Emozionalità viscerale e emozioni cognitive

1.

Nell’ottica di una teoria delle emozioni integrata, un aspetto centrale è rappresentato dal carattere viscerale o cognitivo dell’esperienza che il soggetto ne fa.

Per introdurre il discorso parto da esempi che consentono di definire i termini del problema.

Un soggetto riceve la notizia di un lutto che riguarda una persona cara. La reazione immediata è una stretta al cuore e un magone al petto. Dato che il soggetto in questione non ha avuto il tempo di pensare se non in termini di meraviglia (non è possibile) o di sconcerto (com’è accaduto), è fuor di dubbio che l’emozione viene dal profondo, dalle “viscere” della mente. L’informazione ha immediatamente attivato il centro del dolore in conseguenza del fatto che essa è stata immediatamente filtrata e valutata dalle memorie affettive.

Un altro soggetto riceve la notizia di un lutto che concerne un collega di lavoro con cui intrattiene un rapporto formale. Egli prova appena un vago e generico dispiacere, ma si rende conto che esso fa riferimento alla morte come evento piuttosto che alla persona. Ciò nondimeno, per buona educazione, il soggetto sa che dovrà telefonare o scrivere un biglietto di condoglianze alla vedova, che dovrà partecipare ai funerali, ecc. Ne farebbe volentieri a meno, ma il dovere sociale s’impone. Telefona alla vedova e accorda alla circostanza il tono della voce, che giunge a suonare come partecipe. Al funerale, poi, si presenta con un volto compunto e grave, e si comporta come si deve. In questo caso, è evidente che l’emozione, al di là del dispiacere generico, è simulata. La simulazione del dolore e della partecipazione al lutto è possibile perché il soggetto sa cosa sarebbe opportuno provare in una circostanza del genere e agisce comportamenti conformistici, adeguati alla circostanza.

Un terzo soggetto riceve la notizia della morte repentina di un diretto superiore che ha ostacolato in ogni modo la sua carriera. Egli sa che, in conseguenza della morte, il ruolo lavorativo gli spetta di diritto. La notizia evoca, a livello inconscio, un moto di giubilo che viene immediatamente represso in quanto moralmente disdicevole. Al suo posto subentra un vago malessere che induce il soggetto a chiedersi se il superiore era proprio odioso e prepotente, se per caso non ha sbagliato qulacosa nel rapportarsi ad esso, ecc. Dopo qualche tempo, il soggetto sperimenta un vago dolore, evidentemente espressivo di sensi di colpa. In questo caso, è evidente che l’emozione è mistificata: non corrisponde a ciò che veramente il soggetto prova a livello viscerale, ma piuttosto al bisogno di simulare, senza rendersene conto, un vissuto che nega e ripara l’emozione viscerale giubilatoria.

Un quarto soggetto, infine, subisce la perdita di una persona cara, ma rimane impassibile e non versa una lacrima. Egli stesso ne rimane meravigliato e, di notte, ha degli incubi che mettono in scena la sua disperazione interiore. Ciò non di meno è come se la consapevolezza del fatto si associasse ad una sorta di ottusità emozionale. Si può parlare anche in questo caso di mistificazione, ma si tratta di una mistificazione inversa rispetto alla precedente. L’emozione viene vissuta a livello cognitivo, ma è dissociata rispetto all’emozionalità viscerale.

Un quinto esempio riguarda infine la psicopatologia propriamente detta. Un soggetto ha continui attacchi di panico. Rimane sconvolto perché afferma di non avere alcun problema, di avere una vita felice e serena e di non capire in alcun modo quale possa essere l’origine dell’ansia. In questo caso, siamo ancora nell’ambito della mistificazione, ma di un altro genere ancora rispetto alle due precedenti. Il livello cognitivo, di fatto, è del tutto isolato rispetto ad un mondo emozionale inconscio in turbolenza.

Questi esempi servono ad orientare un discorso indubbiamente complesso, ma essenziale ai fini della costruzione di una teoria delle emozioni.

L’integrazione e la corrispondenza tra emozionalità viscerale e rappresentazione cognitiva delle emozioni non è un fatto automatico. Le emozioni possono essere simulate a livello cognitivo coscientemente, vale a dire non “sentite” autenticamente ma vissute e agite come se lo fossero. Esse possono anche essere mistificate secondo modalità varie, che comportano una dissociazione inconsapevole tra i due livelli.

Il rapporto tra affetti (sinonimo di emozioni) e rappresentazione cognitiva degli stessi è stato più volte affrontato da Freud. Egli però si è interessato solo di psicopatologia e, per di più, non disponeva di una teoria integrata delle emozioni. Il problema oggi va affrontato a tutto campo.

Il fondamento dell’emozionalità viscerale è da ricondurre ad un’attività intrinseca di centri sottocorticali (amigdala, sistema limbico) che probabilmente si attiva già nel feto. Tale attività è riconoscibile nel neonato, i cui strumenti cognitivi sono estremamente ridotti, ma che è capace di esprimere emozioni (pianto, rabbia, serenità, gioia, ecc.). Il sentire, inteso come modalità automatica di valutazione e di risposta al rapporto tra organismo psicofisico e ambiente (interno e esterno), anticipa il capire.

Questo scarto si mantiene costante nel corso dello sviluppo e, in una certa misura, persiste anche nell’adulto.

In quanto forma d’intelligenza primaria del mondo, il sentire si attiva sempre repentinamente e anticipa il capire. All’inizio della vita la valutazione degli stimoli avviene su di una base meramente neurobiologica, automatica. Successivamente, essa tiene conto anche delle memorie, delle esperienze già fatte.

Per quanto geneticamente determinate, le emozioni umane non sono però omologabili agli istinti animali. Esse vanno incontro ad uno sviluppo che comporta tre diversi aspetti: il primo è la dilatazione, il secondo è l’integrazione con lo sviluppo cognitivo, il terzo è il modellamento operato su di esse dalla cultura.

La dilatazione segue il progressivo aprirsi al mondo della coscienza infantile e, oltre alle emozioni di base (paura, rabbia, tristezza, dolore, gioia, ecc.), investe emozioni specificamente umane che entrano in azione in determinate fasi dello sviluppo.

La più precoce di queste emozioni è l’empatia, che originariamente si realizza solo sotto forma di sintonia con l’esperienza soggettiva delle persone con cui l’infante interagisce. E’ in conseguenza dell’empatia che un neonato “registra”, per esempio, l’ansia materna e interagisce con essa con un’irrequietezza più o meno rilevante. Successivamente, nei primi anni di vita, l’empatia si esprime sotto forma di capacità di registrare non solo gli stati d’animo delle persone con cui il bambino interagisce, ma anche i loro desideri, le loro aspettative consce e inconsce. Alcuni bambini manifestano precocemente la capacità di identificarsi anche con i coetanei e di entrare in sintonia con i loro stati d’animo. La cattura che le personalità adulte esercitano sulla mente infantile è però tale che quella capacità talora sopravviene tardivamente. Ciò significa che un bambino dotato di empatia ancora a tre anni può essere sintonizzato sull’esperienza degli adulti e trattare i coetanei come “cose” o manifestare nei loro confronti una certa indifferenza. Lo sviluppo dell’empatia comporta un progressivo dilatarsi della capacità intuitiva agli altri esseri umani, che, con l’adolescenza può assumere un aspetto universale ed estendersi anche agli animali.

La seconda emozione specificamente umana è il senso di dignità e di giustizia. Tale emozione compare intorno ai due anni e si manifesta sotto forma di insofferenza, indignazione o rabbia riferita a tutte le circostanze di rapporto che il bambino vive come lesive della sua dignità, quindi come arbitrarie, prepotenti, aggressive, ecc. Anche il senso di dignità e di giustizia va incontro ad uno sviluppo. Originariamente riferito a sé, esso, infatti, tende ad estendersi a tutti gli altri esseri umani. Un bambino particolarmente dotato di questa emozione può, dai 4-5 anni in poi, prendersela anche quando vede che un altro subisce una prepotenza o un’ingiustizia. Dall’adolescenza in poi, il senso di dignità e di giustizia può assumere un valore centrale nella costruzione di una visione del mondo che attribuisce a tutti gli esseri umani gli stessi diritti e gli stessi bisogni.

L’intuizione emozionale dell’infinito – la terza emozione specificamente umana – è naturalmente la più tardiva. In alcuni bambini particolarmente dotati si può ammettere che essa faccia la sua comparsa intorno a 4-5 anni, quando essi si abbandonano al mondo della fantasia e dell’immaginazione, che è, per sua natura, infinito. C’è però un punto di passaggio evolutivo che la mette in luce inequivocabilmente. Tra i 5 e i 7 anni ogni bambino “intuisce” che esiste la morte come annullamento dell’essere. Tale intuizione implica una dilatazione dell’orizzonte temporale che consente di cogliere il significato della finitezza all’interno di un “flusso” che si estende all’infinito. Un po’ più tardiva, forse, è l’intuizione dell’infinito spaziale, che sopravviene in rapporto al cielo stellato o ad un panorama visto dall’alto. L’intuizione emozionale dell’infinito, però, non si riduce al tempo e allo spazio. Essa apre la mente umana all’universo del possibile, dell’immaginario, del simbolico, che poi viene sondato cognitivamente. In più essa riverbera su tutta la sfera emozionale infinitizzando tutte le altre emozioni. E’ in virtù dell’intuizione emozionale dell’infinito che l’uomo può provare una gioia infinita, un dolore infinito, una rabbia infinita, un’angoscia infinita, una pietas infinita, ecc.

L’infinitizzazione del mondo emozionale significa sostanzialmente che, a differenza del pensiero che, per molti aspetti, è l’espressione di un intelligere analitico, l’intelligenza emozionale è di ordine sintetico: si basa insomma sul cogliere nel particolare l’universale, su di una generalizzazione tale per cui l’evento che la genera assume un significato che lo trascende e fa riferimento alla classe cui appartiene.

2.

A questo punto è inevitabile ricondursi alla teoria delle emozioni formulata da I. Matte Blanco: teoria suggestiva e ingegnosa che, però, non può essere convalidata nelle estreme conseguenze cui giunge l’autore.

La teoria delle emozioni di Matte Blanco muove dal presupposto che ogni emozione implica due componenti: la sensazione-sentimento (in breve il sentire come vissuto psicofisico) e un contenuto di pensiero o, meglio, una funzione preposizionale che stabilisce relazioni. Il presupposto si può ritenere ovvio: se il sentire è una forma di intelligenza primaria del mondo, esso implica una significazione, vale a dire la qualificazione di un evento, la sua assunzione come segno di qualcos’altro.

Attraverso l’analisi fenomenologica di emozioni sperimentate da adulti, Matte Blanco giunge alla conclusione che “le potenzialità delle emozioni primitive e profonde implicano tre cose: a) una generalizzazione che parte dalle ca­ratteristiche concrete dell'oggetto che suscita l'emozione ed arriva ad un punto in cui quest'oggetto è visto come in possesso di tutte le caratteri­stiche o proprietà della qualità ad esso attribuita e che ogni oggetto in­vestito di questa qualità potrebbe contenere od esprimere in un numero maggiore o minore; b) le caratteristiche attribuite all'oggetto sono sup­poste essere al loro massimo grado o grandezza; c) come conseguenza di a) e b) l'oggetto viene a rappresentare tutti gli oggetti simili.

In altre parole: generalizzazione delle caratteristiche o proprietà at­tribuite all'oggetto che fa si che tutte le proprietà di questo tipo arriva­no ad essere in esso contenute; massimizzazione della grandezza di que­ste caratteristiche; e, come conseguenza di entrambe, irradiazione dal­l'oggetto concreto a tutti gli altri che, in questo modo, vengono ad essere da esso rappresentati.” (p. 269)

L’autore chiarisce ulteriormente questi aspetti:

“Quando proviamo un'emozione verso un dato oggetto (ad esempio una persona) attribuiamo a questo oggetto la totalità delle po­tenzialità contenute nella classe in cui abbiamo collocato (dal punto di vista dell'emozione sperimentata) l'oggetto. Una classe è la collezione di tutti gli oggetti che soddisfano una data funzione proposizionale o enunciato aperto. La classe delle persone buone è la collezione di tutte le persone che soddisfano la funzione proposizionale o enunciato aperto: «x è una persona buona». In questa classe includiamo, per definizione, quelle persone che in qualche modo si possono chiamare buone. L'attri­buto (essere buono) può esser posseduto da alcuni membri in un grado minore o maggiore, fino al massimo concepibile, come sarebbe il caso di Dio. È sufficiente che qualcuno possegga questo attributo di «bontà» per appartenere alla classe delle persone buone.” (ibidem)

“Quando e in quanto stiamo vedendo le cose in modo emozionale, identifichiamo l'individuo con la classe cui appartiene, e, perciò, gli attribuiamo tutte le potenzialità comprese nella funzione proposizionale o enunciato aperto che definisce la classe.

In altri termini: l'emozione, in quanto emozione, non conosce indi­vidui ma solo classi o funzioni proposizionali e perciò, confrontata con un individuo, tende ad identificarlo con la classe cui appartiene (o con la funzione proposizionale ad esso applicata).

Arrivati a questa semplice formulazione, i misteri dell'emozione co­minciano a diventare comprensibili e si possono vedere in maniera chia­ra. Per partire da un problema molto generale, se l'attività proposiziona­le è un aspetto costitutivo dell'emozione allora ci siamo subito sbarazza­ti di quella tremenda confusione che pervade la letteratura psicologica, compresa quella psicoanalitica, circa la relazione esistente tra pensiero e emozione. Tutti sono d'accordo sull'enorme influenza che le emozioni hanno sul pensiero, ma nessuno, per quanto ne sappia, è riuscito a pre­sentare una descrizione comprensibile di come si possa stabilire un lega­me tra i due, che sono stati considerati come totalmente differenti. Se, ora, un aspetto dell'emozione è una forma di pensiero è più facile capire come possa avere intime connessioni con altre forme di pensiero…

Quando consideriamo il pensiero emozionale come quel tipo di pen­siero che identifica l'individuo con la classe ci rendiamo conto perché, dal punto di vista del pensiero adulto normale, cosiddetto logico, ogni emozione implichi una generalizzazione, implicitamente affermi una generalizzazione e sia, nei suoi aspetti di pensiero, una generalizzazione. Per chiarire ciò dobbiamo considerare il problema da due diversi punti di vista. Ogniqualvolta osserviamo un individuo dal punto di vista delle nostre emozioni, 1'«aspetto di pensiero» della nostra emozione non vede l’individuo ma una classe e ciò comporta tutte le potenzialità implici­te nella corrispondente funzione proposizionale. Dal punto di vista del pensiero logico adulto, però, si vede solo un individuo, un membro di una classe che esprime la funzione proposizionale della classe ma non tutte le potenzialità di questa funzione proposizionale.” (p. 270)

“Nel pensiero emozionale, come abbiamo visto, vi è una confusione tra l'individuo e la classe, cosicché ogni individuo o elemento apparte­nente ad una determinata classe contiene in sé tutti gli altri elementi che anche soddisfano la funzione proposizionale della classe e ciò si applica ad ogni grado o grandezza. Vi è un altro modo di esaminare questa pecu­liarità dal punto di vista logico, di descriverla, cioè, in termini logici. Questo modo illumina, forse, di più la natura del processo. Il fatto che l'individuo sta per la classe implica un'uguaglianza tra l'elemento o par­te e il tutto. Ora, dal punto di vista logico ciò si può ottenere se, all'in­terno della classe, applichiamo il principio di simmetria. Secondo questo principio, se a è parte di B, B è parte di a, Cosi la parte diventa uguale al tutto e in questo modo ogni elemento o membro di una classe contiene tutte le altre potenzialità della classe, in quanto classe.” (p. 271)

“Partendo dal ricono­scimento che l'attività proposizionale (stabilimento di relazioni) non è un aspetto concomitante dell'emozione ma parte integrante di essa ab­biamo cominciato a vedere che molti problemi finora oscuri e di fatto in­solubili potrebbero diventare oggetto di uno studio preciso. Non appena abbiamo iniziato questa linea di pensiero abbiamo capito che l'attività proposizionale implicita nell'emozione è molto diversa da quella che sia­mo abituati a vedere nel pensiero. Sebbene per un aspetto l'emozione sia una forma di pensiero, bisogna riconoscere che è una forma molto specia­le di pensiero. L'analisi di vari casi di emozioni fondamentali ci ha porta­to a scoprire in esse tre importanti proprietà: generalizzazione, massi­mizzazione e irradiazione delle caratteristiche dell'oggetto. Un'analisi ul­teriore ci ha fatto concludere che tutto ciò era l'espressione dell'identità stabilita tra !'individuo e la classe, che è un corollario del principio di simmetria. In breve, abbiamo scoperto che il tipo di pensiero osservato nell'emozione è proprio quello che chiamiamo pensiero simmetrico o lo­gica anaclitica (unione di pensiero (= asimmetria) e delle applicazioni del principio di simmetria).” (p. 273)

Il punto debole della teoria di Matte Blanco è il principio di simmetria. Posto, infatti, che l’inconscio, in misura maggiore rispetto alla coscienza, generalizza, vale a dire “tratta una cosa individuale (persona, oggetto, concetto) come se fosse un membro o un elemento di un insieme o classe che contiene altri membri; tratta questa classe come sottoclasse di una classe più generale e questa classe più generale come sottoclasse o sottoinsieme di una classe ancor più generale e così via” (p. 43), Matte Blanco ritiene che il principio di generalizzazione citato sia il predicato di un altro principio, quello di simmetria, che definisce in questi termini:

“II. Il sistema inconscio tratta la relazione inversa di qualsiasi relazione come se fosse identica alla relazione. In altre parole, tratta le relazioni asimmetriche come fossero simmetriche…

Se Giovanni è padre di Pietro, la relazione inversa è: Pietro è figlio di Giovanni… Questo tipo di relazione, che è sempre diversa dalla relazione inversa, è detta asimmetrica. Il sensodo principio afferma che il sistema inconscio tende a trattare ogni relazione come se fosse simmetrica… Nella logica aristotelica questo è un assurdo; nella logica del sistema inconscio è la norma…

II1 Quando si applica il principio di simmetria non può esserci alcuna successione…

Una successione di momenti è di fatto un ordinamento seriale; se non sono disponibili relazioni asimmetriche, non possono aver luogo tali ordinamenti…

II2 Quando si applica il principio di simmetria la parte (propria) è necessariamente identica al tutto.” (p. 44-45)

Non ci vuole molto a capire perché il principio di generalizzazione può essere accolto e quello di simmetria no.

Il principio di generalizzazione è implicito in tutte le funzioni dell’apparato mentale, a partire dalla percezione, che implica il riconoscimento di un oggetto in quanto appartenente ad una categoria, per giungere al linguaggio, laddove un termine definisce un oggetto con un fonema che riguarda tutti gli altri oggetti che hanno analoghe caratteristiche.

Si può tranquillamente ammettere che se il pensiero logico generalizza, l’emozionalità generalizza ancora di più perché si fonda su di una modalità sintetica piuttosto che analitica. Questo però dipende semplicemente dall’esigenza da cui si è originata nel corso dell’evoluzione animale: quella di sovrapporre agli istinti una valutazione “soggettiva”, rapida e immediata, delle circostanze ambientali.

Il carattere fulmineo delle emozioni rispetto alla cognizione, che implica una valutazione globale e sintetica della realtà, rimane vincolato a tale origine.

La categorizzazione emozionale è generalizzata anche a livello animale. E’ ammissibile che in una preda agisca un pattern percettivo-emozionale che identifica un altro animale come appartenente alla classe dei predatori senza distinguere la specie cui appartiene.

Anche nei neonati, nei quali la componente cognitiva è ridotta, le emozioni funzionano in maniera sintetica e globale. Il neonato piange quando sente che nel rapporto con il mondo (il corpo o l’ambiente esterno) qualcosa lo infastidisce. Il qualcosa può essere anche un dettaglio come il pannolino troppo stretto o bagnato: la reazione a questo dettaglio è, però, massiva e talora disperata.

E’ assolutamente sorprendente che, in tutta la sua opera, Matte Blanco affronti il problema delle emozioni umane prescindendo dal fatto che l’uomo le ha ereditate, per alcuni aspetti, dagli animali come un dispositivo di valutazione immediata del rapporto tra soggetto e ambiente.

Nell’ottica evoluzionistica, la loro infinitizzazione ha senso perché l’uomo, per un verso, è l’animale più sprovveduto, vulnerabile e precario, e, per un altro, è pervaso da un bisogno di felicità che eccede di gran lunga l’adattamento all’ambiente che concede agli altri animali un senso di bene. Essa però ha senso anche per un altro aspetto. E’ l’infinito emozionale che apre la mente umana al mondo del possibile, dell’immaginario e dei simboli, vale a dire della cultura.

Matte Blanco analizza in pratica solo emozioni interpersonali, come se esistessero solo queste. E l’emozione che un uomo prova di fronte ad un paesaggio o al cielo stellato? Quella che sperimenta di fronte ad una quadro o ascoltando la musica? Quella, infine, che prova raccogliendosi dentro di sé e immergendosi nella meditazione? Anche queste sono emozioni infinitizzate o che tendono all’infinitizzazione, ma è difficile, per non dire impossibile, riconoscere in esse una componente di pensiero (che non sia puramente emozionale)

E’ probabile che nell’inconscio, per via dell’intuizione emozionale dell’infinito, si dia no vissuti generalizzati al punto tale che il soggetto sperimenta una sorta di fusione con il Tutto o l’Uno. Ma questa esperienza – sostanzialmente mistica – non sembra avere molto a che vedere con un caos per effetto del quale viene meno ogni distinzione. Anche questo aspetto, peraltro, può essere ricondotto all’evoluzione della specie e alla nascita dell’Uomo, ente naturale che, per via della sua attrezzatura emozionale, si sentiva fuso con la Grande Madre Natura.

L’ossessione di Matte Blanco per il principio di simmetria si spiega con il fatto che egli intende portare alle estreme conseguenze alcune caratteristiche scoperte da Freud riguardo all’attività mentale inconscia (assenza di reciproca contraddizione e di negazione, spostamento, condensazione, assenza di tempo, sostituzione della realtà esterna con quella interna). In realtà, la spiegazione di queste caratteristiche è molto semplice. L’attività onirica mette in scena - sotto forma di immagini - pensieri, ricordi e emozioni intrecciati tra loro. E’ la traduzione di questi contenuti psichici in immagini a giustificare quelle caratteristiche.

L’argomento va ripreso in altra sede.

3.

Un problema di rilevante importanza è, ovviamente, il rapporto tra emozioni e cognizione. E’ evidente che lo sviluppo dell’emozionalità e degli strumenti cognitivi avviene in parallelo. Se è vero che l’emozionalità, in quanto corrispondente ad un’attività intrinseca, è viva fin da quando il neonato viene alla luce, l’attività cognitiva si mobilita anch’essa precocemente sia sul piano del mettere insieme i “pezzi” del corpo sia sul piano delle percezioni.

Questo parallelismo però comporta uno scarto: l’emozionalità è un flusso continuo, mentre gli strumenti cognitivi maturano solo con estrema lentezza. Tale scarto che, in una certa misura, si può ritenere costitutivo dell’esperienza umana, significa che il sentire ha un certo primato sul capire.

Se ci si riconduce alle emozioni specificamente umane, questo dato riesce immediatamente comprensibile. L’empatia può essere viva già a cinque anni, ma giungere a dare ad essa un significato (casomai universale) può avvenire solo in epoca adolescenziale. Il senso di dignità e di giustizia è vivacissimo anche a tre anni, ma una sua formulazione concettuale è molto più tardiva. Per quanto riguarda l’intuizione emozionale dell’infinito, poi, lo scarto tra il sentire e il capire si può mantenere per sempre. Tutti gli esseri umani sperimentano l’infinito emozionale, ma ben pochi sono in grado di affrontarlo cognitivamente.

Posto questo limite, che concerne l’infinito, è indubbio che, a partire da una certa età, le emozioni possono essere concettualizzate cognitivamente e sono investite anche da significati culturali che le modellano.

Poniamoci, per esempio, nei panni di un bambino che può essere arrabbiatissimo con i genitori per i più vari motivi. Egli, data la sua dipendenza, ha sicuramente paura della sua rabbia, perché associa ad essa una possibile rappresaglia, ma non è scontato che nutra sensi di colpa. A scuola o a catechismo, il bambino in questione viene istruito sul fatto che occorre amare e rispettare i genitori e che la rabbia nei loro confronti (o nei confronti del prossimo) è un peccato. In conseguenza di questa istruzione, il bambino associa alla rabbia il sentirsi colpevole. In conseguenza di questo, egli non può che tentare di reprimerla o, continuando a nutrirla, avere degli incubi o cadere in depressione.

La concettualizzazione della rabbia come emozione negativa e colpevole sovrappone alla sua immediatezza e naturalezza un codice cognitivo che determina il significato che il soggetto assegnerà ad essa finché non sarà in grado di oggettivare e sormontare il codice stesso.

Questo esempio vale per tutte le emozioni. Ciascuna di esse va incontro ad un processo cognitivo di concettualizzazione. Questo significa che, vissuta a livello viscerale, essa viene anche concettualizzata in qualche modo.

Da una certa epoca in poi dello sviluppo si può, di fatto, chiedere ad un bambino che cos’è la rabbia, la paura, l’amore, la gioia, la giustizia, ecc. Egli ne fornisce una qualche definizione che, ovviamente, migliora nel corso del tempo. Questo significa che le emozioni, sperimentate visceralmente, giungono ad avere una rappresentazione cognitiva.

I due livelli – quello viscerale e quello cognitivo – dovrebbero funzionare in maniera integrata. Ma per molteplici motivazioni l’integrazione può venire meno e si può realizzare un blocco, un’inibizione o un’anestesia delle emozionalità viscerale. Se questo accade per effetto di conflitti psicodinamici, per esempio nel corso di una depressione, il soggetto rimane lucido ma si sente svuotato di vita: apatico e anedonico.

Nella nostra società, l’anestetizzazione delle emozioni viscerali rappresenta spesso una risposta caratteriale all’asprezza dei rapporti interpersonali e alla vita intesa come struggle for life. Ciò non di meno, solo raramente le persone rinunciano a sentire. Il problema è che il più spesso non sentono l’emozione, ma la rappresentano cognitivamente. Se questo avviene consciamente siamo nell’ambito della simulazione, se avviene inconsciamente nell’ambito della mistificazione.

Un esempio corrente e inquietante di mistificazione è legato a soggetti femminili che sviluppano una dipendenza patologica nei confronti di partner spesso claustrofobi o maltrattanti. Esse sperimentano una passione smisurata, un bisogno divorante di conferme e una paura angosciosa di essere abbandonate. Sentono insomma e soffrono tremendamente. Il problema è che, il più spesso, il partner non ha alcuna qualità positive che possa giustificare un sentimento d’amore, non ha alcuna affinità emotiva e culturale, ecc.

Esse in breve rappresentano cognitivamente una passione amorosa senza alcun autentico investimento viscerale. Tanto è vero questo che, quando si risvegliano, spesso nel corso di una psicoterapia, si domandano regolarmente perché hanno straziato tanto dietro ad un essere che ai loro occhi appare come è sempre stato: insignificante.

La possibilità di simulare e di mistificare le emozioni, senza che ad esse corrisponda una componente viscerale, è uno degli aspetti più inquietanti della nostra cultura.

Si può, per alcuni aspetti, ritenere “normale” che un commerciante o un professionista simulino un’affabilità deputata a coltivare il rapporto con la clientela, alla quale possono corrispondere insofferenze rabbiose di ogni genere. Come pure che un politico affronti in televisione un rivale che vorrebbe vedere morto con un volto disteso, o che un presentatore televisivo sorrida di continuo anche se il suo stato d’animo interiore non è affatto positivo.

La civiltà borghese si edifica sul principio delle virtù pubbliche e dei vizi privati, vale a dire sulla dissociazione tra ciò che appare e ciò che l’individuo sperimenta dentro di sé.

Molto più preoccupante, ovviamente, è il fenomeno della mistificazione, vale a dire la dissociazione tra il livello cognitivo e quello viscerale, soprattutto per quanto concerne la dissociazione più comune, quella caratterizzata dal fatto che le persone sono convinte di sentire intensamente ma hanno un’emozionalità viscerale inibita o bloccata.

Al di là della simulazione, questa mistificazione si può ritenere un aspetto abbastanza diffuso nel nostro mondo: aspetto tanto più inquietante quanto più le persone non ne hanno coscienza. Alcuni esempi valgono a chiarire l’importanza e l’incidenza interpersonale e sociologica di questa “patologia” misconosciuta.

Un genitore – madre o padre che sia – è convinto di amare profondamente un figlio. Questi, però, non coglie mai nel suo sguardo, nei gesti, nei comportamenti una vibrazione inequivocabile che lo fa sentire amato. E’ evidente che il genitore è in buona fede, cioè che ha uno stato di coscienza mistificato. Egli ama il figlio immaginario rappresentato a livello cognitivo o vive l’amore nei termini di un dovere di ruolo. Di fatto, un sentimento viscerale riguardante il figlio come persona in carne ed ossa non scorre, e questi, dunque, può avere un’esperienza interiore abbandonica.

Lo stesso vale per il genitore che, amando narcisisticamente il figlio, lo iperprotegge, lo invade e lo dirige verso l’obiettivo che egli ritiene sia il suo bene. Anche in questo caso, la rappresentazione cognitiva sembra del tutto dissociata dall’emozionalità viscerale che, per quanto gli si voglia bene, fa sentire il figlio come altro da sé, come individuo.

In questi casi si può parlare di genitori affettivamente incompetenti, nel senso che il loro amore non viene mai percepito dal figlio come autentico. Di fatto, a livello empatico, non lo è.

L’incompetenza affettiva incide ovviamente anche nei rapporti di coppia e in quelli sociali. Alcune persone, in nome della rappresentazione cognitiva delle emozioni, pensano di essere sensibili, umane, altruisti, ecc. Coloro che li circondano e interagiscono con loro, in misura direttamente proporzionale all’intimità del rapporto, si sentono spesso investiti da comportamenti che, invece, attestano una completa mancanza di tatto e di sensibilità o, addirittura, un’inconsapevole rozzezza e “brutalità”.

Questo problema raggiunge il suo acme in alcuni soggetti perfezionisti, che, nelle mura domestiche o nell’ambiente di lavoro, si danno da fare continuamente per gli altri, che, in realtà, manipolano, trattano come oggetti e ai quali impongono regole di comportamento intollerabili.

Un esempio in qualche misura affine è legato ai soggetti che coltivano a livello cognitivo valori elevati – il rispetto, la correttezza, la disponibilità, l’umanità, la pietas – al di sotto dei quali, a livello inconscio, si danno emozioni sociali impregnate di intolleranza, ipercritica, rabbia, disprezzo. Tali emozioni sono metacomunicativamente colte dagli altri, realizzando un campo interpersonale all’interno del quale ci si sente a disagio, come controllati ed esposti perpetuamente ad un giudizio negativo o ad una sfuriata.

La dissociazione inconscia tra rappresentanza cognitiva delle emozioni e emozionalità viscerale, più diffusa nella nostra società di quanto si possa pensare, è un problema che merita ulteriori approfondimenti.