GIOVANNI BORGOGNONE

LA DESTRA AMERICANA
Laterza Bari 2004

1.

In un articolo recente, ho tentato di ricostruire la storia degli Stati Uniti per capire il senso della "rivoluzione" conservatrice che ha raggiunto il suo acme con la trionfale rielezione del Presidente George Bush junior e per ricostruirne le matrici profonde. In sintesi, l'articolo illustre una parabola abbastanza consueta in ambito storico: quella per cui le rivoluzioni politiche e culturali, se non sono supportate da un vivace senso critico, tendono inesorabilmente alla degenerazione. E' difficile non considerare rivoluzionario l'istaurarsi sul territorio americano, alcuni anni prima della Rivoluzione francese, di un regime democratico e repubblicano, organizzato precocemente in maniera tale da scongiurare definitivamente qualunque assolutismo centrale. E' altrettanto difficile, oggi, non considerare oltranzista, se non reazionario, un regime che, in nome del primato assoluto assegnato alla libertà individuale in ambito economico, sta evolvendo rapidamente nella direzione della plutocrazia, e, in nome della democrazia, porta avanti il progetto sciagurato della guerra preventiva.

Al di là del giudizio critico, è necessario prendere atto che tale parabola ha un suo significato. L'orgoglio indipendentista originario dei coloni, che osarono sfidare l'Inghilterra, la maggiore potenza economia e militare all'epoca, si è trasformato, attraverso il mito della frontiera e il successo conseguito prima contro il nazismo e poi contro il comunismo sovietico, in un orgoglio nazionalista e patriottico che, alimentato dalla crescita della ricchezza e della potenza politico-militare, si pone oggi come una visione del mondo totalizzante che identifica nell'America la Civiltà del Bene, i cui valori - l'individualismo, il liberismo, la religione - dovranno essere riconosciuti da tutto il mondo.

Il pericolo intrinseco a qualunque civiltà non dotata di potere autocritico, come noto, è l’etnocentrismo. L'America di oggi non solo manifesta una carenza di tale potere: essa reagisce con fastidio e intolleranza a qualunque critica esterna, venga pure essa dai paesi europei, suoi tradizionali alleati. E' dunque una nazione immersa nel sogno di un'egemonia globale e perenne, nella difesa a qualunque costo del suo tenore di vita (che peraltro esclude un sesto dei cittadini) e nella rivendicazione di un modello socioeconomico liberista che essa ritiene non sormontabile.

Il libro di Borgognone, per quanto un po' aridamente compilativo, è una miniera di informazioni utili a ricostruire nei dettagli la genesi dell'ideologia conservatrice americana, che vede alleati i neocons e i protestanti fondamentalisti: laici (in prevalenza) gli uni, religiosi gli altri, entrambi schierati a difesa della civiltà bianca e cristiana contro gli assalti del modernismo, del razionalismo, del relativismo morale europeo, e dell'integralismo islamico.

Fornisco un breve riassunto dei sei densi capitoli del libro.

La matrice originaria del conservatorismo è paradossale perché si riconduce all’esito della guerra civile ottocentesca, vale a dire alla vittoria del Nord industrializzato e capitalista  sul Sud schiavista e tradizionalista, ove vigeva un’ideologia gerarchica fondata sui valori religiosi e su di un’aristocrazia intellettuale. La vittoria del Nord viene ricondotta alle virtù del capitalismo e del liberismo che vengono enfatizzati al punto di giustificare gli squilibri sociali, in nome della selezione naturale (darwinismo sociale), e di identificare una minaccia nell’interventismo statale a tutela delle fasce più deboli e nelle organizzazioni sindacali. Nasce dunque il “libertarismo”, che esalta, fino al limite dell’anarchia, la libertà dell’individuo da ogni coercizione personale, politica e sociale, e vede un pericolo nella democrazia.

Nel 1935, Albert J. Nock, il principale esponente del libertarismo, scrive un libro – Our Enemy, The State – che rovescia le categorie marxiste, identificando nello Stato uno strumento di sfruttamento economico di una classe, quella ricca e produttiva, da parte di un’altra, meno abbiente perché meno capace, laboriosa e intraprendente.

Precocemente il libertarismo si associa con l’”isolazionismo”, vale a dire con l’opposizione ad ogni   impegno diplomatico e militare al di fuori dei confini nazionali. L’intento degli isolazionisti – che si definiscono indipendentisti, neutralisti e nazionalisti – è di preservare l’unicità e la purezza delle istituzioni americane dal contagio dello Statalismo che, all’epoca, appare dominante in Europa sotto forma di fascismo, nazismo e comunismo. Tale intento induce a identificare nel New Deal e nel partito democratico autentiche minacce per l’integrità della civiltà americana.

Il radicalismo dell’isolazionismo porta a vedere, nello Stato, un’istituzione antisociale e criminale e, nei democratici, criptosocialisti che operano per distruggere il paese.

Sia il libertarismo che l’isolazionismo perdurano anche nel secondo dopoguerra. Il primo riconosce addirittura uno sviluppo la cui influenza giunge ai nostri giorni. Nel 1947, Ludwig von Mises, Friedrich August vov Hayek, Milton Friedman e Karl Popper fondano un’istituzione (la Mont Pélerin Society) il cui obiettivo è rafforzare a difesa intellettuale di una società libera. Comune a questi autori è la convinzione che la libertà dell’individuo sia un valore assoluto e che la sua espressione più propria sia la tendenza all’autoaffermazione personale senza alcuna interferenza statale. Scrive Hayek: “la coercizione è un male perché impedisce ad una persona di utilizzare completamente le sue facoltà mentali e di conseguenza gli impedisce di dare alla comunità il maggior contributo di cui egli è capace”. L’influenza esercitata da questo gruppo, al quale partecipano filosofi, economisti, politologi, storici, è stata fondamentale.

Tale influenza è riconoscibile anche in un libro pubblicato nel 1984, Beyond Liberal e Conservative, nel quale William Maddox e Stuart Lilie definiscono la mappa politica del liberalesimo distinguendo quattro correnti: il liberalesimo moderno, che sostiene la necessità dell’intervento dello Stato nell’economia, il conservatorismo, che, all’opposto, auspica un maggior impegno governativo in ambito morale e non in quello economico, il populismo, che mira ad un interventismo statale su entrambi i fronti, e il libertarismo, che considera l’individuo superiore ad ogni altro valore politico.

2.

Nell’ottica della Old Right, termine con cui ci si riferisce alla coniugazione del libertarismo e dell’isolazionismo nel corso della prima metà del Novecento, i valori morali e religiosi sono importanti ma non primari. Essi invece assumono un rilievo radicale nell’ambito del fondamentalismo protestante.

Il panorama di questo movimento è piuttosto variegato. Esso, infatti, si riconduce univocamente al “nativismo”, vale a dire all’esaltazione dei valori puritani dei Padri pellegrini, fondatori dell’insediamento nel territorio americano. Tale esaltazione comporta un atteggiamento di marcata ostilità nei confronti di tutti coloro che non sono discendenti di essi, nativi americani, e soprattutto dei cattolici, che vengono ritenuti rappresentanti di un’istituzione – la Chiesa – gerarchica e feudale. Nella sua espressione estremizzata, però, rappresentata dal Ku Klux Klan, si giunge al razzismo assoluto di considerare la civiltà bianca e cristiana come superiore a tutte le altre. In conseguenza di tale razzismo, il Ku Klux Klan fomenta nei suoi sostenitori   la volontà di imporre tale superiorità con ogni mezzo e la tendenza a considerare un nemico da distruggere qualunque rappresentante di un’etnia diversa (i neri in particolare) e di una religione diversa (ebrei).

Al di là del Ku Klux Klan, che si può ritenere un’aberrazione, il protestantesimo statunitense, oltre all’orientamento antialien (contro gli immigrati) ha sempre sostenuto l’intima affinità tra la religione e i valori spirituali propri della nazione americana. Da ciò discende per un verso l’identificazione degli americani con il popolo eletto, investito della missione divina di tutelare il Bene, e per un altro un acceso conservatorismo a difesa del sistema statunitense. Tale difesa permette di comprendere l’anticomunismo viscerale dei fondamentalisti, meno l’identificazione dei liberals come sostenitori mascherati del comunismo, meno ancora la giustificazione degli squilibri sociali propri della società americana. Tale giustificazione si fonda sul presupposto per cui la ricchezza è, nello stesso tempo, espressione del merito personale e del favore di Dio. Lo Stato non ha dunque il diritto di intervenire sulla distribuzione della ricchezza per non interferire sulla libertà individuale e sulla imperscrutabile volontà divina.

La giustificazione degli squilibri sociali, nell’ottica del fondamentalismo protestante, non significa accettazione passiva dello status quo. Il rimedio, però, non è l’assistenzialismo statale, bensì la beneficenza privata, che non comporta nessun obbligo per i ricchi e, soprattutto, nessun diritto dei poveri.

All’antiugualitarismo si richiama anche la corrente dei New Humanist, che opera   a partire dagli anni venti e trenta, la quale associa ad esso, in nome dell’aristocrazia naturale basata sulla virtù e sull’autodisciplina, una critica radicale della democrazia.

Negli anni trenta, anche il Sud degli Stati Uniti escono dal letargo in cui sono precipitati dopo la fine della guerra civile, ed entrano in lizza sul piano ideologico opponendo alla cultura del Nord, fatta di razionalità, calcolo, centralizzazione del governo, quella loro propria impregnata di tradizione, religione, comunità e rispetto dei diritti degli altri Stati. Tale opposizione si è tradotta per alcuni anni in una critica da destra del modello capitalistico e dello stile di vita individualistico e consumistico da esso propugnato. Via via che le tesi dei Southern Agraria sono stati fatti propri dal partito repubblicano, la critica al capitalismo è progressivamente diminuita a favore di un richiamo nostalgico al ricomporsi di una comunità fondata sulla famiglia e sulla Chiesa.

L’orientamento razzista, antiradicale e antialien già intrinseco al fondamentalismo protestante si esaspera nei movimenti di estrema destra americani, che ne rappresentano una derivazione. Tali movimenti sono attivi a partire dagli anni venti e, nelle loro frange più radicali, giungono ad esaltare il fascismo e il nazismo.

La sconfitta del nazismo e la scoperta dei suoi crimini pone fine alla destra estrema americana, che sopravvive solo in virtù di sparute minoranze. Il suo spirito però si mantiene nella lotta contro il comunismo, considerato il Male per eccellenza.

La più tristemente nota incarnazione di questo spirito è stata la caccia alle streghe condotta nel dopoguerra dal senatore McCarthy.

Affievolitasi la destra estrema, sopravviene, negli anni ’70 e ’80, il ritorno del fondamentalismo protestante nella forma violenta del movimento denominato Christian Identity, connotato da una forte carica antigovernativa, dalla rirproposizione della supremazia bianca e dell’antisemitismo. A tale movimento si devono anche alcuni attentati terroristici. Squalificato dalla pratica della violenza, il fondamentalismo protestante estremista ha ripreso vigore dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 fino al punto di configurarsi come una vera e propria Jihad americana.

3.

Tutti i movimenti di cui si è parlato hanno influenzato più o meno profondamente la cultura, l’opinione pubblica e la vita politica american. Il fenomeno più inquietante degli ultimi anni è però la confluenza nel conservatorismo di personaggi provenienti dalle file dei liberals, denominati neoconservatives. Paradossalmente, il viraggio ideologico dei neoconservatives è dovuto alle rivolte studentesche sopravvenute tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio, che, ai loro occhi, rivelano i danni di una cultura che tende a promuovere il misconoscimento dell’autorità, delle esigenze di ordine e dei valori tradizionali.

Questo singolare viraggio si avvia nel 1972 con la conversione al conservatorismo di Irving Kristol, che da giovane milita nelle file del troztchismo, e prosegue, attraverso vari ex-liberals, sino ai nostri giorni.

I neoconservatives sostengono il sistema capitalistico, ma ritengono che esso abbia bisogno di una base di ideali e di valori per non cadere in una spirale senza fine di secolarizzazione. Essi non sono contrari in linea di principio al Welfare State che garantisca ad ogni individuo il social minimum che consenta una vita dignitosa. Sono fieramente avversi, invece, all’estensione indifferenziata dell’assistenzialismo che tende a produrre deresponsabilizzazione negli individui e sprechi da parte dello Stato.

I neoconservatives sono consapevoli dell’antiamericanismo che si va diffondendo nel mondo, ma lo attribuiscono in parte alla propaganda comunista e in parte alla crisi morale che investe l’America. Ciò consente loro di unificare due obiettivi: la lotta contro il comunismo come male assoluto e la restaurazione dei valori morali propri della tradizione statunitense.

Dati questi principi non sorprende che gli ex-liberal si schierino massicciamente a favore di Reagan, contribuendo alla sua vittoria.

La confluenza tra neoconservatives e Partito repubblicano si consolida successivamente. Nel 1997 William Kristol, figlio del pioniere Irving Kristol, fonda il Project for the New American Century, un gruppo che si rivela determinante per cementare l’alleanza dei neoconservatori con la destra repubblicana. Ancora durante la Presidenza di Clinton, il Pnac prepara il piano per un profondo cambiamento nella politica estera americana che prevede l’invasione dell’Iraq, un sostegno alla repressione israeliana nei territori palestinesi, campagne militari contro Siria e Iran, ecc.

I neoconservatives contribuiscono nel 2000 all’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca e incrementano la loro visibilità dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Essi sono in prima fila nel 2003 nel sostenere l’invasione dell’Iraq e nel criticare l’accidia dell’Europa che, in nome della pace, adotta nei confronti dei problemi mondiali la politica dello struzzo.

All’influenza prevalentemente intellettuale dei neoconservatives si è infine associata quella della New Christian Right, versione non violenta della Christuan Identità, che si è diffusa soprattutto attraverso i telepredicatori. Elemento unificante delle varie correnti del fondamentalismo protestante confluite in questo nuovo movimento è la battaglia contro la “degenerazione umanistica” dovuta alla secolarizzazione, equiparata ad una forma di neopaganesimo. Fornita di ingenti risorse economiche, la New Right ha rispolverato tutte le tematiche proprie della tradizione conservatrice americana: l’isolazionismo, l’esaltazione dei nativi, il nazionalismo patriottico, l’anticattolicesimo, l’orientamento antialiens, l’anticomunismo, l’identificazione del capitalismo come modello socioeconomico espressivo della volontà divina, la difesa della famiglia tradizionale e dei suoi valori, la lotta contro l’aborto, l’omosessualità e la pornografia, l’avversione contro la cultura liberal, ecc.

4.

La confluenza del tradizionale conservatorismo repubblicano, la cui anima profonda è negli Stati del Sud degli Stati Uniti, prevalentemente agrari, dei neoconservatives e della New Christian Right in un “blocco storico” potente, capillarmente diffuso e dotato di ingenti risorse economiche, spiega l’egemonia politica del Partito repubblicano che dura ormai da oltre trent’anni e che non è stato minimamente scalfito dalla duplice Presidenza del democratico Clinton.

Tale blocco storico implica un’infrastruttura economica neoliberista, che esalta il capitalismo e l’affermazione individuale, sottolineandone l’efficienza e identificando una minaccia nell’intervento dello Stato sul piano economico, e una sovrastruttura culturale o ideologica, che giustifica il capitalismo, vedendo in esso l’espressione di un diritto di proprietà sancito dalla Bibbia, assume come modello non riformabile né trascendibile la società americana, promuove l’America come nazione-guida per tutto il mondo, enfatizza i valori propri della sua tradizione, la cui matrice è religiosa, ed è in aperto conflitto con il modernismo, la cui radice è l’Illuminismo, e le cui espressioni degenerative sono identificate nel socialismo, nel progressismo liberal e in ogni forma di controcultura.

L’infrastruttura economica, che può avvalersi di un patrimonio di ricchezza che, sia pure distribuito in maniera disuguale, non ha confronti nel resto del mondo, promuove un progetto di egemonia mondiale che si avvale del controllo che l’Amministrazione statunitense ha sul FMI e sulla Banca mondiale. Tale progetto implica che la globalizzazione debba realizzarsi sulla base dei principi del liberismo, anche se essi sono poco o punto compatibili con la struttura sociale di altri paesi (soprattutto di quelli in via di sviluppo).

L’infrastruttura culturale promuove l’enfatizzazione della società americana come espressione del Bene e rende gli Stati Uniti ostili ad ogni critica, che viene identificata con una minaccia di degenerazione del sistema.

Si tratta dunque di un’ideologia marcatamente etnocentrica, priva di qualunque valenza autocritica, destinata inevitabilmente ad innescare e ad alimentare un conflitto tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

Capire perché un’ideologia del genere, sostanzialmente reazionaria, oltranzista, arrogante e bellicosa, si sia imposta in una nazione la cui Costituzione e le cui istituzioni sono formalmente le più democratiche del mondo è un problema di ordine sociologico, che coinvolge la psicologia storica e collettiva.

Pochi dubbi si danno riguardo al fatto che l’affermazione della destra conservatrice americana, che si è realizzata sull’onda della sconfitta del comunismo, del trionfo del capitalismo, del boom degli anni Novanta e della crisi del Welfare europeo, definisca un meccanismo di difesa contro una situazione di crisi. I conservatori non misconoscono questo, ma attribuiscono sostanzialmente la crisi a cause esogene, vale a dire all’antiamericanismo diffuso nel mondo la cui espressione più pericolosa è il terrorismo islamico. Essi fanno riferimento anche a cause endogene, che vengono però ricondotte alle minacce degenerative intrinseche alla cultura liberal, che si sarebbe lasciata ammaliare dal modernismo e dal postmodernismo europeo.

Si tratta di un’analisi sommaria e pregiudiziale. La realtà è che la politica estera degli Stati Uniti, dalla nascita della Confederazione sino ad oggi, se si fa eccezione per le due guerre mondiali, da cui ha tratto vantaggio soprattutto l’Europa, è stata letteralmente odiosa, prevaricatrice e per molti aspetti violenta. Il problema è che gli americani non sanno leggere la loro storia dall’esterno: la leggono solo alla luce di un mito di fondazione che identifica in essi il popolo eletto da Dio per realizzare il suo progetto.

Che Dio e il Capitalismo possano essere identificati come valori assoluti è la cosa più ridicola di questo mondo. Ma le cose stanno così e, per comprenderle e tollerarle, rimane solo da ricondursi alla lezione di Marx laddove scrive che la liberazione dalla religione è la premessa indispensabile per il superamento di un sistema fondato sull’ingiustizia sociale.

Febbraio 2005