IL DISCORSO PSICHIATRICO SULLA NATURA UMANA IN PINEL E FREUD>



Sommario:

1. Introduzione

2. La rivoluzione incompiuta di Pinel

3. La rivoluzione incompiuta di Freud

4. Consigli bibliografici

 

1. Introduzione

Magistralmente Foucault descrive l'affiorare del fantasma della follia sull'orizzonte di una civiltà che, per promuovere il suo sviluppo, deve, anzitutto, formulare una nuova etica laica fondata sulla famiglia, sul lavoro, sul rispetto dell'autorità, e, in ultima analisi, sulla disciplina, intesa come capacità di assoggettare gli impulsi naturali a regole sociali. Prodotto il fantasma, occorre produrre anche i mezzi per scongiurarlo, sia nel senso di contenerlo che nel senso di dimostrarne la rieducabilità, la non refrattarietà ai principi della ragione.

Altri storici della psichiatria - non a caso psichiatri - ritengono che la follia, per quanto si offra come fenomeno privilegiato per investimenti fantasmatici collettivi, sia un oggetto reale, e che la storia della psichiatria attesti un progresso lineare e continuo verso la comprensione e la spiegazione della genesi e della struttura di quell'oggetto.

Nonostante l'opposizione radicale è lecito assumere i due punti di vista come aventi entrambi significato. La follia risulterebbe, pertanto, sia un oggetto reale che un oggetto fantasmatico. Ma, perché questo assunto non risulti un vacuo esercizio di eclettismo, occorre definire un minimo comune denominatore a queste due facce del disagio psichico.

Io penso che questo denominatore sia l'incontrollabilità, fantasma soggettivo e sociale, che incombe nell'universo mentale dell'individuo e del gruppo di cui egli fa parte, come paura di morire o di darsi la morte; paura di impazzire, perdendo il controllo sulla propria identità psichica, e paura di poter commettere azioni delittuose.

Fantasma soggettivo che, il più spesso, dà luogo a forme marcate di ipercontrollo interiore e comportamentale, l’incontrollabilità, sul versante sociale, è un fantasma alimentato dai casi, oltre modo rari, in cui essa si realizza. La pericolosità per sé e per gli altri, reale a un livello statistico poco significativo, diventa pertanto un attributo proprio della follia. Amplificare il fantasma dell'incontrollabilità, misconoscendo che esso è arginato potentemente dalla sofferenza del soggetto, o negarlo, misconoscendo che esso, sia pure raramente, si realizza, sono due atteggiamenti ideologici sterili. Il secondo, di certo è più fedele alla realtà delle cose, ma, semplicemente, non è vero.

Assumendo il problema dell'incontrollabilità come minimo denominatore comune del disagio psichico, come oggetto reale e come oggetto fantasmatico, non ha senso ricostruire la storia della psichiatria come una sequela di teorie e di tentativi miranti a comprovarlo o a confutarlo. Ciò è avvenuto e avviene, ma in virtù del fatto che quel problema, con la forza impositiva del dato, postula un'interpretazione.

Ora, quali che siano le prospettive organogenetiche, psicogenetiche o sociogenetiche da cui muove, l’interpretazione dell'incontrollabilità non può affrancarsi da due quadri ideologici fondamentali. Sia essa vissuta sul versante della soggettività o su quello sociale, la si può solo ricondurre o all'affiorare di impulsi naturali, animaleschi , che travolgono le difese prodotte dall'evoluzione e dalla cultura, o alla violenza di una rabbia radicalmente umana rivolta, in maniera disarticolata e inconsapevole, contro l'oppressione e la repressione sociale e culturale di bisogni fondamentali. O alla natura umana, insomma, o alla cultura. Dal primo punto di vista, la malattia veicola aspetti primitivi e repressivi di una natura ancora tributaria di una recente filogenesi, e rientra nell'ambito della mostruosità; dal secondo essa esprime, in modi irrazionali e non comunicativi, una protesta individuale che coglie, nella struttura del reale, un impedimento radicale alla soddisfazione di bisogni irrinunciabili, e rientra, pertanto, nell'ambito dei fenomeni umani rivoluzionari. Catturato da questi due quadri ideologici, tra i quali non sembra facile inserire una mediazione dialettica, il discorso psichiatrico non può vertere che o sulla natura umana o sulla cultura.

Ricostruiremo, ora, alcune fasi storiche di questo discorso, nell'intento di verificare se la rigidità dei paradigmi non offra, nelle sue lacune ideologiche, la possibilità di un approfondimento. Non è solo per necessità di sintesi che la ricostruzione riguarderà tre momenti mitici che si rifanno ai nomi di Pinel, Freud e Basaglia: ai miti chiederemo di aiutarci a capire perché il problema dell'incontrollabilità - fantasma soggettivo e sociale - persiste. Perché la liberazione, ripetutamente promessa, non è avvenuta. E, infine se essa possa, e come, accadere.

 

2. La rivoluzione incompiuta di Pinel

Se ci astiene dal giudicare il passato con gli occhi del presente, non è possibile ridurre la rivoluzione di Pinel a mera finzione strategica, a un affrancamento dalle catene fisiche dei folli il cui scopo sarebbe stato quello di assoggettarli alle ben più temibili catene dell'ideologia medica. Di fatto, questo è accaduto, dopo oltre mezzo secolo dalla rivoluzione di Pinel, ed è meno una conseguenza di essa che del suo fallimento.

Quando Morel, nel 1857, pubblica il Trattato delle degenerazioni, che fa degli asili una sorta di acceleratore sociale di un'estinzione naturale selettiva di una malattia che attesta irreversibili tare ereditarie, l'utopia di Pinel è tramontata. Al sogno della rieducazione morale, è subentrata l’accettazione della segregazione e della custodia fine a se stessa. Come e perché si è esaurito quel sogno?

Non è un caso che la psichiatria sia nata nel momento in cui, affrancandosi da un lungo servaggio religioso che ne ha assicurato un precario equilibrio, ragione e cuore - le passioni, gli istinti - manifestano una irriducibilità che sembra costitutiva della natura umana. La ragione si esalta nel mito di un infinito progresso, di una perfettibilità non più tributaria di alcuna verità rivelata, e si inebria della capacità di autofondazione, nello stesso periodo in cui i costumi, delle classi inferiori in particolare, decadono e, venuto meno l’argine del peccato, lasciano affiorare i fantasmi di una bestialità e di un'immoralità naturali. Il conflitto tra mondo della ragione e mondo degli istinti, tenuto a freno dalla fede religiosa che li assoggetta entrambi, si esaspera e contrappone, fronte a fronte, due dimensioni della natura umana che sembrano tendere in opposte direzioni: verso la civilizzazione l'una; I'imbarbarimento l'altra. Non che meramente simbolico, il conflitto ha una sua ragione d'essere storica, le sue radici e i suoi agenti sociali.

Il regime feudale, intanto, è duro a morire, ma la sua agonia provoca sconvolgimenti economici, sociali e culturali di enorme portata. L'abbandono delle terre, che non assicurano neppure più la sopravvivenza, fa ingrossare le file, gia nutrite, di vagabondi, mendicanti, e briganti. Questa massa di deracineés, dopo essersi aggirate nelle campagne e nei borghi, si riversa nelle città, mescolandosi con il sottoproletariato e il proletariato suburbano. Lo sradicamento dalle tradizioni patriarcali, l'affollamento, la promiscuità, la miseria forniscono un humus privilegiato alla disumanizzazione: l'alcool, la delinquenza, la prostituzione conseguono effetti a macchia d'olio.

E' questa massa di diseredati che fornisce il maggior tributo agli asili, e il cui spettacolo induce naturalmente a pensare alla fragilità della condizione umana. Liberata dai vincoli del lavoro servile e sottratta alla quiete della campagna, la natura umana sembra porre in luce, piuttosto che un anelito alla dignità, un'irresistibile tendenza all'im barbarimento.

In contrapposizione a ciò, c’è, nel panorama economico, sociale e culturale della Francia rivoluzionaria, una classe emergente, la borghesia, fervida e operosa. Il venir meno delle remore religiose e dei vincoli feudali, nonché traviarla, le permette di sprigionare infinite energie.

A livello ideologico, l’avvento della borghesia si traduce in una nuova valutazione dell'individuo, dello spirito d'iniziativa, della libertà di pensiero, dei diritti umani, della cultura, della scienza e della tecnica. Nonostante l'immenso disordine prodotto dalla rivoluzione, la perfettibilità umana e il progresso, propugnato come infinito, non pongono limiti alla civilizzazione. C'e da lottare contro nemici molteplici:

il peso delle tradizioni, i revanscismi conservatori, i rigurgiti religiosi, i pregiudizi e l'ignoranza delle classi inferiori: un compito immane, che esalta, piuttosto che avvilire, la fiducia della ragione nella sua onnipotenza.

Le resistenze politiche, della nobiltà e del clero, meravigliano meno, però, degli atteggiamenti delle classi inferiori, che, liberate dal servaggio, imbarbariscono. Contro le prime, c'è l'arma del terrore; quanto alle seconde, la crudeltà non avrebbe senso: non educate né illuminate, le classi inferiori non riescono a fornirsi un’etica nuova, del lavoro e del progresso. Il problema che esse pongono è un problema rieducativo. Riforma della famiglia patriarcale, riforma della scuola e nascita del manicomio procedono di pari passo.

Quando Pinel - nel 1793 - a Bicetre, libera i folli dalle catene, egli accetta la sfida del disordine, dell'irrazionalità, dell'immoralità e degli eccessi passionali: l'accetta perché crede fermamente nella rieducabilità della natura umana, e nel potere della ragione.

L'illuminismo non scopre questo potere - il razionalismo ha già una lunga storia - ma ne propugna l'onnipotenza: il rapporto tra una ragione incerta e fragile e la sfida delle passioni violente e ingovernabili, definito da una lunga tradizione religiosa, che sopperiva alla minaccia di una destrutturazione con la protesi della verità rivelata, non è solo posto in discussione, è sovvertito. Trionfalisticamente la ragione illuminista, senza altro soccorso che la fiducia in se stessa, osa sfidare il disordine turbolento delle passioni con l’apparente sicurezza con cui il domatore affronta la belva feroce.

Al concetto di una natura umana perpetuamente lacerata tra fare del bene e fare del male, subentra una visione gerarchica ed evolutiva. La ragione è la frontiera più avanzata dell'evoluzione umana: essa domina e controlla tutto ciò che è inferiore. Il conflitto tra bene e male si trasforma nell'opposizione di conoscenza e ignoranza, scienza e pregiudizio, ragione e istinto. Esasperando questa contrapposizione, fino a renderla non dialettica, l'illuminismo sviluppa un'ideologia antistorica, che squalifica la tradizione ed esalta il cambiamento. Questa ideologia, che promuove la sfida della ragione alla sragione, nell'ambito manicomiale ne provocherà l’irrimediabile sconfitta: per realizzarsi, infatti, essa deve, contemporaneamente, segregare il malato in uno spazio sperimentale rieducativo - il manicomio - che non sia contaminato come l'ambiente socio-familiare originario, e - cosa ancora più importante - misconoscere nella sofferenza i segni evidenti di un conflitto non risolto tra tradizione e cambiamento.

Qualche dato statistico, a questo punto, è indispensabile. Quale è la sociologia degli internati a Bicetre? E' Pinel stesso a dircelo: molti sacerdoti, molte suore, contadini ed ex-contadini inurbati, sottoproletari. Nulla di più semplice che risalire dalla sociologia alle cause del disordine mentale: i pregiudizi religiosi, la miseria, l’ignoranza, l’immoralità. Cause sovrastrutturali, insomma, e infrastrutturali.

Le prime impongono la lotta contro il fanatismo; quanto alle seconde, l'arma adeguata è la separazione dall'ambiente e la denuncia sociale: "(quante famiglie), soprattutto nelle classi inferiori della società, rattristano gli sguardi con il quadro repellente della corruzione, dei dissensi e di una vergognosa miseria!.....? ecco la fonte più feconda dell'alienazione che si deve curare negli ospedali. La lotta contro la religione e il miglioramento - economico, sociale e culturale - delle condizioni di vita sono, dunque, gli strumenti essenziali della prevenzione e della cura.

Ancora oggi - mutatis mutandis - chi non concorderebbe con siffatta impostazione? Purtroppo essa è ingenuamente ambientalista, e trascura l'essenziale. Quali sono, infatti, le forme di alienazione prevalenti nei registri di Bicetre? Abbondano, per un verso, i deliri religiosi, per un altro i comportamenti asociali e amorali, il rifiuto del lavoro, il furto, l’aggressione, la perversione sessuale.

Quest'universo accomunato della malattia mentale sembra scisso da un eccesso e da un difetto di scrupoli morali, schiacciato, per un verso, da colpe irrimediabili e spinto, per un altro, a delinquere senza rimorso.

Pinel non è in grado di vedere in questo paradosso le vicissitudini di un'esile morale, ancora fortemente improntata di religione, la cui severità assoggetta gli uni, rendendoli succubi delle colpe, e induce a ribellarsi gli altri, apparentemente immunizzandoli dal rimorso. Egli sovrappone a questo universo, carico di tradizioni dure a morire, e di proteste sociali mortificate a livello di comportamenti irrazionalmente rivendicativi, un'etica astratta, l'etica borghese dell'ordine, dell'autorità, del lavoro.

Via via che l'esperienza procede, questa etica, per conseguire i suoi effetti, deve diventare repressiva e punitiva: la rieducazione di Pinel, come è teorizzato da un discepolo, il Leuret, nel 1840, è efficace nella misura in cui adotta come strumento terapeutico il terrore morale.

Trasformandosi in universo giudiziario, parodia laica e terrena della valle di Giosafat, l'utopia rieducativa di Pinel giunge alla sua pienezza e al fallimento. Come essa consegue i suoi effetti sugli alienati il cui senso di colpa postula la punizione, così essa, quali che siano le misure adottate, non può che risultare inefficace sugli alienati il cui senso di colpa è rimosso e negato da comportamenti amorali e asociali. E' questa quota non rieducabile e non addomesticabile a frustrare il sogno di Pinel.

Non disponendo di un'attrezzatura mentale atta ad analizzare più profondamente il fenomeno, Pinel e i suoi discepoli devono, infine, arrendersi all'evidenza: nella follia, perlomeno in alcune sue forme, affiora una natura umana anarchica, incoercibile e preda di impulsi irrazionali.

Ciò comporta due conseguenze: sul piano teorico, l'elaborazione del concetto di degenerazione, intesa come deviazione evolutiva irreversibile dalla norma, che si trasmette ereditariamente e va verso l'estinzione; sul piano pratico, la trasformazione del manicomio in luogo di cura per coloro che sono sensibili al terrore morale, e di semplice custodia per i degenerati e infine - evento ancora più importante - la nascita del manicomio giudiziario.

A posteriori, il fallimento della rivoluzione di Pinel è analizzabile in termini storici. Essa, inebriata da una liberazione avvenuta intellettualmente solo a livello di una élite e socialmente solo a vantaggio di una classe, nel proporla come modello di salute mentale e di riabilitazione e di cura per il disagio psichico, trascura il peso della tradizione nella struttura dell'esperienza soggettiva, e cioè sia il suo potere di assoggettare questa, sia la sua capacità di indurre ribellioni apparentemente incoerenti e irrazionali.

La psichiatria di Pinel è figlia dell'antistoricismo illuministico, più ancora che dell'ideologia borghese; di una concezione ingenua del reale, incapace di distinguere in esso i tre livelli che lo costituiscono - l'economico, il sociale e il mentale - e di comprenderne i diversi ritmi di scorrimento.

Per evitare la nefasta presunzione del senno di poi, occorre perÚ ricordare che la complessità del reale è acquisizione recente. Marx, che ha dedicato la sua vita alla riflessione su questo problema, distinguendo infrastrutture e sovrastrutture, l'ha appena enunciato. Solo di recente le scienze storiche ne hanno individuato i tre livelli cui si è fatto cenno e si sono proposte di indagarne le interazioni. Quanto ai tempi di scorrimento è emersa più recente la proposta di considerare, come dato di fondo dell’evoluzione del reale, il sociale in ritardo sull'economico, e il mentale in ritardo sul sociale.

Tentando di forzare i tempi, Pinel si è ritrovato faccia a faccia con il mostro ch'egli intendeva scongiurare: la natura umana in quanto essa avrebbe di primitivo e di ribelle alle leggi della ragione. Costruzione ideologica o difetto di metodo? L’una e l’altra cosa, evidentemente.

Ma - dovrebbe essere chiaro fin d’ora - per una scienza che ha come oggetto il disagio psichico, una teoria del reale storico, con i suoi spessori diacronici, i suoi livelli sincronici, i tempi di scorrimento di questi, le inerzie, le resistenze, le accelerazioni e le rotture e ancora più importante di una teoria o di una prassi che riguardi lo specifico. Gli esiti della rivoluzione incompiuta di Freud, se ce n’è bisogno, ci convinceranno.

 

3. La rivoluzione incompiuta di Freud

Dopo averne tentato l'acculturazione, la ragione si è arresa, nel giro di mezzo secolo, di fronte a una resistenza che, insensibile alla persuasione e al premio, alle minacce e alla repressione fisica, l’ha piegata ad accettare la follia come espressione di alcuni livelli primitivi, non educabili della natura umana.

Il mondo delle passioni e degli istinti esce dalla sperimentazione illuministica come a-razionale. Ciò che ha difettato all'impresa lo sappiamo: la considerazione della storicità dell'esperienza umana sia in termini individuali che collettivi. Non è un caso che il discorso sulla follia si riavvii in virtù di un metodo - l'ipnosi - che pone in luce due caratteristiche psichiche: la suggestionabilità, e cioè la tendenza di alcuni soggetti ad agire, da svegli, in conformità a prescrizioni loro impartite in condizioni ipnotiche, e la persistenza di memorie remote, avvolte dall'oblio in stato di coscienza vigile, e evocate in ipnosi.

Freud utilizzerà al meglio queste due scoperte, applicando la suggestionabilità alla psicologia delle masse, e la reminiscenza inconscia alla ricostruzione genetica delle vicissitudini soggettive. Pur non ignorando l'esistenza di memorie collettive inconsce, egli, tranne che in Totem e tabù, non attribuirà mai loro l'importanza che esse sembrano avere.

Confinando la storicità dell'individuo nell'ambito della microstoria personale e familiare, Freud opera una scelta preliminare che peserà su tutto l'edificio della teoria psicanalitica. Ma il problema che ci poniamo ora non è criticare Freud, bensì tentare di illuminare le premesse da cui è partito, il tragitto culturale che queste gli hanno consentito e gli esiti cui egli è pervenuto, fermo restando che ci interessa capire entro quale dei due quadri ideologici (illustrati nell'introduzione) Freud risolve il problema dell'incontrollabilità che sottende il disagio psichico.

Le premesse da cui muove Freud sono affatto diverse rispetto a Pinel, essendo diverse le loro esperienze umane e i contesti storici e culturali nei quali queste si svolgono.

Pinel appartiene a un’élite sociale e culturale, che è giunta ad egemonizzare il potere ed è all'avanguardia di una rivoluzione che la inebria, e schiude davanti ad essa la magica illusione di un progresso illimitato. Egli ha il consenso del potere, e la sua utopia è sintonica con i principi di libertà, dignità ed eguaglianza che sono nell'aria. Opera in una struttura pubblica, e può disporre dunque di dati statistici.

Il periodo storico di intensi rivolgimenti politici, sociali e culturali offre uno spaccato dinamico dell'evoluzione storica e dei conflitti di classe. La denuncia che egli opera, dall'interno dell'istituzione, della miseria sociale e morale è un atto di accusa contro la degradazione dell'uomo prodotta e tollerata dal regime feudale aristocratico-clericale, e si inserisce in un progetto di cambiamento radicale della struttura e dell'organizzazione sociale. Gode, sin dall'inizio della sua attività, di un credito indiscusso, e muore quando le utopie rivoluzionarie, benché assoggettate alla restaurazione, sono ancora fervide.

Freud vive in un contesto storico conservatore, che oppone una resistenza accanita alla penetrazione di istanze liberali, in un impero eterogeneo, dominato fino alla grande guerra dall'aristocrazia agraria, dal clero e dai militari, che assoggetta e frustra le legittime aspirazioni nazionalistiche di disparati gruppi etnici. E’ ebreo, e appartiene dunque ad una minoranza tradizionalmente invisa. Per di più, è di condizione non agiata, e ciò, nonostante le doti di ingegno, lo costringe a rinunciare ad un'ambita carriera accademica. Vive a Vienna, città inquieta culturalmente quanto sonnolenta politicamente. Ha una vasta e profonda cultura umanistica, ma ignora sia la storia che la politica. La sua formazione scientifica è tributaria di un volgare positivismo materialista. Vive dei proventi di un'attività privata che lo pone in rapporto con la sofferenza di una classe sociale, quella medio-alta borghese, nella quale egli, come molti ebrei aspira ardentemente ad integrarsi. Questo desiderio di integrazione, nel contempo, non estingue un desiderio di riscatto vendicativo dovuto alla condizione originaria di emarginazione: la consapevolezza della portata delle scoperte psicanalitiche e le resistenze opposte dall'autorità scientifica e dall’opinione pubblica al riconoscimento della sua grandezza amplificheranno il conflitto. La rivoluzionarietà della teoria, pertanto, non sarà mai insensibile al bisogno di risultare funzionale ad una conferma della civiltà occidentale, piuttosto che ad una sua messa in questione radicale.

E' lecito affermare che la psicoanalisi introduce, in psicopatologia, la dimensione della storicità La psichiatria nosografica tradizionale esalta il valore della biografia, ma solo in funzione del reperimento nel periodo premorboso di indizi attestanti il lento, impercettibile affiorare della malattia. Per Freud, non è il presente, la malattia, ad illuminare il passato, bensì questo a determinare il presente. Dall'ipnosi Freud ricava la nozione di memorie latenti ma attive, al di sotto della coscienza, nella dinamica dell'esperienza soggettiva: il suo merito consiste nell'aver totalizzato questo concetto, nell'aver intuito che l’esistenza, sia in senso diacronico che sincronico, è tutta tessuta di memorie, e che la coscienza funziona, anzitutto, come sistema rivolto ad attualizzare ciò che deve essere dimenticato.

Questa intuizione fonda la tecnica analitica come ricostruzione minuziosa di un passato rimosso, e la terapia come restituzione di questo passato ad una coscienza che, senza saperlo, ne è determinata. Ma, ancorché storico, il passato personale non si può ricostruire con documenti: esso è depositato nelle falde profonde di quei registri viventi che sono gli individui, e - limite metodologico ancor più serio - esso è codificato in un linguaggio simbolico, che affiora nei sintomi, nei sogni, nei lapsus, nelle fantasie ad occhi aperti, la cui essenzialità misteriosa impone una decriptazione. Ciò che Freud intuisce d'emblée, prima ancora di disporre della chiave interpretativa, è che l'inconscio ridonda di torbide passioni, di fantasie licenziose, di feroci pulsioni, di desideri anarchici. Il problema della traduzione e della comprensione genetica si pone come inquietante: quale è il senso di questo barbaro mondo passionale che persiste sotto le apparenze della civilizzazione? Sono note a riguardo - e meriterebbero un'indagine accurata - le esitazioni di Freud.

Affascinato dalle doti intellettuali e morali dei pazienti, che egli non cessa di elogiare, è portato dapprima a dar credito all'inconscio come testimone di indicibili violenze subìte dai soggetti, ma intuisce immediatamente il vicolo cieco nel quale andrebbe a cacciarsi avallando questo punto di vista: la psicoanalisi diventerebbe una critica radicale dell'organizzazione familiare e dell’educazione come strumenti di terrorismo psicologico. A Freud non manca forse il coraggio di giungere a tanto, gli difetta soprattutto un'attrezzatura mentale atta a comprendere ciò che sembra incredibile.

Non disponendo infatti di una teoria della struttura sociale, dei suoi livelli coscienti ed inconsci, e tanto meno dei rapporti di reciprocità tra micro e macrocontesto, Freud non può verificare e/o falsificare la testimonianza dell'inconscio in relazione alle famiglie incriminate. Ora, ai suoi occhi, le famiglie dei pazienti non sono affatto disgregate, violente o perverse: sono, nella maggioranza, famiglie normali ed amorevoli, che hanno a cuore l'educazione dei figli e che di fronte ai loro disagi sollecitano le cure. Ad alcuni di essi Freud riconosce addirittura delle doti - sia umane che professionali che affettive - fuori dal comune.

Da questa verifica, l'attendibilità dell'inconscio risulta invalidata. Non rimane pertanto che un'alternativa: le pulsioni - erotiche e distruttive - che sottendono e strutturano i conflitti psichici non possono essere che il residuo di una natura umana originariamente amorale e asociale, la cui civilizzazione si è arrestata su un ostacolo rifiutato: l'assoggettamento dei desideri anarchici al principio di realtà.

E' dunque il fantasma di una libertà totale, affrancata dai vincoli sociali, che affiora paurosamente, in virtù della fissazione, con il linguaggio inconscio: fantasma, che persistendo nelle falde profonde dell'esperienza soggettiva disagiata, attesta inequivocabilmente l'esistenza di una natura umana recalcitrante alla civilizzazione e pronta a sfruttare particolari circostanze ambientali e intersoggettive per tentare di affermare i suoi diritti ciecamente egoistici e, dunque, disgregatori di ogni ordine morale e sociale.

Ma, stando così le cose, quale è la forza che si oppone alla traduzione in atto dei desideri anarchici e, per scongiurare ogni pericolo, giunge a limitare gravemente la libertà personale dei soggetti, fancedoli ammalare?

Nonostante sia limitata ideologicamente, l'onestà intellettuale di Freud è profonda, e lo induce a riconoscere, che, pur sottesa da fantasie mostruose, la sofferenza psichica è prodotta da una condanna morale formulata intrapsichicamente in virtù di un codice morale la cui severità è ricavabile dall'equazione di identità che esso pone tra intenzione e azione.

La struttura del disagio psichico è dunque configurata dalla persistenza di desideri anarchici assoggettati al controllo del senso di colpa e della autopuninizione. Amorale per un verso, il malato è, dunque, ipermorale per un altro. Questa contraddizione, ancor oggi inquietante, viene risolta da Freud con un autentico escamotage: sarebbe l'onnipotenza del pensiero infantile, che comporta l'identificazione del desiderio con l’azione, a fornire al tribunale della mente capi d'imputazione tali da meritare una inesorabile condanna.

L'argomentazione è debole: la rigidità del Super-Io non implica, infatti, un'originaria sensibilità morale e, dunque, una educabilità mal utilizzata? Non è capzioso ipotizzare che lo stesso individuo sia stato dotato dalla natura di un corredo pulsionale eccessivo e di una spiccata sensibilità morale?

Incapace di lasciare in sospeso un nodo teorico decisivo per tutto l'edificio teorico psicanalitico, Freud non riesce ad andare al di là di una spiegazione naturalistica, evocando una mitica viscosità libidica. La colpa soggettiva della fissazione come pure le responsabilità dell'ambiente educativo vengono ad essere ulteriormente sfumate, ma al prezzo di far balenare nuovamente, sul piano ideologico, il fantasma di una natura riottosa alla civilizzazione.

E’ vero che si tratta di un pessimismo dell'intelligenza riscattato dall'ottimismo della volontà: nonché rinunciarvi, la psicoanalisi fonda la possibilità di introdurre nella natura l'ordine della cultura, laddove questo non sia avvenuto spontaneamente, in virtù di una cura che permetta al passato pulsionale di trasferirsi su un presente relazionale. Ma a qual fine se non di aiutare il soggetto a riconoscere, al di sotto della sua sofferenza e del senso di colpa, la persistenza e la pressione, allo stato naturale, di un Es inteso come caotico serbatoio di impulsi asociali o amorali?

Con l'impresa freudiana il confine dell'irrazionale si sposta.

In Pinel, la concezione rousseauniana della natura umana regge allo scacco della rieducazione morale dei folli: distorta e incattivita da condizioni socio-ambientali disumane, essa risulta, in quanto malata, snaturata e insensibile ad ogni intervento correttivo. Ma nulla, se non l'ideologia della restaurazione, induce a pensare che essa lo sia originariamente, in sé per sé.

Con Freud, l'irrazionalità si pone al confine tra psichico e biologico, ove si traducono in rappresentanze psichiche - le pulsioni - istanze naturali ciecamente soggette al principio della scarica.

 

4. Consigli bibliografici

1. E. Leach, ANTROPOS, voce Enciclopedia Einaudi, vol. 1

2. S. Veca, RIVOLUZIONE, voce Enciclopedia Einaudi, vol. XII

3. C. Prandi, TRADIZIONI, voce Enciclopedia Einaudi, vol. XIV

4. T.W. Adorno - M. Horkheimer, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi,1966.

5. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientico, vol. IV (Illuminismo e J.J. Rousseau), Garzanti, 1973

6. G. Lefebvre, La rivoluzione francese, Einaudi, 1959

7 M. Foucault, Nascita del manicomio in Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, 1963

8. F.G. Alexander - T.S. Selesnik, Storia della psichiatria, Newton-Compton, 1975

9. E. Fromm, La crisi della psicoanalisi (capp. 1,2,5), Oscar Mondadori

10. T. Szasz, Il mito della psicoterapia (pagg. 113/162), Feltrinelli, 1981

11. AA. VV., Psicoanalisi e metodo scientifico, (pp. 67/98),Einaudi, 1967

12. AA. VV., Sociobiologia e natura umana, Einaudi, 1980