Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Otto Gross - Senza freni

Introduzione alla lettura, di Luigi Anepeta

La storia originaria della psicoanalisi, dominata dalla figura "patriarcale" di Freud, intollerante nei confronti di qualunque critica al sistema che andava costruendo, è stata caratterizzata da durissimi contrasti tra ortodossi e dissidenti. I dissidenti più noti sono  Adler, Jung e Reich. Otto Gross, invece,  è stato anche investito da una sorta di rimozione  perché , oltre che teoricamente eretico, era anche anarchico, comunista e malato di mente.

Per rendersi conto di questa discriminazione, basta leggere il trafiletto a lui dedicato da E. Jones nella monumentale (ma prolissa e agiografica) Vita e Opere di Freud (il Saggiatore, Milano 1962):

"Nel 1904 [...] Otto Gross di Graz, individuo geniale che in seguito diventò purtroppo schizofrenico, pubblicò un lavoro nel quale la dissociazione delle idee descritta da Freud veniva acutamente contrapposta alla dissociazione dell’attività cosciente osservabile nella demenza precoce. In un altro suo libro, anch esso molto originale, si dava ampio riconoscimento alla teoria freudiana della libido ed ai concetti di rimozione, simbolismo,ecc.
 Gross fu il primo ad insegnarmi la pratica della psicoanalisi e mi permise di assistere al trattamento di un suo caso. In seguito lo dissuasi dal trascinare nei tribunali scientifici il grande Kraepelin, che egli si proponeva di screditare mostrando quanto fosse ignorante di psicoanalisi!
Ne 1908 fu ricoverato presso la Clinica Psichiatrica Burghölzli a Zurigo, dove Jung, dopo averlo svezzato dalla morfina, vagheggiò l’ambizione di essere il primo a guarire un caso di schizofrenia. Jung si impegnò a fondo e successivamente mi raccontò che una volta la seduta con Gross si era protratta per 24 ore, finché entrambi non avevano cominciato a dondolare la testa come due mandarini cinesi. Un bel giorno, però, Gross saltò il muro di cinta della clinica e l’indomani mandò a Jung un biglietto chiedendogli i soldi per pagare il conto dell’albergo.
Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolò in un reggimento ungherese, ma prima ancora della fine delle ostilità concluse la sua vita uccidendosi, dopo aver ucciso a sua volta." (vol. I pp. 51-52)

Gross è morto nel 1920, dopo che la Guerra era finita. Non si è ucciso, si è lasciato morire. Non ha ucciso: ha aiutato a morire due amiche gravate da un'intollerabile sofferenza. La diagnosi di schizofrenia è stata avanzata da Jung in seguito alla fuga di Gross dal Burghölzli, vissuta dallo psicoanalista svizzero come un terribile scacco sul piano personale e agli occhi di Freud. E' vero che la diagnosi è stata confermata da successivi ricoveri, ma, all'epoca, etichettare come pazzo uno spirito ribelle, anarchico e critico era il meno che potesse accadere.

Jones riconosce la genialità di Gross e il suo magistero, ma non può fare a meno di sottolineare la sua follia in rapporto al proposito di screditare il grande Kraepelin: grande, forse, ma del tutto ignorante in rapporto alla psicoanalisi.

Che Gross abbia sofferto di un disagio psichico pressoché continuo, causa ed effetto al tempo stesso del suo abuso di droghe, è fuor di dubbio. A posteriori appare chiaro il nesso tra il suo disagio e le sue eretiche proposte teoriche.

Com'è noto, la teoria freudiana, dopo l'abbandono della teoria della seduzione, si è configurata rigidamente come una teoria intrapsichica incentrata sul gioco fantasmatico delle pulsioni. In questa ottica, i fattori ambientali assumono un valore secondario, meramente patoplastico, in quanto i conflitti psicodinamici vengono ricondotti al fatto che le pulsioni rimangono fissate ad una modalità che impedisce al soggetto di acquisire il principio di realtà, di riconoscere e adattarsi alle regole, alle norme e ai valori che presiedono il buon vivere civile.

In rapporto al modello freudiano, quello di Gross è veramente eversivo: primo, perché egli parte dal presupposto che la natura umana è predisposta per un pieno sviluppo dell'essere sul piano individuale e sociale; secondo, perché egli, in conseguenza della sua esperienza personale, sottolinea  a più riprese le influenze patogene, negative e alienanti dell'ambiente familiare e socioculturale, che persegue ciecamente l'intento di indurre negli individui un adattamento passivo al mondo così com'è.

Sulla base di questi presupposti, Gross giunge alla conclusione, veramente eversiva all'epoca, che i veri malati sono i soggetti  normali in quanto essi rinunciano allo sviluppo delle loro potenzialità individuali per il piatto di lenticchie del consenso sociale, mentre gli unici che possono aspirare ad un'autentica salute mentale sono gli spiriti critici, protestatari, ribelli, anche se essi devono pagare un prezzo alla loro rivendicazione di libertà e di individuazione .

La teoria di Gross non è però semplicemente una riproposizione del pensiero nietzschiano, al quale peraltro egli esplicitamente si ispira. L'aspetto più geniale delle riflessioni di Gross fa riferimento al concetto di bisogni alienati, che repressi e distorti dell'ambiente e costretti a sprofondare nell'inconscio in conseguenza della rimozione, assumono una configurazione pulsionale, caotica e anarchica (quella colta e assunta da Freud come immediatamente espressiva della natura umana) che, però, non annulla le loro potenzialità liberatorie e "teraputiche" se queste possono essere recuperate dal soggetto e integrate nel suo assetto cosciente.

E' evidente che Gross si è impegnato per tutta la vita in questa direzione. Perché dunque non è riuscito a superare il suo diagio psichico, del quale infine è rimasto preda? Una risposta potrebbe ricondursi al fatto che il suo spirito le critico, come quello di Nietzsche, era  troppo in anticipo sui tempi per non rimanere un disadattato al mondo reale. Ma se questo fosse vero tutti gli spiriti liberi in ogni epoca avrebbero dovuto soffrire di disturbi psichici. Di fatto quasi tutti hanno pagato un prezzo al loro spirito critico, ma, per fortuna, pochi sono finiti in manicomio.

La risposta più propria verte, a mio avviso, sul fatto che l'ansia di Gross di valorizzare il bisogno di individuazione lo ha portato a trascurare l'esistenza, nella natura umana, di un bisogno di appartenenza sociale che, a livello inconscio, subordina l'individuo al gruppo e valuta il suo modo di essere e il suo comportamento in termini di funzionalità o disfunzionalità rispetto all'armonia sociale.

Gross era pienamente consapevole della teoria freudiana del Super-io, ma l'ha considerata solo sotto il suo aspetto culturale, identificando nel Super-io il rappresentante interiore della cultura corrente, vale a dire dell'ordine e della norma sociale.

Il problema è che la matrice psicobiologica del Super-io privilegia in senso formale l'equilibrio e l'armonia del gruppo rispetto alla libertà e al benessere dell'individuo. Su questa base, uno stato di conflitto permanente tra l'individuo e il mondo sociale non può non produrre immani sensi di colpa e conseguenti disturbi psichici.

Data la presenza nella sfera inconscia del bisogno di appartenenza, la possibilità per l'individuo di entrare in conflitto con il mondo sociale è possibile solo se egli, dopo un periodo più o meno lungo di interazione opposizionistica e negativistica, sormonta il conflitto stesso riappacificandosi in qualche misura con il gruppo sia pure mantenendo un atteggiamento critico.

Talvolta, come nel caso di Gross, questo - per lo scarto tra la vocazione libertaria del soggetto e la struttura sociale - non è possibile; ma allora l'individuo non ha scampo e, senza saperlo, ed è destinato a cadere nella trappola dei sensi di colpa finendo con il punire se stesso.

C'è solo da aggiungere che Gross è un introverso oppositivo, il quale fornisce di questa condizione e delle conseguenze precoci e durature che essa comporta nell'interazione con il mondo, una delle migliori descrizioni che siano mai state date.


Otto Gross: Senza freni

Stampa Tipografia Baliue Rambla de las Flores, 1 Barcellona - Spagna

grotesk@libero.it (sacaricato da scribd)
Retrocopertina
L'esistenza turbolenta e l'opera di Otto Gross (1877-19201 accompagnano da vicino il grande sconvolgimento della società europea degli inizi del secolo scorso. Bambino prodigio, figlio di un celebre criminologo. Otto Gross diventa uno dei più brillanti discepoli di Sigmund Freud. Psichiatra e psicanalista. entra ben presto in collisione con il suo maestro, con cui si trova in disaccordo sulle cause dei disturbi nervosi: per Gross non è la sessualità, bensì l'ordine sociale con le sue istituzioni il maggior responsabile del malessere degli individui. Tossicomane, frequentatore della boheme di Schwabing e della colonia anarchica di Ascona, dichiarato affetto da -demenza precoce» da Jung nel 1908 dopo essere evaso dalla clinica di Burghòlzli in cui doveva disintossicarsi. Otto Gross abbandona il posto di docente che occupa all'università di Graz, voltando definitivamente le spalle a una carriera di successo e precipitando nella rivolta c nella marginalità. Nel 1913 le sue simpatie sovversive, le droghe, i numerosi scandali che lo coinvolgono, spingeranno il padre a farlo arrestare ed internare in un manicomio, da cui uscirà solo in seguito ad una grande campagna lanciata in suo favore dagli ambienti libertari.
Morirà nel febbraio del 1920. dopo essere stato ritrovato privo di sensi in una strada di Berlino.

Indice

Introduzione
Violenza parentale
Come superare la crisi culturale
«Psicanalisi» di Ludwig Rubiner
Gli effetti della collettività sull’individuo
Nota sulla relazione
A proposito di una nuova etica
Lettera aperta a Maximilian Harden
Il simbolismo della distruzione
L’idea fondamentalmente comunista
del simbolismo del paradiso
La situazione degli intellettuali
Sul parlamentarismo
Rivolta e morale nell’inconscio
Lavori preliminari: sull’insegnamento
La formazione intellettuale del rivoluzionario

Introduzione
«Non c’è evoluzione, non c’è un avvenire psicologico per lui., continua a far fronte agli eventi d’oggi con la reazione del bambino... il cui mondo è una fantasia infantile di inaudite possibilità. Nella\ sua estasi non immagina come la realtà eh egli non ha mai visto si vendicherà di luu È un uomo che la vita deve espellere. Perché a lungo andare non potrà mai vivere con gli uomini...»
Lettera di C.G. Jung a S. Freud 19 giugno 1908

Nel linguaggio psicanalitico la rimozione è un meccanismo automatico e inconscio di difesa, attraverso cui si tende a respingere un certo contenuto psichico (rappresentazioni, tendenze, stati emotivi) fino a renderlo inconscio e quindi incapace di manifestarsi. Si rimuove ciò che non si è in grado di affrontare e che si ritiene metta in pericolo il proprio equilibrio mentale. Ma, per quanto annegato nell’abisso dell’inconscio, il rimosso continua ad agitarsi e i suoi sussulti minacciano in ogni momento di far crollare le certezze con cui puntelliamo la nostra penosa esistenza su questa terra. Sebbene possa sembrare paradossale, anche la psicanalisi — scienza medica che pretende di saper interpretare i processi mentali inconsci al fine di razionalizzarli e poterli così meglio controllare — ha le sue rimozioni. Ed è per questo motivo che è inutile cercare il nome di Otto Gross nei dizionari o nelle enciclopedie, nemmeno in quelli dedicati a questa disciplina medicei. Non lo trovereste.
Nella grande famiglia della scuola psicanalitica, infatti, Otto Gross risulta essere il reietto, il parente lontano che con le sue stravaganze, i suoi eccessi, i suoi scandali, ha gettato il discredito sul buon nome della dinastia. Il suo nome evoca vergogna ed il suo scheletro va tenuto ben nascosto nell armadio. Allontanato, isolato, dimenticato. Rimosso. Questo atteggiamento non può che destare stupore, soprattutto se si tiene conto che lo psicanalista e psichiatra austriaco ha goduto della stima dello stesso Sigmund Freud, il quale per un certo periodo lo reputò il suo miglior allievo dopo Cari Gustav Jung. Passato lo stupore, subentra naturalmente una forte curiosità. Chi era mai questo Otto Gross? E cosa fece, cosa disse di tanto terribile per essere bandito da tutti i suoi colleghi e dalla società del tempo?
Otto Gross nacque il 17 marzo 1877 a Gniebing, vicino a Feldbach in Styria, Austria. Suo padre, Hans Gross, era il più celebre penalista e criminologo della monarchia asburgica; per trentanni giudice istruttore, aveva successivamente intrapreso la carriera universitaria diventando professore ordinario di Criminologia. In assoluto, costui era considerato una delle massime autorità mondiali in materia. A titolo di esempio, viene spesso ricordato come uno dei padri della dattiloscopia, la scienza dell’interpretazione e dell'uso delle impronte digitali, nonché per aver introdotto nelle indagini investigative l'impiego dei raggi X.
Figlio unico, Otto Gross venne cresciuto «come un principe» (Else Jaffé) e fin dalla più tenera età sembrava destinato ad essere un bambino prodigio: suo padre ebbe modo di ricordare come il piccolo Otto snobbasse i libri per l'infanzia, preferendo sfogliare l'Enciclopedia della Natura, tant'è che «prima ancora di sapere leggere, conosceva osso per osso l'anatomia degli animali preistorici». In un simile contesto sociale la sua educazione non poteva che venire affidata ad insegnanti a domicilio e ad esclusive scuole private: «venti su venti in tutte le materie e per tutti gli anni scolastici. Altrimenti suo padre, diceva, si sarebbe suicidato» (Franz Jung). I modi autoritari del padre ed il clima soffocante di una famiglia dell'alta borghesia austriaca dell’ottocento avrebbero segnato profondamente il carattere e le idee di Otto Gross. Basti pensare che i genitori erano talmente protettivi nei suoi confronti da farlo dormire, fino alla tarda adolescenza, nella loro camera da letto; o da impedirgli di frequentare i ragazzi della sua età. Non c'è da meravigliarsi se da fanciullo Otto era assai nervoso, facilmente irritabile e capriccioso. Il suo primo ricordo, come più tardi avrebbe avuto modo di confessare a Freud, era quello di suo padre che metteva in guardia una persona che andava a trovarlo dicendogli: «Stia attento, perché morde! ».
Nel 1899 Otto Gross — descritto come uno studente brillante ma timido, introverso, poco socievole e che «in totale aveva frequentato solo cento ore di lezione all’università» —- prende la laurea in medicina. Senza perdere tempo si imbarca come medico di bordo sui transatlantici che collegano Amburgo con l’America del Sud. È durante questi viaggi che scopre la cocaina, la morfina e l'oppio. Comincia anche ad interessarsi alla neurologia, alla psichiatria e alla psicanalisi.
Nel 1901-02 è assistente medico in cliniche psichiatriche a Monaco e a Graz. In quell’epoca padre e figlio sembrano nutrire gli stessi interessi. Otto pubblica i suoi primi testi sulla prestigiosa rivista di antropologia criminale diretta dal padre — L’Archivio di antropologia criminale e criminologhi — adeguandosi malvolentieri alla visione penalista che la caratterizza, e il padre a sua volta non mancherà nei propri articoli di colmare di lodi il figlio. Per quanto in questo primo periodo Otto Gross, influenzato dalle teorie del maestro della psichiatria organicista Cari Wernicke, riduca la vita intellettuale ad un mero processo a catena di fibre nervose, ben presto fanno comparsa nelle sue argomentazioni i grandi problemi dell'etica e della vita sociale. In un suo articolo del 1901, intitolato Zar Froge dersozialen Hemmungsvorstellungens (La questione delle rappresentazioni sociali inibitrici), egli chiarisce che la psicanalisi deve avere come scopo «che ciascuno si liberi individualmente del principio di autorità di cui è egli stesso portatore, che si liberi da ogni adeguamento all'essenza delle istituzioni che ha sviluppato in sé nel corso dell'infanzia nel grembo della famiglia autoritaria, che si liberi di tutte le istituzioni che da flambino ha ripreso dalle persone del suo ambiente, sempre in lotta tra loro e con lui per il potere; bisogna che si liberi soprattutto del carattere servile che una simile infanzia lascia in tutti, senza eccezioni: che si liberi dello stesso peccato originale e della volontà di potere».
Nel 1902 Otto si sottopone alla sua prima cura disintossicante nella clinica di Burghòlzli, nei pressi di Zurigo, la stessa in cui esercita Cari Gustav Jung. Incomincia ad interessarsi vivamente alle teorie espresse da Sigmund Freud. Pubblica un libro, Die cerebrale Sekundàrfunktion (La funzione cerebrale secondaria), e numerosi testi su varie riviste specializzate. Nel 1903 si sposa con Frieda Schloffer, figlia di un avvocato, vittima di emicranie croniche, di insonnia, di dolori alle gambe e di una esistenza trascorsa nella piccola borghesia provinciale. Nel 1905 chiede l’abilitazione alla Facoltà di medicina di Graz. Le autorità universitarie sono un po’ restie, vista la scarsa esperienza pratica del candidato, ma alla fine accolgono la sua richiesta (anche dietro pressioni dell'illustre genitore). Nel 1906 Otto Gross ottiene così la venia legendi e diventa Privat-dozent. Ma pochi mesi dopo lascia improvvisamente l'università di Graz per andare a vivere a Monaco, dove diventa l'assistente di Kraepelin, nume della psichiatria classica (con cui manterrà sempre un rapporto conflittuale). A spingerlo a una tale decisione — in apparenza incomprensibile — è probabilmente l'arrivo del padre, che nel frattempo Ha ottenuto una cattedra nella stessa università (dove fonderà poi un museo del crimine” destinato all'istruzione di magistrati e poliziotti). I rapporti tra patire e figlio sono già deteriorati da tempo e una delle cause principali dei loro dissapori, oltre all’autoritarismo paterno, è 1 atteggiamento di Otto nei confronti delle donne. Hans Gross infatti non gradisce le continue avventure sentimentali del figlio. Quando nel 1908 Otto Gross invierà le proprie dimissioni ufficiali all’università di Graz, la rottura con il padre diventa definitiva. Secondo quanto riportato invece da Franz Jung, il dadaista tedesco che successivamente sarebbe diventato il suo migliore amico, sarebbe stato lo stesso Freud a sollecitare Otto Gross a trasferirsi a Monaco.
Ernest Jones fa risalire al 1904 il primo incontro fra Sigmund Freud e Otto Gross. Senza dubbio. Otto conosceva le tesi del padre della psicanalisi fin dal 1901. Senza rinnegare del tutto la psichiatria organicista di Wernicke, Otto comincia ad integrare nei suoi saggi le concezioni freudiane, realizzando una sintesi molto singolare e ben poco ortodossa fra la psichiatria classica e la psicanalisi. Anche la dottrina vitalista di Hans Driesch influenza il pensiero di Gross, il quale presenterà gli affetti come reazioni di adeguamento dell organismo e della psiche alle situazioni vissute. Ogni eccitazione turba il ritmo vitale dell'individuo. In questa situazione di rottura dell'equilibrio, di trauma, gli elementi nervosi si dissociano dalla loro funzione specifica e tornano ad uno stato paragonabile alla disposizione embrionale: tutte le possibilità di sviluppo strutturale e funzionale sono riaperte. L’organismo cerca nuovi equilibri più favorevoli e rifiuta certe scelte grazie ai meccanismi di inibizione, fino ad arrivare a un modo di reazione più consono che si stabilizza in un ritrovato equilibrio. Ciò equivale a un meccanismo di adattamento che si accompagna ad una sensazione intensa di piacere, per descrivere la quale Gross riprende la formula nietzschiana di «volontà di potenza».
Otto Gross si oppone alle tesi di Freud su un punto essenziale. A suo avviso la causa principale dei disturbi psichici non è la sessualità, ma il minore o maggiore adattamento dell'individuo alla società. Gross infatti, come ebbe a scrivere in un trattato pubblicato nel 1907 Da* Freudsche Ideogenitàts moment und scine Bedeutung im maniscb-depressiven Ir resisi Kraepelins {Momento ideogenico di Freud e suo significato nella follia maniaco-depressiva secondo Kraepelin), ritiene che «le restrizioni imposte dalla società non permettono in certi casi all’individuo di vivere fino in fondo le proprie regolazioni biologiche, vale a dire i suoi affetti. È questo che scatena il conflitto patogeno», motivo per cui «il ruolo eziologico privilegiato dei conflitti sociali è un prodotto dell’ambiente, una espressione dei costumi dell’epoca e del loro effetto sull'individuo». È qui possibile vedere fino a che punto Otto Gross si discosti dalla stretta osservanza freudiana. In lui lo studio delle cause delle nevrosi passa attraverso la comprensione dell’interazione conflittuale fra individuo e società. Il «problema sessuale» è in realtà un «problema sociale». La crisi individuale manifesta una crisi culturale. Se ne deve dedurre che un’autentica guarigione degli individui necessiti di una trasformazione radicale dei costumi? Otto Gross la pensa così e si appresta ad entrare in conflitto dichiarato con la società.
Nel 1906 a Monaco la coppia Gross entra a far parte dei circoli intellettuali, artistici e politici della città, tutti concentrati nel quartiere di Schwabing, dove all’epoca si potevano incontrare personaggi come lo scrittore Franz Wedekind, l'anarchico Erich Mìihsam o la contessa Franziska zu Reventlow. Nel capoluogo bavarese Otto Gross viene considerato il rappresentante ufficiale della psicanalisi e le sue idee sul-l'«immoralismo erotico» trovano l'entusiastica adesione dei suoi nuovi compagni. Lo scrittore Karl Otten, suo paziente, ripercorrerà quegli anni nella sua opera autobiografica WurztLn, dove Gross compare nelle vesti del dottor Othmar, i cui appelli all’«estasi della carne» e ai «paradisi di infinito oblio» provocati dalla cocaina servono da preambolo alla caduta di tutti i freni inibitori, passo ritenuto necessario per arrivare alla disintegrazione della famiglia, della proprietà, dello Stato, della burocrazia e di tutti i partiti.
La colonia di Schwabing aveva un luogo di villeggiatura ad Ascona, sulle Alpi svizzere. A quell’epoca Ascona godeva di una fama del tutto particolare poiché era diventata il ritrovo di tutti i dissidenti, gli eretici, le "teste calde’’ d'Europa: anarchici e comunisti, sovversivi ricercati dalla polizia, ragazzi e ragazze della buona borghesia in rotta con le loro famiglie, fautori del libero amore, spiritisti, teosofi, antroposofi, naturistà vegetariani, seguaci di dottrine orientali, illuminati di ogni genere vi si davano appuntamento. Per dare un'idea del clima che vi regnava, basti pensare che Fritz Brupbacher, simpatizzante libertario e amico di Gross, definì Ascona «la capitale dell'internazionale psicopatica».
Anche Gross nel 1906 soggiornerà per un periodo ad Ascona. Il piccolo villaggio svizzero gli sembra il posto adatto per concepire un figlio, inoltre spera di approfittare dell’occasione per una nuova cura disintossicante. Ma, non appena Frieda rimane incinta, Gross rivolge altrove la propria attenzione. Rientrati a Monaco sua moglie, in cerca di consolazione, invita l’amica Else von Richtofen-Jaffé, con cui Gross inizia una relazione. Attraverso Else, che nel 1902 aveva sposato l’economista Edgar Jaffé, futuro ministro delle finanze nella Repubblica bavarese dei Consigli del 1918, Gross fa la conoscenza del sociologo Max Weber e di sua moglie Marianne. Se il primo rimane scandalizzato dalle sue idee, la seconda riconosce che il giovane discepolo di Freud «interpreta le teorie del maestro alla propria maniera e ne trae conclusioni radicali, proclamando un comuniSmo sessuale a fianco del quale la sedicente "nuova etica’’ appare decisamente anodina».
Nel 1907 nascono quasi nello stesso periodo i due figli di Gross, entrambi chiamati Peter, il primo avuto dalla moglie Frieda ed il secondo dall amante Else. Ma in quello stesso anno Gross ha una storia d’amore anche con la sorella di Else, Frieda von Richtofen, che oltre ad essere moglie del linguista inglese Ernest Weekley avrebbe cinque anni dopo sposato lo scrittore D.H. Lawrence. Questa poligamia va intesa come la messa in pratica dell'«immoralismo sessuale» da cui Gross si aspetta un’autentica liberazione interiore. Ma, a parte le dicerie su «orge segrete praticate da seguaci di Gross», ben altre voci iniziano a circolare sul suo conto. Già nel 1906 Gross era stato coinvolto nel misterioso suicidio dell'anarchica Lotte Hattemer, avvenuto ad Ascona. Era sospettato di aver fornito alla ragazza la droga che l'avrebbe uccisa («per renderle il più dolce possibile una morte che era in ogni modo risoluta ad ottenere», come egli stesso avrebbe poi ammesso) e di averla incoraggiata al suicidio (cosa che egli negherà nella maniera più assoluta, affermando di aver «fatto tutto quanto era in mio potere per dissuaderla dal suo proposito di farla finita»).
Tutti questi avvenimenti scandalosi lo mettono in una situazione di marginalità, più vicina alla bohème, di Schwabing che agli onorati circoli medici della psichiatria e della psicanalisi che pure frequenta. Ad ogni modo Otto Gross diventa ben presto un puntuale riferimento sia per i nemici della psicanalisi che per i suoi seguaci. I primi vedono in lui la conferma dell immoralità delle scoperte freudiane, i secondi lo considerano un esempio della libertà a cui si può giungere attraverso di esse. Dal canto suo Gross sarà tra i pochi a prendere le difese delle teorie freudiane al Congresso Internazionale di Psichiatria che si svolge ad Amsterdam nel 1907. L'anno successivo, nell’aprile del 1908, viene invitato al I Congresso di Psicologia freudiana, a Salisburgo, dove però si scontra direttamente con il Maestro, secondo il quale la psicanalisi non deve mescolarsi con la vita sociale ma rimanere confinata nelle cliniche. Alle rivendicazioni radicali di Gross, che vede la sofferenza individuale inseparabile da quella di tutta 1 umanità, Freud risponde con un autentico richiamo all ordine: «Siamo medici e medici vogliamo restare».
L’11 maggio del 1908 — dopo aver avuto una bambina, Camilla, dalla relazione con la scrittrice svizzera Regina Ullmann, una sua paziente che più tardi sarebbe diventata amica intima di Rilke — Gross entra nuovamente nella clinica di Burghòlzli, dove viene analizzato da C.G. Jung. Emanuel Hurwitz, assistente al Burghòlzli negli anni Sessanta, ritroverà nell'archivio dell’istituto la cartella clinica di Otto Gross. Se a questi documenti medici si aggiunge la corrispondenza intercorsa all epoca fra Freud e Jung, è possibile farsi un quadro deU’intricata situazione che si era venuta a creare in quello che si può considerare uno dei più eccezionali casi nella storia della psicanalisi. In un primo tempo la terapia di Gross doveva infatti essere condotta da Freud in persona, il quale era però terrorizzato da una simile prospettiva. Una serie di circostanze persuaderanno Jung a cimentarsi nell'impresa.
Ma il compito di Jung si presenta alquanto difficile. Egli si è assunto una grossa responsabilità di fronte alla moglie e, soprattutto, al padre del suo paziente. Hans Gross ha infatti scritto personalmente a Jung chiedendogli di occuparsi del figlio. Non solo, Jung vuole ad ogni costo fare bella figura agli occhi di Freud, che lo considera il suo allievo più brillante. In più dovrà anche tenere a bada il direttore della clinica, Eugen Bleuler, che nutre qualche reticenza sul conto della psicanalisi. Come se non bastasse, bisogna anche tener presente che il paziente in questione è anch’egli uno psicanalista, collega nonché amico di Jung. Il confronto fra le note cliniche redatte da Jung e le lettere che egli spedirà a Freud è indicativo dei salti mortali che il buon dottore è costretto a fare. Nella sua cartella, destinata ad essere letta dal direttore della clinica Bleuler, Jung esprime giudizi assai poco lusinghieri sul conto di Gross. Nelle lettere inviate a Freud, invece, Gross diventa «un uomo perbene come pochi», nonché un valido dottore da cui farsi a propria volta analizzare.
Nel giro di un paio di settimane la cura sembra essersi conclusa positivamente. Il 25 maggio Jung annuncia ad un Freud alquanto scettico di aver quasi risolto il problema: «Ormai non si tratterà più, prevedo, che di spigolare su una serie, molto estesa però, di piccole coazioni d’importanza secondaria». Ma gli eventi precipitano. Il 17 giugno 1908 Otto Gross scappa dalla clinica di Burghölzli. Per Jung è una catastrofe. Un
simile gesto decreta la sua sconfìtta personale, una sconfitta di fronte a Bleuler, ad Hans Gross e, soprattutto, a Freud. Nella lettera che invierà a quest’ultimo due giorni dopo, il 19 giugno, nel riportare i fatti Jung emette la sua sentenza definitiva nei confronti di un Otto Gross che con la sua fuga lo ha tradito: «Purtroppo lei avrà già letto nelle mie parole la diagnosi alla quale mi ostinavo a non voler credere, ma che ora mi vedo davanti agli occhi con tremenda chiarezza: dcmentia praecox».
Nella storia di Otto Gross, l’evasione da Burghölzli segna un punto di rottura. La sua vita passa definitivamente dal lato della rivolta e della marginalità. «Demenza precoce»: Gross non riuscirà più a sbarazzarsi di questa diagnosi e sarà ormai considerato un malato, un pazzo che minaccia l'ordine costituito. Accusa questa contro cui lotterà fino alla fine dei suoi giorni. Nonostante tutto Gross non smetterà mai di considerarsi uno psicanalista e di difendere una certa idea della psicanalisi, a dispetto dei suoi detrattori. Questa, a suo avviso, ha il compito di risolvere i conflitti psichici rimossi la cui causa essenziale è l'antagonismo fra lo sviluppo personale e le pressioni esterne che caratterizzano l'infanzia. Ciò che Gross definisce «suggestioni dell'educazione» scatena i conflitti interiori tra «il proprio e l'estraneo», das Eigene und das Frande, cioè tra le pulsioni e le reazioni vitali dell’individuo da una parte e il complesso delle regole e delle convenzioni sociali dall'altra. Questa formula richiama alla mente Max Stirner, la cui opera L’Unico e la oua proprietà (Der Einzige und sein Eigentum) viene riscoperta proprio in quegli anni dal movimento anarchico. Una psicanalisi riuscita, secondo Gross, conduce all’annullamento degli effetti dell’educazione, alla restaurazione dei meccanismi di autoregolazione individuale ed al consolidamento dei valori individuali. Egli precisa che, da questo punto di vista, la nozione di "salute" è relativa e può variare da individuo a individuo.
Queste idee si trovano già formulate nel 1909, quando viene pubblicato il suo libro Über psychopathische Minderwertigkeiten {Le inferiorità peicopatologicbè), in cui le scoperte di Freud vengono celebrate al pari delle riflessioni di Nietzsche, come se le tecniche liberatorie del primo si rispecchiassero nella furia anticivilizzatrice del secondo. Oggi di difficile lettura, per via dei suoi molteplici riferimenti a teorie di psichiatri del tutto dimenticati, questo libro viene ricordato anche perché contiene un violento attacco contro Hans Gross, il quale alcuni anni prima in un articolo intitolato Degenerazione e deportazione aveva consigliato la deportazione in paesi lontani di tutti coloro (ladri, prostitute, omosessuali, vagabondi, anarchici...) che con la loro diversità attentano all’ordine costituito. Secondo Gross figlio, invece, «i degenerati sono il sale della terra», lo scarto dalla norma che costituisce il terreno dove può sbocciare il genio, la «materia prima» di tutte le future evoluzioni.
In quell epoca Otto Gross è infatti molto vicino ai gruppi anarchici di Monaco e di Ascona. I rapporti delle polizie tedesche e svizzere lo menzionano come persona sospetta di attivismo anarchico e antimilitarista, così come di traffico e uso di droga. Nel 1907 aveva conosciuto la pittrice e anarchica Sophie Benz. Nell'estate del 1910, rimasto solo dopo che la moglie va a vivere ad Ascona con l’anarchico Ernst Frick e le sorelle von Richthofen lo lasciano, Gross va a vivere con lei ad Ascona. Ma la salute psichica di Sophie Benz si aggrava e nel marzo del 1911 la ragazza si suicida. Anche questa volta, come dopo il suicidio di Lotte Hattemer, Gross è sospettato di incitamento al suicidio. Viene ricoverato per depressione e tossicomania in una clinica psichiatrica, da cui viene trasferito alla clinica di Steinhof vicino a Vienna. Tutte le cure mediche sono pagate dal {«idre, il quale interviene presso i direttori delle cliniche affinché il figlio goda del miglior trattamento possibile.
Alla fine del giugno 1911, Gross riparte per Zurigo. Sogna di fondare assieme all'amico Erich Miihsam — secondo il quale Gross è «il più importante allievo di Freud, grazie a lui la psicanalisi ha trovato il modo di liberarsi da una visione unilaterale, quella sessuale, per riconoscere il peso di tutti i condizionamenti sociali nell'esperienza psichica» — una «Accademia anarchica» ad Ascona, «a partire dalla quale avrebbe sferrato l’attacco contro la civiltà occidentale, le ossessioni autoritarie individuali e generali, così come i legami sociali di cui sono il sostegno, in poche parole contro questa forma caricaturale e parassitarla di società nella quale ciascuno è costretto a vivere a spese dell'altro al fine di sopravvivere» (Franz Jung). In agosto è ricercato dalla polizia del cantone di Zurigo — «... alto circa 1,80, magro, capelli rossicci, quasi sempre spettinato, leggeri baffetti rossicci, naso a punta, blu, morboso, bocca abbastanza grande, denti regolari, viso sporco, dal-1 aspetto malaticcio, andatura piegata, procede a grandi passi irregolari e guarda quasi sempre verso terra; è da segnalare al comando di polizia di Zurigo per via di malattia mentale. Nell'arrestarlo è consigliabile usare prudenza» — ma 1 intervento di suo padre fa cessare le indagini. Otto Gross si trasferisce prima a Vienna, poi a Firenze, da dove nel 1912 scrive a Fritz Brupbacher: «sogno di editare io stesso un giornale, qualcosa del genere "Rivista dei problemi psicologici dell’anarchismo", nel quale saranno presentati i risultati radicalmente individualisti, che mettono in discussione tutte le istituzioni esistenti, ai quali conduce una determinata esplorazione dell’inconscio: ciò costituirebbe una specie di preliminare interiore della rivoluzione».
Sebbene desideroso di usare in chiave anarchica le tesi freudiane, Otto Gross verrà attaccato duramente proprio dal principale esponente del movimento anarchico tedesco. Nel 1911 il settimanale Der SozialL<t pubblica un articolo di spietata critica alla psicanalisi, presentata come una serie di «dissolute speculazioni» buone solo per ciarlatani. In una nota a margine dell'articolo, il direttore del giornale Gustav Landauer definisce Gross «uno dei peggiori freudiani, un neurologo, che è arrivato al punto di farsi pubblicità cercando, attraverso un giornale per bene, una giovane che i parenti avevano cercato di sottrarre alla sua nefasta influenza». Effettivamente era impensabile che Landauer, accanito sostenitore del matrimonio e nemico giurato dell’omosessualità e di ogni forma di libertà sessuale, potesse accettare di buon grado la presenza di Gross all'interno del movimento anarchico.
Nel 1913 Otto Gross va a vivere a Berlino. Qui si unisce al gruppo che ruota attorno a Franz Pfemfert, l'editore della celebre rivista Die Aktion, portavoce del movimento espressionista, anarchico e comunista. Su questa rivista appariranno alcuni dei suoi scritti più famosi, dove egli anticipa di molto alcune tesi dei vari Fromm, Reich e Marcuse. In questi testi Gross riprende e sviluppa la propria tesi centrale, quella secondo cui il conflitto fondamentale è quello che oppone il «proprio» all «estraneo». Quelli che nel corso di questo conflitto salvano il proprio equilibrio sono i caratteri deboli che si piegano facilmente, mentre gli individui che non accettano questa mediocre «normalità» appaiono condannati alla malattia e privi di uno sviluppo armonioso delle proprie attitudini. Solo una trasformazione radicale della società può guarire gli individui dal loro male di vivere. La psicanalisi non deve più essere considerata come una terapia medica, ma come un metodo di lotta. Non deve più essere usata dai dottori, bensì dai rivoluzionari. La sua sede naturale non è più il lettino, ma la strada. Inoltre Gross non esita a scendere in polemica con chi guarda con sospetto la psicanalisi, rispondendo alle accuse rivoltegli da Landauer o dallo scrittore Ludwig Rubiner (secondo cui la psicanalisi può solo guarire i caratteri deboli ma non ispirare gli animi forti).
Il 9 novembre 1913 Otto Gross viene arrestato a casa dell’amico Franz Jung dalla polizia prussiana ed espulso in Austria Suo padre Hans Gross, che fino all’anno prima si era vantato di proteggere il figlio dalle polizie di mezza Europa, aveva perso la pazienza ed aveva chiesto l'intervento della polizia berlinese a cui aveva spedito un dossier contenente tutte le diagnosi psichiatriche ed i rapporti di polizia di cui Otto Cross era stato oggetto nel corso degli anni.
In base alle istruzioni del celebre criminologo, Otto Gross viene rinchiuso nel manicomio privato di Tulln, in Austria. A Tulln, Hans Cross ottiene una perizia psichiatrica che dichiara il figlio Otto pazzo e irresponsabile e che consiglia di metterlo sotto tutela. Contemporaneamente Gross padre si mette in contatto con la giustizia elvetica affinché tolga a Frieda Gross la custodia del piccolo Peter (non ci riuscirà anche grazie all'intervento dei coniugi Weber, che testimonieranno in sua difesa). Nel gennaio del 1914 il tribunale di Graz nomina Hans Gross tutore del figlio Otto.
Fin dal dicembre del 1913 era cominciata una campagna stampa, guidata da Franz Jung, in favore di Otto Gross e contro Hans Gross. Le riviste Die Aktion e Revolution avevano pubblicato numerosi scritti di protesta in solidarietà con l’arrestato. A prendere le difese di Otto Gross sono autori quali Ludwig Rubiner, Blaise Cendrars, Erich Miisham, Johannes R. Becher, Jakob van Hoddis, René Schickele, Else Lasker-Schùler e molti altri.
Ben presto il muro di silenzio viene sfondato ed è la stessa grande stampa ad occuparsi dell’insolito caso che vede un padre celebre criminologo che fa rinchiudere in manicomio il figlio psichiatra. La direzione del manicomio di Tulln finisce col credere che gli amici di Otto Gross stiano organizzando una clamorosa evasione e fa trasferire l'imbarazzante paziente nella clinica psichiatrica slesiana di Troppau. Da lì Gross riesce a spedire una lettera aperta a Maximilian Harden, redattore della rivista berlinese Die Zukunft, in cui denuncia i soprusi subiti e ripercorre gli episodi che lo hanno condotto fino a lì, concludendo con queste parole: «C'è un altro elemento contro di me: che non sono soddisfatto dell’attuale ordinamento sociale. Se ciò possa essere considerato un disturbo psichico, dipende da cosa si stabilisce essere la norma della salute mentale. Se si vede nell’adeguamento all'ordine esistente un segno di normalità, allora si potrà considerare l'insoddisfazione nei confronti di questo ordine un sintomo di squilibrio psichico. Ma se si considera come norma l’estrinsecazione di tutte le possibilità innate nell’uomo, ben sapendo per intuizione e per esperienza che l’ordine sociale esistente rende impossibile la massima realizzazione dell’individuo e dell'umanità, solo chi è soddisfatto dell'ordine esistente può essere ritenuto malato. Inoltre: se si ribella qualcuno a cui viene riconosciuto un motivo comprensibile, cioè concreto, d'insoddisfazione, nessuno dubita dello stato della sua salute psichica. Ma se lo fa qualcuno che proviene dalle classi privilegiate della società, destinato ad una fulgida carriera, insomma, quando è uno come me a rompere con la società, allora molti vogliono vedere in questo un segno di pazzia. E so anche il perché: se non si tratta di pazzia, allora è una convinzione ineccepibile, una convinzione che è allo stesso tempo una testimonianza di qualcosa».
Gross rimane a Troppau fino all’inizio di luglio, poi si sposta a Bad Ischi dove segue un trattamento con Wilhelm Stekel, al termine del quale sarà dichiarato guarito. Stekel, nel suo omaggio del 1920 a Gross, criticherà la diagnosi di C. G. Jung e renderà onore al talento eccezionale, seppur «sprecato», di Otto Gross.
Hans Gross muore il 9 dicembre 1915. La tutela del figlio passerà da quel momento di medico in medico. In quel periodo Otto Gross fa parte, con l’amico Franz Jung, del comitato di redazione della rivista berlinese Die freie Strasse che uscirà fino al 1918 e che si colloca a metà strada fra l'espressionismo e il dadaismo. Inoltre continua a lottare affinché gli venga restituita la piena responsabilità di sé e per fermare i procedimenti avviati contro la moglie Frieda. Tuttavia dovrà aspettare il settembre del 1917 per ottenere una parziale vittoria: la tutela per causa di follia e irresponsabilità viene trasformata in tutela limitata per «tossicomania»...
Allo scoppio della prima guerra mondiale Otto Gross presterà servizio militare lavorando in diversi ospedali in Galizia, a Vienna, in Slovenia ed in Romania dove, alla fine del 1916, viene di nuovo ricoverato per tossicodipendenza. Ci rimarrà sei mesi, prima di venir trasferito nuovamente alla clinica di Steinhof nei pressi di Vienna, che lascerà dopo essere stato dichiarato «non abile al servizio militare». Abiterà con la madre a Monaco, poi a Vienna. Viaggerà molto soggiornando in diverse città europee. A Praga, dove si reca nel 1917 e nel 1918, conosce Max Brod, Franz Werfel e Franz Kafka a cui propone la pubblicazione di una "Rivista di lotta contro la volontà di potere”. Negli anni che precedono la sua morte, a Berlino, collabora con varie riviste, quali Da<) Forum, Die Erde, Ràtezeitung e Soviet, a cui invia articoli di approfondimento delle sue idee antiautoritarie. Negli ultimi mesi di vita Gross frequenta assiduamente il gruppo dadaista berlinese, su cui eserciterà una profonda influenza, come testimoniato successivamente dallo stesso Raul Hausmann che in quegli anni pubblicherà alcuni testi ispirati dal pensiero grossiano. Di quest’ultimo periodo, Franz Jung ricorderà con una certa amarezza che «non era facile, soprattutto nell’ambito di una vita in comune, seguire il corso delle sue idee, sulle quali gli effetti nocivi della dipendenza all’oppio e alla cocaina proiettavano la loro ombra. Occorreva una certa facoltà di immaginazione per aiutare Gross e non è senza un amaro sentimento di colpevolezza che più tardi ho riconosciuto che non era stato possibile soccorrerlo... I vostri amici possono penetrare nottetempo in una farmacia, revolver in pugno, per procurarsi dell’oppio una o due volte, ma ciò non può diventare la regola».
L'11 febbraio 1920 Otto Gross viene trovato riverso su un marciapiede della capitale tedesca. È lì disteso da un paio di giorni, mezzo assiderato e quasi morto di fame. Viene ricoverato al sanatorio di Pankow dove riceve le prime cure. I medici che lo visitano lo dichiarano affetto da polmonite e tossicomania. Ma ogni soccorso è inutile, Otto Gross morirà il 13 febbraio 1920; «è così che esplose, si spense e sparì la stella di un grande avversario dell’ordine sociale... I tempi non erano ancora maturi, la canaglia dei compiaciuti ancora troppo numerosa. L'individuo è, ancora per il momento, impotente contro il proprio destino» (Franz Jung). Pochi mesi dopo sarà pubblicato il suo ultimo libro, Drei Aufjàtzc iibcr dcn inneren Konfllkt (Tre dtudidul conflitto intcriore).
La morte di Otto Gross passerà quasi inosservata. In uno dei rari elogi funebri che furono pubblicati. Otto Kaus scrisse: «i migliori spiriti rivoluzionari della Germania vennero educati ed ispirati direttamente da lui. In molte delle più forti opere della giovane generazione si trovano le sue idee con quell’acume specifico e quelle conseguenze di larga portata che egli sapeva ispirare». Tranne Wilhelm Stekel, che pubblicò un breve elogio funebre a New York ma che all’epoca era considerato un reietto della psicanalisi, e un semplice annuncio dell'awenuta morte di Gross pronunciato da Ernest Jones nel corso dell'ottavo Congresso Internazionale di Psicanalisi tenutosi a Salisburgo nel 1924 (cioè ben quattro anni dopo!), il mondo analitico rimase in silenzio di fronte alla scomparsa di uno dei suoi più geniali esponenti. Un silenzio che con rare eccezioni continua fino ad oggi.
Ala quale altro destino poteva essere riservato ad uno psicanalista tossicomane, sovvertitore della morale in tutte le sue manifestazioni (e principalmente in favore della donna), coinvolto in oscuri casi di eutanasia, nonché agitatore rivoluzionario? Nemico di ogni forma di potere — anche quando negli ultimi anni di vita il suo linguaggio farà alcune concessioni formali alla imperante retorica comunista autoritaria — Cross rimase sempre il sovversivo «il cui mondo è una fantasia infantile di inaudite possibilità».
Il conflitto col padre riassume tutta la sua lotta con il mondo degli adulti, quello che costringe un bambino a rinunciare al piacere del sogno e del gioco in nome del dovere del realismo e del lavoro. Considerato che questo mondo è arrivato a diffondere gli psicofarmaci per "contenere" e normalizzare la sfrenata irruenza dei bambini, è facile immaginare il posto che verrebbe oggi riservato a Otto Cross: le stanze imbottite di qualche istituzione totale psichiatrica.
Con le sue idee favorevoli alla droga, alla liberazione sessuale e alla rivoluzione — nonché con la sua pratica conseguente — Otto Cross è riuscito ad incarnare in un certo senso lo spettro che tanto terrore incuteva alla borghesia tedesca in Europa all’inizio del secolo scorso: una minaccia ai valori della famiglia e dello Stato ritenuta tanto più intollerabile in quanto proveniente dalle stesse fila dall'alta borghesia.
La scelta dei testi qui pubblicati per la prima volta in italiano, tradotti per lo più dal francese, mettono l’accento sul secondo periodo della vita di Otto Gross, quello successivo alla fuga dalla clinica di Burghölzli e all'abbandono dell'Università di Ganz avvenuti nel 1908. Episodi che segnano una rottura irreversibile con la brillante carriera medica alla quale era promesso. È qui che inizia una esistenza ed un opera la cui sregolatezza e le cui folgorazioni accompagneranno il grande sconvolgimento della cultura e della società europea nei primi decenni del Novecento.
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Violenza parentale
(Eltemgewalt, prima pubblicazione sulla rivista Die Zukunft, vol. 65, Berlino, 1908)

Caro signor Harden,
la prego di autorizzarmi a pubblicare un caso che mi sembra illustrare un fattore generalmente molto pericoloso.
Il giorno 8 settembre la giovane Elisabeth Lang, di diciannove anni, è stata condotta dal padre Hermann Lang, uno scultore di Monaco, all’ospedale psichiatrico di Tübingen. Da oltre un anno ho avuto a più riprese Elisabeth Lang in trattamento neurologico e conosco l’importanza del ruolo assunto dalla famiglia nella sua condizione e nel suo destino. Elisabeth Lang non è affatto una malata di mente ed è fuori luogo ricoverarla, ma lo shock della privazione della libertà le sta facendo correre un reale rischio di disturbo psichico.
La ragione principale per cui voglio rivolgermi al pubblico è la scoperta dell’esistenza di un solo metodo per comprendere e spiegare la genesi ed il significato di questo genere di casi: il metodo analitico da poco inventato dal professore Sigmund Freud; ora, la maggior parte dei nostri colleghi specialisti non dispone di tale strumento. L’esame con gli altri metodi che la psichiatria ci offre non consente di mettere in luce il legame, determinante nel caso di Elisabeth Lang, tra i possibili stati psichici e le oppressioni costantemente subite in famiglia e alle quali si trova talmente esposta senza difesa, essendo minorenne, che alla scarna resistenza da lei opposta si è potuto rispondere con la sua reclusione in manicomio.
Preciserò qui che il metodo di Freud consiste nel rendere coscienti i fattori psichici divenuti incoscienti, il cui reinserimento nella continuità della coscienza permetterà di ristabilire 1’armonia dei processi psichici. La tecnica freudiana provoca la rimozione del blocco di associazioni molto precise che si rapportano ad eventi affettivi, in particolar modo dell’infanzia, e più esattamente a quei fattori affettivi che rivestono un carattere psichico conflittuale. I fattori conflittuali rimossi dal quadro della coscienza e generatori di disturbi perdono il loro effetto patogeno nell’istante in cui sono disvelati alla coscienza del paziente e l’individuo stesso può riarmonizzarli con l’insieme della personalità e con le sue motivazioni direttrici. La presa di coscienza delle cause conflittuali rimosse dà la possibilità di correggersi da soli. La vera origine dei fattori conflittuali rimossi che esercitano un effetto patogeno è la contrapposizione, che domina l’intera infanzia, tra gli orientamenti innati dello sviluppo individuale e le tendenze formative dell’educazione che operano dall’esterno.
Solo l’esplorazione dell’inconscio tramite la tecnica di Freud consente di penetrare la psicologia dei conflitti dell’infanzia e l’enorme importanza patologica delle suggestioni dell’educazione che causano la nevrosi da rimozione. E’ proprio nei soggetti più robusti intellettualmente, che fin dalla prima infanzia resistono meglio all’effetto suggestivo dell’educazione, che la lotta che si sviluppa interiormente tra ciò che è dell’individuo e ciò che gli è estraneo porta a profonde lacerazioni dell’io e si traduce in disturbi particolarmente gravi dell’armonia e dell equilibrio interni. Ed è per l’appunto a questi soggetti che solo la terapia psicanalitica offre una possibilità di guarigione. Poiché qualsiasi tentativo di imporre dall’esterno l’influenza suggestiva di una natura o di una volontà estranee agisce sul determinante conflitto patogeno esattamente nello stesso senso dell’educazione del precedente periodo: quando il fattore di individualità si è mantenuto per tutta l’infanzia, non può più essere eliminato da alcuna forza e permane in insanabile contrapposizione con tutte le suggestioni che, come sempre in casi simili, restano senza effetto o non fanno che aggravare pericolosamente la tensione patogena interiore. Viceversa il processo induttivo della psicanalisi opera attraverso la semplice scoperta empirica del materiale psichico esistente, inscritto nell’inconscio del soggetto, ristabilendo un’armonia individuale nell’intera continuità psichica di una personalità che si conosce totalmente e riesce a liberarsi essa stessa delle cause estranee generatrici di conflitti. Ma ciò porta ad annullare gli effetti dell’educazione a vantaggio di un autocontrollo individuale. Il consolidamento dei valori individuali è sinonimo di guarigione. Aggiungerò qui che il criterio vero e proprio di “salute” psichica mi appare del tutto relativo, qualcosa che non è possibile stabilire per ogni individuo se non in funzione dei dati preliminari del suo adattamento individuale.
Esiste un particolare tipo di sviluppo della nevrosi in quegli individui dall’originalità indistruttibile, che fin dalla più tenera infanzia sono inaccessibili alle suggestioni e che nessuna influenza esterna è capace di modificare nella loro natura più profonda. L’intero sviluppo psichico di queste specifiche nature è determinato dal loro tipo; dato che la loro individualità non si annulla mai sotto l’effetto dell’educazione e non può essere sostituita da elementi esterni, tutte le motivazioni provenienti dall’esterno restano in perenne contrapposizione con le loro motivazioni proprie, mantenendo così per sempre il carattere di corpi estranei all’interno della psiche e agendo come dispositivi scatenanti di conflitti insolubili. Dato inoltre che ogni nuova influenza dell’educazione aumenta l’accumulo di conflitti del genere, e aggrava di conseguenza lo smarrimento e la lacerazione interiori, si sfocia inevitabilmente in un costante effetto di rifiuto che si esprime in modo diverso secondo le differenti disposizioni, ma in ogni caso determina la più violenta resistenza affettiva del bambino nei confronti dei genitori. Il conflitto esterno finisce allora col rafforzare di più quello interiore: così l’evoluzione di questi bambini avviene in un circolo vizioso in cui si producono ineluttabilmente all’interno della coscienza delle scissioni particolarmente gravide di conseguenze.
Elisabeth Lang è una personalità eccezionalmente dotata, con una originalità assai marcata. È stata sempre esposta a un contrasto molto violento tra l’ambiente familiare e la sua natura profonda, e spinta dai genitori, con la rigida logica delle persone che non si correggono mai, a conflitti particolarmente forti. Solo questi conflitti sono la causa dei suoi disturbi nervosi, e ogni nuova influenza dell’ambiente familiare costituisce una ulteriore scossa per la sua salute e il suo equilibrio.
Quando Elisabeth Lang mi ha consultato verso la metà dello scorso anno, presentava i sintomi di una grave nevrosi conflittuale. Sotto l’effetto di un’analisi provvisoria, il suo stato era talmente migliorato nello spazio di qualche giorno che era possibile attendersi il seguito di un processo di autoguarigio ne, a patto che fossero evitati nuovi effetti nefasti dell’azione dell’ambiente. L’analisi ha dovuto essere interrotta perché Elisabeth Lang intendeva lasciare la famiglia e quindi doveva allontanarsi da Monaco. A dispetto delle circostanze diffìcili sotto molti aspetti, i mesi che seguirono, in cui ella si trovò sola per la prima volta, sembravano rispondere pienamente alle promettenti aspettative.
Alla fine dello scorso anno, Elisabeth Lang è stata riportata a casa dalla sua famiglia con l’aiuto di un mandato di arresto. L’ho rivista il giorno dopo il suo arrivo in uno stato relativamente soddisfacente. Nello stesso periodo ho fatto la conoscenza della sua famiglia, e per giorni e giorni mi sono inutilmente sforzato di ottenere se non altro una minima comprensione per i dati specifici e le esigenze di questo caso, coi particolari rischi che comportava. Dopodiché, Elisabeth è stata affidata alle cure di un mio collega di Monaco e i suoi genitori le hanno proibito di proseguire il trattamento con me. Dato che il suo stato aveva immediatamente ricominciato a peggiorare dal momento del suo ritorno nell’ambiente familiare, ogni tanto veniva a consultarmi di nascosto dai suoi genitori. Ma anche questa volta l’analisi è stata interrotta dopo un certo periodo, in quanto i suoi genitori hanno allontanato Elisabeth da Monaco. Nel corso dell’estate mi ha scritto ancora da una casa di riposo situata in Svizzera, mi ha concesso diverse volte l’occasione di passare qualche ora assieme e di concludere almeno la parte più urgente della sua analisi. Dopo il nostro ultimo colloquio, mi ha fatto sapere che eravamo stati visti. Qualche giorno più tardi, suo padre è venuto a prenderla alla casa di riposo per farla internare nell’ospedale psichiatrico di Tubingen.
Elisabeth Lang ha riposto fin dall’inizio tutta la sua fiducia nella terapia psicanalitica. Sono stati usati tutti i mezzi di coercizione possibili e immaginabili per impedirle di mettersi nelle mani del medico che l’aveva aiutata e di cui lei si fidava. È stata forzata ad interrompere a più riprese la continuità del trattamento, trovandosi così esposta agli effetti particolarmente dannosi di un’analisi rimasta in sospeso ed io sono stato costretto ad aiutarla di nascosto per proteggerla da tali effetti. Nella fase più pericolosa degli sconvolgimenti psichici provocati dall’analisi è stata esposta al terribile trauma della continua privazione della libertà ed ora deH’internamento in manicomio, mentre, malgrado tutti questi attacchi, fin dall’inizio del trattamento psicanalitico era innegabile un’evoluzione costantemente positiva del suo stato psichico. Ora, l’unica ragione di questo incredibile abuso di potere parentale (ragione che conosco perfettamente a seguito di un lungo colloquio avuto con la madre) è la totale incomprensione dell’esistenza di una specificità individuale e delle sue esigenze di sviluppo.
Il valore rappresentativo di questo caso, che ritengo costituisca il suo interesse generale, consiste nel fatto che esso prova l’inconcepibile arbitrio che la società ancora consente all’abuso del potere parentale su un figlio minorenne.
Come superare la crisi culturale
(Zur uberwindung der kulturellen Krise, articolo apparso sulla rivista Die Aktion del 2 aprile 1913)

Queste righe sono una risposta (con qualche ritardo) a un attacco che Landauer ha sferrato nel suo Sozialist contro la psicanalisi e contro di me, e che allora ho dovuto lasciare senza replica, perché il signor Gustav Landauer si era rifiutato di pubblicare il mio saggio sulla sua rivista. Non affronterò che 1’aspetto teorico di questo attacco. Per quanto riguarda l’aspetto personale, posso solo dire una cosa: il signor Landauer ha vergognosamente deformato la verità. Inoltre le conoscenze psicanalitiche saranno a loro volta energicamente difese e diffuse in una rivista di cui dirigerò la pubblicazione, con Franz Jung, a partire dal mese di giugno.
La psicologia dell inconscio è la filosofia della rivoluzione, vale a dire che è deputata a diventarlo, in quanto fermento di rivolta all’interno della psiche e liberazione dell’individualità ostacolata dal proprio inconscio. Essa è designata a rendere interiormente idonei alla libertà, a servire da preliminare alla rivoluzione.
L’incomparabile rovesciamento di tutti i valori al quale stiamo per assistere in un prossimo futuro incomincia nel presente con il pensiero di Nietzsche sui retroterra della mente e con la scoperta della tecnica “psicanalitica” di Sigmund Freud. È la prima pratica a rendere l’inconscio accessibile alla conoscenza empirica, il che significa che ormai è possibile riuscire a conoscersi da sé. Allo stesso tempo è la nascita di una nuova etica che si baserà sulla conoscenza reale di sé e del prossimo.
In questa nuova pregnante necessità di comprendere la verità, la cosa più straordinaria è che finora non abbiamo conosciuto nulla del vero, dell’essenziale, delle questioni più degne di essere poste tra le altre, né del nostro essere o della nostra vita interiore, e tantomeno eravamo in grado di interrogarci al riguardo. Ed iniziamo ad apprendere che ciascuno di noi, oggi come oggi, è in possesso e riconosce come appartenente a sé appena una frazione di ciò che costituisce la propria personalità psicologica nel suo insieme.
All’interno di ogni psiche l’unità di funzionamento generale, l’unità della coscienza, è fratturata, una parte incosciente si è scissa e si sottrae completamente al controllo e alla direzione della coscienza così come ad ogni percezione introspettiva.
Qui devo partire dal presupposto che il metodo freudiano e i suoi principali risultati siano generalmente già conosciuti. Dopo Freud concepiamo le inadeguatezze e le sregolatezze della vita psichica come conseguenze di esperienze interiori con un contenuto affettivo intensamente conflittuale che a suo tempo soprattutto nella prima infanzia — sono apparse talmente insolubili da venire eliminate dalla continuità della vita interiore dell’io cosciente ed hanno perseguito un’incontrollata azione distruttiva in seno all’inconscio in qualità di contromotivazioni. Ritengo che l’elemento realmente decisivo per la genesi della rimozione risieda nel conflitto interiore (e resti inaccessibile, come dimostrato da Cari Wernicke nel suo studio del conflitto in quanto fattore patogeno) molto più che nel fattore sessuale. La sessualità è il soggetto universale di una infinità di conflitti interiori, non in se stessa, ma in quanto oggetto di una morale sessuale che si trova effettivamente in conflitto insolubile con tutto ciò che è valore, volontà e realtà.
Risulta che l’autentica natura di questi conflitti si riconduce sempre, in ultima istanza, ad un principio generale: il conflitto tra ciò che è proprio dell’individuo e ciò che gli è estraneo, tra la componente individuale innata e quella suggerita, frutto dell’educazione e delle imposizioni esterne.
Questo conflitto dell’individualità con l’autorità esterna che penetra nella sua interiorità segna tragicamente l’infanzia più di ogni altro periodo della vita.
La segna tanto più tragicamente se la personalità è ricca e fortemente originale nelle proprie disposizioni. Più la capacità di resistere all’autorità e all’intervento esterni tende ad assumere presto e intensivamente la sua funzione protettrice, più la lacerazione conflittuale si aggrava e si approfondisce con intensità e precocità. Vengono risparmiate solo le nature dal1’attitudine individuale così poco sviluppata e poco resistenti che, sotto la pressione dell’ambiente circostante — l’influenza dell’educazione —, finiscono semplicemente per atrofizzarsi spariscono. Accade lo stesso a quelle nature le cui motivazioi di fondo si costituiscono tutto sommato sulla base di un parimonio di valori e di abitudini reattivi ricevuti totalmente dal1’esterno. Queste personalità di second’ordine possono conservare un apparente equilibrio, un funzionamento normale coerente dell’intera psiche, o più precisamente di ciò che n resta. In compenso, ogni individuo che si situa un poco al di sopra della normalità del momento, non può sfuggire nelle attuali condizioni al conflitto patogeno né trovare il proprio equilibrio ovvero il pieno sviluppo armonioso delle sue più alte capacità individuali inscritte nelle sue tendenze innate.
Da tutto ciò si può concludere che, fino ad oggi, queste personalità, in qualsiasi maniera esse si manifestino — agendo contro la legge e la morale, o elevandosi positivamente al di sopra della media, o magari sprofondando nella malattia —, sono reputate con orrore, rispetto o pietà, come inquietanti eccezioni che si è sempre cercato di eliminare. E si comprenderà anche che è tempo di considerarle come esseri equilibrati, che lottano e generano il progresso, di apprendere la lezione e seguirne 1’esempio.
Nessuna delle rivoluzioni che appartengono alla storia è riuscita a ristabilire la libertà dell’individualità. Tutte hanno fatte fiasco, tutte si sono concluse con un frettoloso reinserimentc nella normalità generalmente ammessa. Hanno fallito perché il rivoluzionario di ieri recava con sé l’autorità. Solo oggi si scorge che il focolaio di ogni autorità risiede nella famiglia, e che il legame tra autorità e sessualità, per come si manifesta nella famiglia con la perpetuazione del patriarcato, assoggetta ogni individualità.
Alle crisi delle grandi civiltà sono sempre seguite le lamentele sulla rilassatezza dei legami del matrimonio e della famiglia - il matrimonio è prima di tutto un’istituzione contadina - non potendosi percepire attraverso tali «immorali tendenze» il grido etico dell’umanità che, aderendo alla vita, voleva liberarsi. Tutto è sempre franato ed il problema della liberazione dal peccato originale e dell’asservimento della donna per il possesso dei figli è rimasto senza soluzione.
Il rivoluzionario di oggi, basandosi sulla psicologia dell’inconscio, può considerare le relazioni tra i sessi sotto una luce più libera e più felice: battersi contro la violenza nella sua forma primigenia, contro il padre e contro il patriarcato. La rivoluzione che verrà è la rivoluzione per il matriarcato. Non importa in quale forma e con quali mezzi essa si realizzerà.
«Psicanalisi» di Ludwig Rubiner *
(articolo apparso su Die Aktion, n. 20 del 14 maggio 1913)

Molti anni fa, al Congresso di Psicanalisi tenutosi a Salisburgo, ho parlato della prospettiva che si prepara con la scoperta del “principio psicanalitico”, ovvero dell’esplorazione dell’inconscio sul problema complessivo della cultura e sull’imperativo del futuro. In quell’occasione la risposta di Sigmund Freud è stata: «Siamo medici e medici vogliamo restare».
Sappiamo ora come il dono sia stato infinitamente maggiore di quanto il donatore si sia mai concesso di sperare. Oggi la psicologia dell’inconscio è la prima ed unica garanzia per trovare risposte reali a problemi reali e costituisce il giusto mezzo per raggiungere il giusto obiettivo — esiste già una pubblicazione che cerca di fare i primi passi, per quanto incerti, a partire da queste basi. Naturalmente i letterati possono ancora credere, candidamente e semplicemente, che «Importa soltanto la sua brutale utilità pratica, l’efficacia della cura».
Ma noi pensiamo che ora ogni individuo ha la possibilità di conoscere se stesso, che gli uomini possono aspirare e sperare di comprendersi reciprocamente, che con questo metodo l’infinita ed elementare solitudine che circonda l’uomo può diventare superabile, che si annuncia un’etica con radici davvero vitali: questo è il suo effetto pratico ed è ciò che importa.
Per molto tempo l’arte è stata la sola luce guida che indicasse il cammino verso una conoscenza delle connessioni psicologiche inconsce, e toccherà ancora alla forza dell’artista avanzare per scoprire nuovi sentieri di conoscenza. Ma un’arte che evita di
addentrarsi nelle questioni di fondo implicite nella psicologia dell’inconscio non è più arte, non più.
Noi che vogliamo superare la solitudine non crediamo più che lo spirito legislatore possa essere creativo — comunque l’Idea stessa è violenta, costrittiva — perché crediamo che soltanto l’Idea che è al di là della solitudine, cioè nell’amore, possa essere creativa e libera, quindi libero Spirito. Il libero spirito che non sia nel libero amore sarà sempre conservatore o distruttivo, dio o diavolo, ma mai libero spirito.
Ludwig Rubiner commette un errore fatale contrapponendo la donna al libero spirito. Noi crediamo che la prima e autentica rivoluzione sarà quella che riunirà in una cosa sola la donna, la libertà e lo spirito.

* Ludwig Rubiner (1881-1920), poeta espressionista, drammaturgo e critico d’arte berlinese. Sul numero precedente di “Die Aktion”, il 19, era apparso il testo di Rubiner, qui sotto riprodotto, a cui si riferisce Gross: «Quando io, dopo una breve sosta, lasciai nuovamente Berlino, vi si era insediata la psicanalisi. È eccessivamente intelligente e un colloquio con essa è uno dei piaceri più particolari di questa vita, a patto di essere inclini a tirare formalmente per le lunghe le ipotesi, con una logica febbricitante. E d’altra parte è anche di vedute ristrette, visto che desidera applicarsi a tutto. Prima si credeva, candidamente e semplicemente, che la cosiddetta “vita” si sarebbe diretta, per così dire una generazione più tardi, al pensiero artistico. Per esempio, che trent’anni dopo la pittura inglese preraffaellita, le donne sassoni portassero vestiti comodi. Dovremo completare questa regola: anche la “scienza” procede in questo modo. Trent’anni dopo la morte di Dostoevskij, una generazione di uomini dopo il culmine della letteratura analitica della psiche, viene la psicanalisi. Naturalmente questa non ha alcun presentimento del fatto che da lungo tempo le cose che per noi contano non sono più spiegazioni, ma fatti, oggetti, cose esprimibili statisticamente: per noi non conta più la psicologia, ma la nostra nuova mitologia. Per questo il valore logico della psicanalisi è ben poco interessante. Importa soltanto la sua brutale utilità pratica, l’efficacia della cura. Si consideri a chi la psicanalisi rivolge la sua efficacia: non agli uomini creatori (legislatori). Ma a coloro nella cui vita la natura può irrompere bruscamente, agli artisti impressionisti, alle persone che amano il mare, e alle donne. Altrimenti essa resta del tutto esteriore a ogni senso in uomini che sono diretti dal libero spirito; perché in essi la memoria non ha bisogno di essere spifferata per trovare sollievo, bensì la sua conversione si svolge all’interno dei loro scopi divenuti coscienti, nell’azione diretta».
Gli effetti della collettività sull’individuo
(Die Einwirkung der Allgemeinheit aufdas Individuum, articolo pubblicato su Die Aktion del 22 novembre 1913)

Domenica 9 novembre, a mezzogiorno, un importante ricercatore, il dottor Otto Gross, ha ricevuto nel suo appartamento di Wilmersdorf la visita di tre uomini che a quanto pare si sono presentati come funzionari della polizia giudiziaria e l’hanno là detenuto fino a sera. Ad alcuni collaboratori della rivista Die Aktion da me inviati per cercare un manoscritto è stato impedito qualsiasi contatto con il “detenuto”. Nella serata di quello stesso giorno, Gross (che non stava esercitando alcuna attività politica ma stava scrivendo l’ennesimo libro scientifico) è stato condotto... e verosimilmente internato, in un ospedale psichiatrico austriaco.
Il caso sarà discusso al Reichstag.
F. Pfemfert

Bisogna innanzitutto tornare agli interrogativi e alle scoperte del pensatore a cui dobbiamo il più fruttuoso sviluppo della ricerca biologica applicata ai fatti sociali: Friedrich Nietzsche. Tra le conoscenze per sempre acquisite bisogna inscrivere quella di un effetto patogeno dell’influenza della società sull’individuo. Sappiamo, grazie a Nietzsche, che gli individui più equilibrati sono abitati da tendenze espansive che le tendenze della collettività mirano a reprimere in modo particolare. Questo conflitto di cui Nietzsche ha studiato le leggi nel quadro della loro necessità storica è patogeno in due sensi. Del primo, lo    stesso Nietzsche ha spinto l’analisi fino in fondo dando vita alla disciplina della sociologia biologica: egli ha dimostrato che il    conflitto in questione portava ad eliminare proprio gli esseri più sani ed energici — dotati delle più forti tendenze espansive — attraverso le rappresaglie della collettività, pervenendo così ad una selezione negativa, a un degrado della razza e ad una progressiva accelerazione della degenerazione ereditaria. Il secondo modo è l’attacco portato direttamente all’individuo isolato dal traumatismo psichico del conflitto. Su questo problema Nietzsche ci ha fornito inesauribili riflessioni di una importanza quasi inestimabile per la psicologia sia individuale che sociale, non foss’altro che l’importanza della questione per la patologia presupponeva prima di tutto un’altra scoperta: quella dell’effetto patogeno, nel senso più letterale del termine, degli affetti rimossi. È per questo che oserò azzardare che, in questo ambito, le ricerche di Freud sono la diretta continuazione di quelle di Nietzsche.
Sotto la pressione della vita in società, e per la stessa necessità naturale, il conflitto tra l’individuo e la collettività inscritto nella natura delle cose si tramuta in un conflitto in seno all’individuo stesso, il quale comincia a sentirsi il rappresentante della collettività. E di fatto è solo questo conflitto interiore ad esercitare il vero effetto patogeno. La questione che si pone è perciò la seguente: quali sono i fattori ideali tipicamente prodotti per porre l’individuo in conflitto con se stesso?
In primo luogo c’è l’enorme potere della sessualità, nel quale i fattori ideali assumono una dimensione patogena di rilievo. Naturalmente ciò vale più in particolare per la donna, che subisce sul piano sessuale molte più suggestioni repressive dell’uomo. Ne consegue pure che la particolare propensione delle donne all’isteria non è determinata da una predisposizione naturale del proprio sesso, ma dal contenuto della morale sessuale generalmente ammessa.
Possiamo affermare che la morbosità psichica e la lacerazione patologica della personalità, così come le conosciamo nei casi d’isteria, insieme ad altre deformazioni patologiche più sottili e meno evidenti — tutti gli aspetti psicopatologici estremamente diffusi e specificamente femminili — sono il risultato di questo conflitto sessuale stereotipato. L’intero sviluppo psicologico della donna è dominato dall’impossibilità di stabilire una unità globale e generale dei processi interiori, una continuità senza incrinature del vissuto psichico. Giacché gli imperativi esteriori che definiscono fin dall’infanzia il quadro morale in cui si evol ve la donna, l’insieme dei valori dominanti, sono inconciliabili per contenuto con le sue pulsioni ed emozioni più profonde ed insistenti. Tutta l’energia della vita interiore è dunque impe gnata a reprimere totalmente le pulsioni sessuali, a dar loro una forma e un’interpretazione accettabili dalla coscienza. Ed anche questo processo di rimodellatura consiste essenzialmente in una rimozione.
Nella loro vera natura, le pulsioni sessuali non appaiono mai e poi mai sotto forma di tendenze esclusivamente monogame e familiari, cosa che darebbe loro un diritto di accesso nella coscienza. E d’altra parte ciò che è stato rimosso, e che viene rimosso sempre più profondamente e incessantemente, fornisce in fin dei conti un vasto campo della vita psichica abitato da forti affetti e completamente sottratto alla continuità della coscienza e alla sintesi coerente dei processi psichici. E questo campo, escluso dalla coesione interna della personalità fa intervenire dei tratti estranei e incomprensibili, tendenze ed istinti perversi ed anormali all’interno della personalità Più precisamente: l’energia contenuta dal materiale rimosse si reinserisce nella vita psichica cosciente attraverso vie predeterminate da relazioni associative e su cui la personalità, i valori e i sentimenti dominanti non esercitano alcun potere Questa energia ha degli effetti modificatori, eccitanti o inibenti annulla o indebolisce certe componenti per rafforzarne altre conferisce ad impulsi esterni e malvagi una incomprensibile intensità, modifica il carattere imponendogli dei tratti che tra discono l’origine inconscia attraverso una esistenza autonoma dalla motivazione spesso misteriosa, e una certa analogia di contenuto coi complessi rimossi. L’elemento caratteristico che si ritrova sempre e sotto le più diverse forme in quei tratti delle personalità femminile diventati morbosi è la nota propensione così tipicamente compulsiva, per il proibito, per tutto ciò che rifiutano i valori che lo stesso individuo riconosce come dominanti, per ciò che va contro i suoi istinti fondamentali. E ‘un tratte caratteristico — sistematico e costante che nella sua sostanze resta sempre lo stesso — che l’elemento esterno e contrario a queste pulsioni sia ancora sentito come soggettivo o che l’intera personalità, vinta nella sua resistenza, ne sia progressivamente invasa.
La tendenza patologica al proibito agisce da costituente deformante e degradante della personalità. Si può presentare sotto forma di crudeltà, o di tendenza masochistica, di insaziabile ricerca di perenne novità, di cambiamento permanente, di gusto sistematico per la bizzarria, senza spirito critico, o anche come un inspiegabile e insuperabile blocco dei sentimenti naturali. Essa esercita un effetto inibitore contrario ad ogni azione funzionale, ad ogni sentimento buono e naturale, ad ogni inclinazione giustificabile e convenzionale. E, così facendo, conserva sempre il suo aspetto di riflesso dell’iniziale conflitto patogeno tra il desiderio sessuale e il suo volontario rinnegamento.
Prendiamo un semplice esempio. La tendenza tipicamente ideogena di un numero insospettato di donne a farsi passare per malvage, attitudine che il medico rileva assai raramente, che non diagnostica quasi mai come patologica e che riveste quasi sempre un significato tragico nella vita di queste donne. Si ritrova dietro questa tendenza l’attrazione patologica per il proibito che data dall’infanzia, che si è radicata nell’inconscio come elemento della pulsione del proibito in genere e si è mantenuta intatta.
Se il conflitto patogeno della vita sessuale colpisce soprattutto il sesso femminile, il suo equivalente maschile si ritrova nel campo degli istinti combattivi e delle pulsioni aggressive. Nessuno ignora che si tratta di istinti specificamente maschili; e, come per le pulsioni sessuali nella donna, tutto il peso delle controtendenze morali grava nell’uomo sugli istinti aggressivi. E solo nella quantità e nel grado d’interiorizzazione di queste controtendenze che si può osservare una certa differenza. Il desiderio di aggressività, la concezione interiormente cosciente del pensiero aggressivo, non è così totalmente né così diretta-mente sottoposto a censura. In altre parole, ci sono più possibilità di vivere il conflitto fino in fondo, almeno interiormente. Ma naturalmente, più questa possibilità si restringe, più il conflitto diventa patogeno. Tanto è vero che le controtendenze aumentano di intensità ed ampiezza. Il peso di queste controtendenze è variabile, molto diverso a seconda dei luoghi e delle epoche, e in linea di massima cresce rapidamente. Secondo Nietzsche, l’aspirazione dominante richiede che ad un certo punto e in un certo luogo non ci sarà un giorno più nulla da temere.
Il cammino per raggiungere questo obiettivo ideale ha oggi un nome, in Europa e dappertutto: «progresso». Se questo è vero, e se effettivamente la paura di tutto ciò che è pericoloso, brutale, aggressivo, è davvero diventata un fattore determinante, la repressione delle tendenze aggressive aumenterà sempre di più, e il conflitto interiore diventerà una fonte sempre più produttiva di scissione nevrotica della personalità. Schopenhauer spiega, e la sua analisi è stata in seguito ripresa più volte, che presso gli Elleni un atto di aggressività, per esempio un maltrattamento fisico, non disonorava l’aggredito bensì l’aggressore. In un caso come questo, un simile ribaltamento e una simile deformazione degli istinti presuppongono un insieme di processi repressivi paragonabile a quello attuale delle tendenze sessuali. Ma occorre notare a questo proposito che la poesia ellenistica è essenzialmente basata sui sentimenti d’aggressività, mentre la nostra poesia parla il più delle volte di emozioni sessuali. Nei due casi l’arte avrebbe come tendenza di fondo l’orientamento verso una «abreazione» proprio degli istinti più repressi in una data epoca.
Possiamo abbastanza facilmente immaginare in quale senso il conflitto interiore con le tendenze aggressive sia suscettibile ad esercitare una influenza più o meno patologica sulla personalità. Ancora una volta possiamo aspettarci di trovare nei sintomi il riflesso della loro origine, e questa condizione è perfettamente contemplata nel quadro clinico dell’angoscia neuropatologica del conflitto, ovvero della viltà patologica. Se ne conosce la frequenza e si conosce anche il modo in cui si manifesta, si sa che costituisce la base di una diffidenza patologica e può svilupparsi per fornire un pensiero completamente deformato in funzione di questa diffidenza.
Il legame associativo di questi tratti di carattere col conflitto patogeno è abbastanza semplice da ristabilire: l’elemento comune che lo assicura ha pressappoco il seguente contenuto: «Io non devo o non posso attaccare, vendicarmi, difendermi».
Nota sulla relazione
(Notiz über Beziehungen, articolo pubblicato su Die Aktion del 20 dicembre 1913)

Note comunicatemi da Otto Gross alcuni giorni prima del suo internamento.
F.P.

La relazione in qualità di terzi, intesa come religione, implica il bisogno compulsivo di individualizzazione. Questa compulsione è fantomatica dimostrazione di tutte le possibilità di esperienza, di tutte le capacità di preservare il calore della vita psichica che tende alla generalità e alla globalità (determinazione di livello).
La relazione nell’attuale senso del termine è un ponte i cui piloni poggiano sul vissuto del momento, dando cioè l’illusione di una continuità il cui mantenimento organicamente necessario non è conciliabile con il perenne cambiamento e la perpetua evanescenza di cui ha bisogno psichicamente la mera esperienza vissuta; si tratta dunque di una continuità che tende a rovinarsi da sé. (Da qui l’esperienza odierna allo stato più puro: complesso d’inferiorità, pulsione di morte).
Questi conflitti dominano il vissuto che nella media si edulcora in compromesso (forme d’isteria, nevrosi) e, proiettato sotto forma di normalità, produce l’angoscia di una continuità in perenne prostrazione all’interno del subconscio (noia). Il bisogno di superare questa angoscia porta nelle volontà più forti una forma di vissuto che esige per i più la possibilità di comunicazione e di sintesi (genio).
Questa costellazione del vissuto ci conduce alla nozione di stupro, il cui nucleo è la debolezza. Una debolezza che capitola davanti all’angoscia di vivere.
L’autore dello stupro è il malato, l’essere perduto che reca il segno dell’inferiorità. Egli è inoffensivo finché il suo partner può contrapporre al compromesso che gli viene richiesto la purezza del vissuto, la sofferenza del desiderio di libertà che si afferma, ed è strumento nella misura in cui egli è la radice che modella attraverso la sofferenza il vissuto del partner in maniera produttiva.
Questa sofferenza nel diventare vita e intensità di vita costituisce per l’essere positivo il contenuto di una relazione, la liberazione di una gioia condivisa, l’amicizia, la mistica.
Il bisogno di questa relazione che proviene dalla purezza dell’esperienza vissuta è il fondamento sia organico che psichico di una nuova forma di vita, di fede, di desiderio, ed è nel contempo una comunità di vita che fornirà un contenuto ai tempi futuri.
A proposito di una nuova etica
(Anmerkungen zu einer neuen Ethik, articolo pubblicato su Die Aktion del 6 dicembre 1913)

Queste “note” mi sono state trasmesse. Facevano parte di un manoscritto di Otto Gross su di una nuova etica, manoscritto scomparso all’epoca del suo internamento forzato.
F.P.

Se perverso deriva da pervertire (rovesciare), per istinto di conservazione lo Stato deve garantire la funzione che si ritiene lo protegga — il matrimonio — mantenendo il paragrafo 175. La contraddizione è contenuta nel fondamento stesso dello Stato. Lo stesso Stato è portatore del simbolo omosessuale. È costruito gerarchicamente, cosicché gli individui gravano continuamente gli uni sugli altri.
Freud considera innegabile la predisposizione bisessuale dell’essere umano nel primo stadio di vita. Solo che, sempre secondo Freud, in seguito egli è costretto a respingere una delle due inclinazioni. Questo non dovrebbe accadere e non accadrà per sempre. Con la progressiva liberazione dell’individualità, a nessuno verrà più in mente di lasciar decadere una propensione naturale.
La costellazione che risulta dal sistema della famiglia — stupro di uno dei congiunti, dipendenza assoluta della donna nei confronti dell’uomo, assenza di rapporto col figlio, nella misura in cui questo non ha il diritto di partecipare al vissuto (erotismo della camera accanto) dovendo essere educato (i princìpi pedagogici vigenti tendono all’asessualità), il figlio come centro di un focolaio di complessi di inferiorità da parte della madre eoggetto da parte del padre di una gelosia che si intensifica dal l’impotenza fino all’odio più acceso e si riduce nel sentimentalismo — in breve, questa costellazione impedisce in genere che il bambino progredisca nell’esperienza delle sue predisposizioni bisessuali.
Al contrario: quando il bambino ha un più sviluppato senso della salvaguardia della propria individualità, la costellazione familiare induce l’istinto morale con il suo bisogno di superare la solitudine a una sessualità che trova in se stessa una con ferma nella disposizione bisessuale; ma il cammino percorso non avviene al di fuori dell’ambito della costellazione e non si tratta quindi di un’esperienza autentica. In una evoluzione in cui non interviene la repressione questa sessualità si divide in omosessualità attiva e passiva, oppure è dominata nelle sue manifestazioni dalla possibilità di una rimozione perfetta fino all’automatismo (individuo normale) o anche da quella di una rimozione parziale, la volontà di vivere a spese di un altro a causa di un’individualità malata indicandone il grado (la forma più pura: negatività, snobismo, spiritualità marcata, arte per l’arte).
Questa omosessualità che si potrebbe qualificare secondaria è da combattere dal punto di vista di una nuova etica. Essa porta incontestabilmente e com’è ovvio i segni del matrimonio, i segni dello stupro. L’atto omosessuale corrispondente alla definizione del paragrafo 175 è il medesimo stupro che si verifica tutti i giorni impunemente in un normale matrimonio.
Questa omosessualità secondaria resta amorale perché non ha come oggetto il rapporto, la fiducia, l’altro. La forma non interviene che in secondo luogo e unicamente laddove cerca di mascherare il legame tra concezione e simbolo.
La nuova etica si rivolge a una specie all’interno della quale l’uomo guarda il suo vicino dicendosi: devo ammogliarmi oppure subire uno stupro omosessuale; e in cui la donna guarda l’uomo dicendosi: manterrà miei bambini e mi farà anche vivere (nella tortura di una angoscia permanente) oppure la rivincita della mia natura (costellazione della maternità) lo farà crollare. Da tutte le parti, la solitudine che accerchia l’uomo e ne divora il tempo lo aspetta al varco.
La distruzione della monogamia e della sua forma ancora più patologica, la poligamia, non è soltanto la liberazione della donna ma anche e soprattutto quella dell’uomo.
E la scoperta che la sessualità, come mezzo per superare la solitudine, non è identica in base alla persona ma rappresenta l’altro per eccellenza ed è allo stato puro la prima condizione preliminare e la fonte di una intensità espansiva che rappresenta una nuova vita. Solo questa intensità permette lo sviluppo delle predisposizioni bisessuali.
L’omosessualità primaria liberata non conosce stupro né perversione. È l’elemento di vita attraverso cui si esprimono l’esperienza e il piacere condivisi. Essa non implica sentimentalismo, né gelosia, né masochismo, e conosce solo la costellazione di una umiliazione il cui superamento è al tempo stesso uno slancio vitale.
Le forme attuali della sessualità sono dominate dall’angoscia del raffreddamento. La garanzia di un rapporto duraturo è assicurata a condizione che il rapporto fra uomo e uomo sia ricalcato sul rapporto con una donna, che la sessualità non sia più l’esperienza dell’individuo.
Il mantenimento di questa esperienza fuori da ogni costellazione è assicurato per mezzo di un meccanismo di autoregolazione, da una tecnica che si sforza di eliminare e far scomparire ad uno ad uno tutti i residui di forze indesiderabili considerate amorali nell’ottica della nostra società e come un attacco alla personalità.
Lettera aperta a Maximilian Harden
(Der Fall Otto Gross, lettera aperta sulla rivista Die Zukunft, vol. 86, 1914)

Ho una lettura da consigliarvi. Il Weiner Amtsblatt ha pubblicato ultimamente che, in base a una decisione presa il 9 gennaio 1914, sono stato messo sotto tutela per pazzia e mio padre è stato nominato mio tutore.
Vi scongiuro ardentemente, come solo un essere umano può rivolgersi a un altro, di aiutare prima di tutto la mia compagna e i suoi bambini. È mia volontà assoluta che Frieda Gross non sia lesa da parte di nessuno nei suoi diritti di madre, che solo lei conservi i suoi bambini e tutti i diritti su di loro. La mia messa sotto tutela mi ha ormai privato della possibilità di garantirle ancora questo diritto e la sua libertà. So che Frieda ha sempre temuto l’eventualità del rischio che mio padre le togliesse i suoi bambini; ed ora questo rischio esiste. Aiutatela, prima di ogni altra cosa, aiutatela!
Pensate se questi bambini, nati e cresciuti nella libertà, questi bambini che rappresentano una speranza vivente per l’avvenire, cadessero oggi nelle mani di mio padre — immaginate il destino di questi bambini, e lo stato della loro madre! Ora, non ho più alcuna possibilità di impedire una cosa simile.
Vi illustrerò come sia accaduto tutto ciò e fino a che punto sono arrivate le cose. Dopo essere stato cacciato da Berlino come straniero indesiderabile (per morfinismo), mi è stata offerta qui la scelta tra la tutela e l’opportunità di rendere inoffensive le mie idee. Ci sono due elementi contro di me che possono essere usati sia come capi d’accusa davanti uri tribunale, sia come argomenti per provare che rappresento un pericolo per la società.
Il metodo che si vuole impiegare è il secondo, ma per parte mia voglio a tutti i costi evitarlo e comparire davanti un tribunale come un individuo responsabile. Ritengo di potermi assumere la responsabilità di ciò che ho fatto e di quanto è successo. E poi, intendo cercare di evitare in ogni caso che tutte le aspirazioni della mia esistenza, tutto ciò per cui ho vissuto sia degradato a patologico, che le motivazioni che guidano la mia vita non vengano prese sul serio.
E’ dietro sua richiesta che all’inizio dell’anno 1906 ho dato alla signorina Lotte Hattemer, ad Ascona, il veleno con cui si è suicidata. L’ho fatto per renderle il più dolce possibile una morte che era in ogni modo risoluta a ottenere. Ho fatto tutto quanto era in mio potere per dissuaderla dal suo proposito di farla finita. Anche quando era già in possesso del veleno (che le ho dato poco prima di lasciare Ascona) sono andato a trovarla per pregarla ancora una volta di venire a Graz con me, per provare a vedere se non potevo ancora esserle d’aiuto. Le ho lasciato il veleno tra le mani perché avevo acquisito la convinzione che se Lotte Hattemer era decisa a morire, avrebbe messo in pratica questa sua decisione e non sarebbe indietreggiata nemmeno di fronte all’idea di morire nel modo più atroce e doloroso. È per evitare questo che ho voluto lasciarle quella possibilità. Non ho agito con negligenza; giacché ciò che ho fatto l’ho fatto scientemente; non ho avuto intenzione di spingerla alla morte. Ero intenzionato a non farla morire in maniera orribile e con terribili sofferenze. Sono trascorsi più di sette anni da allora, e non ho mai rimpianto ciò che ho fatto.
L’altro argomento che si usa contro di me è che sarei colpevole della morte di Sophie Benz. Che da parte mia non ci sia stata né volontà deliberata né negligenza, è una cosa di cui sono persuasi tutti coloro che sanno che in quella circostanza era in gioco il mio stesso destino. Sophie Benz si è avvelenata a causa della psicosi di cui era affetta; mi si rimprovererà quindi di non averla fatta rinchiudere in manicomio. Ora, la coscienza di non averlo fatto è la sola cosa che mi consola.
Ribadisco che desidero difendere davanti a un tribunale ciò che ho fatto e ciò che è accaduto, non voglio che venga considerato come un sintomo di disturbo mentale o come il segno che costituisco un pericolo per la società. È per questo che chiedo di
poter spiegare pubblicamente quegli avvenimenti.
E poi c’è un altro elemento contro di me: che non sono soddisfatto dell’attuale ordinamento sociale. Se ciò possa essere considerato un disturbo psichico, dipende da cosa si stabilisce essere la norma della salute mentale. Se si vede nell’adeguamento all’ordine esistente un segno di normalità, allora si potrà considerare l’insoddisfazione nei confronti di questo ordine un sintomo di squilibrio psichico. Ma se si considera come norma l’estrinsecazione di tutte le possibilità innate nell’uomo, ben sapendo per intuizione e per esperienza che l’ordine sociale esistente rende impossibile la massima realizzazione dell’individuo e dell’umanità, solo chi è soddisfatto dell’ordine esistente può essere ritenuto malato. Inoltre: se si ribella qualcuno a cui viene riconosciuto un motivo comprensibile, cioè concreto, d’insoddisfazione, nessuno dubita dello stato della sua salute psichica. Ma se lo fa qualcuno che proviene dalle classi privilegiate della società, destinato ad una fulgida carriera, in somma, quando è uno come me a rompere con la società, allora molti vogliono vedere in questo un segno di pazzia. E so anche il perché: se non si tratta di pazzia, allora è una convinzione ineccepibile, una convinzione che è allo stesso tempo testimonianza di qualcosa.
Il simbolismo della distruzione
(Über Destruktionssymbolik, articolo pubblicato sulla rivista Zentralblatt fur Psychoanalyse und Psychotherapie, 4° anno, Wìesbaden, 1914)

Introdurrò le riflessioni che seguono con tre casi concreti, precisando tuttavia che essi devono servire solo a titolo illustrativo e non come materiale di dimostrazione analitica.
1. Il dottor Neumann dell’ospedale psichiatrico di Troppau in Slesia mi riporta questo caso:
Una bambina di sei anni mentre gioca viene spinta bruscamente in avanti da un bambino più grande e l’urto inaspettato la scaraventa a terra. La bambina cade su un ginocchio e si procura una piccola abrasione. Ma da quel momento l’articolazione di quel ginocchio rimane rigida, la contrattura si rivela chiaramente di origine psicogena e si riuscirà a risolverla grazie a metodi di suggestione. Nella circostanza non si è potuto procedere con una indagine psicanalitica. Ma il caso è di una tale classica semplicità, l’origine del disturbo è talmente facile da rilevare e così evidente per l’esperto, che ci soffermeremo qui in modo più puntuale solo per ragioni di esposizione.
Se richiamiamo i dati psicologici che Freud ha definito «teorie infantili» del coito e della nascita, ormai considerate indubitabili da qualsiasi analista, il significato interiore del quadrò clinico e dell’obiettivo della malattia va da sé.
Le tesi freudiane delle «teorie sessuali infantili» ci informano che nell’immaginazione dei bambini l’atto sessuale si riflette abitualmente nell’immagine di una violenza di qualche tipo compiuta comunque dall’uomo nei confronti della donna, un atto sadico connotato in una forma o nell’altra, mentre la nascita e la gravidanza si proiettano sempre nella vita rappresentativa del bambino sotto forma di malattia, di intervento chirurgico, di ferita o di morte. Questa modalità di simbolizzazione infantile è stata dimostrata con maggior precisione da Otto Rank su un piano mitologico, essenzialmente a partire dai soggetti dei racconti. Ritorneremo successivamente al modo in cui si formano le immagini infantili della sessualità e della nascita, alle ragioni per cui esse si formano sistematicamente e alle conclusioni che è opportuno trarre su un piano psicologico.
Il caso che ho testé esposto implica la diretta trasposizione di tale visione infantile della sessualità in avvenimento vissuto. Giocando, scherzando sotto l’impulso del momento, un bambino getta a terra una bambina. Il suo atto è dettato dall’inconscio e a suo modo è un atto sessuale, secondo la sua inconscia concezione di sessualità. Ed è con la stessa disposizione e nello stesso senso che ciò che egli fa viene interpretato dall’inconscio della bambina, che reagisce all’atto sessuale simbolico con una gravidanza simbolica.
Il fatto che il disturbo patologico della bambina possa solo essere interpretato come un simbolo di gravidanza deriva da un principio che dobbiamo trattare come un assioma psicanalitico: ogni fenomeno — sintomo o sogno — che muove dall’inconscio deve significare la realizzazione di un desiderio simbolico, direi quasi di un tropismo. La nostra posizione essenzialmente deterministica non ci consente di credere ad atti psichici privi di causalità e di significato, o non sufficientemente fondati.
Nel caso descritto il tropismo sessuale è trasposto nella vita sul modello infantile: con la parziale ignoranza infantile della natura della sessualità e la sicurezza e purezza infantili del desiderio sessuale. Resta il problema di capire da dove provenga l’incomprensione infantile delle modalità dell’atto sessuale e del processo di generazione e perché essa assuma regolarmente la forma simbolica di violenza e di malattia, essendo il simbolismo della «distruzione» — nel senso in cui viene definito da Sabine Spielrein — a svilupparsi sistematicamente.
2. Un medico mi racconta questo sogno:
«Una femmina di animale: all’inizio è una cagna. È sdraiata per terra, su un fianco, accanto ha un cucciolo appena nato. La accarezzo, le parlo e le dico che mi deve lasciar giocare col suo piccolo, che non gli farò alcun male; ma lei non si fida. Più avanti, l’animale è una scrofa. Al suo fianco una donna, che potrebbe essere mia madre, mi dice più o meno che alla scrofa è stato fatto un salasso per alleviarle il dolore. Penso confusamente che sarà stato ipotizzato che l’animale avesse un flemmone, mentre aveva una deformazione congenita; si tratta di un errore, una grossolana negligenza che mi fa orrore. Esamino la ferita, è un orribile squarcio al livello dell’articolazione dell’inguine da cui si intravede la testa del femore. La lesione non è curata, anzi, si direbbe che sia stata aperta e allargata. Sembra un animale squartato in macelleria».
E possibile svolgere un’analisi abbastanza approfondita di questo sogno. Ma l’elemento essenziale, l’espressione del tema della nascita attraverso un simbolismo di distruzione, appare in modo quanto mai evidente — risulta molto chiaro in quanto è formulato una volta scopertamente in funzione della conoscenza che ha l’adulto del meccanismo della nascita — attraverso l’immagine onirica della femmina di un animale con uno dei suoi piccoli — e una volta nel modo «regressivo» del simbolismo infantile — attraverso l’immagine onirica dell’animale ferito (associazione con la ferita in cui si intravede la testa del femore: la testa del neonato che appare nella vagina della madre) —; ed è significativo che l’espressione appaia prima in una forma diretta e dopo in quella simbolica. Il carattere infantile del simbolismo infantile di distruzione relativo al processo della nascita viene dissimulato solo superficialmente dalla trasposizione secondaria dell’immagine medica.
In quest’ultimo caso solo due elementi risultano ancora problematici: la natura del desiderio motivante e il significato del simbolismo animale, della raffigurazione del principio «donna» attraverso i simboli «cagna» e «scrofa». La soluzione ci viene data da un’altra immagine onirica sopraggiunta separatamente e successivamente la stessa notte: quella di una situazione omosessuale. L’esame psicanalitico fornirà la soluzione dei due problemi in una forma immediata e del tutto inattesa per lo stesso sognatore: «dal momento che le donne sono così simili alle cagne e alle scrofe da partorire i bambini, io preferirei essere omosessuale».
Per quanto riguarda la prima sequenza del sogno, si è individuata come tropismo mentale della motivazione una fantasticheria di crimine sadico che andava ricondotta alla fissazione delfinconscio sul simbolismo infantile della distruzione relativo ai processi della sessualità e della procreazione. È lo stesso meccanismo di adattamento sessuale deirinconscio dell’uno all’inconscio dell’altro, l’interazione delle forme d’inconscio infantile della sessualità da un individuo ad un altro, che qui gioca un ruolo determinante nei motivi onirici e che nel caso prima descritto è stato trasposto nella vita reale. Il fatto che alla pulsione sessuale nella sua forma d’espressione sadica si opponga un fortissimo rifiuto interiore spiega la chiara successione, rilevata in precedenza, di raffigurazione diretta e indiretta dello stesso tema: il tropismo sessuale ha più difficoltà e ci mette quindi più tempo ad affermarsi nella sua forma simbolizzata sadicamente che nella sua forma diretta, rettificata e conforme alla realtà. In base a questo risultato, l’autentico desiderio onirico andrebbe tradotto nel seguente modo: «Piuttosto che vivere nell’etero-sessualità pesantemente gravata da fantasie di distruzione, preferirei essere omosessuale». In quest’ultima formulazione, l’idea associativa che poteva inizialmente apparire un grossolano paradosso si rivela espressione diretta del profondo conflitto tra l’attitudine morale generale e le forme pulsionali deformate della sessualità che agiscono nell’inconscio.
3. Nel romanzo Kameraden! (Compagni!) di Franz Jung, una donna riassume la propria malattia interiore nel seguente modo: «Odio tutte le donne. Vorrei essere uomo ed omosessuale». Sono in grado di affermare che queste parole, come del resto tutta la storia della nevrosi in questo, capolavoro di realismo psicologico, sono direttamente prese a prestito dalla vita reale.
Questa dichiarazione ci conduce automaticamente al grande problema che Alfred Adler riassumeva sotto la voce di «protesta di virilità». Possiamo accennarvi riprendendo le parole usate da L. Birstein per esprimere il principio fondamentale del pensiero di Adler: «... la triste conseguenza del pregiudizio sociale della superiorità dell’elemento maschile genera la seguente concezione schematica e dicotomica: da un lato l’elemento inferiore, femminile, debole, che sta sempre sotto, dall’altro l’elemento che ha valore, maschile, forte, che sta sempre sopra». Questo sentimento inconsciamente dominante porta in ultima istanza nella donna la «rivendicazione di virilità — il desiderio di essere uomo».
In sé, il fatto che una donna desideri essere un uomo si spiega indubbiamente con «il pregiudizio sociale della superiorità dell’elemento maschile» — torneremo ulteriormente su questo fatto di capitale importanza. Tuttavia le parole della donna nel romanzo di Jung a cui ci riferiamo esprimono ancora un altro desiderio, che presuppone meccanismi più complicati e non può spiegarsi semplicemente con la «tendenza alla salvaguardia» nel senso in cui l’intende Adler, in altre parole «l’autodifesa della personalità, la sua opposizione alla penetrazione del sentimento d’inferiorità nella coscienza». L’aspetto problematico risiede nella seconda parte della frase «Vorrei essere uomo ed omosessuale».
E evidente che questo secondo desiderio non si può spiegare col sentimento di inferiorità della donna per la sua femminilità né con la tendenza a sovracompensare questo sentimento d’inferiorità. L’aspirazione puramente egoistica alla realizzazione del proprio io ad ogni costo, che Adler e la sua scuola considerano il solo principio attivo all’origine di tutte le espressioni del subconscio, potrebbe generare in una donna il mero desiderio di essere un uomo secondo l’abituale accezione di «virilità», in altre parole un violentatore di donne.
La motivazione più complessa si comprenderà meglio mettendo in relazione l’ultimo esempio con il sogno precedentemente raccontato. Nei due casi ritroviamo, in un uomo e in una donna, il desiderio fantasmatico di essere uomo e omosessuale. Alla base di questo desiderio comune ci dev’essere una motivazione comune, concepibile in egual misura e per l’uomo e per la donna. E se tale motivazione non è manifesta nella donna, nel sogno dell’uomo risulta chiaramente dall’analisi e può essere trasposta senza difficoltà nella costruzione psicologica dell’ultimo caso. Abbiamo già formulato in modo complessivo questa motivazione: è il desiderio di liberarsi dell’eterosessualità gravata nell’inconscio di materiale infantile, in altre parole di eliminare i tropismi del simbolismo della distruzione che gravano sull’eterosessualità.
Adesso tenteremo di vedere cosa risulta da questi tre casi e cosa possiamo concluderne. Ogni volta c’è alla base — in partedimostrabile attraverso l’analisi, in parte evidente — la fìssazione dell’inconscio alla formulazione del simbolismo di distruzione per le rappresentazioni della sessualità e della nascita, il cui principio centrale nell’inconscio è la violenza dell’uomo sulla donna e le cui conseguenze compaiono sotto forma di malattia e di sofferenza.
Nel primo caso, quello dei bambini, la sessualità concepita in questa forma si trasferisce nella vita: nell’infanzia l’intensità del desiderio immediato prevale sulla forza delle ini bizioni. Negli altri due casi, che riguardano gli adulti, prevale l’inibizione: nei soggetti si manifesta come desiderio dell’incon scio la resistenza al simbolismo di distruzione. In entrambi i casi, per l’uomo come per la donna, siamo giunti a ricostruire il desiderio di non voler avere nulla a che fare con la sessualità femminile, perché la sessualità con una donna equivale allo stu prò della donna. E questo desiderio ha una ragione psicologica etica.
La letteratura psicanalitica ci ha fatto conoscere l’importanza dell’elemento morale come componente dei conflitti interiori, W. Stekel ha mostrato l’effetto conflittuale delle motivazioni religiose e morali e I. Marcinowski ha spiegato con incomparabile chiarezza che il carattere patogeno dei conflitti interiori è conseguenza dell’irriducibile contraddizione tra la natura umana e i valori stabiliti. Ma la tendenza etica di fondo di cui si parla qui non ha nulla a che vedere con i giudizi di valore, a proposito dei quali Marcinowski ci dice: «La morale è la paura di fronte ai demoni vendicatori», mentre da parte mia la definisco come «la somma di tutte le suggestioni esterne che chiamiamo educazione». Si tratta piuttosto di un istinto primordiale congenito, proprio della specie umana, diretto al tempo stesso alla conservazione della propria individualità e alla relazione etica e amorosa con l’individualità dell’altro, la cui essenza può essere definita concretamente: la volontà di non lasciarsi violentare e di non violentare gli altri.
A questo punto, la formulazione può soltanto avere il significato di un principio euristico; sto preparando un più ampio lavoro su questo argomento. Nel presente contesto metterò in risalto soltanto che l’istinto etico di fondo di cui stiamo parlando e il simbolismo di distruzione che raffigura la sessualità generano nell’inconscio due forze antagoniste conflittuali: da un lato non lasciarsi violentare e non voler violentare gli altri, dall’altro la fissazione affettiva deirirreprimibile istinto concepito come uno stupro commesso o subito.
«Nelle mie ricerche sui problemi sessuali una questione mi ha particolarmente interessato: come può la più potente di tutte le pulsioni, l’istinto di procreazione, contenere, oltre ai sentimenti positivi che ci si aspetta a priori, sentimenti negativi come l’angoscia e il disgusto che occorre superare per giungere ad un’azione positiva?». È così che Sabine Spielrein definiva il problema all’inizio del suo consistente studio su La distruzione come origine del divenire. È la questione più profonda di cui deve occuparsi la moderna psicologia e da cui dipende universalmente la creazione stessa dell’umanità. Aggiungerò qualcosa che ho scritto in passato: «L’esperienza clinica dello psicanalista abbraccia l’intero malessere dell’umanità».
Nel più profondo dell’interiorità, nel cuore di ogni uomo, scopriamo un conflitto che lacera l’unità interiore e, constatando che questa lacerazione coinvolge l’umanità intera, siamo tentati di considerare il malessere interiore come inevitabile e il conflitto interiore come «normale». Eppure le nostre conoscenze biologiche ci impediscono di concepire un elemento così inopportuno come un carattere insito nella specie, come un tratto specifico congenito all’uomo.
Questa considerazione ci induce a un’interrogazione sociologica nella psicologia del conflitto interiore. Ho espresso questo punto di vista nel mio studio Le anomalie psicopatologiche: «Il conflitto sessuale appare comprensibile nel suo formidabile significato solo in quanto espressione di una universale condizione sociale e psichica. Le tipiche relazioni educative e ambientali del bambino nella famiglia determinano l’eziologia esogena, l’enorme ricettività alle suggestioni esterne nella fase infantile determina invece l’eziologia endogena dell’alterazione ideogena. Le proprie tendenze individuali innate all’autonomia e le tendenze di assimilazione e di sviluppo suggerite molto precocemente dall’esterno sono le correnti antagoniste dominanti del conflitto patogeno. Le precoci suggestioni della tendenza educativa e della costrizione all’imitazione in seno all’ambiente familiare, determinano gli impulsi estranei che entrano in irriducibile contrapposizione con l’individualità e generano di conseguenza i conflitti patogeni permanenti. Gli antagonismi che provocano vere e proprie scissioni all’interno della psiche lacerata sono concepibili solo come contrapposizioni tra il proprio e l’estraneo. Ritengo quindi di poter anche affermare: la guarigione psicanalitica della lacerazione ideogena presuppone che il soggetto si liberi dell’adattamento individuale preformato, imposto attraverso la suggestione dalla volontà estranea dell’ambiente infantile».
Nella famiglia esistente, all’inizio di ogni sua esperienza, il bambino sente che la sua indole innata, il desiderio di diventare se stesso e la volontà di amare come gli è stato dato di fare, non sono compresi né voluti da nessuno e vede al tempo stesso di non ottenere alcuna risposta alla sua rivendicazione di conservare la propria personalità e di avere il diritto d’amare secondo le sue leggi. Non c’è risposta a questa rivendicazione, se non la sua personale scoperta d’essere oppresso e disprezzato, senza difesa, la scoperta dell’immensa solitudine che si estende dappertutto attorno a lui.
E alla sconfinata paura che il bambino ha della solitudine, la famiglia, così come è fatta oggi, ha una sola risposta: resta da solo o diventa come noi.
Nessuno è capace di rinunciare all’amore fin dall’infanzia: è impossibile perché il bisogno di contatto con gli altri è necessario alla conservazione della specie tanto quanto l’aspirazione a preservare la propria specifica natura. Il bambino nell’attuale famiglia deve quindi diventare come coloro che lo circondano: più o meno completamente, se fa parte dei più, o solo parzialmente, se fa parte di quei rari soggetti che non possono perdere del tutto la propria natura innata né la necessità interiore di tendere ad essa.
La paura della solitudine e il bisogno di contatto costringono il bambino ad adattarsi: questa suggestione dell’esterno che si definisce educazione è assimilata nella sua volontà. E così i più sono formati solo dalla volontà estranea che hanno assunto, dalla natura estranea a cui si sono adeguati, dall’essere estraneo che concede loro solo l’illusione di rappresentare la loro propria personalità. Nella loro essenza sono diventati esseri uniformi perché la volontà estranea di cui sono in realtà costituiti mira, per la sua natura più profonda e nei suoi obiettivi ultimi, all’uniformità. Adattandosi, si sono risparmiati la lacerazione interiore. Sono la stragrande maggioranza.
Tuttavia, benché nessuno sia in grado di scacciare del tutto la volontà estranea inculcata con la forza, ci sono anche individui che non riescono mai a smarrire del tutto la propria essenza. Il destino di queste persone è il costante conflitto tra il proprio e l’estraneo, la lacerazione e il malessere interiori. È la tipologia di individui le cui prime e indistruttibili motivazioni restano inconciliabili con il primo grande compromesso a cui sono scesi.
La paura della solitudine, che è la prima esperienza interiore del bambino, è determinata dalla contrapposizione tra la natura innata dell’individuo e l’ambiente circostante, e contiene la costrizione ad adattarsi agli altri. Soltanto la tendenza a diventare come gli altri apre al bambino la prospettiva di poter soddisfare il suo bisogno di contatto e solo essa contiene nel contempo la possibilità, non certo di preservare la propria natura, ma di esaltare di fronte agli altri il proprio Io nella sua forma adattata. La paura della solitudine nel bambino è la prima, originaria e decisiva costrizione a trasformare la volontà di preservare la sua individualità in quella «volontà di potenza» di cui Alfred Adler ha dimostrato attraverso le sue ammirevoli ricerche l’incommensurabile importanza nei conflitti interiori. Questa trasformazione della volontà di preservare la propria individualità in volontà di potenza genera una totale dissociazione e una contrapposizione tra le due componenti pulsionali in origine armonicamente unite, per le quali abbiamo trovato la formulazione: non lasciarsi violentare e non voler violentare gli altri. Ed è solo questa contrapposizione secondaria acquisita, tra tropismi egoistici e tropismi altruisti, a produrre la coppia di forze antagoniste del conflitto interiore, che viene espressa adeguatamente nella lotta per l’autoconsensazione nel senso in cui l’intende Alfred Adler. La contrapposizione, lo scontro reciproco nel conflitto interiore, ha come effetto che le due componenti pulsionali d’orientamento contraddittorio si ipertrofizzino progressivamente attraverso un fenomeno di sovracompensazione. Di conseguenza il gioco di forze tra la volontà di non lasciarsi violentare e la volontà di non violentare gli altri si ritrova in forma modificata nel conflitto interiore tra i due impulsi: volontà di potenza e abnegazione di sé.
Le ricerche di Alfred Adler non sono giunte a risolvere in modo pienamente soddisfacente la questione della tendenza all’abnegazione. Interpretarla come espressione dell’istinto fondamentale di non voler violentare gli altri, trasfigurato ipertroficamente per sovraccarico, ritengo che renda più comprensibile la sua vera essenza.
Abbiamo menzionato che la capacità di preservare la propria natura ed i propri istinti fondamentali varia all’estremo fra gli individui. Abbiamo aggiunto che rari sono coloro in cui la specifica natura innata e gli istinti di fondo riescono a conservare la loro validità ed efficacia. Conseguentemente, anche la componente etica degli istinti congeniti — che abbiamo definito «la volontà di non violentare gli altri» — viene sottoposta a queste grandi variazioni individuali e si manifesta come componente tangibile dei conflitti interiori solo in una minoranza di individui. Possiamo allora convenire che, nella maggior parte dei casi, lo schema tracciato da Adler del conflitto interiore tra due antagonisti orientati in senso puramente egoistico — l’angoscia personale di inferiorità da un lato, e l’ansia sovracompensata di affermarsi dall’altro — può avere una permanente validità pratica. Ci tengo solo a ribadire che questo stesso schema si rivela inadeguato in tutti quei casi in cui si manifesta il fattore dell’abnegazione di sé.
L’elemento che rimane più problematico in rapporto alle spiegazioni di Alfred Adler ritengo sia il fenomeno del masochismo nell’accezione più ampia del termine. Da qui in avanti ritorneremo più volte su tale questione. Questo ci riporta al problema da cui siamo partiti: il simbolismo di distruzione nella sessualità. Il complesso dei fenomeni sadomasochisti è solo la sua estrema espressione clinica. Possiamo quindi trovare una formulazione generale che lo definisca: il simbolismo di distruzione nella sessualità è il risultato della fusione della sessualità con le attitudini acquisite di volontà di potenza e abnegazione di sé.
Nulla di più della definizione di un fatto che, tutto sommato, sembra quasi ovvio nelle sue linee di fondo. A questo punto la questione che si pone è sapere come si produca la fusione delle pulsioni. Partiamo subito dal presupposto che gli elementi fisiologici della sfera sessuale e riproduttiva che sono in relazione col simbolismo della distruzione, i momenti della deflorazione
Il simbolismo della distruzione e della nascita, per la genesi del simbolismo della distruzione hanno lo stesso significato di un materiale che fornisce un contenuto. I fatti della natura, nei confronti dei quali si produce una semplice e ovvia reazione, non costituiscono mai la radice né l’autentico nucleo di un conflitto interiore e del simbolismo che il conflitto contiene. I conflitti irrisolti dell’inconscio che si proiettano all’esterno sotto forma di manifestazioni simboliche sono la reazione a fatti verso cui l’uomo ha troppa difficoltà a reagire in modo adeguato, a fatti che non è in grado di modificare, e tuttavia non può rinunciare del tutto a un ultimo desiderio di modificarli. I
n altre parole, i conflitti interiori irrisolti e il simbolismo del conflitto che proviene dall’inconscio quale sua espressione nascono dalla pressione di fatti opprimenti e insopportabili dell’ordine sociale e familiare circostante.
Ho citato in precedenza l’espressione usata da Birstein per riassumere il pensiero di Adler, secondo cui i conflitti interiori e i loro effetti sono «la triste conseguenza del pregiudizio sociale della superiorità dell’elemento maschile». Più precisamente, sono la triste conseguenza dell’attuale collocazione della donna nella società e in particolare nella struttura familiare. L’affermazione che prima ho fatto sul conflitto sessuale che «appare comprensibile nel suo formidabile significato solo in quanto espressione di una universale condizione sociale e psichica», se torniamo alla ragione più profonda, deve essere così completata: la nascita dell’attuale posizione della donna nell’ordinamento sociale e familiare ha costituito il trauma della storia umana, quello che ha segnato l’umanità intera e da cui proviene la sofferenza che l’umanità prova per ciò che è.
Le scoperte dell’antropologia hanno stabilito che l’attuale ordinamento familiare, la famiglia patriarcale, non ha accompagnato fin dalle origini l’evoluzione dell’umanità, essendo piuttosto il risultato del capovolgimento di una precedente situazione differente. La moderna antropologia moderna riconosce come prima forma di organizzazione il libero matriarcato o matriarcato dell’orda primordiale. Il principio dell’istituzione matriarcale stabilisce che le condizioni materiali che consentono alla donna la maternità siano sostenute e garantite da tutti gli uomini del gruppo sociale - in questo caso gli uomini di tutta la tribù. Il diritto matriarcale assicura alla donna l’indipendenza economica e quindi anche sessuale ed umana dal singolo uomo: la donna, in quanto madre, ha una relazione di responsabilità nei confronti della società, essendo lei a rappresentare gli interessi delFavvenire. La mitologia di tutti i popoli conserva la traccia della condizione preistorica del libero matriarcato nell’idea di un’età dell’oro, un’èra di giustizia, un paradiso dei primordi; e dopo le opere di Caspar Schmidt, chi può ancora dubitare che la speranza di un futuro migliore per l’umanità debba orientarsi verso un ritorno a questo matriarcato dell’inizio dei tempi?
In base alla nobile tesi di Marcinowski, nel nostro ambito specifico le osservazioni sull’avvenire indicano che noi psicanalisti siamo chiamati ad aiutare coloro che cercano il nostro ausilio per trovare una visione del mondo liberatrice. E ciò è indispensabile anche per ovvie ragioni di conoscenza: poiché solo la visione di un migliore ordinamento sociale ci permetterà di intravedere nell’ordinamento attuale quegli aspetti negativi che hanno un effetto traumatizzante.
Sulle circostanze del passaggio dall’antico matriarcato all’attuale ordinamento familiare, è plausibile presupporre che l’attuale forma del matrimonio abbia avuto origine dal ratto, ovvero che il fondamento della famiglia patriarcale derivi dall’accoppiamento con schiavi prigionieri. Ciò significherebbe che l’associazione della sessualità coi motivi dello stupro — il simbolismo sessuale dello stupro che attraversa l’umanità intera — riconduce, per la sua eziologia, a una situazione generalizzata di violenza sessuale su scala universale. In ogni caso va riconosciuto che l’ordinamento familiare vigente si basa sulla rinuncia della donna alla propria libertà, e che questo dato di fondo trova la sua necessaria espressione psicologica nel conflitto sessuale interiore e nel simbolismo della distruzione.
Il principio fondamentale di un’organizzazione sociale è l’assistenza materiale della donna per garantirle la maternità. Nell’attuale ordinamento sociale, il patriarcato, la possibilità della maternità è consentita alla donna dal singolo uomo; e ciò costituisce la dipendenza materiale e dunque totale della donna dall’uomo al fine di maternità.
Nella donna l’istinto di maternità è senza dubbio più di ogni altro un istinto congenito e inalienabile e l’attuale ordinamento sociale, che pone la donna davanti all’alternativa fra la rinuncia alla maternità e la rinuncia alla libera autoaffermazione, genera la contrapposizione, la formazione conflittuale tra i due istinti primari essenziali della donna: la pulsione specificamente femminile a diventare madre e la pulsione generalmente umana a preservare la propria autonomia individuale.
L’istinto materno fa così profondamente parte della femminilità che la contrapposizione interna a questo istinto può manifestarsi psicologicamente solo col rifiuto della propria femminilità, col desiderio di essere maschio. Ciò significa che ogni volontà di autonomia individuale, di libertà di disporre di sé, si associa nella donna alla negazione della propria femminilità, sfociando in ultima istanza in una forma di disposizione omosessuale. E dalla necessità imposta alla donna di rinunciare alla propria autonomia individuale qualora voglia diventare madre, risulta anche che il desiderio di diventare madre, per cui in generale lo stesso desiderio di essere donna, deve connettersi a un’attitudine virile sessualmente passiva, a una componente pulsionale masochista.
Va da sé che il conflitto tra queste due attitudini estreme, il profondissimo conflitto interiore nella donna, permane solo laddove si mantiene in vita l’indistruttibile volontà di preservare la propria individualità e la propria libertà, la volontà di non lasciarsi violentare. In altre parole, in ben poche persone. Nella stragrande maggioranza, le donne trovano la propria unità e l’equilibrio interiore nella rinuncia alla propria individualità, nella passività maschile e sessuale. Solo che in tutte le donne sussiste, consapevolmente o inconsciamente, interiormente accettato o rifiutato, il sentimento indistruttibile che attraverso la sessualità e la maternità esse si lasciano violentare: il simbolismo di stupro e distruzione della sessualità e della maternità. Allo stesso modo in tutti gli uomini, consapevolmente o inconsciamente, interiormente accettato o rifiutato, sussiste il sentimento indistruttibile che i loro rapporti con le donne siano sostanzialmente degli stupri.
L’idea fondamentalmente comunista del SIMBOLISMO DEL PARADISO
(Die kommunistische Grundidee in der Paradiessymbolik, articolo pubblicato sulla rivista Sowjet, 2, 1919)

Ritengo sia opportuno in questo periodo richiamare l’attenzione su di un’opera in cui è stata formulata — quasi tremila anni fa — l’idea secondo cui l’intera costruzione della civiltà a partire dalla fine della società matriarcale comunitaria dell’antichità costituisce un errore fondamentale e il compito dell’avvenire è il rovesciamento del sistema autoritario finora elaborato per riscoprire quanto è andato perduto. Le parole dell’incompreso che ha formulato questa grande idea nella storia del pensiero sono state deformate per ogni abuso possibile e utilizzate per giustificare quelle stesse strutture autoritarie che egli aveva maledetto nel modo più esplicito. Ma forse oggi, allorché questa annunciata rinascita dell’ideale comunista è sul punto di realizzarsi, si riuscirà a comprenderlo.
Immaginiamoci nella situazione di qualcuno che arriva da solo presso un popolo del tutto straniero: per cercare di capirsi con esso, si troverà ad affrontare la stessa immane impresa che compie qualsiasi bambino per imparare la lingua materna e che agli occhi dell’adulto assume una dimensione incomprensibile. D’altronde la funzione intellettuale della prima infanzia si rivela, quale che sia l’ambiente in cui si possa prenderne coscienza e renderla accessibile all’osservazione, di un’importanza incomparabilmente maggiore rispetto a quella di ogni altro periodo che segue. La fase successiva, quella della pressione esterna, dell’adattamento e della rimozione, allontana l’adulto dai suoi
primi passi e fa piombare nell’oblio il risveglio dell’esperienza ancora inalterata degli effetti del mondo esterno e del proprio essere. Della natura innata e delle sue attitudini predeterminate non resta che un’immagine riposta nell’inconscio, una ricerca e un’agitazione senza requie, e le possibilità perdute ormai proiettate nel sovrannaturale.
Naturalmente ci si può aspettare che qualcosa di analogo a ciò che vale per la vita dell’individuo si applichi al divenire della specie, alla generale evoluzione dell’umanità. La stessa pressione dell’esterno, che il principio autoritario nelle istituzioni ed il principio di potere negli individui medesimi esercita su ognuno di noi, che separa ciascuno dalla propria individualità e dalle qualità e dai valori che ha avuto in retaggio, separa anche l’umanità nel suo insieme dal suo periodo originale e dai primi sviluppi delle facoltà della specie. Sembra proprio che i miti che fanno risalire la razza dei superuomini agli inizi dell'umanità abbiano un significato assai profondo.
C’è una ragione se la scrittura alfabetica è stata inventata — ormai è assodato — da popolazioni di cacciatori della prima età della pietra che non erano legati alla gleba, non avevano un insediamento sedentario, non praticavano l’agricoltura né l’artigianato; e se la prima autentica forma d’arte è esistita in questo antichissimo stadio della civiltà per scomparire ed essere poi dimenticata con il crescente progresso della vita materiale, della tecnica e della politica.
Da quel periodo primordiale, con un’organizzazione primitiva quasi animale, in cui l'uomo non aveva ancora alcun dominio sulla natura e la mente vedeva aprirsi davanti a sé possibilità evolutive sovrumane, ci separa la lunga fase dello sviluppo della civiltà, l’organizzazione della dominazione dell’ambiente materiale e della vita attraverso un fardello sempre più pesante imposto agli individui e alle individualità — ma questo si chiama: il sacrificio dell’ingegno a vantaggio del potere.
L’organizzazione del dominio sulla natura e sugli uomini, la creazione della civiltà materiale e delle istituzioni autoritarie, impongono singolarmente lo sviluppo di forze e di conoscenze particolari a scapito della personalità nel suo complesso, una differenziazione e un’attività specifiche contemporaneamente all’adeguamento e alla rinuncia, un investimento affettivo sul potere e la sottomissione al posto della libertà, uno sviluppo di attitudini e capacità pragmatiche a scapito della vita e dell’essere.
Così come ogni individuo compie la sua più sorprendente prestazione, l’apprendimento del linguaggio, all’inizio della sua vita, allorquando sussiste ancora la piena capacità produttiva delle forze innate di cui dispone, nell’evoluzione della specie i più grandi atti creativi, la creazione delle stesse qualità umane e del concetto di civiltà, le idee di comunità e di intesa, di astrazione e di linguaggio, hanno potuto generarsi prima che il progressivo addomesticamento riducesse la mente alle sole capacità di dominare o di sottomettersi.
I più elevati pensieri dell’umanità, che risalgono alle origini, sono ancora quelli che trasmettiamo alle generazioni future. Noi, oggi, ne abbiamo preso coscienza come se fossero prossimi e desideriamo che si realizzino, mentre l’Antichità li percepiva ancora come ricordi.
Ovidio definiva il programma ideale dell’avvenire più lontano attraverso i valori dei tempi più remoti dell’umanità, «l’età dell’oro» delle origini: «... vindice nullo, sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat» (1).
Riunendo il ricordo e la rappresentazione dell’avvenire più lontano, la versione artistica più elaborata dell’eredità dei primordi, il Libro della Genesi della Bibbia(2) definisce come supremo valore la libertà dei rapporti, in particolare del rapporto fra uomo e donna, fra autorità e potere, e pone l’intero problema del destino dell’umanità delle origini dal passato fino al punto estremo dell’avvenire.
È singolare non essere mai riusciti a sottrarsi alla pressione della propria interiorità così da leggere la Genesi in uno stato mentale sufficientemente libero da pregiudizi... è strano soprattutto che certe frasi particolarmente esplicite non abbiano fatto riflettere maggiormente.
E scritto a chiare lettere nella Genesi che il matrimonio e la dipendenza della donna sono da considerarsi un male e di conseguenza atti contrari a Dio (III, 16).
Il significato profondo di queste parole aumenta ancor più se si considera che l’espressione che condanna l’azione dei primi uomini non può essere interpretata come una «maledizione» o come «il verdetto di una condanna» — nella Genesi la concezione dell’idea di Dio è troppo elevata per questo —, ma semplice-mente come la manifestazione della conoscenza divina delle leggi della causalità e del funzionamento dell’anima, è l’annuncio dell’ineluttabile effetto prolungato di una data causa. «Poiché hai ascoltato...», esprime una conseguenza.
Lo sviluppo della famiglia nella sua forma attuale di dipendenza della donna dall’uomo, l’unione patriarcale, è quindi una conseguenza del peccato originale che scaturisce da dettami interiori, ovvero da leggi psicologiche. Ma nell’effetto ultimo, anch’esso determinato dall’interno, deve esprimersi la natura profonda dell’azione.
Nel testo biblico il peccato originale viene rappresentato semplicemente da un simbolo che ha sollevato molti interrogativi: «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (II, 17). Ma qual è il significato di questo simbolo?
Per cominciare, è opportuno fare una osservazione negativa. Le interpretazioni secondo cui potrebbe trattarsi di un peccato d’orgoglio o di disobbedienza non hanno alcun valore e non meritano che se ne parli. Il Dio della Genesi «non è come un uomo per adirarsi».
D’altronde, non c’è alcun dubbio che il simbolo del peccato originale implichi il rapporto sessuale. Inutile ricordare le parole che precedono: «Crescete e moltiplicatevi». Basta pensare alla creazione di esseri umani sessualmente differenziati per rendersi conto che l’idea che l’esclusione della sessualità abbia potuto essere imposta o auspicata è completamente assurda. D’altro canto, non si può dubitare che l’azione proibita interferisca con l’ambito sessuale, poiché è in quel campo che ricadono le sue ripercussioni, così chiaramente significative che la conclusione retroattiva sulla natura del peccato mi sembra infallibile — e non riesco a comprendere come la rimozione abbia potuto sbarrarle la strada...
L’effetto psicologico immediato dell’atto commesso è la vergogna del sesso (III, 7). Bisogna quindi presupporre un’azione la cui prima conseguenza sia stata una profonda rimozione interiore, in seguito alla quale è andata perduta la consapevolezza della purezza dell’atto sessuale e la dimensione di libertà d’ogni esperienza sessuale. In altre parole, si è trattato di un evento che ha represso la sessualità, deformando il modo interiore di viverla — in ogni caso un peccato contro la natura e il senso della sessualità stessa.
Ma in tutte le narrazioni del peccato originale, con un’abilità senza pari nella disamina del simbolo, viene ammesso tacitamente che ogni espressione vivente dei due esseri che rappresentano simbolicamente l’uomo dell’antichità accede a un valore definitivo che si perpetuerà. Si viene trasportati da una forza ineluttabile a un livello che non consente di considerare più nulla di ciò che accade come unico e limitato. Si prende coscienza che si tratta di conquiste o di errori decisivi per il futuro.
Per quanto riguarda le conseguenze dell’atto proibito, anche se il testo si limita a raccontare un avvenimento — proprio come quando si reagisce nascondendo bruscamente il sesso — ci troviamo di fronte ad una trasformazione definitiva, di qualcosa che da allora non è mutata.
Il peccato originale è dunque un evento arcaico che ha trasformato in modo decisivo la struttura della società come pure il carattere del singolo individuo, imponendo poi all’umanità intera nuovi orientamenti sul piano sociale e psicologico. A tale evento vanno ricollegati il giudizio di valore negativo riferito alla sessualità e l’autorità dell’uomo nella struttura familiare. Della sua natura ormai non si può più dubitare. Non può significare che una sola ed unica cosa: l’allontanamento dal matriarcato delle origini, allontanamento che viene considerato dalla Genesi un fondamentale sbaglio dell’umanità, un peccato contro lo spirito e la volontà di Dio.
Il tema dominante della tragedia della Genesi è il cambiamento globale d’orientamento che si è verificato nella fase iniziale della formazione della società e che esercita un’azione inibitoria su ogni evento, divenire e vissuto umani: il passaggio dell’idea matriarcale, dallo sviluppo illimitato che permetteva di fondare una nuova famiglia o una nuova società al principio di autorità.
Da allora il simbolismo della narrazione del peccato originale nel senso stretto del termine, l’espressione «conoscere il bene e il male», comincia a prendere vita.
A partire dal momento in cui si è compreso il tema di base dell’intera opera, si scopre senza difficoltà il contenuto del simbolo a cui la sua stessa forma conferisce la massima chiarezza e semplicità. «Conoscere il bene e il male» non può logicamente significare che una cosa: creare un canone di valori e di norme. E la forza creatrice normativa che deve possedere necessariamente la conoscenza delle estreme conseguenze del nuovo orientamento che nella Genesi viene situato al livello dell’identità con Dio.
Inutile aggiungere che sarebbe assurdo considerare che, contrariamente a quanto abbiamo detto, l’utilizzo di un canone di valori preesistenti, cioè la distinzione del bene e del male in base a norme prestabilite, sarebbe un’impresa superiore alle capacità umane.
Il tragico errore nel dramma della Genesi è che l’uomo non sa darsi nuovi fondamenti, è gravato da moventi troppo umani e non è in grado di spaziare con lo sguardo sulle conseguenze delle sue innovazioni; già prostrato e impaurito dai primi effetti del suo errore, avvia la futura evoluzione nella direzione sbagliata e, usurpando le prerogative divine, decreta la legge che graverà sul mondo, che è opera dell’uomo e crimine che si perpetua contro l’opera di Dio.
Abbiamo evidenziato che la Genesi si riferisce a quella catastrofe della civiltà che ha fatto del principio patriarcale il principio dominante. È qui il grande ribaltamento di tutti i valori attraverso cui l’umanità ha dato alla sua vita il carattere autoritario che conosciamo é fondato quelle norme che, oggi più che mai, si rivelano anorganiche e non assimilabili e che mostrano tutta la loro natura estranea, sempre e dovunque fonte di estenuanti conflitti interiori e di ogni forma di autodistruzione attraverso la malattia e la consunzione.
L’attuale ricerca sulla storia delle origini fa risalire l’ordine patriarcale alla trasmissione di proprietà di prigioniere di guerra in qualità di schiave, ed ha trovato forti argomenti a sostegno di tale tesi nelle antiche tradizioni matrimoniali, nelle leggende, nelle cerimonie di deflorazione (ratto) della sposa, etc. Si potrebbe tuttavia obiettare che questi fenomeni di violenza, sulla cui realtà e universalità non ci sono dubbi, possono spiegarsi anche come l’effetto secondario di un processo già in corso di disgregazione del matriarcato, così la cosa apparirebbe più comprensibile in senso psicologico.
Secondo la preistoria moderna, la vera colpa del peccato originale consisterebbe in un atto di stupro da parte dell’uomo che avrebbe scatenato la catastrofe. Secondo il testo della Genesi è la donna che, obbedendo a un principio maligno — oserei dire un simbolo dell’inconscio —, ha dato il via all’instaurazione di nuove regole e di un nuovo ordinamento giuridico le cui conseguenze impreviste hanno determinato su tutta la terra l’abbassamento di tutto ciò che è sessuale al rango di oggetto di vergogna e l’istituzione del diritto patriarcale sulla soppressione di ogni libertà e di ogni dignità per la donna. E, per quanto riguarda l’atmosfera spirituale del mondo nuovo — la parola di Dio non può avere altro significato! — è la vanità di ogni azione umana, anche da parte dell’uomo, e la caduta dello spirito nella grossolana materialità terrena.
Nel testo della Genesi è scritto che la donna si era ripromessa di conseguire alcuni piaceri e vantaggi dal prossimo cambiamento (è espresso molto precisamente: dei vantaggi meschini!); ed è per queste ragioni che si è adoperata per ottenere la spartizione del frutto. Sarà un caso, ma è il simbolo eterno e universale del termine contrattuale...
Resta da scoprire la psicologia messa in atto nella circostanza. Possiamo ricostruirne i principali aspetti a partire dall’immagine della comunità nella società matriarcale e dalle condizioni del suo declino.
Il primo e centrale problema di qualsiasi economia è l’uso di un apporto supplementare di lavoro esterno per consentire alla donna di garantire le sue funzioni materne. La soluzione comunista di questo problema è l’organizzazione matriarcale, che è al tempo stesso la forma più perfetta di vita sociale in quanto svincola e unisce tutti facendo del corpo sociale stesso il centro e la garanzia della più alta libertà individuale.
Il matriarcato non conosce limiti e norme, né morale o controllo per quanto riguarda la sessualità. Non conosce la nozione di paternità e non ritiene che debba essere stabilita in nessun caso. Considera la maternità come il più nobile servizio reso alla società, legittima rappresentante dei diritti delle future generazioni, e fa assumere interamente alla società il compito della contropartita materiale, quindi non ha ragione alcuna di ricercare in nessuna forma quella prova di paternità che è lo strumento-chiave per designare un individuo moralmente e finanziariamente responsabile di cui la società patriarcale non può fare a meno, trovandosi costretta già che c’è a fare della condizione di questa prova, prima di tutto dell’imperativo dell’esclusività sessuale, la protagonista di tutta la sua morale e delle sue istituzioni.
È questa la differenza decisiva e di fondo. Il sistema matriarcale divide l’insieme dei diritti e dei doveri, delle responsabilità e degli obblighi possibili tra gli individui da un lato, e la società dall’altro. L’istituzione patriarcale mette essenzialmente l’accento sul vincolo giuridico tra gli individui.
Sotto il regno del matriarcato, il dono di sé interviene nel rapporto dell’individuo con la società e il sentimento di potere nel rapporto con la collettività(3). La concezione della reciprocità fra gli individui apre la strada allo sviluppo di rapporti che hanno come obiettivo solo se stessi, e non sono intaccati da tratti di autoritarismo né da mire di potere. Il matriarcato consente lo sviluppo di rapporti fra i sessi, liberi da doveri, morale e responsabilità, liberi da imperativi economici, giuridici e morali, che non conoscono il potere e la sottomissione, né vincoli contrattuali e autorità, né matrimonio e prostituzione.
E molto difficile immaginare quali motivazioni abbiano potuto, all’epoca, indurre a rinunciare a un simile bene. Sarebbe concepibile solo partendo dall’argomentazione negativa su cui si basa la Genesi: vale a dire che nel momento dell’intervento che avrebbe sconvolto tutto non si è stati in grado di prevederne gli effetti. La Genesi vede la presunzione di eguagliare lo spirito divino proprio nell’impresa di creare nuovi legami e attraverso ciò nuovi criteri di valore senza avere la possibilità di calcolarne le conseguenze. Questo attacco all’opera divina, l’hybrìs di quel tentativo, costituisce per la Genesi il tragico errore, e così alla rappresentazione artistica è sufficiente sviluppare questo tema. Per questo il testo ci suggerisce semplicemente che la donna si era ripromessa di ottenere alcuni vantaggi dall’instaurazione di un legame giuridico e contrattuale fra i sessi.
Un simile spirito presuppone un periodo di transizione, di sconvolgimenti culturali e di innovazioni tecniche, in un’atmosfera di crescente incertezza, un periodo di cambiamenti, in un caos di degenerazione e di nuove possibilità, uno di quei periodi che, per noi che portiamo il peso della nostra storia, rappresentano la speranza stessa, ma che sono stati un baratro spalancato per un’umanità che aveva tutto da perdere e più nulla di comparabile da guadagnare.
Il punto critico del matriarcato — o, potremmo anche dire, per la società comunista a cominciare dalla più piccola delle sue unità — è la sua complessità sociale: la coesione interna dei gruppi che gli ha permesso di instaurarsi diventa a sua volta condizione della sua esistenza. Il primo compito dell’avvenire sarà di ristabilire questa coesione su vasta scala per correggere il difetto originale che è stato di lasciare che si deteriorasse ai primi segnali del moltiplicarsi delle complicazioni sociali...
Potrebbe anche trattarsi di una fase in cui l’accresciuto sfruttamento della natura ha contribuito a far ritenere più comodo un sistema economico decentrato. Tale è stata la prima manifestazione dell’individualismo economico contro la vecchia morale sociale che ha segnato la nascita della proprietà. Sembra che la Genesi la metta anche in relazione con la scoperta dell’agricoltura — per lo meno si spiegherebbe così l’allusione al lavoro della terra nella predizione della prossima sventura(4i.
Un periodo di disgregazione, in cui si disfano sia la struttura sociale che il sentimento naturale del rapporto fra individuo e individuo, la morale elementare, un periodo di insicurezza esterna e interna è un contesto in cui si può comprendere come la donna abbia sperato, nella diffìcile situazione che è la maternità, in una garanzia più sicura e in un sostegno più vantaggioso da parte di un individuo, come abbia potuto pensare di essere meglio protetta e assistita a cominciare dal momento in cui un individuo le avesse garantito e si fosse impegnato ad assicurarle quel sostegno. Impegno, contratto individuale al posto di una garanzia sociale che fino a quel momento era scontata... Tutto il problema consiste nella contropartita.
In quella contropartita risiede il difetto del nuovo ordine, l’inconciliabile conflitto etico della nuova morale. La prestazione della donna in cambio del sostegno economico che le accorda un individuo è ovviamente soprattutto la sessualità, e proprio questo uso della sessualità costituisce il peccato contro di lei, di cui la Genesi ci mostra gli effetti immediati: il ribaltamento dei sentimenti fino al punto di rendere la sessualità un oggetto di vergogna.
La sostanza del nuovo rapporto giuridico è l’atto della donna che si vende con la prostituzione o col matrimonio, e la sua prima diretta conseguenza è la vergogna del sesso.
La conseguenza successiva è la famiglia autoritaria, l’elemento base dell’autorità come istituzione in genere.
C’è soprattutto un inevitabile elemento secondario che fa del commercio della sessualità quella spaventosa disgrazia da cui deriva innanzitutto la deviazione della vergogna sessuale. Questa considerazione parrebbe evidente: perché un qualsiasi atto possa diventare oggetto di mercato, per pretendere un compenso per un atto di interesse comune, bisogna in ogni caso poter negare che quell’azione serva in sé un interesse comune e scaturisca da un desiderio comune.
In altre parole, è necessario che la sessualità sia presentata da parte della donna, che vuole essere ricompensata per l’atto sessuale, come un male, qualcosa che non può essere voluta in sé e per sé, che lei subisce soltanto, in contrapposizione alla natura attiva di una sessualità specificamente maschile che di per sé costituisce un obiettivo. Inizia in questo modo ad instaurarsi una finzione dominante, che nel corso delle generazioni si inscrive più profondamente nell’inconscio e che è sempre più considerata come un dato innato della natura, la finzione della differenza dei sessi, della contrapposizione e della reciproca incomprensione tra l’uomo e la donna; e comincia anche ad instaurarsi la tradizionale costrizione ad un comportamento rispettivamente attivo e passivo in materia di sessualità, l’obbligo della donna ad un ipocrita riserbo e il diritto dell’uomo a una brutalità possessiva — e comincia ad instaurarsi soprattutto lo spaventoso principio secondo cui la sessualità è di per sé un male, un fattore di alienazione, subita da una parte e comprata o imposta dall’altra, il contrasto fra due egoismi invece del simbolo naturale dell’abolizione delle frontiere fra il tu e l’io.
La vergogna del sesso, espressione oppressiva del conflitto dell’uomo con tutto ciò che ha di autentico e di vivo, è il marchio spettacolare di una sessualità che ha cessato di costituire una risposta a un interesse comune. Al suo posto si è instaurato lo scontro di interessi opposti, in altre parole una lotta di potere, nella quale e attraverso cui la volontà di potere si sviluppa sempre più come obiettivo proprio, si trasforma in automatismo finendo col fare della lotta fra i sessi una faccenda scontata.
Questa interminabile lotta per il potere crea allora i propri limiti esterni e le proprie catene in un rapporto di autorità ben definito.
E intanto la società ha cessato di fornire all’individuo qualcosa d’altro dei vantaggi essenzialmente materiali.
Con lo sviluppo dell’individuo in quanto entità economica, si perde la possibilità dello sviluppo dell’individualità e di ogni rapporto reale, la cui condizione sarebbe una reciproca e fruttuosa interazione di intatte individualità. La lotta individuale per il potere, che si presenta essenzialmente sotto forma di proprietà, assume nella società una forma stabile attraverso la mediazione di uno stato di equilibrio più o meno stabilito — il diritto — che, come sappiamo grazie a Nietzsche, è un sistema di compensazione fra potenze grosso modo equivalenti. È così che si è consolidata l’organizzazione della famiglia e della società basate sull’autorità e sul diritto, il principio riconosciuto della lotta di interesse di tutti contro tutti, a volte in modo latente, altre volte in modo manifesto — fino a quando l’uomo «ridiventerà polvere».
Il pensatore che ha svelato l’errore nell’evoluzione generale della civiltà doveva avere una conoscenza sovrumana, per saper prevedere nell’avvenire l’irrimediabile catastrofe, poi il ritorno dell’uomo a se stesso e la rinascita.
Egli ha effettivamente presentato al mondo un pensiero indelebile che, con le più strane deformazioni e nelle versioni più assurde e talvolta perfino grottesche, si è trasmesso in modo incontenibile di generazione in generazione: l’idea della salvezza.
La salvezza non poteva avere per la Genesi e non può avere per noi che un significato: l’abolizione di tutti gli effetti dell’evoluzione seguita dall’umanità a partire dal momento in cui si è indirizzata sulla cattiva strada dell’abbandono del sistema comunista matriarcale dei tempi arcaici in favore della fondazione della famiglia e della società sull’autorità e la gerarchia.
La Genesi annuncia l’avvento della redenzione con l’elevazione interiore della donna. La donna schiaccerà la testa a quello stesso principio maligno che ha causato un immenso
smarrimento nel mondo: il principio di potere, in tutti i rapporti umani, trasformato neirequilibrio di un’eterna lotta per il potere, cristallizzato nella calma gelida del dovere e del diritto, il principio sterile di autorità.
Ecco il vero testo della Genesi: dalla rivoluzione verrà la rinascita reale e indistruttibile che annienterà il principio iniziale dell’autorità e fornirà una soluzione comunista al problema basilare di ogni economia, sarà la rivoluzione ad avviare dall’interno il ribaltamento e ad assegnare nuovamente la cura della madre e del bambino alla comunità economica della società.
Questo sconvolgimento che riporterà l’economia al suo principio di base e la società ai gruppi che rappresentano le sue naturali unità dovrà essere accompagnato, al di là delle necessità vitali e della volontà di potere, da uno spirito che sappia scorgere nella libertà la possibilità di rapporti autenticamente umani e concederà a ciascun individuo il bene supremo sotto forma di libertà, non tanto quella propria quanto quella di tutti gli altri.
La vera liberazione della donna, l’abolizione della famiglia patriarcale esistente tramite un’assunzione comunitaria e sociale della maternità, reintrodurrà l’interesse di ciascuno nei confronti della società, che da quel momento assicurerà la possibilità della libertà suprema e illimitata, e ognuno avrà, da qualsiasi parte provenga, lo stesso interesse a combattere le istituzioni che oggi conosciamo.
Per preparare una simile rivoluzione occorre che ciascuno si liberi individualmente del principio di autorità di cui è egli stesso portatore, che si liberi da ogni adeguamento all’essenza delle istituzioni che ha sviluppato in sé nel corso dell’infanzia nel grembo della famiglia autoritaria, che si liberi di tutte le istituzioni che da bambino ha ripreso dalle persone del suo ambiente, sempre in lotta tra loro e con lui per il potere; bisogna che si liberi soprattutto del carattere servile che una simile infanzia lascia in tutti, senza eccezioni: che si liberi dello stesso peccato originale e della volontà di potere.
La cosa più sconvolgente nella mostruosa concezione che s’è impadronita di un mondo e della sua storia con l’idea del peccato originale e della redenzione, è accorgersi che tutto ciò che possiamo immaginare come realizzazione finale, in cui abbiamo sempre potuto sperare come sconvolgimento ultimo, che ci prefìggiamo come l’obiettivo più lontano agli estremi confini dell’avvenire, non è che la riparazione ad un errore umano, il recupero di un bene e di un tenore perduti in tempi immemorabili, la liberazione da una colpa trasmessa ereditariamente e dalla maledizione delle sue conseguenze. Nessuna creazione veramente nuova, ma come ultimo obiettivo solo il pieno riconoscimento di un completo sbaglio in tutto e per tutto e a partire dai tempi primordiali, un ri-capovolgimento di tutti i valori, la volontà di ricostruire l’antica base di relazioni, di società e di sviluppo della civiltà che potrà allora avviarsi.
Su tutto ciò che l’umanità ha conquistato nel corso del suo lungo cammino — quando verrà inghiottita nell’immane lotta — ci faremo una croce sopra. La più alta realizzazione del pensiero fino ad oggi sarà stata, da tre millenni a questa parte, soltanto la consapevolezza che tutto, assolutamente tutto non è stato che errore, deviazione, crimine, e che l’atto supremo e redentore sarà l’annientamento di ogni cosa e di questa evoluzione ad opera di coloro che ci saranno (5).
Ma noi, la cui vita non può avere altro senso che quello di lottare fino alla fine contro ciò che fa parte del nostro tempo, abbiamo il diritto di dire che questo senso della nostra vita, diverso da ogni altro, ci appartiene e lo reclamiamo.

1 L’età dell’oro, che «...senza giustizieri né leggi, spontaneamente onorava lealtà e rettitudine».
2 Per meglio comprendere il testo della Genesi, bisogna prima fare la seguente osservazione: tra le diie varianti della creazione della donna, la seconda — la storia della costola! —, anche senza la dimostrazione filologica dell’esegesi, non foss’altro che per il contenuto, lo spirito dell’episodio e la contraddizione con la prima versione, sembrerebbe inserita a posteriori come un corpo estraneo. La lasciamo quindi da parte. Per quanto riguarda la creazione della donna terremo conto solo di queste parole: «...Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò...».
3 II potere sovraindividuale, sostenuto dall’insieme della società saldato in una unità dalla comprensione universale, ci appare nel colossale simbolo della torre di Babele.
L idea comunista del simbolismo del paradiso
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4 II giudizio negativo portato sull’agricoltura non è frutto di una chiara interpretazione nella letteratura di una casta nobile di origine beduina. Ma non è molto appagante cercare di spiegare la parola di questo pensatore unicamente con un orgoglio da aristocratico.
5 Sembra che abbiamo la possibilità di ricostruire l’ambiente culturale e storico che presiedette probabilmente alla nascita del pensiero della Genesi. Forse il pensatore della Genesi era immerso nella lotta che contrappose il monoteismo autoritario e teocratico dei profeti al culto di Astarte e che determinò il destino dell’antico Israele e la sua zona d’influenza alla fine illimitata. Bisogna ritenere che il culto di Astarte riassumesse in quel periodo tutto ciò che poteva restare della libertà e della dignità femminile. L’orgia come atto di culto perpetuava il giudizio positivo della libera società matriarcale sul fattore sessuale in sé, e l’investitura liturgica delle donne testimoniava che sussisteva ancora lo spirito della grandezza femminile. Per sconfiggere il culto di Astarte, i profeti istituirono il monopolio religioso degli uomini nella liturgia giudaica, che fu all’origine del disprezzo per la donna nel pensiero giudaico e nelle religioni cristiane e musulmane poi derivate. Le concezioni del giudaismo delle origini si sono alleate aH’ellenismo in una direzione comune, il primo terrore bianco diretto contro la libertà delle donne.
Nella lotta dei culti antichi contro i profeti, la prima e più violenta mobilitazione della volontà di potere nella religione, dove gli eroi della civiltà dell’antico Israele trovarono la propria sconfitta, il poeta delle Genesi percepì l’ultimo lampo della lotta dell’umanità, la fine della grande battaglia per l’antico ideale del matriarcato. Egli vide, nell’esito diventato ineluttabile, l’inizio di un lungo periodo di dominazione dell’autorità patriarcale e la nascita di una civiltà formata su questa base che avrebbe prevalso per secoli e secoli, e si immaginò oltre i millenni la maturazione interiore dell’umanità sotto una crescente oppressione, fino all’inevitabile svolta, la ripresa di quella stessa lotta che vedeva allora svolgersi sotto i suoi occhi.
La situazione degli intellettuali
(Orientierung der Geistigen, articolo pubblicato sulla rivista Sowjet, 5,1919)

Il presentimento oscuro e opprimente è incommensurabile ed universale, in compenso è incomparabilmente limitata, fino al soffocamento, la chiara comprensione delle cause originali e del compimento del grande evento futuro. Il più bel fenomeno nuovo, fiorito negli ambienti dei gruppi estremisti rivoluzionari, esperienza ormai indelebile della forte unità e dell’ineluttabile fratellanza delle armi tra proletari e intellettuali, è anche il primo segnale di profonda consapevolezza delle cause perenne-mente umane della rivoluzione. Laddove si trovino oggi degli intellettuali rimasti ancora in disparte, si potrà constatare che l’unica aspirazione rivoluzionaria che conoscono è economica. In pratica qualsiasi riferimento all’universo e alla vita che ingloba l’orizzonte della vera prospettiva comunista — di cui, a dire il vero, non hanno alcuna occasione di misurare la ricchezza — è suscettibile di apportare un cambiamento.
La caratteristica contrapposizione tra il rivoluzionario e il conservatore è più gravida di conseguenze e separa di più della razza, del sesso, della cultura o della classe.
Il principio elementare della psiche umana — le cui differenze individuali quantitative, le realizzazioni e gli insuccessi, dividono e ripartiscono gli uomini in queste categorie —, quel principio determinante di natura e di valore intesi nel senso più nobile è la capacità di resistenza dell’individuo, in particolare dell’individuo nel suo sviluppo, alle suggestioni esterne, ai sentimenti, alle norme e ai giudizi di valori che gli sono imposti. E la capacità di autoconservazione della natura umana innata che tiene alla propria individualità come al piacere e all’impulsiva accettazione di quanto c’è di individuale in chi la circonda, al proprio essere e all amore illimitati, e che oppone resistenza allo stupro e alla seduzione, all’eterna forzatura e al circolo vizioso dell adeguamento agli altri... L’umanità per eccellenza è la preservazione di questa forza d’amore rivoluzionario e originale nella formidabile lotta contro l’ambiente, lotta che comincia nella fredda solitudine dell’infanzia in seno alla famiglia autoritaria, per poi elevarsi fino alla lotta di colui che è e vive contro la paurosa violenza del meccanismo — il meccanismo come principio fondamentale di ogni ordinamento, qual è oggi, dello Stato, della legge e dell’autorità, del diritto penale e del diritto civile, del matrimonio e della prostituzione, del capitale...
A seconda che questa forza di resistere alla costrizione e alla seduzione dell’adeguamento sia sufficiente e si mantenga o meno all’interno dell’individuo, questi evolve verso l’uno o l’altro tipo: il rivoluzionario o il conservatore — o, meglio, l’adattato. E questi due generi di individui non hanno nulla in comune sulla terra fuorché la profonda intima certezza che a ciascuno di loro è concesso di vivere e prosperare solo in condizioni che costituiscono il soffocamento dell’altro.
Lo sviluppo libero e senza ostacoli dell’essere umano, dell’amore e dell’ingegno, presuppone un ordinamento del mondo che risulterebbe complessivamente mortale per chi si fosse adattato all’ordine finora dominante e in ogni caso micidiale per 1’umanità, l’amore e l’ingegno... È per questo che ci si mente sistematicamente quando si finisce col parlare di transizione progressiva, di compensazione, di misura e di raffronto — tutto ciò che postula come esistente o solo eventualmente possibile, foss’anche un solo ed unico interesse comune tra il rivoluzionario e l’adattato, non è che menzogna.
Tutto ciò che una politica di mediazione può ottenere è un compromesso su interessi meramente economici — con il perenne mantenimento dell’insufficienza, persino in quel campo, e la rinuncia definitiva ai valori vitali, a parte quello del quantitativo puro e semplice... È su questa base che le rivoluzioni si perdono in trattative tra partiti dietro cui non c’è alcuna differenza fra uomo e uomo: trattative tra individui che si collocano diversamente, senza condizioni preliminari, ma di differenti tipi psichici con le loro differenti esigenze di fronte all’essere.
Mai fino ad ora un partito in lizza si è dato un nome più segnato dall’espressione di un tipo psichico e ha caratterizzato più adeguatamente il fattore psicologico comune a tutte le sue personalità creatrici, di quello del «partito di chi esige il meglio» — in altre parole, di chi non ha compromessi.
In ogni individuo che abbia l’intima vocazione al comunismo si muove un pensiero primordiale, vivo e prossimo all’origine più primitiva, trasmesso dall’infanzia dell’umanità col miglior sangue: egli conosce intuitivamente la differenza fra uomo e uomo, ha la consapevolezza innata che si può essere perennemente stranieri, o anche dappertutto a casa propria; da una parte perso, dall’altra integrato alla vita dall’elemento dominante la profondità del suo animo, ovvero l’istinto rivoluzionario dell’umanità, che fa sì che ogni individuo di tal fatta sia destinato a servire la vita grandiosa e senza limiti, che suscita una distanza riflessiva tra sé e chi si è adattato, rifiutando di adeguarsi a ciò che è inferiore, al potere, all’assoggettamento, alla proprietà, all’abitudine, alla tradizione, alla morale.
Ecco perché — e non c’è nulla che odiamo maggiormente dal più profondo del nostro essere — nessuna politica organizzata ci appare più corruttrice e pericolosa di quella attuale del compromesso, di questo socialismo realista delle masse troppo numerose che ha cercato di stabilire per il proletariato e per la borghesia una base di adattamento comune — comune a ciò che c’è stato finora, in cambio di possibilità materiali di sopravvivenza, una maniera di portare con sé l’essenziale del vecchio ordinamento sociale: ancora sussistono le idee capitaliste, poco meno estese, e la realizzazione in tutto e per tutto di masse medie, fondata come nel passato sull’ovvietà del potere e del dominio tra tutti; e attorno ad ogni individuo una infinita solitudine.
La dittatura del proletariato che è l’avvenire dell’umanità ci salverà da questa democrazia degli «ultimi uomini» che Nietzsche ha profeticamente predetto.
L’obiettivo finale di ogni comunismo è uno stato in cui nessuno possa ottenere il dominio politico, sociale, economico, autoritario, su di un altro. Sappiamo bene che non può esistere un ordinamento che garantisca per esempio che solo qualcuno con una mente qualitativamente superiore possa esercitare un potere su chi appartiene a un’organizzazione inferiore; e se mai si potesse fissare un simile ordinamento, potrebbe corrompere soltanto degli animi nobili... Solo la totale impossibilità di qualsivoglia potere di qualsiasi individuo su un altro può garantire che mai un essere, in cui sussista e viva lo spirito libero e creatore delle origini, dovrà piegarsi a elementi di second’ordine.
Vogliamo dare il potere a chi è impotente, ai Consigli dei poveri, perché il potere ritorni senza macchia il sentimento collettivo della vita degli uni con gli altri e la proprietà impersonale del corpo sociale impersonale.
Finché un giorno, manifestando una comprensione infinita gli uni degli altri e una gioia di vivere insieme, gli uomini ricominceranno ad innalzare una torre verso il cielo.
Allora solo questo edificio potrà portare il nome di civiltà...
Sul parlamentarismo
(Zum Problemi Parlamentarismus, articolo pubblicato sulla rivista Die Erde, vol. 1, 22/23,1919)

Ci troviamo oggi in questo paese di fronte a un enorme problema psicologico che di fatto costituisce un interrogativo sulla profonda natura e i retroterra del fallimento della rivoluzione in Germania.
Dallo sconfortante materiale spicca in particolare un dettaglio che si impone ai nostri occhi nelle forme e con le sembianze più diverse: l’indubbia crescente tendenza a un ritorno alla legalità che si manifesta essenzialmente, almeno in superficie, col rinnovato interesse verso un problema che era considerato fino a questo momento superato, e che riprende ad essere posto, quello della posizione del rivoluzionario in rapporto al parlamentarismo.
Per di più l’elemento caratteristico che più spesso notiamo non è la prospettiva di una eventuale partecipazione al parlamentarismo — che per i rivoluzionari potrebbe essere un modo per rimettersi apertamente in questione —, ma la sua evocazione per ragioni tattiche.
Ciò dimostra prima di tutto che si tralascia completamente il problema nella sua dimensione di principio e in quella psicologica, oltre a tradire un comportamento ingenuo e ipocrita davanti alla critica della propria coscienza, una mancanza di volontà e una incapacità di assumersi le responsabilità delle proprie posizioni e delle proprie azioni.
Sembra che le epoche delle grandi maree rivoluzionarie, tramite la suggestione di massa e l’effetto situazionale, soggioghino gli elementi di second’ordine e li trascinino nei loro grandi eventi, dissimulando e sommergendo la mediocrità borghese delle folle che ridiventa visibile non appena il flusso ridiscende. Gli esseri di questa specie, che restano dopo il maremoto rivoluzionario, si raggruppano incondizionatamente attorno a un compromesso dal momento che è stata loro concessa una possibilità; e far emergere la possibilità di un compromesso nel vuoto totale lasciato dall’ondata rivoluzionaria ritiratasi senza conseguenza, è la prova della determinante destrezza della reazione. Per il momento il tema del compromesso proposto si basa sui concetti di «democrazia» e del suo esponente, il principio del parlamentarismo.
Perciò si può ben affermare che porre chiaramente il problema della posizione di principio sulla collaborazione al sistema parlamentare corrisponda ad un onesto interrogativo sull’individuo in questione e sull’autenticità della sua vocazione rivoluzionaria. L’accettazione di principio del regime parlamentare costituisce la sincera confessione di un indelebile animo intimamente borghese.
Il gioco che consiste nel considerare il problema del parlamentarismo come un problema di tattica, accettazione di un nuovo compromesso e di una rinnovata menzogna nei propri confronti, è un velo posto su questa scoperta, sia in relazione a se stessi che in relazione agli altri; comporta il rischio di una pericolosa illusione dell’individuo sulla propria natura e della comunità sul senso politico e psicologico, quello più profondo, dei grandi princìpi.
In verità, il comportamento adottato sulla questione parlamentare è decisivo anche per il più ampio problema di principio della politica in generale, cioè il problema della democrazia.
Il parlamentarismo è la sola reale incarnazione del pensiero democratico di fondo, il puro regno del numero maggiore. Che all’interno di qualsiasi istituzione democratica parlamentare di fatto ci sia sempre l’influenza di una minoranza dominante, non è la principale obiezione rivoluzionaria: è per una necessità interiore, e istintivamente, che l’animo rivoluzionario si rivolta persino contro una realizzazione dell’idea parlamentare perfettamente compiuta e libera dal dominio di una minoranza influente. In ciò c’è l’opposizione flagrante e la lotta incessante tra l’animo rivoluzionario e quello democratico.
La posizione assunta da ogni individuo in questa lotta è da lui predeterminata, in un senso o nell’altro, come suo orientamento specifico, ed è fissata profondamente nella sua natura rispetto al principio basilare dominante della democrazia: il principio maggioritario.
La pura regola della maggioranza numerica — e nell’attività politica solo gli obiettivi di principio, non gli effetti delle insufficienze del sistema, determinano le scelte in funzione delle categorie psicologiche! — impone di sottomettere ad essa l’intervento di ogni cambiamento. Sia che si tratti di riforme assolutamente urgenti o di modifiche a lungo termine per un avvenire lontano, comprese solo da una minoranza di contemporanei, sia che si tratti di piccole cose, dalle più banali alle più essenziali, prodotte dall’intelligenza di individui isolati che lavorano per il bene comune, bisognerà soprassedere sulla loro attuazione fino a quando, in conformità col ritmo di assimilazione e comprensione della collettività, si riterrà, in un preciso momento, che una maggioranza di persone abbia infine raggiunto il grado di «maturità» necessario al cambiamento auspicato. Sarebbe la dimostrazione che si ha a cuore il principio di progresso.
La democrazia quindi è tutt’uno con il programma politico della fede ottimistica nel progresso e si intende con esso per postulare come realtà manifesta una evoluzione costante e progressista della mente umana e fare affidamento sul numero maggiore per lasciargli assumere la responsabilità di ogni grande avvenimento.
Laddove si generino effettivamente delle attitudini e una volontà inclini a un nuovo ordine, non c’è bisogno di rivoluzione. Ma l’attitudine che consiste nel pensare che questo debba essere il risultato di una evoluzione, e di conseguenza nell’essere attendisti, non può che derivare da un orientamento della mente: qualora non fosse il desiderio che la maggior parte delle cose restino invariate, sarebbe la più elementare incapacità di assumersi delle responsabilità.
La rivoluzione è lotta per il potere di una idea. Il tentativo di far dominare un principio, che in partenza è vivo solo per una minoranza, offre ai membri di questa minoranza una immagine interiore molto netta che si proietta nella realtà.
Le idee per cui si fanno le rivoluzioni in se stesse sono concepite solo da individui isolati e di loro iniziativa. Non possono essere accettate e integrate nel proprio pensiero che da una ristretta cerchia, e vengono trasmesse alla massa tramite il suggestivo dominio intellettuale e la forza di volontà della collettività, e non sono assimilabili che per embricazione con la propria realtà produttiva; ai potenti di questo mondo, ai privilegiati di ogni tipo vengono imposte con la lotta di «esistenza contro esistenza».
La politica rivoluzionaria è esente da una fede in un progresso interiore ineluttabile e determinato: sa bene fino a che punto ogni progresso sia legato a ciò che è esteriore e superficiale, all’aspetto materiale, nell’ordinamento sociale esistente. Essa si basa sulla fiducia nella più elementare facoltà umana per quanto primitiva: una generale facoltà di concepire l’umanità necessariamente condivisa come un valore supremo — o perlomeno come un mezzo per ottenere qualche vantaggio.
E 1’esistenza interiore e la definizione del rivoluzionario, consapevole che la propria solitudine insulare sia, fra i suoi nemici come fra i suoi compagni, la solitudine di chi è portatore di una missione per l’avvenire, d’essere l’unico detentore del segreto rivoluzionario della liberazione, se esistesse, e di farsi carico da solo dello sconvolgimento di tutto ciò che è, se fosse possibile, la lotta e la violenza scatenate forse contro un mondo intero.
«Così parlò Dio: tuo figlio, che verrà dopo di te, costruirà il mio tempio; non sarai tu a costruire il mio tempio, perché tu sei un guerriero».
Rivolta e morale nell’inconscio
(Protest und Moral im Unbewubten, articolo pubblicato sulla rivista Die Erde, vol. 1, 24,1919)

«Se qualcuno ucciderà Caino, egli sarà vendicato sette volte», dice la Bibbia. Questa frase può significare una sola cosa: la vita di Caino vale quella di sette uomini. E questo a causa del suo atto, anche se d’altra parte si insiste sul carattere puramente distruttivo di quel crimine nella sua motivazione cosciente assurda e primitiva che non costituisce una giustificazione neppure agli occhi del suo autore. Giacché quell’atto rappresenta la nascita della protesta rivoluzionaria. In un mondo privo di valori, il solo ed unico bene non era, come nella tradizione greca, l’eterna speranza bensì l’eterna insoddisfazione. E dietro l’atto criminale apparentemente assurdo, scaturito con misteriosa spontaneità dall’oscurità dell’inconscio, appare come la più profonda realtà, l’elemento di eternità del bene indistruttibile a cui l’uomo non può rinunciare.
La psicologia dell’inconscio ci fa scoprire oggi il campo dei valori nascosti, inscritti nelle attitudini innate e rimossi dal livello della coscienza con la pressione interiore dell’educazione e di tutte le suggestioni delle autorità esterne, che ormai vengono metodicamente riportate alla coscienza e consentono di contrapporre all’effetto delle norme in vigore l’immagine originale dell’uomo con le sue reali possibilità, i suoi valori innati e le sue prime determinazioni che si ristabiliscono attraverso le proprie attitudini. La psicologia dell’inconscio ci fornisce così una prima base per porre il problema del valore dei valori — problema di partenza del pensiero rivoluzionario. L’esigenza rivoluzionaria, come risultante dalla psicologia dell’inconscio, diventa assoluta non appena si accerta che la repressione dei valori inscritti nelle attitudini innate costituisce il sacrificio delle più alte possibilità umane.
E per questo che la scuola psicanalitica e il suo grande innovatore Sigmund Freud si sono fermati davanti a questa evidenza. Nessuno può con la propria forza, avanzando da solo sulle vie inesplorate della conoscenza, superare le barriere innalzate attorno a un principio indissolubilmente legato a quella che abitualmente considera la sua personalità. La psicanalisi classica ha tracciato il suo confine molto accuratamente davanti alle scoperte che potrebbero mettere in causa ogni autorità tradizionale e scuotere le fondamenta dell’esistenza di chi si sente stabilmente al sicuro nell’ordine stabilito. Il suo immenso lavoro di scoperta si chiude sulla rivelazione di uno strato che recupera nell’inconscio gli elementi psichici più profondamente rimossi e i valori individuali innati, strato il cui contenuto rivela all’analisi empirica una generale perversità degli istinti e dei sentimenti. Questo spiacevole aspetto delle motivazioni dell’inconscio sembrava dar ragione al principio di autorità esistente, alla repressione dell’elemento individuale, alle norme in vigore, ed è per questo che l’ambizione psicoterapeutica della psicanalisi classica ha potuto limitarsi a rendere cosciente l’aspetto negativo delle pulsioni scoperte, a contenerle o a rettificarle in funzione delle norme dominanti del subconscio...
Ma noi, da parte nostra, sosteniamo che una psicologia dell’inconscio condotta in modo conseguente fino in fondo condurrebbe alla fine della sua ricerca alla conclusione opposta: pensiamo che le spaventose deformazioni e repressioni della vita pulsionale e sentimentale che, accumulate dietro le barriere della coscienza, esercitano un effetto devastante su ogni processo psichico, costituiscano gli smarrimenti e gli ultimi sussulti di disperazione di una interiorità già spezzata e separata da se stessa dalle costrizioni e dalle seduzioni esterne, il cui stato deriva già dalla rimozione delle forze che orientano la personalità individuale e i valori innati. Riteniamo che ogni lacerazione interna recuperi l’inconciliabilità delle motivazioni innate proprie dell’individuo e le motivazioni estranee che gli sono suggerite dall’esterno.
Sarebbe assurdo non rilevare già nell’adeguamento delle attitudini innate, in loro stesse, l’armonia e le condizioni necessarie a un funzionamento armonioso. Riteniamo che le pulsioni innate si siano adattate, non soltanto nel senso di un adeguamento individuale, ma anche sociale. La predisposizione sovranamente sociale ed etica che il metodo della psicologia del-l’inconscio ci ha consentito di liberare dalla rimozione, ci era già nota grazie alle scoperte di P. Kropotkin. È l’istinto del «mutuo appoggio» che Kropotkin ha dimostrato attraverso un’analisi di biologia comparata, che ha usato per stabilire le prime basi di un’etica effettiva come disciplina normativa oltre che fondata sulla genetica.
Oggi, sfruttando tecnicamente la nostra nuova ipotesi di una tendenza rimossa, perveniamo agli elementi di valore della natura stessa, alle motivazioni rimosse più profondamente, cioè ad una particolare forma di lavoro psicanalitico. Finora l’indistruttibilità dei sintomi nevrotici elementari, o più esattamente l’impossibilità di rinunciarvi, è stata sempre spiegata col fatto che ogni sintomo isolato, fruttuoso, orribile o grottesco, rimandava ad una iniziale motivazione più profonda che faceva comunque parte del bene e da cui il soggetto non poteva perciò separarsi. Soltanto svincolando questa motivazione dalle sue associazioni fìsse e permettendole di funzionare in modo autonomo nel libero uso della coscienza, si farà sparire il sintomo isolato attraverso cui la motivazione si era espressa fino a quel momento penosamente in forma sfigurata, deviata e paradossale. Così l’attitudine masochista di tante donne scomparirà con la presa di coscienza di un desiderio di maternità rimosso e il rigido isolamento nichilista con la liberazione da una forma di rifiuto di origine morale. Innumerevoli casi di sabotaggio patologico su se stessi e sugli altri si risolvono con la liberazione dell’istinto della protesta rivoluzionaria; e nel contempo con la proiezione morale e situazionale dell’istinto, che vuole proteggere la propria natura psichica, e con quella dell’istinto del mutuo appoggio.
Il metodo della psicologia dell’inconscio ci permette di liberare una ridda praticamente infinita di forze psichiche positive — e questa possibilità non era ancora stata concessa agli uomini. Possiamo quindi prepararci con una nuova speranza e un nuovo sentimento del nostro dovere alla crisi che dovremo attraversare e che, al medesimo stadio di maturità e di sviluppo, fino a questo momento ha trascinato tutte le civiltà alla catastrofe.
A un certo stadio della sua evoluzione ogni civiltà ha ormai di fronte a sé solo due soluzioni, il declino o la metamorfosi: mi riferisco allo stadio di piena maturità della civiltà urbana. La sovranità della città nell’ambito della civiltà si basa su un certo numero di condizioni. La vita civilizzata è il superamento del lungo periodo nel corso del quale la terra ha determinato per l’uomo le unità elementari del lavoro e in questo quadro la forma di base della vita collettiva: l’unione economica uomo-donna-figli e il matrimonio patriarcale come raggruppamenti di base adattati specificamente all’economia agraria.
Il passaggio alla vita urbana mette fine all’infeudamento dell’esistenza e all’adattamento di tutti gli elementi determinanti alla terra e all’agricoltura. La liberazione dalle catene della gleba segna una rinascita di vitalità espansiva — preesistente all’infeudamento della gleba.
Questa rinascita della vita interiore che ribolle mobilita un numero mostruoso di forze creatrici e nel contempo fa di queste epoche, che si approssimano a una scelta decisiva, i periodi più rilevanti di esplosione di innovazioni disordinate.
È sempre a questo punto, in ogni civiltà, senza eccezioni, che si determina la catastrofe per la morale sessuale. L’ineluttabile processo di disgregazione morale svela il carattere compieta-mente superato dell’istituzione. Ancora difendibile nella fase del dominio dell’agricoltura, in quanto forma di organizzazione dell’economia contadina, essa — dal momento in cui l’uomo si allontana dalla terra — ritorna ad essere estranea all’uomo dell’epoca moderna come lo era all’uomo dei tempi più antichi.
Separata dalla terra, la famiglia patriarcale perde il valore economico di un relativo adattamento — la sola cosa che fino ad allora faceva respingere l’intollerabilità di quel legame costrittivo — e diventa per l’individuo un peso soffocante, anche economicamente; ormai presenta solo una qualità, il mantenimento dell’imperativo del sostentamento materiale di ogni bambino. La ribellione dell’individuo contro una pressione diventata assurda che non fa altro che ostacolarlo e deformarlo può essere soffocata solo a prezzo di conflitti sempre più forti. E la dissonanza diventa sempre più ampia tra la nuova interiorità e la tradizione che non si basa ormai su niente. Gli sforzi di sovracomprensione che si manifestano in questi periodi sotto il nome di «moralismo» sono, beninteso, dei vani tentativi sia di completare o sostituire le giustificazioni divenute insufficienti delle vecchie norme, cosa senza speranza, sia di ristabilire l’antico potere con una propaganda inevitabilmente vacua. Ma il peso che fa gravare sulla vita personale e in qualche caso gli attacchi ancora più profondi ai quali mira sistematicamente il moralismo, accrescono vieppiù lo sviluppo e l’importanza del fenomeno antagonista incomparabilmente più importante e determinante in questi periodi: l’immoralismo di fondo. L’immoralismo è un’espressione dello smarrimento interiore, latente e profondo di queste epoche critiche, che costituisce la ripercussione di una confusione tra la morale esistente, di per sé abbastanza relativa e per di più ormai interamente superata, e la concezione e la possibilità di valori e di norme morali in quanto tali. C’è alla base dell’immoralismo, così come alla base del moralismo, una misconoscenza del segno dei tempi. In quanto la «degenerazione» dei costumi rappresenta la necessità di una nuova norma al posto della vecchia.
È così che si arriva alla fase che dobbiamo attraversare — quella stessa fase che ha sempre comportato, per tutte le civiltà, la crisi e la catastrofe. Tuttavia mai finora è stata data la giusta collocazione all’esigenza decisiva del momento: la necessità di creare in maniera produttiva e di realizzare qualcosa di assolutamente nuovo, una nuova istituzione, nuovi valori, questa volta più vicini all’interiorità umana, prr trovare una soluzione nuova a quello che resta sempre il principale problema: il mezzo per garantire alla donna la possibilità economica di assumersi la funzione materna. È l’unico autentico contenuto sociale e morale della questione — il primo e più grande di tutti i problemi sociali. Se, in questa epoca decisiva, si riuscirà a porlo in maniera finalmente cosciente e illuminata, il postulato della risposta verrà da sé: la copertura economica della funzione materna deve essere assicurata dall’impegno della società nel sostentamento dei bambini. Così sarà confermata la legge secondo cui tutte le grandi innovazioni sono una riconquista delle forme iniziali su di un piano e in un ordine superiori. L’abbandono della terra riporta le forme di esperienza e le aspirazioni, l’apprendimento interiore del mondo, dei propri simili e del proprio io, le esigenze nei confronti della società e delle sue forze portanti, delle istituzioni e dei valori, alla libertà dei tempi originari, ma ad un livello superiore di discernimento grazie alla sofferenza costantemente patita e alla forza decuplicata della protesta rivoluzionaria.
E così che l’epoca stessa produce le incommensurabili forze interiori che, in forma di ingegno e distruttività, di nostalgia e furore, spingono caoticamente l’evoluzione verso la metamorfosi o verso il declino. La maggior parte di queste forze si isterilisce nel conflitto interiore con le norme in vigore e si accumula nell’inconscio; conoscendo oggi cosa contiene questo campo del rimosso, i perenni valori innati così come le forze di rinascita del periodo di transizione, possiamo sfruttarli per un determinato scopo. Ciò costituisce in ogni tempo una speranza e un dovere, e finalmente l’abbiamo colto: questo compito impone uno sforzo infinito ed un lavoro di dettaglio che deve essere fatto con amore. Bisogna soprattutto riservargli un posto sovrano nell’insegnamento e nell’educazione per trovare la strada dell’interiorità individuale. Ed è un compito che deve essere eseguito dovunque e senza restrizioni, di cui dobbiamo assumerci tutte le conseguenze, con piena consapevolezza della contrapposizione assoluta e irrimediabile con tutto ciò — autorità e istituzione, potere e morale — che ostacola la realizzazione dell’umanità.
Lavori preliminari: sull’insegnamento
(Zur neuerlichen Vorarbeit: Vom Unterricht, articolo pubblicato sulla rivista Das Forum, Voi. 4, 4, 1920)

Voi frugate nelle ceneri con le vostre dita livide, tremanti, nervose, avide: ritroverete un’apparenza?!
Stefan George

I
Gli ultimi valori che abbiamo salvato dal crollo della rivoluzione sono isolati tentativi di lavori preparatori ad una nuova rivoluzione, avviata su basi più profonde e più interiormente radicata. Si fondano su un’idea di educazione in vista di una cultura rivoluzionaria e di un insegnamento di quelle correnti ideologiche importanti per la formazione e la personalità del rivoluzionario al servizio del movimento. In altre parole: insegnamento rivolto agli adolescenti e scuole di agitatori.
I problemi che si pongono in questo contesto riuniscono le questioni della rivoluzione interiore in senso generale e della formazione e dell’insegnamento in un nuovo contesto che, essenzialmente, è ancora da creare.
Supponiamo che sia già acquisita la rivendicazione di una base tecnica del nuovo insegnamento — come pare esista in Russia nella maggior parte del paese. Resta da sapere se, su questa sola base, si possa già concepire un insegnamento che soddisfi tutte le esigenze d’armonia, di ricchezza di contenuto e di approfondimento interiore alle quali non si può rinunciare.
Per cominciare, bisogna immediatamente fornire alle persone adatte i mezzi e la possibilità per far comprendere al popolo la natura, il significato e l’ineluttabile imperativo della rivoluzione. Il compito di questi essenziali organi del lavoro preliminare richiede una profonda intelligenza e la capacità di attivare tutte quelle motivazioni ritenute efficaci per risvegliare nelle masse, nei raggruppamenti e negli individui il desiderio di ribaltare ciò che esiste.
L’altra parte del nostro compito sarà di far scoprire alla gioventù nel suo insieme i medesimi elementi — in quanto elementi nascosti dell’interiorità — e di consentire così ad ogni individuo della nuova generazione, ogni volta che scoprirà in sé questa forza rivoluzionaria originale, di sprigionare la propria umanità e le proprie possibilità.
Per soddisfare queste indispensabili esigenze, bisogna ricorrere a un insegnamento radicalmente nuovo il cui programma e la materia trasformino la base e i metodi di fondo dell’educazione.
Per comprendere il significato e la necessità della rivoluzione e della miriade dei suoi aspetti radicati in ogni elemento della vita, occorre anche una nuova conoscenza dell’uomo quale è realmente: la comparazione dell’uomo, delle sue reali disposizioni, delle sue capacità innate, dei suoi valori, delle sue attitudini e di quello che si aspetta veramente dalla vita, con tutto ciò a cui è stato ridotto dalle condizioni dell’attuale organizzazione sociale. Basterà questa semplice consapevolezza della propria natura e del proprio essere, interdetti, rinnegati, da lui stesso dimenticati, per riunire tutte le forze della rivolta sostenute e mantenute nel loro ardore dalla volontà incoercibile d’essere se stesso che prova l’uomo che si conosce.
Per questo credo che ogni insegnamento rivoluzionario e, nel futuro della civiltà, ogni insegnamento in genere, si fonderà su una dualità dei princìpi di base. Il primo, l’abbiamo posto come acquisito: è il fattore d’insegnamento delle tecniche d’organizzazione del lavoro che consente la padronanza delle cose e l’utilizzo di questa forza. L’altro è orientato verso l’interno, verso lo sfruttamento dell’approfondimento interiore a vantaggio degli obiettivi più nobili della civiltà e della libertà dei rapporti — e mostra la perdita che ogni uomo, dovunque si trovi e qualunque sia la sua classe di appartenenza, subisce per via dell’organizzazione autoritaria della società: l’annientamento della sua aspirazione ad essere se stesso e alla libertà di relazionarsi con gli altri.
Per preparare questo indispensabile cambiamento nel campo dell’insegnamento, attualmente sta avvenendo, con l’intermediazione della psicologia moderna dell’inconscio, una trasformazione di tutte le scienze umane in genere.
Se si perseguisse logicamente e senza compromessi la riconquista attraverso i metodi di psicologia moderna di quella parte della vita psichica divenuta incosciente e rimossa sotto la pressione esterna dominante, si arriverebbe a ristabilire l’umanità nella sua purezza liberando l’uomo dagli effetti della suggestione, della seduzione e della costrizione che lo deformano, lo modificano e lo limitano; essa indurrebbe inoltre a combattere l’adattamento in genere e quindi anche il principio di autorità in tutte le sue forme, o almeno in tutte le forme che attualmente conosciamo, all’intemo della famiglia, nei rapporti tra uomo a uomo come nei rapporti con lo Stato, il Capitale e le istituzioni.
La conoscenza di sé in questo nuovo senso, con l’apertura della personalità a tutte le sue forze naturali perdute e alla sua libertà perduta, mostra bene a ciascuno la straordinaria posta in gioco di questo conflitto tra l’aspirazione dell’umanità a vivere e la costrizione inibitrice dell’ordine stabilito. Essa educa l’individuo a fare su di sé l’esperienza dell’immane perdita che ha subito in seguito al suo adattamento all’autorità e gli mostra l’interesse che rappresenta per lui l’avvento della rivoluzione.
E contemporanamente insegna che i fattori incomprensibili e fautori di disturbi nella psiche umana, gli aspetti disfunzionali in genere in tutte le esperienze e le attività, scaturiscono dal conflitto interno che deriva dall’incompatibilità tra l’essere e la volontà propri e gli imperativi esterni imposti da una pressione autoritaria. Invita a ricondurre tutto ciò che nell’interiorità individuale è contrario alla libertà a un’organizzazione sociale contraria alla libertà e, attraverso la ricerca di correlazioni dello stesso tipo, giunge ad eliminare le forze oscure della psiche il cui effetto impercettibile ma costante fa perdere i più nobili valori di una vittoria rivoluzionaria, ovvero la gioia della libertà e la fine di ogni esercizio del potere.
È solo nella speranza che la nuova conoscenza di sé faccia scoprire a ciascuno nel suo profondo il diritto alla rivoluzione e che il compito di rivoluzionario gli faccia sentire il dovere di prepararsi e costituisca per lui la base della nuova cultura e il suo sommo obiettivo, che si può conservare la fiducia nel rinnovamento e la nuova garanzia della rivoluzione. La nostra residua speranza nell’umanità fa affidamento su di essa.
La psicologia dell’inconscio in quanto centro della nuova vita intellettuale, oltre che complemento e contropartita della formazione tecnica e pratica, sembra dunque destinata a rappresentare un fattore sovrano dell’educazione e una materia dominante dell’insegnamento. Così come la formazione tecnica e fisica al lavoro insegnerà a conoscere la natura e a padroneggiare le proprie energie, la nuova psicologia dell’inconscio, la nuova mentalità, farà sbocciare l’idea della rivoluzione e una nuova civiltà di libertà.
II
Il metodo «psicanalitico» di Sigmund Freud, la tecnica della psicologia moderna dell’inconscio, è la correzione sistematica dell’attuale debolezza del sistema della psiche nel trattare, integrare e riattivare quei contenuti intensamente affettivi che sono in contraddizione interna irriducibile, o apparentemente irriducibile, con altri importanti elementi della vita affettiva. La psiche umana oppone una resistenza elementare all’instaurazione di ogni conflitto nella sua interiorità, ma sotto la pressione dominante degli effetti conflittuali esterni la sua resistenza è insufficiente e conduce a un risultato pericolosamente inadeguato: l’esclusione dei contenuti conflittuali dell’unità coerente e chiusa della materia psichica interiormente conosciuta e sempre riducibile, ovvero la loro esclusione dall’ambito della coscienza e della memoria. Le motivazioni escluse — ed è questa la grande novità della scoperta — non sono con ciò escluse dalla psiche nel suo insieme, in quanto complesso di meccanismi d’interazione interiori, ma unicamente dall’ambito della coscienza, cioè dall’ambito degli effetti controllati e dominabili. Tutti i bisogni, i desideri e le aspirazioni, nella misura in cui si contrappongono alle motivazioni dominanti fissate nella coscienza, sono quindi rimossi in un ambito esterno alla totalità funzionale della psiche, ma vi restano con la stessa carica d’energia affettiva operativa, benché vi restino inosservati e incontrollati così da non avere effetti inadeguati e preoccupanti.
Le pulsioni escluse conservano la tendenza ad imporsi; l’energia affettiva segue senza farsi percepire le vie ben tracciate dalle associazioni e passa agli elementi di contenuto più prossimi; gli elementi repressi modificano il loro contenuto in superficie, riescono dal loro mondo nascosto in una forma irriconoscibile e s’immischiano di nuovo negli ingranaggi della vita psicotica cosciente.
Attraverso la formazione di associazioni apparentemente paradossali e di compromessi forzati con le linee direttrici della coscienza, ma comunque senza un reale legame con gli elementi organizzati della personalità e senza rapporto con quanto regola l’adattamento, gli elementi esclusi finiscono col farsi sentire come forze psichiche agenti. Si comprenderà facilmente come l’intervento permanente e latente di motivazioni interiori, per loro stessa natura in contraddizione con quelle della coscienza, possa solo causare i disturbi più dannosi, la lacerazione conflittuale dell’interiorità e la paralisi di ogni sua forza attiva con l’interdipendenza reciproca delle tendenze fondamentali contrapposte.
Il trattamento psicanalitico si basa su una tecnica di aggiramento delle forze d’ostruzionismo, cioè delle resistenze affettive che si contrappongono all’integrazione dei contrasti conflittuali, tramite la scappatoia delle vie associative più lontane, meno direttamente legate al blocco dello shock affettivo e che conducono lentamente i contenuti coscienti alla scoperta dei contenuti fino ad allora incoscienti. Così, attraverso la progressiva distensione dei blocchi affettivi di difesa, la materia esclusa fino a quel momento si apre una strada all’interno della coscienza. Viene quindi sottoposta ai meccanismi di controllo e di rettifica dell’insieme della personalità, e consegnata alla sua coscienza e alla sua volontà per risolvere le contraddizioni apparenti e procedere alla scelta che ristabilirà l’unità nei casi di reale incompatibilità. Il risultato ultimo e compiuto della conoscenza di sé tramite l’intermediazione della psicanalisi consiste dunque nel rendere l’individuo in grado di assumere da sé il controllo e la regolazione di tutte le energie presenti, riunite nella sua interiorità e attive, per formare una unità di funzionamento omogenea.
Le schiaccianti proporzioni di conflitti psichici e di aspirazioni paralizzate che risultano dalla pratica empirica della psicanalisi ci inducono a porci una questione che contiene in sé la risposta: è impossibile presupporre che occorra cercare nelle naturali attitudini dell’uomo le cause dell’orribile distruzione della sua psiche. Se questo assioma non ha potuto essere riconosciuto dai grandi della disciplina, né soprattutto dal geniale inventore del metodo, è unicamente a causa della rimozione delle estreme conseguenze rivoluzionarie che avrebbero dovuto trarne(2).
Infatti, le motivazioni più profonde dell’ineluttabile conflitto pandemico della psiche umana sono le seguenti — le enumeriamo qui prima di trattarle più a fondo in un prossimo numero:
1. La contraddizione tra le norme stabilite e le aspirazioni vitali della natura umana, aspirazioni reali e autenticamente «inalienabili», escluse dall’ambito della coscienza sotto l’effetto della rimozione, ma più o meno profondamente nascoste, e rimaste essenzialmente sconosciute.
2. La necessità imposta di un adattamento, di conseguenza contro-natura, attraverso l’assimilazione di motivazioni estranee alla propria interiorità, lo stupro di sé e la menzogna nei confronti di se stessi, fino a che l’elemento estraneo suggerito da altri, dall’esterno, non si distingua più soggettivamente in nulla dalle pulsioni e dalle convinzioni appartenenti alla propria natura.3
3. L’incredibile ricettività dell’infanzia all’imposizione di norme e valori esterni, risultante dall’immenso bisogno d’amore e di contatto del bambino che considera un imperativo assoluto l’opzione «sii solo o adattati, come gli altri», mentre una minaccia ineluttabile di inesorabile perdita fa sì che i più geniali, il cui bisogno infinito di relazionarsi forma con l’attaccamento indistruttibile alla propria natura innata una unità differenziale, restino alla mercé e consegnati al totale arbitrio delle personalità dominanti della borghesia, e attualmente di tutte le classi, proprio nel solo periodo della vita in cui l’uomo è completamente senza difesa: nell’infanzia.
Riassumendo:
4. L’organizzazione della società sulla base del diritto patriarcale, l’incapacità dell’umanità, con il sistema di potere che ora come ora è il suo, di pervenire infine al comuniSmo matriarcale.

1 Cfr. le fondamentali opere di S. Freud, A. Adler e W. Steckel; inoltre Die vaterlose Gesellschaft (“La società senza padre”) di Paul Federn e un articolo dell’autore, Tre studi sul conflitto interiore.
2 Cfr. il mio articolo nell’organo berlinese Aktion, del 14 maggio 1913.
La formazione intellettuale del rivoluzionario
(Zur funktionellen Geistesbildung des Revolutionärs, articolo pubblicato sul giornale Rätezeitung, supplemento, Berlino, 1919)

L’autore di questo articolo progetta di organizzare alla Freie Hochschulgemeinde für proletarische Kultur (Scuola superiore di cultura proletaria) dei corsi di «psicologia della rivoluzione» con un’introduzione alla psicologia dell’inconscio (psicologia psicanalitica).
Ci scontriamo attualmente con un problema da sempre legato agli ambiti dell’educazione, della formazione e della cultura: la questione del rinnovamento dell’insegnamento dopo la liberazione del proletariato. Mentre qui si tratta di una immagine lontana — che a volte ci sembra perfino una mera chimera — è in corso di realizzazione nel paese oggetto dei nostri sogni, dei nostri desideri e delle nostre speranze di liberazione, il paese la cui esistenza e gloria fanno convergere tutte le nostre energie nella lotta. Al momento costituisce un problema essenziale del lavoro di creazione in quella che oggi è la cultura viva della Russia.
Ciò che la geniale forza creatrice di Lunatscharski ha fatto scaturire dal nulla è radicalmente unico e inedito: il suo metodo di insegnamento tecnico — l’insegnamento tramite il lavoro — sembra aver risolto il problema di una trasmissione più naturale di un insieme di conoscenze.
Contemporaneamente a questa fondamentale ristrutturazione del contenuto dell’insegnamento e alla trasformazione dell’intera gerarchia degli istituti scolastici, si assiste a un’affluenza di allievi che mancano, nella stragrande maggioranza dei casi, di una preparazione intellettuale e della cultura generale anzitutto necessarie. Stiamo toccando un problema legato inevitabilmente all’integrazione dell’educazione nel nuovo ordine rivoluzionario. E questo ci induce a porci una questione di principio sul lavoro preliminare alla rivoluzione. Oltre alla trasmissione delle conoscenze, c’è il problema posto di recente della trasmissione di una cultura generale in condizioni nuove, riferita cioè a un gran numero di allievi, o singolarmente a ciascuno, in un breve lasso di tempo.
La «cultura» — diversamente dalla trasmissione di conoscenze — è l’acquisizione di conoscenze funzionali, il miglioramento del funzionamento delle strutture intellettuali nella comprensione e nell’espressione di modi di pensiero complessi e particolarmente astratti, ed è anche la capacità di tenere il pensiero oggettivo al riparo dagli interventi della affettività. Il rodaggio di tali funzioni, che va naturalmente di pari passo con l’acquisizione del complesso di conoscenze, ma non si confonde con l’apprendimento di quegli stessi contenuti, mette in rilievo delle capacità d’oggettività produttiva, un interesse per le cose e per le idee in se stesse e per il valore che rivestono — un’apertura alla comprensione del ragionamento astratto e alla sua libera espressione — in altri termini, una capacità di contatto reciproco nella relazione con la cultura (...).
Il principale metodo di formazione intellettuale è consistito finora nel superare l’indifferenza attraverso l’elaborazione di un principio di funzionamento intellettuale che consentisse di trovare un interesse in qualsiasi materia prima e senza nes-sun’altra possibilità di sfruttamento: organizzazione astratta del substrato come obiettivo culturale. Il metodo molto classico sull’oggetto sovrano della formazione intellettuale, l’apprendimento delle lingue morte (per i soggetti più dotati), permette di ottenere un successo duraturo e un esercizio autonomo del pensiero astratto, indipendentemente da ogni forma di affetto o di apatia e da turbe interiori.
Lo stupro con cui il pensiero oggettivo viene in tal modo svincolato dall’influenza del piacere e del dolore, rende questo metodo palesemente improprio per l’insegnamento rivoluzionario.
Ai suoi obiettivi — facilità nel maneggiare il pensiero dell’oggettività, libertà e familiarità con l’astrazione, apprendimento dell’idea come obiettivo in sé — si devono aggiungere per una formazione intellettuale rivoluzionaria i temi della formazione rivoluzionaria in generale. E una delle esigenze dell’essenza rivoluzionaria è che il dominio del pensiero astratto su tutti gli elementi affettivi non venga sentito come una sottomissione alla costrizione di un’abitudine intellettuale ma come una vera e propria libertà della mente.
Ora questo sentimento di libertà interiore potrà esistere solo dal momento in cui, regolando i conflitti interiori e la scoperta in sé della dimensione e della natura della vita affettiva in genere, e conseguentemente anche gli elementi perturbatori del pensiero, si arriverà a una liberazione del pensiero oggettivo e del rapporto con l’idea in quanto tale.
Nel cammino verso la liberazione individuale attraverso la conoscenza di sé, la psicologia moderna dell’inconscio fornisce la base effettiva di una trasformazione dell’evoluzione intellettuale dell’individuo e della collettività. L’empirismo del metodo psicanalitico, se applicato in maniera rigorosa e conseguente, proietterà una nuova immagine dell’essere umano con la realtà delle sue attitudini, delle sue possibilità e delle sue aspirazioni vitali, ma anche del suo male di vivere, del suo conflitto con l’ambiente, la società e gli individui che lo circondano, con le istituzioni, la famiglia e l’autorità.
Si è scoperto che l’animo umano respingeva con insuperabile accanimento le contraddizioni interne e che alle esperienze cariche d’affettività e inconciliabili con i moventi per esso irrinunciabili sbarrava l’accesso al campo delle associazioni della coscienza controllabile e dominabile. Quindi si è constatato che si costituiva all’esterno di questo dominio, sul terreno dell’inconscio, una massa di formazioni e di elementi pulsionali fortemente carichi di contenuto affettivo, contrapposti agli elementi regolatori dell’io cosciente e nello stesso tempo profondamente vicini agli elementi essenziali della personalità, che da quel punto, in incognito, attraverso vie indirette e in forme simulate — cioè con uno spostamento dell’energia affettiva tramite relazioni associative —, premevano per risalire alla coscienza, per reinserirsi nei processi mentali e riuscire ad attivarsi. Ci si è dunque resi conto che la nostra vita psichica è per lo più diretta da una massa di materiale psichico oscuro, finora sconosciuto, accumulato all'esterno della coscienza controllabile e dominabile — all’esterno della «continuità dell’io» — e che la ripetizione di questo materiale «rimosso» — precisamente il metodo della psicologia analitica! — consente di avviarsi verso una soluzione dei problemi conflittuali che appare alla coscienza la più adeguata soggettivamente alla natura della personalità.
Il blocco e l’inibizione che determinano l’accumulazione nell’inconscio di fattori costantemente nocivi all’espansione dell’individuo si producono nell’infanzia sotto la prima devastante pressione dell’autorità, autorità che il bambino non può rifiutare nell’oscurità della solitudine che lo circonda interamente, maturata dall’immensa incomprensione di tutti e la cui rottura concessa in modo parsimonioso è sottoposta al suo infeudamento all’autorità e al suo adattamento all’ambiente circostante. È in questo periodo d’impotenza, in cui ogni vita individuale si risveglia alla corruzione, che l’individuo assorbe in sé quei corpi estranei che, rappresentando gli elementi di una volontà esterna, resteranno in aperta opposizione con la volontà propria — per quanto questa riesca a resistere — e provocheranno il primo grande conflitto interiore, la prima lacerazione e autodistruzione della psiche.
Gli elementi affettivi fra cui l’infeudamento al potere del pensiero intellettuale costituiscono l’oggetto della formazione funzionale della mente, sono in pratica per lo più di origine inconscia e il loro intervento fa parte di questa autodistruzione praticata dalla parte inconscia e in qualche modo interdetta dalla psiche. Ciò non rappresenta l’imperiosa repressione delle contraddittorie forze interne, bensì il reinserimento dell’inconscio nell’unità della coscienza e la scoperta di sé e, nell’ottica psicanalitica, può condurre a un equilibrio tra gli elementi contraddittori all’interno della psiche e far sparire la tendenza autodi struttiva.
Questa tesi è confermata dall’esperienza, che ci ha dimostrato che familiarizzare con la psicologia dell’inconscio conduce in tutti i casi individuali a svincolare il pensiero dalle sue resistenze e dalle sue deviazioni, e che questa liberazione consente nella formazione globale della mente uno sviluppo più libero e individualmente meglio adeguato. Ragion per cui la psicologia dell’inconscio ci sembra deputata ad occupare il posto centrale che spetta a una materia sovrana nel nuovo insegnamento delle scienze umane e dovrà servire da base alla formazione funzionale in quanto materia fondamentale di un’educazione che bisognerà definire come la capacità di accedere e di partecipare alla cultura.
Allo stesso tempo, per i contenuti che trasmette, l’insegnamento di tale materia servirà da introduzione all’essenza della rivoluzione, la cui conoscenza sarà tanto più profonda e intima a patto che la psicologia dell’inconscio non sia in nessun caso, nemmeno nei minimi dettagli, la semplice trasmissione di un dato contenuto, dovendo sempre mirare alla conoscenza di sé e a far scoprire all’individuo il nuovo contenuto nascosto in lui, inscritto nella sua interiorità e in suo possesso.
Il contenuto ultimo che deve insegnare la psicologia dell’inconscio è la conoscenza della contrapposizione tra l’uomo — con le sue possibilità innate, le sue capacità e le sue aspirazioni — e la realtà della situazione esistente, la repressione di ogni realizzazione e la deformazione di ogni umanità.
Da questa scoperta, che faranno tutti gli allievi qualunque sia il gradino della gerarchia di classe su cui si trovano, deriverà l’interesse che rivolgeranno alla rivoluzione.
Il ribaltamento dell’ordine stabilito rappresenta un interesse per tutti, tranne per quelli che hanno finito con l’adattarsi a quest’ordine — e per la verità sono la maggioranza — suggestionati da una volontà esterna attraverso la completa repressione di ciò che faceva parte della loro natura e della loro sensibilità. Solo una piccola élite possiede l’energia e la forza d’animo che contribuisce a mantener viva in sé la natura innata, benché, in quanto elemento del conflitto interiore e della lotta interna, essa si senta offuscata, deformata e trasformata nella sua interpretazione dalla rimozione e dalle esagerazioni... Da quel che resta di queste immagini infrante dell’umanità indistruttibile presso tutti gli individui, bisogna liberare l’istinto radicato nell’inconscio di ognuno, in profondità, l’istinto del bene irrinunciabile, che occorre tirar fuori da tutti gli imbrogli che lo rendono irriconoscibile e lo trasformano talvolta addirittura nel suo opposto. E dalla somma di tutte queste scoperte che progressivamente disvelano il lato positivo dimenticato della personalità, bisogna liberare la vera forma della volontà e dell’esigenza umane e riscoprire sistematicamente la verità empirica secondo cui il rapporto naturale innato tra gli esseri è la libera relazione di individualità libere, non l’adattamento alla pressione del mondo esterno da cui deriva il carattere universalmente patologico della vita pulsionale, la propensione a sottomettersi così come la volontà di potere.
Mettere in luce che la contrapposizione tra la volontà di relazione e la volontà di potere è l’antinomia elementare tra la psiche rivoluzionaria e quella adattata — borghese —, è il sommo e più autentico obiettivo della rivoluzione.
Bisogna evidenziare — sia sul piano della conoscenza scientifica generale che, per quanto è possibile, su quello di un empirismo sempre rinnovato nel caso di ciascuno degli individui da formare — che la natura umana così come è maturata e innata in ognuno di noi, aspira’ a quei due grandi valori che sono la libertà e la relazione. Che queste aspirazioni sono armoniose per loro stessa natura, che ovviamente non possono generare nulla di disfunzionale, e di conseguenza tutto quanto è lacerazione interiore e autodistruzione proviene in ultima istanza da effetti esterni, dalla violenta opposizione allo sviluppo naturale. Che perciò ogni sofferenza, tutto ciò che è disfunzionale e cattivo, proviene sempre dalla pressione contronatura che l’ordine autoritario dato esercita su ogni essere e su ogni cosa, e che questa traboccante proliferazione di sofferenza e di mali esiste e muore col sistema di potere e di autorità dominante della società di classe e del capitale, dell’oppressione del diritto e della soffocante lotta di potere tra i sessi nel matrimonio e nella prostituzione.
Bisogna evidenziare il legame interno tra le istituzioni statali e quelle della famiglia: la necessità di liberare totalmente la donna dalla sua sottomissione domestica e dalla dipendenza dall’uomo come condizione fondamentale di ogni liberazione, la necessità di distruggere la famiglia patriarcale per instaurare il regime del comuniSmo matriarcale.
Bisogna evidenziare la psicologia inconscia che soggiace alla vita familiare, stigmatizzare il diritto di proprietà sulla donna e il bambino come parte integrante dei valori e delle istituzioni della borghesia, la definizione del carattere, degli adattamenti e delle soddisfazioni borghesi. Bisogna mostrare la necessità del sabotaggio della famiglia, soprattutto della famiglia proletaria, come condizione psicologica fondamentale dell’apertura al significato della rivoluzione.
Infine, le condizioni preliminari a qualsiasi rinascita morale e spirituale dell’umanità sono la liberazione delle future generazioni dall’autorità della famiglia borghese — considerando borghese anche la famiglia patriarcale proletaria — con il regime comunista matriarcale e la liberazione della scuola dall’adattamento allo Stato con l’insegnamento rivoluzionario.
L’insegnamento della psicologia moderna richiederà un unico e specifico sistema che non sarà legato ad alcun metodo esistente, e presenterà una certa analogia con la struttura dell’insegnamento per mezzo del lavoro. Mentre le conoscenze scientifiche generali sulla natura della nuova disciplina e la trasmissione delle sue scoperte fondamentali sull’interiorità dell’uomo — per quanto concerne le motivazioni, le attitudini, le relazioni, la cultura, i difetti e la debolezza — possono essere veicolate teoricamente da corsi e conferenze, la nuova educazione psicologica nel senso proprio richiederà il ricorso al metodo empirico in ogni singolo caso, in altre parole la riscoperta empirica di ogni verità da parte dell’allievo dal proprio profondo, con la riconquista sistematica del materiale psichico rimosso che egli dovrà ricondurre alla coscienza.
Attraverso questo insegnamento che, utilizzando metodi psicoterapeutici, prenderà in esame il dettaglio dell’interiorità dell’individuo, coi suoi conflitti, le sue sofferenze, i suoi aspetti ambigui e le sue tentazioni, la fiera conoscenza di sé dell’individuo che si ritrova, si libera dall’adattamento, dalla tendenza a sottomettersi, dalla volontà di potere, imparando a rompere le distanze dell’incomprensione separatrice, il rivoluzionario si preparerà moralmente alla rivoluzione.
Con tale educazione si perverrà finalmente a superare la contrapposizione che separa l’altruismo dall’egoismo. Occorre che l’individuo arrivi a vivere l’espansione del proprio essere in una libera relazione con esseri liberi. È questa l’esperienza più profonda: quella che sviluppa un legame nel senso di una esigenza permanente che, scavalcata alternativamente dalla libera espressione vitale involontaria dell’elemento individuale, modelli l’esistenza, il comportamento, lo sviluppo e l’espansione dell’uno per l’altro a maggior vantaggio dell’individuo.
L’obiettivo sarà quello di liberare l’amore dalla sua distruzione ad opera di forme di autorità latenti, non importa se il comportamento corrispondente è passivo o attivo, se c’è la disposizione a sottomettersi o la volontà di potere. In questo modo si formerà una generazione che, svincolata interiormente dall’irresistibile inclinazione all’autorità, si riavvicinerà alla realizzazione di un’umanità dell’avvenire libera da ogni autorità.
Materiale bibliografico su Gross
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Otto Gross (Gniebing, 17 marzo 1877 – Berlino, 13 febbraio 1919) è stato un neurologo, psicoanalista e filosofo austriaco.

Oppositore storico delle tesi di Sigmund Freud, mise in evidenza che le cause delle nevrosi individuali sono dovute a rapporti conflittuali tra l'individuo e la società e non al "problema sessuale". Divenne, dopo gli studi con Freud, un anarchico ed entrò a far parte della comunità utopista di Monte Verità.

Biografia

Alfred Otto Gross era figlio unico di Hans Gross, il penalista-criminologo più celebre della monarchia asburgica. Nel 1899 frequenta l'università e si laurea in medicina. Si imbarca come medico di bordo e parte per l'America del sud. Conosce e fa uso sperimentale di svariate droghe stupefacenti.

Tra il 1901 e il 1902 è assistente medico nelle cliniche psichiatriche di Monaco e Graz. In quel periodo pubblica gli articoli nella rivista del padre: "Archiv für Kriminalanthropologie und Kriminalistik" (Archivio di antropologia criminale e criminologia), di Lipsia. Nel 1902 pubblica un libro (influenzato da Freud e Jung e dalle teorie contro ogni repressione dell'anarchismo): La funzione cerebrale secondaria.

Sposato con Frieda Schloffer, figlia di un avvocato povero di Graz, ma per niente fedele a lei (ha altri tre figli con tre altre donne, oltre a Peter, nato da Frieda), nel 1906 diventa docente universitario, ma abbandona quasi subito la cattedra per stabilirsi a Monaco diventando assistente dello psichiatra Emil Kraepelin. Nel 1908 si dimette ufficialmente dall'Università di Graz.

Nel 1904 incontra Sigmund Freud e senza rinnegare le tesi di Wernicke, integra nei suoi saggi le tesi freudiane però opponendosi a queste su un punto essenziale: "La causa principale dei disturbi psichici non è la sessualità, ma il minore o maggiore adattamento dell'individuo alla società". Carl Gustav Jung, che lavorava nell'istituto Burghölzli (celebre ospedale di Zurigo, allora diretto da Eugen Bleuler), gli diagnostica la "Dementia Praecox" (Freud-Jung Briefwechsel in 1908). Ciononostante Jung cerca di coinvolgerlo e, facendo leva sulle sue conoscenze mediche, lo tratta da collega e insieme da paziente. Gross ne approfitta e fugge dall'ospedale (il 17 giugno 1908). In una lettera a Ernest Jones dell'anno successivo, Jung dice che non ha mai riposto maggior fiducia in un paziente né mai si è sentito più tradito quanto nei confronti di Otto Gross (4 giugno 1909).

Nel 1914 viene finalmente dichiarato incapace di intendere e volere, dando al padre piena custodia sul figlio. Quando l'anno successivo il padre muore, la custodia passa a Hermann Pfieffer.

Trascorre gli ultimi anni vagando tra diverse capitali europee, assuefatto all'uso della cocaina, per poi morire in un sanatorio di Pankow, alla periferia di Berlino.

Opere

1901 Compendium der Pharmakotherapie für Polikliniker und junge Ärzte. Vogel, Lipsia
1902 Die cerebrale Sekundärfunction. Vogel, Lipsia.
1907 Das Freud'sche Ideogenitätsmoment und seine Bedeutung im manisch-depressiven Irresein Kraepelins. Vogel, Lipsia.
1909 Über psychopathische Minderwertigkeiten. Braumüller, Vienna/Lipsia. (Riedizione: VDM Verlag Dr. Müller, 2006, ISBN 3-8364-0127-4)

Bibliografia

Michelantonio Russo, Otto Gross. psiche, eros, utopia, Editori Riuniti, 2011
Klaas Apostol, Otto Gross, Salupress, 2011



http://latradizionelibertaria.over-blog.it/article-franz-jung-55155241.html

Profili libertari. Franz Jung e il caso Otto Gross: storia di un'amicizia libertaria.


"È la contraddizione che costituisce la vera forza della pretesa degli esseri umani alla vita".
FRANZ JUNG

La Germania dal 1900 al 1945 ha vissuto tra i conflitti, le rivoluzioni ed i rovesci economici. Fu con l'Austria un crogiolo di idee e di uomini straordinari. Franz Jung ne è un esempio. Leggere la sua biografia, è percorrere l'Europa e rivivere la stoiria di mezzo secolo. Franz Jung era ovunque e la sua vitalità non si è mai affievolita. Questo amico di Otto Gross ha avuto una vita molto tumultuosa ed ha sostenuto numerose persone del mondo intellettuale e politico. Egli ammirava Otto Gross e fu, anch'egli, un grande contestatore di quest'inizio secolo. Jung e Gross erano due personaggi molto diversi con un'educazione, degli studi e delle attività che non dovevano avvicinarli. Adolescente, Gross non ha mai conosciuto la fame, la miseria e dover lottare per vivere come Franz Jung.

La famiglia di Franz Jung
Franz Jung è stato attirato da Gross dalla sua teoria della psicanalisi e dalla sua volontà di cambiare il mondo. Otto Gross catturava, ma indubbiamente, non era attaccato ai suoi amici, né alle sue mogli ed ai suoi figli. Otto Gross amava convincere, parlare e cosa più importante per lui era quella di far circolare le sue idee. Nel suo libro "Der Weg nach Unten" [La strada verso verso il basso], Franz Jung ci racconta la sua vita, una vita attaccata a nulla e fatta di numerose avventure. Franz Jung ha sempre voluto ricercare l'ideale attraverso i suoi incontri ed i suoi impegni, un ideale di voler far cambiare la vita. Vediamo in questo inizio secolo il lancio di numerose correnti di idee e l'apparizione dei primi partiti politici. Franz Jung partecipò a numerose pubblicazioni impegnate politicamente in Germania. Fu militante del movimento Spartakus e fu uno dei primi membri del KPD (Partito comunista tedesco). Infine fu uno dei creatori del movimento Dada di Berlino. Alla morte di Otto Gross, Franz Jung rimpiangerà più tardi di non averlo aiutato di più. Jung terminò dicendo che non fu, senza dubbio, che un pedone sulla scacchiera delle combinazioni intellettuali di Gross.


Die Aktion, Pfemfer
Die Aktion, la rivista espressionista fondata da Franz Pfemfert
Legato ai movimenti anarchici, lavorò alle riviste "Der Sturm" e "Die Aktion". "Der Sturm" la cui figura di punta era Herwarth Walden, scrittore e mercante di quadri, era la rivista degli espressioniti. "Die Aktion", fondata a Franz Pfemfert, militò contro la guerra e gli scrittori e poeti che si facevano i cantori del patriottismo. In die Aktion, troviamo Richard Öhring e Ludwig Rubiner, scrittore espressionista e futuro fervente comunista. Karl Otten, Kurt Hiller, Carl Einstein e alcuni editori come Fischer, Wolff e Rowohlt. Questa rivista era molto attiva nel campo dell'arte espressionista.

Dadaista con Georges Grosz, essa darà a questo movimento di rivolta artistica una svolta sempre più rivoluzionaria. Grosz lo descrive come un personaggio alla Rimbaud, come un avventuriero che non indietreggiava davanti a nulla e con il suo carattere propriamente tirannico. Era un grande bevitore e la sua ora di gloria fu quando dirottò un cargo in pieno mare Baltico, costringendo l'equipaggio a far rotta per Leningrado. Offrì la nave ai Russi. Grosz racconta che Jung era sempre circondato da una milizia di uomini che gli avevano giurato fedeltà in vita e in morte: "Quando era ubriaco, ci sparava addosso con il suo revolver come i cow boy sugli indiani. Era uno degli uomini più intelligenti che abbia mai incontrato, ma anche uno dei più sfortunati".

 

Manifesto dada del 1918
Il Manifesto Dada dell'aprile 1918 fu firmato da Jung con Tristan Tzara, Georges Grosz, Marcel Janco, Richard Huelsenbeck, Gerhard Preisz e Raoul Hausmann. Quest'ultimo ricorda nel suo libro Courrier Dada la sua amicizia per Franz Jung. Essi fondarono con Otto Gross e Richard Öhring "Die Freie Strasse" nel 1915-1916, rivista gratuita per divulgare una psicanalisi nuova formulata da Otto Gross. Queste idee erano basate su di una psicanalisi non freudiana e contro Carl Gustav Jung. Questa rivista era finanziata all'inizio da Franz Jung poi da Hausmann. Solatanto dieci numero apparvero, i numeri 9 e 10 sotto la direzione di Hausmann. Essa scomparve nel 1920 alla morte di Otto Gross. In queste riviste furono pubblicati i primi testi ed incisioni Dada. Nel marzo 1918, egli organizzò nella propria abitazione il Club dada di Berlino. Organizzò dodici serate e mattinate. Hülsenbeck publicò presso le edizioni Freie Strasse Club Dada. Questo club raggruppava Hülsenbeck, Hausmann poi Grosz, Heartfield, Mehring, Baader e Golyscheff.

Nella sua biografia, Franz Jung ci racconta i suoi anni giovanili nel suo villaggio natale di Neisse nell'Alta Slesia  ed i suoi anni rossi sulla strada verso la Russia. Bisogna leggerlo questo libro perché sono rimasto colpito dalla vita di un tale uomo. È sin dalla sua più giovane età, una rivolta permanente contro la civiltà tradizionale. La materialità non contò nella sua vita, la convinzione delle sue idee gli faranno percorrere il mondo in condizioni spesso dure. Giunto nel 1911 a Monaco, conobbe la Schwabing. Otto Gross era partito per Ascona con i suoi adepti Leonhard Frank, Karl Otten e Edouard Schiemann. Durante il soggiorno a Monaco, Gross e Jung si incontrarono. Gross progettava di fondare un'università libera a partire dalla quale avrebbero condotto l'attacco contro la civiltà attuale che fa sì che ognuno per sopravvivere  sia obbligato di vivere a spese dell'altro.

Le idee comuniste iniziavano il loro cammino negli spiriti di Gross e di Jung. Costoro credevano che il solo modo per dare felicità all'uomo fosse costruire una nuova civiltà. Questo periodo fra le due guerre fu oggetto di grandi movimenti di idee che spesso condussero questi uomini ad adottare le tesi comuniste e molti si ritrovarono successivamente in Russia o nella Germania dell'Est come Johannes R. Becher che fu Ministro della Cultura nella RDT nel 1954 e Schiemann che Franz Jung ritrovò a Mosca. Franz Jung fece parte del gruppo d'azione TAT con Gustav Landauer e l'anarchico Erich Mühsam. Psicologia ed anarchismo furono due temi maggiori che animarono e riunirono la maggior parte dei personaggi che ho evocato.



Franz Jung lancia una campagna per liberare Otto Gross


Franz Jung svolse un grande ruolo nella campagna per la liberazione di Otto Gross nel 1913. Nella rivista "Die Revolution" del 20 dicembre, scrisse un articolo sul padre di Otto: Der bekannte Kriminalprofessor Hans Gross. Numerose altre testimonianze manifestano un sostegno quasi europeo a Otto Gross: Ludwig Rubiner, Blaise Cendrars, Erich Mühsam, Simon Guttmann, Johannes R. Becher, Ernst Blass, Jakob von Hoddis, Alfred Lichtenstein, René Schickele, Peter Baum, Else Lasker-Schüler, Erich Unger eRichard Hülsenbeck.

Il 9 novembre 1913, Otto Gross era stato arrestato a Berlino al domicilio di Franz Jung e portato da tre poliziotti in un manicomio austriaco. Quest'arresto era sicuramente opera di suo padre. Quest'ultimo sperava ancora di ricondurre suo figlio sulla strada dell'ortodossia paterna. Fu l'inizio del profondo laceramento tra padre e figlio, tutto stava per essere distrutto. Il padre, non sapendo cosa fare, applicò i temi che aveva insegnato e senza un briciolo di sentimento, ordinò il collocamento di Otto in un manicomio per esservi definitivamente internato.

Suo padre ragionava in quanto giudice istruttorio e non più padre. Per contro, cercò di salvare la famiglia di Otto. Otto era stato accolto da Franz, e così sua moglie e la madre di quest'ultima. Senza aiuti economici, Otto voleva rifarsi una nuova vita come medico e ricercatore scientifico. Scriveva molti articolli per riviste. Franz Jung poté contrattaccare dimostrando che Hans Gross, autriaco, aveva fatto appello all'apparato poliziesco di Stato per risolvere un conflitto privato: quali sono i diritti degli stranieri nella Germania prussiana? Ecco della benzina gettata sul fuoco e Franz Jung si conquistò la fiducia di numerosi editorialisti dei grandi giornali. Otto Gross fu condotto al manicomio di Troppau in Silesia.

Hans Gross passò per un uomo che doveva, più di suo figlio, seguire una seduta di psicanalisi. Franz Jung andò molto a fondo nella sua offensiva perché spedì mille numeri della rivista a Graz conquistando persone ed ambienti che potevano contribuire alla rovina dell'impresa di Hans Gross. La stampa si allineò ed hans Gross indietreggiò annunciando che suo figlio era andato a fare una cura di disintossicazione e che poteva uscirne quando lo desiderava. Franz Jung andò a Troppau nel maggio del 1914 e vi fu rivevuto, come dice egli stesso come un ministro. Ricondusse Gross a Berlino. Egli scrisse allora il suo romanzo Kamaraden.


Il caso Otto Gross dalle memorie di Franz Jung


Ecco ciò che Franz  Jung scrisse nella sua biografia sulla sua azione nella campagna di liberazione di Otto Gross:


"È nel corso di quest'ultimo anno prima della guerra che organizzai la campagna per la liberazione di Otto Gross. Il padre di Gross, professore all'università di Graz ed autore di un Manuale del Giudice Istruttore diventato un'opera classica di fama internazionale, si era messo in testa di ricondurre suo figlio sulla strada di un'esistenza borghese: sarebbe diventato un professore all'università e con la forza se necessario. So poche cose sui fatti antecedenti, Otto Gross stesso aveva l'abitudine di non parlarne che in modo molto generico ed ampio come di rapporti conflittuali tra padre e figlio. Un articolo sulla figura del padre, che si riproponeva di pubblicare in una rivista di psicanalisi, sembra essere stata la scintilla che diede fuoco alle polveri: partendo da un'analisi del sadismo nella funzione sociale del giudice istruttore, egli procedeva a delle associazioni con l'autore del libro succitato ed i riflessi sadici corrispondenti nel suo atteggiamento verso la famiglia e suo figlio. Il manoscritto cadde casualmente tra le mani del padre di Gross oppure si fece in modo che gli giungesse, secondo la versione di Otto, che nutriva sospetti nei confronti delle persone del suo ambiente.

È su questo sfondo di reciprova avversione latente che si produsse la rottura completa. Il padre, che non aspettava forse che un pretesto di questo genere, usò dell'autorità di cui dispone un professore di diritto famoso, nell'intenzione di spezzare definitivamente suo figlio. Aveva chiesto in precedenza, ad un altro discepolo eretico di Freud, lo Zurighese Carl Gustav Jung, di effettuare una valutazione medica, nella quale quest'ultimo avrebbe caratterizzato il suo collega Otto Gross come pericoloso psicopatico. E, appoggiandosi su di essa, il professore aveva sollecitato dalle autorità della polizia berlinesi l'arresto di Gross ed il suo trasferimento alla frontiera austriaca dove sarebbe stato accolto dagli sbirri che egli aveva mobilitato.

Giunto da poco a Berlino in cui, non potendo più contare su di un aiuto finanziario della sua famiglia, voleva cominciare una nuova vita, Otto Gross viveva presso di noi, Margot e sua madre, che si occupavano della casa, si dedicavano a lui ed è proprio qui che lo arrestarono nel novembre del 1913. Non avevo sino ad allora accordato una grande attenzione ai suoi contrasti con suo padre e la sua famiglia. Pensavo dapprima di aiutarlo a rimettersi in piedi e a procurarsi poco a poco una clientela poi incoraggiarlo nella redazione dei lavori scientifici per i quali avevamo già trovato un editore. "Die Aktion" pubblicò anch'esso diversi articoli che egli aveva scritto per Pfemfert. Sembrava risalire lentamente la china e si stava facendo nuovi amici. Per superare le profonde depressioni nelle quali egli ricadeva di tanto in tanto, occorreva della comprensione e della simpatia, della disponibilità ed una grande pazienza: ora, un numero sorprendente di persone gravitavano intorno alla rivista anche tra coloro che si erano sino ad allora tenuti abbastanza distanti da essa, si mostravano disposti a testimoniare.

Il brutale attacco di suo padre mi aveva anche allarmato su tutto un altro piano. Quest'ultimo aveva infatti dichiarato, per dare maggior peso alla sua richiesta di espulsione presso la polizia berlinese, che suo figlio si trovava tra le mani di pericolosi elementi anarchici, verosimilmente di una banda di imbroglioni decisi ad utilizzare antiche ricerche di Otto sull'omosessualità per sottarargli del denaro a lui, il padre. Menziono tutto ciò in modo  un po' più dettagliato per mostrare che ero ancora capace, all'epoca, di replicare e di impiegare a questo scopo tutti i mezzi possibili e che mi sembravano appropriati. Questo semplice fatto mi ha dato una certa sicurezza che ho custodito a lungo e questa campagna può in una certa misura essere considerata come una svolta che esercitò un'influenza determinante sugli anni successivi della mia vita.

Il metodo scelto dal padre di Gross offriva una buona possibilità di contrattacco. Infatti, la domanda di espulsione rappresentava un incongruo tentativo per influenzare le autorità poliziesche di un paese straniero, legalmente tenute a seguire la procedura determinata preliminare per ogni misura di questo genere. Forte della sua autorità, il professore credeva di poterla ignorare e la polizia prussiana l'aveva confermato nella sua supposizione. Non occoreva nient'altro per fare di questo caso una questione fondamentale di politica interna: quali sono i diritti degli stranieri nella Germania prussiana? Aggiungete a ciò che i sospetti invocati dal professore Gross erano molto vaghi e che egli non si era nemmeno dato la pena di provarli, non fosse che per un gesto qualsiasi.
 Guadagnai alla mia causa, con questo diversivo nel campo della politica interna e delle relazioni giuridiche tra l'Austria e la Prussia, gli editorialisti dei grandi giornali borghesi, che presero presto l'affare in mano. La campagna si trasformò in un avalanga e si estese alle riviste che misero in risalto i rapporti tra padre e figlio e la manifesta volontà del primo di regolare un conflitto privato, limitato al quadro famigliare facendo appello all'apparato poliziesco dello Stato. L'evocazione della psicanalisi infine, che cominciava appena ad acquistare un diritto di cittadinanza a quest'epoca, contribuì a versare benzina sul fuoco. Il professore fu presto presentato da ogni parte come un personaggio che aveva senz'altro più bisogno di suo figlio di essere trattato da uno psicanalista, nell'interesse della sicurezza pubblica. In quanto a quest'ultimo, lo si era nel frattempo rinchiuso in un ospedale psichiatrico a Troppau.

Avevo ottenuto a mio favore da J. R. Becher che egli mettesse a mia disposizione la rivista Révolution, che egli stampava a Monaco con Bachmair. La riempii di indirizzi e di contributi di poeti e scrittori del mondo intero in favore del diritto dell'individuo ad una vita personale, contro la pericolosa ostinazione dell'autorità paterna. Si contestava al professore la capacità di insegnare, si denunciava la vergogna che ciò rappresentava per la scienza del diritto sul piano internazionale e si invitavano gli studenti delle università austriache a manifestare. Feci di più: avendo accumulato centinaia di indirizzi dall'elenco di Graz, così come in quelli dei caffè di questa città e di Vienna, delle università, delle biblioteche e delle librerie, spedii più di mille esemplari del n° 1 di Révolution, cercando di attaccare e rovinare il professore sul suo stesso terreno. Quando la campagna fu ripresa tra l'opinione pubblica austriaca e che la Neue Freie Presse se la prese in un editoriale con il professore Gross, quest'ultimo ammainò la bandiera. Fece sapere che si trattava di un malinteso, che Otto Gross si era recato di buon grado all'ospedale psichiatrico per sottoporsi ad una cura di disintossicazione e che poteva uscirne quando avesse voluto. Un telegramma dell'ospedale mi invitò a recarmi  a Troppau-vi andai, fui ricevuto come un ministro del governo di Vienna in visita di ispezione e portai via Otto Gross, che era nel frattempo passato dalla categoria di incurabile a quella di interno trattante.

Non mi dilungherò più su questo caso. Nel corso degli anni di guerra che seguirono e durante i quali Otto Gross fu mobilitato come medico, militare, la nostra amicizia si smussò e finì con lo spezzarsi completamente on seguito ad una serie di circostanze esterne. È con lui che ho fatto per la prima volta in vita mia l'esperienza di un agrande e profonda amicizia e mi sarei sacrificato senza esitare per lui. Tuttavia, non eravamo probabilmente che esteriormente e, strettamente parlando, nemmeno particolarmente vicini l'uno all'altro. Vi era da parte mia quel mmisto di rispetto e fede, quel bisogno di credere e di venerare, di ricevere e di elaborare che non cessava di inculcarci. Per lui in compenso, non ero forse molto più di un pedone che egli poteva spostare sulla scacchiera delle sue combinazioni intellettuali. Inoltre, non era facile, in particolare nel quadro di una vita in comune, seguire il corso delle sue idee, sulle quali gli effetti nocivi della sua dipendenza dall'oppio e dalla cocaina proiettavano la loro ombra. Occorreva un po' di immaginazione per aiutare Gross e non è senza un amaro senso di colpevolezza che ho riconosciuto più tardi che non era stato possibile aiutarlo.

Otto Gross è, letteralmente, morto di fame sulla strada, nei primi mesi caotici che seguirono alla guerra. I vostri amici possono penetrare una o forse due volte di notte in una farmacia, pistola alla mano, per prelevarne dell'oppio, ma ciò non può diventare la regola. Gross si è sentito abbandonato e non ha più avuto la forza di cercare qualcuno presso cui avrebbe potuto rifugiarsi per un po' di tempo. Si trascino una notte in un passaggio condannato che portava ad un deposito e vi rimase steso al suolo. Fu ritrovato due giorni dopo; non era più possibile curare la polmonite che aveva contratto, aggravata da una sotto alimentazione totale, e morì il giorno dopo. È così che esplose, si spense e sparì la stella di un grande avversario dell'ordine sociale... I tempi non erano maturi, la canaglia dei satolli era ancora troppo numerosa. L'individuo è, ancora per il momento, impotente contro il suo destino".



Cläre Jung racconta:


“Quando Gross visse presso di noi, un altro invitato della casa l'operaio Knackstedt doveva spesso andare a cercare della droga di notte (senza dubbio rubandola dalle farmacie). Quando Otto Gross si è presentato presso noi alla fine della guerra, era ancora in uniforme, sua madre non gli aveva voluto dare degli indumenti civili. Gross litigò in seguito con Franz Jung e dovette abbandonare la casa. Gross ebbe l'impressione che era diventato un assistito.

- A Monaco, Richard Öhring conobbe il Dr. Otto Gross che lavorava a quei tempi presso Kräpelin. Richard Öhring fu trasformato da questa relazione con Franz Jung, Otto Gross e Erich Mühsam.

Nell'ottobre 1919, giunse a Berlino e vidi un uomo affaticato e moralmente rovinato. Otto Gross aveva l'impressione che la sua fine fosse vicina. Mettere le sue sole forze senza voler sopravvivere. Mi dettò il suo lavoro perché voleva ancora scrivere degli articoli ma tutto diventava incomprensibile. Cadeva in depressione e piangeva o sprofondava in uno stato semi-incosciente sotto l'effetto della droga da cui era molto dipendente. Le sue ultime frasi prima della sua ospedalizzazione furono a proposito di un lavoro che dovevamo fare insieme: furono rassicuranti: "Das gibt mir wieder neuen Auftrieb" e "Ich kämpfe nur noch um mein Leben".

Si ammalò. Si credette ad una influenza. Fu portato in un ospedale per ricevere delle cure adeguate e riposare. Un raffreddore unitamente ad una grande spossatezza, alla droga ed al suo troppo severo regime vegetariano ebbero ragione delle sue ultime forze. Morì alcuni giorni dopo al sua ospedalizzazione.



Opere di Otto Gross e Franz Jung:

Alcuni libri di Jung furono scritti basandosi su idee di Otto Gross e nel corso dei loro incontri.  Otto Gross fondò con lui la rivista Sigyn che trattava dei problemi psicologici dell'Anarchismo.

Fine 1913, essi progettano di creare una rivista dal nome "Organ für psychologische Probleme des Anarchismus".

"Kameraden  (Camerati)" libro scritto nel 1913 ricordo del suo ritorno con Otto dal manicomio di Troppau, fu oggetto di un articolo di Otto Gross intitolato "Über Destruktionssymbolik" (La simbolica della distruzione).

Nel 1915, il romanzo "Sophie. Der Kreuzweg de Demut(Sophie. La strada di croce della sottomissione) ricorda il suicidio del pittore Sophie Benz, l'amica di Otto Gross.

 Nel 1916, il romanzo "Die Telepathen" (I Telepati) fu scritto a partire da appunti di Otto Gross durante il loro incontro a Troppau e la psicanalisi di Anton Wenzel Gross. Nel 1921, Franz Jung pubblicò una nuova versione di "I Telepati" con il nome di "Der Fall Gross" (Il Caso Gross). Da parte sua Otto Gross relazionò questa psicanalisi nel suo articolo "Drei Aufsätze über den inneren Konflikt" (Tre studi sul conflitto interiore) nel 1920.

Nel 1921, in Olanda, sulla base di appunti di Otto Gross, Franz Jung cominciò a redigere una specie di biografia del suo amico "Von geschlechtlicher Not zur sozialen Katastrophe".


 la Repubblica.it  12/6/1994 

OTTO GROSS L' ANTI FREUD

Chi era Otto Gross? Quella "fanatica faccia da uccello" che si "faceva carico di tutto il dolore del mondo"? A questo personaggio oggi quasi dimenticato dedica un informatissimo saggio Giusi Zanasi (Il caso Gross. L' anima espressionista, la psicanalisi e l' utopia della felicità, Liguori, pagg. 231, lire 25.000), che lo colloca come "un tassello centrale nel mosaico dell' avanguardia storica tedesca", ma anche come lo specchio in cui si rifrangono le tensioni più acute dello Zeitgeist nel momento del crepuscolo asburgico e guglielmino e dell' addio all' ideale umanista. Nato nei privilegi altoborghesi, unico figlio di un famoso criminologo dell' Università di Graz, Gross fu un adolescente prodigioso. Laurea precoce in psichiatria, docenza universitaria, entrato grazie al padre in rapporto con Freud e con Jung, che lo stimavano moltissimo, tutto sembrava augurargli una vita di successo. Sul più bello Otto rinuncia alla carriera accademica per rivolgersi alla psicanalisi: ma nella sua prima opera psicanalitica del 1907 prende già le distanze anche da Freud con un radicalismo utopico che interessa per il carattere anticipatore sulle idee del nostro secolo. Egli dà molta importanza - nella malattia - all' ambiente (che da nietzschiano convinto accusa con furia anticivilizzatrice) e alla costrizione sociale, limitando la centralità dei conflitti di natura sessuale. Coglie la frattura tra l' individuo (il Proprio) e il mondo (l' Estraneo); il transfert freudiano gli appare come l' arma a sostegno dell' Estraneo: è ormai eresia. "Siamo dottori e dottori vogliamo restare", è la risposta di Freud. Romanticamente Gross pensa che gl' impulsi umani sono buoni, la perdita dell' equilibrio dipende dal dover introiettare regole ostili alla propria natura: non servono i meccanismi della sublimazione, occorre lo sprigionamento della libido; propugna allora una "immoralità di principio" che prelude esattamente, come osservò il suo amico e biografo Franz Jung, alle teorie sull' orgasmo di Wilhelm Reich. Con queste idee Gross cancellava di colpo il problema della civiltà ma si avvicinava alla revulsione esistenziale dei poeti del suo tempo assetati di scienza dell' anima. Sono gli anni di Schwabing, il prestigioso quartiere intellettuale di Monaco: qui il pensiero frammentario e folgorante di Gross magnetizzò gli artisti: ma, scrisse Franz Werfel, "lui stesso era grande" per l' intensità della sua persona e il modello di un' esistenza rivoltosa sregolata e vagabonda. Gross entra come personaggio nei romanzi di Leonhard Frank, di Karl Otten e di altri e il suo pensiero influenza anche il nuovo mito del sottoproletariato metropolitano: disoccupati, criminali, prostitute, pervertiti. Il mondo di Gross sarà d' ora in poi quello dei riformatori sociali e di "artisti anarchici, filosofi e perdigiorno, poeti ed eterni studenti, dame aristocratiche e figli ribelli, capelloni e sacri discepoli di George". Nel 1910 Gross si trasferisce ad Ascona, sul lago Maggiore, mitico luogo di raccolta di ogni dissenso anarchico ma soprattutto - scrive Zanasi - rappresentativo della diffusa esigenza di fuga dalla Germania guglielmina: "una variegata colonia etico-sociale-vegetariano-comunista" o "la capitale dell' Internazionale psicopatica". Il radicalismo di Gross offriva il pretesto per un attacco all' intero orizzonte psicanalitico, soprattutto per la pretesa di diventare rappresentazione del mondo. E la ricorrente difesa dell' ordine e del patriarcato sposta Gross sul fronte del matriarcato: è la volta di Bachofen. Con delle riserve però: non nella ginecocrazia demetrica vincolata alla cultura della terra egli vede il riscatto della donna, ma nella "cultura urbana". Come dargli torto? Qui Gross si muove nella direzione di Engels, Stirner, Kropotkin: riordinare la società in modo che la donna non sia più posta davanti al dilemma maternità o autoaffermazione. Se la donna gli appare come "la sovrana dell' universo dei diversi" e perciò la più vicina all' anima dei poeti, essa rappresenta anche la promessa del legame, dell' amore, del "contatto", la speranza di superare il vuoto. Un' altra ossessione di Otto. Nel 1913, a Berlino, Gross fu arrestato su intervento del padre (che fino allora si era prodigato in tutti i modi per proteggerne il nome e salvarlo dalla droga) e rinchiuso in un ospedale psichiatrico; i fedeli dell' avanguardia poetica berlinese si rivolgono al padre perché restituisca il figlio alla scienza, ai compagni e ne nasce un vero movimento di protesta che dava corpo alle paure di un' intera generazione che additava il caso come exemplum. E l' eco lunga di quel conflitto giunge nelle metafore dei giovani poeti espressionisti: un vasto orizzonte su cui campeggia la Lettera al padre di Kafka (che apprezzava Gross). Ma il vero punto di consonanza con loro stava nel suo modo di condurre l' analisi terapeutica: una dedizione totale al paziente, basata sull' intensità del contatto fino all' annullamento di sé. In questo senso egli è stato visto come un precursore della moderna antipsichiatria. Il suo ragionare per antinomie radicali, il suo vedere lo sviluppo della civiltà sul piano dei rapporti fra i sessi - risalendo fino alla Bibbia in un grandioso disegno antropologico - lo pone sulla stessa lunghezza d' onda della coscienza espressionista, diventa Kulturkritik. Si pensi all' incapacità di comunicare delle coppie di Strindberg o alla candida perversione della Lulù di Wedekind. Sul piano sociale la rivoluzione operaia parve a Gross un' alleata naturale, ma il paradiso dei compagni marxisti non coincideva con il suo. Quando il padre morì, Otto ne ricevette un contraccolpo definitivo. L' amico Franz Jung intuisce che bisognava sondare nel suo personale pozzo di solitudine. E come mai, si domanda su questa traccia lo psichiatra Emanuel Hurwitz, la sua nostalgia fu rivolta al paradiso di un matriarcato assoluto? L' ossessione dell' odio contro il padre mascherava il più grave trauma del rapporto con la madre. Di qui il bisogno di contatto vissuto in maniera spasmodica, eretto a teoria e a pratica psicanalitica. L' importanza della simbiosi emotiva del bambino con la madre, la voluttà dell' esser cullato, così chiaramente individuate da Gross (nell' intenso frammento Sulla solitudine) diventerà in anni vicini a noi tema centrale per molti studiosi: dalla scuola di Budapest a Melanie Klein, da Therese Benedex a Winnicot. Ma per quel che riguarda se stesso, questo trauma Gross lo proiettò tutto all' esterno, gli altri non li vedeva realmente, erano figure "sulla scacchiera delle sue combinazioni mentali"; l' amore per la donna si accoppiò sempre a strategie per distruggerla. Dopo la guerra egli si ridusse in quella solitudine dalla quale aveva tentato tutta la vita di fuggire: senza casa, in preda alla droga, affamato, cencioso per le vie di Berlino, forse stanco della parte di profeta scandaloso. E ridiventato bambino nella speranza di riceverne sostegno, vanificava ogni tentativo di aiuto. Ma nonostante il personale fallimento il caso Gross mi sembra riproporre il problema del valore dell' utopia, dei suoi percorsi carsici e delle sue riemersioni nel corso del nostro secolo. Ma anche sembra aver aperto la strada a nuovi, nient' affatto utopici, orizzonti per una lettura più profonda dell' anima.
di VANNA GAZZOLA STACCHINI
06 dicembre 1994 sez.



http://samgha.me/2011/11/07/otto-gross-eros-e-rivoluzione/

Otto Gross: Eros e Rivoluzione
 7 novembre 2011


di Luca Ormelli

«Fuggi da quanto ha già forma/agli aperti reami delle forme possibili» [Goethe, Faust, vv. 6276-6277].

«La psicologia del profondo è la filosofia della rivoluzione, vale a dire che è chiamata a diventare il fermento della rivolta all’interno della psiche, il processo di liberazione dell’individualità, tenuta a freno dal proprio inconscio. E’ chiamata a rendere possibile la libertà interiore, è chiamata al lavoro preparatorio alla rivoluzione» [Otto Gross, Zur Überwindung der kulturellen Krise, 1913].

Dal Regno delle Madri. E’ in questo orizzonte ctonio, una delle forme molteplici che assume l’archetipo della Grande Madre, puttana e santa, che Otto Gross [1877-1920] sembra, paradossalmente, vedere la “luce”. E Michelantonio Lo Russo, con questo suo accurato saggio monografico [Otto Gross - Psiche, Eros, Utopia, Editori Riuniti, Roma, 2011 - le citazioni qui riportate sono estratte dal succitato volume], restituisce tanto allo studioso di scienze umane quanto all’appassionato di psicoanalisi la singolarità, l’eccentricità del giovane medico austriaco, misconosciuto profeta dell’anomia sessuale quale prodromo ineludibile sulla via della rivoluzione sociale ed infine politica.


« (…) il personaggio principale del gruppo era Otto Gross. Aveva l’aspetto più vicino all’ideale romantico del genio che mai io abbia incontrato, e illustrava inoltre la supposta somiglianza tra genio e pazzia, perché soffriva di un’inconfondibile forma di pazzia». A parlare qui è Ernest Jones, il biografo di Freud; il gruppo al quale lo psicoanalista britannico si riferisce è il gruppo di giovani intellettuali che animano e abitano il quartiere di Monaco Schwabing agli albori del Novecento, luogo privilegiato dell’emigrazione anarchica russa e del movimento bohémienne che deflagrerà nell’espressionismo. Ma, e ben più rilevante, Jones ci fornisce un prezioso cammeo di Otto Gross, discepolo della prima ora di Freud, paziente egli stesso di Jung in una vertiginosa cineseria o matrioška speculativa.

Gross, secondo da sinistra, affiancato alla sua sinistra da Jung

Lo Russo dipinge magistralmente, in un chiaroscuro di rimandi alle febbri dello spirito che attraversano l’Europa avviata tambureggiando alla Grande Guerra, un affresco a tinte forti proprio di Otto Gross, insinuandone una affascinante rilettura: un deus-ex-machina ma ben absconditus, una personalità magnetica e dirompente che percorre gli albori della psicoanalisi a cavallo della rivoluzione antropologica di Nietzsche, armato dell’estremismo post-hegeliano di Max Stirner, araldo dell’anarchismo più “scientifico” e votato al ritorno del matriarcato [una "moda" quella dellla ginecocrazia riportata in auge grazie all'opera di Bachofen Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici] quale sola speranza per la liberazione dell’individuo dapprima e della società in second’ordine. Vi è Gross a monte delle prime increspature nel rapporto, all’apparenza monoliticamente edipico, tra Freud e Jung [proprio Freud, in vista dell'internamento di Gross al Burghölzli di Zurigo, scriveva a Jung il 19 aprile 1908: « (...) Anche di Otto Gross dovremo certo occuparci: ha urgente bisogno in questo momento del suo aiuto medico: è un peccato che quest'uomo, pieno di talento e nostro convinto seguace, finisca così male. E' pieno di cocaina e probabilmente è alle soglie della paranoia tossica da cocaina»; sul certificato che Freud redigerà per il ricovero di Gross il fondatore della psicoanalisi dichiarerà che: « (...) il Dr. Otto Gross, che conosco da anni, Privatdozent di neuropatologia, necessita urgente internamento in istituto per procedere, sotto osservazione medica, alla disintossicazione da oppio e cocaina, medicamenti di cui egli negli ultimi anni ha fatto uso in una misura tale da minacciare la sua salute psicofisica»]; vi è Gross – e segnatamente il suo rigoroso inneggiare all’immoralità anche e soprattutto in ambito sessuale atteso che l’eziologia “ortodossa” freudiana esortò a leggere le psicopatologie quali repressioni o frustrazioni della libido – nell’accensione della reazione a catena della relazione clandestina tra Jung e la sua paziente nonché futura psicoanalista Sabina Spielrein [relazione al centro della recente pellicola di David Cronenberg, A dangerous method, e della più datata opera di Roberto Faenza, Prendimi l'anima]; vi è Gross, anche se larvatamente, in controluce nelle opere di Max Weber successive al 1913 [i Weber, Max e Marianne sono intimi della moglie di Gross, Frieda e frequentano, come buona parte dell'intelligencija europea del tempo - da Bakunin a Rilke, da D. H. Lawrence a Hesse, da Lenin a Stefan George per tacere di molti altri - i borghi elvetici che si aggrappano alle pendici del Monte Verità di Ascona, laddove si vagheggiava di un nuovo ordine sociale, in un clima di fervore intellettuale da proto "controcultura"; un modello, quello della "comune" di Ascona e di Monte Verità ben presente ai teorici della liberazione post-adorniani come Marcuse o Norman Brown]; vi è Gross in alcune, sorprendenti analogie, tra l’opera di Kafka e la biografia dell’analista “eretico” di Gniebing [«Gross lo conoscevo appena, mi sono però reso conto che si trattava di una personalità ragguardevole (...). Lo sgomento degli amici e dei parenti (...) ricordava per certi versi l'atmosfera dei discepoli di Cristo radunati ai piedi della croce» scrive Kafka in una lettera a Milena Jesenská il 25 giugno 1920]; vi è Gross, anche e forse soprattutto nella Repubblica dei Consigli di Monaco di Baviera, esperimento politico di breve durata – dal novembre del 1918 al maggio del 1919 – coagulatosi intorno alle figure eminenti di Gustav Landauer ed Eric Mühsam, anarchico di primo piano nonché amico ed estimatore di Otto Gross e del portato più spiccatamente “rivoluzionario” e libertario delle sue ricerche psicologiche.


Lo Russo ci restituisce con documentata vividezza l’inquietudine di Otto Gross [geniale anticipatore di temi e ricerche che verranno trattati da psicoanalisti a lui coetanei come Wilhelm Reich o Sándor Ferenczi; proprio quest'ultimo dichiara a Freud, in una lettera del marzo 1910, come Gross sia: « (...) il più importante fra coloro che finora L'hanno seguita. Peccato sia destinato a rovinarsi»], la sua presunta correità nella morte per suicidio di due sue pazienti, Lotte Hattemer e Sophie Benz [« (...) Il Dottor Gross mi ha detto che, poiché egli trasforma le persone in immorali sessuali, ha eliminato subito la traslazione sul medico. La traslazione sul medico e la fissazione perdurante che essa comporta non è altro, dice, che un simbolo monogamico, e quindi come simbolo di rimozione fa sintomo. Lo stato veramente sano per il nevrotico è, sempre a suo parere, l'immoralità sessuale. Perciò egli la associa a Nietzsche» dirà Jung di Gross - «peccato che sia tanto psicopatico: è un cervello di prim'ordine» ancora il "peccato" contrassegna la corrispondenza su Gross, quasi che il disappunto fosse il tema conduttore sprigionato dalla sua persona in chi lo frequentava - in una lettera indirizzata a Freud il 25 settembre del 1905] la sua incessante lotta col demone del padre, Hans Gross – giurista tra i più autorevoli della monarchia absburgica nonché padre fondatore della moderna criminologia – uno strenuo corpo-a-corpo che si protrarrà per tutta la sua vita randagia, tra richieste di internamento e di interdizione, nelle aule dei tribunali o lungo i corridoi dei più celebrati sanatori mitteleuropei, fuggendo dalle case di cura e trovando ricovero, con insaziata voracità sessuale, nei fumi mentolati del tabacco dei più chiacchierati café letterari di Monaco, Vienna, Praga e Berlino dove – a causa di una polmonite acuta certamente contratta durante i suoi ultimi, disperati vagabondaggi – si concluderà nel febbraio del 1920 e che l’Autore segue con infaticabile puntualità e partecipazione.