Aggressività

Gli studi psicologici sull'aggressività hanno avuto una prima fase sistematica negli anni '30 del XX secolo. Appena finito di seppellire corpi e macerie della Prima guerra mondiale, il mondo piombò nella Grande depressione e salutò l'avvento dei totalitarismi nazista e fascista. Questo scenario indusse gli psicologi a prestare attenzione a temi quali la povertà, il pregiudizio e la pace, visti come elementi di un unico mosaico. Le difficoltà economiche causate dalla recessione erano infatti considerate responsabili del razzismo e della crescente tensione mondiale. Ad esempio, negli Stati Uniti si giunse a stabilire una correlazione tra l'aumento dei linciaggi nel Sud del Paese con periodi di crescita dei livelli di frustrazione dovuti alla caduta del prezzo del cotone. All'epoca le teorie dominanti erano ancorate alla psicoanalisi, aderendo a un lessico concettuale fatto di pulsioni ed emozioni. E, seppure aperte ai grandi temi collettivi, il loro sfondo culturale restava comunque intriso di individualismo. Basti pensare all'ipotesi frustrazione-aggressività, in cui un gruppo frustrato era meramente visto come un certo numero di individui che pativano nello stesso tempo una medesima condizione di frustrazione. Inoltre su tali concezioni pesò, e pesa tuttora, l'assunto che ogni forma di aggressività sia di per sé antisociale. Sicché, la psicologia ha ignorato a lungo quelle forme di «aggressività legittima» poste in essere da gruppi sociali vittimizzati, come le rivolte dei contadini dettate dalla miseria e le lotte operaie per le rivendicazioni salariali. A parziale giustificazione, va precisato che la distinzione tra aggressività legittima e illegittima è ardua, perché rinvia alle credenze soggettive o collettive in merito a una determinata questione.

Dopo la Seconda guerra mondiale, contestualmente all'affermarsi del cognitivismo, si sviluppa la ricerca sui processi cognitivi che possono mediare le manifestazioni di aggressività, a cui seguirà un rinnovato interesse per le emozioni. Parallelamente, l'analisi psicologica dei fenomeni aggressivi si indirizza verso una concezione degli stessi in termini di comportamento normativo in risposta alla violazione di alcuni standard di condotta. Al ritorno prepotente di prospettive naturalistiche, questa volta di natura genetica, si affianca, divergendone però sul piano esplicativo, l'analisi di un'aggressività definita «violenza burocratica», che trova nell'industria del genocidio la sua più chiara e drammatica dimostrazione.

Al di là delle varie vicissitudini storiche, quello di aggressività è un «termine sfortunato» per le scienze del comportamento. Infatti esso è soggetto a innumerevoli dispute semantiche, tali da rendere evidente che siamo in presenza di un concetto interpretativo piuttosto che descrittivo. Diventa allora importante precisare il senso attribuitogli e maggiormente condiviso in psicologia. In questo ambito, il criterio distintivo consiste nella motivazione che guida il comportamento di chi agisce. Viene infatti definito aggressivo il comportamento che procura intenzionalmente danno a qualcuno. Quindi l'aggressore deve essere consapevole degli effetti nocivi della propria azione e, contemporaneamente, il suo bersaglio intenzionato a evitare una simile condotta. Pertanto, un danno accidentale non è riconducibile alla sfera dell'aggressività perché non è intenzionale. Oppure, la sofferenza inflitta durante un rapporto sessuale sadomasochista non è considerata aggressività perché la vittima non è motivata ad evitarla, anzi la ricerca per raggiungere uno scopo ritenuto più elevato (il piacere).

Diverse sono le tipologie assunte dal comportamento aggressivo, per esempio verbale/fisico, diretto/indiretto, ecc. Una distinzione fondamentale è quella tra aggressività «emotiva o ostile» e «strumentale». La prima forma, accompagnata da forti emozioni e rabbia, è innescata da una serie di condizioni che determinano sentimenti di frustrazione, paura e bisogno di difendersi, motivando l'aggressore a infliggere una punizione a chi abbia causato tale situazione. Nel secondo caso la dimensione emotiva non è preponderante, e il movente è quello di ottenere vantaggi a spese di una vittima. Naturalmente, pur implicando processi psicologici diversi, queste due tipologie di motivazione aggressiva possono coesistere.

Quando si parla di violenza si intende generalmente quella forma di aggressività che assume nei suoi scopi l'intento di arrecare danni estremi alla vittima, potendo arrivare fino alla sua morte. Tutta la violenza è aggressività, ma molte forme di aggressione non sono violente. Per esempio, se un bambino spinge via un suo compagno dall'altalena, si tratta di un atto aggressivo ma non di un atto violento. Una forma speciale di violenza è denominata «violenza strutturale»: indica le condizioni sociali che producono conseguenze dannose per determinati gruppi sociali. La violenza strutturale è vista come una dimensione latente dei sistemi sociali che veicola disuguaglianze e ingiustizie, quale l'asimmetria di potere esistente in molti contesti tra uomini e donne che lascia queste ultime ampiamente indifese contro i soprusi maschili.

Poiché i comportamenti aggressivi costituiscono un pericolo per la società e per i suoi membri, è scontato che lo studio delle ragioni di tali condotte rappresenta la sfida primaria per l'indagine psicologica. Una ricerca che oscilla, con forti contrapposizioni, tra fattori biologici-innati e fattori culturali-appresi. Alla categoria delle prospettive che considerano l'aggressività una componente essenziale dell'essere umano appartengono la psicoanalisi, l'etologia e la sociobiologia. Secondo la psicoanalisi tradizionale, l'aggressività è una disposizione innata e indipendente, in quanto è una pulsione che, similmente alla sessualità, richiede di essere scaricata più o meno direttamente. Questo processo può avvenire in maniera socialmente accettabile, come accade nelle dispute politiche e nell'agonismo sportivo, oppure in modo inammissibile, ad esempio manifestandosi attraverso l'insulto o la violenza fisica. Le pulsioni aggressive non sempre vengono sfogate sugli altri e, se non debitamente gestite, possono ritorcersi contro lo stesso soggetto, con atti autolesionistici. Poiché considerava le pulsioni aggressive innate e naturali, S. Freud riteneva che la funzione fondamentale della società consistesse proprio nel controllare le medesime. I neofreudiani hanno rivisto tali assunti, proponendo la distinzione tra « aggressione benigna», biologicamente adattiva e al servizio della vita, e «aggressione maligna», biologicamente non adattiva, tipica dell'essere umano e assente nel mondo animale (Fromm, 1973).

Secondo l'etologia, l'espressione di qualsiasi modulo comportamentale fisso dipende da un accumulo di energia nel sistema nervoso centrale, il cui scaricamento deve essere scatenato da uno stimolo esterno. Sono dunque certi indizi ambientali che attivano il comportamento aggressivo. K. Lorenz (1963) ritiene che l'aggressività serva per preservare sia la specie sia l'individuo. Gli animali sono più aggressivi con i propri conspecifici, rispetto a quanto non lo siano nei confronti di esemplari di altre specie. Ciò è dovuto all'esigenza di stabilire dei confini tra i membri della stessa specie, affinché ognuno possa disporre di una porzione di territorio sufficiente per sopravvivere. L'aggressione intraspecifica risponde ai principi della selezione; poiché è più probabile che sia il più forte ad accoppiarsi, l'aggressività permette che siano gli animali migliori e più vigorosi a dare continuità alla specie. L'aggressività è invece indesiderabile quando le specie, come quella umana, nel corso della loro evoluzione, non riescono più a controllare la propria distruttività con le usuali e istintive inibizioni presenti in natura. Solitamente, i combattimenti tra animali intra-specifici non terminano con la morte del perdente, ma con particolari rituali che definiscono dominanza e sottomissione.

L'essere umano, grazie alla tecnologia bellica, ha drasticamente limitato il potere delle inibizioni naturali. Colpire qualcuno con un'arma da fuoco da una certa distanza può portare la vittima alla morte, senza che questi abbia potuto appellarsi alla compassione attraverso appropriati gesti di sottomissione. Quindi, acquisendo la capacità di uccidere con le armi, la specie umana non è stata in grado di sviluppare parallelamente idonei meccanismi inibitori per prevenire l'aggressività distruttiva. L'estensione agli esseri umani delle scoperte di Lorenz crea non pochi problemi. Tra questi, l'assenza di prove che confermino che mettere in atto comportamenti aggressivi porti a una diminuzione dell'energia interna, riducendo così la possibilità di nuove manifestazioni aggressive. Anzi, è vero il contrario: scaricare aggressività serve piuttosto a scatenare ulteriori azioni aggressive.

Secondo la sociobiologia, che usa la teoria evolutiva per spiegare la condotta umana, una determinata componente ereditaria del comportamento viene mantenuta in una popolazione quando permette di aumentare il successo riproduttivo dell'individuo e dei parenti che condividono lo stesso patrimonio genetico. L'aggressività procura un certo vantaggio biologico, perché garantisce di acquisire più risorse o di difendere meglio quelle già possedute. L'individuo aggressivo che ottenga successo può così rafforzare la posizione del proprio gruppo rispetto ad altri. Il comportamento aggressivo risponde dunque a una funzione ben precisa: la conservazione e lo sviluppo della specie. Le strategie aggressive sono però pericolose per l'incolumità dell'individuo, che può morire a causa dei combattimenti, riducendo così la possibilità di trasmettere il proprio patrimonio genetico; per questo, secondo i sociobiologi, il comportamento aggressivo viene usato selettivamente, quando siano in gioco guadagni considerevoli o non sia possibile soddisfare altrimenti i bisogni.

Nella spiegazione dell'aggressività, questa visione non considera le cause prossimali, ossia i processi psicologici e sociali a breve termine, mentre attribuisce un'importanza decisiva alle cause distali, vale a dire la storia evolutiva di animali e esseri umani. Ad esempio, i sociobiologi - e con loro gli psicologi evoluzionisti - interpretano la violenza sessuale contro le donne come una scelta da parte di uomini che hanno scarse opportunità riproduttive mediante rapporti consensuali. Pertanto, l'aggressività potenziale che porta allo stupro sarebbe inscritta nell'eredità evolutiva dei maschi, e questi, pur inconsapevoli di questo disegno, nei panni di stupratori agirebbero obbedendo al dettato della riproduzione, vista come base funzionale principale dello stupro. Innumerevoli ricerche mostrano però chiaramente quanto l'interpretazione in termini evoluzionistici dello stupro sia un’ipotesi senza fondamento. In ogni caso, simili posizioni alimentano gli studi nel campo della genetica del comportamento, interessati a individuare il ruolo della somiglianza genetica tra individui per offrire una spiegatone delle caratteristiche e dei comportamenti personali.

Per quanto differiscano profondamente, psicoanalisi, etologia e sociobiologia (inclusa la psicologia evoluzionistica) sono prospettive accomunate dall'idea che l'aggressività sia innata, e pertanto costituisca una componente di base (di natura pulsionale, istintuale o genetica) dell'essere umano. Gli studiosi che si riconoscono in queste impostazioni, pur dovendosi scontrare per definire e prevedere quando, dove e come l'aggressività si presenti, di fatto concordano sull'inevitabilità della sua manifestazione. Se è fuor di dubbio che sul comportamento umano la dimensione biologica svolge un ruolo importante, parimenti è priva di fondamento scientifico la credenza che sia la natura a costruire unilateralmente la cultura. In realtà, tale rapporto è sempre il frutto di un'interazione, un processo che si declina nel tempo (storia) e nello spazio (ambiente). Sicché, di fronte agli esseri umani, la biologia non può pretendere di prendere il posto della biografia. Proprio la posizione antistorica degli approcci innatisti manifesta seri limiti di fronte al tema dell'aggressività. Allora, per quanto si possa riconoscere che gli esseri umani sono evolutivamente predisposti all'aggressività, resta però da capire da che cosa siano determinate le enormi differenze che caratterizzano i comportamenti di ostilità e violenza in diverse culture e gruppi umani.

Un primo passo per rispondere a questi interrogativi è stato compiuto dai teorici dell'apprendimento, i quali hanno evidenziato, in contrasto con gli innatisti, il ruolo giocato dalle esperienze e dall'educazione sui comportamenti aggressivi (Bandura, 1973). La teoria dell'apprendimento sociale sostiene, infatti, che il nostro modo di agire è l'esito di apprendimenti, ottenuti attraverso condizionamento strumentale (rinforzi e punizioni), osservazione e imitazione di modelli. In particolare, l'azione del modello, specialmente in situazioni ambigue, serve come punto di riferimento per capire quale sia la condotta più appropriata in determinati contesti. Il modello può altresì svolgere la funzione di fattore disattivante rispetto alle norme che limitano l'aggressività, perché costituisce un esempio che permette di affermare che è vantaggioso essere aggressivi in un certo frangente. E più il comportamento aggressivo produce conseguenze positive per il modello, maggiore sarà la probabilità che venga imitato dall'osservatore. Un aspetto, questo, che si lega alle controversie sollevate dalla relazione esistente tra i contenuti violenti dei media e l'aggressività.

È stato inoltre riscontrato un collegamento tra un'educazione rigida impartita dai genitori e alti livelli di aggressività nei figli, anche perché questi ultimi fanno propria la considerazione che la punizione fisica sia un modo adeguato per risolvere i conflitti. L'aggressività viene quindi percepita come legittima, entrando a far parte di uno script aggressivo dell'individuo, una rappresentazione cognitiva in cui conflitto e aggressività sono strettamente collegati. Questo repertorio di comportamento acquisito sarà probabilmente selezionato in future situazioni di conflitto, alimentando risposte aggressive.

Sebbene l'aggressività sia comunemente connotata in maniera negativa, e quindi ogni collettività miri a controllarne e inibirne le manifestazioni, vi possono essere anche norme che legittimano il ricorso a comportamenti aggressivi. In molte società è ad esempio condivisa la norma della reciprocità, per cui se una persona ritiene di essere vittima di violenze si sente autorizzata all'esercizio della vendetta. Un'altra forma di autorizzazione alla violenza è presente nelle relazioni di coppia. Una norma particolarmente insidiosa è infatti quella che considera l'aggressività un tratto peculiare e positivo del maschio; è così che in certi gruppi la violenza contro le donne viene accettata e talvolta addirittura elogiata. Il concetto di «cultura dell'onore» serve inoltre a indicare quella tendenza collettivamente condivisa per cui qualunque minaccia alla proprietà e alla reputazione deve essere risolta attraverso la violenza.

Per comprendere compiutamente l'aggressività, è perciò necessario capire quali siano le situazioni in cui le persone dimostrano di agire in modo aggressivo, quali processi emotivi e cognitivi influenzino tali condotte e che tipo di relazione si instauri tra fattori sociali e dinamiche interpersonali, in relazione alla disciplina normativa con cui le varie culture governano i rapporti umani. Nel distinguere tra aggressività emotiva o ostile e aggressività strumentale, è stato introdotto il tema relativo a che cosa provochi aggressività. Le due forme di aggressività dianzi citate sono regolate da processi psicosociali diversi. Se nell'aggressività strumentale il movente è un calcolo razionale tra costi e benefici (ad esempio, l'uccisione di un automobilista da parte di un rapinatore per impossessarsi della sua autovettura e così sfuggire alla polizia), al contrario l'essere oggetto di un attacco fisico o verbale, oppure sentire minacciata la propria autostima, muove nell'individuo un'aggressività emotiva. Il desiderio di rivalsa violenta dipende da come è percepita l'aggressione da parte di chi la subisce. Si parla in tal senso di stile attributivo di ostilità per indicare una caratteristica di personalità che induce a interpretare sistematicamente stimoli ambigui attribuendo loro un significato malevolo. Comunque, la vita quotidiana procura molti incidenti, che, pur essendo in qualche modo lesivi dell'integrità psicofisica di una persona, non sono riconosciuti come attacchi, poiché non viene loro riconosciuta 'un'intenzionalità maligna.

In altri casi, la provocazione può essere mitigata da scuse e giustificazioni; se l'azione violenta cade al di fuori delle capacità di controllo dell'attore, perché ad esempio questi è in preda a uno stato confusionale, l'effetto negativo della sua azione si attenua. La percezione di controllabilità è quindi un importante fattore cognitivo di mediazione tra stimolo avversativo e risposta esibita. Così come un deficit nella capacità di autocontrollo è chiamato in causa nella spiegazione dei comportamenti criminali. Se le reazioni non sono determinate tanto da ciò che è accaduto quanto piuttosto dalla sua interpretazione, allora lo stesso comportamento può provocare effetti differenti in persone diverse. Gli individui scontrosi, portati alla ruminazione, emotivamente suscettibili e facilmente irritabili sono più inclini delle personalità estroverse a spiegare azioni ambigue come se fossero guidate da intenzioni ostili. I medesimi sono altresì più propensi a manifestare condotte violente e aggressive di tipo reattivo e impulsivo.

Ma queste differenze di personalità non sono assolute, infatti variano a seconda del contesto e vanno intese anche in senso evolutivo. Ad esempio, i bambini sono relativamente incapaci di discriminare i motivi sottesi alle azioni di un assalitore e tendono a reagire in modo indiscriminato, ma, crescendo, acquistano le abilità per modulare le ritorsioni in base al riconoscimento delle intenzioni. Un tema assai dibattuto e tuttora aperto sulle differenze individuali nell’aggressività coinvolge il genere: seppure non particolarmente accentuato, le ricerche disponibili evidenziano un maggiore livello di aggressività fisica e verbale degli uomini rispetto alle donne. Tuttavia le donne superano gli uomini nell'esercizio dell'aggressività indiretta e relazionale (ad esempio, agita attraverso l'esclusione sociale oppure diffondendo pettegolezzi).

Per quanto il comportamento aggressivo possa essere una reazione a minacce e provocazioni, non è però questa situazione l'unica possibile; gli psicologi sociali hanno infatti individuato altri antecedenti dell'aggressività. Una delle teorie più famose è nota come «ipotesi frustrazione-aggressività» (Dollard et al., 1939), la quale sostiene che il comportamento aggressivo sia sempre preceduto da un sentimento di frustrazione, condizione emotiva determinata dalla presenza di un ostacolo che si frappone tra l'individuo e i suoi scopi. Ma l'azione aggressiva non sempre riesce a colpire ciò che causa frustrazione. Quando, ad esempio, l'impedimento è incarnato da persone autorevoli, difficilmente raggiungibili, l'aggressività può essere spostata verso altri bersagli, socialmente più deboli, oppure inibita per paura della punizione. Il passaggio all'atto viene comunque considerato come una catarsi che permette di scaricare l'energia aggressiva accumulata. Rispetto a simili posizioni iniziali, la ricerca ha dimostrato che la relazione tra frustrazione e aggressività non è così lineare. La frustrazione può infatti innescare molti tipi di comportamento finalizzati a rimuovere l'ostacolo, tra i quali la condotta aggressiva è solo uno dei possibili.

La reazione alla frustrazione, in assenza di opportunità liberatorie o di vie d'uscita, spesso sfocia in una rassegnata impotenza. L'azione aggressiva può, quindi, essere attivata dalla frustrazione, ma non sempre, e soprattutto risulta decisivo il ruolo di variabili moderatrici contestuali. Un ulteriore sviluppo della teoria è stato proposto da L. Berkowitz (1964), il quale ha messo in relazione gli stati emotivi interni con segnali aggressivi presenti nell'ambiente. Se la frustrazione crea una condizione di prontezza sotto forma di rabbia, gli stimoli esterni liberano l'aggressività; la prima è considerata un antecedente mentre i secondi assumono il ruolo dell'istigatore. In un famoso esperimento noto come «effetto arma», venne dimostrato che la semplice presenza di armi in una stanza aumentava l'intensità dell'azione aggressiva in persone frustrate. Alla luce di ulteriori ricerche, piuttosto che uno stimolo scatenante, sembra più opportuno considerare questo e altri segnali aggressivi alla stregua di caratteristiche situazionali, ossia segnali che suggeriscono l'appropriatezza di azioni violente in determinati contesti. Simili risultati sono alla base del modello cognitivo neoassociazionista di Berkowitz (1993), il quale sostiene che gli individui, attraverso la socializzazione, sviluppano reti cognitivo-associative aggressive. Quando poi gli stessi sperimentano un'attivazione fisiologica, è assai probabile che tali reti si attivino, rendendo a loro volta salienti pensieri e comportamenti aggressivi.

Gli psicologi sociali hanno successivamente allargato l'orizzonte, considerando altri stati emotivi negativi che possono incidere sulle manifestazioni aggressive. Queste condizioni di malessere dipendono molto spesso da fattori ambientali stressanti: l'afa, il rumore, l'inquinamento atmosferico e l'affollamento sono considerati elementi in grado di creare emozioni negative, inducendo le persone a rispondere con ostilità. Se le sensazioni stressanti possono rendere più probabili i comportamenti aggressivi (non va taciuto però che culture diverse socializzano i loro membri ad affrontare differentemente lo stress ambientale, basti pensare al Giappone), tra i due termini non si dà comunque un nesso causale diretto, perché possono intervenire numerose altre variabili, nonché la percezione soggettiva degli eventi. Vi sono infatti situazioni in cui non sempre il soggetto ravvisa l'origine delle proprie condizioni e può inconsapevolmente riconoscerla in eventi in quel momento salienti (processo di attribuzione errata).

Partendo dal presupposto che l'esperienza emozionale dipende sia da uno stato fisiologico sia da un'attribuzione cognitiva che gli conferisce significato, la teoria dell'eccitazione-dislocazione (Zillmann, 1979) prevede che un'attivazione derivante da un evento privo di importanza, senza che si diano chiari indizi causali, possa indurre la persona che subisce una provocazione a credere che sia questa la vera causa della propria rabbia. Tale effetto aumenta la probabilità che venga esibita una risposta aggressiva. Ovviamente, se l'attivazione precedente non è neutrale ma anzi produce un sentimento di rabbia, nella nuova situazione probabilmente si avrà una forma più marcata di rabbia aggressiva.

Possiamo quindi affermare, con tutti i distinguo summenzionati, che la frustrazione, la rabbia, la paura, il dolore, l'irritazione e ogni altra emozione negativa sono fattori che favoriscono l'aggressività. Inoltre, nella maggior parte delle situazioni, il comportamento aggressivo non è un'azione isolata, ma sorge nel corso di una relazione tra due persone ed è regolata da determinate aspettative inerenti alla condotta reciproca. Nell'interazione può essere implicitamente assunta una norma che impedisce alle parti in gioco di perseguire i propri scopi arrecando danno all'altro. Se una delle due viola tale aspetto, il suo comportamento potrà essere considerato fuori luogo e pertanto dovrà essere corrisposta una reazione. Se questa è puntuale e della giusta portata, la condizione normativa che regolava gli scambi prima della trasgressione viene ripristinata. In tale frangente, il fattore principale che produce un atto aggressivo consiste nella percezione della violazione di norme.

Sulla scia di questa visione prevalentemente strumentale, l'approccio socio-interazionista (Tedeschi e Felson, 1994) include l'aggressività nell'ambito delle forme di comportamento sociale elaborate per imporre ad altri la propria volontà. Data una particolare situazione, l'individuo non mette in atto un'azione aggressiva sotto la spinta di istinti innati o di emozioni negative, bensì opera scelte comportamentali finalizzate a peculiari scopi, valutando, di volta in volta, l'opportunità di optare per la forza fisica oppure per alternative non aggressive, come ad esempio la persuasione (un tentativo di integrare emozioni, cognizioni e processi decisionali è costituito dal modello generale di aggressività proposto da Anderson e Bushman, 2002).

Il comportamento aggressivo può essere anche l'esito di un processo di istigazione in cui una terza parte cerca di influenzare l'attore affinché metta in atto azioni lesive nei confronti di una vittima. Magari all'interno di una cornice di legittimità sociale. Sono celebri, in tal senso, gli studi sull'obbedienza all'autorità di S. Milgram (1974). Inscenando un esperimento fittizio (lo studio degli effetti delle punizioni sull'apprendimento) e assegnando a due soggetti i ruoli di insegnante e allievo, lo sperimentatore conduceva l'allievo in una stanza. Qui veniva fatto sedere, con le mani legate, adducendo motivi di sicurezza, di fatto per rendere evidente che non aveva libertà d'azione, mentre su un polso gli veniva applicato un elettrodo. Dietro il paravento dell'esperimento sull'apprendimento ben altri erano in realtà i processi psicologici che si consumavano. Il vero soggetto sperimentale non era infatti l'allievo bensì l'insegnante, il quale, dopo aver assistito alla sistemazione del primo, si accomodava in un'altra stanza dinanzi a un falso generatore di corrente. L'insegnante aveva il compito di sottoporre l'allievo al test della memoria di parole: quando quest'ultimo rispondeva correttamente, la regola imponeva che si passasse alla serie di parole successiva, mentre, quando egli sbagliava, che venisse somministrata una scossa elettrica, partendo dal livello più basso e proseguendo necessariamente in crescendo. Nel ruolo di complice dello sperimentatore, la falsa cavia non subiva alcuna sevizia, ma l'insegnante era convinto di procurarle un danno reale. L'obiettivo dello sperimentatore era quello di osservare fino a che punto l'insegnante avrebbe accettato di esercitare violenza su una persona che manifestava la volontà di difendersi, interrompendo le prove, e impossibilitata a farlo perché legata. Il conflitto tra coscienza morale e ordini ricevuti veniva innescato quando l'allievo, fingendo, esprimeva il proprio malessere: verso i 75 volt si potevano udire chiaramente i primi lamenti, a 120 volt le forti invettive verbali, a 150 volt la richiesta che l'esperimento fosse sospeso, infine, quando le scosse ormai raggiungevano i 285 volt, rantoli strazianti.

Pur manifestando tensione e protestando, circa due terzi dei soggetti sperimentali continuarono a punire l'allievo fino all'ultimo pulsante. I lamenti e le implorazioni della vittima non bastarono a farli desistere dall'eseguire gli ordini ricevuti. Tutto ciò avvenne in assenza di qualsiasi forma di coercizione fisica. Gli esperimenti sull'obbedienza insegnano che nelle concrete situazioni sociali possono agire vincoli e costrizioni che riescono a calpestare il nostro senso morale, inducendoci a compiere violenza su vittime inermi. Una violenza definita burocratica, perché sganciata da qualsiasi implicazione personale nei confronti della vittima e percepita come un mero lavoro. La cieca obbedienza è entrata così a far parte del lessico psicologico per spiegare e comprendere il comportamento umano in situazioni estreme, come nel caso di un genocidio. Se quanto descritto rappresenta un bilancio essenziale degli studi sull'aggressività, gli stessi trovano un'ampia articolazione, conoscitiva e applicativa, in relazione all'estesa e variegata fenomenologia di questa condotta umana. Dalla guerra al terrorismo, dalla delinquenza alla violenza intrafamiliare, dai soprusi tra pari al conflitto tra gruppi sociali, dal ruolo dei media alle responsabilità educative. Ambiti diversi che richiedono allo psicologo sempre più un approccio socio-contestuale e interattivo.

ADRIANO ZAMPERINI