Guy Bois

Marxismo e Nuova Storia (p. 235-257)

in La nuova storia (a cura di J. Le Goff), Mondadori, Milano 1980

 

Due grandi correnti attraversano la storiografia contemporanea. La prima ‑ il marxismo ‑si presenta come una teoria generale del movimento delle società, che si propone di spiegare mediante l'uso di un certo numero di strumenti specifici o di concetti di base, tra i quali figura al primo posto il concetto di modo di produzione. Il marxismo tende a una visione globale, coerente e dinamica dei processi sociali. La sua influenza si estende molto al di là degli storici detti «marxisti» o che tali si definiscono. Per vie molteplici esso ha impregnato la produzione storiografica, specialmente in Francia. La seconda corrente è rappresentata da coloro che si richiamano alla «nuova storia». Prodighi di sarcasmi verso la vecchia storiografia empirica e positivista, quella di Seignobos, i nuovi storici preconizzano un rinnovamento dei metodi destinati a dare a questa disciplina uno statuto scientifico. «La storia, forse, attende il suo Saussure», ci dicono Jacques Le Goff e Pierre Nora: colui che consentirà, finalmente, di «fare storia».

Naturalmente queste due correnti non possono ignorarsi a vicenda. Alimentate l'una e l'altra dalla stessa ripulsa di una pratica storica desueta, esse scorrono parallele, talvolta mescolano le loro acque, ma spesso rivaleggiano e diffidano l'una dell'altra. La loro confluenza, oggi ancora parziale, confusa e tumultuosa, sarà forse il grande avvenimento storiografico di questa fine secolo; già si presenta come un fenomeno affascinante, non foss'altro che per il groviglio dei rapporti di alleanza che porta in sé. Si può anzi affermare che le sorti, a breve termine, del materialismo storico, dipenderanno in larga misura dall'esito del suo confronto con la «nuova storia». I suoi concetti sono messi a dura prova da questo rinnovamento metodologico. Negli ultimi vent'anni la visione dei modi di produzione precapitalistici si è profondamente modificata. E dunque tutt'altro che ingiustificato un attento esame della confluenza tra marxismo e «nuova storia».

QUALE MARXISMO?

Ma in via preliminare, guardiamoci dallo schematismo, anzi dalle ambiguità insite in queste due denominazioni. Quanto al marxismo non è possibile nascondersi (o nascondere) più a lungo che l'etichetta ricopre pratiche storiche molto diverse e talvolta estranee le une alle altre. Determinanti sono state, a questo proposito, le influenze politiche. Sarebbe inutile minimizzare l'estensione delle deformazioni o delle sclerosi imputabili al lungo sonno dogmatico del quale lo stalinismo è stato l'espressione più evidente. Vano sarebbe anche attribuire ai paesi dell'est il monopolio della sclerosi ideologica, o asserire che i marxisti occidentali se ne siano liberati con la semplice denuncia del culto della personalità. Sul piano storiografico il bilancio provvisorio di questo fenomeno è già catastrofico. Stereotipi del discorso, blocco della ricerca (eccetto che in settori come l'archeologia, più indipendente dalla sfera ideologica), manipolazione scolastica e artificiale dei concetti sono i sintomi più allarmanti. Chiunque oggi incontri una delegazione ufficiale di storici sovietici può farne la crudele diagnosi. Il peggio è che una tale parodia del marxismo alimenta per reazione una tendenza all'abbandono, più o meno confessato, del materialismo storico, tendenza sempre più percettibile in numerosi paesi dell'est e destinata ad aprire la strada all'invasione ideologica delle scienze sociali americane. Naturalmente non tutto è così nero nel quadro ideologico di questi paesi: restano sulla breccia ricercatori di grande talento; si scrivono manuali molto pregeroli, come la Storia del medioevo di N. Abramson, A. Gurevic e N. Kolesnicki, del quale le Editions du Progrès ci hanno recentemente dato una traduzione francese; le scuole storiche polacca e ungherese conservano la loro brillante vitalità, e da Varsavia ci sono giunti impulsi decisivi con i lavori di W. Kula.

Tutto ciò nulla toglie alla diagnosi di crisi della pratica storiografica marxista i cui effetti, sia pure attenuati, sono sensibili anche in Occidente; in seno alla ricerca marxista si disegnano su questa base reali linee di demarcazione. Tra una pratica marxista irrigidita e timorosa, ancora prigioniera di quelle che si considerano «acquisizioni» stonografiche, e un atteggiamento più critico nei confronti di queste «acquisizioni», e dominato soprattutto dall'esigenza di un ritorno alle fonti del marxismo, la distanza è grande e, a mio parere, non cesserà di crescere. Nel momento attuale a questa scelta non si sfugge, se non si vuole ingannare se stessi. Ed è una scelta non priva di conseguenze sull'atteggiamento da tenere nei confronti della «nuova storia». Il fondamentale razionalismo di coloro che intendono lavorare a un rinnovamento radicale della ricerca storica marxista li conduce ad assimilare tutti i recenti apporti metodologici suscettibili di essere fecondi, mentre al contrario la fedeltà a un'impostazione più tradizionale stimola la diffidenza nei confronti di queste innovazioni, a meno che l'apertura sulla «nuova storia» venga concepita come un paravento destinato a mascherare l'attaccamento a posizioni dogmatiche.

QUALE NUOVA STORIA?

Non vi è d'altro canto una «nuova storia». Questa può certo essere sommariamente definita col riferimento a talune preoccupazioni dominanti: l'ampliamento del campo di osservazione dello storico mediante la scoperta di «nuovi oggetti»; il richiamo a un insieme di scienze umane (antropologia, scienza economica, sociologia, psicanalisi...); il ricorso a metodi quantitativi sempre più sofisticati, sulla base di una documentazione seriale. Ma basta tutto questo a darle una qualsiasi unità? In realtà la «nuova storia» ha già dietro di sé una propria storia, segnata da ambiguità e da contraddizioni.

Nata alle soglie del 1930, sostenuta dal prestigio di Lucien Febvre e di Marc Bloch, la «nuova storia» ha condotto una lunga e coraggiosa battaglia contro il positivismo che impregnava da cima a fondo l'ideologia degli storici e si è fatta così una legittima reputazione pionieristica. Poi, con gli anni sessanta, è venuta l'esplosione simultanea e trionfale dei grandi mutamenti sociali e politici del nostro paese e dell'ondata strutturalista; essa è avanzata allora in tutte le direzioni, costringendo la «storia tradizionale» a cercare rifugio in alcuni santuari protetti (la storia dell'antichità in particolar modo), occupando posizioni strategiche nell'istituzione universitaria (Ecole pratique des hautes études, Collège de France). Poco importa che i sostenitori dei metodi tradizionali conservino ancora nell'università un notevole potere istituzionale; la «nuova storia» esercita ormai un'influenza dominante. E le ambiguità nasceranno inevitabilmente da questo successo stesso.

La «nuova storia» rischia di divenire vittima della moda. Prima di tutto perché ciò che era stato, per l'essenziale, un fecondo rinnovamento dei metodi storiografici si è rapidamente trasformato in fenomeno di moda per effetto dei successi riportati. Ecco la «nuova storia» lanciata come una marca di detersivo! Anche chi resta attaccato all'histoire historisante più unilaterale e strettamente evenemenziale, si proclamerà seguace della «nuova scuola» allo scopo di rendere più vendibile il prodotto. Presto si vedranno storici fra i più empiristi farsi entusiasti promotori della più sofisticata statistica: all'elaborazione di strumenti concettuali si sostituisce così l'utilizzazione di semplici tecniche. Il positivismo trova il modo di sopravvivere assumendo una nuova veste.

Infine, come potrebbero restare assenti le preoccupazioni ideologiche nel momento in cui irrompe l'ondata del modernismo storico? Il ruolo dominante assunto dalla «nuova storia» le impone delle responsabilità in questo campo. Non si tratta solamente di liquidare il vecchiume metodologico, si tratta anche di erigere una nuova linea di difesa nella battaglia di idee del mondo contemporaneo. L'introduzione e la diffusione della New Economic History americana è un fatto molto significativo a questo proposito. Con divertente ingenuità Jean Heffer, nella sua presentazione dei frutti di questa scuola, moltiplica le professioni di fede': la storia è una «disciplina tuttofare» della quale conviene liberarsi (p. 82); quanto alla «storia totale», «bisogna affermare con forza che per il momento essa non ha nulla di scientifico a causa della sua pretesa umanistica globale», il che significa ai suoi occhi ambizioni più modeste, un certo «riduttivismo»; l'avversario, naturalmente, viene liquidato con una certa condiscendenza: «gli storici marxisti '(sono tanto numerosi del resto?)... che bisogna lasciare alle loro chimere» (pag. 34).

Eccoci lontani dalle ispirazioni iniziali, molto lontani da Febvre e da Bloch, per non parlare d'altri... Come si può dire dopo di ciò che esiste una nuova storia...! In queste condizioni il suo confronto con la storia marxista non può essere semplice. Da una parte e dall'altra le discriminanti interne sono troppo marcate per essere trascurate. Esse spiegano l'intreccio spesso confuso e contraddittorio dei dispositivi di attacco delle due correnti. Ma il problema resta: tra quella che si presenta come una teoria generale della storia, e quello che vuol essere un rinnovamento dei metodi storiografici, esistono punti di confluenza?

L'INFLUENZA DEL MARXISMO SUL RINNOVAMENTO METODOLOGICO

Notiamo prima di tutto che il marxismo ha esercitato per tempo un ruolo fecondo in questo rinnovamento metodologico. Nella misura in cui esso tende a una storia «globale» o «totale» che deve cogliere simultaneamente i diversi aspetti della vita sociale (l'economico e il mentale, il sociale e il politico) fin dalle prime origini ha avuto una predisposizione ad aprirsi senza restrizioni alle diverse scienze dell'uomo. Attribuendo alle classi sociali e alla loro lotta un ruolo decisivo, il marxismo ha più interesse per le strutture che per l'avvenimento superficiale, per il collettivo più che per l'individuale, per il quotidiano più che per l'accidentale. Per quanto riguarda i metodi quantitativi, è necessario ricordare che Marx ne faceva già un largo uso? Non è dunque sorprendente rilevare l'influenza del marxismo nel cammino della «nuova storia», e ritrovarla sin nel capofila della New Economic History, Robert Fogel, la cui formazione deve molto al materialismo storico. L'attenta analisi di questo influsso non sarebbe priva di interesse e consentirebbe forse di distinguere tre distinti livelli.

Un'influenza indiretta

Vi è prima di tutto l'influenza indiretta e diffusa esercitata dal marxismo sull'insieme della storiografia francese, ma in due tempi ben distinti. Sino agli anni cinquanta, «fu nella sua qualità di metodo di analisi coniugante economia e storia che il marxismo ha influenzato in Francia la scienza storica», ci dice molto giustamente Jean Bouvier nel suo contributo a Aujourd'hui l'histoire. «Molti fanno, in certo qual modo, del marxismo (o un p0' di marxismo) senza saperlo e in dosi molto variabili». L'uomo che più ha contribuito a questa diffusa penetrazione è, come è noto, Ernest Labrousse, che ha sempre posto al centro dei suoi interessi il problema dei rapporti fra le classi sociali e la ripartizione dei redditi. Non seguirò Jean Bouvier quando nello stesso articolo scrive che Ernest Labrousse ha realizzato «una specie di fusione tra Marx e Simiand»; non va infatti dimenticato che Labrousse ha sempre ostinatamente respinto il concetto centrale del materialismo (quello del modo di produzione) e che, per questo motivo, la sua opera storica, per quanto grande, rimane contrassegnata da un accento «economicistico», un po' congiunturalista e un po' maltusiano.

Ciò non toglie che egli resterà il più notevole esempio di quella categoria di storici che, vicini del marxismo, ne hanno utilmente attinto strumenti d'analisi e hanno contribuito alla loro diffusione. Le stesse considerazioni potrebbero, d'altronde, applicarsi all'opera di Mare Bloch ‑ in modo particolarissimo ai Caratteri originali della storia rurale francese che, per parecchie decine d'anni, hanno dato un impulso determinante alla storia economica medievale.

Questo processo di diffusione indiretta del marxismo (e al tempo stesso di rinnovamento metodologico) è continuato, sotto altre forme, negli ultimi vent'anni attraverso la mediazione di altri «studiosi di confine» (l'espressione, come si vedrà, è ormai riduttiva tenuto conto dei nuovi passi avanti compiuti). L'elemento nuovo sta nel fatto che questa influenza non si limita più al solo campo economico‑sociale: essa si estende all'insieme delle istanze della vita sociale. Coloro che se ne fanno portatori utilizzano coscientemente, benché implicitamente, il concetto di modo di produzione e così facendo superano il «confine», anche se timidamente e in via provvisoria. E questo il caso di Jacques Le Goff quando, nella sua brillante La civiltà dell'occidente medievale ci presenta un sistema socio‑economico coerente, animato da una ideologia economica originale; è anche il caso di Georges Duby la cui impostazione è difficile distinguere dal marxismo quando si leggono le ammirevoli pagine da lui dedicate alla storia delle ideologie in Faire de l'histoire . Non solo la sua rigorosa definizione del concetto di ideologia è esplicitamente presa a prestito da Louis Aithusser, ma l'ideologia è ricollocata in un contesto sociale in cui le strutture materiali (produzione, ripartizione) e i rapporti di classe hanno un posto determinante. La sua visione della storia è totalizzante, al tempo stesso materialista e dialettica, come attesta l'enunciazione delle cinque caratteristiche delle ideologie, definite «globalizzanti, deformanti, concorrenti, stabilizzanti e pratiche» (pp. 149‑150). Che importanza ha se in questo articolo è assente la terminologia consueta del materialismo storico? L'essenziale è che si realizzi in modo esemplare la fusione tra marxismo e «nuova storia». L'allargamento degli orizzonti della storia e l'elaborazione di nuovi strumenti concettuali, lungi dall'essere concepiti come una macchina da guerra contro il marxismo, si appoggiano ad esso; anzi, per i problemi posti e gli elementi di risposta arrecati, partecipano al suo arricchimento. Siamo già alla confluenza di queste due grandi correnti.

Gli apporti diretti

Il secondo livello d'influenza e la seconda forma di confluenza sono rappresentati dai contributi diretti degli storici marxisti a questo o quell'aspetto del rinnovamento dei metodi storiografici. Si tratta qui di ricercatori che si riferiscono esplicitamente al materialismo storico, che conducono le loro ricerche nel quadro delle sue ipotesi generali, e che dedicano il loro sforzo principale a un problema dato: l'articolazione tra la storia e un'altra scienza umana o l'apertura di nuovi campi di ricerca. Eccone due esempi fra molti altri.

Histoire et Linguistique di Régine Robin è un buon esempio di questa impostazione. Si tratta di una «investigazione delle convergenze concettuali» tra le due discipline, di «dimostrare agli storici che la lettura di un testo e di un complesso di testi pone problemi esattamente come la produzione del significato, che talune aree della linguistica possono esser loro di grande aiuto purché non rimangano una pura facciata, applicazione dialettica o falsa interdisciplinarità» (p. 7). Il suo scopo è giungere a una teoria del discorso, e particolarmente del discorso politico, considerato come un processo e analizzato nei modi d'articolazione che legano le pratiche discorsive agli altri livelli dell'attività sociale. Impresa ambiziosa e complessa, che implica una netta distinzione tra discorso e ideologia (benché il discorso sia parte integrante della sfera ideologica) e il ricorso a diverse scienze del significato (linguistica, psicanalisi, semiotica...); un'impresa feconda, della quale già si intuiscono le molteplici possibilità di applicazione, da Cicerone fino al discorso politico contemporaneo.

Ancora più decisiva la conquista di Michel Vovelle nell'ambito della storia delle mentalità. Vovelle è forse lo storico marxista contemporaneo più sottile e più dotato d'immaginazione, quello che più ha contribuito al progresso della «nuova storia» non limitandosi (come accade ancora troppo spesso) a un discorso metodologico di carattere molto generale, ma affinando i suoi metodi nel fuoco delle ricerche concrete, in una compenetrazione intima e rara di teoria e di pratica. Con Michel Vovelle la «nuova storia» può essere giudicata dai suoi frutti.

La festa e la morte prima di tutto. Un'analisi approfondita sarebbe qui fuori posto, ma seguiamo per un istante Michel Vovelle quando si pone con forza la domanda: come hanno vissuto la loro morte gli uomini? In Piété baroque et Déchristianisation, egli opera una serie di scelte metodologiche significative. In primo luogo l'attenzione del ricercatore è puntata su un problema, per ciò stesso accuratamente determinato ed esplorato: l'atteggiamento davanti alla morte. Inoltre lo studio si inscrive nella lunga durata indispensabile alla percezione di eventuali flessioni e rotture di una sensibilità collettiva. Infine la scelta delle fonti dimostra la volontà di operare su un materiale omogeneo, suscettibile di quantificazione: gli elementi eterogenei della documentazione vengono lasciati da parte a vantaggio di una fonte unica e seriale, i testamenti. Dall'evoluzione dei testamenti, sottoposti a un'analisi minuziosissima, il ricercatore attende la risposta alla domanda che ha fatto. E «contro ogni apparenza, le formule notarili, lungi dall'essere immobili, si rivelano duttili; atte a esprimere un movimento e quindi a riflettere i mutamenti nella sensibilità collettiva della clientela notarile». L'indagine rivela così un profondo mutamento in atto a partire dagli anni 1760: il testamento si laicizza e si personalizza, l'immagine della morte è cambiata. L'insieme dei gesti, dei riti «nei quali questo paesaggio era calato... si è profondamente modificato. Non sappiamo se l'uomo è più solo, meno sicuro dell'aldilà nel 1780 che nel 1710, ma ha deciso di non confidarlo più». Con l'analisi di questo cambiamento penetriamo così, a passo deciso, nel vasto campo della scristianizzazione. Il metodo di Vovelle è esemplare.

Distinguerò infine un terzo livello di interferenza tra marxismo e «nuova storia», livello d'interferenza appena abbozzato, oggi, ma le cui implicazioni possono rivelarsi in un prossimo avvenire di grande importanza. E’ il caso degli storici marxisti pienamente acquisiti all'uso dei nuovi metodi e fondamentalmente preoccupati di basarsi su questi ultimi per far progredire la metodologia marxista e liberarla, in modo decisivo, dall'immobilismo di cui ancora soffre. La combinazione dei due elementi è realizzata, come nel caso precedente, ma la gerarchia delle preoccupazioni non è la stessa: il rinnovamento dei metodi storici è considerato meno come un fine in sé che come il mezzo necessario per una riflessione teorica più fondamentale. Indichiamo anche qui due illustrazioni di questo procedimento.

La prima ci viene dalla Germania federale nella persona di un giovane ricercatore di straordinario talento, Hans Medick, co‑autore di un recente libro, Industrialisierung vor der Industrialisierung (L'industrializzazione prima dell'industrializzazione) che appare già un contributo di valore eccezionale alla teoria della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Ci descrive l'emergere, lo sviluppo e il declino di una struttura (la protoindustria) vista come caratteristica dell'ultimo stadio del feudalesimo o del primo stadio del capitalismo. Struttura risultante dalla stretta combinazione tra un'industria rurale modellata nel quadro familiare o domestico e un'organizzazione capitalistica del mercato che assicura la circolazione dei prodotti sul nuovo mercato mondiale.

Hans Medick volge decisamente le spalle all'empirismo che lo avrebbe condotto alla descrizione minuziosa di tutte le forme di proto‑industrializzazione in Europa e che lo avrebbe costretto in seguito, per passare dalla descrizione a una pseudo‑esplicazione, a condire più o meno artificialmente questi dati con un po' di congiuntura, molta demografia, il tutto cucinato nella lunga durata. No, ciò che interessa il nostro ricercatore è rivelare il funzionamento della struttura e le sue determinazioni: egli vi riesce grazie all'adozione di nuovi metodi storiografici, su due piani distinti. La macro‑analisi del fenomeno si appoggia su un insieme di ricerche quantitative (tanto demografiche che economiche) che mettono in evidenza la relazione tra la proto‑industrializzazione e la «destabilizzazione e decomposizione delle società contadine tradizionali dell'Europa». Viene poi la micro‑analisi, in larga misura debitrice dell'antropologia: essa parte dalle regole di comportamento economico dei produttori, vale a dire dei contadini«protoindustriali», il cui obiettivo sarà di equilibrare lavoro e consumo (lavorando solo quando questo lavoro è indispensabile al consumo); poi svela i meccanismi originali di sfruttamento (il «profitto differenziale» che supera quelli realizzabili sia nel sistema corporativo sia nel quadro manufatturiero) per condurci allo studio del processo di riproduzione. I risultati già raggiunti ne fanno un lavoro di capitale importanza.

Ma è sul suo contributo metodologico al marxismo che soprattutto merita soffermarsi. Hans Medick rifiuta l'atteggiamento scolastico e pseudo‑marxista consistente nell'incasellare immediatamente l'oggetto studiato in un modo di produzione predeterminato nelle sue caratteristiche, cosicché allo storico non resterebbe altro compito che quello di animarlo, manipolando forze produttive e rapporti di produzione. L'esigenza di una visione globale della società, fondata sulla comprensione del modo di produzione, resta per lui l'esigenza primaria; ma si tratta di un criterio metodologico, non di un punto di partenza della ricerca. Al contrario, Hans Medick è cosciente dell'impossibilità di elaborare a priori un modello globale di un sistema socio‑economico senza cadere nella speculazione. La ricerca passa necessariamente attraverso l'elaborazione di modelli parziali o intermedi e attraverso il loro successivo ampliamento. Per uscire dall'empirismo senza far ricorso al dogma, egli preconizza così una metodologia basata sulla teorizzazione progressiva, procedimento che non mancherà di spaventare taluni, giacché conduce alla sistematica rimessa in discussione di tutto ciò che si crede di sapere dei modi di produzione precapitalistici, ma che può già essere giudicato dai risultati.

Che sia praticata da Witold Kula, da Hans Medick o da altri, questa impostazione è all'origine delle aperture e degli avanzamenti più significativi nella recente letteratura storica marxista. E si noti che essa rappresenta semplicemente un ritorno alle fonti del marxismo. Ricostruire il funzionamento di un sistema socio‑economico privilegiando il processo centrale della «riproduzione», individuare l'economia politica propria di ciascun sistema, non era forse così che procedeva Marx nello studio del sistema capitalistico? E non è forse questo che si è tentato di fare dopo di lui, a beneficio di una visione più storicizzante dei processi sociali? Si annuncia così (ma su questo punto ritorneremo in seguito) il superamento della storia economica e sociale degli ultimi trenta o quarant'anni, che ha raggiunto i suoi livelli migliori prima con Ernest Labrousse e poi con Pierre Vilar. L'aspetto centrale di questo superamento consiste nel dare un carattere effettivamente operativo al concetto di modo di produzione, unica alternativa reale nei confronti dell'empirismo; ma è chiaro pure che nel suo procedere tale superamento ha largamente attinto e contribuito al rinnovamento dei metodi storiografici.

Preoccupazioni teoriche dello stesso ordine si trovano nell'opera, così vasta e preziosa, di Maurice Godelier. Con lui siamo ancora all'incontro dell'antropologia con la storia; ma si tratta, va precisato, di un'antropologia decisamente marxista «che mira a realtà storiche» e che si proclama «libera dallo psicologismo, dal funzionalismo sommario, dal culturalismo anti‑storico, scienza che vuole spiegare le strutture senza dimenticarne la genesi o l'evoluzione e che cerca infine di spiegare strutture e avvenimenti concreti aprendosi la via verso i confronti necessari alla scoperta delle leggi».

L'oggetto dell'antropologia economica per Maurice Godelier è dunque l'analisi teorica comparata dei diversi sistemi economici. Da una decina d'anni egli si è dedicato a definire con la massima chiarezza i concetti di base di questa scienza, le nozioni di «sistema», di «struttura», di «regola», di «legge»: «Tutte le ricerche antropologiche, sia che muovano dalla storia o dall'economia o dall'etnologia, ecc., suggeriscono l'ipotesi che nessuna società esiste senza organizzare le proprie diverse attività secondo i principi e la logica di un certo ordine voluto. compito delle scienze sociali confrontare queste regole ai fatti per estrarne delle leggi».

Questa impostazione ha condotto Godelier a una riflessione approfondita e innovatrice sui concetti del materialismo storico, riflessione il cui frutto più recente è Horizons, trajets marxistes en anthropologic . Fra i grandi quesiti posti da Godelier è di particolare importanza quello relativo ai rapporti di produzione che, nella teoria marxista, determinano l'accesso ai mezzi di produzione e ai prodotti del lavoro sociale ma che, osserva Godelier, «non occupano, né rivestono le stesse forme o comportano i medesimi effetti in tutte le società e in tutte le epoche». Così la parentela è, in numerose società primitive, un rapporto di produzione. t facile intuire i possibili sviluppi ditali riflessioni, sia che si tratti di apprezzare il ruolo della politica nella Grecia antica o quello della religione tra i sumeri o gli assiri, o addirittura in seno alle società medievali.

L'omaggio più sincero che si possa rendere a Maurice Godelier consiste nel sottolineare l'influenza da lui già esercitata su numerosi lavori di storia antica e medievale e nel riconoscere i nostri debiti a suo riguardo. E’ certamente Godelier lo studioso che, partendo dalla confluenza fra storia e scienze sociali, ha spinto più innanzi di tutti la riflessione sugli strumenti concettuali dello storico. Non sorprende che un modo di procedere così ricco di implicazioni ideologiche e politiche abbia sollevato anche resistenze e critiche, se si tien conto delle linee di demarcazione (ricordate sopra) che attraversano il pensiero marxista. Accusato da Lucien Sève di «strutturalismo», con argomenti e modi tipici di un'altra epoca, Maurice Godelier ha risposto in termini ai quali nulla vi è da aggiungere: si tratta «di una battaglia di retroguardia ispirata da quel dogmatismo che per molti decenni ha frenato lo sviluppo del marxismo e in numerosi campi gli ha fatto perdere il suo spirito e la sua sostanza scientifica».

IL MARXISMO DAVANTI AL RINNOVAMENTO METODOLOGICO

Quanto si è detto sulla partecipazione degli studiosi marxisti al rinnovamento dei metodi storiografici dimostra che la confluenza non è un fatto recente. La storia marxista ha sempre rappresentato uno stimolo in questo senso. Naturalmente, non si intende con ciò rivendicare ad essa un qualsiasi monopolio dell'innovazione. A questa hanno partecipato molti altri ricercatori, venuti dai più diversi orizzonti filosofici. Di qui la complessità dei rapporti iniziali tra marxismo e nuova storia. Se la genesi di quest'ultima è inseparabile dall'influenza del marxismo, essa reca in sé, in modo contraddittorio, un atteggiamento di reazione (che può giungere sino alla sfida) nei confronti sia del marxismo stesso, sia di talune sue deformazioni. Ecco perché l'adesione dello storico marxista alle tecniche e ai metodi della nuova storia, per quanto indispensabile ove si voglia preservare e sviluppare la sostanza scientifica del materialismo storico, deve essere congiunta a un'attenzione estrema alle molteplici trappole che gli vengono tese.

Di fronte al quantitativo

Che si tratti del ricorso ai metodi quantitativi, della scoperta di nuovi oggetti della storia o di assimilazione delle tecniche delle scienze umane, ciascuno di quei procedimenti può aprire la strada tanto a un progresso che a un regresso della metodologia storica.

In Faire de l'histoire 10 François Furet ha dedicato un penetrante articolo al metodo quantitativo nella storiografia. Egli ne ha sottolineato con forza le implicazioni epistemologiche, e concordiamo con lui quando scrive che lo storico odierno si trova dinanzi a un nuovo complesso di dati e a una nuova presa di coscienza dei presupposti del suo mestiere (p. 46), dato che immensi fondi documentari fin qui trascurati appaiono suscettibili di un trattamento quantitativo.

E’ giusto vedere in questo una «rivoluzione della coscienza storiografica?» (p. 53). La formulazione è forse eccessiva, ma resta il fatto che la storia seriale ha effettivamente «smembrato il vecchio impero, accuratamente protetto, della storiografia classica per mezzo di due aspirazioni distinte ma collegate»: la decomposizione analitica della realtà in diversi livelli di descrizione e la scansione dei differenti ritmi di evoluzione ditali livelli. Nessuno dovrebbe più mettere in dubbio la fecondità di questa duplice operazione e in particolare la sua attitudine a porre in evidenza correlazioni fra fenomeni diversi, e quindi a rivelare problemi non percepibili per mezzo della sola analisi qualitativa. Detto questo, non possiamo più evitare la questione dei limiti del metodo quantitativo: a chiedergli troppo si rischia di fuorviarlo. Qui non intendo parlare delle insidie grossolane (fonti non omogenee, difficilmente quantificabili...), troppo spesso invocate da coloro che la tradizione e la pigrizia mentale distolgono da simili metodi; queste sono difficoltà reali, ma progressivamente eliminabili con un affinamento dei metodi. Indichiamo piuttosto altri due limiti, uno tecnico, l'altro teorico.

Dal punto di vista tecnico, l'analisi quantitativa comporta forti distorsioni nella conoscenza che si può avere dei vari aspetti di un dato processo storico: gli uni infatti possono ricevere piena luce grazie al trattamento di fonti appropriate, mentre altri restano nella penombra o persino nella più totale oscurità in mancanza di fonti analoghe. La tentazione che ne deriva è quella di spiegare il processo con i soli aspetti messi in luce, ed è una tentazione tanto più forte quanto più la formalizzazione dei metodi di elaborazione dà l'illusione di una vera scientificità.

Riprendiamo lo stesso esempio scelto da François Furet per illustrare l'efficacia del metodo quantitativo. I contadini di Linguadoca di E. Le Roy Ladurie Fu effettivamente un lavoro d'avanguardia, non foss'altro che per la ricostruzione delle diverse serie demografiche ed economiche da cui emerge principalmente il drammatico confronto tra popolazione e risorse. Reso il dovuto omaggio all'opera, dobbiamo però porre la seguente domanda: con quale diritto l'autore ne trae una conclusione maltusiana (alla quale, si noti, Francois Furet dà il suo avallo [p. 56])? Con quale diritto privilegiare così, nel processo di sviluppo, il fattore demografico? Trattandosi di un tale processo, nessuna spiegazione è soddisfacente finché non si analizza il meccanismo della «riproduzione» (nel suo duplice aspetto economico e demografico) in seno all'unità produttiva dì base, vale a dire, la cellula familiare.

Ciò presuppone l'analisi di alcuni fenomeni (difficilmente percepibili attraverso le fonti): evoluzione della produttività del lavoro, tendenze che interessano le differenti forme del prelievo, signorile e statale. Solo un'indagine di questo genere può permetterci di comprendere perché, in un determinato periodo, la piccola proprietà contadina prolifera mentre, in un altro, si rarefà. Infatti, dopo tutto, un brusco aggravamento del prelievo può avere conseguenze infinitamente più pesanti sull'equilibrio delle proprietà contadine, che una sfasatura «maltusiana» (tra popolazione e risorse) su scala macro‑economica. Il guaio, è chiaro, è che non disponiamo di contabilità contadine, mentre decime e fiscalità ci informano abbondantemente su produzione e popolazione. Resta il fatto che lo slittamento surrettizio da un livello descrittivo (parzialmente chiarito) a un livello esplicativo è metodologicamente inaccettabile e che il metodo quantitativo può indurre lo storico a lasciarsi guidare dalle fonti, a rischio di squilibrare la ricerca. Ancora più grave è il rischio teorico.
Si tratta di sapere se la «decomposizione analitica della realtà in livelli di descrizione» compromette o meno l'ambizione di una storia globale o totale, «atomizzando la realtà storica». Se la risposta è «sì», ciò significa chiaramente che il ricorso ai metodi quantitativi si iscrive nella prospettiva di un neo‑positivismo o positivismo formalizzato che, sotto il travestimento di un ostentato modernismo, ci riconduce verso l'orizzonte del 1900, per non parlare delle sue intenzioni offensive nei confronti del marxismo. Ora, a leggere le recenti opere di storia economica medievale e moderna in particolar modo, pare evidente che la conclusione è, per molti autori, positiva. Per quanto concerne François Furet, egli ci dà su questo punto capitale una risposta quasi soddisfacente: «Risponderò che, probabilmente, bisogna mantenerla (l'esigenza di globalità) come l'orizzonte della storia, ma che, per avanzare, bisogna rinunciare a prenderla come punto di partenza della ricerca, salvo a ripiombare nell'illusione teleologica sopra descritta». E giusto non prenderla come punto di partenza ed è questo il significato della rottura epistemologica che può e deve liberare la pratica storiografica marxista dal dogmatismo. Capisco meno l'esitazione di Furet a conservare l'esigenza di globalità «come l'orizzonte della storia». Vi è qualcosa di preoccupante in quel «probabilmente», tanto più che Furet si guarda bene dal nominare l'oggetto storico suscettibile di strutturare la totalità storica: il modo di produzione.

Fatte queste riserve, lo storico marxista darebbe prova di una grave miopia se rinunciasse, per principio, a trarre il massimo partito dal metodo quantitativo. Al contrario, solo sviluppando le osservazioni quantitative in tutte le direzioni egli potrà ridurre il rischio tecnico ricordato sopra. Ed egli non ha motivo alcuno di temere la destrutturazione analitica della materia storica, dal momento che considera questa come un momento necessario della ricerca, preannuncio di una progressiva ristrutturazione, mantenendo la prua inflessibilmente rivolta verso l'analisi del modo di produzione.

IL MARXISMO DI FRONTE AI NUOVI CAMPI DELLA STORIA

La scoperta di nuovi campi storici suscita osservazioni analoghe. Soffermiamoci sul settore attualmente più in voga, quello delle mentalità e delle ideologie che, secondo Jacques Le Goff si «colloca sul punto di congiunzione dell'individuale e del collettivo, del tempo lungo e del quotidiano, dell'inconscio e dell'intenzionale, dello strutturale e del congiunturale, del marginale e del generale». Il fatto che le mentalità abbiano, a causa della loro inerzia, «rapporti complessi con le strutture sociali» non è tale da sviare i marxisti dal loro studio. E si riferiscono a una concezione veramente rozza del materialismo coloro che vedono in esse solo un riflesso delle strutture socio‑economiche. Tutt'al più alla storiografia marxista si può rimproverare di non aver prestato, nella sua ansia di sottolineare l'importanza delle strutture materiali, una sufficiente attenzione ai fenomeni mentali il cui intervento può spesso rivelarsi decisivo.

Ma questa stessa critica si può considerare superata se si tiene conto del dibattito teorico di grande ampiezza già avviato sul problema dei rapporti tra le diverse istanze di una società. L'interrogativo su cui verte tale dibattito è il seguente: come conciliare il ruolo in apparenza dominante di questo o di quell'elemento della «sovrastruttura» (la religione, la politica) in questa o quella società con la tesi della causalità, in ultima istanza, del modo di produzione e della priorità da assegnare alle infrastrutture?

Senza pretendere di dar fondo al dibattito, ricordiamo che sono state date diverse risposte. Per Louis Aithusser, se la politica o la religione dominano l'evoluzione di una società è perché il modo di produzio.. ne ha selezionato una di queste istanze e l'ha posta in posizione dominante. L'altra risposta è quella di Maurice Godelier: «Questa o quella attività sociale e i rapporti sociali che la organizzano esplicitamente dominano una società (e dunque la coscienza, le rappresentazioni dei suoi membri) solo in quanto questa attività e questi rapporti sociali fungano da rapporti di produzione. Ed è perché funge da rapporto di produzione che essa occupa una posizione dominante nella società e nella coscienza dei suoi membri» La logica di questa posizione conduce anzi Maurice Godelier a rifiutare la nozione di «istanza» o di «livello»: «Una società non ha alto né basso e non è un sistema di livelli o di istanze, bensì un sistema di rapporti sociali gerarchizzati secondo la natura delle loro funzioni». Egli rifiuta così i termini di «infrastruttura» e di «sovrastruttura» e non vede nell'ideologia altro che un'istanza «issata in certo qual modo in cima alle sovrastrutture» all'unico scopo di legittimare i rapporti di produzione.

Il dibattito è ben lungi dall'essere concluso, ma già testimonia il nuovo interesse che i ricercatori marxisti portano alle categorie mentali, nell'intento di scoprire i molteplici legami che li uniscono all'insieme dei rapporti sociali. Trascurare questi legami significherebbe infatti cadere nella trappola di uno «spiritualismo sorpassato» (per riprendere un'espressione di Jacques Le Goff). E come l'attrazione del quantitativo comporta singolari ambiguità, così l'attrazione del «mentale» è inseparabile, in alcuni, dal rifiuto dell'analisi delle strutture materiali. La grande difficoltà per lo storico (per lo storico marxista in particolare) è di arricchire la propria visione con l'incessante penetrazione di nuovi campi, evitando nel contempo la frantumazione della materia storica. Egli vi riesce se, e solamente se i rapporti sociali divengono ai suoi occhi il terreno privilegiato del lavoro storico.

Di fronte alle scienze umane

La questione dei rapporti tra storia e scienze umane si pone, anch'essa, in termini contraddittori. Sarebbe altrettanto insensato rinunciare agli apporti di queste ultime quanto accoglierli ciecamente in seno alla storia. Il pericolo di un'adozione acritica è duplice. Da un lato essa conduce a una dissoluzione della storia in altre discipline, all'abbandono dei suoi metodi specifici. Taluni fra i teorici delle scienze umane non esitano d'altronde a metterne in discussione la legittimità e a proclamare la morte della storia. Bisogna stare attenti a non cedere alla tentazione di un modernismo da quattro soldi che può trasformarsi in una vera e propria fuga in avanti per coloro che sono prigionieri dell'empirismo o di una pratica dogmatica del marxismo. A questa tentazione Pierre Vilar dà una vigorosa risposta quando afferma: «Non ho mai smesso di pensare che la storia debba essere riconosciuta come la sola scienza al tempo stesso globale e dinamica delle società, dunque come l'unica sintesi possibile delle altre scienze umane». Il secondo pericolo è ancor più preciso: il ricorso a talune scienze umane può essere il preludio di un deliberato attacco ai concetti del materialismo storico. Fu questo il caso dell'etnologia, quando i rapporti di parentela erano presentati come concetto operativo fondamentale contrapposto a quello dei rapporti di produzione.

Ma inversamente il materialismo storico perderebbe molto presto la sua consistenza scientifica se dovesse volgere le spalle a queste nuove discipline in pieno sviluppo indispensabili all'ampliamento dei suoi orizzonti. Come ha dimostrato Pierre Lévêque, l'attuale rinnovamento metodologico nella storia antica deve molto proprio all'adozione delle tecniche elaborate dalle scienze umane 14; tecniche della linguistica per l'analisi del discorso antico; tecniche dell'etnologia per la conoscenza dei mezzi materiali di lavoro e di produzione (in particolare per quanto attiene al problema dell'acqua nelle regioni mediterranee); necessità di un ricorso ai metodi dell'economia politica, ecc. Tuttavia, al di là della semplice adozione delle tecniche, il confronto fra storia e scienze umane deve sfociare in una riflessione più fondamentale per quanto riguarda i concetti e gli strumenti elaborati dagli uni e dagli altri. Una tale riflessione si sviluppa su modelli diversi con i lavori di Emmanuel Terray, di Claude Meillassoux e di Maurice Godelier.

Essa mira a depurare l'antropologia di talune tentazioni ideologiche e a reinserirla nel quadro del materialismo storico.

UNA SFIDA

La confluenza tra marxismo e «nuova storia» è dunque lungi dall'essere priva di problemi. Essa urta di continuo contro nuovi scogli e tuttavia resta più necessaria che mai. Essa è unione ma anche conflitto. L'unione senza lotta, come la lotta senza unione, sono pericolosi per i destini del materialismo storico. Per i marxisti, questo confronto assume anche il valore di una sfida. Essi non possono ignorare l'importanza della posta in gioco e far finta di non vedere che, dietro le apparenze di innovazione tecnica e di attrazione per le scienze umane, si sviluppano una parziale o totale contestazione del marxismo, una ripulsa della storia globale e delle pretese di un approccio scientifico. È dunque loro dovere dare una risposta all'altezza della posta in gioco.

Questa risposta deve essere cercata in una prassi storiografica che unisca la più grande apertura ai nuovi metodi (tenuto conto delle precauzioni indicate sopra) e la utilizzazione reale e non formale dei concetti di base del materialismo storico. «Niente è più difficile e raro che essere storici, se non essere storici marxisti», afferma con forza Pierre Vilar in Histoire marxiste, histoire en construction. In pagine penetranti egli esamina le «persistenti difficoltà» e le «vie aperte». Su molti punti concordo con lui. Prima di tutto concordo con la sua descrizione della via stretta che corre tra l'empirismo e l'idealismo speculativo («l'abisso dell'empirismo è separato dall'abisso dell'idealismo solo dal filo di un rasoio»): ad ogni momento rischiamo di cadere da una parte o dall'altra di questa via, sia che l'apporto teorico abbia il sopravvento sulla «penetrazione diretta della materia storica», sia che si esaurisca in essa; sono d'accordo anche quando afferma, sulla scia di Marx, l'esigenza di una scienza delle società che sia al tempo stesso coerente, grazie a uno schema teorico solido e comune, totale, vale a dire in grado di non lasciar fuori dalla sua giurisdizione nessun terreno utile d'analisi; e infine dinamica, poiché, nessuna stabilità essendo eterna, «niente è più utile da scoprire che il principio del cambiamento»; e quando, infine, afferma con Aithusser (quanto meno a livello di principio) che «il concetto centrale, il tutto coerente, l'oggetto teorico di Marx è proprio il modo di produzione, come struttura determinata e determinante ».

Mi soffermerò su quest'ultimo punto, perché è qui, mi sembra, che le vie metodologiche divergono. Pierre Vilar attribuisce effettivamente un pieno valore operativo al concetto di modo di produzione? Ammette che la conoscenza del funzionamento teorico dei modi di produzione precapitalistici è tanto indispensabile alla comprensione del processo storico quanto lo è il modello di capitalismo elaborato da Marx per la comprensione della storia contemporanea? Considera il modo di produzione (al di là della combinazione forze produttiverapporti di produzione) come un sistema funzionante secondo regole (esplicite) e leggi (non visibili) che lo storico ha il compito di ricercare, un sistema che cela in se stesso i misteri del suo sviluppo, del suo mutamento, della sua scomparsa finale? Affermare il ruolo unificante e determinante del modo di produzione significa rispondere positivamente a queste domande.

L'opera storica di Pierre Vilar è certamente di portata immensa; ma non mi sembra che, in un qualsiasi momento, egli abbia privilegiato nella sua ricerca l'elaborazione di una teoria del sistema feudale, chiave del periodo da lui studiato. Al contrario dello storico polacco Witold Kula, che fu uno dei primi a inoltrarsi per questa via difficile ma essenziale, Vilar ha mantenuto un atteggiamento «storicista», come volentieri riconosce egli stesso. Ciò che soprattutto lo interessa è lo studio di una società concreta, e non l'elaborazione di un modello astratto, come se il primo lavoro potesse concepirsi senza il preliminare svolgimento del secondo; come se (per riprendere l'esempio delle società capitaliste), si potessero spiegare le crisi economiche senza una teoria di questo sistema. In realtà, come se il modo di produzione non fosse per lui un vero e proprio oggetto di ricerca, ma un quadro generale prestabilito, quadro le cui determinazioni appaiono del resto abbastanza deboli.

Naturalmente, quando si considera, a differenza di Pierre Vilar, che la nostra incomprensione del sistema feudale è ancora pressoché totale e che ciò ci impedisce di avere una chiara visione della transizione verso il capitalismo e delle condizioni della sua genesi, non si può più condividere il suo «ottimismo» per quanto riguarda lo stato della storiografia marxista. Ci si convince anzi che essa cozza contro un ostacolo preciso, tanto più difficile da eliminare in quanto inerzie ideologiche, politiche, e perfino professionali di ogni genere tendono a perpetuarlo.

Per esempio rimettere al primo posto il concetto di modo di produzione significa relegare in secondo piano il concetto di «formazione economica e sociale» la cui utilizzazione sempre più frequente rappresenta un fenomeno di sostituzione; significa anche rimettere in discussione «concetti acquisiti» (a cominciare dalla definizione stessa dei modi di produzione); significa ancora sottoporre a revisione la storia economica dei secoli XIV, XV, XVI, XVII e XVIII e contemporaneamente taluni aspetti della «eredità labroussiana»; significa infine, anziché volgere uno sguardo nostalgico al lungo cammino percorso da Simiand in poi, impegnarsi con decisione in una via più nuova.

«Impazienza teorica», mi risponderà forse Pierre Vilar. Ma pensi per un istante alle molteplici implicazioni delle attuali debolezze della storiografia marxista. Per limitarsi all'esempio della storia economica dell'Europa dal XIV al XVIII secolo, in mancanza di un'interpretazione soddisfacente della lunga durata (capace di collegare i trends ai meccanismi del modo di produzione), il terreno così lasciato libero è oggi occupato quasi esclusivamente dalla corrente neo‑maltusiana (rappresentata dalla scuola di Cambridge e da E. Le Roy Ladurie) che assume l'apparenza, secondo l'espressione dello storico americano R. Brenner, di una vera «ortodossia». Notiamo, di sfuggita, che al di là della sua vocazione ideologica questa ortodossia attinge la sua forza al sistematico ricorso all'innovazione tecnica, poiché la corrente neomaltusiana ha avuto una parte molto importante nell'elaborazione delle tecniche quantitative: altro esempio delle ambiguità della «nuova storia». Comunque sia, la posta in gioco è abbastanza alta da giustificare certe impazienze.

I destini del materialismo storico hanno in comune con tutti gli altri processi storici il fatto di non essere un movimento continuo, ma al contrario costituito da salti successivi. Ora, proprio il suo confronto (aggiunto ad altri fattori) con la «nuova storia» è di natura tale da provocare uno di questi balzi in avanti. La dura sfida che gli è stata lanciata impone un tale obbligo. Ma al tempo stesso l'innovazione tecnica apporta al marxismo strumenti preziosi per lo sviluppo della sua capacità scientifica. Sta ad esso servirsene, senza rinunciare a essere se stesso. Il rinnovamento, in questo come in molti altri campi, passa attraverso un certo ritorno alle fonti.