Psicopatologia dinamica struttural-dialettica e teoria delle catastrofi


Premessa

Estrapolo questo articolo dall'area tematica dedicata alla Teoria delle catastrofi, nella quale è inserito come un aggiornamento/approfondimento della Nota scritta in Psicopatologia strutturale e dinamica, perché ciò aumenta la probabilità che venga letto. L'area tematica comporta, infatti, un apparato di appendici che possono facilmente scoraggiare i lettori che ritengono la matematica una scienza astrusa.

Cosa ha a che vedere - si chiederà qualcuno - la matematica con la pulsante esperienza di un soggetto umano? Sulla base di poche premesse di ordine teorico, che prescindono da qualunque formula, l'articolo tenta di fornire una risposta al quesito.

1. Sistemi dinamici non lineari

Nell'ambito delle scienze naturali, con il termine sistema si intende un qualunque insieme di elementi o parti correlate e interdipendenti, il cui comportamento può essere osservato e analizzato.

Nato nell'ambito della biologia, per analizzare il comportamento di un organismo in rapporto all'ambiente, il termine è stato rapidamente adottato dalla fisica, dalla chimica, dall'ingegneria, dalla psicologia, dalla sociologia, ecc., dando luogo infine ad una Teoria il cui oggetto sono i sistemi dinamici, vale a dire quelli che evolvono nel tempo assumendo configurazioni diverse.

In linea generale, un sistema può essere rappresentato come una scatola con ingressi o input (solitamente definiti dai segnali u) ed uscite e output (y). Lo stato del sistema è descritto da un insieme di variabili, dette appunto "di stato", solitamente indicate con la lettera x.

Gli ingressi agiscono sullo stato del sistema e ne modificano le caratteristiche: queste modifiche vengono registrate dalle variabili di stato. I valori delle uscite del sistema, che possono essere misurate, dipendono dalle variabili di stato del sistema e dagli ingressi (in maniera più o meno diretta).

A seconda del numero degli elementi, si distinguono sistemi semplici e sistemi complessi: i primi di solito sono lineari, i secondi non lineari.

Un sistema dinamico lineare è deterministico, governato cioè da leggi di causa-effetto che consentono di ricondurre tutti i suoi possibili stati a equazioni differenziali. Data una conoscenza delle variabili di stato in un determinato momento, si possono formulare previsioni certe sulla sua evoluzione.

Un sistema dinamico lineare è dunque predicibile: esso ha un ordine, che esclude cambiamenti imprevedibili, e una continuità, per cui i cambiamenti che intervengono sono quantitativi, vale a dire spiegabili sulla base del rapporto direttamente proporzionale tra causa e effetto.

Un sistema dinamico non lineare, viceversa, è indeterministico. Apparentemente esso sembra caotico, non governato da alcuna legge che consenta di operare previsioni certe, e caratterizzato da un'evoluzione che può comportare repentinamente discontinuità qualitative, vale a dire bruschi cambiamenti della sua forma e del suo comportamento che appaiono aleatori e inspiegabili.

Il carattere caotico di un sistema dinamico non lineare è solo apparente. Un'analisi sottile, infatti, del comportamento del sistema, nei suoi vari stati, ha posto in luce che, al di sotto del disordine caotico, si dà un ordine. Tale ordine è riconducibile alla nozione di attrattore, termine che sta ad indicare che il sistema tende (viene attratto) verso un modello di comportamento dinamico senza però ripetersi in modo identico.

All'interno della teoria dei sistemi dinamici non lineari, complessi o caotici, si è definita la teoria delle catastrofi. Per catastrofi si intendono momenti di passaggio (o biforcazioni) tra differenti stati di equilibrio in relazione a variazioni anche piccole di parametri di controllo del sistema. In questa accezione, molto distante dal senso comune, le catastrofi sono transizioni da uno ad un altro stato di equilibrio. Esse comportano la ristrutturazione del sistema, che spesso si manifesta attraverso un cambiamento della forma e del comportamento.

Date queste definizioni, non è sorprendente che la scienza, dai suoi esordi sino a qualche decennio fa, si sia dedicata allo studio dei sistemi dinamici lineari, e abbia trascurato, in quanto caotici, quelli non lineari. Si riteneva, insomma, che gran parte dei fenomeni naturali rientrassero nell'ambito del determinismo, e che, al di fuori di essi si desse solo un disordine non passibile di indagine scientifica. La causalità era privilegiata rispetto alla casualità, considerata accidentale.

Ci si è resi poi conto: primo, che in natura i sistemi dinamici non lineari sono a tal punto prevalenti che la realtà sembra configurarsi come un mare di indeterminismo nel quale si danno isole di determinismo; secondo, come accennato, che il disordine che governa quei sistemi è solo apparente. Le discontinuità qualitative, infatti, rappresentano il passaggio ad un'altra organizzazione dinamica del sistema, che si differenzia dalla precedente solo per la forma o il comportamento, gli elementi rimanendo gli stessi.

Si è perciò cominciato a parlare di caos deterministico, vale a dire di apparenze caotiche che danno luogo però ad evoluzioni riconducibili a leggi deterministiche. Il problema - che differenzia nettamente i sistemi dinamici non lineari rispetto a quelli lineari - è che quelle leggi valgono a descrivere i singoli stati che il sistema assume, ma non possono essere utilizzate per operare previsioni certe sulla sua evoluzione, che dunque è probabilistica, apparentemente casuale.

L'impredicibilità dei sistemi dinamici non lineari è riconducibile al fatto che piccole variazioni dei fattori di stato in un determinato momento possono produrre, nel corso del tempo, evoluzioni del tutto diverse.

Per quanto diverse, però, le possibili configurazioni di un sistema dinamico non lineare godono ciascuna di una certa stabilità, di una forma che sembra di fatto determinata, agganciata a "qualcosa"che la mantiene e dà ad essa ordine (l'attrattore o gli attrattori).

La non linearità di un sistema dipende dall'equilibrio dinamico dei suoi elementi. Tale equilibrio, in conseguenza del numero degli elementi e dell'interazione tra loro, può mantenersi a lungo stabile, ma può evolvere anche nella direzione dell'instabilità.

L'instabilità significa che la struttura e la forma che il sistema ha mantenuto sino allora diventano poco compatibili con la dinamica che si dà tra i suoi elementi, tra i quali occorre ammettere che sia intervenuto un conflitto.

Raggiunto uno stato di instabilità, un sistema complesso si trova di fronte a biforcazioni, vale a dire ad alternative che comportano il raggiungimento di un nuovo stato di stabilità strutturale attraverso un cambiamento di forma. Tali alternative sono però impredicibili, finché una di esse non si realizza.

E' dunque l'instabilità di un sistema complesso a impedire l'applicazione ad esso di leggi deterministiche. Essa, infatti, comporta un'equiprobabilità di cambiamento che tale rimane finché il sistema non assume una nuova configurazione.

I cambiamenti che avvengono in un sistema complesso quando esso salta al di là di una biforcazione sono qualitativi: essi si manifestano con una discontinuità tale per cui la nuova forma che assume il sistema sembra più o meno diversa da quella che esso aveva in precedenza.

In breve, un sistema complesso non lineare oscilla perpetuamente tra l'equilibrio (stabilità) e il non equilibrio (instabilità), l'ordine e il disordine, il determinismo e l'indeterminismo. L'indizio di questa dinamica interna al sistema, che può apparire impercettibile, è la forma, la fenomenologia del sistema stesso, che può mantenersi per lungo tempo e poi repentinamente mutare in maniera imprevedibile e radicale.

2. Il cervello e la mente come sistemi dinamici non lineari

Che il cervello sia un sistema dinamico non lineare è fuor di dubbio. Basta pensare al fatto che esso è composto di cento miliardi di cellule che interagiscono tra loro in maniera tale che il funzionamento di ciascuna di esse dipende dalla somma degli stimoli che, attraverso le connessioni interneuronali, riceve da un numero indefinito di altre cellule (alle quali esso stesso invia stimoli).

Il comportamento di una singola cellula è stocastico, imprevedibile, poiché non è possibile quantificare gli stimoli che essa riceve e sapere in anticipo se essa è destinata a scaricare o meno un impulso.

Il cervello, dunque, è tipicamente un sistema caotico.

Al di là della possibilità di registrare (elettroencefalograficamente) l'attività cerebrale e di visualizzarla, sia pure in maniera grossolana, attraverso tecniche di neuroimaging, l'aspetto più importante di tale attività è l'esperienza che il soggetto ha del funzionamento della "macchina"e il suo comportamento, che può essere osservato, partecipato e descritto dall'esterno.

Non appena si ascende nella scala animale e si va al di là del livello governato dal rapporto stimolo-risposta, prevedibile perché ha una matrice istintuale, ci si trova immediatamente di fronte alle prove che il cervello è un sistema dinamico non lineare.

Uno tra gli esempi più citati a riguardo concerne il comportamento del predatore di fronte alla preda. L'osservatore rileva ad un certo punto che esso è bloccato, come se fosse incerto sul modulo comportamentale da realizzare per fronteggiare il pericolo. L'indecisione lascia pensare che l'animale sperimenti allo stesso tempo rabbia e paura. L'alternativa, ovviamente, è tra la lotta e la fuga. E' scontato che uno dei due comportamenti è destinato a realizzarsi, ma la capacità previsionale dell'osservatore equivale al puntare sulla possibilità che, lanciando una moneta, compaia il dritto o il rovescio. La situazione, insomma, è impredicibile.

Essa coincide, nel cervello dell'animale e nella sua esperienza vissuta, con uno stato di instabilità che si è instaurato in seguito al cambiamento delle variabili di stato. C'è da presumere, infatti, che egli fosse tranquillo prima di trovarsi nel raggio d'azione del predatore. La comparsa di questi, che altera lo stato preesistente di quiete o di riposo, determina una situazione di instabilità equiprobabile, che può virare repentinamente nella direzione della lotta o della fuga.

L'esempio è semplicissimo perché la lotta o la fuga come risposta alla presenza di un predatore sono comportamenti che hanno una matrice istintuale. Se essi, al di sopra di un certo livello della scala animale, non si realizzano "automaticamenteÓ, ciò dipende dal fatto che è intervenuta, in rapporto alla complessità dell'animale una valutazione emotiva e cognitiva della situazione che, evidentemente, aumenta il grado della sua libertà di scelta, ma paradossalmente la rende anche più difficile perché determina uno stato intermedio nel corso del quale, essendo le alternative equiprobabili (il che significa anche dinamicamente equivalenti), nessuna delle due si realizza.

A livello di massima complessità dell'organizzazione biologica, vale a dire a livello umano, il discorso è ovviamente ancora più articolato.

Se si tiene conto, infatti, della caoticità dell'attività cerebrale, ciò che sembra immediatamente misterioso è il fatto che, su tale sfondo, si possa definire un Io cosciente che ha un senso di identità, unità e continuità.

Ponendo tra parentesi questo problema, di enorme portata, anche la forma del comportamento del singolo individuo - quella che con la sua iteratività definisce la sua personalità - non è priva di problemi.

In realtà, se si osserva con attenzione la condotta di un individuo, appare evidente che tra l'unità dell'Io e i comportamenti di fatto agiti si danno spesso, in misura più o meno rilevante, contraddizioni. Quello che l'individuo pensa di sé non corrisponde mai del tutto, anzi di solito corrisponde ben poco a ciò che egli fa.

Ciò nondimeno, sempre facendo riferimento alla caoticità del cervello, la fluidità media dei comportamenti individuali sembra abbastanza misteriosa. C'è da pensare che essa debba essere ricondotta, per un verso, a moduli comportamentali socialmente appresi (normativi) o abitudinari e per un altro a meccanismi di repressione/rimozione per cui il soggetto letteralmente non si accorge delle contraddizioni.

A livello umano, insomma, nonostante, sulla base dell'identificazione del cervello con un sistema dinamico non lineare, ci si potrebbe aspettare un'incidenza elevata di situazioni di instabilità e di discontinuità qualitative, ciò che sorprende è la bassa incidenza (almeno apparente) delle une e delle altre.

Ciò significa, né più né meno, che la coscienza funziona, in rapporto al cervello caotico, come un attrattore, che dà al sistema della personalità e al suo comportamento una qualche stabilità. Si tratta sempre e comunque di una stabilità relativa.

L'uomo è l'unico animale dotato di una doppia natura - sociale e individuale -, che fa capo a due logiche motivazionali (l'appartenenza e l'individuazione) sulla quale si definiscono due substrutture dellŽIo (il Super-Io e l'Io antitetico) che, in misura più o meno rilevante, sono in tensione dinamica tra loro, richiamando il soggetto per un verso al rispetto dei doveri sociali e per un altro alla realizzazione dei suoi bisogni e delle sue potenzialità individuali.

Pur tenendo conto dei codici normativi culturali, che tendono ad offrire canali atti a diminuire quella tensione, della capacità media di rimozione delle contraddizioni, che, al limite, le estinguono, e del grado di integrazione dell'Io, che svolge una funzione di mediazione, l'esistenza nell'uomo di una doppia natura e di elementi o parti che veicolano logiche motivazionali nettamente differenziate lascia pensare che le situazioni di instabilità strutturale siano, a livello inconscio, molto più frequenti di quanto appaia a livello di condotta cosciente.

Per questo aspetto, l'uomo, tenendo conto del cervello e dell'apparato mentale di cui dispone, è omologabile ad un sistema dinamico non lineare in grado per molti aspetti, legati alla struttura della coscienza, di "estinguere"gli effetti della complessità e della non linearità, vale a dire le discontinuità qualitative che comportano cambiamenti di forma (identificabile sul piano del comportamento). Può sembrare dunque (ed egli stesso indulge a pensarlo) un essere unitario, sostanzialmente ragionevole se non logico, il cui comportamento fluisce sulla base di nessi causali.

In realtà è un essere fatto di parti diverse, la cui ragionevolezza, nella maggioranza dei casi, si fonda sulla capacità di rimuovere le contraddizioni, e il cui comportamento si fonda su catene motivazionali del più vario genere, in gran parte inconsce.

Si dà dunque, in conseguenza della doppia natura e delle funzioni che su di essa si strutturano, una tensione conflittuale intrinseca alla soggettività umana. Laddove, per motivi legati alla storia personale, alla consapevolezza che il soggetto ne ha e alle circostanze ambientali, tale tensione raggiunge un punto critico, si realizzano le premesse per una discontinuità a livello di esperienza soggettiva e di comportamento, che si esprime sotto forma di sintomi.

3. Psicopatologia e teoria delle catastrofi. Un'esperienza clinica

La psicopatologia è l'ambito fenomenico attraverso cui la tensione conflittuale intrinseca alla soggettività, che può assumere le configurazioni più varie, si rende manifesta secondo modalità che rientrano pienamente nell'ambito del caos deterministico. La teoria struttural-dialettica è il modello che cerca di spiegare - riuscendoci - l'aspetto caotico e quello deterministico dei fenomeni psicopatologici, laddove l'aspetto caotico va ricondotto alla dinamica delle parti in conflitto, identificabile con una turbolenza del sistema, e il determinismo all'affiorare di sintomi comprensibili in termini di causa-effetto (la causa essendo la catena motivazionale che li genera)

Per rendere immediatamente comprensibile questo assunto, parto da un esempio clinico.

A. è un bambino sensibile e intelligente, sicuramente introverso, che ha uno sviluppo di personalità abbastanza lineare: fa il suo dovere (senza eccellere, anche se, dall'adolescenza in poi, coltiva per conto proprio interessi culturali piuttosto inconsueti), non dà particolari problemi, ha un buon grado di integrazione sociale con i coetanei (particolarmente con alcuni). Nel suo assetto di personalità, a posteriori, è facilmente riconoscibile un'eccessiva soggezione nei confronti delle autorità, a partire dai genitori, che sono (più o meno consapevolmente) esigenti e severi.

Ciò nonostante, A. giunge all'ultimo anno di liceo senza manifestare problemi particolari (anche se è già seguito da uno psicologo per la sua "timidezza"poco compatibile con le aspettative genitoriali di un figlio del tutto normale). All'inizio dell'anno, si realizza una brusca discontinuità qualitativa della sua esperienza, sotto forma di un delirio di riferimento sotteso da vissuti persecutori. A. non solo si sente spesso osservato e giudicato negativamente dagli altri nelle più varie situazioni, egli avverte anche "nell'aria"oscure minacce che appaiono incomprensibili.

Con una cura di neurolettici, la situazione clinica rientra rapidamente, apparentemente senza lasciare traccia alcuna.

Un secondo episodio, più o meno con le stesse caratteristiche, si realizza ad un mese di distanza dagli esami. A differenza della prima volta, A. appare, oltre che bloccato dalle angosce persecutorie, smarrito, disorientato, confuso, disarticolato.

Riesce comunque a dare gli esami con esito positivo (grazie alla comprensione degli insegnati e ad una certificazione medica). Successivamente, sembra recuperare di colpo il suo assetto comportamentale preesistente di ragazzo normale.

Al rientro dalle vacanze, la situazione però precipita. A. cade in uno stato psicotico che lo inebetisce, impedendogli quasi di parlare. Visibile è l'angoscia che lo attanaglia e lo incupisce, al di sotto della quale si intuiscono vissuti persecutori. Si iscrive all'università, ma non riesce a frequentarla.

Si chiude in casa e si avvia una lunga stagione di malessere caratterizzata da due diversi moduli di comportamento.

Per un verso, A. è perennemente allarmato dalla possibilità di provare dolore e che qualcuno possa fargli del male. Coscientemente afferma di rifiutare la sofferenza e di aver deciso di mettersi al riparo da ogni possibilità di soffrire. E' chiaro, insomma, che convive con un'aspettativa del male il cui significato è inequivocabile: si sente in colpa per la sua inadempienza, per non essere più un bravo figlio, per il suo fare nulla dalla mattina alla sera, e vive temendo inconsciamente che sopravvenga la "giusta"punizione.

Per un altro aspetto, A. rifugge sistematicamente qualunque impegno, qualunque responsabilità. Vive in casa senza offrire alcuna collaborazione, si alza la mattina sul tardi, si distrae ascoltando musica a pieno volume. Per di più, è preda di una pulsione alla fuga per cui ogni tanto si allontana da casa, vaga per la città fino a tarda notte, qualche volta addirittura sale su di un treno andando alla ventura. Il suo comportamento sociale fuori casa è caratterizzato dal venir meno di qualunque vergogna, dall'agire come se non gli importasse nulla del giudizio degli altri, nel violare le regole della comune convivenza. Si espone, insomma, a rischi di ogni genere, e più volte viene ricondotto a casa dalla polizia.

L'esperienza di A. si iscrive nell'ambito delle psicosi giovanili, e implica evidentemente una perdita di controllo dell'Io su di un mondo interiore transitato da uno stato di quiete apparente - quella che ha governato la vita di A. sino a 17 anni -, ad una sorta di repentina eruzione vulcanica (coincidente con i due deliri persecutori rapidamente regrediti), approdando infine ad una condizione al di sotto della quale occorre ammettere uno stato di turbolenza pressoché continuo.

Lo stato di turbolenza in questione è riconducibile a due diverse spinte motivazionali: l'una, che si esprime attraverso un livello di estrema colpevolizzazione, è orientata chiaramente a ricondurre A. sulla retta via, a farlo ridiventare il bravo ragazzo che è stato; l'altra, invece, che si esprime attraverso il disimpegno, la deresponsabilizzazione, l'inadempienza, le fughe all'impazzata, la violazione delle regole della civile convivenza, esprime un bisogno di libertà totale da qualunque vincolo, regola, soggezione.

Ricondurre la prima spinta motivazionale all'attività del Super-io, che ha governato l'esperienza di A. per lungo tempo, e la seconda ad un bisogno di opposizione/individuazione che, non essendosi mai espresso a livello cosciente, si è organizzato a livello inconscio sotto forma di un Io antitetico ribelle, anarchico e sfidante, sembra quasi ovvio.

Se ci riconduciamo al modello della teoria delle catastrofi la dinamica dell'esperienza diventa chiara in tutti i suoi aspetti.

La strutturazione della personalità di A. è evoluta e si è mantenuta per anni sul registro dell'autodirezione, vale a dire di un Super-Io interiorizzato, e potenziato al tempo stesso dalla sensibilità sociale e dalla paurosità di A., che ha impedito l'affiorare di qualsivoglia istanza oppositiva e individuante. Questo regime interiore ha assicurato una stabilità della personalità addirittura eccessiva in rapporto alla media: un'evoluzione, dunque, lineare e ipernormativa.

Esso, però, ha determinato anche l'accumulo dei potenziali frustrati legati al bisogno di individuazione che ha dato luogo allo strutturarsi, a livello inconscio, di un Io antitetico animato da una spinta rivendicativa di libertà la quale, crescendo nel corso del tempo, ha assunto una configurazione anarchica.

L'apparente normalità della personalità conteneva dunque già un potenziale di instabilità.

L'avvio dell'ultimo anno di liceo, come accade spesso in circostanze del genere, ha evocato in A. l'aspettativa che il conseguimento del diploma inaugurasse l'era della libertà che, a livello inconscio, data la struttura dell'Io antitetico, si è definita sotto forma di disimpegno e di inadempienza. Impattando contro una struttura superegoica ancora potente, le fantasie di un cambiamento radicale di vita - dal regime di soggezione normativa a quello di anarchia - hanno attivato, in seguito ad un processo di colpevolizzazione, i due episodi deliranti a contenuto persecutorio, evidentemente espressivi di un bisogno inconscio di punizione.

Le spinte libertarie, in altri termini, sono rimaste intrappolate dal Super-Io, che ha funzionato come attrattore, restaurando, dopo una sventagliata di colpevolizzazione, l'equilibrio strutturale preesistente.

Dopo il conseguimento del diploma, l'attività dell'Io antitetico si è incrementata, producendo una spinta pressoché continua nella direzione della fuga e della libertà (una libertà ovviamente immaginaria). Si è realizzato anche un disimpegno totale di A., che ha rifiutato di frequentare l'università, di dedicarsi ad una qualunque attività significativa e di dare ordine alla sua vita.

L'io antitetico si è posto dunque come un nuovo attrattore la cui attività dinamica si è "dissociata"rispetto a quella del Super-Io, rimasto però esso stesso attivo.

Tra Super-Io e Io antitetico si è instaurato, di conseguenza, un circolo vizioso dinamico: la persecuzione legata ai sensi di colpa e alle minacce punitive ha spinto A. a difendersi incrementando i livelli di distrazione e di disimpegno attraverso la fuga nel sonno di giorno e la fuga da casa di notte.

Il Super-Io e l'Io antitetico sono giunti insomma a funzionare come due variabili di stato che, non riuscendo a prevalere l'una sull'altra, hanno determinato uno stato di instabilità dinamica caratterizzata da una continua fluttuazione del comportamento di A. tra il registro del senso di colpa e della paura e il registro della ribellione e della sfida, vale a dire tra due attrattori che, irretendo l'esperienza di A., impediscono sia il ricomporsi dell'equilibrio comportamentale preesistente sia il manifestarsi di un nuovo equilibrio.

L'esperienza di A. è dunque dissociata a livello comportamentale, ma si tratta di una dissociazione dinamica, che rientra a pieno titolo nella teoria delle catastrofi. Per effetto, infatti, della dinamica di due attrattori (il Super-Io e l'Io antitetico) in conflitto, la sua esperienza rimane intrappolata in uno stato di instabilità strutturale che rende il suo comportamento allo stesso tempo imprevedibile e deterministico. Nessuno sa, compreso A. stesso, quello che egli farà nel giro di un'ora: può rimanere, infatti, inibito dalla paura del mondo esterno e dei pericoli che esso comporta o essere spinto ad una fuga all'impazzata. Nel momento in cui si realizza uno di questi comportamenti, esso può essere interpretato e spiegato facendo riferimento alla prevalenza dinamica di una delle due substrutture (il Super-Io o l'Io antitetico).

4. Psicopatologia e teoria delle catastrofi. Altre considerazioni

E' evidente che le esperienze psicotiche, quando fanno affiorare a livello di superficie comportamentale i sintomi evidenti di una dissociazione dinamica tra le substrutture dell'Io, sono le più facili da modellizzare.

Io penso, però, che il modello catastrofico possa essere impiegato per spiegare gran parte dei fenomeni psicopatologici. Un'illustrazione di questa convinzione richiederebbe un libro a parte.

Per ora, mi limito a fornire due esempi sganciati da storie cliniche, ma facenti capo a sintomi piuttosto frequenti.

Il primo esempio concerne i comportamenti contraddittori di soggetti femminili, affetti da una struttura isterica, nell'interazione con il partner. Tali comportamenti, per un verso, sono caratterizzati da una dipendenza più o meno rilevante, che, in casi estremi, giunge a forme di autentico aggrappamento, associata a richieste continue di conferme, a dubbi ricorrenti sull'affidabilità del partner, che si traducono spesso nell'angosciosa aspettativa di un abbandono dato per certo e concorrono ad incrementare quelle richieste. Isolando dal contesto del comportamento questi comportamenti, l'impressione, spesso esplicitata dai soggetti, è quella di un bisogno disperato di amore e di sicurezza che potrebbe essere soddisfatto solo in virtù di un rapporto chiuso ed esclusivo.

Per un altro verso, però, si danno anche comportamenti di segno opposto. Già l'aggrappamento, quando giunge ad essere asfissiante, nonostante le intenzioni coscienti dei soggetti, sembra mirato a determinare una situazione insopportabile per il partner, a provocarne dunque l'allontanamento. Al di là di questo, è frequente che sopravvengano, giustificati dalla frustrazione di aspettative non corrisposte, attacchi più o meno violenti - verbali e fisici - nei confronti di quegli. Tali attacchi vanno, inoltre, incontro ad un'escalation paradossale. Se il partner, infatti, interagisce comprendendo, tollerando e confermando la sua volontà di rimanere in rapporto, essi si incrementano esponenzialmente. Valutati sul piano oggettivo, gli attacchi sembrano denotare la volontà inconsapevole di obbligare il partner all'abbandono.

Allorché, di fatto, si giunge all'estremo e l'abbandono viene minacciato, gli attacchi regrediscono e vengono sostituiti da richieste imploranti di proseguire il rapporto, da aggrappamenti patetici, da promesse di tenere sotto controllo la rabbia, ecc.

Di fatto, la minaccia consegue l'effetto di riorganizzare il comportamento interattivo su di un registro spesso equilibrato. Il problema è che, nel corso del tempo, il ciclo si ripete con le stesse modalità.

E' evidente in questi casi che sono in gioco due attrattori: l'uno che induce la regressione in una dipendenza estrema, che dà al perpetuarsi del rapporto un significato di vita o di morte; l'altro che sembra orientato ad affrancare il soggetto dalla dipendenza costringendo il partner all'abbandono.

L'altro esempio riguarda i rituali ossessivi, e in particolare quelli la cui esecuzione talora richiede un tempo smisurato. L'analisi di questi rituali pone di fronte al fatto che le procedure comportamentali che essi prescrivono sono piuttosto complesse e apparentemente irrazionali. Nel corso dell'esecuzione, anche se il soggetto sa perfettamente cosa deve fare, egli incorre in un errore che richiede la ripetizione del rituale. Il numero di errori che si ripetono talora è tale che il soggetto impiega ore per portare a termine un comportamento che, sulla carta, potrebbe essere realizzato in pochi minuti.

In questo caso, è evidente che l'esecuzione del rituale corrisponde ad un'imposizione superegoica il cui scopo è di piegare la volontà del soggetto al rispetto assoluto di regole, siano pure esse arbitrarie. L'ansia con cui il soggetto avvia l'esecuzione del rituale attesta la sua soggezione per paura alla minaccia implicita nell'imposizione di qualcosa di male che potrebbe accadergli in caso di inadempienza. L'errore che interviene sistematicamente è evidentemente l'espressione di una volontà oppositiva e ribelle, espressiva di un Io antitetico.

La soggezione e la ribellione che si succedono fino alla fine dell'esecuzione del rituale pone in luce l'esistenza di due attrattori entrambi dinamicamente attivi.

Mi auguro con questi esempi di avere illustrato la possibilità di formalizzare la teoria struttural-dialettica in riferimento al modello offerto dalla Teoria delle catastrofi.

Sarebbe ingenuo non aggiungere che si tratta di una formalizzazione suggestiva, che urta contro un limite forse invalicabile: l'impossibilità di quantificare le variabili di stato in questione. L'intensità dell'attività del Super-Io e dell'Io antitetico possono essere intuitivamente ricavate dagli effetti psicopatologici che esse producono, ma non si dà, almeno per ora, alcuna possibilità di misurarle.

Ciò nondimeno, penso che la sola analogia tra una teoria psicopatologica dinamica e un modello matematico è degna del massimo interesse.