ALCUNI TIPI DI CARATTERE TRATTI DAL LAVORO PSICOANALITICO (1916)

Opere vol. 8 pp.625 - 652

Per apprezzare la genialità freudiana e il suo limite, dovuto all'ideologia pulsionale, non c'è nulla di meglio che leggere questi tre brevi saggi, nei quali Freud affronta un problema - quello caratterologico - che non approfondirà mai adeguatamente.

Nel primo, egli affronta il tema delle "eccezioni", vale a dire di pazienti che, posti di fronte alla necessità di frustrare i loro desideri infantili per accedere al principio di realtà e guarire "si ribellano a simili pretese con una particolare motivazione. Dicono di avere già sofferto e subito un numero sufficiente di privazioni, si considerano in diritto di essere risparmiate da ulteriori pretese, non vogliono più sottoporsi ad alcuna spiacevole necessità perché si ritengono eccezioni e tali intendono rimanere." (p. 631)

E' evidente che il termine eccezioni viene utilizzato dai pazienti in risposta al fatto che Freud espone loro il principio dell'appagamento e della fissazione del desiderio come legge che governa la genesi della nevrosi. Qual è il motivo di questa ribellione al dogma centrale della psicoanalisi? Freud lo identifica in una circostanza specifica: "nei casi da me esaminati è stato possibile dimostrare l'esistenza di una particolarità comune ai pazienti nelle prime vicissitudini della loro vita: la loro nevrosi si collegava con un'esperienza o una sofferenza vissute nei primi anni dell'infanzia, di cui sapevano di non essere colpevoli e che valutavano come una menomazione della loro persona. I privilegi che essi facevano derivare da questa ingiustizia e la ribellione che ne era scaturita avevano contribuito non poco ad acuire i conflitti che più tardi avrebbero condotto allo scoppio della nevrosi." (p. 631)

Come ho scritto più volte, la rabbia per ingiustizie subite rappresenta, in rapporto alla mia esperienza, una costante che, con un po' d'attenzione, si ritrova in tutte le esperienze di disagio psichico, e non è affatto eccezionale che essa si traduca in atteggiamenti rivendicativi di vario genere. Freud limita invece questa circostanza a situazioni oggettive di danno dovute al caso (come le malformazioni) o all'incuria (come alcune malattie infantili). Non per caso assume come campione di questa categoria un personaggio di Shakespeare, il Riccardo terzo, il re nato deforme che giustifica la sua scellerataggine attribuendola al torto che la natura gli ha fatto. L'esempio, tendenzioso, svuota di significato il problema delle eccezioni che possono essere ricondotte nell'alveo dell'ortodossia. Mortificando il narcisismo primario, le precoci sofferenze infantili infatti avrebbero l'effetto di cristallizzare la rivendicazione narcisistica, di orientare cioè i soggetti a ritenere di essere in credito con la vita. In conseguenza di questo essi rifiuterebbero di accettare la frustrazione del desiderio in nome del principio di realtà.

Quanto di artificioso c'è in tale argomentazione, lo si può apprezzare tenendo conto delle ultime righe del saggio: "Prima di abbandonare le "eccezioni", possiamo comunque sottolineare che la pretesa delle donne a determinati privilegi e alla liberazione da tante costrizioni della vita poggia sulle stesse basi. Come possiamo costatare dal lavoro analitico, le donne si considerano danneggiate nell'infanzia, private di qualche cosa e messe in disparte senza loro colpa; e l'acredine di così tante ragazze nei confronti della propria madre scaturisce in ultima analisi dal rimprovero di averle fatte nascere donne invece che uomini." (pp. 633-634)

Il secondo saggio riguarda anch'esso delle "eccezioni". Posto il dogma per cui le nevrosi si originano dalla frustrazione dei desideri libidici "a maggior ragione sorprenderà e addirittura turberà noi medici la costatazione che le persone talvolta si ammalano proprio quando è stato appagato un loro desiderio profondamente radicato e da lungo tempo accarezzato. Si ha davvero l'impressione che costoro non siano in grado di sopportare la loro felicità, dal momento che la connessione fra successo e malattia risulta inequivocabile." (p. 635)

L'esistenza delle nevrosi da successo è un'evenienza che ha riscontro ancora oggi. A me sembra che essa sia la punta di un iceberg, il cui corpo ho ricondotto alla fobia della felicità, una singolare espressione del masochismo morale, tale per cui il soggetto, sentendosi inconsciamente in colpa, teme che qualunque evento positivo della vita possa essere compensato poi da un aumento della sofferenza o dall'intervento di qualcosa di negativo che lo compensa.

Anche per illustrare questa dinamica, anziché utilizzare il materiale clinico, Freud si rivolge alla letteratura. Ma la scelta, sia nel caso di lady Macbeth che di Rebekka (un persobaggio di Ibsen) è infelice. Si tratta nell'uno e nell'altro caso di due donne che si sono macchiate di omicidio. Ora la nevrosi da successo e la fobia della felicità sono piuttosto rare nei criminali, mentre risultano piuttosto diffuse tra persone che non hanno mai fatto male ad lacuno. Sicché la conclusione cui giunge Freud è piuttosto mediocre: "Il lavoro psicoanalitico insegna che le forze della coscienza morale che provocano la malattia in conseguenza del successo, anziché, come al solito, con la frustrazione, sono intimamente connesse con il complesso edipico, con il rapporto con il padre e la madre, come del resto forse lo è il nostro senso di cola in generale" (p. 650)

Il terzo saggio riguarda i delinquenti per senso di colpa. Nella pratica clinica Freud si è trovato più volte ad interpretare comportamenti infrattivi della legge (furti, truffe, incendi dolosi, ecc.) associati ad una situazione di disagio. L'intuizione lo spinge ad approfondire questo rapporto e lo conduce ad una conclusione rilevante: "Il lavoro analitico ha dato il sorprendente risultato che tali azioni venivano compiute soprattutto perché proibite e perché la loro esecuzione portava un sollievo psichico a chi le commetteva. Costui soffriva di un opprimente senso di colpa di origine sconosciuta e, dopo avere commesso un misfatto, il peso veniva mitigato. Perlomeno il senso di colpa veniva attribuito a qualcosa. Per quanto possa apparire paradossale, devo asserire che il senso di colpa era preesistente all'atto illecito e non traeva origine da esso, ma che al contrario il misfatto stesso derivava dal senso di colpa." (p. 651)

Commettere una colpa per dare un qualche fondamento realistico al senso di colpa è una circostanza abbastanza inconsueta in analisi. Molto più frequente è invece un'altra dinamica non meno inquietante: quella per cui un soggetto commette una colpa per negare di sentirsi in colpa. Questo accade sia a pazienti nevrotici e psicotici che maltrattano e tiranneggiano i familiari, sia a giovani devianti che, perseguitati dai sensi di colpa, alzano di continuo il tiro delle loro trasgressioni per respingere l'angoscia.

Problematiche del genere impongono di chiedersi se esse non siano, almeno in una certa misura, estensibili ai comportamenti criminali in senso proprio. Freud se lo chiede, e risponde abbastanza realisticamente. In un certo numaro di delinquenti ciò che sorprende è l'assenza di ogni rimorso, ma "per ciò che riguarda la maggioranza degli altri delinquenti… questa motivazione (il senso di colpa) del crimine potrebbe essere molto convenientemente presa in considerazione; ne risulterebbero chiariti alcuni punti oscuri della psicologia del delinquente, e potrebbe essere fornito un nuovo fondamento psicologico alla pena." (p. 652)

Come dovrebbe essere ormai chiaro l'oscillazione di Freud tra la genialità intuitiva e la banalità interpretativa è una costante.