in linea di principio arrivare a conoscere, prima o poi...

Vedremo che la forte riduzione delle disuguaglianze, verificatosi un po’ ovunque nei paesi ricchi tra il 1914 e il 1945, è in primo luogo una conseguenza positiva delle due guerre mondiali e delle catastrofi economiche e politiche che ne sono seguite (in particolare per i detentori di patrimoni rilevanti), e non ha molto a che vedere con il pacifico processo di mobilità intersettoriale descritto da Kuznets.

Rimettere la questione della distribuzione al centro dell’analisi economica

La questione è importante, e non solo per ragioni storiche. A partire dagli anni settanta del XX secolo le disuguaglianze all’interno dei paesi ricchi – in particolare negli Stati Uniti, dove nel primo decennio del XXI secolo la concentrazione dei redditi ha raggiunto, o leggermente superato, il livello record del decennio tra il 1910 e il 1920 – si sono di nuovo accentuate: per cui diventa essenziale comprendere bene perché e come esse siano diminuite la prima volta. È vero che la crescita fortissima dei paesi poveri ed emergenti, in particolare della Cina, costituisce un notevole potenziale fattore di riduzione delle disuguaglianze a livello mondiale, così com’è accaduto per la crescita dei paesi ricchi durante i Trente glorieuses. Ma è anche vero che tale processo solleva forti inquietudini in seno ai paesi emergenti, e ancor più tra i paesi ricchi. Tra l’altro, gli squilibri impressionanti osservati negli ultimi decenni sui mercati finanziari, petroliferi e immobiliari possono suscitare comprensibili dubbi circa il carattere ineluttabile del “percorso di crescita equilibrata” descritto da Solow e Kuznets, secondo il quale tutto deve presumibilmente crescere allo stesso ritmo.

La domanda che preoccupa è: non sarà che il mondo del 2050 o del 2100 finirà nelle mani dei trader, degli alti dirigenti e dei detentori di patrimoni rilevanti, o dei paesi produttori di petrolio, o della Banca della Cina, o addirittura dei paradisi fiscali che faranno da copertura, in un modo o nell’altro, a tutti costoro? E secondo noi sarebbe assurdo non porla, continuando a pensare, per principio, che la crescita sia per sua natura a lungo termine “equilibrata”.

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I principali risultati ottenuti in questo libro

Quali sono le nostre principali conclusioni, raggiunte grazie alla possibilità di attingere a fonti storiche finora inesplorate? La prima lezione è che occorre diffidare, in una materia del genere, di ogni determinismo economico: la storia della distribuzione delle ricchezze è sempre una storia profondamente politica, che non si esaurisce nell’individuazione dei meccanismi puramente economici. In particolare, la riduzione delle disuguaglianze osservata nei paesi sviluppati tra il 1900 e il 1910 e tra il 1950 e il 1960 è innanzitutto dovuta all’incidenza delle due guerre e delle politiche pubbliche messe in campo per superare le gravi crisi in atto. Così come la crescita delle disuguaglianze dal 1970 al 1980 e successivamente è soprattutto dovuta ai cambiamenti politici degli ultimi decenni, specie in materia fiscale e finanziaria. La storia delle disuguaglianze dipende dalla rappresentazione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è che si fanno gli attori economici, politici, sociali, dai rapporti di forza tra questi attori, e dalle scelte collettive che ne derivano; è ciò che viene determinato da tutti gli attori coinvolti.

La seconda lezione, nodo centrale del libro, è che la dinamica della distribuzione delle ricchezze si muove su fenomeni di grande portata, motori sia di convergenza che di divergenza in assenza di qualunque strumento naturale o spontaneo che controlli il prevalere di tendenze destabilizzanti che innescano la disuguaglianza.

Cominciamo con i meccanismi a favore della convergenza, vale a dire a favore della riduzione e della compressione delle disuguaglianze. Il principale fattore di convergenza sono i processi di diffusione delle conoscenze e di investimento sulle competenze e nella formazione. Il gioco della domanda e dell’offerta, così come la mobilità del capitale e del lavoro, che ne costituisce una variante, possono intervenire ugualmente in questa direzione, ma in misura meno intensa, e spesso in forma ambigua e contraddittoria. Il processo di diffusione delle conoscenze e delle competenze è l’elemento cruciale, il meccanismo che consente al tempo stesso la crescita generale della produttività e la riduzione delle disuguaglianze sia all’interno di ciascun paese sia a livello mondiale, come dimostra il riequilibrio economico attualmente raggiunto da molti paesi poveri ed emergenti, a cominciare dalla Cina, rispetto ai paesi ricchi. Adottando i modelli di produzione e raggiungendo i livelli di qualificazione dei paesi ricchi, i paesi meno sviluppati colmano i ritardi di produttività e accrescono il reddito nazionale. Tale processo di convergenza tecnologica può essere favorito dalle aperture commerciali, ma si tratta fondamentalmente di un processo di diffusione delle conoscenze e di condivisione del sapere – bene pubblico per eccellenza – più che di un meccanismo di mercato.

Da un punto di vista strettamente teorico, esistono potenzialmente altri elementi di forza finalizzati al raggiungimento di una maggiore uguaglianza. Per esempio si potrebbe pensare che nel corso della storia le tecniche di produzione assegnino un’importanza sempre maggiore al lavoro dell’uomo e alle sue competenze, di modo che la quota dei redditi da lavoro faccia registrare una crescita tendenziale (parallela a una decrescita dei redditi da capitale): ipotesi che potremmo chiamare “crescita o riscatto del capitale umano”. In altri termini, se così fosse, il progressivo adeguamento alla razionalità tecnica comporterebbe automaticamente la vittoria del capitale umano sul capitale finanziario e immobiliare, del personale dirigente meritevole sugli azionisti oziosi, della competenza sul nepotismo. In tal senso, le disuguaglianze diventerebbero di per sé più meritocratiche e meno immutabili (se non meno evidenti) nel corso della storia: in qualche modo, la razionalità economica si tradurrebbe meccanicamente, se così fosse, in razionalità democratica.

Un altro pensiero ottimistico, assai diffuso nelle società moderne, è quello secondo cui l’allungamento della durata della vita porterebbe automaticamente a sostituire la “lotta di classe” con il “conflitto generazionale” (forma di conflitto tutto sommato meno lacerante per una società, poiché ciascuno è prima giovane e poi vecchio). In altri termini, l’accumulazione e la distribuzione dei patrimoni sarebbero oggi dominate non più da uno scontro implacabile tra le dinastie di eredi e le dinastie che non possiedono altro che il proprio lavoro, ma da una logica del risparmio nel corso del ciclo della vita: nel senso che ciascuno accumula patrimonio per la propria vecchiaia. Il progresso della medicina e il miglioramento delle condizioni di vita avrebbero quindi trasformato totalmente la natura stessa del capitale.

Purtroppo vedremo che entrambe le idee, alquanto ottimistiche (la “crescita del capitale umano” e l’affermazione del “conflitto generazionale” sulla “lotta di classe”), sono in gran parte illusorie. Più esattamente tali trasformazioni, del tutto plausibili da un punto di vista strettamente logico, hanno certo avuto luogo, ma in proporzioni molto meno massicce di quanto a volte si pensi. Non è affatto sicuro che la quota lavoro nella composizione del reddito nazionale sia incrementata in modo significativo sul lungo periodo: il capitale (non umano) appare tuttora nel XXI secolo indispensabile pressoché nella stessa misura in cui lo era nel XVIII o nel XIX secolo, e non è da escludere che lo diventi ancora di più. Per cui, oggi come ieri, le disuguaglianze patrimoniali restano al primo posto nella scala delle disuguaglianze all’interno di ciascuna classe d’età. E vedremo come l’eredità oggi, all’inizio del XXI secolo, stia riacquistando la stessa importanza che aveva all’epoca di Papà Goriot. Sul lungo periodo, il fattore veramente propulsivo e in grado di determinare processi di eguaglianza delle condizioni, è la diffusione delle conoscenze e delle competenze.

Fattori di convergenza, fattori di divergenza

Ora, la questione cruciale è che il fattore ugualitario, per quanto importante sia, in particolare per consentire la convergenza tra paesi diversi, possa essere a volte controbilanciato e dominato da potenti fattori di segno opposto, operanti nel senso della divergenza, vale a dire dell’allargamento e della moltiplicazione delle disuguaglianze. L’assenza di un investimento adeguato nella formazione può impedire a interi gruppi sociali di accedere ai benefici della crescita, o può determinarne la discesa nella scala sociale rispetto a nuovi soggetti entranti, com’è dimostrato dal riequilibrio mondiale attualmente in corso (gli operai cinesi prendono il posto degli operai americani e francesi, e così via). In altri termini, il principale fattore di convergenza – la diffusione delle conoscenze – è soltanto in parte un fattore naturale e spontaneo: esso dipende in larga parte dalle politiche condotte in materia di educazione e di accesso alla formazione e alle competenze adeguate, e dalle istituzioni preposte.

Nel contesto del libro, porremo inoltre l’accento su fattori di divergenza ancor più inquietanti, poiché possono determinarsi in un mondo in cui tutti gli investimenti adeguati per la maturazione delle competenze potrebbero essere già avvenuti, e in cui tutte le condizioni di efficienza dell’economia di mercato – nell’accezione data dagli economisti – appaiano realizzate. Questi fattori di divergenza sono principalmente due: il primo è il processo di allontanamento, scollamento, delle retribuzioni più elevate rispetto alle altre, un fenomeno che potrà essere molto rilevante, benché per il momento sia abbastanza localizzato; il secondo, ancora più grave, è l’affermazione di una serie di squilibri legati al processo di accumulazione e concentrazione dei patrimoni, in un mondo caratterizzato da una crescita debole e da un rendimento elevato del capitale. Il secondo può risultare anche più destabilizzante del primo, e costituisce senza dubbio la minaccia numero uno per la dinamica della distribuzione delle ricchezze a lunghissimo termine.

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Nelle società a crescita debole i patrimoni ereditati dal passato assumono per loro natura un rilievo sproporzionato poiché, ad accrescere in modo continuativo e sostanziale l’ampiezza dello stock, basta anche un debole flusso di nuovo risparmio.

Se poi il tasso di rendimento da capitale raggiunge livelli consistenti e duraturi tali da superare il tasso di crescita (il che non è automatico, ma è tanto più probabile quanto più è debole il tasso di crescita) esiste allora un rischio molto forte di divergenza caratterizzata dalla distribuzione delle ricchezze.

Questa disuguaglianza fondamentale, che esprimeremo con la formula r > g – dove r indica il tasso annuo di rendimento da capitale (vale a dire quanto rende in media il capitale nel corso di un anno, sotto forma di profitti, dividendi, interessi, affitti e altri redditi da capitale in percentuale del suo valore) e g indica il tasso di crescita (vale a dire la crescita annua del reddito e del prodotto) – ricoprirà nel libro un ruolo essenziale. Anzi, in qualche modo, ne riassumerà la logica d’insieme.

Quando il tasso di rendimento del capitale supera in misura significativa il tasso di crescita – e vedremo che è il caso più frequente nel corso della storia, quantomeno fino al XIX secolo, destinato con ogni probabilità a essere la norma nel XXI, il fenomeno implica automaticamente che i patrimoni ereditati dal passato si ricapitalizzino più in fretta rispetto all’andamento del processo di produzione e dei redditi. Per cui, per chi eredita patrimoni dal passato, basta risparmiare una quota anche limitata di reddito del proprio capitale perché quest’ultimo si accresca più in fretta rispetto alla crescita economica nel suo complesso. In tali condizioni, è pressoché inevitabile che i patrimoni ricevuti in eredità prevalgano largamente sui patrimoni accumulati nel corso di una vita di lavoro, e che la concentrazione del capitale raggiunga livelli assai elevati, potenzialmente incompatibili con i valori meritocratici e i principi di giustizia sociale che costituiscono il fondamento delle nostre moderne società democratiche.

Questo determinante fattore di divergenza può inoltre essere rafforzato da meccanismi aggiuntivi, per esempio quando il tasso di risparmio cresce in sintonia con la crescita del grado di ricchezza,37 e ancor più quando il tasso di rendimento medio effettivamente ottenuto è tanto più elevato quanto più è elevato il capitale iniziale (fenomeno che, come avremo modo di vedere, si avvia a prevalere). Il carattere imprevedibile e arbitrario dei rendimenti da capitale e delle forme di arricchimento che ne derivano diventano così ragione per rimettere in discussione l’ideale meritocratico. Infine, tali effetti, nel loro insieme, possono essere aggravati da un meccanismo di tipo ricardiano, di divergenza strutturale dei prezzi degli immobili e del petrolio.

Riassumendo. Il processo di accumulazione e di distribuzione dei patrimoni contiene in sé fattori talmente potenti da spingere verso la divergenza, o quantomeno verso un livello di disuguaglianza estremamente elevato. Esistono sì fattori di convergenza, tali da riuscire a prevalere in determinati paesi e in determinate epoche, ma i fattori di divergenza possono in ogni momento riprendere il sopravvento, come sembra accadere in questo inizio di XXI secolo, e come lascia prevedere il probabile calo della crescita demografica ed economica nei decenni a venire.

Le mie conclusioni sono meno apocalittiche di quelle implicite nel principio di accumulazione infinita e di divergenza perpetua espresso da Marx (la cui teoria si fonda, di fatto, su un’idea di crescita zero della produttività a lungo termine). Nello schema proposto la divergenza non è perpetua, è solo uno dei possibili scenari futuri. Tuttavia non sono, le mie, conclusioni molto rassicuranti. In particolare, è importante sottolineare che la disuguaglianza di fondo r > g, massimo fattore di divergenza nel nostro schema esplicativo, non ha niente a che vedere con una qualunque imperfezione di mercato. Anzi, si tratta piuttosto del contrario: più il mercato del capitale è “perfetto”, nel significato che gli economisti danno a questo aggettivo, più è probabile che la disuguaglianza si verifichi. È possibile immaginare istituzioni e politiche pubbliche che permettano di contrastare gli effetti di tale logica implacabile, come un’imposta mondiale progressiva sul capitale. Ma la loro concreta attuazione pone problemi notevoli in termini di coordinamento internazionale.”

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Conclusioni

La contraddizione di fondo del capitalismo: r > g

Le lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta importanti fattori di convergenza, legati in particolare alla diffusione delle conoscenze e delle competenze, ma anche potenti fattori di divergenza, potenzialmente minacciosi per le nostre società democratiche e per i valori di giustizia sociale sui quali esse si fondano.

Il principale fattore destabilizzante è legato al fatto che il tasso di rendimento privato del capitale r può essere molto e per molto tempo superiore al tasso di crescita del reddito e del prodotto g.

La disuguaglianza r > g significa che i patrimoni ereditati dal passato si ricapitalizzano a un ritmo più rapido del ritmo di crescita della produzione e dei salari. Questa disuguaglianza esprime una contraddizione logica di fondo. L’imprenditore tende inevitabilmente a trasformarsi in rentier, e a prevaricare sempre di più chi non possiede nient’altro che il proprio lavoro. Una volta costituito, il capitale si riproduce da solo e cresce molto più in fretta di quanto cresca il prodotto. Il passato divora il futuro.

Le conseguenze possono essere preoccupanti per la dinamica a lungo termine della distribuzione delle ricchezze, soprattutto se viene sommata alla disuguaglianza relativa al volume del capitale iniziale, e se il processo di divergenza delle disuguaglianze patrimoniali si verifica a livello mondiale.

Non è un problema di semplice soluzione. Si può certo incoraggiare la crescita investendo nella formazione, nella conoscenza e nelle tecnologie non inquinanti, ma il tutto non può fare aumentare la crescita al 4% o al 5% annui. L’esperienza storica insegna che solo paesi in forte recupero sui paesi ricchi, come l’Europa durante i Trente glorieuses o la Cina e i paesi emergenti oggi, possono crescere a ritmi simili. Per quanto riguarda i paesi che hanno già conosciuto la rivoluzione tecnologica mondiale, e dunque prima o poi per quanto riguarderà l’intero pianeta, tutto lascia pensare che il tasso di crescita non possa superare di molto l’1-1,5% annuo a lungo termine, a prescindere dalle politiche seguite.1

Con un rendimento medio da capitale dell’ordine del 4-5% è pertanto probabile che la disuguaglianza r > g torni a essere la regola del XXI secolo, come lo è sempre stata nel corso della storia e, in tempi recenti, dal XIX secolo alla vigilia della prima guerra mondiale. Nel XX secolo, come si è visto, sono state le guerre a fare tabula rasa del passato e a ridurre fortemente il rendimento da capitale, dando così l’illusione di un superamento strutturale del capitalismo e della sua contraddizione di fondo.

È vero che si potrebbe tassare pesantemente il rendimento da capitale in modo da far scendere il rendimento privato sotto il tasso di crescita. Ma è anche vero che, se lo si fa in modo troppo massiccio e uniforme, si rischia di spegnere il motore dell’accumulazione e di abbassare ancora di più il tasso di crescita. Gli imprenditori non avranno neanche più il tempo di trasformarsi in rentiers, perché non avranno più niente.

La soluzione giusta è l’imposta progressiva annua sul capitale. Solo in questo modo diventa possibile evitare la spirale della disuguaglianza senza fine, salvaguardando al tempo stesso le forze della concorrenza e gli incentivi alla produzione di nuove accumulazioni primarie. Abbiamo ricordato l’eventualità di una soglia d’imposta con tassi limitati allo 0,1% o allo 0,5% annuo per i patrimoni inferiori al milione di euro, all’1% per quelli compresi tra 1 e 5 milioni di euro, al 2% per quelli compresi tra 5 e 10 milioni di euro, con la possibilità di salire fino al 5% annuo per le ricchezze di parecchie centinaia di milioni o di parecchi miliardi di euro. Tutto ciò aiuterebbe a contenere la crescita illimitata delle disuguaglianze, le quali, oggi, aumentano a un ritmo che diverrebbe insostenibile sul lungo periodo: un pericolo di cui i ferventi difensori del mercato autoregolamentato farebbero bene a preoccuparsi. L’esperienza storica insegna anche che disuguaglianze tanto smisurate tra i patrimoni non hanno molto a che vedere con lo spirito d’impresa e che non sono di alcuna utilità per la crescita. Non sono di alcuna “utilità comune”, per riprendere la bella espressione dell’articolo 1 della Dichiarazione del 1789, con il quale abbiamo aperto il libro.

La difficoltà sta nel fatto che la soluzione da noi proposta, l’imposta progressiva sul capitale, esige un altissimo grado di collaborazione internazionale e di integrazione politica regionale: non è insomma alla portata degli Stati-nazione artefici dei tanti compromessi sociali precedenti. E l’allarme di molti sta nel fatto che, procedendo in tal senso, per esempio all’interno dell’Unione Europea, non si faccia altro che rendere più fragili gli equilibri fin qui raggiunti (a cominciare dallo Stato sociale, pazientemente costruito nei paesi europei dopo le catastrofi del XX secolo), senza riuscire ad approdare ad altro se non a un grande mercato, segnato da una concorrenza sempre più pura e sempre più perfetta. Ecco, dicono costoro: la concorrenza pura e perfetta non potrà recare alcun cambiamento alla disuguaglianza r > g, la quale non deriva in alcun modo da un’“imperfezione” del mercato o dalla concorrenza, se mai dal contrario. È vero, il rischio c’è. Ma, a mio avviso, se si vuole riprendere davvero il controllo del capitalismo, non esiste altra scelta se non quella di scommettere fino in fondo sulla democrazia, soprattutto su scala europea. Altre comunità politiche di maggiori dimensioni, come gli Stati Uniti o la Cina, si trovano di fronte a opzioni un po’ più diversificate. Ma nel caso dei piccoli paesi europei, che diventeranno sempre più piccoli con il progressivo sviluppo dell’economia-mondo, la via del protezionismo può comportare solo frustrazioni, e delusioni ancora più forti di quelle che potrebbero derivare dalla scelta europea. Lo Stato-nazione resta il campione ideale per modernizzare a fondo molte politiche sociali e fiscali e, in certa misura, per sviluppare nuove forme di governance e di proprietà condivisa, a metà tra proprietà pubblica e proprietà privata – il che resta uno dei grandi obiettivi dell’avvenire. Solo l’integrazione politica regionale ci dà però la possibilità di pensare a una regolamentazione efficace del capitalismo patrimoniale globalizzato del XXI secolo.”