Super-Io, Io ideale, Ideali dell’Io e codici culturali

1.

Ho rilevato più volte, nei miei scritti, che il cosiddetto tramonto del Super-io, benché ormai avallato da parecchi psicoanalisti, è un abbaglio teorico e ideologico. Torno su questo tema perché, dal mio punto di vista, la teoria del Super-Io non è un argomento specialistico, ma un concetto fondamentale per la fondazione di una panantropologia.

Fin dal mio primo saggio pubblicato a stampa, ho insistito sul fatto che la “scoperta” del Super-io da parte di Freud consiste nell’identificazione di una funzione psichica, in gran parte attiva a livello inconscio, che mantiene in vigore, vita natural durante, il primato della società e dei valori culturali su cui essa si fonda sull’individuo. Sia la teorizzazione freudiana che quella psicoanalitica successiva a Freud hanno contribuito, però, a svilire piuttosto che a valorizzare tale scoperta.

Nell’Enciclopedia della psicanalisi J. Laplanche e J-.B. Pontalis riassumono lo “stato dell’arte “a riguardo nelle voci Super-io, ideale dell’Io, Io ideale. L’Enciclopedia risale al 1968, ma gli sviluppi ulteriori non hanno aggiunto alcunché di nuovo, eccezion fatta per il progressivo abbandono del concetto di Super-Io da parte di un certo numero di psicoanalisti, che lo ritengono “tramontato” in virtù di una sorta di epidemia narcisistica diffusa prevalentemente tra i giovani.

Per affrontare un problema cruciale, riporto anzitutto le voci integrali dell’Enciclopedia omettendo solo le note:

“Super-Io.

= 1).: Uber-Ich. - En.: super-ego. - Es.: superyò. - Fr.: surmoi. - P.: superego.

• Una delle istanze della personalità quale è stata descritta de Freud nel quadro della sua seconda teoria dell'apparato psichico: il suo ruolo è assimilabile a quello di un giudice o di un censore nei confronti dell'lo. Freud considera come funzioni del Super-io la coscienza morale, l'autosservazione, la formazione di ideali.

Classicamente, il Super-io è definito come l'erede del complesso di Edipo; esso si costituisce per interiorizzazione delle esigenze e dei divieti dei genitori.

Alcuni psicanalisti fanno risalire più in là la formazione del Super-io, attribuendo a questa istanza un'attività già negli stadi preedipici (Melanie Klein) o perlomeno cercando comportamenti e meccanismi psicologici molto precoci, che costituirebbero dei precursori del Super-io (Clover, Spitz, per esempio).

• Il termine di Uber-Ich è stato introdotto da Freud in L'lo e l'Es (1923), ove rileva che la funzione critica così designata costituisceuna istanza che si è separata dall'Io e sembra dominarlo, come è mostrato dagli stati di lutto patologico o di melanconia in cui il soggetto si vede criticato e svalutato: “Vediamo come una parte dell'Io si opponga all'altra, la giudichi criticamente e in un certo senso la assuma come oggetto”.

La nozione di Super-io appartiene alla seconda topica freudiana. Ma, già prima di darle questo nome e questo senso, l'esperienza clinica e la teoria psicanalitiche avevano individuato la parte svolta nel conflitto psichico dalla funzione che mira a vietate l'appagamento e la presa di coscienza dei desideri: la censura del sogno per esempio. Freuda veva perfino riconosciuto - e ciò distingueva nettamente la sua concezione da quelleclassiche sulla coscienza morale - che questa censura poteva operare in modo inconscio. Egli aveva notato pure che gli autorimproveri nella nevrosi ossessiva non sono necessariamente consci: «...il soggetto che soffre di coazioni e di divieti si comporta come se fosse dominato da un senso di colpa, di cui tuttavia egli ignora tutto, di modo che possiamo chiamarlo un senso di colpa inconscio, nonostante l'apparente contraddizione in termini”.

Ma è lo studio dei deliri di osservazione, della melanconia, del lutto patologico che indurrà Freud a distinguere in seno alla personalità, come una parte dell'Io eretta contro un'altra, un Super-io che assume per il soggetto il valore di modello e la funzione di giudice. Tale istanza è dapprima descritta da Freud negli anni 1914-15, come un sistema comprendente due strutture parziali: l'ideale dell'Io propriamente detto e un'istanza critica.

Se si assume il concetto di Super-io in un senso lato e poco differenziato, come avviene in L'Io e l'Es - in cui il termine figura per la prima volta - essa comprende le funzioni di divieto e di ideale. Se si conserva, almeno come sottostruttura particolare, l'ideale dell'Io, allora il Super-io appare soprattutto come un'istanza che incarna una legge e vieta che la si trasgredisca.

*

Secondo Freud, la formazione del Super-io corrisponde al declino del complesso di Edipo: ilbambino, rinunciando al soddisfacimento dei suoi desideri edipici colpiti da divieto, trasforma il suo investimento nei genitori in identificazione coi genitori, egli interiorizza il divieto.

Freud ha rilevato la differenza a questo proposito tra l'evoluzione del bambino e quella della bambina: nel bambino il complesso di Edipo urta irrimediabilmente contro la minaccia dicastrazione: «...gli succede un Super-io rigoroso”. Nella bambina invece «...il complesso di castrazione, invece di distruggere il complesso di Edipo, ne prepara l'apparizione [...]. La bambina rimane in tale complesso durante un periodo indeterminato e lo demolisce soltanto tardi e in modo incompleto. Il Super-io, la cui formazione è, in queste condizioni, compromessa, non può giungere né alla potenza ne all'indipendenza che li sono necessarie dal punto di vista culturale”.

Alla base della formazione del Super-io vi è quindi la rinuncia ai desideri edipici amorosi e ostili; tuttavia, il Super-io viene arricchito, secondo Freud, dagli apporti ulteriori delle esigenze sociali e culturali (educazione, religione, moralità). D'altro canto, vi è stato chi ha sostenuto l'esistenza sia di un Super-io precoce sia di stadi precursori del Super-io prima del momento classico della formazione del Super-io. Diversi autori infatti insistono sul fatto che l'interiorizzazione dei divieti precede di molto il declino dell'Edipo: i precetti dell'educazione sono adottati molto presto e in particolare, come è stato notato da Ferenczi nel 1925, quelli dell'educazione sfinterica (Psicanalisi delle abitudini sessuali). Per la scuola di M. Klein, già nella fase orale esisterebbe un Super-io che si formerebbe per introiezione degli oggetti “buoni” e «cattivi» e che il sadismo infantile, allora al suo acme, renderebbe particolarmente crudele. Altri autori, pur non parlando di un Super-io preedipico, mostrano come la formazione del Super-io sia un processo che comincia molto presto. R. Spitz per esempio reperisce tre primordi del Superio nelle azioni fisiche imposte, nel tentativo di dominio mediante l'identificazione coi gesti, nell'identificazione con l'aggressore (quest'ultimo meccanismo avrebbe il ruolo più importante).

*

E difficile determinare tra le identificazioni quelle che sarebbero specificamente in azione nella costituzione del Super-io, dell'ideale dell'Io, dell'Io ideale e perfino, dell'Io.

“La formazione del Super-io può essere considerata come un caso di identificazione riuscita con l'istanza parentale”, scrive Freud nelle Nuove lezioni di introduzione alla psicanalisi. L'espressione di istanza parentale indica già di per sé che l'identificazione costitutiva del Super-io non va intesa come una identificazione con persone. In un passo particolarmente esplicito Freud ha precisato quest'idea: «il Super-io del bambino non siforma a immagine dei genitori, bensì a immagine del loro Super-io; esso si empie dello stesso contenuto, diventa il rappresentante della tradizione, di tutti i giudizi di valore, checosì persistono attraverso le generazioni”.

E per lo più a proposito del Super-io che viene denunciato l'antropomorfismo dei concetti della seconda topica freudiana. Ma, come è stato notato da D. Lagache, è appunto un apporto della psicanalisi quello di aver messo in evidenza la presenza dell'antropomorfismo nel funzionamento e nella genesi dell'apparato psichico e di aver scoperto delle «enclaves animistiche». L'esperienza clinica psicanalitica infatti mostra che il Super-io funziona secondo un modo «realista» e come un'istanza “autonoma” (“oggetto cattivo interno”, “voce grossa” (a), ecc.); vari autori dopo Freud, hanno sottolineato che il Super-io è molto distante dai divieti e dai precetti realmente pronunciati dai genitori e dagli educatori, alpunto che la “severità» del Super-io può essere inversamente proporzionale a quellaesterna.

(a) Freud ha insistito sull'idea che il Super-io comporta essenzialmente rappresentazioni di parole e che i suoi contenuti provengono dalle percezioni uditive, dai precetti, dalla lettura.

 

Ideale dell’Io.

= 0.: Ichideal. En.; ego ideal, Es.: ideal del yo. Fr.; idéal du moi. P.: ideal do ego.

• Termine usato da Freud nel quadro della sua seconda teoria dell'apparato psichico: istanza della personalità risultante dalla convergenza del narcisismo (idealizzazione dell'lo) e delle identificazioni con i genitori, coi loro sostituti e con gli ideali collettivi. In quanto istanza differenziata, l'ideale dell'io costituisce un modello a cui il soggetto cerca di conformarsi.

• E difficile delimitare in Freud un senso univoco del termine “ideale dell' Io”. Le variazioni di questo concetto derivano dal fatto che esso è strettamente connesso con la graduale elaborazione della nozione di Super io e più in generale della seconda teoria dell'apparato psichico. In L'Io e l'Es (1923) ideale dell'Io e Super io sono usati come sinonimi, mentre in altri testi la funzione dell'ideale è attribuita a un'istanza differenziata o per lo meno a una sottostruttura particolare in seno al Super io.

Il termine di «ideale dell'Io » compare per la prima volta nell'Introduzione al narcisismo (1914) per designare una formazione intrapsichica relativamente autonoma che serve all'Io come riferimento per valutare le sue realizzazioni effettive. La sua origine è principalmente narcisistica: “Ciò che egli [l'uomo] proietta dinanzi a sé come suo ideale è il surrogato del narcisismo perduto della sua infanzia, in cui egli era il suo pro­prio ideale”. Questo stato di narcisismo, che Freud paragona a un vero delirio di grandezza, è abbandonato soprattutto a causa della critica esercitata dai genitori nei confronti del bambino. Va notato che tale critica, interiorizzata sotto forma di una istanza psichica particolare, l'istanza di censura e di auto osservazione, è distinta, nell'insieme del testo, dall'ideale dell'Io: essa “...osserva continuamente l'Io attuale e lo commisura all'ideale”.

In Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921), la funzione dell'ideale dell'Io è posta in primo piano. Freud vede in esso una formazione nettamente differenziata dall'Io che consente di spiegare, tra l'altro, il fascino amoroso, la dipendenza dall'ipnotizzatore e la sottomissione al leader: tutti casi in cui una persona estranea è messa dal soggetto al posto del suo ideale dell'Io.

Tale processo è alla base della costituzione del gruppo umano. L'ideale collettivo trae la sua efficacia da una convergenza degli “ideali dell'Io” individuali: “...un certo numero di individui hanno messo uno stesso oggetto al posto del loro ideale dell'Io e si sono quindi identificati tra loro nel proprio lo”; inoltre, questi individui, in seguito a identificazioni con i genitori, gli educatori, ecc., sono i depositari di un certo numero di ideali collettivi: «Ogni individuo fa parte di vari gruppi, è legato per identificazione da vari lati e ha costruito il suo ideale dell'Io secondo i modelli più vari».

In L'io e l'Es, in cui figura per la prima volta il termine di Superio, quest'ultimo è considerato come sinonimo dell'ideale dell'Io; è un'unica istanza, formata per identificazione con i genitori correlativamente al declino dell'Edipo, che riunisce le funzioni di divieto e di ideale. «I rapporti [del Super io] con l'Io non si limitano al precetto: "Devi essere così" (come il padre), ma comprendono anche il divieto: " Non devi essere così " (come il padre), cioè non puoi fare tutto ciò che egli fa; molte cose sono riservate a lui”.

Nelle Nuove conferenze sulla psicanalisi (1932), è introdotta un'altra distinzione: il Super io appare come una struttura globale comprendente tre funzioni: “auto osservazione, coscienza morale e funzione di ideale”. La distinzione tra queste due ultime funzioni è illustrata in particolare dalle differenze che Freud cerca di stabilire tra senso di colpa e senso di inferiorità. Questi due sentimenti sono il risultato di una tensione tra l'Io e il Super io, ma il primo è in rapporto con la coscienza morale, il secondo con l'ideale dell'Io, in quanto è amato anziché temuto.

*

La letteratura psicanalitica mostra che il termine di Super-io non. ha fatto cadere in disuso quello di ideale dell'lo e che i due termini non sono in generale considerati sinonimi.

Esiste una certa concordanza sul significato dell'espressione “ideale dell'io”, mentre sussistono divergenze di opinioni circa la sua relazione con il Super-io e la coscienza morale. Il problema è ulteriormente complicato dal fatto che gli autori chiamano Super-io ora, come Freud nelle Nuove conferenze, una struttura complessiva comprendente diverse sottostrutture, ora più specificamente la «voce della coscienza» nella sua funzione proibitrice. Per Nunberg per esempio, ideale dell'Io e istanza proibitrice sono nettamente separati. Egli li distingue in base alle motivazioni indette nell'Io: «Mentre l'Io obbedisce al Super-io per paura della punizione, si sottomette all'ideale dell'Io per amore»; e anche in base alla loro origine (l'ideale dell'Io sarebbe modellato principalmente sull'immagine degli oggetti amati, mentre il Super-io su quella dei personaggi temuti).

Tale distinzione, pur sembrando giustificata al livello descrittivo, può difficilmente essere mantenuta in modo rigoroso dal punto di vista metapsicologico. Molti autori pertanto, seguendo l'indicazione data da Freud in L'lo e l’Es, sottolineano la compenetrazione dei due aspetti dell'ideale e del divieto. D. Lagache, per esempio, parla di un sistema Super-io - ideale dell'lo all'interno del quale egli stabilisce una relazione strutturale: “…il Super-io corrisponde all'autorità e l'ideale dell'Io al modo in cui il soggetto deve comportarsi per corrispondere all'attesa dell'autorità”.

 

Io ideale

I) D: Idealich. - En,: ides ego. - Es.: yo ideal. - Fr.: moi ideal. - P.: ego ideal.

• Formazione intrapsichica che alcuni autori, distinguono dall'ideale dell'lo definendola comeun ideale di onnipotenza narcisistica costruito sul modello del narcisismo infantile.

 

• Freud ha coniato il termine di Idealich che si incontra nell' Introduzione al narcisismo (1914) e in L'lo e l'Es (1923). Ma in lui non si trova una distinzione concettuale traIdealich, (Io ideale) e Ichideal (ideale dell'Io).

Dopo Freud, alcuni autori hanno ripreso la coppia formata da questi due termini perdesignare due formazioni intrapsichiche differenti.

Nunberg in particolare fa dell'Io ideale una formazione geneticamente anteriore al Super-io: “L'Io ancora inorganizzato, che si sente unito all'Es, corrisponde a una condizione ideale...”. Nel corso del suo sviluppo, il soggetto lascerebbe dietro di sé questo ideale narcisistico easpirerebbe a ritornarvi, il che si verifica soprattutto, ma non esclusivamente, nellepsicosi.

D. Lagache ha sottolineato l'interesse di una distinzione fra il polo di identificazionerappresentato dall'Io ideale e quello che è costituito dalla coppia ideale dell'Io - Super-io. Si tratta per lui di una formazione narcisistica inconscia, ma la concezione di Lagache non coincide con quella di Nunberg: «L'lo ideale concepito come un ideale narcisistico di onnipotenza non si riduce all'unione dell'Io con l'Es, ma comporta una identificazione primaria con un altro essere, investito dell'onnipotenaa, cioè alla madre”. L'lo ideale serve da supporto a ciò che Lagache ha denominato identificazione eroica (identificazione con personaggi eccezionali e prestigiosi): “L'lo ideale è inoltre rivelato dall'ammirazione appassionata per grandi personaggi della storia o della vita contemporanea, che sono caratterizzati dalla loro indipendenza, dal loro orgoglio, dal loro ascendente. Col progredire della cura, si vede delinearsi ed emergere l'Io ideale come una formazione irriducibile all'ideale dell'lo”. Secondo D. Lagache la formazione dell'Io ideale ha implicazioni sado-masochistiche, in particolare la negazione dell'altro correlativa all'affermazione di sé.

Anche per J. Lacan l'io ideale è una formazione essenzialmente narcisistica che trova la sua origine nella fase dello specchio e appartiene alla dimensione dell'immaginario.

Al di là della divergenza, delle prospettive, questi vari autori si incontrano sia nell'affermazione che è utile specificare nella teoria psicanalitica la formazione inconscia dell'Io ideale, sia nell'accento posto sul carattere narcisistico di tale formazione. Va notato peraltro che il testo in cui Freud introduce il termine pone, all'origine della formazione delle istanze ideali della personalità, il processo di idealizzazione con cui il soggetto si propone di riconquistare lo stato detto di onnipotenza del narcisismo infantile.”

E’ evidente che, nel campo psicoanalitico, si dà, a partire da Freud, una grande confusione terminologica e concettuale, che giustifica il sostanziale abbandono di un piano teorico che sembra irriducibile o aperto solo ad ipotesi inverificabili.

2.

Il mio sforzo di riflessione teorico è partito da quella che ritengo una delle più profonde intuizioni freudiane, espressa nelle Nuove lezioni di introduzione alla psicoanalisi:

“Il Super-io del bambino non siforma a immagine dei genitori, bensì a immagine del loro Super-io; esso si empie dellostesso contenuto, diventa il rappresentante della tradizione, di tutti i giudizi di valore, checosì persistono attraverso le generazioni.”

Quando la lessi per la prima volta, tale affermazione rievocò in me uno splendido aforisma di Marx: “il peso di tutte le generazioni passate grava come un incubo sul cervello dei viventi.”

Devo, dunque, a Freud e a Marx l’intuizione, sulla quale si è articolata tutta la mia ricerca, che il Super-io rappresenta l’anello di congiunzione tra soggettività e storia sociale, rappresentando, a livello inconscio non solo la totalità della società originariamente identificata con le figure dei genitori assunti come rappresentanti di essa, ma anche le norme, le regole, i valori presenti nella coscienza e ancor più nell’inconscio genitoriale, ereditati dalle generazioni precedenti e dalle tradizioni storiche.

Nel mio primo saggio a stampa, il cui intento era di portare alle estreme conseguenze la scoperta del Super-io freudiano, riassumevo in questi termini l’importanza scientifica di quella intuizione:

“L'attenzione ai contenuti culturali, che storicizzano le forme psicopatologiche, fa della psicopatologia dialettica uno strumento privilegiato di indagine sulle ideologie sociali e su come esse si rifrangono, attraverso la mediazione del gruppo di appartenenza, a livello soggettivo. Tale indagine è importante sotto il profilo pratico non meno che teorico. Per un verso, infatti, essa, permettendo di oggettivare i sistemi di valore superegoici e gli effetti alienanti che producono quando vengono ad urtare contro un'opposizione, offre ai soggetti disagiati la possibilità di avviare un processo di soppressione dialettica, e cioè di liberazione e integrazione dell'Io; per un altro, consente, sul piano di una psicopatologia dinamica, di mettere a fuoco i codici mentali di normalizzazione che organizzano e danno coerenza alla struttura sociale e i motivi “locali”, legati a particolari situazioni di interazione con l'ambiente, per cui quei codici falliscono nella loro finalità.”

E aggiungevo, cercando di dare un ordine alla confusione concettuale esistente nel campo psicoanalitico:

“In ogni struttura psicopatologica, si possono individuare tre diversi sistemi di significazione correlati: le convinzioni del soggetto riguardo al suo essere profondo, ricavate dalla fenomenologia dei bisogni alienati e restituiti dalla immagine interna; i valori, le norme, le regole che rappresentano il quadro di riferimento utilizzato dal Super-Io per giudicare il soggetto dal livello del comportamento a quello delle fantasie; gli ideali dell'Io, che configurano i modelli di normalità verso i quali i soggetti si orientano vedendo in essi una possibile soluzione del conflitto strutturale tra Super-Io e bisogni alienati.

Tutti e tre questi sistemi di significazione sono appresi. Il primo muove dalla percezione destorificata dei bisogni alienati la cui fenomenologia accredita soggettivamente la teoria degli "istinti", che, ancora oggi, a livello di mentalità non meno che di ideologie scientifiche, rappresenta il quadro mentale dominante sulla natura umana. Questa significazione viene rinforzata progressivamente dalla pressione dei bisogni frustrati, che a livello profondo si intensificano e si disordinano.

Il secondo sistema di significazione è dato dal codice di norme, regole e valori introiettato nelle fasi evolutive della personalità in conseguenza della identificazione con gli adulti.

Questo codice, il più spesso eterogeneo, produce l'alienazione dei bisogni, in conseguenza di una colpevolizzazione del bisogno di opposizione che viene significato in termini di tradimento rispetto al gruppo di appartenenza e, in senso lato, di asocialità e amoralità. Tale alienazione attiva la forma superegoica a priori, con i contenuti specifici ricavati dall'introiezione dei valori trasmessi culturalmente, e dà luogo dunque allo strutturarsi di un Super-Io su un registro di severità che può apparire incommensurabile rispetto alle matrici ambientali.

Gli ideali dell'Io rappresentano il sistema di significazione più complesso. La loro connotazione, spesso dereistica, può facilmente indurre a pensare che si tratti di prodotti meramente soggettivi, residui di precoci identificazioni immaginarie o espressioni di sterili fantasie. Ma, intanto, quand'anche si tratti di identificazioni immaginarie, è sempre possibile ricondurle a pretese o aspettative ambientali che irretiscono il soggetto. In secondo luogo, le soluzioni offerte dagli ideali dell'Io al conflitto strutturale, nonostante il fascino che esercitano sul soggetto, mortificano il corredo dei bisogni umani, poiché promuovono la realizzazione dell'uno — integrazione sociale o l'individuazione — al prezzo della frustrazione dell'altro. Ciò permette di comprendere perché esse non solo non si realizzano, ma producono un effetto paradossale: più il soggetto si impegna a perseguirle, più il bisogno frustrato si attiva, esercitando una pressione destrutturante.

Gli ideali dell’Io, in altri termini, esercitano sui soggetti un’attrazione direttamente proporzionale all’opposizione che suscitano. Opposizione inconsapevole, ma nondimeno insormontabile.

L'esempio più chiaro a riguardo è fornito dalla struttura ossessiva: per quanto minacciato dalle pulsioni asociali e amorali e risucchiato da un modello di assoluto controllo relazionale sulle emozioni, l'Io tende a mantenere, in rapporto alle polarità conflittuali, una posizione il più possibile statica e simmetrica. A livello fenomenologico, esso sembra rifuggire fobicamente dalle pulsioni, ma, identificando in esse la libertà, si oppone strenuamente alla cattura della normalità, che rimane nulla più che una maschera. Ciò impone di introdurre a livello teorico, riguardo agli ideali dell'Io, una distinzione complementare a quella enunciata tra Super-Io e coscienza morale critica. Da questo punto di vista, gli ideali dell'Io psicopatologici sarebbero ideali superegoici, ideali cioè che fanno capo a sistemi di valori propri del mito gerarchico nelle sue diverse versioni, e si impongono all'Io come miraggi di normalità. Occorre ammettere pertanto che essi funzionano all'interno di strutture che non manifestano alcun disagio psichico, poiché ad essi si conformano. Nelle esperienze psicopatologiche, invece, la cattura ideologica esercitata dagli ideali dell'Io sarebbe ostacolata e vanificata da un irriducibile opposizionismo, dovuto alla pressione dei bisogni frustrati.

Agli ideali superegoici — impropriamente, dunque, definiti ideali dell'Io, in quanto essi sono riconosciuti solo dalla parte scissa dell'Io che si identifica con il Super-Io — occorrerebbe contrapporre gli ideali critici dell'Io, che possono essere formulati solo in virtù di una soppressione dialettica dell'alienazione dei bisogni e della scissione dell'Io.

Se ciò è vero, gli ideali superegoici, nella misura in cui si amplificano e diventano osservabili all'interno delle strutture psicopatologiche, rappresenterebbero una spia preziosa dei sistemi di valori che sottendono il mito gerarchico, e, in ultima analisi, un valido strumento di decrittazione della storia e della evoluzione dei "recinti" mentali entro i quali il mito gerarchico tenta di ingabbiare le coscienze.”

C’è del vero in queste affermazioni, ma non è tutta la verità, perché, all’epoca, se avevo già identificato nella pressione dei bisogni alienati dal Super-Io l’espressione meramente oppositiva di un potenziale di individuazione, non avevo ancora capito che tale potenziale si esprime sulla base di una funzione psichica substrutturale che successivamente ho denominato Io antitetico, per sottolineare il fatto che esso si oppone alla pressione normalizzante dell’ambiente, esercitata interiormente dal Super-Io sotto forma di doveri sociali imprescindibili, in nome dei diritti individuali e in particolare del diritto di perseguire la realizzazione in maniera conforme alla propria vocazione ad essere (individuazione).

Con la concettualizzazione dell’Io antitetico, i problemi legati all’ideale dell’Io e all’Io ideale si sono chiariti quasi spontaneamente.

Mi è risultato, infatti, immediatamente evidente che se il Super-Io giudica il soggetto sulla base di ciò che egli dovrebbe essere per adempiere pienamente i suoi doveri sociale o, meglio, per essere un buon cittadino in un determinato contesto storico, anche l’Io antitetico può assumere una funzione giudicante sulla base di ciò che egli dovrebbe essere per realizzare pienamente i suoi diritti individuali e la sua vocazione ad essere.

Esistono, dunque, ideali dell’Io superegoici e ideali dell’Io antitetici.

Se tra di essi, e i bisogni cui fanno riferimento (rispettivamente di appartenenza/integrazione sociale e di opposizione/ individuazione), si realizza un equilibrio dinamico la personalità adempie i suoi doveri sociali ma dà spazio anche ai suoi diritti, nella misura in cui questo è necessario per realizzare un’esperienza partecipativa ma differenziata e originale, vale a dire non conformistica.

Purtroppo, un equilibrio del genere è piuttosto raro, perché la pressione dei codici culturali normativi è tale che, nei casi in cui essa reprime il potenziale di individuazione, dà luogo ad esperienze conformistiche, e, nei casi in cui s’imbatte in una valenza oppositiva conscia o inconscia piuttosto intensa, dà luogo ad una scissione per cui l’io antitetico rimane più o meno vincolato al conflitto con i doveri sociali piuttosto che orientato a realizzare la vocazione ad essere personale.

L’attività dell’io antitetico, in questo ultimo caso, si traduce o in un insabbiamento più o meno rilevante nei casi in cui l’esperienza del soggetto ha avuto un’evoluzione lineare sino all’adolescenza o in una rivendicazione di libertà anarchica e trasgressiva nei casi in cui la valenza oppositiva si è espressa sin dall’infanzia.

Il pericolo legato ad una scissione dinamica dei bisogni, delle substrutture che su di essi si edificano (Super-Io e Io antitetico) e degli ideali dell’Io cui fanno riferimento è che si instauri un circolo vizioso per cui la pressione dei doveri sociali, boicottati dall’opposizionismo e dal negativismo, e quella dei diritti individuali, colpevolizzati dall’istanza normativa, si incrementa progressivamente dando luogo ad una crescente alienazione degli uni e degli altri.

Il significato psicopatologico della scissione dinamica in questione è una chiave esplicativa dell’insorgenza dei sintomi e delle loro vicissitudini nel corso del tempo di enorme portata.

In questa ottica, c’è da chiedersi se trovi spazio il concetto di Io ideale. Io penso di sì, a patto che s’intenda con tale termine l’alleanza che l’Io stabilisce, consciamente o inconsciamente, con il Super-Io e con l’Io antitetico nonché con gli ideali cui essi fanno riferimento. Il Super-Io sollecita il soggetto a conformarsi ai valori culturali correnti: se il soggetto recepisce questa spinta normalizzante e la fa propria, l’ideale dell’Io superegoico diventa un Io ideale. L’Io antitetico sollecita il soggetto a rivendicare la sua libertà sul registro dell’opposizionismo e del negativismo rispetto alla volontà altrui: se il soggetto fa propria questa spinta “deviante” ( non solo rispetto alla normalità ma anche al suo bisogno di autorealizzazione), l’ideale dell’Io antitetico diventa un Io ideale.

La differenza tra ideale dell’Io e Io ideale va mantenuta perché mentre l’ideale dell’Io spinge coercitivamente il soggetto in una determinata direzione, la connivenza dell’Io, conscio o inconscio, traduce quella spinta in un modello riconosciuto, con gradi diversi di consapevolezza, come espressivo dei propri bisogni e delle proprie aspirazioni. E’ superfluo aggiungere che si tratta in entrambi i casi di un modello alienato che comporta la repressione, la mortificazione o addirittura la rimozione di un bisogno intrinseco a favore dell’altro.