Louis Bolk

Il problema dell'ominazione

Deriva Approdi, Roma 2006

Non è raro che, nella storia delle scienze umane, si diano autori che hanno intuizioni formidabili dalle quali ricavano conclusioni opinabili o inaccettabili. Ciò avviene allorché le intuizioni, anziché disarticolarla, vengono integrate in una preesistente visione del mondo che dà ad esse un significato ideologico. Un caso esemplare della cattura che l'ideologia esercita sulla creatività è quello di S. Freud, la cui genialità è stata sacrificata sull'altare di una concezione pulsionale della natura umana.

Un altro esempio, sia pure su scala minore, è rappresentato da Louis Bolk.

Anatomista olandese, egli ha avuto una sola, grande intuizione antropologica, che appare ancora oggi densa di significato, ma ha ricavato da essa, oltre che una triste previsione sul futuro della specie umana, una conferma del pregiudizio razzista in particolare della superiorità della razza bianca rispetto a quella nera - che ha pesato non poco nel determinarne la rimozione.

Essa, di fatto, è stata ripresa da quasi tutti gli autori che si sono interessati della natura umana - da H. Plessner e A. Gehlen a J. S. Gould - ma sempre con qualche imbarazzo. Gould è stato forse l'unico, nella sua spregiudicatezza intellettuale, a riconoscere esplicitamente il valore dell'intuizione bolkiana, che ha tradotto, con una sorprendente icasticità, nell'assioma per cui "Il bambino è il padre dell'uomo" (Questa idea della vita, Editori Riuniti, Roma 1984).

La pubblicazione in italiano della Conferenza del 1926 nel corso della quale, quattro anni prima di morire, Bolk espone le conclusioni cui è giunto sull'ominazione obbliga a ritornare sul suo pensiero, mettendo tra parentesi quanto in esso si dà di spurio e ideologico.

L'ominazione, come noto, è il processo attraverso il quale si è originato, all'interno della specie umana, il genere homo sapiens sapiens. Bolk ammette che tale processo s'iscrive nell'ambito dell'evoluzionismo, ma ritiene che questo, se consente di spiegare l'origine dell'uomo, non spiega la forma dell'uomo, vale a dire le sue particolari caratteristiche fisiche (cui corrispondono anche quelle psichiche). Egli scrive.

"Il problema dell'insorgenza della forma dell'uomo è diverso da quello dell'origine dell'uomo.

Per giungere a un'idea del modo di insorgenza e della causa originaria dell'insorgenza della forma umana, è necessario considerare questa non come l'elemento ultimo di una successione di forme ordinata sul fondamento di tendenze aprioristiche, piuttosto deve essere l'uomo stesso il punto di partenza della formulazione della domanda. Che cosa è l'essenziale (das Essentielle) dell'uomo come organismo e quale l'essenza (das Wesentliche) della forma umana? Queste le due domande che dobbiamo provare a considerare e a cui dobbiamo provare a rispondere del tutto liberi da ogni riflessione genealogica o presupposto filogenetico.

La mia formulazione fondamentale della domanda ha un duplice carattere: uno fisiologico e uno anatomico; il punto di partenza del problema è l'uomo come essenza e come fenomeno. Inteso così, il problema dell'ominazione appare più ampio e più significativo di come sia stato posto in generale fino a ora. Sino a ora il lato morfologico della domanda ha assorbito l'interesse principale. Differenze e concordanze anatomiche tra l'uomo e gli altri primati rappresentavano il motivo conduttore che doveva portare alla soluzione del problema dell'ottimazione. Voglio invece tentare di avvicinarmi a questa soluzione per una via fisiologica: voglio imparare a riconoscere l'aspetto essenziale (essentielle) della nostra forma come il risultato di un fattore di sviluppo organico interno." (p. 47- 48)

Per giungere all'essenza fisiologica della forma umana, occorre partire, in ogni caso, da quella anatomica. Da questo punto di vista, appare importante categorizzare i caratteri somatici dell'uomo, che pongono immediatamente di fronte ad una distinzione fondamentale:

"I diversi caratteri somatici dell'uomo non hanno la stessa importanza relativamente al problema dell'evoluzione della sua forma; si devono dividere in due gruppi: caratteri primari e caratteri secondari. I caratteri secondari sono essenzialmente quelli che si possono spiegare facilmente come fenomeni di adattamento all'acquisizione dell'andatura eretta, sorti come necessità condizionate più o meno meccanicamente o come aggiustamenti funzionali sotto l'influsso delle nuove condizioni statiche. Invece, i caratteri primari sono quelli nati per l'effetto dei fattori di sviluppo che hanno condizionato l'insorgenza della forma dell'uomo. Dobbiamo occuparci solo di questo gruppo." (p.49)

"Come esempio di caratteri primari dell'uomo voglio nominare i seguenti: l'ortognatismo, la mancanza di peluria, la perdita dei pigmenti in cute, capelli e occhi, la forma del padiglione auricolare, la plica mongolica, la posizione centrale del foramen magnum, il considerevole peso del cervello, la persistenza delle suture craniche, le labia majora nella donna, la conformazione della mano e del piede, la forma del bacino, la posizione della vagina nella donna orientata verso il ventre, determinate variazioni della dentatura e delle suture craniche. Più tardi farò sicuramente un'osservazione specifica sul mento prominente, una formazione umana molto tipica, che tuttavia non è stata inserita in questo elenco." (p. 51)

La valutazione dei caratteri primari porta ad una conclusione univoca:

"Ciò che nel processo evolutivo delle scimmie era uno stadio di passaggio, nell'uomo è diventato lo stadio finale della forma. Per questo motivo il feto delle scimmie inferiori, il feto e il neonato degli antropomorfi hanno un aspetto molto simile all'uomo, non perché le scimmie - come sarebbe lecito dedurre da una coerente applicazione della fondamentale legge biogenetica - siano derivate da un progenitore con un aspetto più umano, ma perché l'uomo conserva il tipo fetale fino alla fine del suo sviluppo corporeo. Nello sviluppo individuale della forma, gli altri primati si lasciano alle spalle un ulteriore tratto finale che l'uomo invece non attraverserà più. Vorrei esprimere questa differenza tra l'uomo e la scimmia attraverso l'indicazione dello sviluppo dell'uomo come conservativo, come propulsiva quello della scimmia." (p. 52)

Sulla base di questa conclusione, è possibile per Bolk rispondere alla domanda formulata in precedenza:

"Che cosa è dunque l'essenziale (das Essentielle) della costruzione umana, su cosa si basa il contrasto così evidente tra la configurazione dell'uomo e quella della scimmia? La risposta è: il carattere fetale della sua forma.

Se volessi esprimere il principio della mia teoria con una formulazione abbastanza forte, allora definirei l'uomo sotto l'aspetto corporeo come il feto di un primate giunto alla maturità sessuale. Da ciò risulta necessariamente che i nostri progenitori avevano già tutti i caratteri primari specifici dell'attuale genere umano, ma limitatamente a una breve fase del loro sviluppo individuale. Perciò le caratteristiche dell'uomo non sono acquisite, esse erano già presenti nell'organizzazione dei suoi progenitori come stati transitori. I due fattori che hanno determinato la forma umana sono l'adattamento funzionale per i caratteri secondari e la conservazione di quelli primari. Ciò che nei nostri progenitori era uno stadio di passaggio nel corso della loro formazione, nell'uomo odierno è lo stadio finale. Nel corso dello sviluppo storico la forma adulta acquisì un'impronta fetale sempre più marcata, essa fu - vorrei definirla - fetalizzata. L'ominizzazione della forma che si realizzava storicamente era essenzialmente una fetalizzazione. Questo è il principio di ciò che vorrei chiamare ipotesi della fetalizzazione." (p. 53)

Questa è l'intuizione formidabile di Bolk, che non appare riducibile entro lo schema dell'evoluzionismo tradizionale:

"La fetalizzazione della forma non può essere stata l'effetto di cause esterne, di influssi che hanno agito sull'organismo dall'esterno. Essa non era l'effetto di un adattamento a condizioni esterne mutevoli, non era condizionata da una struggle for life, non era la risultante di una selezione naturale o sessuale; infatti questi fattori evolutivi - della cui efficacia nella natura organica non dubito assolutamente - esercitano la loro azione in modo caratteristico e perciò sono insufficienti ai fini della spiegazione della forma del corpo umano. Per il suo sviluppo la causa che regola il processo di insorgenza deve avere avuto la sua sede nell'organismo stesso, è stata una causa interna e funzionale. Riassumendo brevemente quindi: un'ominazione in seguito a un principio evolutivo unitario, organico." (p. 54)

Ai fattori evolutivi conosciuti occorre aggiungerne, dunque, uno nuovo e "misterioso": "il ritardo dello sviluppo." (p. 56)

Tale fattore porta dall'anatomia alla fisiologia. Esso, infatti, sembra riguardare non solo la morfogenesi ma anche l'intero corso del divenire dell'uomo in sé e il corso della sua vita individuale. Infatti:

"Non esiste un mammifero che cresce così lentamente come l'uomo, né uno che diventa adulto dopo così tanto tempo dal giorno della nascita. Sapreste citarmi un altro mammifero che si avvale come l'uomo di una così lunga fase di maturazione? A questa lenta maturazione, a questo periodo di maturazione protratto nel tempo segue un processo di invecchiamento che si compie in maniera così ritardata come non ci risulta avvenga per alcun altro mammifero. Esiste qualche altro animale che, una volta cessata la sua funzione germinativa, può concedersi una vita meramente corporea così lunga?" (p. 56)

A cosa si può attribuire il ritardo dello sviluppo umano? Bolk non ha dubbi:

"Il graduale rallentamento del corso della vita nei progenitori dell'uomo, con tutte le sue conseguenze sia in riferimento alla configurazione della sua forma che riguardo ai suoi caratteri funzionali, deve avere avuto una causa fisiologica. E se si cerca di seguirne le tracce, il nostro ragionamento si dirige verso quel sistema di organi che presiede al metabolismo, cioè il sistema endocrino. Alla base dei fenomeni menzionati in precedenza deve esserci una alterazione dell'azione di questo sistema"

Collegando il ritardo come fenomeno alla secrezione interna come momento causale, il problema dell'ominazione diventa un problema puramente fisiologico, quale in fondo è sempre stato." (p. 57-58)

"Allora, dobbiamo vedere nel sistema endocrino quella parte del nostro organismo a cui deve essere riconosciuto un significato preponderante per lo sviluppo storico della nostra forma. Una variazione - a noi chiaramente ancora del tutto ignota nei suoi dettagli - nella natura chimica o nel mescolamento quantitativo della sua produzione predispose un'alterazione degli stimoli della crescita da essa causata. Da questa modificazione nella connessione del complesso degli increti seguì un rallentamento dello sviluppo nella sua interezza e qua e là addirittura un completo blocco dell'insorgenza di caratteri. Perciò si può riportare il divenire storico della forma dell'uomo all'azione di questo sistema come la causa immediatamente precedente, così come alla sua potenza e alla sua regolazione è sottoposta il delinearsi individuale della forma." (p. 62-63)

Bolk si rende perfettamente conto che l'ipotesi del ritardo dello sviluppo ha delle implicanze che investono sia la psicologia che l'organizzazione sociale della specie umana. Si tratta dunque di comprovare tale ipotesi e di trarne le necessarie conseguenze:

"Il primo punto, di cui ci occupiamo più precisamente, deve essere necessariamente il concetto biologico fondamentale della mia teoria, l'ipotesi del ritardo. Dunque, quali prove possono essere addotte a favore di quest'ipotesi? A tal proposito, bisogna tenere distinti l'uno dall'altro due gruppi di prove, secondo il duplice contenuto dell'ipotesi: il corso della vita dell'uomo procede lentamente, questo è un fatto che può essere facilmente verificato con un raffronto diretto; il tempo (Tempo) del corso umano della vita è storicamente rallentato, questa è un'affermazione inaccettabile in una dimostrazione diretta e accettabile solo attraverso prove indirette.

Il primo punto, la lentezza del corso del nostro divenire e della nostra vita, richiede una particolare dimostrazione? Solo incidentalmente richiamo la vostra attenzione sulla lunga durata della nostra fase di vita intrauterina. Ma sapete indicarmi una seconda forma di vita in cui la coscienza si desta solo dopo così tanto tempo dalla nascita, una seconda forma di vita che ha bisogno delle cure e dell'assistenza dei genitori per un periodo di tempo così lungo dopo la nascita e che è capace di rendersi autonoma in un'età così avanzata?..

Questi sono fatti che io ho attinto alla letteratura, che tuttavia, secondo la mia opinione, non sono mai stati dovutamente apprezzati finora nel loro straordinario significato per la biologia umana, mentre il loro significato sociologico può essere difficilmente sottovalutato. Infatti non dobbiamo intravedere nella lunghissima durata del periodo in cui un bambino deve essere nutrito dai suoi genitori e ha bisogno della protezione dei genitori la causa naturale dell'origine della famiglia umana, dunque il fondamento dell'intera società umana? Il ritardo dello sviluppo ha come conseguenza necessaria un prolungato rimanere insieme di due generazioni consecutive. In ciò è data all'uomo la base biologica della sua vita sociale." (p. 64-66)

Questo è il nucleo scientifico del pensiero di Bolk, sul quale occorre riflettere.

2.

Che il ritardo dello sviluppo dell'essere umano abbia contribuito a determinare la particolare organizzazione sociale della specie umana, incentrandola sulla duplice esigenza della sopravvivenza e della riproduzione è fuor di dubbio. Animale neotenico, l'uomo ha perduto gli strumenti naturali di difesa contro le variazioni climatiche (pelliccia) e i predatori (unghie, zanne, ecc.). Si è ritrovato, insomma, per così dire, infantilizzato in un mondo sostanzialmente difficile e pericoloso. Al tempo stesso, egli si è dovuto fare carico dell'allevamento di piccoli il cui sviluppo li mantiene per molti anni in una condizione di disautonomia e di vulnerabilità.

La neotenia sicuramente è stata una delle matrici della nascita della cultura, intesa, anzitutto, a sopperire alla perdita di strumenti naturali adattivi. Come giustamente rileva Bolk, essa ha anche contribuito alla nascita e all'organizzazione di una società dedita all'allevamento, vale a dire allo strutturarsi della famiglia, sia pure nel quadro più ampio di un gruppo tribale collaborativo e solidale, e ad un'interazione tra generazioni più prolungata e intima rispetto a qualunque altra specie.

Tale interazione ha prodotto anche degli effetti psicologici che Bolk ha trascurato.

Ancora oggi, l'interazione dell'adulto con il bambino evoca un'identificazione sulla base della memoria per cui lo stato infantile è stato sperimentato dall'adulto stesso. Se teniamo conto, però, della neotenia, che persiste nell'adulto, si può facilmente giungere alla conclusione che l'interazione con l'infante lo pone di fronte non già solo ad uno stato ontogenetico remoto, ma ad una realtà intrinseca al suo essere e insormontabile: l'essere egli stesso inesorabilmente vulnerabile, precario e finito.

Attraverso l'interazione con il bambino, insomma, l'uomo adulto si trova di fronte agli aspetti intrinseci alla sua realtà esistenziale, dei quali, a differenza del bambino, calato nella sua illusione di affidamento, egli non può non prendere coscienza.

La neotenia sembra, dunque, anzitutto funzionale, a mantenere la coscienza umana agganciata alla realtà esistenziale dell'uomo. Per questo aspetto, sembrerebbe giusto definirla una condizione disfunzionale, in quanto la consapevolezza di essere vulnerabile, precario e finito è inesorabilmente ansiogena.

E' proprio però questa consapevolezza a mobilitare nell'uomo la necessità di produrre la cultura, nel tentativo di compensare le sue carenze naturali e di andare al di là di esse.

Se questo è vero, riesce evidente che il ritardo nello sviluppo svolge una funzione umanizzante a tutto campo: essa, infatti, per un verso, mantiene l'uomo a contatto con la sua realtà esistenziale ultima, agganciando la consapevolezza del suo essere al suo mondo interiore e impedendo la cristallizzazione adattiva all'ambiente esterno, per un altro mobilitandolo, proprio in nome di quella consapevolezza, verso la produzione di un ambiente esterno più adeguato ai suoi bisogni.

In questa ottica, la cultura stessa serve ad umanizzare l'uomo, a consentirgli di sperimentare la sua capacità attiva di soddisfare i suoi bisogni e di sopperire ai limiti naturali della sua condizione, nella consapevolezza, però, che questa, per alcuni aspetti, non può essere trascesa. Attraverso la cultura, l'uomo sperimenta la sua capacità di far da padre al bambino che è suo padre senza negare il fatto che, per alcuni aspetti, il suo essere rimane contrassegnato dalla fetalizzazione e dalla neotenia, dal ritardo dello sviluppo.

Questo aspetto apre un altro scenario di discorso.

3.

Se si accetta il principio per cui il ritardo nello sviluppo ha contribuito in misura essenziale a dare alla specie umana le sue particolari caratteristiche fisiche e psichiche, si sarebbe indotti a pensare che che gli esseri che hanno tempi di sviluppo caratteristicamente lenti sono depositari di un potenziale evolutivo orienatato ad una maggiore umanizzazione.

Ora, tali esseri esistono realmente: sono gli introversi.

Lo sviluppo degli introversi non è globalmente ritardato. Per alcuni aspetti, che concernono l'interiorizzazione di norme educative e la capacità di rispondere alle aspettative degli adulti, essi sono a tal punto precoci che, talora, già a sei-sette anni appaiono degli "ometti" già fatti. Analogo discorso si può fare per la maturazione intellettiva: i bambini introversi, anche se in genere parlano poco, manifestano spesso una precoce padronanza e proprietà di linguaggio. Non di rado fanno sorprendenti discorsi da "grandi".

Il ritardo dello sviluppo introverso riguarda caratteristicamente l'acquisizione delle competenze sociali, vale a dire la capacità di rapportarsi al mondo nella sua totalità interagendo con gli altri fluidamente e mantenendo un livello di spontaneità e di autenticità.

A cosa è dovuto tale ritardo? Essenzialmente penso al mantenersi di un orientamento verso il mondo vincolato ad aspettative idealistiche.

In pratica l'introverso, sulla base di ciò che sperimenta dentro di sé, e particolarmente in rapporto all'empatia e alla paura di fare male agli altri, dà per scontato che la sua sensibilità sia di ordine universale. Di conseguenza rimane turbato dal trovarsi di fronte atteggiamenti e comportamenti i quali attestano che gli altri non sono, in genere, particolarmente sensibili né preoccupati di infastidire, dar dispiacere o danneggiare gli altri.

Si può leggere nell'ingenuità degli introversi un tratto di persistente infantilismo. Si può anche pensare, però, che esso attesti la prevalenza del mondo interno rispetto a quello esterno, vale a dire un ritardo nell'adattarsi al mondo così com'è. Il disadattamento, che interferisce non poco nella socializzazione degli introversi, potrebbe ricondursi, dunque, al rimanere vincolati ad un nodo di emozioni primarie l'empatia, un senso di uguaglianza e di fraternità, ecc. che non cedono facilmente al principio di realtà.

Se, però, in quelle emozioni si identificano le espressioni più profonde del ritardo dello sviluppo della specie umana, che ha consentito ad essa di umanizzarsi, l'"infantilismo" degli introversi potrebbe rappresentare l'espressione di un ulteriore spinta evolutiva verso l'ingentilimento della specie stessa.

Ho espresso già questa ipotesi in un articolo (Genetica e Introversione 1) e mi riprometto di approfondirla ulteriormente.

Se gli introversi rappresentano una linea evolutiva caratterizzata da un ritardo nello sviluppo superiore alla media, rimane il fatto che questo dato è comunque comune a tutta la specie umana. Al di là del suo significato evoluzionistico, che cosa esso può significare in termini generali, che incidenza esso ha sulla struttura dell'essere umano e sul suo orientamento psicologico?

La risposta porterebbe ad affermare che, per vivere in accordo alla sua natura, l'uomo dovrebbe accettare questa condizione di essere ritardato organizzando un sistema sociale che valorizzi i suoi tempi lenti e privilegi le emozioni che sono affiorate in virtù di quel ritardo: le emozioni sociali.

E' evidente che la nostra società sta andando in una direzione opposta e in particolare sta sempre più accentuando il suo carattere dinamico, inducendo, specie nei paesi industrializzati o postindustrializzati, un ritmo di vita e di attività frenetico. Lo stress di cui soffre una componente rilevante della popolazione potrebbe essere attribuito a questa frenesia di velocizzare la specie umana.

Se l'uomo entra in conflitto con la sua natura e con alcuni aspetti di funzionamento primario della sua mente, non può che ricavarne svantaggi. Sono essi compensati dal benessere conseguito in virtù dell'accelerazione dello sviluppo economico? La valutazione è di ordine ideologico e pertanto può rimanere in sospeso.

Un dato però non può essere sottaciuto. Se anche si pensa che il ritardo nello sviluppo concerne solo la fase evolutiva della personalità, dopo di che l'uomo potrebbe disporre a piacimento di se stesso, c'è da chiedersi che senso ha cercare di forzare i tempi intrinseci a quella fase che sono biologicamente programmati. E' quanto accade nel nostro mondo, ove i bambini vengono sottoposti, dall'età scolare in poi, ad un'incredibile pressione "formativa". La natura è tanto saggia che la risposta a tale pressione è più spesso una forma di opposizionismo strisciante, che interessa la maggioranza degli alunni.

A che serve la scienza vien da chiedersi se i suoi risultati vengono poi rimossi laddove essi non agevolano la manipolazione degli uomini e addirittura mettono in discussione i capisaldi di un sistema sociale?