Introduzione al ciclo di letture

1.

Darwin, Marx, Nietzsche, Freud: quattro autori contestati in vita e dopo la morte, ritenuti dalla cultura restauratrice contemporanea obsoleti, se non addirittura (è il caso di Marx) sepolti dal verdetto della storia. Tra essi si danno diversità di ogni genere. Tre soli fattori li accomunano: il rifiuto di ogni trascendenza, il riferimento all'uomo come misura di tutte le cose, e la critica (implicita o esplicita) della coscienza “normale” in quanto preda delle tradizioni e delle apparenze.

Dedicarsi ad una riflessione approfondita (nei limiti del possibile) sul loro pensiero non può prescindere dal mettere in conto che, se per via può intervenire qualche “illuminazione”, il rischio di confondersi le idee è certo.

La lettura di Darwin impone di familiarizzare con la biologia, la paleontologia, la genetica, la neurobiologia, ecc.; quella di Marx con l'economia, la sociologia, la storia sociale, la politica, ecc.; quella di Nietzsche con la filosofia, l'epistemologia, la storia della cultura, la morale, ecc.; quella di Freud con la psicoanalisi, la psicopatologia, la psichiatria, ecc.

L'approfondimento di tutte queste tematiche richiederebbe un tempo indefinito. Occorrerà, per dare senso a questo ciclo di letture, proporsi un obiettivo. Penso che, a riguardo, non sussistano dubbi. Darwin, Marx, Nietzsche e Freud parlano dell'uomo e suggeriscono, implicitamente, che l'angolatura migliore per cogliere il senso di questo singolare animale e la sua avventura siano rispettivamente la biologia, la storia (economica e sociale), la filosofia, la psicologia. Si può ragionevolmente pensare, proprio sulla base dei loro sforzi, che, per arrivare a capire qualcosa dell'uomo, occorra integrare queste diverse prospettive.

Paradossalmente, forse, l'intento di un'integrazione (che io inclino a ricondurre ad una nuova disciplina, la Panantropologia) postula che tali prospettive siano adeguatamente conosciute nella loro diversità.

Non si tratterà, ovviamente, di un percorso accademico. Metterò in campo le riflessioni che ho fatto nel corso di quaranta anni di studio e le conclusioni (provvisorie) cui sono pervenuto. Non dò per scontato che esse debbano essere condivise. Sarà un buon risultato se risulteranno sufficientemente chiare.

Mi riprometto di utilizzare un linguaggio accessibile e di semplificare i concetti senza banalizzarli, Sarebbe ingenuo non anticipare, però, che l'impegno richiesto ai partecipanti potrà risultare, in alcuni momenti, duro. Se si decide di scalare le montagne, bisogna mettere nel conto qualche aspra pendenza.

Questa Introduzione è né più né meno un esercizio di “riscaldamento”.

La grandezza di Darwin, Marx, Nietzsche e Freud è ormai consegnata alla storia, ma il valore e il significato delle loro opere è ancora controverso.

La polemica dei creazionisti contro Darwin è fin troppo nota. Per quanto si tratti di una polemica che, per spiegare l'esistenza dell'uomo propone un'alternativa molto meno credibile dell'evoluzionismo, è fuor di dubbio che essa muove dal rilevare limiti della teoria darwiniana che sono reali. Nella sua versione integralista, il creazionismo, che fa riferimento alla Bibbia come testo ispirato da Dio da prendere alla lettera, è francamente ridicolo. Occorre, però, considerare che il cieco meccanicismo casuale che sottende la teoria dell'evoluzione è rifiutato da un numero rilevante di studiosi che, pur non essendo credenti, ritengono che la singolarità dell'essere umano, posta la sua discendenza dagli altri animali, sia tale da costringere ad ammettere un Disegno Intelligente che sottenderebbe non solo la nascita dell'uomo, ma l'evoluzione di tutto l'Universo verso forme sempre più elevate di organizzazione. L'uomo con la sua capacità di interrogarsi su di essa, sarebbe, dunque, il fine di questa evoluzione.

Riguardo a Marx, è noto che, nel 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino, ne è stata dichiarata la morte, con un sospiro di sollievo, da parte dei liberisti di tutto il mondo. Purtroppo, questa dichiarazione ha profondamente turbato i partiti di sinistra inducendoli o all'abiura o a tentativi maldestri di arroccamento dogmatico o di “rifondazione”. Di fatto, ciò che è morto è stato il primo tentativo storico di costruire un mondo socialista sulla base di un fraintendimento radicale del pensiero di Marx, che esaltava la libertà e la dignità dell'uomo. Il fraintendimento, però, c'è stato, e sarebbe ingenuo non tenere conto che esso non si sarebbe potuto realizzare se l'opera di Marx non contenesse un'ambiguità di fondo. Occorre capire di che si tratta.

Nietzsche è andato incontro a vari cicli di morte e di resurrezione. Il suo pensiero è stato fatto proprio dalle correnti irrazionaliste dei primi decenni del XIX secolo, che sono poi confluite nell'ideologia nazi-fascista. In conseguenza di questo, accusato di essere stato un ispiratore del nazismo, è andato incontro ad una rimozione dopo la fine della seconda guerra mondiale. La rinascita di Nietzsche è avvenuta in Francia in virtù della lettura di sinistra del suo pensiero e, in Italia, in conseguenza della sua assunzione come fautore del pensiero debole. Per questa via, però, egli è stato assunto, dai benpensanti, come progenitore del nichilismo e attaccato in quanto demolitore di ogni valore. Il pensiero di Nietzsche è, di fatto, intrinsecamente controverso poiché esso si dispiega a partire da un mondo interiore nel quale la genialità e la psicopatologia si intrecciano di continuo.

Le teorie di Freud, originariamente respinte dai benpensanti, hanno conseguito, nel corso del Novecento, una sorta di egemonia supportata da una vasta diffusione presso l'opinione pubblica finché la teoria dei sistemi comunicativi prima e il cognitivismo poi non lo hanno spinto nella riserva indiana di un pensiero dogmatico e, tra l'altro, inefficace sotto il profilo terapeutico. Dogmatico il pensiero freudiano lo è veramente, soprattutto per quanto riguarda la concezione di una natura umana animata solo da pulsioni primordiali, caotiche e “animalesche”. Affrancato da tale concezione, che è di ordine ideologico, esso conserva, però, una valenza culturalmente rivoluzionaria che non ha prodotto ancora, a livello di consapevolezza che l'uomo ha di se stesso, tutti gli effetti che essa implica.

A queste vicissitudini, che rendono difficile una valutazione serena del contributo che questi quattro Grandi hanno dato alla Cultura, occorre aggiungere una riflessione sui rapporti intellettuali che essi hanno intrattenuto tra loro.

Per quanto riguarda il rapporto tra Darwin e Marx qualcosa sappiamo. Darwin si interessava un po' di tutto, anche di economia, ma di sicuro non aveva letto il Manifesto del Partito Comunista. Marx, invece, probabilmente attraverso Engels, aveva letto L'origine delle specie e ne era rimasto entusiasta al punto da inviare, nel 1880, una lettera a Darwin chiedendogli l'autorizzazione per apporre una dedica a lui nel secondo libro de Il Capitale. Egli aveva dunque colto il materialismo e l'anticreazionismo impliciti nella teoria dell'evoluzione naturale. In nome di questo aspetto, forse, era stato indotto a minimizzare differenze ideologiche che non gli erano certo sfuggite. Darwin cortesemente rifiutò, adducendo la sua scarsa competenza in ambito economico. Non sappiamo se e quanto egli abbia letto del testo inviatogli. Di sicuro, se lo avesse letto, avrebbe confermato il rifiuto. Egli era, infatti, sostanzialmente un liberale moderato, il quale neppure a livello scientifico (come vedremo) prendeva in esame la possibilità di cambiamenti rivoluzionari.

Nietzsche conosceva l'evoluzionismo darwiniano, soprattutto attraverso Herbert Spencer. Non ci sono prove che egli abbia mai letto le opere originali di Darwin. Il suo atteggiamento, comunque, è critico nei confronti dell'evoluzionismo, poiché egli rifiuta il concetto della lotta per sopravvivere. Solo un fraintendimento può portare a vedere nel Superuomo un derivato darwiniano. Il Superuomo non si adatta alle circostanze, le contrasta, le lotta e fa violenza ad esse.

Per quanto se ne sa, Niezsche non ha mai letto Marx. La sua avversione nei confronti di qualunque forma di socialismo, inteso come sistema deputato a tutelare i “deboli”, è, però, esplicita e radicale.

Freud conosceva di sicuro l'opera di Darwin e quella di Nietzsche, ma ben poco quella di Marx. Darwin lo ha travisato, leggendo nell'evoluzionismo la prova delle origini animalesche dell'uomo e, dunque, della presenza nell'inconscio umano di pulsioni istintuali che ne rappresenterebbero l'eredità. Negando, però, l'esistenza nella natura umana di qualsivoglia istinto sociale, egli, forse senza rendersene conto, ha rimosso uno degli elementi centrali della concezione antropologica darwiniana.

Nietzsche era apprezzato profondamente da Freud per due aspetti. Per un verso, lo identificava come un precursore della scoperta dell'inconscio e dell'orientamento essenzialmente mistificante della coscienza. Ne apprezzava, insomma, le intuizioni di psicologo. Per un altro verso, egli riteneva che la volontà di potenza di Nietzsche rappresentasse una prefigurazione dell'Es pulsionale, che tende alla scarica della tensione istintuale senza alcuna preoccupazione per l'Altro, che, a livello inconscio, non esisterebbe se non come oggetto di soddisfazione.

Per quanto riguarda Marx o meglio il socialismo, Freud, dal fondo del suo conservatorismo pessimistico, lo considerava un nobile ideale utopistico, destinato forse anche a realizzarsi, ma in un futuro remoto e non prevedibile, e soprattutto in conseguenza della capacità della Civiltà di modificare gli assetti pulsionali della natura umana.

2.

Se le cose stanno così, c'è da chiedersi come sia possibile utilizzare i contributi eterogenei di questi quattro geni nel quadro di una Panantropologia (un nuovo sapere sull'Uomo e sui fatti umani). Sembra quasi assurdo valorizzare criticamente ed integrare il pensiero di Darwin, Marx, Nietzsche e Freud. Proprio questo, però, come ho già detto, è l'intento di questo ciclo di letture. Sarebbe inutile cercare di anticiparne le tracce.

Nell'immediato, a mo' di introduzione, sembra importante soffermarsi preliminarmente su di un aspetto che riguarda l'epistemologia, vale a dire il modo in cui procede la conoscenza.

Non è possibile comprendere appieno nessuna opera scientifica, filosofica, letteraria se si prescinde dal periodo e dal contesto storico entro i quali essa è stata prodotta. Ciò non significa adottare un rozzo criterio deterministico. Il contesto storico non spiega i contenuti scientifici o di pensiero innovativi, che sono prodotti da singoli soggetti. Esso, però, nella misura in cui implica un determinato quadro di mentalità, incide in qualche misura anche su quei contenuti. La circostanza più frequenta che si realizza laddove un soggetto è dotato di attitudini geniali è che le oggettivazioni di queste fuoriescono da quel quadro, mentre il suo modo di essere, per molteplici aspetti, vi rimaner dentro.

Su questo aspetto tornerò dettagliatamente in rapporto ai singoli autori. Adesso occorre fare qualche considerazione di ordine generale.

Charles Darwin nasce, in Inghilterra, nel 1809 e muore nel 1882; Karl Marx nasce a Treviri, (Prussia) nel 1818 e muore esule a Londra nel 1883; Friedrich Nietzsche viene alla luce a Röcken (nei pressi di Lipsia) nel 1844 e si spegne a Weimar, dopo dieci anni di immersione nella psicosi, nel 1900; Sigmund Freud nasce a Freiberg (in Moravia, allora territorio dell'Impero austriaco) nel 1856 e muore a Londra, ove si è rifugiato per scampare al nazismo, nel 1939.

Per quanto concerne le opere, L'origine delle specie esce nel 1859, L'origine dell'uomo nel 1871, il Manifesto del Partito Comunista nel 1848, i Lineamenti fondamentali di critica dell'Economia Politica (“Grundrisse”) nel 1859, il Primo libro de Il Capitale (l'unico portato a termine da Marx) nel 1867, Umano, troppo umano nel 1880, Aurora nel 1981, La gaia scienza nel 1982, Così parlò Zarathustra nel 1883-1885, Al di là del bene e del male nel 1886, Genealogia della morale nel 1887, L'Anticristo nel 1888, L'interpretazione dei sogni nel 1900, Psicopatologia della vita quotidiana nel 1901, Metapsicologia nel 1915, Introduzione allo studio della Psicoanalisi nel 1917, Al di là del principio del piacere nel 1920, Il disagio della Civiltà nel 1929.

Considerando la lunga gestazione de L'origine delle specie di Darwin e de Il Capitale di Marx, l'arco temporale che vede la fioritura dei capolavori citati riguarda la seconda metà del XIX secolo, vale a dire il periodo che gli storici riconducono al trionfo della civiltà borghese, il cui sviluppo addirittura tumultuoso coinvolge tutto il mondo sotto forma di Imperialismo colonialista, e si estende con Freud alla Prima Guerra Mondiale e al dopoguerra.

Tutte le opere citate partecipano ben poco del clima trionfalistico prevalso nella seconda metà dell'Ottocento, che peraltro declina verso la fine del secolo in conseguenza del sopravvenire di una crisi economica e si estingue con l'immane massacro della Grande Guerra. Esse, in maniera esplicita o implicita, sono anzi critiche, sia pure da punti di vista diversi, nei confronti della Civiltà borghese e dei suo miti (il progresso, la razionalità, la coscienza individuale, ecc.).

Per quanto riguarda Marx, la critica è del tutto esplicita. Proprio nell'epoca in cui la civiltà borghese trionfa in nome del Capitalismo, infatti, egli, identificando nella sua straordinaria vitalità una potenzialità disgregativa del legame sociale di solidarietà tra gli esseri umani, della moralità e della cultura, fa risuonare su di esso la campana a morte, prevedendone l'inesorabile superamento.

Darwin si interessa apparentemente solo di biologia evoluzionistica. Ma il suo rimarcare con decisione che, in quanto discendente da specie altamente socializzate, l'uomo non può non essere un animale radicalmente sociale, non sarebbe comprensibile se non si tenesse conto che la Civiltà borghese si edifica sulla base di una concezione dell'individuo (quella hobbesiana) che quel bisogno se non lo esclude, lo mortifica, riconducendolo ad un contratto intervenuto tra esseri per natura liberi e indipendenti (che, nell'ottica dell'evoluzionismo, non sono mai esistiti).

Il disprezzo di Nietzsche nei confronti dello stile di vita e della cultura borghese, che recepiscono il bisogno di felicità individuale, ma lo immiseriscono nella ricerca del benessere, non potrebbe essere più chiaro. All'uomo borghese egli contrappone l'oltreuomo, colui che accetta la sfida dell'esistenza sul piano del suo non senso. L'obiettivo critico costante di Nietzsche è la miscela tossica, vigente all'epoca, di principi cristiani e valori borghesi, che porta gli esseri umani sul terreno della presunzione di essere destinati alla felicità terrena e oltremondana.

Verso la fine del XIX secolo, Freud è ancora convinto della superiorità della Civiltà borghese su tutte le altre. Ciò nondimeno, con L'interpretazione dei sogni e Psicopatologia della vita quotidiana, egli, senza quasi rendersene conto, denuncia lo scarto tra la coscienza umana e il modo in cui il soggetto pensa di essere e il mondo brulicante di fantasie, desideri, emozioni e pensieri che caratterizzano l'inconscio. La denuncia non ha alcun significato specifico, di ordine storico, perché Freud ritiene, giustamente, che quello scarto sia universale. Essa, però, pone le premesse per un'analisi della coscienza borghese che Freud non porterà mai alle estreme conseguenze, limitandosi, a distanza di decenni, ne Il disagio della Civiltà, a constatare che essa postula un eccesso di repressione in rapporto ai bisogni della natura umana. A quell'epoca, però, per continuare ad attribuire un valore primario alla Civiltà, egli è stato costretto ad ipotizzare che la natura umana, contenga, oltre ad un'incoercibile pulsione sessuale, un'ancora più inquietante pulsione distruttiva (l'istinto di morte).

Nonostante le diverse prospettive e i diversi esiti cui pervengono, tra i quali sembra molto difficile trovare un fattore in comune, non sembra azzardato raccogliere Darwin, Marx, Nietzsche, Freud nella categoria dei Grandi Demistificatori, che hanno cercato di sciogliere quella sorta di velo ipnotico in virtù del quale la coscienza umana si recinta dietro una cortina di illusioni (l'eccezionalità della specie, il destino oltremondano, il progresso, l'oggettività dei principi morali e dei valori culturali, l'unità e la continuità nel tempo dell'io, la corrispondenza di ciò che l'individuo pensa di essere a ciò che è, ecc.).

Che la fioritura di questi geni sia avvenuta in un determinato periodo storico non significa certo che le loro opere sono contingenti, vale a dire strettamente legate ad esso o da esso determinate.

Lo statuto mistificato della coscienza che essi, sia pure da prospettive diverse, hanno messo in luce, è un problema di ordine universale, che riguarda il modo proprio di funzionare del cervello e della mente umana nell'interazione con l'ambiente naturale e culturale.

Escluso il determinismo socio-storico, che non permette di spiegare alcuna opera dell'ingegno umano, c'è da chiedersi però quale contributo possa avere fornito lo sfondo storico-culturale a questa singolare fioritura, che trova, forse, un equivalente solo nella cultura greca del V secolo a. C.

Per capire meglio questo aspetto, occorre illustrare alcuni tratti della Civiltà borghese nella seconda metà dell'Ottocento. Ovviamente, non essendo uno storico di professione, dovrò limitarmi all'essenziale.

3.

Con i moti rivoluzionari del 1848, che avranno una eco tragica nell'effimera esperienza della Comune di Parigi nel 1870, si conclude la stagione inauguratasi con la Rivoluzione francese. La borghesia non sconfigge politicamente del tutto l'Assolutismo, che rimarrà in vigore in alcune nazioni fino alla conclusione della Prima Guerra Mondiale, ma riesce a fare prevalere ovunque il suo modello di sviluppo socio-economico capitalistico.

In virtù di tale modello, essa comincia ad erodere progressivamente il potere della nobiltà, che rimane vincolata alla rendita parassitaria, ma, soprattutto, prende definitivamente le distanze dalle masse popolare, dal proletariato che, privato degli strumenti di produzione, deve subordinarsi, sul “libero” mercato, al capitale, vale a dire a vendere la sua forza-lavoro trasformandosi in un fattore di produzione, ovvero in una merce.

Il modello in questione è quello liberista, che implica la concorrenza e la competizione sul mercato di singoli individui ciascuno dei quali cerca di affermarsi. Esso assicura il successo della borghesia, poiché sembra valorizzare sia le pari opportunità di sviluppo tra gli individui (prima vincolate alla nascita e al sangue), sia la diversità naturale tra essi che si realizza sotto forma di merito personale.

Di fatto, il liberismo, in virtù dei progressi della scienza e della tecnologia, sprigiona potenzialità produttive incommensurabili rispetto al passato. Dal 1850 in poi la crescita della ricchezza nei paesi occidentali è impressionante. E' Marx a rilevare che l'esplosione del capitalismo avviene in maniera estremamente squilibrata in termini di distribuzione, sulla base non già delle pari opportunità, bensì della proprietà o meno dei mezzi di produzione, e quindi sulla base dello sfruttamento. Egli identifica, dunque, nel miracolo della crescita della ricchezza una faccia della medaglia del Capitalismo: l'altra non è solo la miseria, bensì la degradazione dell'uomo, la negazione dei suoi diritti dichiarati inalienabili, la tensione sociale permanente, ecc.

Nel clima di generale euforia, il messaggio di Marx cade praticamente nel vuoto. Esso, infatti, muove dalla contestazione degli economisti “classici” del libero mercato, che hanno fondato la “scienza” economica: Adam Smith, David Ricardo, Thomas Malthus, Jean-Baptiste Say.

Tra questi, il più noto e il più apprezzato è Adam Smith, che ha identificato nell'organizzazione “razionale” del lavoro l'arma vincente del Capitalismo e ha avanzato la celebre ipotesi della Mano Invisibile, vale a dire della capacità di autoregolazione del mercato per cui pur se ogni soggetto economico agisce in nome dei suoi interessi “egoistici”, la competizione comporta infine l'equilibrio economico tra la domanda e l'offerta.

La teoria di Smith implica che il mercato abbia la capacità di “selezionare” gli individui, concedendo il successo ai migliori. Su questa base, non c'è da sorprendersi che mentre il messaggio di Marx cade nel vuoto, quello di Darwin viene prontamente raccolto dalla cultura borghese, che vede in esso una conferma della “meritocrazia” legata alla libera concorrenza.

Si tratta di un fraintendimento del pensiero di Darwin. La selezione naturale darwiniana, infatti, fa riferimento infatti semplicemente alla capacità dei singoli organismi di adattarsi ai mutamenti dell'ambiente, che sono casuali. L'adattamento può essere di conseguenza un fatto semplicemente fortunoso.

L'ambiente di sviluppo socio-economico è, invece, un ambiente artificiale, culturale, prodotto dall'uomo. Esso può, di fatto, privilegiare singoli individui o un'intera classe, e svantaggiare altri non sulla base del caso, bensì di strategie economiche e politiche rivolte a conseguire tale risultato.

Omologando l'ambiente culturale a quello naturale, la borghesia, inconsapevole dello sfruttamento cui sottopone il proletariato (e cui sottoporrà dal 1875 in poi i Paesi colonizzati), ricava dal successo un'enorme fiducia nel suo valore.

Su cosa si fonda questa fiducia? Sulla ricchezza, certo, che è lo strumento essenziale per giungere ad appartenere alla classe borghese. Essa, però, è un mezzo, non un fine. Il fine è l'acquisizione, socialmente convalidata, di uno status borghese che implica uno stile di vita, un'organizzazione familiare, un sistema di valori che hanno una loro specificità e differenziano la borghesia dalla nobiltà per un verso e dal proletariato (e sottoproletariato) per un altro.

Lo stile di vita è incentrato sul decoro, in opposizione al lusso nobiliare e alla degradante miseria proletaria. Il decoro è una casa spaziosa con un arredo funzionale, un abbigliamento sobrio ma elegante, un modo di atteggiarsi composto, un linguaggio non volgare.

L'organizzazione familiare è incentrata sulla subordinazione della donna e dei figli al paterfamilias, la cui autorità è indiscussa. La gestione della casa è affidata alla donna che può avvalersi di numerosi aiuti (baby-sitter, governanti, camerieri).

Il sistema di valori è incentrato sulla rispettabilità, sul conservatorismo religioso, sulla libertà individuale, sulla moderazione, sulla competizione corretta.

La borghesia identifica se stessa con la classe che ha raggiunto il maggior livello di civiltà della storia umana, ed è protesa ad elevarlo indefinitamente.

In realtà, non è tutto oro quel che luce.

Ammassato nei suburbi, sradicato dalla campagna, il proletariato vive in condizioni subumane ben peggiori di quelle esperite dai progenitori contadini. Esso incarna, agli occhi della borghesia, il fantasma della natura umana allo stato nascente, incline alla pigrizia, al vizio (alcol, prostituzione, criminalità) e alla degradazione.

Nessuno, tranne Marx, legge in questa condizione l'espressione della violenza strutturale dell'uomo sull'uomo.

Di fatto, la borghesia è a tal punto infatuata dal mito dello sviluppo economico dal non capire che esso si è avviato sulla china di un sfruttamento sistematico delle risorse che coinvolgono l'uomo e la natura.

Sottesa da una spinta verso la civilizzazione che si estende al mondo intero, essa è preda di una smisurata volontà di potenza, che comporta un'inesauribile fame di materie prime, di macchine e di braccia da lavoro che trasforma il Pianeta in una riserva di caccia.

Si avvia l'epoca del Colonialismo e dell'Imperialismo, che smascherano, fuori dei confini dell'Europa, l'altra faccia della Civiltà borghese.

C'è avidità dietro la moderazione, negazione dei diritti dell'altro dietro l'uguaglianza, insensibilità sociale dietro la religiosità, sfrenatezza sessuale dietro la morigeratezza, competizione senza regole dietro la concorrenza.

Evidente nel rapporto che la Civiltà borghese intrattiene con il resto del mondo, lo scarto tra i principi liberali e l'organizzazione della società civile è reperibile anche in Occidente. Gli indizi di questo scarto sono molteplici. C'è intanto un problema politico. Il libero mercato – bon gré, mal gré – è accettato da tutti i Paesi occidentali. In alcuni, però, esso si realizza sotto l'egida della democrazia, in altri convive con regimi di assolutismo monarchico. Agli inizi del XX secolo, si intuisce che lo scontro tra democrazia e assolutismo è destinato a deflagrare.

C'è poi il problema sociale. Il potere borghese modella le istituzioni secondo i suoi interessi. Le masse proletarie sfruttate, però, cominciano ad organizzarsi e ad operare una tensione crescente nella direzione di una rivendicazione dei loro diritti. Il sistema funziona, ma si intuisce che Liberalesimo e Socialismo sono destinati a confliggere.

C'è, infine, il problema psicologico. Il trionfo della borghesia coincide, infatti, a partire dall'ultimo quarto del secolo XIX, con una crescente diffusione di disturbi nervosi che, a livello maschile, si configurano spesso sotto forma di nevrosi ossessiva, mentre, a livello femminile, danno luogo ad una sorta di epidemia isterica.

E' Sigmund Freud a penetrare per primo dietro la facciata della Civiltà borghese, ma egli non è in grado di capire che il mondo brulicante di fantasie, desideri, emozioni “selvagge” che scopre esplorando l'inconscio e il mondo onirico è l'espressione di una violenza che la cultura, lacerando il tessuto dell'appartenenza sociale, imponendo la competizione all'insegna della lotta per sopravvivere, reprimendo la sessualità, ecc., ha operato sulla natura umana. Ne Il disagio della Civiltà questa intuizione traspare ("l'uomo diventa nevrotico perché è incapace di sopportare il peso della frustrazione che la civiltà gli impone affinché egli possa mettersi al servizio dei suoi ideali civili" p. 578), ma è sovrastata da un radicale pessimismo: "l'uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d'amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che bisogna attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e uccidere. Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia? Questa crudele aggressività è di regola in attesa di una provocazione, oppure si mette al servizio di qualche altro scopo, che si sarebbe potuto raggiungere anche con mezzi meno brutali. In circostanze che le sono propizie, quando le forze psichiche contrarie che solitamente la inibiscono cessano di funzionare, essa si manifesta anche spontaneamente e rivela nell'uomo una bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto della propria specie" (p. 599)

4.

C'è un singolare paradosso che salta agli occhi se inquadriamo le opere dei Grandi Demistificatori nella cornice del loro tempo.

Il liberismo si afferma sulla base del presupposto per cui l'individuo libero e indipendente, dotato di diritti inviolabili, è la cellula della società la quale si edifica sulla base di un contratto che lega i soggetti tra loro e li vincola ad un quadro comune di regole condivise.

Darwin, che pure aderisce al liberismo, nega questo presupposto, identificando nell'istinto sociale, ereditato dagli animali superiori, l'aspetto più specifico della natura umana e, addirittura, la matrice della consapevolezza e della cultura.

Marx ironizza su quel presupposto, ritenendolo una robinsonata, e sostiene la radicale socialità dell'uomo, che nasce dallo scambio con l'Altro e, in conseguenza di questo, fa dell'uomo un fine e non un mezzo.

Nietzsche identifica nella socialità il pericolo dell'omologazione culturale, e rivendica la necessità che l'individuo dia spazio alla sua vocazione ad essere entrando in conflitto con la tradizione culturale del gruppo di appartenenza.

Freud, infine, nega che la natura umana contenga un qualunque bisogno sociale e vede nell'animalità dell'uomo una minaccia che solo la cultura può piegare alle leggi della convivenza civile.

In questa parabola che parte dalla radicale socialità dell'uomo (Darwin e Marx), la identifica con Nietzsche come una minaccia per l'individuazione e giunge con Freud alla sua negazione è difficile non intravedere il riflesso di una congiuntura storica che rende problematica la definizione della natura umana, dell'Io, dell'Altro e della relazione tra io e Altro.

Questa definizione, ancora oggi, è il problema.