Charles Darwin

Autobiografia

Einaudi, Torino 1962

1.

E’ singolare che, nel cuore della società vittoriana, siano maturate nello stesso periodo due delle maggiori rivoluzioni culturali nella storia dell’umanità: la teoria evoluzionistica di C. Darwin e il materialismo storico-dialettico di K. Marx. Quest’ultimo, lettore vorace, fu tra i primi a cogliere il significato del darwinismo quale filosofia naturale che rendeva superflua la metafisica. Nel 1867, in occasione della pubblicazione de Il Capitale, a dieci anni di distanza dalla comparsa de L’origine delle specie, egli scrisse a Darwin comunicandogli l’intenzione di apporre al libro una dedica in suo onore. Darwin cortesemente rifiutò la proposta in nome della sua incompetenza nell’ambito di argomenti non concernenti immediatamente le scienze naturali.

A posteriori, la proposta di Marx appare aver colto le implicanze filosofiche del darwinismo, che non per caso continua ad essere contestato dai fondamentalisti cristiani, politicamente conservatori. Il diniego di Darwin va, invece, al di là di un attestato di umiltà. Per quanto sia incerto che egli possa avere letto il manoscritto inviatogli da Marx, è probabile che abbia intuito in esso una discordanza profonda con la sua opera.

L’evoluzionismo, infatti, pone da parte ogni riferimento alla creazione in nome del fatto che le forze naturali, associate alla casualità, sono sufficienti a spiegare l’origine delle specie animali. Nell’ottica evoluzionistica non si dà alcuna finalità teleologica: il complesso si origina dal semplice per il "gusto" della natura di sperimentare forme diverse di adattamento all’ambiente, nessuna delle quali si può ritenere migliore di un’altra. Un organismo unicellulare è adattato all’ambiente in un modo funzionale omologabile a quello dell’animale più complesso.

L’evoluzionismo storico di Marx è, invece, imprescindibile da una finalità intrinseca alla storia in quanto espressione del progressivo dispiegamento della natura umana: la costruzione di un mondo nel quale ogni uomo, nei limiti della sua costituzione, possa trovare modo di realizzare appieno le sue potenzialità.

Nell’ottica di Darwin, è l’organismo che si adatta all’ambiente; in quella di Marx, è l’uomo che trasforma l’ambiente per adattarlo alle sue esigenze.

Le due prospettive non sono incompatibili. Posto che l’evoluzione della vita è frutto del caso, l’uomo, in quanto essere sprovveduto di capacità istintive di adattamento, vale a dire essere carente, non può che raccogliere la sfida intrinseca alla sua condizione, votata naturalmente all’estinzione. Egli deve, per sopravvivere, creare un ambiente culturale, utilizzando e trasformando la natura che lo circonda. Il problema, da questo punto di vista, sta nel capire quale sia l’ambiente culturale, economico, sociale, politico, tecnico più idoneo alla sua natura.

E’ un paradosso non privo di significato che le critiche nei confronti del darwinismo e del marxismo siano giunte di recente a conclusioni che, nel loro complesso, sono sconcertanti. Alcuni biologi, infatti, anche non credenti, tendono ad escludere che la casualità della selezione naturale possa spiegare l’evoluzione di forme di vita sempre più complesse. Se un organismo unicellulare è perfettamente adattato all’ambiente, che bisogno c’è — essi si chiedono — di una forma di vita superiore? Da ciò ricavano l’idea che l’evoluzione animale implichi, se non un disegno trascendente, una qualche forma di intelligenza intrinseca alla natura che gravita verso la complessità. Casualità vs creatività della natura, insomma.

Economisti, storici, sociologi e politologi, invece, sostengono che anche solo ipotizzare che la storia umana abbia una finalità pone le premesse di una strategia rivolta a realizzarla, facendo violenza alla libertà umana. L’evoluzione storica procederebbe sulla base di tentativi ed errori tale che, date le infinite variabili che concorrono a promuoverla, non sarà mai possibile programmarla su di una base razionale, orientarla cioè a soddisfare le esigenze di tutti gli esseri umani. In questa ottica, gli unici valori riconosciuti come universali sono quelli della democrazia e della libertà, il cui significato ultimo è di promuovere a livello sociale una condizione di pari opportunità che consenta ad ogni individuo di realizzare le sue potenzialità. Causalità vs libertà, in breve.

Sia Darwin che Marx rimarrebbero piuttosto sconcertati da teorie del genere, che attribuiscono alla natura un’intelligenza creativa, nel mentre negano alla specie umana la capacità di definire e realizzare un progetto che, nonostante la casualità della sua comparsa, coniughi la libertà individuale e la giustizia sociale.

2.

Benché scritta in una forma del tutto scarna, tipica della mentalità di uno scienziato, l’autobiografia di Darwin merita interesse per molteplici aspetti.

Un primo aspetto è di ordine psicologico, e concerne la psicologia individuale di Darwin non meno che le trasformazioni che essa subisce in conseguenza della dedizione all’attività scientifica.

Figlio di una famiglia di antiche tradizioni intellettuali, C. Darwin ha una carriera scolastica nel complesso mediocre, che non lascia minimamente presagire il suo futuro. Precocemente interessato all’osservazione della natura, incline precocemente a fare lunghe passeggiate solitarie o a dedicarsi alla pesca, egli non ha alcun interesse per gli studi classici. Il suo curriculum è dunque senza infamia e senza lode: "Quando lasciai la scuola non ero né troppo avanti né troppo indietro per la mia età; credo che mio padre e i miei maestri mi giudicassero un ragazzo mediocre, un po’ al di sotto del livello intellettuale medio. Mio padre mi disse una volta, con mia profonda mortificazione: "Non fai altro che andare a caccia, occuparti di cani, e catturare i topi, e sarai perciò una disgrazia per te stesso e per tutta la famiglia"." (pag. 10)

Non è un ragazzo apatico. Il problema piuttosto è che il senso del dovere non mobilita in lui una risposta se non suscita un vivo interesse: "le sole qualità che facevano sperare bene per il futuro erano gli interessi spiccati e diversi, l’ardore con cui mi applicavo a ciò che mi interessava e il vivo piacere che mi dava la comprensione di argomenti o fatti complessi." (p. 24)

Le cose non migliorano affatto con l’iscrizione alla facoltà di medicina dell’Università di Edimburgo. Darwin definisce le lezioni "insopportabilmente scialbe" (p. 28), coltiva molti interessi ma si dedica poco allo studio accademico, spende le vacanze estive a divertirsi, non ha alcuna intenzione di dedicarsi alla pratica medica. Le cose non migliorano neppure quando, su consiglio del padre, preoccupato che egli possa divenire un ozioso, si trasferisce a Cambridge con l’intento di diventare un pastore evangelico. Sono tre anni sprecati miserevolmente. Alcune lezioni di geologia e di botanica suscitano il suo interesse, ma il complesso dell’insegnamento lo nausea.

E’ dunque l’assenza di un progetto chiaro di vita che lo porta, secondo una tradizione propria dell’epoca, a prendere la via del mare. Durato cinque anni, l’esperienza è decisiva: "il viaggio sul Beagle è stato di gran lunga l’avvenimento più importante della mia vita e quello che ha determinato tutta la mia carriera." (p. 58) Nel corso del viaggio, infatti, l’amore per la scienza prende gradualmente il sopravvento su qualunque altro interesse e diviene una vocazione e la personalità si trasforma: "Inconsciamente e insensibilmente scoprii che il piacere di osservare e di ragionare era di gran lunga superiore a quello della caccia e dello sport. Gli istinti primitivi del barbaro cedettero lentamente il campo ai gusti educati dell’uomo civile." (p. 60)

Questa trasformazione, che potrebbe essere interpretata semplicemente come scoperta di un’attitudine prima espressa in forma dispersiva e oppositiva rispetto alle richieste ambientali, si traduce in una vita ritirata, completamente assorbita dalla riflessione scientifica, dalla elaborazione dei dati e dalla costruzione della teoria evoluzionistica.

L’isolamento non è completo. Darwin si sposa, ha dei figli, alcuni amici prestigiosi. Il vissuto è più significativo a livello interiore: "Quando ero giovane e in buona salute ero capace di affetti molto intensi, ma negli ultimi anni, pur conservando sentimenti assai amichevoli verso molte persone, ho perduto la capacità di attaccarmi profondamente a chiunque... Credo che questa dolorosa attenuazione del sentimento si sia verificata gradualmente in me, e che sia stata provocata dal timore del grande abbattimento morale derivante da stanchezza, ch’io ritenevo inevitabilmente associato a visite e conversazioni che durassero più di un’ora" (pp. 96-97)

A questo affievolimento degli affetti si associa anche una netta diminuzione della sensibilità estetica, che impedisce a Darwin di godere della pittura, della musica e della letteratura classica. Egli denuncia tale stato di cose attribuendolo a caratteristiche proprie della sua organizzazione mentale, ma è sufficientemente onesto per giungere ad una limpida conclusione: "La mia mente sembra diventata una specie di macchina per estrarre delle leggi generali da una vasta raccolta di fatti." (p. 121)

Vissuti molto simili a questi sono stati espressi da Einstein (cfr La religione di Einstein pubblicata nel sito) . In questi però essi sono ritenuti una conseguenza naturale del piacere che si ricava dalla ricerca scientifica. Darwin, invece, li vive con un vago senso di colpa, che spiega, forse, gli infiniti disturbi nevrotici che lo hanno tormentato negli ultimi trent’anni di vita.

La scienza richiede un prezzo da pagare. L’attrazione che un uomo avverte penetrando nel territorio del pensiero e perseguendo l’obiettivo di penetrare il mistero dell’esistenza nei suoi diversi aspetti ha un’inesorabile ricaduta sui legami affettivi che egli intrattiene con il mondo reale. Rendendo onore ai grandi esploratori della verità, l’umanità dovrebbe tener conto anche di questo prezzo che essi pagano.

3.

Un secondo aspetto, non meno importante, che emerge dalla biografia, è il progressivo declino e infine il superamento della fede religiosa in conseguenza di un approccio razionale alla teologia e, infine, di un’adesione al pensiero scientifico.

Il tragitto è ricostruito da Darwin in termini molto onesti. Quando egli si imbarca sul Beagle la sua fede è assolutamente ortodossa, anche se già sottesa da un orientamento critico che gli impedisce di prendere per oro colato i testi biblici: "A quel tempo ero pervenuto, gradualmente, a rendermi conto come il Vecchio Testamento, per la sua storia del mondo così manifestamente falsa, con la Torre di babele, l’arcobaleno come presagio, ecc., per la sua attribuzione a Dio dei sentimenti di un tiranno vendicativo, non meritasse più fede dei libri sacri degli Indù e della credenza di qualsiasi barbaro." (p. 67)

A partire da questi dubbi, il pensiero critico viene ad urtare contro una serie di ostacoli insormontabili: i miracoli, le contraddizioni dei testi evangelici, il dogma dell’inferno ("un’odiosa dottrina" p. 69). In conseguenza di ciò, la fede si attenua e subentra una certa incredulità che, alla fine, diviene totale.

Ma non è solo la critica dei contenuti dottrinari a provocare quest’incredulità. E’ evidente che la visione del mondo religiosa viene gradualmente ad essere sostituita da una visione scientifica. Tale visione comporta un aspetto destruens e uno costruens. Quello destruens è l’incompatibilità tra la fede e l’evoluzione naturale: "Oggi, dopo la scoperta della selezione naturale, cade il vecchio argomento di un disegno nella natura... che in passato mi era sembrato decisivo...

Un piano che regoli la variabilità degli esseri viventi e l’azione della selezione naturale, non è più evidente di un disegno che predisponga la direzione del vento. Tutto ciò che esiste in natura è il risultato di leggi determinate." (p. 69)

Se non c’è un disegno, ciò non significa che il mondo animale sia il regno dell’assurdo. Si può pensare infatti che "la maggior parte degli esseri viventi, se non tutti, si sono sviluppati per selezione naturale in modo tale che si valgano delle sensazioni piacevoli come loro guida abituale." (p. 71)

Applicato all’uomo questo principio non porta all’edonismo egoistico: "Mi sembra che per un uomo che non abbia la costante certezza di un Dio personificato o di una vita futura con relativa ricompensa, l’unica regola della vita debba essere quella di seguire gli istinti e gli impulsi più forti o che gli appaiono migliori... D’altra parte l’uomo considera passato e futuro e confronta i suoi vari sentimenti, desideri e ricordi; e trova poi, con il parere di tutti i più saggi, che la massima soddisfazione deriva dal seguire certi impulsi e precisamente gli istinti sociali. Se agisce per il bene altrui riceve l’approvazione degli altri uomini e conquista l’amore delle persone con cui vive, cioè la cosa più piacevole che vi sia sulla terra. A poco a poco troverà insopportabile obbedire alle passioni dei sensi piuttosto che agli impulsi superiori, che quando diventano abituali possono quasi essere chiamati istinti. Talvolta la ragione gli suggerirà di agire contro l’opinione altrui; non riceverà allora segni di approvazione, ma avrà la sicurezza di avere seguito la sua guida più profonda, la coscienza." (p. 76)

Qualcuno può ritenere banale una visione del mondo che attribuisce a tutti gli esseri viventi un bisogno primario di felicità che sopravvive alle infinite esperienze di dolore cui essi sono sottoposti e all’uomo un istinto sociale che lo porta naturalmente a sviluppare una coscienza morale e, al limite, a sentire come un valore la capacità di opporsi all’opinione altrui quando egli lo ritiene giusto. In realtà si tratta di una filosofia densa di suggestioni, sulla quale ancora oggi vale la pena di riflettere.

4.

L’aspetto più importante dell’autobiografia darwiniana è comunque quello epistemologico.

E’ stato sottolineato più volte che l’evoluzionismo non nasce con Darwin. Prima di lui, però, si trattava di un’ipotesi intuitiva. Solo grazie al suo paziente lavoro essa è divenuta una delle teorie più ricche di prove nell’ambito scientifico.

Non potendo ovviamente fare uso della sperimentazione, Darwin segue un metodo induttivo e anticipatamente popperiano. Egli osserva attentamente i fatti e li raccoglie cercando di formulare ipotesi che li spiegano. E’ evidente che l’osservazione muove dall’intuizione di un problema da risolvere, vale a dire da una qualche teoria implicita. Ma se all’inizio del viaggio sul Beagle Darwin è di fede ortodossa, crede quindi nella creazione divina, che cosa lo spinge ad interrogarsi sull’origine delle specie animali? Non si può pensare ad altro che ad un’esigenza di conoscere che si apre alla realtà con un atteggiamento critico per confermare o mettere in discussione quello che egli già sa o presume di sapere.

La validità del metodo fondato sull’osservazione non dipende solo dal numero di fatti ritenuti significativi in rapporto al problema in questione, bensì dall’attenzione che Darwin rivolge a quelli che, apparentemente, sembrano contrastanti con le ipotesi formulate. Egli insomma falsifica le ipotesi che gradualmente produce al fine di corroborarle, vale a dire di formularne altre di ordine più generale che riescono a spiegare anche i fatti inesplicabili nel quadro delle precedenti.

Al di là dell’estremo rigore, che ha consentito alla teoria dell’evoluzione di resistere alla prova del tempo (con opportune modifiche dovute soprattutto alla genetica), la metodologia di Darwin si presta ad una riflessione di più ampia portata.

Propriamente parlando, Darwin non ha "scoperto" alcunché: le prove accumulate per costruire la teoria dell’evoluzione naturale erano da sempre sotto gli occhi di tutti, benché disperse nel vasto scenario del mondo. Egli ha avuto il merito di averle "viste", selezionandole sullo sfondo della realtà con cui si confondono, e di averle valorizzate come indizi di processi naturali significativi che egli poi ha tentato di teorizzare.

Questo — presumibilmente — è il motivo per cui Marx pensò di dedicare a Darwin Il Capitale. Egli colse il parallelismo tra l’approccio indiziario e storico ai fenomeni dell’evoluzione naturale e il suo approccio all’evoluzione della società umana.

Darwinismo e marxismo, di fatto, concordano sul principio per cui la realtà, in tutti i suoi aspetti, ha un senso che si riconduce a forze o a leggi che ne spiegano l’organizzazione. Queste forze o leggi vanno ricostruite concettualmente, ma i loro indizi sono presenti nella realtà osservabile. Per reperirli, occorre solo aguzzare la vista sulla base dell’intuizione per cui ciò che appare è ingannevole e ciò che si pensa riguardo all’apparenza falso.

Tale principio potrebbe essere adottato universalmente se si desse per scontato il fatto che l’apparenza non coincide con l’essenza, ma, in qualche misura, la indizia.

Ciò non porterebbe ad un mondo nel quale tutti gli uomini sarebbero scienziati. Li aiuterebbe semplicemente, a mantenere un atteggiamento critico nei confronti della realtà, e ad osservarne attentamente la superficie per cogliere in essa gli indizi che portano ad intuire una realtà sottostante, dinamica, che richiede sforzo per essere conosciuta.

Forse, l’insegnamento più profondo, implicito, di Darwin è proprio questo: la verità (almeno per quel tanto che è concesso agli uomini di afferrare) è sempre sotto gli occhi. Basta leggerla.