Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Mark Solms e Oliver Turnbull

Il cervello e il mondo interno

Raffaello Cortina Editore, Milano 2004

1.

Mark Solms si può ritenere oggi tra i più attivi rappresentanti della Neuropsicoanalisi, un orientamento più che una disciplina che tenta di analizzare le correlazioni tra i dati sul funzionamento cerebrale accumulati dalle Neuroscienze e le teorie psicoanalitiche avanzate sulla base della pratica psicoterapeutica e, laddove possibile, di integrare gli uni e le altre in un quadro unitario neuropsicodinamico.

Tale orientamento è nato sulla base di una convergenza tra studiosi di neuroscienze e psicoanalisti e, più in particolare, dal tentativo originario di Mark Solms e di V. S. Ramachandran di applicare tecniche analitiche a pazienti affetti da patologie neurologiche.

Il crisma ufficiale della potenziale validità di questo orientamento è avvenuto nel 1999 allorché Eric Kandel, un famoso neuroscienziato (insignito poi nel 2002 del premio Nobel per la medicina grazie alle sue ricerche sulla plasticità neuronale), ha pubblicato un articolo intitolato Biology and the future of psychoanalysis: a new intellectual framework for Psychiatry (America Journal of Psychiatry 156: 505-24) in cui proponeva alcuni suggerimenti per la psicoanalisi del nuovo millennio. Tra l’altro, Kandel auspicava una convergenza progressiva tra psicoanalisi e neuroscienze, con l’obiettivo di sviluppare nuovi studi e nuove teorie nell’approccio scientifico alla mente umana. Secondo questo autore, le neuroscienze possono fornire verifiche empiriche agli assunti concettuali della psicoanalisi, da lui definita la più coerente teoria sul funzionamento dell’apparato mentale sinora prodotta.

Nel 2000, di fatto, si è svolto a Londra il primo congresso internazionale di neuropsicoanalisi, con la fondazione della Società Internazionale di Neuropsicoanalisi. Membri fondatori di questa società scientifica sono stati illustri studiosi di neuroscienze, tra cui Eric Kandel, Antonio Damásio, Oliver Sacks, Gerald Edelman, V.S. Ramachandran, ma anche famosi psicoanalisti tra cui Charles Brenner e André Green.

Mark Solms è stato eletto Presidente della nascente società scientifica, in nome dei contributi sul tema a partire dagli anni Novanta.

Il cervello e il mondo interno, scritto con Oliver Turnbull, è stato pubblicato in lingua originale nel 2002. Il suo intento, come risulta chiaro fin dall'introduzione, è di illustrare i collegamenti tra il sapere accumulato sul funzionamento della mente in conseguenza della pratica psicoanalitica e i dati ricavati dalle ricerche neurobiologiche.

Il tema non si può considerare nuovo in assoluto. Freud stesso, con il suo Progetto di una psicologia, che risale al 1895, si era impegnato in questa direzione, desistendo peraltro date le scarse conoscenze neurobiologiche dell'epoca. In Neuropsicologia, che risale al 1969, ma si può ritenere ancora oggi un tentativo notevolissimo di integrazione, Gaetano Benedetti dedica un intero capitolo al rapporto tra neurobiologia e psicoanalisi, la cui conclusione anticipa la convergenza che oggi si sta delineando.

Il saggio di Solms e Turnbull, per quanto scritto con uno stile sorprendentemente piano, ha una struttura molto articolata che occorre seguire passo per passo.

Nell’Introduzione gli autori introducono e analizzano una distinzione ovvia, ma fondamentale: quella per cui l’uomo vive nell’interfaccia tra due mondi:

"A questo punto introduciamo una distinzione che rappresenta, per così dire, "il filo di Arianna" che ci condurrà nel corso dei capitoli successivi del libro. In sintesi, il cervello è connesso a due "mondi": il mondo al nostro interno, ovvero il milieu (o ambiente) interno del corpo, e il mondo al di fuori di noi, l'ambiente esterno. In ultima analisi, il compito principale del cervello è quello di mediare tra questi due aspetti: mediare tra le richieste primarie del milieu interno del corpo (le funzioni vegetative) e il mondo perennemente mutevole intorno a noi, che rappresenta la fonte di tutto ciò di cui i nostri corpi hanno bisogno, ma che è, allo stesso tempo, indifferente a queste necessità (con le eccezioni dei nostri genitori - specialmente durante l'infanzia - e delle persone che ci amano e che proprio per questo occupano un posto speciale nella nostra economia mentale).

Il sistema nervoso vegetativo ha il compito di tenere in vita il corpo, istante per istante, controllando il battito cardiaco, la respirazione, la digestione, la temperatura, e così via. Per poter svolgere tali funzioni, il corpo ha bisogno di sostanze dal mondo esterno, che di fatto consuma: principalmente, queste sono costituite dal cibo, dall'acqua e dall'ossigeno. Il nostro organismo necessita, inoltre, di una temperatura ambientale adatta, poiché i nostri organi corporei possono funzionare solo all'interno di una gamma piuttosto ristretta di temperature. Lo stesso principio si può applicare ai bisogni sessuali, anche se il "consumo" della sessualità è più necessario alla sopravvivenza della specie nel suo complesso che a quella di ciascuno di noi individualmente. In breve, per mantenere e sostentare (se possiamo chiamarlo così) l"ectoplasma" viscerale che abbiamo dentro, deve avvenire, tra il nostro mondo interno e quello esterno che ci circonda, un'appropriata interazione, affinché l'ambiente soddisfi i nostri bisogni: ed è il cervello che deve assolvere a questo difficile compito. Quando nel mondo esterno non si trova il modo di soddisfare le numerose urgenze biologiche interne (quando, cioè, il cervello non riesce più a regolare lo stato interno dell'organismo mediante gli scambi con l'ambiente esterno), succede semplicemente che l'individuo muore: di fame, di sete, di asfissia, di attacco cardiaco, o in uno dei molti altri modi accidentali che costantemente minacciano l'integrità del mondo interno del nostro corpo.

E' quindi naturale che si giunga alla seguente domanda: come fa il cervello a garantirci la sopravvivenza?" (pp. 20-21)

Una prima risposta di ordine generale può essere fornita nei seguenti termini:

" [Il cervello] è l'organo interposto, per così dire di confine, tra il mondo esterno e l'ambiente interno del corpo (o mondo interno). Dall'esterno arrivano le informazioni attraverso gli organi di senso che terminano nelle parti posteriori degli emisferi cerebrali. Le informazioni derivanti da ciascuna classe di recettori sensitivi vengono proiettate sulle specifiche cortecce primarie, designate a trattare con la modalità in questione; da qui queste informazioni vengono ridirette alle aree di associazione delle parti posteriori degli emisferi, dopo essere state integrate con impulsi provenienti da altre modalità. Grazie al contributo dato dalle tracce delle esperienze precedenti, questa conoscenza del mondo esterno viene poi trasmessa alla corteccia associativa frontale, per rettificare i programmi d'azione. Tali programmi sono guidati esattamente allo stesso modo dalle influenze derivanti dall'ambiente interno del corpo. Gli stimoli interni vengono registrati, specialmente e in prima istanza, dall'ipotalamo, per venire poi associati ad altre informazioni che giungono dal sistema limbico, prima di essere convogliati alla corteccia frontale. Questa via rappresenta la fonte delle nostre motivazioni profonde, intimamente connesse con la memoria personale, le emozioni e la coscienza.

In tale modo, il sistema prefrontale possiede tutto l'equipaggiamento necessario per guidare il comportamento, sulla base non solo delle condizioni contingenti (esterne e interne), ma anche delle esperienze precedenti." (p. 34)

C'è però una distinzione funzionale importante tra le informazioni che giungono dall'esterno e quelle che giungono dall'interno; è la distinzione tra funzioni "canale" e funzioni di "stato":

"Funzioni "canale" e funzioni di "stato"

Le fonti delle informazioni che giungono dall'interno possono essere distinte da quelle provenienti dall'esterno, non solo su base anatomica, ma anche sulla base della loro fisiologia. La divisione fisiologica fondamentale è incorporata nella distinzione che alcuni neuroscienziati fanno tra funzioni "canale" e funzioni di "stato" (questi termini sono stati introdotti da Mesulam, 1998). Siffatte definizioni possono apparire singolari; ma, in realtà, esse esprimono un concetto relativamente già noto, i cui fondamenti fisiologici sono altrettanto accettati. A tale proposito, altri studiosi distinguono tra "contenuti" e "livelli" di coscienza, ma questa terminologia ci appare meno efficace, poiché con essa si fa riferimento specificatamente alla coscienza, escludendo pertanto l'evenienza di processi mentali "inconsci".

La distinzione di Mesulam tra le funzioni cerebrali di stato e le funzioni canale può forse essere, grosso modo, comparata a quella, cara agli psicoanalisti, tra le rappresentazioni mentali (o "tracce ideazionali") e le energie mentali (o "quote di affetto").

Le funzioni cerebrali (potremmo dire le funzioni relative al prosencefalo) che dipendono dalle informazioni derivanti dal mondo esterno sono funzioni primariamente canale-dipendenti. Ciò significa che le informazioni elaborate da questi sistemi ci giungono nella forma di elementi distinti che vengono comunicati attraverso vie di trasmissione specifiche e separate tra loro.

Le informazioni trasmesse da una fonte particolare all'interno di un sistema canale-dipendente non si distribuiscono diffusamente a tutto il cervello; al contrario, vengono convogliate in modo selettivo a specifiche regioni cerebrali. Per esempio, quando un determinato stimolo luminoso arriva a un punto particolare della retina (poniamo, 30 gradi sotto la linea orizzontale e 20 gradi a sinistra del meridiano oculare verticale), questa posizione si mantiene nella sua proiezione a un'area altrettanto precisa della corteccia visiva primaria, dove troviamo rappresentato quel punto delle retine (che si riferisce, pertanto, a un punto specifico del campo visivo esterno). Gli altri aspetti relativi al colore di quel determinato stimolo sono invece trasmessi ad aree specializzate nell'analisi del colore; così avviene per le caratteristiche di movimento e per gli altri aspetti delle informazioni visive.

In tutti i casi, solo un numero circoscritto di neuroni si mette a "parlare" direttamente a un certo numero distinto di altri neuroni posti a distanza, laddove la maggior parte del cervello rimane completamente indifferente allo scambio. Pertanto, la regione A si connette alla regione B che, a sua volta, si connette alla regione C. Le regioni L, M e N, anch'esse reciprocamente in contatto, non sono mai coinvolte dall'interazione tra le regioni A, B e C. Il tipo appena descritto di circuiti posti "in parallelo" non rappresenta una caratteristica esclusiva del sistema visivo, ma, in modo più o meno simile, costituisce una caratteristica di tutti i sistemi funzionali del cervello rivolti verso l'esterno.

Siffatto tipo di scambio tra neuroni richiede principalmente tre tipi di neurotrasmettitori. I neurotrasmettitri eccitatori principali sono il glutammato e l'aspartato. Il principale neurotrasmettitore inibitorio è il GABA (acido gamma-amino-butirrico). Questi sono i neurotrasmettitori più comuni del cervello, ed essi dominano l'attività di tutte le funzioni canale-dipendenti.

Le strutture cerebrali rivolte verso l'interno, […] operano in un modo completamente diverso.

Qui, le vie di trasmissione portano informazioni meno precise e si distribuiscono in modo diffuso a tutto il cervello, riflettendo le modificazioni dello stato globale dell'organismo, piuttosto che dei canali specifici di elaborazione degli stimoli. I neuroni dei singoli nuclei del tronco dell'encefalo appartenenti ai sistemi stato-dipendenti proiettano su aree estremamente vaste di altri neuroni, con una distribuzione a un numero di neuroni sproporzionatamente superiore rispetto a quella dei neuroni dei nuclei di partenza. I neuroni prosencefalici influenzati da questi centri sono pertanto largamente distribuiti all'interno del cervello, facendo sì che un singolo nucleo del tronco encefalico arrivi a influenzare simultaneamente i neuroni di tutti i lobi cerebrali. Inoltre, i neuroni prosencefalici che sono influenzati da uno specifico nucleo stato-dipendente possono essere contemporaneamente influenzati anche da un altro nucleo con la stessa proprietà vediamo così che questi sistemi non operano utilizzando vie specifiche (canali), ma un numero di "campi di influenza" sovrapposti." (pp. 38-40)

Questi aspetti funzionali dell'organizzazione cerebrale, importanti perché permettono di capire che il trattamento delle informazioni esterne tende a dare luogo ad una "percezione" discreta dell'ambiente, mentre quello delle informazioni interne produce una "percezione" olistica, un sentire globalmente lo stato del corpo, nulla dice rispetto alla relazione tra mente e cervello, - il tema del secondo capitolo -, vale a dire il problema di "come emerge la nostra coscienza dal cervello" (p. 52)

A riguardo, essi seguono l'indicazione di un filosofo distinguendo due problemi:

"David Chalmers - uno dei filosofi che ha dato un notevole contributo al campo interdisciplinare delle "scienze cognitive" - postula che un aspetto del problema mente-corpo sia definibile come "semplice" e un altro come "complesso" (Chalmers, 1995). In tal modo egli divide la questione in due problemi distinti.

Il problema semplice è, di fatto, quello che impegna la maggior parte dei neuroscienziati, fra i quali anche lo stesso Crick nella sua Ricerca scientifica dell'anima. Crick, infatti, cerca di risolvere il problema con strumenti neuroscientifici. La sua strategia di ricerca consiste nel cercare di individuare quali siano gli specifici processi neurali che costituirebbero i correlati della nostra consapevolezza cosciente (egli li chiama "correlati neurali della coscienza", usando per essi l'abbreviazione CNC). Il trovare i correlati neurali della coscienza è un problema generale, come il trovare quelli di qualsiasi altra funzione: per esempio, quelli relativi al linguaggio o alla memoria.

In passato le neuroscienze hanno compiuto enormi progressi verso la soluzione di problemi siffatti. Trovare delle regioni cerebrali e dei processi che si correlino con la coscienza è semplicemente un modo di convogliare le strategie di ricerca esistenti da campi in cui in precedenza si sono fatti grandi passi avanti (come appunto è accaduto nel caso del linguaggio e della memoria), applicandole ad aspetti differenti del funzionamento mentale (come la coscienza).

Sebbene si debba ammettere che la scoperta dei correlati neurali della coscienza sia una meta molto ambiziosa, è bene anche mettere in chiaro che Crick si limita a cercare di trovare quali sono le regioni cerebrali o quali sono i processi che si correlano alla coscienza: cerca, cioè, di individuarne la sede. Egli non mira a spiegare come una particolare combinazione di eventi fisiologici ci renda coscienti: tale seconda questione è proprio quella che caratterizza il cosiddetto problema complesso. Il problema complesso rappresenta un enigma, che però va posto a un altro livello - esso solleva la questione di come effettivamente, dalla materia organica, emerga la coscienza ("tu", con le tue gioie, i tuoi dolori, i tuoi ricordi e le tue ambizioni...). Le neuroscienze contemporanee sono sicuramente ben equipaggiate per risolvere il problema semplice; risulta meno chiaro se siano in grado di risolvere il problema complesso." (pp. 53-54)

Il problema complesso vede ancora oggi una contrapposizione frontale tra monisti (che assumono il cervello e la mente come due facce di una stessa medaglia) e dualisti (che ritengono il cervello di ordine materiale e la mente di ordine spirituale). Anche se da tempo, nell'ambito delle neuroscienze, si è definita una netta prevalenza dei monisti, che sono ovviamente materialisti, Solms e Turnbull preferiscono mantenere un atteggiamento agnostico. Essi scrivono:

"Nella scienza, usualmente, due posizioni antitetiche vengono poste a confronto per controllare sperimentalmente quale delle due sia quella corretta. Ciò nonostante, non tutte le proposizioni sono controllabili. Per esempio, come è possibile controllare la proposizione: "Dio esiste"? Per quanto possiamo essere riluttanti ad ammetterlo, le ipotesi controllabili che gli uomini di scienza usano sono inquadrate in serie di proposizioni di portata più ampia, che sono intrinsecamente non controllabili. Questi assunti di base definiscono la concezione del mondo (ovvero, la Weltanschauung) che uno scienziato abbraccia nel corso del suo operato; ora, è noto che una concezione del mondo non può essere soggetta a controllo sperimentale. La scienza si limita a rispondere a domande che possono essere formulate entro una particolare concezione del mondo; la scienza, però, non è in grado di controllare la concezione del mondo, in quanto tale.

Non è stato ancora definitivamente stabilito se le diverse posizioni filosofiche sul problema mente-corpo costituiscano effettivamente delle "concezioni del mondo" nel senso appena descritto, oppure se un giorno (magari anche molto vicino) queste ipotesi saranno suscettibili di controllo scientifico. Noi riteniamo che la natura della relazione tra cervello e mente (si potrebbe dire, tra corpo e anima) non possa essere soggetta a esame scientifico. Asserzioni come "Il corpo e l'anima sono la stessa cosa" (la posizione monistica) o come "L'anima in realtà non esiste" (la posizione materialistica) non sono, a nostro avviso, enunciati scientificamente controllabili: sono infatti dello stesso tipo dell'enunciato, "Dio esiste". Crediamo che tutto quello che gli scienziati possano fare sia assicurarsi di essere consapevoli della concezione del mondo che hanno abbracciato, poiché gli assunti alla base di tale loro concezione determineranno le domande empiriche che essi si porranno, così come il loro modo di interpretare i risultati ottenuti." (pp. 62-63)

Ciò che veramente interessa gli autori del saggio è rilevare i limiti del localizzazionismo, che cerca relazioni tra determinate funzioni psichiche e determinati centri cerebrali, e sormontarlo, ispirandosi alla lezione di Lurija, in nome del riferimento a sistemi funzionali complessi:

"Le funzioni mentali sono il prodotto di sistemi complessi, le cui parti elementari possono essere distribuite entro le strutture del cervello. Il compito delle neuroscienze non è tanto quello di localizzare dei "centri", bensì quello di identificare quali sono le diverse componenti che interagiscono nel sistema complesso per generare una specifica funzione mentale...

Le funzioni mentali, in sintesi, non sono localizzate all'interno di una di queste strutture o delle relative sottostrutture, ma si deve congetturare che si manifestino nel rapporto tra questi elementi costitutivi: proprio come l'apparato mentale nel suo complesso, anch'esse sono entità virtuali.

Intorno al 1970 la neuropsicologia ha abbracciato, pressoché all'unanimità, l'idea che i correlati neurali delle funzioni mentali siano sistemi funzionali estremamente complessi, e questa posizione è, grosso modo, rimasta in auge fino a oggi." (p. 73)

In effetti gran parte del libro è dedicata all'esplorazione di questi sistemi complessi, la cui comprensione richiede, però, anzitutto di tenere conto che se la nostra esperienza ci induce ad identificare la mente con la coscienza, è necessario prendere atto che la coscienza è profondamente influenzata da un'attività che si realizza al di fuori di essa, vale a dire dall'inconscio.

2.

Al problema della coscienza e dell'inconscio è dedicato il terzo capitolo.

Secondo gli autori, la scoperta di Freud dell'inconscio ormai non è contestata da nessun neuroscienziato:

"Freud fu uno dei primi ad affermare (circa un secolo fa) che la maggior parte della nostra vita mentale procede in modo inconscio, e che la coscienza è solo una proprietà di una parte della mente. Il sostenere una tesi del genere di fronte alla scienza medica dell'epoca non poteva non suscitare critiche anche molto accese. Gran parte delle teorie che Freud ha proposto in quegli anni è ancora animosamente contestata. Tuttavia, l'idea che là maggior parte del nostro funzionamento mentale operi inconsciamente è ampiamente accettata anche nell'ambito delle contemporanee neuroscienze cognitive. Una delle scoperte più innovative e fondamentali di Freud è così entrata tra i filoni principali della ricerca scientifica d'oggi." (p. 91)

Naturalmente ciò non significa che tutti i problemi siano risolti. Si tratta, infatti, in primo luogo, di definire quanta parte della vita mentale è cosciente, e, in secondo luogo, di capire come funziona l'inconscio e come esso influenza la coscienza.

Riguardo al primo punto, le conclusioni cui giungono i neuroscienziati sono sorprendenti:

"Vi sono diversi modi per rispondere al quesito circa la parte della vita mentale che è cosciente, e ciascuno di questi porta a risposte piuttosto divergenti. Allo stesso tempo, tutte le risposte convergono però alla conclusione che la coscienza rappresenta una porzione molto limitata della mente. Per esempio, se si equipara la quantità di coscienza alla quantità di informazioni che siamo in grado di "tenere a mente" in un determinato lasso di tempo, potremmo rimanere meravigliati dall'apprendere che la coscienza è limitata a solo sette unità di informazione. Non è un caso che la maggior parte dei numeri telefonici siano grosso modo tutti di sette bit. Lo span della memoria (o digit span, che misura la capacità di ripetere una stringa di cifre a caso) è un test clinico standard che riguarda un particolare aspetto della capacità della memoria di lavoro (o working memory; il termine viene usato per indicare la capacità di "tenere le cose a mente" in modo cosciente. Se un paziente non riesce trattenere almeno sette cifre nella sua mente cifre nella sua mente. si deve pensare che vi sia un'anomalia della memoria di lavoro audioerbale (cioè, della sua coscienza audioverbale).

Sembra che pure le informazioni visivo-spaziali (ossia, le informazioni riguardanti i riferimenti spaziali) possano essere trattenute nella memoria in modo analogo, ma questo aspetto particolare della coscienza appare ancora meno sviluppato. Infatti, la maggior parte delle persone può tenere a mente solo quattro unità di informazione visivo-spaziale alla volta (tale capacità viene usualmente controllata con un test che consiste nel far toccare al soggetto, in sequenza, una serie di blocchi sistemati davanti a lui, richiedendogli poi di ricordare l'esatto ordine dei cubi toccati).

Considerando la miriade di elementi informazionali che elaboriamo in ogni istante, questo modo di misurare la capienza della coscienza rivela che essa è davvero molto limitata. La grande quantità di informazioni che necessitiamo costantemente di trattare deve quindi essere elaborata dalla parte inconscia della mente. Un altro modo di stimare la "dimensione" della coscienza è di misurare l'entità della sua influenza sul nostro comportamento: in che proporzione le nostre azioni sono consciamente determinate?

In una rassegna degli esperimenti progettati per effettuare un controllo di questo aspetto (e di altri punti a esso collegati), Bargh e Chartrand (1999) hanno concluso che il 95% delle nostre azioni sarebbe determinato in modo inconscio. Pertanto, la coscienza sarebbe in grado di spiegare solo il 5%. del nostro comportamento.

Tralasciando i molti modi in cui si può "misurare" la coscienza, gli scienziati cognitivi di spicco sono oggi concordi con Freud almeno su un punto; la proprietà della coscienza riguarda solo una parte estremamente ridotta della nostra vita mentale. Dove viene, allora, generata la coscienza nel cervello? Come avviene che essa diventi parte integrante di determinati processi mentali? E soprattutto, perché?" (pp. 95-97)

Anche se una teoria universalmente accettata della coscienza non si dà, su molti dati si è realizzato un buon accordo. I dati sono i seguenti:

"Vi sono ormai evidenze assai convincenti che le zone critiche nella generazione dello stato globale della coscienza siano certe strutture del tronco dell'encefalo. In queste funzioni, infatti, sono particolarmente coinvolte alcune strutture che sono distribuite in tutta la porzione più profonda del cervello, a partire dalla zona sovrastante il midollo allungato fino al ponte, in un'area che si estende rostralmente attraverso il mesencefalo fino a una parte del talamo (vedi la figura 3.1).

Questi nuclei strettamente interconnessi tra loro non erano inizialmente riconosciuti come distinti, per cui tutto questo insieme di strutture veniva comunemente denominato sistema reticolare attivante (l'attributo "reticolare" sottointendeva appunto una rete continua). Oggi sappiamo che esistono numerosi nuclei diversi all'interno di questo sistema, che include però ancora la formazione reticolare classica.

Il sistema "reticolare" attivante fu scoperto negli anni Cinquanta del Novecento da Giuseppe Moruzzi e Horace Magoun. Oggi, questo sistema viene chiamato il sistema attivante ascendente o il sistema attivante esteso reticolare e talamico (in inglese, Extended Reticular and Thalamic Activating System, da cui la sigla ERTAS)…

Il tronco dell'encefalo è più o meno della grandezza di un pollice della mano di un uomo, mentre i nuclei in questione sono approssimativamente delle stesse dimensioni della capocchia di un fiammifero. E' impressionante che un danno a una regione così piccola del cervello conduca a una così drastica caduta dello stato della coscienza, fino al coma profondo.

L'anestesia generale consiste sostanzialmente in niente di più che una serie di tecniche diverse volte a modificare le emissioni (gli output) di questo microsistema. In un certo senso, saremmo tentati di dire, proprio questi piccolissimi nuclei sono il centro della coscienza. In quest'ottica, la coscienza sarebbe generata, non tanto da zone corticali specifiche, quanto piuttosto dall'attivazione di queste zone corticali da parte delle strutture profonde sopra descritte. La maggiore complessità dell'elaborazione cosciente delle informazioni rispetto all'elaborazione inconscia sarebbe dovuta alla direzione selettiva dell'attenzione (cioè, all'attivazione da parte delle strutture profonde del cervello) da e verso le zone corticali in questione...

L'integrazione di queste due principali linee di ricerca relative alle basi neurali della coscienza si deve ai lavori pionieristici di un neurologo di nome Antonio Damasio. In un libro recente, Emozione e coscienza (1999b; intitolato in inglese The Feeling of What Happens, alla lettera La sensazione di ciò che accade), Damasio si è posto la seguente domanda: se i qualia della coscienza sono i derivati interni dei meccanismi percettivi provenienti dall'esterno, qual è l'analogo rappresentante interno dell'aspetto quantitativo della coscienza?

E’ infatti ben noto come il contenuto della coscienza dipenda da specifici schemi di attivazione distribuiti tra quei tessuti corticali che rispondono alle modificazioni del mondo esterno.

Ora, il livello o lo stato di coscienza generato dal tronco encefalico profondo ha una sua rappresentazione, o possiede un suo significato specifico?

L'ERTAS include alcuni nuclei talamici, parte dell'ipotalamo, l'area tegmentale ventrale, i nuclei parabrachiali, il grigio periacqueduttale, il nucleo del locus coeruleus, i nuclei del rafe e la formazione reticolare vera e propria. […]

Questi nuclei contengono le cellule di origine di quei sistemi neurotrasmettitoriali che proiettano diffusamente a tutto il prosencefalo, e che sono di grande interesse non solo per gli anestesisti ma anche per gli psichiatri […]

Alcuni dei principali neurotrasmettitori secreti da queste cellule sono la dopamina, la serotonina, la norepinefrina, l'istamina e l'acetilcolina...

Tutti i nuclei encefalici profondi citati sopra sono primariamente coinvolti nella modulazione e regolazione dei nostri stati viscerali: la regolazione della temperatura, il metabolismo del glucosio (il principale zucchero ematico), e altri simili. Le informazioni che arrivano a questi neuroni (cioè i loro input principali) riguardano prevalentemente lo stato dell'ambiente interno, convogliato non solo attraverso i sistemi neurotrasmettitoriali classici, ma anche, e più direttamente, attraverso gli ormoni che percorrono la corrente ematica e il circolo del fluido cerebro-spinale.

Tutto questo ha condotto Damasio (1999b) a una conclusione molto semplice: se il "contenuto" della coscienza è collegato alle funzioni dei canali delle parti posteriori della corteccia cerebrale (che "sorvegliano" il mondo esterno), lo "stato" della coscienza, invece, è il risultato delle operazioni del sistema attivante ascendente del tronco dell'encefalo, che risponde alle modificazioni nell'ambiente interno del corpo. Pertanto, mentre i nostri contenuti della coscienza rappresentano delle modificazioni di zone corticali associate alle modalità percettive rivolte verso l'esterno, lo stato della coscienza ci informa sulle variazioni della situazione interna del nostro corpo.

Inoltre, proprio come le zone associative della corteccia posteriore non solo ricevono e analizzano le percezioni che giungono dall'esterno, ma anche le immagazzinano, così pure queste reti nervose profonde, che sono dirette verso l'interno, contengono delle "mappe" rappresentazionali delle nostre funzioni viscerali. Per questa ragione, come i contenuti della coscienza riflettono non solo le modificazioni concrete del mondo esterno, ma anche le attività di pensiero (cioè le immagini generate internamente), così le fluttuazioni nello stato di coscienza dipendono non solamente dagli eventi viscerali che sono, istante per istante, in atto (per esempio, un calo della temperatura corporea centrale o un incremento del livello di zucchero ematico), ma anche da modificazioni nelle reti nervose in cui sono rappresentate queste funzioni, a prescindere dalla fonte di questi cambiamenti. Lo stato cosciente, quindi, sarebbe generato da un corpo virtuale. Inoltre, come abbiamo indicato nel capitolo 1, è importante ricordare che tutte e due queste strutture non solo rilevano le informazioni derivate dal mondo esterno e da quello interno, ma possono anche agire su questi stimoli, modificando pertanto le proprie stesse fonti.

In tale modo, lo "stato" di fondo della coscienza è portatore di un significato concreto, ovvero rappresenta qualcosa: esso "ci" rispecchia, ovvero fornisce la rappresentazione del nostro Sé corporeo di base. Potremmo aggiungere che esso rappresenta lo stato corrente del nostro Sé:

"Questo sono io, io sono questo corpo e, proprio ora, io mi sento così". Lo stato di fondo della coscienza è pertanto letteralmente colmo di significati e di sentimenti: è cioè ben lungi dall'essere privo di aspetti qualitativi. Anzi, esso rappresenta il vero e proprio pilastro del senso della persona e dei sentimenti. Questo aspetto della coscienza, pertanto, non solo "rappresenta" il nostro Sé, ma ci informa anche su come ci sentiamo...

La coscienza non è solo intrinsecamente introspettiva ma è anche, per la sua stessa natura, valutativa, cioè essa attribuisce un valore a una determinata esperienza. La coscienza ci dice se qualcosa è "buono" o "cattivo": svolge questo compito attraverso delle sensazioni che rendono determinate cose buone o cattive (o aventi una qualità intermedia). E appunto a questo che servono la coscienza e i sentimenti (ed è per questo motivo che gli psichiatri sono così interessati alle modificazioni delle emissioni chimiche prodotte da questi nuclei profondi del tronco encefalico).

La funzione valutativa data dal nostro "stato" conscio trova le sue radici nelle strutture di monitoraggio viscerale della parte più profonda del cervello. Questa funzione della coscienza è pertanto sostanzialmente di natura biologica. La sua efficacia nel promuovere la sopravvivenza evolutiva è chiara: quanto a lungo potremmo sopravvivere, se non avessimo uno strumento interno per controllare la delicata economia dell'ambiente interno dei nostri corpi? Come abbiamo detto nel capitolo i, i sistemi d'organo dei nostri corpi possono funzionare in modo adeguato solo entro un intervallo molto ristretto di valori prefissati (come nel caso della temperatura, del livello dello zucchero nel sangue, e così via). La funzione di base della coscienza è pertanto quella di monitorare lo stato di questi sistemi omeostatici (il "nostro" stato) e di segnalare se siano stati "soddisfatti" o meno i parametri richiesti.

Ma l'automonitoraggio corporale è solo la funzione di base della coscienza. Tutti i nostri bisogni interni vitali possono essere soddisfatti solo nei contesto del mondo esterno. Lo stato interno della coscienza (che ci dice, soprattutto, quali siano i nostri bisogni immediati) deve pertanto essere portato a contatto con lo stato corrente del mondo circostante. Sebbene, come abbiamo visto, non sia necessario essere coscienti dell'ambiente esterno per poterlo percepire, questa funzione aggiunta risulta tuttavia utile. E infatti utile essere in grado di affermare cose del tipo "Io mi sento in questo modo (affamato), cosicché voglio mangiare questa cosa", oppure "Torni sento in questo modo (spaventato), poiché la cosa davanti a me mi ha morso". In tal modo, l'attributo della coscienza - cioè un valore - viene aggiunto a determinati oggetti, e questo fa sì che a tali oggetti vengano associate le qualità di "buono" odi "cattivo". La funzione della coscienza, quindi, non contempla soltanto quello che si prova, ma quello che si prova riguardo a una determinata cosa.

Pertanto, anche se all'"origine della coscienza" (durante l'evoluzione) tale funzione era diretta prevalentemente verso l'interno, in un senso strettamente biologico e organico, essa si è poi probabilmente generalizzata assai rapidamente, sicché anche per le modalità percettive rivolte verso l'esterno sono diventati fondamentali i sentimenti (e la coscienza a questi annessa). In tal modo, la nostra percezione esterna ha potuto evolversi da uno stato in cui vi erano soltanto numerosi canali paralleli di elaborazione (inconscia) delle informazioni, diventando una funzione che ci fornisce un ricco assortimento di qualità percettive (la visione cosciente, i suoni, gli odori, ecc.), tali da essere percepibili direttamente.

Queste considerazioni riflettono il fatto che le efferenze dei nuclei cerebrali profondi, di cui abbiamo trattato, si distribuiscono diffusamente al prosencefalo e inoltre sono in accordo con i dati fisiologici per i quali questa attivazione, che procede dalla periferia verso i centri nervosi (o dal basso verso l'alto, bottom-up), è assolutamente necessaria affinché possano diventare coscienti i processi corticali più evoluti.

Damasio (1999b) ha pertanto concluso che la coscienza è qualcosa di più che una mera consapevolezza dei nostri stati interni; essa consisterebbe piuttosto in una funzione continua di accoppiamento, che congiunge, in una costante oscillazione, gli stati attuali del Sé con quelli correnti del mondo degli oggetti. Ciascuna unità di base di coscienza crea pertanto un collegamento tra il Sé e gli oggetti...

La coscienza, pertanto, è fatta di sensazioni (valutazioni) proiettate su ciò che ci succede intorno. O per dirla in altre parole, la coscienza consiste in una consapevolezza dell'ambiente circostante che poggia le sue basi su un terreno di fondo di autoconsapevolezza." (pp. 100-106)

La coscienza così descritta viene definita nucleare da Damasio, primaria o semplice da altri autori. Essa "è del tutto subordinata al fatto di essere innestata in un corpo, ovvero alla consapevolezza del proprio stato corporeo in relazione a quello che ci sta succedendo intorno." (p. 108)

Al di sopra di essa si dà la coscienza estesa di Damasio o secondaria o riflessiva, vale a dire la "consapevolezza del fatto di avere delle sensazioni in corso, a proposito di una determinata cosa" (p. 109) la quale "non si limita alla semplice percezione; richiede anche il poter pensare a quella percezione (o il pensare mediante immagini percettive). Inoltre, tutto ciò non si limita alla percezione del presente; è possibile avere pensieri relativi a residui di percezioni del passato. Sebbene il possesso della coscienza estesa molto probabilmente non riguardi solo gli esseri umani, certamente essa appare una funzione di gran lunga più sviluppata nell'uomo che negli altri mammiferi, compresi quelli più simili noi, cioè i primati.

La coscienza estesa dipende in maniera massiccia dalla corteccia cerebrale, e in particolare dalle operazioni svolte dalla corteccia associativa. Essa si fonda principalmente sul contributo funzionale delle zone del linguaggio dell'emisfero cerebrale sinistro e - soprattutto - sul sistema sovrastrutturale rappresentato dai lobi prefrontali. E' questa la regione cerebrale che risulta nettamente più sviluppata negli umani di quanto non sia in tutti gli altri mammiferi. Essa costituisce l'unità per la programmazione, la regolazione e la verifica dell'azione, un sistema con la capacità di ri-rappresentare le singole unità di coscienza nucleare originariamente rappresentate (cioè, percepite e immagazzinate) nelle zone paralimbiche e corticali posteriori. Questo ci permette di riflettere, di pensare e di ricordare le nostre esperienze coscienti, e non solo di viverle attimo per attimo.

Abbiamo affermato che la capacità degli esseri umani di essere consapevoli della propria coscienza e, specialmente, di trasformare le percezioni concrete in concetti astratti è strettamente dipendente dalla nostra capacità di linguaggio. Il linguaggio ci permette di attivare la traccia percettiva non solo di un oggetto particolare (per esempio, l'immagine visiva del proprio padre), ma anche di un'intera classe di oggetti (le tracce audioverbali di parole che indicano categorie come i "padri" o le "donne"). Inoltre, il linguaggio ci consente di pensare coscientemente alle relazioni tra le cose concrete, usando delle parole-funzione (come "mio padre mi ama") e delle astrazioni (come "egli è più grande, più anziano e più saggio di me").

Un'altra caratteristica della coscienza estesa è quella di protrarre la coscienza nel tempo. La "sensazione di ciò che accade" è sempre influenzata dalle sensazioni su ciò che ci è accaduto in precedenza. Per esempio, quando la coscienza nucleare genera uno stato transitorio di consapevolezza come "Sto leggendo questo libro", esso porta con sé il ricordo di quello che si è letto un attimo prima (all'inizio di questa frase). Questa capacità, che conferisce un senso a quello che stiamo leggendo nel momento in cui scorriamo con lo sguardo le righe del testo, dipende da un particolare aspetto della coscienza estesa conosciuto come "memoria di lavoro". L'esperienza "Sto leggendo questo libro" porta con sé anche una grande quantità di conoscenza implicita, che deriva da tutto il nostro patrimonio di vita e, in generale, dalle letture fatte in precedenza.

Troviamo qui una commistione di aspetti di memoria "procedurale" e di memoria "semantica": entrambe normalmente non sono coscienti. E' però sempre possibile riportare a piena consapevolezza esempi particolari derivati dalle esperienze precedenti (per esempio, il ricordo di un libro che trattava un argomento analogo, letto magari alcuni anni prima). Il recupero di questi ricordi dipende da un aspetto della coscienza estesa che i neuropsicologi chiamano "memoria episodica" (quella che si riferisce ai ricordi di esperienze precedenti di relazioni tra il Sé e gli oggetti). Questo tipo di memoria si perde in seguito a lesioni dell'ippocampo.

L'accesso a questo ricco patrimonio di ricordi ci permette di sviluppare quello che Damasio (1999b) chiama il "Sé autobiografico". Questa parte del "senso di Sé" getta le basi della consapevolezza oscillante del Sé, che costituisce il mezzo fondante della coscienza nucleare, amplificandone al tempo stesso enormemente le proprietà. In termini psicoanalitici, il Sé nucleare potrebbe essere descritto come una percezione dello stato attuale dell'Es, mentre il Sé esteso e autobiografico sarebbe più affine all'Io. Il "Sé autobiografico" dipende dall'esperienza passata; ma, oltre a ciò, questa manifestazione della coscienza estesa rende inoltre possibile immaginare (e pianificare) il futuro. Anche tale aspetto prospettico (feedforward) della coscienza estesa è intimamente collegato con le funzioni dei lobi prefrontali.

Un altro elemento, che è importante esaminare prima di concludere l'argomento della coscienza estesa, si riferisce all'aspetto gerarchico. Se la coscienza nucleare viene danneggiata, immancabilmente si perde anche la coscienza estesa: osserviamo ciò nel caso di pazienti in coma, sotto anestesia e in quelli affetti da particolari tipi di epilessia. Sebbene la coscienza nucleare sia necessariamente un prerequisito della coscienza estesa, non è vero l'opposto." (p. 110-112)

Per quanto concerne i sistemi funzionali intrecciati all'Inconscio il discorso è più semplice. Si tratta infatti di identificare "una regione cerebrale che (1) non sia necessariamente (o non esclusivamente) implicata nelle funzioni mentali di generazione della coscienza, ma (2) che sia invece primariamente coinvolta nelle funzioni inibitorie della mente." (p. 115)

A questo riguardo, le neuroscienze sembrano pervenute ad una risposta definitiva:

"Il quadrante ventro-mesiale dei lobifrontali, più di ogni altra regione cerebrale, sembra possedere queste caratteristiche (figura 3.4). Un danno bilaterale a questa parte del cervello di fatto produce uno stato mentale che riassume in sé molte di quelle proprietà che Freud (1915b) ha descritto come "le caratteristiche speciali del sistema mc". Queste caratteristiche funzionali possono essere catalogate come seguono: "Esenzione dalla contraddizione reciproca, processo primario, atemporalità, e sostituzione della realtà esterna con quella psichica." (pp. 115-116)

3.

In questa cornice di ordine generale, occorre affrontare i problemi legati a tre sistemi funzionali che appaiono particolarmente rilevanti nell'organizzazione della mente. Si tratta delle emozioni, della memoria e del linguaggio.

Per quanto riguarda le emozioni, gli autori scrivono:

"Le strutture che formano il nucleo dei sistemi generanti le emozioni nel cervello coincidono con quelle che producono il nostro stato di fondo di coscienza. Queste strutture sono molto antiche da un punto di vista filogenetico e giacciono nelle regioni profonde del cervello, cioè nelle zone mediali e superiori del tronco encefalico (vedi la figura 4.1).

Le strutture cerebrali in questione includono l'ipotalamo, l'area tegmentale ventrale, i nuclei parabrachiali, il grigio periacqueduttale (GPA).

Forse, la più importante di tutte queste strutture, per quanto riguarda le emozioni, è il grigio periacqueduttale (CPA, periaqueductal gray). Quest'area di sostanza grigia, situata in profondità all'interno del tronco dell'encefalo e che circonda l'acquedotto cerebrale (da cui proviene il suo nome), ha un'organizzazione costituita da colonne verticali (vedi la figura 3.2).

Le colonne sono divise, grosso modo, in due categorie: alcune generano delle sensazioni piacevoli (nel GPA ventrale [cioè situato nel piano al di sotto dell'asse verticale del corpo]) e altre generano dispiacere (CPA dorsale [cioè, situato nel piano al di sopra dell'asse verticale]). I gradi di piacere e dispiacere determinano l'assetto qualitativo di base all'interno del quale viene provato il "senso" delle emozioni. Il piacere e il dispiacere potrebbero pertanto essere considerati, almeno approssimativamente, gli equivalenti della luce e del buio per quanto riguarda la sensazione visiva, o di un tono basso oppure alto per la sensazione uditiva." (pp. 123-124)

"Nel cervello vi sarebbero, quindi, quattro principali "sistemi di comando" delle emozioni di base. Nelle sezioni successive utilizzeremo la nomenclatura impiegata da Panksepp (1998) per descrivere tali sistemi: sistema di "ricerca" (seeking), della "rabbia" (rage), della "paura" (fear), e del "panico" (panic)." (p. 133)

"Il sistema di ricerca

A lungo conosciuto come il sistema della "ricompensa", il sistema di ricerca (seeking) può essere anche associato con termini quali "curiosità", "interesse" e "aspettativa" (o ancora "anticipazione"). Tale sistema fornisce un'attivazione (arousal) e un'energia che stimola il nostro interesse per il mondo intorno a noi. Dal punto di vista percettivo, soddisfa l'aspettativa generata dal sentimento che accadrà qualcosa di "buono" se esploriamo l'ambiente o interagiamo con gli oggetti. Dal punto di vista motorio, promuove i comportamenti esplorativi, come la ricerca del cibo.

Il comportamento di ricerca varia in certa misura da specie a specie, e dipende pure dal tipo di bisogno presente. Il bisogno che, istante per istante, attiva il sistema, promuove tipicamente azioni quali l'annusare, il toccare, l'esplorazione orale. Il sistema è intensamente attivato durante l'eccitazione sessuale e altri stati appetitivi (per esempio, la fame, la sete: perfino il desiderio di una sigaretta).' L'attivazione del sistema è associata pure con i giochi, specialmente per i bambini quelli implicanti "lotte e ruzzoloni", e con alcune forme di aggressività (particolarmente, con quella predatoria, nota anche come aggressività "fredda").

Le cellule d'origine del sistema di ricerca sono localizzate nell'area tegmentale ventrale (figura 4.3).

Gli assoni di queste cellule attraversano (cioè, si mettono in contatto sinaptico con) l'ipotalamo dorso-laterale, per portarsi al nucleus accumbens, dove termina la maggior parte degli assoni stessi. Essi, inoltre, si portano ancor più su, verso il giro del cingolo anteriore e le altre aree corticali dei lobi frontali, mentre verso il basso si dirigono all'amigdala (nel lobo temporale).

Il neurotrasmettitore di comando di questo sistema è la dopamina (il sistema di ricerca fa parte del sistema dopaminergico DA - mesocorticale-mesolimbico) (pp. 133-134)

"A che cosa serve il sistema di ricerca? Come suggerisce il nome, si potrebbe pensare che esso ricerchi l'oggetto specifico di un bisogno in corso, una volta che quest'ultimo sia stato determinato dai rilevatori del bisogno. La realtà è un po' più complessa: sembra che il sistema di ricerca stesso non sappia ciò che sta cercando (in termini psicoanalitici, si potrebbe dire che esso è "senza l'oggetto"). Pare che il sistema di ricerca si "accenda" esattamente allo stesso modo indipendentemente dalla fonte di accensione e che, una volta attivato, esso si limiti a "esaminare" ogni cosa in modo aspecifico. Tutto quello che esso sembra sapere è che il "qualcosa" che esso vuole è "lì fuori".

Un sistema aspecifico come questo non può, di per sé, soddisfare i bisogni di un animale. Deve interagire con altri sistemi. La modalità operativa del sistema di ricerca è pertanto incomprensibile, se non si fa riferimento ai sistemi di memoria cui esso è intimamente connesso. Questi sistemi forniscono le rappresentazioni degli oggetti (e le interazioni passate tra il Sé e tali oggetti) e garantiscono all'organismo l'apprendimento dall'esperienza. Uno dei compiti più "di base" che tali sistemi combinati devono eseguire è quello di distinguere quali oggetti nel mondo esterno posseggano le proprietà specifiche che mancano all'ambiente interno quando un particolare rilevatore di bisogno si "accende".

Come ogni altro sistema di apprendimento, anche questo richiede un meccanismo di "ricompensa". Panksepp definisce tale estensione del sistema di ricerca sistema del piacere.

Il sistema del piacere

L'identificazione del sottosistema del piacere (lust) ha una storia lunga, come è testimoniato dal fatto che è stato chiamato, volta per volta, sistema "del piacere", "della ricompensa" o "del rinforzo". Sono termini che rivelano che la funzione del sistema in oggetto è legata alla gratificazione - cioè alla consumazione degli appetiti che attivano il sistema di ricerca. Da un punto di vista percettivo, tale sistema genera i sentimenti di piacere e di godimento, del tipo "E questo che mi fa sentire bene! ". Da un punto di vista motorio, tale sistema spegne i comportamenti appetitivi e li sostituisce con comportamenti consumatori (vi sarebbe, quindi, una relazione inversamente proporzionale tra l'attivazione del sistema di ricerca e quella del sistema del piacere). Come i comportamenti di ricerca, i comportamenti consumatori sono programmi d'azione complessi su base riflessa, che variano in qualche modo tra le diverse specie (oltre che tra i sessi) e anche tra i diversi bisogni esistenti. Questi schemi di comportamento istintuali vengono automaticamente rilasciati quando l'oggetto di un bisogno biologico viene alla fine raggiunto: il gatto assetato lecca il latte, il cane maschio sessualmente eccitato assume un comportamento di spinta ritmica con il suo pene, e così via.

Il sistema del piacere è formato da un gruppo complesso di strutture che originano dall'ipotalamo e che sono collocate per la maggior parte nel prosencefalo basale, vicino alla principale terminazione delle proiezioni ascendenti del sistema di ricerca (vedi la figura 4.4).

Le parti più critiche di queste strutture sembrano essere alcune sezioni della regione del setto e dei nuclei ipotalamici (principalmente l'area preottica). La stimolazione di queste strutture (negli umani) produce sensazioni simili all'orgasmo. Il sistema termina nel GPA (cioè, il grigio periacqueduttale), che è, presumibilmente, il sito in cui le sensazioni di piacere sono di fatto generate o "percepite" (vale a dire, la zona in cui i centri del piacere esercitano la loro influenza sui corpo virtuale del SELF prinario). Il neuromodulatore di comando (che è in realtà un neuropeptide) di questo sistema è l'endorfina." (pp. 137-138)

"Il sistema della rabbia

Più di altri sistemi, il sistema della rabbia (rage, o della "rabbia-collera", anger-rage) è attivato da stati di frustrazione, gli stati che si producono quando vengono ostacolate le azioni finalizzate a una meta biologicamente rilevante. (vedi figura 4.5)

Il doppio termine "rabbia-collera" è impiegato per denotare la specificità distato dei sentimentilegati all'eccitazione ditale sistema. Tale termine è infatti specifico, in quanto non tutti i comportamenti aggressivi sono attivati dal sistema della rabbia. I neurobiologi distinguono tra due (per qualcuno anche tre) tipi di aggressività. Il sistema della rabbia è associato con uno solo di questi: la cosiddetta aggressività "calda". L'aggressività "fredda", prevalentemente legata al comportamento predatorio, ha poco a che fare con sentimenti di rabbia o ira. Piuttosto, ha a che fare con la ricerca stimolata da uno specifico appetito istintuale, ed è pertanto spinta dal sistema dopaminergico descritto precedentemente.

Il terzo tipo di aggressività sarebbe quello legato al comportamento di dominanza maschile. I neurobiologi classificano tale tipo di aggressività insieme con le "emozioni sociali", alcune delle quali verranno discusse più avanti. Il fatto che l'aggressività presenti almeno due diversi substrati neurali ha alcune importanti implicazioni per la psicopatologia (in particolare, per la psicologia forense e la psichiatria). Ecco un altro campo in cui sarà possibile in futuro una feconda ricerca, frutto di collaborazione tra studiosi di formazione diversa (vedi il capitolo 10).

I sentimenti di rabbia-ira (l'aspetto percettivo di questo sistema) liberano programmi motori stereotipati, associati con il "combattimento", con la notissima risposta "di attacco" (contrapposta a quella di "fuga"). La risposta di attacco è anche chiamata comportamento "di attacco affettivo". Esternamente, essa si presenta sotto forma di una smorfia facciale e/o con il digrignar di denti, il tutto solitamente accompagnato dall'emissione di un verso che convoglia l'aggressività (come, per esempio, il ringhiare). Il corpo adotta una postura tipica, con gli arti sistemati su una base allargata, e con gli artigli (o i pugni!) protesi. Internamente, avviene una serie di modificazioni nel sistema nervoso autonomo - come l'aumento della frequenza cardiaca e la ridistribuzione dell'afflusso sanguigno alla muscolatura scheletrica, che è necessaria per le situazioni di "azione" violenta (il tutto a spese del flusso diretto nel sistema digestivo, irrilevante ai fini delle azioni) - che permettono all'animale di impegnarsi al meglio nella lotta contro l'avversario.

Queste modificazioni sono regolate dalle proiezioni dirette dall'amigdala al GPA. Come è stato mostrato sopra, l'amigdala (situata nel lobo temporale) è una delle proiezioni terminali del sistema di ricerca ed è costituita da un numero di nuclei differenti. La struttura chiave coinvolta nell'innesco della rabbia-ira è il nucleo mediale del complesso amigdaloideo. Questo sistema passa attraverso il nucleo del setto della stria terminale e all'ipotalamo (anteriore, ventromesiale e perifornicale), prima che, come accade per tutti gli altri sistemi di comando delle emozioni di base, mandi stimoli verso il basso al GPA (in particolare al grigio periacqueduttale dorsale; vedi la figura 4.5).

Diversamente dal sistema di ricerca, questo sistema è attivato solo sporadicamente. Comunque, quando esso viene tonicamente attivato a un basso livello, per descrivere i suoi effetti è possibile usare il termine di "irritazione". Come la rabbia-collera, l'irritazione è usualmente causata dalla frustrazione delle attività finalizzate a una meta bíologicamente importante. L'individuo prova un'irritabilità di fondo, e il residuo delle uscite motorie del sistema si manifesta in comportamenti come fare il broncio c/o nella tensione della muscolatura, specialmente delle mani. Tale forma di attivazione cronica a basso livello del sistema di rabbia-ira, che può costituire la base d'innesco del sistema in un attacco affettivo pienamente espresso, sembra essere una conseguenza dello stress della vita odierna (forse, particolarmente pronunciato soprattutto nelle grandi città)." (pp. 143-144)

"Il sistema della paura

Il secondo sistema di comando delle emozioni negative è probabilmente, tra tutti, il sistema studiato più approfonditamente (per una rassegna vedi LeDoux, 1996). Dal punto di vista percettivo, esso genera sentimenti di paura-ansietà; dal punto di vista motorio determina la risposta di "fuga". Come i substrati diversi dell'aggressività "calda" e "fredda" ci hanno insegnato a distinguere tra forme diverse di violenza, i neuroscienziati hanno imparato a distinguere l'ansia da paura dall'ansia da panico (o angoscia da separazione; fino a un certo punto, la differenza tra queste due varietà di angoscia corrisponde alla distinzione psicoanalitica tra angoscia "paranoide" e angoscia "depressiva"). Le benzodiazepine (tranquillanti minori come il diazepam) sono efficaci nel ridurre l'ansia da paura, attraverso l'aumento dell'inibizione del GABA su taluni recettori. L'angoscia da panico, per contrasto, risponde principalmente ai farmaci antidepressivi.

Come il sistema della rabbia, il sistema della paura è centrato sull'amigdala e sulle sue connessioni (vedi la figura 4.6).

I nuclei laterale e centrale del complesso amigdaloideo sono il cuore di questo sistema (l'equilibrio tra le risposte di "attacco" e le risposte di "fuga" è all'apparenza determinato dalle interazioni tra le parti mediali e latero-centrali dell'amigdala). Da lì, il circuito proietta attraverso l'ipotalamo - nelle sue parti mediale e anteriore - prima della sua terminazione nel CPA dorsale del tronco dell'encefalo, dove possiamo situare la genesi delle sensazioni in questione (ovvero, si potrebbe dire, dove avviene la "percezione" da parte del SELF) e da dove poi vengono rilasciati i programmi motori.

I vantaggi evolutivi di questo sistema sono quelli che ci permettono di sfuggire rapidamente a situazioni pericolose e servono a evitare tali situazioni in futuro." (pp. 144-145)

"Il sistema del panico

Il sistema del panico (o dell'angoscia da separazione) è associato non solo con l'ansia da panico, ma anche con i sentimenti di perdita e di sconforto. Ciò fornisce delle evidenze neuroscientifiche per un legame, che gli psicoanalisti hanno riconosciuto da molto tempo, tra gli attacchi di panico, l'ansia da separazione e le manifestazioni a carattere depressivo. L'operatività del sistema del panico è risultata intimamente connessa con i processi della socializzazione e con quelli propri delle cure genitoriali, per ragioni individuabili nella neurochimica di questo sistema e nel modo in cui esso è programmato per funzionare.

Il cuore del sistema dell'angoscia da separazione è il giro anteriore del cingolo, che ha connessioni estese con vari nuclei talamici, ipotalamici e altre strutture (vedi la figura 4.7), tra cui il nucleo del setto della stria terminale, l'ipotalamo della zona preottica e l'area tegmentale-ventrale.

E' noto come questi siti siano di grande importanza per il comportamento materno e sessuale nei mammiferi inferiori. Come in tutti i sistemi di comando delle emozioni di base, vi sono connessioni ulteriori da queste regioni al GPA (ventrale).

La neurochimica di questo sistema è dominata dagli oppioidi endogeni. Vi sono anche alcune evidenze sperimentali che l'ossitocina e la prolattina hanno un ruolo centrale nelle operazioni del sistema...

La stimolazione di alcune di queste strutture (negli esseri umani) è stata associata all'innesco improvviso di attacchi di panico, e perfino - almeno in un caso - al manifestarsi di una patologia depressiva classica - in grado, cioè, di soddisfare tutti i criteri del DSM-IV per la depressione)" (pp. 148-149)

"Non basta avere (soltanto) quattro spinte emozionali - ricerca, rabbia, paura, panico - abbinate a una serie di comportamenti stereotipati e automatici, per gestire e affrontare l'enorme complessità della vita quotidiana dei mammiferi. Il mondo è incommensurabilmente imprevedibile; quindi, risulta necessario modulare e regolare di conseguenza sia noi stessi sia le nostre risposte.

E' per questo che tutti i sistemi di comando delle emozioni di base sin qui discussi sono (in gradi variabili nelle diverse specie ma a un livello molto elevato negli esseri umani) aperti all'influenza dei meccanismi di apprendimento. In altre parole, sebbene questi sistemi siano innati, non sono "predeterminati" (hard-wired) al punto da essere immodificabili. Al contrario, sembrano essere espressamente predisposti con dei "vuoti" che possono essere riempiti dall'esperienza della vita (in particolare dalle esperienze precoci)." (pp. 152-152)

Il controllo delle emozioni, sulla base dell’apprendimento, dipende essenzialmente dai lobi frontali, e in particolare dalle aree ventromesiali e orbitale: “l'entità dello sviluppo del lobo frontale è il fattore che distingue noi umani dalla maggior parte degli altri mammiferi. Tale fattore è anche quello che differenzia in modo fondamentale il cervello dell'uomo adulto da quello del bambino. I lobi frontali si sviluppano rapidamente durante i primi anni di vita e continuano a svilupparsi velocemente fino alla tarda adolescenza. Questi fatti neuroanatomici ci spiegano le enormi differenze, in rapporto alla flessibilità e al grado di controllo emozionale, che sussistono tra l'uomo adulto e il bambino, nonché tra gli umani e gli altri mammiferi.” (p 156)

4.

Per quanto riguarda la memoria, la distinzione tradizionale tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine ha riconosciuto, in seguito agli studi neuropsicologici, specificazioni di grande interesse:

“ La distinzione tra memoria a breve e a lungo termine è probabilmente la classificazione più importante entro i sistemi di memoria del cervello. Essa costituisce, però, anche un'importante fonte di confusione terminologica. Per molti, l'espressione "memoria a breve termine" denota la memoria di eventi risalenti a poche ore (o a pochi giorni) prima. E’ possibile ancora sentire pronunciare frasi dei tipo: "La mia memoria a breve termine è pessima, posso a mala pena ricordare quello che è successo ieri! ". Tecnicamente, questo riguarda in realtà i problemi che sono legati alla memoria recente. Nel linguaggio specialistico, invece, il termine "memoria a breve termine" (Mm) viene usato per indicare te informazioni accessibili alla coscienza in ogni preciso momento, derivate da eventi che - verosimilmente - siano intercorsi negli ultimi pochi istanti.

Sia la memoria recente sia quella remota sono, per contro, aspetti della "memoria a lungo termine" (MLT). Pertanto, se un paziente non può ricordare che cosa gli è successo ieri, qualcosa non va con la sua memoria a lungo termine. La memoria a lungo termine incomincia, infatti, a consolidarsi nel giro di pochi secondi. È proprio a motivo di tale ambiguità (ma ci sono anche altre ragioni) che la locuzione "memoria a breve termine" non viene più praticamente impiegata nelle scienze cognitive. Attualmente, essa viene sempre più sostituita da termini come memoria immediata e (ancora più frequentemente) memoria di lavoro (working memory).

Le memorie a breve termine (sia quella immediata sia quella di lavoro), pertanto, sono memorie di eventi (o fatti) che stiamo "trattenendo" nella nostra mente in questo preciso attimo. Tali memorie si possono riferire ad accadimenti che abbiamo appena appreso, oppure a eventi di cui abbiamo appena fatto esperienza (poiché ci sono appena capitati). Le memorie a breve termine, pertanto, non sono ancora scomparse dalla nostra coscienza. Si possono trovare nella nostra mente o perché le stiamo deliberatamente "facendo permanere", con lo scopo di conservarle nella sfera della consapevolezza cosciente, o perché le abbiamo intenzionalmente fatte riemergere dalla MLT. Ciò ci indica come la memoria a breve termine presenti un duplice aspetto: uno di tipo attivo, l'altro di tipo passivo.

La nostra posizione (di M.S e O.T.) in merito è attualmente quella di ricorrere al temine "memoria immediata" per riferirsi all'aspetto passivo (percettivo) della memoria a breve termine, riservando invece la locuzione "memoria di lavoro" all'aspetto attivo (o di operazione cognitiva). Comunque, sia la "memoria immediata" sia la "memoria di lavoro" si riferiscono ai contenuti effettivi della coscienza, siano essi generati dall'esterno o dall'interno.” (pp, 163-164)

La memoria a breve termine e quella a lungo termine implicano meccanismi fisiologici diversi:

“La fisiologia della memoria a breve termine non è stata ancora appieno compresa, ma i neuroscienziati ritengono pressoché unanimemente che essa differisca in modo radicale da quella della memoria a lungo termine. La memoria a breve termine richiederebbe dei circuiti riverberanti, ovvero gruppi di cellule che scaricano simultaneamente, neuroni cioè che sono connessi tra loro in circuiti chiusi circolari (da cui, il riverbero). Il mantenimento di questo schema di attivazione fa sì che si possano trattenere nella mente le informazioni in corso. Una volta che un particolare circuito riverberante si costituisce, è più probabile che esso venga di nuovo attivato per la ragione, indicata da Donald Hebb (1949), che "le cellule che scaricano contemporaneamente si possono considerare connesse tra loro". Tale teoria è nota come legge di Hebb. Il processo dell"interconnessione" è quello che trasforma le memorie a breve termine in memorie a lungo termine.

Sembra che in tale processo vi siano due fasi. Inizialmente, le modificazioni cellulari sono a un livello puramente fisiologico, nel senso che le sinapsi che connettono le cellule nel circuito diventano più "permeabili" (il che provoca una diminuzione della soglia di attivazione, rendendo la cellula più propensa ad attivarsi in risposta agli stimoli provenienti dalla sinapsi che ha causato la sua attivazione in precedenza).

Tale fatto, a sua volta, avvia un secondo processo, più duraturo, di tipo anatomico. L'attivazione continua di cellule a livello di certe giunzioni innesca meccanismi genetici cellulari che promuovono la crescita di ulteriori sinapsi in corrispondenza delle stesse giunzioni (per una spiegazione più dettagliata di questi meccanismi vedi Kandel, Schwartz, Jessell, 2000). Pertanto, le cellule effettivamente crescono e "si connettono tra loro" grazie a giunzioni che sono costantemente attivate.

Questa scoperta, relativamente recente, che ha permesso nel 2000 a Eric Kandel di vincere il Nobel per la fisiologia e per la medicina, ha implicazioni molto importanti per la comprensione dei nostri meccanismi di memoria. Essa mostra che i circuiti temporanei riverberanti hanno un effetto trofico permanente (cioè, ne promuovono la crescita), producendo un aumento della densità del tessuto neurale. Tale effetto trofico è, quindi, dipendente dal grado di attività dei neuroni coinvolti, e continua per tutto il corso della vita.” (pp. 166-167)

La memoria a lungo termine è un patrimonio di memorie depositate a livello inconscio che possono essere rievocate. Non è detto però che esse siano tutte accessibili alla coscienza:

“Nessuno dubita che una traccia di memoria a lungo termine si possa formare anche senza che un'esperienza in corso raggiunga lo stato di reminescenza cosciente. Anzi, la maggior parte dei processi di memoria assume questa forma. Di solito, tali elaborazioni di memoria sono dette implicite. Quando una traccia a lungo termine viene attivata e portata nella sfera della consapevolezza cosciente (cioè, quando, oltre a essere attivata, diventa anche accessibile al buffer temporaneo della memoria di lavoro, di cui abbiamo appena parlato) è possibile affermare che essa è diventata esplicita (un buon esempio di questa distinzione è stato fornito nel capitolo 4, nella sezione "L'addomesticamento degli istinti", parlando del sistema della paura). I termini tecnici " memoria implicita" e "memoria esplicita" coincidono, rispettivamente, nelle neuroscienze contemporanee, con i vecchi termini di memoria "inconscia" e di memoria "conscia". (p. 169)

Non esiste d’altro canto una memoria, ma più schedari quali la memoria semnatica, la memoria procedurale, la memoria episodica:

“La memoria semantica è "la rete di associazioni e concetti che sottende la nostra conoscenza di base del mondo: significati lessicali, categorie, fatti e affermazioni, e così via" (Schacter, 1996, p. 156, ii corsivo è nostro). Questa conoscenza è immagazzinata come informazioni espresse nella forma della "terza persona", esattamente come quelle che si possono trovare in un'enciclopedia. Essa comprende pezzetti di informazioni oggettive sul mondo e su come esso funziona - per esempio, fatti quali "I cani hanno quattro zampe" e "Londra è la capitale dell'Inghilterra". Non vi è nulla di "personale" riguardo alla memoria semantica, nel senso che essa non rappresenta delle esperienze. Contiene, invece, delle informazioni che tipicamente condividiamo con gli altri membri della nostra società e, in particolare, con il gruppo della nostra stessa generazione.

Comunque, la memoria semantica immagazzina anche informazioni personali "oggettive", quali "Sono nato il 17 luglio 1961" e "Abito a Bangor, nel Galles". La maggior parte della nostra Conoscenza semantica viene codificata durante gli anni della scuola elementare; ma una parte preponderante di essa è acquisita persino prima di quest'età. Dovremmo menzionare qui che la memoria semantica include la maggior parte della nostra "conoscenza generale". Anzi, accade spesso di trascurare che abbiamo dovuto, tanto tempo fa, apprendere tutte queste cose. Per esempio, la memoria semantica comprende le regole grammaticali del linguaggio, il sapere che gli oggetti cadono quando li lasciamo andare, sapere che le tazze si rompono, ma anche che la palla, invece,rimbalza, mentre le foglie volano al vento.” (pp. 171-172)

“Si può affermare che la maggior parte di ciò che noi diamo per scontato, come per esempio "il modo in cui il mondo ci si presenta" - cioè la maniera in cui noi lo percepiamo - rappresenta invece quello che abbiamo imparato riguardo al mondo, cioè un modo di ricordano.” (p. 175)

E’, in breve, il presente ricordato di Edelman.

“La memoria procedurale è un tipo di memoria "corporea". E una memoria relativa alle capacità motorie di routine o, più genericamente, alle capacità percettivo-motorie o ideomotorie. Essa ci "permette di acquisire capacità e di sapere come si fa una cosa" (Schacter, 1996, p. 138, ii corsivo è nostro): la conoscenza di come camminiamo, di come si possono impilare dei blocchi di legno, di come si scrive, di come suoniamo il pianoforte. Come abbiamo detto, molte di queste competenze si sono impresse così profondamente durante l'apprendimento al punto che non le consideriamo normalmente neanche come aspetti della memoria. Eppure, di fatto esse sono procedure apprese, che vengono riattivate nei momenti opportuni. Dipendono da esperienze che sono state eseguite correttamente e che sono state poi seguite da una grande quantità di pratica.

La ripetizione costante nella fase di apprendimento è particolarmente rilevante ai fini della memorizzazione procedurale, che ha radici evolutive ben più profonde di quelle della memoria semantica. Le abilità ideomotorie, dal camminare fino al suonare il pianoforte, sono capacità che, a tutti i livelli, vengono apprese (e devono esserlo) in modo graduale. Competenze come l'andare in bicicletta sono anche estremamente resistenti al decadimento nel tempo. Un aforisma che, per quanto si è appena detto, viene spesso usato riferendosi alle competenze procedurali è che esse sono "difficili da apprendere e difficili da dimenticare".

Vi è un certo grado di sovrapposizione tra la memoria procedurale e quella semantica, visto che molte capacità motorie sono codificate e immagazzinate sia nella forma semantica sia in quella procedurale. Un utile modo per distinguerle è pensare alla differenza tra la competenza effettiva che una persona possiede mentre fa un determinato sport e la conoscenza astratta che uno ha delle regole di quello stesso sport.” (pp. 179-180)

“La memoria episodica richiede l'effettiva "ri-esperienza" di eventi passati, cioè il far riemergere alla consapevolezza episodi esperienziali vissuti in precedenza. Questo è ciò che la maggior parte di noi intende parlando di memoria vera e propria. Quando diciamo "Io ricordo... ", stiamo parlando di una memoria episodica. Secondo Schacter (1996), ii sistema della memoria episodica ci "permette di richiamare [in modo esplicito] gli avvenimenti personali che impartiscono unicità alla nostra vita" (p. 5, corsivo nostro). L'enfasi qui cade sia sul fatto che queste memorie sono intrinsecamente soggettive, sia sul fatto che esse sono intrinsecamente coscienti (aspetti impliciti sia nel pronome Io sia nel verbo ricordo)...

La memoria episodica costituisce, quindi, il tessuto stesso su cui si imbastisce il "Sé autobiografico". La coscienza estesa viene detta così proprio perché essa si "estende", o meglio estende la qualità della coscienza a ritroso, cioè sugli abbinamenti sé-oggetto del passato. Essa richiede che si sperimentino di nuovo momenti del passato (o "unità" passate sé-oggetto) di coscienza nucleare.” (pp. 182-183)

Mentre la memoria semantica è depositata nelle cortecce associative posteriori, e quella procedurale nelle aree motorie collegate ai gangli della base e al cervelletto, la memoria episodica ha rapporto con l’ippocampo:

“Le strutture che risultano le più importanti per la memoria episodica sono diverse da quelle che servono invece alla memoria semantica e a quella procedurale. La memoria episodica richiede l'attivazione cosciente (cioè, l'eccitazione da parte delle strutture nucleari del tronco dell'encefalo) di schemi immagazzinati di connessioni corticali (costituiti, cioè, dalle reti sinaptiche più stimolate) che rappresentano eventi percettivi precedenti. Gli indirizzari di queste associazioni tra gli schemi corticali immagazzinati e i diversi stati del SELF del tronco dell'encefalo sembrano essere codificati, soprattutto, nell'ippocampo. L'ippocampo è una parte di corteccia primitiva, ripiegata su se stessa, che giace sulla superficie interna del prosencelalo, internamente al lobo temporale (figura 5.6). L'ippocampo è densamente interconnesso con un complesso sistema di altre strutture, denominato "sistema limbico".

E' di un certo rilievo per la comprensione della memoria episodica il fatto che la rete di strutture che comprendono il sistema limbico fosse identificata all'inizio (da James Papez negli anni Trenta del Novecento: si veda MacLean, 1949) non in connessione con le funzioni della memoria; ma, piuttosto, in connessione con le emozioni.

Ciò conferma che le memorie episodiche non sono semplicemente immagazzinate, ma vissute.” (pp.185-186)

L’importanza di questo aspetto per la psicoanalisi è evidente:

“Il punto centrale da comprendere bene è che l'esistenza di molteplici sistemi di immagazzinamento della MLT rende di ordinaria amministrazione che le nostre esperienze influenzino il nostro comportamento e le nostre convinzioni, senza che noi coscientemente ricordiamo l'origine di queste influenze. Ma il fatto che non possiamo esplicitamente rievocare una cosa non significa che non conosciamo ciò che è successo (anche se solo inconsciamente o implicitamente), né che non agiremo sulla base di questa conoscenza. Ciò che ricordiamo, consciamente o inconsciamente, dipende solamente da quali sistemi di memoria fossero impegnati quando le memorie sono state registrate e quando esse vengono rievocate.

Solo quando i sistemi di memoria episodica sono coinvolti nella codificazione (e nel precoce consolidamento) di un'esperienza siamo in grado di ricordare esplicitamente quell'esperienza. Se la memoria episodica non è coinvolta, allora l'evento scomparirà dalla nostra coscienza, anche se i suoi effetti impliciti sul nostro comportamento e sulle nostre convinzioni potranno sicuramente essere anche duraturi. Ciò ci suggerisce che esista un possibile meccanismo di natura fisiologica che giustifica il fenomeno della rimozione (almeno in qualche sua forma).

Le ipotesi scientifiche relative all'oblio di esperienze stressanti (argomento di ovvia rilevanza per gli psicoterapeuti) sono riemerse in anni recenti. La prima di tali ipotesi è che le esperienze stressanti possano colpire il funzionamento dell'ippocampo (e pertanto della memoria episodica). In situazioni stressanti (per esempio, quelle associate con l'attivazione del sistema della paura) nel corpo avviene una serie di eventi che culminano nella liberazione, da parte delle ghiandole surrenaliche, degli ormoni steroidei (glucocorticoidi). Tali ormoni ci aiutano a mobilizzare l'energia proprio dove ne abbiamo più bisogno (per esempio, essi aumentano l'attività cardiovascolare) e tendono a smorzare l'attività di quei processi che devono essere inibiti in situazioni di stress. Ma, per quanto essi siano utili, un'esposizione eccessiva ai glucocorticoidi può anche danneggiare i neuroni, in particolare quelli dell'ippocampo, poiché i neuroni ditale struttura urnbica contengono una concentrazione insolitamente elevata di recettori per i glucocorticoidi.

Schacter (1996) passa in rassegna alcune evidenze sperimentali molto convincenti dell'esistenza di questi effetti e, specificamente, del fatto che lo stress prolungato (per esempio, in veterani di guerra e in vittime di abuso sessuale durante l'infanzia) conduce a elevati livelli di glucocorticoidi. Ciò è associato con varie anomalie dei processi di memoria, che possono riflettere una disfunzione ippocampale. Comunque, gli studi di visualizzazione cerebrale (brain imaging) ci rivelano che il volume dell'ippocampo diminuisce in modo significativo nei soggetti che si trovano o si sono trovati nelle situazioni e condizioni stressanti sopra citate. Occorre aggiungere che gli esperimenti su soggetti normali mostrano che la manipolazione farmacologica dei livelli di ormoni steroidei può produrre un'interferenza momentanea sulla memoria episodica, perfino in volontari sani. Fatti del genere fanno pensare che è molto probabile che il malfunzionamento ippocampale sia una componente importante della rimozione (cioè dell'indisponibilità alla coscienza) di ricordi traumatici.

Questi ricordi sono codificati in una forma che non permette loro di essere accessibili alla rievocazione cosciente successiva, a causa della disfunzione ippocampale avutasi durante il momento traumatico stesso.

Un filone di pensiero del tutto analogo è quello che riguarda l'amnesia infantile. L'ippocampo non è completamente funzionale nei primi due anni di vita. Ciò spinge a credere che sia impossibile per chiunque codificare memorie di tipo episodico durante questo periodo. Ovviamente, ciò non implica affatto che i primi due anni della nostra vita non siano importanti, o che noi non possediamo alcun ricordo di tale periodo. Implica, invece, soltanto che le memorie che in effetti immagazziniamo durante i primissimi anni prenderanno la forma di convinzioni e di abitudini (cioè, rispettivamente, di conoscenze di tipo procedurale e semantico), più che di ricordi espliciti di tipo episodico. La conoscenza infantile è immagazzinata come "memoria corporea" e nella forma di una conoscenza implicita di come funziona il mondo. E' quindi lecito attendersi che le esperienze precoci abbiano un impatto decisivo sullo sviluppo della personalità (in considerazione, fra l'altro, delle prove dell'esistenza della "potatura neuronale" o pruning, di cui abbiamo parlato); ma sembra altamente improbabile che chiunque possa ricordare esplicitamente qualsiasi evento di vita capitato nei primi 18-24 mesi...

Questi fatti hanno importanti implicazioni per il "recupero" delle memorie infantili rimosse. Sulla base delle attuali conoscenze, sembra ragionevole ritenere che le memorie infantili precoci di tipo episodico non possano mai essere richiamate in modo del tutto attendibile. Le nostre prime esperienze possono pertanto solo essere ricostruite, attraverso delle inferenze derivate da evidenze procedurali e semantiche implicite (cioè, inconsce).

Lo stesso vale, seppure in misura minore, anche per le memorie traumatiche. Sembra ragionevole ipotizzare che, almeno in alcuni casi estremi, gli eventi traumatici non siano stati neanche registrati nella memoria episodica e pertanto (come avviene nei casi di lesione strutturale dell'ippocampo) essi non possano essere recuperati come tali. Probabilmente, però, nella maggior parte dei casi tali eventi saranno sì registrati, ma in una forma episodica deteriorata, con il risultato che occorrerà uno sforzo maggiore per ravvivarli, e il prodotto finale sarà più o meno inaffidabile (in quanto assemblato da tracce episodiche imprecise e parzialmente ricostruite a partire da altre fonti).” (pp. 191-192)

I disturbi del recupero delle memorie mettono in gioco però anche il rapporto tra l’ippocampo e le strutture limbiche (nucleo dorso-mediale del talamo, corpi mammillari, nuclei prosencefalici basali, corteccia frontale ventromesiale):

“Quando vengono danneggiate le strutture frontali ventromesiali e il diencefalo, che supportano il recupero della memoria episodica, non succede affatto che i ricordi scompaiono: essi perdono solamente la loro organizzazione razionale e la loro verosimiglianza. Ciò accade perché sono alterate quelle strutture che normalmente regolano i processi di recupero dei ricordi in accordo con i requisiti della realtà e delle regole razionali (vedi "il principio di realtà" e il "processo secondario" in Freud). Ciò ci suggerisce qualcosa di molto importante sulla memoria a lungo termine e sui sistemi di memoria inconscia in generale. Il modo in cui le memorie a lungo termine vengono organizzate e interconnesse dal nostro inconscio può essere notevolmente diverso dal modo in cui noi normalmente le recuperiamo consciamente. Questi collegamenti associativi che le memorie a lungo termine formano tra loro possono, pertanto, essere molto differenti da quelli che ci immagineremmo dal punto di vista di un Io riflessivo e sano. Le caratteristiche di veridicità e razionalità, alle quali noi normalmente teniamo tanto, sembrano essere delle caratteristiche aggiunte (add-on), che fanno la loro comparsa solo durante il processo di recupero, sotto il controllo finalizzato al raggiungimento di una meta biologicamente rilevante dell'unità funzionale per la programmazione, la regolazione e il controllo dell'azione.” (p. 197)

Sono dunque le strutture frontali ventromesiali a concedere accesso alla coscienza delle memorie e delle informazioni emotive profonde.

5.

Il capitolo 6, dedicato ai sogni e alle allucinazioni, è di particolare interesse nella prospettiva neuropsicanalitica. L’importanza estrema accordata ai sogni da Freud è ben nota. La sua teoria ha subito però un attacco demolitivo a partire dalle ricerche di M. Jouvet orientate a stabilire le strutture cerebrali generatrici del sogno, le quali: “mostrarono che, indipendentemente dalle speculazioni che possono essere fatte sulla funzione del sonno REM, quest'ultimo trova i suoi elementi fondanti causali in strutture del tronco encefalico pontino. Tale risultato condusse a conseguenze di enorme portata: poiché il prosencefalo viene considerato come la sede principale di tutte le nostre funzioni mentali superiori, questi primi studiosi conclusero che il sonno REM (che, rammentiamo, viene in questo contesto fatto coincidere con il sognare) era un'attività che poteva essere svolta del tutto senza il coinvolgimento della mente, ovvero "amentale" (mindless). Questa scoperta fece sì che ogni teoria psicologica sulla causalità dei sogni (inclusa la teoria freudiana, secondo cui i sogni sono provocati da una spinta verso l'appagamento di desideri, quindi una spinta derivante da processi della mente) fosse seriamente messa in crisi. La seguente citazione è tratta da uno degli articoli che hanno avuto più peso nel campo:

Se accettiamo che il prosencefalo sia il substrato fisiologico della coscienza, questi fatti eliminano completamente ogni possibilità che vi sia un contributo delle idee (o dei loro substrati neurali) quale sorgente pulsionale primaria del processo del sogno. (Hobson, McCarley, 1977, p. 1338)

Il ruolo che hanno il ponte e le altre strutture adiacenti del tronco encefalico nel creare la coscienza "nucleare" (vedi il capitolo 3) non deve essere considerato incompatibile con l'affermazione che i sogni siano stati definiti "amentali", cioè come fenomeni che non richiedono l'intervento della mente. Nessuno nega che il sognare sia effettivamente uno stato della mente, o che si sia coscienti mentre si sogna. E' inoltre evidente che molti sogni sono esperienze intensamente emozionali. Sebbene non fosse stato ancora scoperto il ruolo del GPA (grigio periacqueduttale) nel generare gli stati emozionali, il ruolo della formazione reticolare nel generare la coscienza era invece all'epoca già noto. Che queste connessioni fossero più o meno conosciute era però irrilevante: questi primi ricercatori non contestavano, infatti, che i sogni in effetti prendessero la forma di esperienze coscienti cariche di emozioni; tuttavia, allo stesso tempo sostenevano che i sogni non dipendevano, cioè non erano causati, dal loro contenuto mentale.

I sogni, essi affermavano, sono causati da fenomeni che hanno origine nel ponte e che si attivano in modo del tutto automatico, più o meno ogni novanta minuti, senza che vi sia alcuna associazione con i contenuti mentali del sognatore. Poiché era noto che le altre strutture presenti nel tronco dell'encefalo sono deputate alla regolazione dei movimenti oculari, del battito cardiaco e del respiro, sembrava perfettamente congruente affermare che il sognare/REM non fosse altro che un diverso stato fisiologico di base. La funzione di questo orologio biologico situato nel ponte era (e rimane) sconosciuta; ma si suppose, forse con troppa sicurezza, che i sogni fossero un mero effetto collaterale (cioè un epifenomeno) di tali processi fisiologici causali.” (pp. 211-212)

Sulla base di ulteriori ricerche, Hobson e McCarley sono giunti poi ad una contestazione radicale della teoria freudiana:

“Due anni dopo la pubblicazione del lavoro contenente il modello dell'attivazione reciproca, Hobson e McCarley scrissero un secondo articolo che descriveva un secondo modello, questa volta incentrato non tanto sul sonno REM, ma, senza mezzi termini, sul sogno (Hobson, McCarley, 1977). Appariva un passo assolutamente logico estendere così il primo modello dal sonno REM al sogno, visto che questi due fenomeni erano tradizionalmente considerati la stessa cosa. I due chiamarono tale secondo schema il modello dell'attivazione-sintesi. In esso, la parte che chiama in causa l'attivazione sostiene (come ci si poteva aspettare dalle conclusioni del primo modello) che il sognare sia attivato da meccanismi colinergici situati nel tronco encefalico pontino. Come abbiamo avuto modo di dire in precedenza, quest'attivazione - che di fatto causerebbe il sognare - veniva inoltre considerata "neutra da un punto di vista motivazionale".

La parte successiva della teoria richiede l'introduzione nel modello del concetto di sintesi: il prosencefalo, una volta attivato, cerca di "mettere insieme come può" (di sintetizzare) le rappresentazioni consce senza significato (le immagini della memoria, dei pensieri e dei sentimenti) che vengono stimolate in modo del tutto disordinato dalle strutture sottostanti. Vediamo anche in questa parte del modello che il contributo del prosencefalo al processo appare secondario rispetto agli stimoli primari innescati nel tronco dell'encefalo: ne deriva pertanto la nozione che i sogni sarebbero solo derivati di superficie (epifenomeni, appunto) dello stato REM. Durante il REM, a livello del prosencefalo, le immagini sono attivate esattamente come accade nella condizione di veglia e come quando stanno svolgendosi esperienze esterne; il prosencefalo compirebbe, quindi, soltanto quelle che sono le operazioni a cui è particolarmente dedicato, cioè connettere tra loro le immagini oniriche in un episodio che rappresenti le relazioni tra il Sé e l'oggetto. Nella frase memorabile di Hobson e McCarley, il prosencefalo non può che "fare del suo meglio in una situazione difficile" durante il sonno REM, districandosi tra tutte le immagini "caotiche", a causa della natura della loro origine, che vengono trasmesse verso l'alto dal tronco encefalico, per poi cercare di creare un'esperienza dotata di un qualche significato (Hobson, McCarley, 1977, p. 1346). Freud aveva un'espressione calzante per questo tipo di teoria, che effettivamente esisteva, anche se a un livello puramente speculativo, già nel 1900, cioè ben prima dello sviluppo delle odierne neuroscienze. La locuzione è " Träume sind Schäume" (letteralmente, I sogni sono schiuma), che afferma, in sostanza, che "I sogni sono bugiardi" (Freud, 1899, p. 130).” (pp. 214-215)

Le conclusioni di Hobson e Mc Carley sono, però, risultate frettolose. Ulteriori ricerche hanno, infatti, dimostrato che l’origine causale dei sogni coinvolge le strutture cerebrali superiori:

“Sono state individuate due particolari regioni del prosencefalo che, se danneggiate, effettivamente impediscono il manifestarsi dei sogni. E' forse possibile identificare tra queste regioni il "generatore dello stato onirico", così a lungo cercato?

La prima di tali regioni è la zona di transizione tra la corteccia parietale, quella temporale e quella occipitale, nella parte posteriore del prosencefalo; ed è situata proprio al centro dell'unità funzionale per la ricezione, l'analisi e l'immagazzinamento delle informazioni. Le lesioni di quest'area (da uno qualsiasi dei due lati del cervello) producono una cessazione totale del sognare (l'estensione e l'ubicazione precisa di siffatte lesioni, tuttavia, è ancora da determinare: si veda Yu, 2003).

L'altra regione che ha tale prerogativa è quella relativa alla sostanza bianca limbica del quadrante ventromesiale dei lobi frontali. Un danno a questa zona del cervello (che, però, deve estendersi, in questo caso, a entrambi i lati del cervello simultaneamente) produce anch'esso una cessazione totale dell'attività onirica. Il danno ad altre parti del cervello causa modificazioni del sognare del tutto peculiari (quali, per esempio, un aumento della frequenza dei sogni, una maggiore incidenza di incubi, oppure un difetto della capacità di immaginazione visiva durante i sogni). Tutto ciò fa pensare che anche queste regioni facciano parte di un complesso "sistema funzionale" adibito alla generazione dei sogni. Le parti del cervello in questione comprendono l'intero sistema limbico (incluse anche quelle componenti dei lobi frontali e temporali che non rientrano nei sistemi "cognitivi superiori"), nonché la maggior parte del sistema visivo (esclusa la corteccia visiva primaria, o "di proiezione").” (pp. 225-226)

Il coinvolgimento dell’area ventromesiale frontale e del sistema limbico fa pensare ad un’intensa partecipazione del sistema di ricerca alla genesi del sogno:

“Ernest Hartmann ha condotto uno studio che può essere considerato una dimostrazione diretta dell'ipotesi che il sistema della dopamina mesocorticale-mesolimbica (il sistema di ricerca) sarebbe il "generatore primario" all'origine dei sogni (Hartmann et al., 1980). Egli somministrò l'L-dopa (o a seconda del soggetto, un placebo) a soggetti neurologicamente e psichiatricamente sani subito dopo il primo periodo REM. L'effetto fu immediato e drammatico: i soggetti che avevano ricevuto l'L-dopa sperimentarono un aumento significativo della frequenza, della vivacità, dell'intensità emozionale e della bizzarria dei loro sogni. La frequenza, la quantità media e la lunghezza dei loro periodi REM era, per contrasto, del tutto immodificata. Ciò fornì ulteriori riscontri dell'esistenza (sopra discussa) della dissociazione tra i sogni e il sonno REM; questo suggerisce inoltre che il sistema di ricerca dopaminergico possa essere a buona ragione considerato il "generatore primario" che stavamo cercando.`

Riassumendo, quando il sistema di ricerca risulta alterato, i pazienti perdono interesse per gli oggetti del mondo, cessa l'attività onirica e diminuiscono i sintomi psicotici positivi (cioè le allucinazioni e i deliri). Al capo opposto, quando il sistema viene stimolato, aumentano i livelli di energia, aumenta l'attività onirica e può insorgere una psicosi. Vi sono pertanto ampie aree di convergenza tra il sogno, la psicosi e le funzioni del sistema di ricerca." (p. 235)

Anche se si danno ancora lacune che la ricerca ulteriore dovrà colmare, Solms e Turnbull non esitano a giungere alle seguenti conclusioni:

“i sogni richiedono il superamento di una soglia di attivazione dei processi di base della coscienza nucleare. Se questa componente interna della coscienza non si attiva, non si genererà alcun sogno. Non sembra determinante quale sia lo stimolo particolare che innesca questa eccitazione (o innalzamento del livello di attivazione, arousal). Spesso, l'attivazione sufficiente viene raggiunta semplicemente dai residui dei pensieri della veglia, ancora presenti durante le fasi discendenti verso il sonno. Il motore d'innesco più efficace risulta essere lo stato REM, che fornisce una sorgente prolungata di attivazione che si presenta a intervalli regolari nel corso del sonno. AI momento del risveglio sono, invece, alcuni meccanismi ormonali ad attivare gradualmente il prosencefalo. Tutte queste modalità attivatorie stimolano (o "preparano all'azione"; prime) la coscienza: tale evento, pur essendo una precondizione necessaria per l'attività onirica, non rappresenta ancora il sognare stesso.

L'attivazione del sistema di ricerca, implementato dai sistemi motivazionali, che indirizzano il nostro interesse appetitivo verso il mondo degli oggetti, appare come il processo cruciale per l'inizio del sogno vero e proprio. E probabilmente più corretto affermare che uno stimolo eccitatorio innesca l'attività onirica vera e propria solo se esso riesce a stimolare un interesse di tipo appetitivo. Quàndo ciò accade, la sensazione soggettiva potrebbe essere descritta da affermazioni del tipo: "Cosa potrebbe essere questo? Voglio saperne di più".

L'attivazione del sistema di ricerca durante il sonno è generalmente, anche se non esclusivamente, avviata dallo stato REM. Presumibilmente, un qualsiasi processo di pensiero che si presenti durante una qualunque delle diverse fasi del sonno è in grado di attivare il sistema di ricerca. Tale pensiero può essere collegato a una memoria di tipo episodico del giorno precedente; ma potrebbe anche essere rappresentato solo dal residuo di una sensazione. Se il ricordo o il sentimento in questione attivano l'interesse del sistema di ricerca, allora si creerà la condizione sufficiente per incominciare il processo del sogno. Ciò spiega il fatto che, seppure la maggior parte dei sogni possa sopravvenire mentre ci si addormenta (oppure durante il sonno RE, m, o ancora poco prima del risveglio), è di fatto possibile sognare in quasi ogni momento della notte, perfino durante il sonno profondo ("Stadio 4"). Si ricordi, a tale proposito, che questi sogni non-REM sono indistinguibili dai sogni REM.

Quando si dorme non si può andare in giro a esplorare o a cercare ciò che suscita il nostro interesse da un punto di vista motivazionale. Tale tipo di comportamento non appare compatibile con il sonno, ed è questa probabilmente la ragione per cui sogniamo. Sembra assai ragionevole ipotizzare che il sogno interviene per sostituire un'azione finalizzata; in pratica, invece di fare qualcosa nel mondo reale, si incomincia a sognare. I lobi frontali (l'unità "d'azione" del cervello; vedi il capitolo 1) sono normalmente la "scena operativa" centrale dell'attività cognitiva vigile. Comunque, questo sistema è particolarmente assopito (cioè, inibito o ipoattivato) durante il sonno con sogni. La "scena d'azione" dell'attività cognitiva si sposta, quindi, alla parte posteriore del cervello, dove compare l'attivazione dei lobi occipitale, temporale e parietale. Tutto ciò comporta un'esperienza vissuta in tutti i suoi aspetti cognitivi e di percezione di immagini visive, un'esperienza che, per altro, differisce dal pensiero della veglia, nel senso che è libera dall'inibizione frontale. Senza l'attività dei lobi frontali, responsabili della programmazione, della regolazione e della verifica della nostra attività cognitiva, le nostre emozioni, le nostre percezioni e la nostra esperienza soggettiva in genere diverrebbero bizzarre, deliranti e allucinate.

Nei nostri sogni, il baricentro dei processi cognitivi motivati si sposta pertanto dai nostri sistemi d'azione finalizzati a una meta, dirigendosi verso i sistemi percettivi e, in particolare, verso l'analisi percettiva visivo-spaziale. L'anatomia funzionale dei sogni è, perciò, quasi coincidente con quella propria della psicosi schizofrenica, come anche gli studi di visualizzazione funzionale hanno messo in evidenza. La differenza più sostanziale consiste nel fatto che, mentre nella schizofrenia è principalmente la componente audioverbale dei sistemi percettivi a essere attivata, nei sogni lo è la componente visivo-spaziale. La natura di questa differenza di base è ancora ignota.” (pp. 239-241)

“In conclusione, le neuroscienze di oggi sono arrivate a comprendere molto sulla natura biologica dei sogni, in particolare sulle regioni cerebrali e sui processi psicologici a essi sottesi, che sembrano così centrali nello stato onirico. Questa conoscenza è grosso modo compatibile con la teoria psicoanalitica di Freud sui sogni, anche se sarebbe azzardato concludere che questa teoria è stata provata in modo diretto. I meccanismi neurali dei sogni sembrano sovrapporsi, per molti importanti aspetti, ai processi neurali di certe caratteristiche cruciali della psicosi, e in particolare dei suoi sintomi positivi, quali le allucinazioni. Ciò conferma un'intuizione a lungo sostenuta da Freud (e da molti altri), secondo cui la spiegazione dei sogni può fornire la chiave per la spiegazione della malattia mentale in genere. I sogni, di fatto, hanno tutte le caratteristiche per essere definiti, a ragione, "la follia dell'uomo normale".” (p. 244)

6.

In realtà, “la follia dell’uomo” sembra riconducibile alla complessità stessa del cervello. Uno degli aspetti più misteriosi di questa complessità è l’asimmetria funzionale degli emisferi destro e sinistro, cui è dedicato l’ottavo capitolo.

Su questo problema si è discusso e dibattuto fin troppo. La figura seguente sintetizza le differenze funzionali ipotizzate:

Solms e Turnbull specificano però che tali differenze non vanno enfatizzate:

“Tutti i tentativi di dicotomizzare le funzioni mentali di base degli emisferi di destra e di sinistra si sono sin qui rivelati inconsistenti, e riteniamo probabile che non sia individuabile un singolo fattore fondamentale che permetta di distinguere nettamente le funzioni dei due emisferi. Che essi siano anatomicamente dicotomici non implica che debbano essere divisi funzionalmente in un modo ugualmente semplice. Di fatto, la distribuzione delle funzioni tra gli emisferi sembra seguire un andamento multifattoriale. Gli emisferi differiscono sotto molti punti di vista, alcuni correlati reciprocamente, altri indipendenti. Inoltre, quasi tutte le funzioni mentali (come noi le conosciamo e classifichiamo in psicologia) incorporano contributi funzionali forniti da entrambi gli emisferi cerebrali. Quindi, gli emisferi non contengono affatto "funzioni mentali" in quanto tali. Piuttosto, parti diverse di emisferi differenti sono "reclutate" all'interno dei sistemi funzionali complessi, che mediano tutte le nostre facoltà mentali. Le cose, come si vede, sono alquanto intricate, e perciò non si prestano a ipotesi semplicistiche.” (pp. 274-275)

E aggiungono:

“Purtroppo, semplificazioni grossolane e banalizzazioni relative all'asimmetria emisferica hanno suscitato ampi favori nella comunità psicoanalitica. Un'affermazione che si riscontra ripetutamente nella letteratura psicoanalitica (per una rassegna vedi Kaplan-Soims, Solms, 2000) è rintracciabile già nel 1974 in un articolo pubblicato da David Galin. Questi ipotizzava che l'emisfero di sinistra - la parte verbale, analitica e logica - potesse essere considerato la sede del sistema della coscienza (C, come l'intendeva Freud), con la sua modalità di pensiero secondo il "processo secondario". Stando a Galin, di converso, l'emisfero di destra - la metà intuitiva, olistica e concreta del cervello - poteva essere considerato la sede dell'inconscio (mc), e pertanto del pensiero secondo il processo primario.” (p. 275)

Al di là delle semplificazioni grossolane, differenze però esistono e sono confermate dalle ricerche su pazienti neurologici:

“Mentre i danni alla corteccia associativa dell'emisfero di sinistra producono vari disturbi alla sfera del linguaggio, i danni a parti corrispondenti dell'emisfero di destra determinano disturbi all'elaborazione spaziale. I pazienti che ne sono affetti non riescono più, per esempio, a disegnare una bicicletta senza sbagliare nella ricostruzione delle parti che la compongono, né sono capaci di rifare una semplice costruzione fatta con blocchi di legno, né riescono a trovare la strada dal letto di casa al bagno (per una rassegna dettagliata vedi DeRenzi, 1982). Comunque, alcune funzioni dell'emisfero di destra non possono essere fatte rientrare facilmente sotto la dicitura di "elaborazione cognitiva dello spazio". Ciò diviene evidente osservando la sindrome che più tipicamente si presenta a seguito di un danno al lobo parietale di destra. Tale quadro clinico (conosciuto come la "sindrome dell'emisfero destro") è costituita da segni e da sintomi che sono raggruppabili in tre categorie essenziali. Una di queste categorie comprende ovviamente i deficit "spaziali" appena descritti (quali l'aprassia costruttiva e il disorientamento topografico), ma le altre due componenti della sindrome sono più complesse. Esse vanno sotto il nome di eminegligenza spaziale unilaterale (neglect) e di anosognosia.

L'eminegligenza (neglect)

I pazienti in questa condizione trascurano (cioè, ignorano) il lato di sinistra dello spazio (per una rassegna dettagliata vedi Robertson, Marshall, 1993). Se, per esempio, si sta vicino a una paziente con eminegligenza, ponendosi alla sua destra, e le si domanda "Come sta oggi, signora Jones?", molto probabilmente lei risponderà "Bene, grazie! ". Se invece un esaminatore si posiziona alla sua sinistra, facendo la stessa domanda, la paziente molto probabilmente lo ignorerà del tutto. Ciò non perché ella non lo abbia visto o non abbia ascoltato ciò che lui le ha detto. L'eminegligenza è, infatti, più propriamente un disturbo dell'attenzione, e non è semplicemente attribuibile a una disfunzione percettiva. Tale deficit è relativo non solo agli oggetti dello spazio esterno, ma persino alla metà sinistra del corpo del paziente stesso. I pazienti affetti da neglect spesso si radono solo la metà destra della faccia, si vestono soltanto dal lato di destra e mangiano solo il cibo che si trova sul lato destro del piatto.

L'anosognosia

Anosognosia significa inconsapevolezza di malattia. Quando la signora Jones dice che sta "Bene!", aggiungendo poi "Grazie!", intende veramente dire che è così, anche se (come molti pazienti con un'importante lesione all'emisfero destro) è paralizzata per buona parte del lato sinistro del corpo. Sebbene siffatti pazienti spesso non possano camminare e necessitino di una sedia a rotelle per andare in giro, essi dicono di stare bene e insistono che non c'è nulla in loro che non vada ottimamente.

Manca loro totalmente la consapevolezza delle proprie perdite di efficienza, e la tendenza a razionalizzare queste disfunzioni rasenta, per certi aspetti, il quadro di un vero e proprio delirio (per esempi dettagliati vedi Ramachandran, 1994; Ramachandran, Blakslee, 1998; Turnbull, 1997). Se, per esempio, a una paziente che afferma di essere capace di correre viene chiesto come mai allora lei si trovi su una sedia a rotelle, verosimilmente risponde "Non vi era altro posto dove sedere". Se le viene domandato perché non muove il braccio sinistro, lei ribatte qualcosa del tipo "Poco fa ho fatto molta ginnastica con questo braccio, così ora mi sto riposando". E così via. Questi pazienti sembrano pronti a credere in qualsiasi cosa, pur di poter evitare di ammettere di essere ammalati.

Quanto si è detto si riscontra praticamente in ogni ambito della loro esistenza. Per esempio, spesso i pazienti in questione proferiscono delle bizzarrie a proposito dei loro arti paralizzati: per esempio, negano che il braccio paralizzato sia il loro, sostenendo che esso in realtà è di qualcun altro (tale fenomeno è conosciuto come delirio somatoparafrenico). Ciò può venir espresso perfino con un intenso senso di rigetto e di odio verso l'arto paralizzato: i pazienti giungono talora a implorare il chirurgo di amputarlo, e possono spingersi a manifestazioni di vera e propria "autoaggressività" fisica nei confronti dell'arto compromesso (il fenomeno è conosciuto come misoplegia).

Nei casi più lievi si parla di anosodiaforia. I pazienti che ne sono affetti non negano in modo diretto di essere ammalati, ma sembrano trattare con indifferenza le proprie alterazioni: semplicemente, non se ne preoccupano. Riconoscono il loro deficit dal punto di vista razionale, ma paiono non essere emozionalmente consapevoli delle implicazioni .” (p. 293)

Le interpretazioni sinora fornite della sindrome dell’emisfero destro sono le seguenti:

“In anni recenti varie teorie, spesso molto diverse tra loro, sono state avanzate per tentare di spiegare gli aspetti non spaziali della sindrome dell'emisfero di destra. La prima ditali teorie è l'ipotesi del livello d'attivazione attenzionale (attention-arousal hypothesis). Essa spiega il neglect e gli aspetti attenzionali dell'anosognosia (vedi Heilman, Van den Abeil, 1980; Mesulam, 1981); essa, tuttavia, spiega ben poco del quadro restante della sindrome. Secondo tale teoria, l'emisfero destro sarebbe "attento" ai lati sia sinistro sia destro dello spazio; mentre l'emisfero di sinistra controllerebbe solo il lato di destra. Di conseguenza, quando l'emisfero di sinistra viene danneggiato, l'attenzione bilaterale (propria dell'emisfero destro) è mantenuta; ma quando è l'emisfero destro a subire dei danni, rimane solo l'attenzione unilaterale (dell'emisfero di sinistra verso il lato destro).

Una seconda teoria cerca di spiegare gli aspetti emotivi della sindrome, ma ne ignora gli aspetti spaziali. La potremmo chiamare ipotesi delle emozioni negative. Secondo tale teoria, l'emisfero di destra sarebbe specializzato nelle emozioni negative, mentre quello sinistro nelle emozioni positive. Un danno all'emisfero di sinistra, pertanto, ridurrebbe la capacità di provare emozioni positive, causando depressione (insieme con le cosiddette reazioni catastrofiche, che si osservano frequentemente nel caso di lesioni all'emisfero sinistro, più che in seguito a quelle a destra). Un danno all'emisfero di destra avrebbe l'effetto opposto: il paziente si sentirebbe felice senza alcun motivo. Sebbene una dicotomia così semplice tra le emozioni positive e quelle negative possa apparire ingenua agli occhi del lettore più smaliziato (vedi il capitolo 4), si tratta - sorprendentemente - di una teoria rispettata e ancora in auge.

La terza teoria che passiamo qui in rassegna è l'ipotesi del monitoraggio somatico (proposta da Damasio, 1994). Questa teoria è basata sull'idea che l'emisfero di destra sia specializzato nella consapevolezza somatica (consapevolezza del corpo in quanto "cosa"). Come abbiamo appreso nel capitolo 4, le emozioni sono generate - almeno in parte - dalla consapevolezza del proprio stato corporeo; quindi un danno all'emisfero di destra pregiudicherebbe la consapevolezza emotiva.” pp. 295-296)

Solms e Turnbull ritengono insufficienti tali teorie. Sulla base di un’esperienza clinica che ha evidenziato che i pazienti affetti da sindrome dell’emisfero destro non sono inconsapevoli dello stato del proprio corpo, ma reprimono la consapevolezza cosciente di tale stato, essi avanzano un’interpretazione psicoanalitica secondo la quale la sindrome in questione attesterebbe un fallimento del processo del lutto:

“La convessità perisilviana destra è specializzata per le elaborazioni cognitive rispetto allo spazio. Un danno a quest'area, pertanto, compromette le capacità dei pazienti di rappresentarsi con precisione la relazione tra il Sé e gli oggetti. Ciò, a sua volta, intacca le relazioni d'oggetto in senso psicoanalitico: l'oggetto d'amore (che si fonda su una concezione realistica di separatezza tra il Sé e l'oggetto) collassa su se stesso, e le relazioni oggettuali dei pazienti regrediscono al livello narcisistico. Vengono quindi attivate delle difese narcisistiche contro la perdita oggettuale, il che rende tali pazienti incapaci di compiere il lavoro richiesto dal lutto normale. Essi negano le loro perdite e tutti i sentimenti a esse associati (e perfino le percezioni esterne), usando un'ampia gamma di difese per sostenere la loro negazione ogni volta che una realtà intollerabile minaccia di fare breccia nella loro consapevolezza.

I pazienti con lesioni all'emisfero di sinistra, al contrario, mantengono la capacità di amore oggettuale, perché rimangono in essi intatti i concetti richiesti "di tipo spaziale". Di conseguenza, questi pazienti, la cui perdita oggettiva è almeno equivalente a quella dei pazienti con lesioni all'emisfero di destra, sono di fatto in grado di negoziare il difficile processo del lutto. La "depressione" e le cosiddette "reazioni catastrofiche" dei pazienti con lesioni all'emisfero di sinistra sono, anzi, delle risposte sane e appropriate a una perdita devastante. I pazienti con danni all'emisfero di destra, invece, colpiti nel loro narcisismo, non riescono a confutare la concezione erronea, frutto della loro fantasia, che hanno della realtà in seguito alla lesione, né riescono a valutare in modo critico i loro disturbi delle percezioni..., e non sono in grado di intraprendere il "normale lavoro del lutto".” (pp. 303-304)

L’interpretazione è, a mio avviso, discutibile data la frequenza con cui lesioni dell’emisfero destro a livello parietale determinano l’anosognosia.

Essa però porta naturalmente il discorso sul problema del Sè e di come la psicoterapia può indurne una ristrutturazione, che è l’argomento del decimo capitolo.

L’interesse del capitolo merita una citazione integrale:

“10

IL SÉ E LA NEUROBIOLOGIA DELLA TALKING CURE

Per non deludere i lettori, ci sembra opportuno ammettere fin d'ora che non siamo ancora nella condizione di spiegare in modo appropriato, dal punto di vista delle neuroscienze, né il Sé né le modalità di funzionamento della "talking cure" (cioè della psicoanalisi). Tuttavia, possediamo oggi dati molto significativi che ci spingono a fare almeno un tentativo di formulare ipotesi plausibili in questi ambiti. Ecco una ragione sufficiente per trattare più in dettaglio tali questioni, fosse anche solo per chiarire quali siano le lacune che la ricerca futura dovrà colmare. Inizieremo, quindi, riassumendo il materiale sin qui esposto, mettendo maggiormente in luce i collegamenti fra alcuni dei filoni principali di ricerca in questi campi, per concludere cercando di fornire un coerente quadro globale di come funzioni la mente.

IL FUNZIONAMENTO DELLA MENTE: UNA SINTESI

Nel capitolo 2 abbiamo detto che l'apparato mentale può essere conosciuto in due modi diversi. Attraverso l'introspezione ricaviamo quelle che sono le impressioni soggettive della nostra mente ‑ una visione dall'interno, per così dire. Questo è stato il metodo di studio della mente impiegato dalla psicoanalisi. Il cervello, in quanto organo fisico, fornisce un secondo punto di vista percettivo sulla mente ‑ una prospettiva "oggettiva" ‑' ovvero una visione della mente in quanto "cosa". Tale prospettiva ci mostra come viene vista la mente quando è esaminata dall'esterno. Che la mente possa essere osservata con queste due modalità diverse rappresenta l'essenza del problema mente‑corpo: vi è solo l'illusione che l'apparato mentale consista di due tipi differenti di "materiali".

Il fatto che sia un'illusione può però essere utilizzato a nostro vantaggio, permettendoci di controllare le conclusioni che abbiamo raggiunto da un punto di vista confrontandole con quelle che abbiamo ottenuto usando l'altro. Come nell'allegoria degli uomini ciechi e dell'elefante, se ci limitiamo a considerare le informazioni ottenute da un'unica prospettiva, probabilmente ricaveremo solo risultati erronei. Se, come uomini di scienza (come i "ciechi" della storia) cooperiamo, raggiungeremo un'immagine più accurata di ciò che è davvero la mente. E’ per tale ragione che la psicoanalisi, a questo punto della sua storia, ha molto da guadagnare dalla collaborazione con le neuroscienze, e viceversa. Per dimostrare queste nostre tesi, procederemo ora a selezionare alcune parti degli argomenti trattati nei vari capitoli di questo libro per rispondere a domande come "Che cosa sono i sentimenti?", "Che cos'è la coscienza?", "Che cos'è il Sé?", questioni che rappresentano il cuore stesso della nostra comprensione della vita mentale.

Sorprendentemente, non sono questi i tipi di domande che hanno promosso la ricerca dei neuropsicologi e dei neurologi comportamentali nel secolo appena trascorso. Gli argomenti di cui si sono occupati i neuroscienziati comportamentali in tale periodo sono ben diversi; eppure, gli interrogativi di cui sopra hanno un interesse fondamentale, oltre che vitale, per la maggior parte degli esseri umani. Per molti anni i neuroscienziati hanno studiato le basi elementari della percezione e del movimento. Hanno trattato quasi esclusivamente il comportamento (ovvero, la superficie esterna della mente, quella osservabile); focalizzandosi sul linguaggio, sulla memoria e sulla soluzione di problemi, essi non si sono quasi mai avventurati "all'interno della mente umana". Con tale scelta, i neuroscienziati si sono allontanati dalla realtà del mondo interno, che comprende i sentimenti, la coscienza e il Sé. Fortunatamente, tutto è cambiato (piuttosto all'improvviso, sembra) negli ultimissimi anni del Novecento, e ora siamo già in grado di porre quesiti impegnativi, del tipo "Come funziona la talking cure?" (ovvero "Quali sono le basi biologiche della psicoanalisi?").

Per cominciare a rispondere a una domanda del genere, dobbiamo anzitutto ricordarci della conclusione cui siamo giunti nel capitolo 2, quando ci siamo chiesti quali possano essere le proprietà principali della "mente". Là avevamo concluso che l'essenza della mente è la consapevolezza cosciente. Come funziona, allora, la consapevolezza?

IL NUCLEO DELLA CONSAPEVOLEZZA

Il cervello è l'organo che sovraintende alla nostra sopravvivenza in quanto creature biologiche. Esso risponde a tale compito mediando, da una parte, con i bisogni interni del nostro corpo e, dall'altra, con i pericoli e le gioie che ci giungono dal mondo esterno, il luogo in cui si trovano tutti gli oggetti che possono soddisfare i nostri bisogni interni.

II tronco dell'encefalo rappresenta il nucleo anatomico del cervello e, in termini evolutivi, è la sua parte più antica. All'interno del tronco encefalico vi è un certo numero di nuclei che regolano la nostra vita vegetativa e viscerale. Essi controllano il battito cardiaco, la respirazione, la digestione e altre funzioni simili. Lo schema di questi nuclei è predeterminato ("hardwired", cioè basato su circuiti prestabiliti geneticamente), e questo progetto di base è condiviso da tutti i mammiferi. Tali circuiti sono così essenziali per la vita che, se ci fossero anche solo piccolissime variazioni nella loro struttura e nel modo in cui essi sono interconnessi, non potremmo sopravvivere. Essi si sono preservati così a lungo attraverso la storia evolutiva proprio perché funzionano in modo ottimale. Questa è una regione cerebrale affascinante per i neurologi (e, più in generale, per tutti coloro che si occupano di mediazione tra le funzioni organiche di base e il mondo esterno percettivo-motorio); però, tali circuiti hanno poco a che fare con la mente in modo diretto.

La mente inizia dove questi sistemi terminano. Proprio al di sopra di questi circuiti, nella parte superiore del tronco encefalico, è collocata una serie di strutture che partecipano alla regolazione della vita mentale, così come di quella viscerale, nel modo da noi descritto nel capitolo 3. Tali strutture governano il tono (o "stato") di attività del cervello, che noi percepiamo soggettivamente come lo sfondo della nostra consapevolezza cosciente ‑ cioè come la "pagina" su cui vengono trascritti i contenuti continuamente mutevoli della percezione (e del pensiero). Questa "pagina" non è mai del tutto bianca, neppure durante il sonno.

La sorgente interna da cui origina la coscienza è quella che riflette lo stato attuale del nostro corpo; o meglio ‑ per esser più precisi ‑ essa riflette lo stato attuale dei nostri bisogni interni. Ciò infonde al "tono" di fondo della consapevolezza cosciente una qualità particolare di sensazione. La superficie interna della coscienza, se il suo tono potesse esprimersi a parole (cosa che non è possibile), direbbe qualcosa del tipo: "Io esisto, sono vivo e mi sento in questo modo".

FONTI ESTERNE DI CONSAPEVOLEZZA

L'altro aspetto della "coscienza nucleare" (per usare il termine di Damasio) deriva dal mondo intorno a noi. Gli stimoli che iscrivono i "contenuti" rappresentazionali sulla pagina della coscienza sono registrati, in primo luogo, nella parte posteriore del prosencefalo, in una serie di strutture dedicate alla ricezione, all'analisi e all'immagazzinamento delle informazioni sulla realtà circostante. Tali strutture combinano le miriadi di stimoli, che ci arrivano dai nostri diversi organi di senso in "oggetti" riconoscibili, che vanno a costituire il mondo fisico come noi lo conosciamo. Un'unità di coscienza ‑ cioè un singolo attimo di consapevolezza ‑ consiste nell'abbinamento di uno stato momentaneo del Sé nucleare con gli oggetti in quel momento presenti nell'ambiente circostante. L'essenza della coscienza è pertanto una relazione: "Io mi sento in questo modo in relazione a questo". Tale relazione riflette il fatto che i nostri bisogni interni possono essere soddisfatti solo da cose che esistono al di là di noi stessi. I nostri sentimenti (le nostre fonti interne di coscienza), pertanto, sono sempre definiti in relazione agli oggetti dei nostri bisogni (le sorgenti esterne della coscienza).

Non è necessaria molta immaginazione per capire perché le cose stiano in questi termini. La coscienza serve proprio a quanto abbiamo appena detto. Essa ci dice ciò che sentiamo sulle cose. Le nostre richieste di base sono, in fondo, sempre del tipo "Sono affamato, voglio uno di quei cibi" oppure "Mi sento sessualmente eccitato/a, forse lei/lui mi accetterà" o ancora "Ho paura, penso proprio che me la filerò", e così via. Evidentemente, se la coscienza non fosse strettamente legata ai sentimenti, noi potremmo vivere abbastanza bene senza di essa. La ricezione, l'analisi e l'immagazzinamento delle informazioni ‑ nonché la programmazione, la regolazione e la verifica delle azioni ‑ non dipendono dalla coscienza. I computer possono (e di fatto riescono a) eseguire tali funzioni, e noi stessi le eseguiamo prevalentemente in questo modo, in modo inconscio, per la gran parte del tempo. La consapevolezza cosciente, nella sua essenza, impartisce pertanto delle priorità basate su un senso di valore.

LE MEMORIE EREDITATE: LE EMOZIONI DI BASE

Una serie di connessioni, costruite ‑ sia dal punto di vista concettuale sia da quello anatomico ‑ sulle basi della nostra coscienza nucleare, codificano le relazioni Sé‑oggetto di significato universale. Si tratta delle connessioni che collegano alcuni stati affettivi con certe classi di percezioni, che a loro volta, quando sono attivate, innescano dei programmi motori "pre‑preparati". Queste connessioni sono i "sistemi di comando delle emozioni di base" (come li chiama Panksepp). Tali sistemi ci permettono di rispondere in maniera automatica ‑ in modi che ci garantiscono la sopravvivenza ‑ a eventi biologicamente rilevanti. Non è quindi necessario apprendere questi schemi di risposta: essi sono trascritti nei nostri geni, grazie al fatto che ci hanno garantito la sopravvivenza attraverso innumerevoli generazioni di antenati, in un lunghissimo arco di tempo. Tale preziosa eredità biologica rappresenta il sistema nucleare che impartisce un senso di valore nella nostra specie (in realtà, in tutti i mammiferi).

Si tratta dei quattro sistemi di comando delle emozioni di base: il sistema della ricerca (assieme all'associato sottosistema del piacere), il sistema della rabbia (o rabbia‑ira), il sistema della paura (o paura‑angoscia) e il sistema del panico (o dell'angoscia da separazione). Questa classificazione non viene da Platone o dalle speculazioni di qualche altro filosofo. Essa ci giunge dalle molte evidenze convergenti ottenute dalle neuroscienze, ossia da un gran numero di osservazioni del mondo naturale (spesso assai sorprendenti).

La sensibilità relativa di questi sistemi di comando delle emozioni varia, nei diversi individui, su base costituzionale. I sistemi hanno un'organizzazione relativamente uniforme e seguono percorsi neuronali prestabiliti, impiegando sempre gli stessi schemi di messaggeri chimici. Ma il principio della variazione individuale tra la popolazione si applica a questi sistemi non meno che alle altre parti del corpo. Inoltre, tali sistemi, come del resto tutte le altre parti del cervello, maturano in ciascun individuo in un particolare contesto ambientale. L'ambiente "riempie" i molti "spazi vuoti" che necessariamente esistono in questi sistemi, particolarmente durante certi "periodi critici". Noi sappiamo ‑ grazie al fatto che i nostri antenati ce lo hanno tramandato che ogni cosa che causi sensazioni di dispiacere deve essere evitata il più possibile. Tuttavia, le "cose" che effettivamente ci provocheranno disagio devono essere riscoperte da ciascuno di noi (come mostra l'osservazione del comportamento di ogni neonato o bambino piccolo). In ogni ambiente vi sono sempre più oggetti in grado di nuocere di quanti l'evoluzione possa aver mai previsto (si pensi, per esempio, alle prese elettriche). Per tali ragioni, sebbene tutti noi abbiamo (non più, ma neanche meno di) quattro sistemi di comando delle emozioni di base, e sebbene essi svolgano in tutti noi, grosso modo, la stessa funzione, ugualmente ciascuno di noi deve sviluppare la propria "classificazione individuale" degli oggetti "buoni" e "cattivi" presenti nel mondo. In tal modo, attraverso interazioni complesse tra i nostri geni e l'ambiente specifico nel quale avviene la nostra maturazione, sviluppiamo una visione personale e del tutto unica del mondo:' un mondo interno che è, anzitutto, il nostro mondo interno.

LA COSCIENZA ESTESA

Come abbiamo visto nel capitolo 5, la maggior parte della memoria umana è inconscia e non diventa mai cosciente, anche se ciò non significa che essa non influenzi la nostra coscienza. La maggior parte di ciò che facciamo coscientemente, istante per istante nelle nostre vite, dipende dai sistemi di memoria impliciti (inconsci), i quali esercitano su di noi i loro effetti senza che noi ce ne rendiamo conto. Ogni nostro momento cosciente si configura a partire da eventi inconsci, derivati da un passato personale e biologico di cui noi, di solito, non sospettiamo minimamente l'esistenza. Le memorie "ereditate" determinano la forma dei sistemi di comando delle emozioni di base. Gli oggetti "buoni" e "cattivi" summenzionati determinano i contenuti ditali sistemi. Questo rappresenta l'elemento fondamentale di un sistema di apprendimento implicito, come abbiamo visto nel capitolo 5. Alcuni studiosi (Joseph LeDoux, per esempio) chiamano "memoria emozionale" il nucleo motivazionale di questo tipo di sistema di memoria.

Vi sono delle influenze inconsce sulla coscienza, derivate dal passato. La stessa coscienza si estende al di là del presente immediato, attraverso la nostra capacità di "replicare" (replay), rivivendole, alcune interazioni con gli oggetti (buoni, cattivi e neutri) con l'occhio della nostra mente. Tale abilità rappresenta la nostra capacità esplicita (cosciente) di ricordare, alla quale appartiene quella varietà che è la più importante (almeno dal punto di vista della soggettività personale di ciascuno), la "memoria episodica". La "memoria episodica" (o memoria degli eventi "personali") è il necessario complemento dell'esperienza immediata della nostra coscienza nucleare (che è relativa all'abbinamento sé-oggetto derivato dalla nostra percezione del momento presente) con le reminiscenze di momenti passati di coscienza (ovvero relazioni sé-oggetto derivate dal nostro passato). Sembra che la riattivazione ditali abbinamenti tra il Sé (la coscienza interna) e le informazioni immagazzinate derivate da eventi passati (la coscienza esterna) sia un compito svolto in primo luogo dall'ippocampo. La memoria episodica collega le tracce di eventi passati (registrate soprattutto nelle reti neurali corticali posteriori) al fatto che voi eravate lì, provando delle precise sensazioni. E questo collegamento che conferisce all'evento passato la sensazione di conoscerlo, e tale senso di familiarità rappresenta il fondamento della memoria episodica. Bisogna però dire che il senso di familiarità non è infallibile, da cui il fenomeno del déjà vù (e forse anche il problema delle "false memorie").

L'IMPORTANZA DELL'ISTANZA ESECUTIVA

Veniamo ora al nocciolo della questione del presente capitolo. Ogni cosa descritta fin qui implica un meccanismo di natura prevalentemente passiva. Ma la più importante caratteristica che distingue il punto di vista interno della mente da quello esterno è l'esistenza di un'istanza attiva, comprendendo la quale è possibile avvicinarsi a capire anche ciò che intendiamo parlando di un senso del Sé. Il Sé può essere percepito solo soggettivamente. Quando la mente viene osservata dall'esterno, come un oggetto fisico, l'agente (l'entità attiva) della mente rimane letteralmente invisibile. Tuttavia, la prospettiva esterna ci permette di studiare da un punto di vista oggettivo i correlati fisici della mente e ci aiuta a gettare luce sulla sua organizzazione funzionale. Ai suoi livelli più bassi di organizzazione (a livello della coscienza nucleare), il Sé primario (o SELF, per usare di nuovo la terminologia di Panksepp) è una struttura del tronco encefalico. Tale struttura è essenzialmente la sorgente interna della consapevolezza descritta sopra: l'origine del sentimento di "essere vivi". Sarebbe un errore pensare a questa fonte di coscienza in termini puramente sensoriali. Sebbene sia vero che la fonte interna della coscienza nucleare percepisce lo stato attuale del corpo, essa tuttavia rimane fondamentalmente un sistema motorio. Vi sono due ragioni alla base di questo fatto, da noi ripetutamente menzionato nei capitoli precedenti: anzitutto, lo scopo principale della percezione è guidare l'azione; secondariamente, io scopo fondamentale della coscienza è la percezione delle emozioni. Ciò è come dire che il SELF guida le azioni sulla base di un'attribuzione di valori.

A livello di organizzazione dei sistemi di comando delle emozioni di base, tale attribuzione di valori comporta una risposta perentoria: essa innesca, infatti, dei programmi motori stereotipati (ovvero dei comportamenti riflessi e istintivi), che hanno il carattere della compulsività. A questo livello primitivo di organizzazione, pertanto, il sé è ancora essenzialmente un meccanismo passivo. Sebbene inneschi dei programmi motori, gli manca la capacità di scelta. Esso è dominato da quello che Freud chiamava la "coazione a ripetere". In breve, questo sé primitivo è privo di libero arbitrio.

Dal punto di vista neuroscientifico, paradossalmente (e, potremmo dire, ironicamente), l'essenza del "libero arbitrio" sembra essere la capacità di inibizione, cioè la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. Ciò che più di ogni altra cosa distingue gli esseri umani dai loro più stretti parenti primati è io sviluppo di un sistema del Sé di più alto livello, organizzato fondamentalmente sulla base di meccanismi inibitori. Tali meccanismi, che sono localizzati nei lobi prefrontali (la parte più evoluta del cervello umano), ci rendono capaci di reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei nostri sistemi di memoria ereditati e in quelli acquisiti su base emozionale. Dato tutto ciò, possiamo considerare i lobi prefrontali inibitori, a giusto titolo, come la sede ove si radica l'essenza della nostra natura umana.

COME FUNZIONANO I SISTEMI ESECUTIVI?

Sebbene, a volte, possa sembrare che la cosa migliore, riguardo azioni specifiche, sia prendere decisioni in modo estremamente rapido, senza doverle nemmeno pensare, i lobi frontali ci offrono la possibilità di ritardare (inibire) tali decisioni, a favore dell'uso di un'altra facoltà, il pensiero. Il pensiero può essere visto come un agire immaginario, mentre si sta ancora valutando l'eventuale, probabile risultato dell'azione potenziale. Ciò si ottiene facendo partire i programmi dell'azione prevista, ma, allo stesso tempo, bloccando (inibendo) l'uscita motoria. Il pensiero origina, quindi, dall"agire senza l'azione": esso sarebbe, cioè, un gesto immaginario con, alla sua origine, il meccanismo dell'inibizione quale prerequisito e mezzo stesso del pensiero.

I lobi prefrontali maturano dopo la nascita, principalmente nel corso di due periodi di sviluppo particolarmente rigoglioso, intorno all'età di due e rispettivamente cinque anni. La loro crescita continua, però, seppure più lentamente, per tutti i primi vent'anni di vita. Essi risentono notevolmente degli "influssi dell'esperienza". Anzi, le esperienze che attivano questi meccanismi esecutivi nei primi anni di vita ne determineranno la struttura individuale. L'operatività ditali intrinseche capacità inibitorie (di natura neurochimica) è, di conseguenza, letteralmente plasmata dalle figure parentali (e da altre figure autorevoli nella vita di un soggetto) che guidano tale aspetto dello sviluppo del bambino durante i primi anni critici. Tale processo sembra essere governato, in primo luogo, da ciò che i genitori fanno; in secondo luogo, da quello che essi dicono.

I neuroni a specchio

I "neuroni a specchio" sono localizzati sulla superficie esterna dei lobi frontali e di quelli parietali (Gallese et al. 1996; Rizzolatti, Arbib, 1998; Rizzolati et al., 1999). La loro modalità di funzionamento (scoperta nelle scimmie) può essere bene espressa dalla frase: "Quello che la scimmia vede, subito lo fa" (Monkey see, monkey do; Carey, 1996). Quando una scimmia fa qualcosa, i neuroni della sua corteccia motoria scaricano secondo uno schema caratteristico che contraddistingue il comportamento in questione. Quello che il gruppo di Rizzolati ha scoperto è che i neuroni motori di una seconda scimmia, che si limita a osservare passivamente il comportamento dell'altra, scaricano con lo stesso pattern dei neuroni della scimmia che compie l'atto motorio, rispecchiando così il comportamento guardato e "immaginato". Questa classe di neuroni è stata finora osservata solo nei sistemi (corticali) d'azione. Ci permettiamo di azzardare l'ipotesi che, quando neuroscienziati più coraggiosi inizieranno a cercare tale classe di neuroni anche all'interno dei sistemi nucleari dell'emozione, riusciranno a creare una base per la neurobiologia dell'empatia. Sebbene l'esistenza di questo meccanismo nei bambini debba ancora essere mostrata direttamente, sembra ragionevole prevedere che sia questo il meccanismo attraverso il quale essi "internalizzano" il comportamento dei loro genitori. Ciò consente di stabilizzare i programmi esecutivi, attivandoli ripetutamente attraverso l'osservazione, senza che i comportamenti rilevanti debbano essere concretamente eseguiti. La passività è in questo modo tramutata in attività (autoinibita), mentre, simultaneamente, l'azione si trasforma in pensiero.

Il discorso interno

I bambini internalizzano anche ciò che i genitori dicono loro, usando il meccanismo del "discorso interno”. Trasformano pertanto le proibizioni in inibizioni. Il linguaggio è uno strumento di autoregolazione immensamente potente. Tale considerazione potrà forse essere illustrata meglio "al negativo", esaminando un fenomeno patologico (noto come "dissociazione tra il sapere e il fare" ) osservato in pazienti con lesioni al lobo frontale. Al paziente viene chiesto di fare qualcosa ‑per esempio, di alzarsi. Il paziente risponde "Va bene", ma non riesce ad alzarsi. L'esaminatore domanda allora al paziente "Che cosa Le ho chiesto di fare?". Il paziente replica "Di alzarmi" (dimostrando così di aver compreso la consegna). "Allora Lei che cosa pensa di fare?", domanda l'esaminatore. Il paziente risponde "Penso di alzarmi!" (dimostrando in tal modo la sua intenzione di adempiere alla richiesta); ma ancora non succede nulla. Tutto questo è dovuto a una perdita della capacità di regolare il proprio comportamento mediante messaggi verbali. I pazienti che soffrono ditale dissociazione possono ripetere un programma audioverbale, ma non sono in grado di usare il programma per "comandare" a se stessi il comportamento corrispondente. Il fenomeno si osserva solo in pazienti con gravi danni ai lobi frontali. Se capovolgiamo questo meccanismo patologico, possiamo ipotizzare che la subordinazione del comportamento a istruzioni verbali internalizzate sia (almeno in larga parte) una funzione dei lobi frontali. Inizialmente, il bambino letteralmente ripete quello che sente, ma ‑ a poco a poco ‑ anche questo comportamento viene internalizzato e, anche in tal caso, l'azione si trasforma in pensiero (per un resoconto approfondito di questo processo evolutivo vedi Lurija, Yudovich, 1971). Pensare consiste, pertanto, in almeno due forme di azione inibita (o immaginata).

CHE COS’E’ LA PSICOPATOLOGIA?

Abbiamo appena passato in rassegna due modalità con le quali i lobi frontali attuano il loro controllo degli apparati motori del cervello, e abbiamo mostrato come questi meccanismi di controllo si sviluppino (durante certi periodi critici) attraverso l'internalizzazione degli atti e delle parole dei genitori. Il Sé maturo usa questi tipi di meccanismi per reprimere le stereotipie motorie automatiche e per interporre il pensiero tra l'impulso e l'azione.

Vi sono, ovviamente, più modi in cui questo processo può fallire. Qualunque cosa pregiudichi la capacità del Sé di governare i propri sistemi d'azione in modo efficiente costituirà una qualche forma di psicopatologia. I due esempi più semplici potrebbero essere, da un lato, gli eccessi costituzionali di impulsi; dall'altro, i deficit dell'inibizione. Comunque, se si considerano gli innumerevoli interscambi che possono avvenire grazie alla grande varietà di sistemi "pulsionali" (cioè, di sistemi di comando delle emozioni di base), in combinazione con la quasi infinita varietà di fattori ambientali che possono influire sui loro processi di maturazione (così come sulla maturazione dei sistemi di inibizione che li governano), diventa chiaro che, sotto la denominazione comune di "psicopatologia", possono rientrare tantissime cose diverse.

Senza dubbio, alcune delle nozioni di base saranno a questo punto diventate più chiare al lettore. Inoltre, siamo ora in grado di comprendere i diversi sistemi delle emozioni che possono essere "scarsamente regolati" nei vari disturbi psicologici. Per esempio, nel capitolo 6 abbiamo parlato del probabile ruolo del sistema di ricerca nella schizofrenia (in particolare, nei sintomi positivi di questa malattia mentale). Il sistema di ricerca ha probabilmente un certo ruolo anche nel disturbo bipolare dell'umore (Panksepp, 1998). Per contro, la base biologica del disturbo d'ansia ha molto a che fare con il sistema della paura (LeDoux, 1996; Panksepp, 1998), per quanto sembri che essa abbia un ruolo chiave anche per il sistema del panico (del disagio da separazione). La biologia di quest'ultimo sistema potrebbe aver molto a che fare con l'autismo e la sindrome di Asperger, oltre che, probabilmente, con la depressione (Panksepp, 1998). Con ciò non si vuole sostenere che questi disturbi abbiano una base interamente ereditaria o "genetica": non è possibile giungere a tale conclusione semplicemente per il fatto d'aver identificato le basi biologiche dei disturbi di cui sopra. Anzi, è probabile che sia la regolazione di questi sistemi, plasmata dalle strutture corticali nel corso dello sviluppo, a determinare se (e quali) disturbi si svilupperanno. Il che ci riporta a parlare dei lobi frontali.

LA METAPSICOLOGIA DELLA "TALKING CURE"

I lettori che conoscono le basi della psicoanalisi riconosceranno, sotto altro nome, l'entità funzionale che stiamo esaminando in questi paragrafi. Freud, infatti, attribuiva tutte le funzioni che abbiamo passato in rassegna in questo capitolo a un'entità metapsicologica chiamata "lo". Non deve quindi sorprendere se egli concepì la "talking cure" come un mezzo per rafforzare l'Io, attraverso un'estensione della sua sfera di influenza sulle due entità tra le quali è interposto: da un lato, l"Es" (che equivale grosso modo ai sistemi di comando delle emozioni di base), dall'altro la realtà (che l'Io controlla attraverso i sistemi motori). Abbiamo discusso queste funzioni esecutive dell'Io nel capitolo 3, associandole ai lobi frontali.

Come abbiamo detto in quella sede, è importante ricordare che Freud finì poi coll'abbandonare la sua idea originale che le funzioni della mente dovessero essere divise tra i sistemi conscio (più esattamente, conscio con preconscio) da una parte e inconscio dall'altra. Nel 1923, anzi, egli riconobbe che parte della mente esecutiva, razionale e legata alla realtà non è necessariamente conscia, e può perfino non essere in grado di diventare cosciente (Freud, 1923). La coscienza, per Freud, veniva così a perdere il suo ruolo di principio fondamentale organizzante dell'architettura funzionale della mente. Conseguentemente, dal 1923 in poi, Freud ridisegnò la sua mappa della mente , attribuendo all"Io" ‑ dotato, a suo avviso, solo di una piccola porzione di attività coscienti (o capaci di raggiungere la coscienza) ‑ le proprietà funzionali da lui precedentemente assegnate al "sistema C Prec". Per Freud, l'Io rimaneva principalmente inconscio.

La capacità funzionale fondante dell'Io non era tanto quella di coscienza, quanto quella di inibire. Freud riteneva così che la capacità di inibire le energie pulsionali fosse la capacità alla base delle funzioni razionali, aderenti alla realtà ed esecutive dell'Io. Tale capacità inibitoria era per Freud la base di quello che egli denominò il pensiero secondo il "processo secondario", da lui posto in contrasto con l'attività mentale libera che caratterizzava invece il "processo primario". E’ questa proprietà (piuttosto che quella della coscienza) che dà all'Io di Freud ‑ ovvero al Sé autobiografico di Damasio ‑ il controllo esecutivo sulle funzioni altrimenti automatiche e biologicamente determinate della mente.

Come può, allora, la talking cure "rafforzare l'Io"? Conformemente al pensiero di Freud (1938), può svolgere questo compito invertendo il processo della "rimozione".' La rimozione richiede un'esclusione di parti della mente dalla sfera funzionale d'influenza dell'Io. Il "rimosso" è esente dai legami inibitori imposti dal "processo secondario", e funziona pertanto, sulla base di una modalità compulsiva e stereotipata, secondo il "processo primario" dell'Es (o sistema Inc ‑ vedi sopra). Scopo della talking cure, pertanto, è riuscire a esercitare sul rimosso i legami inibitori del processo secondario, riconducendolo così sotto il controllo più flessibile dell'Io (se vogliamo, rendendo il "Sé" più dotato di "libero arbitrio").

Ben equipaggiati con la conoscenza che abbiamo acquisito riguardo all'anatomia funzionale dell'apparato mentale, non ci sarà ora difficile tradurre tutto ciò nella terminologia delle neuroscienze.

LA NEUROBIOLOGIA DELLA "TALKING CURE"

Abbiamo appreso nel capitolo i che i lobi frontali formano una sovrastruttura, cioè sono posti al di sopra di tutte le altre parti del cervello. Ciò fa sì che essi siano capaci di integrare le informazioni relative alla situazione ambientale e viscerale contingente con tutte quelle (derivate dalle precedenti esperienze) immagazzinate in altri siti del cervello ‑ e poi di calcolare il piano di azione migliore prima di eseguire una risposta motoria.

"La rimozione", pertanto, può essere concepita come qualcosa che cortocircuita il processo appena descritto. Ogni parte dell'attività cerebrale che viene esclusa dalla rete estesa del controllo esecutivo svolto dai lobi prefrontali costituisce, in un certo senso, il rimosso. Ciò, a sua volta, implica che vi debbano essere diverse varietà di rimozione. Di fatto, siamo giunti implicitamente a questa conclusione già in precedenza, discutendo (per esempio, nei capitoli 5 e 8) di diversi meccanismi che possono essere ricondotti al termine "rimozione".

Scopo della talking cure, da un punto di vista neurobiologico, deve pertanto essere l'estendere la sfera funzionale di influenza dei lobi prefrontali. I pochi studi sinora condotti per controllare empiricamente gli effetti delle diverse forme di psicoterapia, mediante le odierne metodiche di imaging funzionale, giungono, in sostanza, a questa stessa conclusione (per esempio, si vedano Bakker, Van Balkom, Van Dyck, 2001; Baxter et. al,, 1992; Brody et al., 1998; Ferng, Munford et al., 1992; Schwartz et al., 1996). In primo luogo, mostrano che l'attività funzionale del cervello è di fatto alterata dalla psicoterapia. In secondo luogo, indicano come i cambiamenti specifici siano correlati con i risultati terapeutici. In terzo luogo, e in modo del tutto coerente con quanto affermato, rivelano che questi cambiamenti strettamente correlati agli esiti terapeutici sono localizzati essenzialmente nei lobi prefrontali.

COME FUNZIONA LA "TALKING CURE"?

Come avvengono tali modificazioni? E come fa la talking cure "a estendere la sfera funzionale di influenza dei lobi prefrontali"? Quello che abbiamo detto implica che, probabilmente, tale processo si svolge in almeno due modi. Anzitutto, come la stessa locuzione indica, tale metodo usa il linguaggio, che è uno strumento estremamente potente per stabilizzare delle connessioni di ordine astratto, riflessivo e quindi sovraordinato tra gli elementi più concreti della percezione e della memoria, subordinando così il comportamento a programmi selettivi di attività. In secondo luogo, essa usa l'internalizzazione, il cui maggiore potere trasformativo (come abbiamo già appreso) è, probabilmente, confinato per lo più ad alcuni periodi critici dello sviluppo del lobo frontale (nei primi anni di vita), ma può (forse) essere artificialmente attivato dalla natura regressiva della relazione di "transfert". Di ciò, in realtà, non sappiamo praticamente nulla; lo stesso si può dire per molto altro materiale, pur rilevante per trovare risposte alle domande che ci siamo posti.

La ricerca futura ci rivelerà se e in che misura sia proprio il processo che abbiamo qui ipotizzato che di fatto determina il risultato di un trattamento psicoanalitico. Dobbiamo lasciare alla ricerca futura pure un grande numero di altre domande più specifiche, per esempio: (1) quali sono i diversi meccanismi attivi nelle varie psicopatologie? (2) Che tipi di psicopatologie sono affrontabili con maggiori probabilità di successo dalla talking cure psicoanalitica? (3) Quali aspetti della talking cure sono i più rilevanti per i vari tipi di psicopatologie? Ci sembra appropriato, dunque, terminare questo breve capitolo con una nota di incertezza. Non si è voluto qui riproporre le false certezze del passato riguardo alla modalità terapeutica d'azione della psicoanalisi. Lo scopo di correlare le nostre (assai limitate) certezze in psicologia sulla modalità di azione della "talking cure" non mira a formulare teorie fantasiose, ma a rifondare la nostra conoscenza su una nuova e più sicura base scientifica.” (pp. 307-324)

7.

L’ultimo capitolo, il decimo, descrive la nascita di una nuova disciplina - la neuropsicoanalisi - e cerca di definirne le linee prevedibili di sviluppo.

La neuropsicoanalisi muove dall’esigenza di correlare il patrimonio accumulato dalla pratica terapeutica analitica sulle modalità di funzionamento consce e inconsce della soggettività con i dati più recenti tratti dalle ricerche nell’ambito delle neuroscienze sul funzionamento del cervello. Si tratta di un’esigenza maturata lentamente, ma imposta infine dalla presa d‘atto che alcune scoperte avvenute in questo ambito - per esempio il valore fondamentale delle emozioni nella genesi della coscienza, l’esistenza di un rilevante patrimonio di memorie “implicite”, l'attività dei neuroni specchio, ecc. - confermano sorprendentemente alcuni aspetti della teoria analitica più di quanto non confermino altri approcci teorici ai fenomeni mentali (comportamentismo, cognitivismo, ecc.).

Per Solms, che è tra i fondatori della neuropsicoanalisi, non c’è ombra di dubbio che questa nuova disciplina, alla quale ha già aderito un numero consistente di neuroscienziati e di psicoanalisti, segnerà il futuro della conoscenza dell’uomo su se stesso e sulla sua mente.

Egli peraltro è sufficientemente critico da riconoscere che la strada da fare per giungere ad un’integrazione di discipline con storie e metodologie profondamente diverse è ancora molto lunga. Nonostante i risultati ragguardevoli raggiunti negli ultimi anni, le neuroscienze devono sciogliere ancora numerosi nodi oscuri oscurità. La psicoanalisi, per suo conto, dovrà necessariamente accettare di passare al vaglio delle neuroscienze non pochi aspetti del suo patrimonio di sapere sulla soggettività.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, ho già espresso, in articoli precedenti, le mie riserve sull’impostazione di M. Solms. Il saggio in questione le conferma.

Si tratta, a mio avviso, di uno dei lavori più affascinanti, per chiarezza espositiva e densità teorica, tra quelli pubblicati negli ultimi anni nell’ambito neuropsicoanalitico. Il punto debole del saggio è che Solms fa riferimento alla psicoanalisi come se fosse un patrimonio di sapere già integrato, mentre è un arcipelago di teorie. Per non operare una selezione all’interno di tale arcipelago, egli si riconduce ai tentativi precorritori e abortiti di Freud di mettere a punto un progetto di psicologia “scientifica” (fondata cioè sulla neurologia) e alla sua metapsicologia fortemente influenzata dalla teoria delle pulsioni e oscillante tra un primitivo modello funzionale (Coscienza/Preconscio/Inconscio) e un successivo modello strutturale (Es/Io/Super-io).

Ritengo che tentare di elaborare un modello neuropsicoanalitico sulla base della metapsicologia freudiana sia un vicolo cieco, dato che, con il superamento della teoria delle pulsioni. viene meno anche il riferimento al processo primario, al sogno come soddisfazione di un desiderio, ecc. Ma si dà un'alternativa che valorizzi le scoperte freudiane affrancandole dalla gabbia di interpretazioni ideologiche sostanzialmente errate e fuorvianti?

Io penso di sì. Si tratta di definire e correlare sistemi strutturali e funzionali cerebrali e sistemi strutturali e funzionali psichici. Per quanto riguarda il secondo aspetto, penso che la teoria dei bisogni intrinseci, sulla quale ho costruito la teoria psicopatologica struttural-dialettica, sia assolutamente fondamentale. Riguardo alla possibilità di correlare tale teoria alle scoperte neuroscientifiche, mi riprometto di operare un tentativo articolato scrivendo l’ultimo capitolo de Il mostro di belle speranze.