Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Verso una Panantropologia - Parte 2

Verso una panantropologia - Parte 1

1.

Per avanzare delle ipotesi ragionevoli sulla comparsa della specie umana e del suo singolare apparato cerebrale, occorre tenere conto che l'evoluzione naturale, non essendo programmata e non potendo essere ricondotta ad alcun Disegno Intelligente1, procede sulla base di variazioni genetiche casuali (le mutazioni2) delle quali alcune sono letali, parecchie risultano neutrali (nel senso che rimangono latenti), mentre poche altre, che determinano cambiamenti strutturali, messe alla prova della selezione, promuovono la definizione di nuovi moduli adattivi: risultano, insomma, vantaggiose, nel senso che assicurano la sopravvivenza e la riproduzione di chi ne è portatore, promuovendo la selezione di nuove specie.

Anche se le mutazioni non sono sufficienti a spiegare tutti gli aspetti dell'evoluzione naturale, esse, associate alle pressioni esercitate dall'ambiente, sembrano particolarmente pertinenti per quanto concerne la comparsa della specie umana.

Nel corso dell'ominazione3, sono avvenute varie mutazioni che ne hanno determinato l'accrescimento del volume cerebrale da 400 a 1400 ml. E' agevole ricondurre tali mutazioni alla pressione esercitata da cambiamenti ambientali. Acquisendo la stazione eretta e perdendo, per il progressivo accorciamento degli arti superiori, la capacità di rifugiarsi sugli alberi, gli ominidi primitivi sono stati costretti ad uscire dalla foresta e ad affrontare un nuovo contesto ecologico, prodotto dall'aumento della temperatura - la savana. In un ambiente del genere, popolato da predatori, le cui riserve alimentari sono poco accessibili in superficie, essi non sarebbero potuti sopravvivere senza una cooperazione di gruppo e lo sviluppo di un minimo di tecnologia.

I due aspetti vanno considerati come intimamente correlati.

L'aumento del volume cerebrale, importante in sé e per sé, ha comportato anche una riorganizzazione globale della struttura e delle funzioni dell'organo.

Mettendo a confronto il cervello dell'uomo con quello dei primati, il dato mascroscopicamente più evidente è l'aumento di volume del lobo frontale. Non è azzardato affermare che la nascita della specie umana coincide con la frontalizzazione della struttura cerebrale.

Questo dato macroscopico, posto che nessuno dubita che il lobo frontale sia la sede elettiva del pensiero concettuale, può facilmente indurre ad enfatizzare la capacità simbolica come promotrice dell'acquisizione delle caratteristiche specie-specifiche.

In realtà, quel dato diventa significativo solo se si tiene conto che il lobo frontale è intimamente agganciato a strutture sottocorticali (tradizionalmente identificate come sistema limbico4) che presiedono alla regolazione (automatica) di funzioni conservative (termoregolazione, ritmo cardiaco, respirazione, ecc.) e riproduttive, all'attivazione delle emozioni e alla registrazione delle memorie.

Questo aggancio strutturale e funzionale della neocorteccia frontale alla corteccia "viscerale", di origini molto più remote, posto in luce e valorizzato neurobiologicamente da MacLean5 , ha rappresentato lo snodo cruciale dell'ominazione: quello che ha posto le basi per l'antropogenesi, vale a dire per la comparsa dell'homo sapiens sapiens e della sua cultura.

Che cosa significa tale aggancio? Né più né meno che la simbolizzazione si è avviata sulla base e in intimo rapporto interattivo con moduli comportamentali - inerenti la vita sociale, il riconoscimento del simile, il mantenersi vita natural durante del legame parentale - già attivi nei primati e lungamente sperimentati. Tali moduli comportano una socialità precognitiva e preriflessiva predisposta alla simbolizzazione. Acquisendo progressivamente la capacità concettuale, l'uomo si è ritrovato anzitutto a culturalizzare quei moduli di comportamento, a sovrapporre ad essi una griglia di regole, norme e valori. Ciò significa, in pratica, che la cultura, soprattutto per quanto riguarda l'organizzazione sociale, è nata sulla base di comportamenti filogeneticamente acquisiti.

Non si sa con precisione in quale fase dell'ominazione si sia stabilita la connessione reciproca tra il mondo delle emozioni primarie e quello della ragione. Nessuno, però, può mettere in dubbio che l'emozionalità sociale e i moduli comportamentali inerenti la vita di gruppo ereditati dai primati abbiano svolto un ruolo cruciale nell'avviare la concettualizzazione e lo sviluppo tecnologico, che non sarebbe mai avvenuto senza la cooperazione sociale (cfr Vernon Reynolds, La biologia dell'azione umana, EST Mondadori, Milano 19786)

Il discorso sul bisogno sociale e sulla capacità simbolica può essere ulteriormente approfondito. Anche chi ammette l'importanza della socialità, tende comunque a pensare che la capacità di produrre e di manipolare simboli, vale a dire l'astrazione e il linguaggio siano stati essenziali ai fini di produrre l'adattamento e l'evoluzione culturale della specie umana.

C'è però una sottile confusione nell'identificare, a posteriori, questi due aspetti.

E' un dato di fatto che la simbolizzazione ha promosso un'evoluzione culturale straordinaria sotto il profilo tecnologico (ancora in via di sviluppo). C'è da considerare però che, anche in difetto di quella capacità o con una capacità estremamente limitata, specie umane arcaiche, che vivevano in gruppo, sono sopravvissute per un periodo di tempo straordinariamente lungo (all'incirca due milioni di anni) rispetto alla durata sinora della nostra specie (centomila anni).

La produzione di utensili, infatti, necessaria a sopperire ai bisogni primari di una specie sprovvista di meccanismi naturali (istintuali) di adattamento, non postula necessariamente la simbolizzazione. Essa, infatti, si è avviata con l'homo abilis che, probabilmente, disponeva solo di un linguaggio gestuale.

Certo, in difetto della capacità simbolica e concettuale la specie umana sarebbe sopravvissuta in virtù di un adattamento elementare, non passibile di ulteriore evoluzione, ed esposto al rischio di una catastrofe in conseguenza di cambiamenti ambientali eccedenti le sue limitate capacità adattive.

Questo è senz'altro vero per l'homo abilis, che disponeva di una tecnologia rudimentale. Non sembra vero, invece, per l'homo erectus che, con un'attrezzatura tecnica piuttosto efficace e dotato di linguaggio, ha dominato il pianeta, diffondendosi dall'Africa verso l'Asia e l'Europa, per un periodo sterminatamente lungo di tempo.

La sua scomparsa non può essere ricondotta a capacità adattive modeste, bensÏ a risorse naturali che sono divenute scarse nel momento in cui è subentrata la competizione dell'homo sapiens dotato di una maggiore attrezzatura tecnica e di una cultura presumibilmente più raffinata.

La capacità simbolica, comune all'Homo erectus e all'Homo neandertalensis, non ha rappresentato dunque la chiave della sopravvivenza dell'Homo moderno, bensÏ un optional che ha permesso a quest'ultimo di avviare un'evoluzione culturale progressiva e continua, che, colonizzando la terra, ha votato all'estinzione tutte le altre specie umane.

Questo dato di fatto esclude qualunque riferimento ad un Disegno intelligente.

2.

La nascita della specie umana rappresenta una via evolutiva imboccata casualmente dalla Natura, vale a dire un "tentativo" finora vincente, che, se l'umanità riuscisse a distruggere gli equilibri planetari, potrebbe rivelarsi un errore catastrofico. Esso però è avvenuto in conseguenza di una dotazione cerebrale - ereditariamente vincolata alla lunga esperienza sociale dei primati e degli ominidi - che ha avviato l'adattamento su di una base che si può definire tranquillamente precognitiva e preriflessiva, vale a dire incentrata sull'appartenenza sociale, sull'intersoggettività e sulla cooperazione sociale.

Al di là di questa dotazione, la Natura, attraverso lo sviluppo della neocorteccia, ha impiantato nella testa dell'uomo un organo di straordinarie potenzialità, capace, in particolare, di produrre e di manipolare simboli.

Lo sviluppo della cultura, della scienza e della tecnologia attestano, infatti, che le potenzialità intrinseche al cervello vanno ben al di là delle esigenze elementari che avrebbero consentito alla specie umana di sopravvivere in un regime di vita arcaico.

Se si pone tra parentesi il finalismo, che, come detto, è insostenibile, il problema consiste nel chiedersi perché la Natura abbia prodotto un organo cosÏ ridondante dal punto di vista strutturale e funzionale, le cui potenzialità, a distanza di decine di migliaia di anni dalla sua comparsa, rimangono in gran parte inutilizzate.

Un paragone di maniera, ma in qualche misura significativo, può orientare verso una possibile risposta.

Da quando è comparso, il computer ha avuto sempre delle potenzialità che eccedevano i bisogni degli utenti medi. Ancora oggi, molte persone se ne servono solo per la videoscrittura e la posta elettronica. Ciò nondimeno l'industria ha continuato a produrre computer sempre più potenti e veloci, incrementando dunque lo scarto tra le loro potenzialità e quelle utilizzate dall'utente medio. Attualmente si calcola che, eccezion fatta per la velocità, gran parte dei computer sono utilizzati solo nel dieci per cento delle loro potenzialità.

A che serve questo spreco?

In questo caso, ci si può ricondurre ad una logica di mercato. Utilizzata o meno che sia, la potenza di un computer lo rende affascinante come oggetto da acquistare. E' sempre possibile poi utilizzare dei software che quella potenza la utilizzano anche se l'utente rimane passivo. Lo spreco dunque, in qualche misura, è giustificato.

Nel produrre il cervello umano, la Natura ha seguito una logica omologabile - mutatis mutandis - a quella delle industrie informatiche, ma senza uno scopo identificabile. Ha messo a disposizione dell'uomo una macchina straordinariamente potente, laddove, originariamente, egli aveva solo bisogno di un apparato che gli consentisse di sopravvivere.

La metafora si presta naturalmente ad un equivoco. Sottolineare la ridondanza strutturale e funzionale del cervello fa riferimento all'uso cosciente che l'uomo ne fa, non già all'organo stesso. A differenza del computer, i cui circuiti possono rimanere in gran parte inattivi, nel senso che in essi non scorre alcuna informazione, il cervello umano è perennemente attivo nella sua globalità. In tutti i suoi circuiti neuronali, insomma, scorrono informazioni, in parte provenienti dall'esterno, in parte prodotte intrinsecamente. Nessun computer ha, per esempio un'attività onirica.

Affermare che l'uomo utilizza solo una quota minimale delle potenzialità cerebrali significa, dunque, sottolineare il rapporto estremamente limitato che la coscienza intrattiene con l'apparato cerebrale e con quello mentale, che - come vedremo - vanno intese come le due facce di una stessa medaglia.

3.

Se, dunque, la dotazione precognitiva e preriflessiva di cui si è parlato, associata ad una modesta capacità di creare utensili rudimentali, poteva risultare sufficiente ad assicurare la sopravvivenza di una specie umana arcaica, che senso ha il surplus strutturale e funzionale del cervello dell'Homo sapiens sapiens?

Per rispondere a questa domanda, si può utilizzare un solo indizio, labile sotto il profilo scientifico, ma nondimeno significativo. Le culture prodotte dalle varie specie di homo sotto forma di utensili sono distinguibili fra loro. I sapiens arcaici e i Neandertal utilizzavano uno strumentario elementare, per quanto efficace, definito musteriano. Quando compare, circa centomila anni fa, l'homo sapiens sapiens, il cui cervello è identico al nostro, egli utilizza lo stesso strumentario. Solo dopo cinquantamila anni si ha un cambiamento, documentato paleontologicamente da un nuova attrezzatura tecnologica, definito aurignaziana, notevolmente più ricca e efficace di quella musteriana.

Ciò significa, né più né meno, che la struttura biologica del cervello si è modificata prima della cultura, e che il cambiamento culturale è sopravvenuto ad un ritmo più lento.

Sarebbe difficile minimizzare l'importanza di questo aspetto, sottolineato esplicitamente in un saggio divulgativo di straordinario interesse (Luca e Francesco Cavalli-Sforza, Chi siamo, Mondadori, Milano 1995).

Esso conferma che l'evoluzione naturale procede sulla base di tentativi ed errori. In seguito a mutazioni casuali, si definiscono insomma nuove strutture biologiche la cui eventuale funzionalità adattiva va messa alla prova della selezione. Se esse danno luogo a nuovi moduli comportamentali che consentono all'organismo di sopravvivere e di riprodursi, si tratta di tentativi riusciti; viceversa, di "errori".

A posteriori, tenendo conto della capacità manifestata dall'homo sapiens sapiens di modificare culturalmente l'ambiente per adeguarlo ai propri bisogni, sarebbe facile giungere alla conclusione che la frontalizzazione del cervello è un tentativo riuscito.

Il problema è che l'esperimento, avviatosi appena centomila anni fa, è ancora in corso, e giudicarlo riuscito è ancora prematuro.

La mutazione che ha prodotto la crescita (smisurata per alcuni aspetti) del lobo frontale, e la riorganizzazione dell'intera struttura cerebrale sulla base dell'aggancio funzionale tra neocorteccia e corteccia libica, continua infatti ad apparire, al di là dell'adattamento prodotto sinora, piuttosto misteriosa. Il mistero (inteso come problema da risolvere) sta non solo nell'eccesso di potenzialità che si è realizzato in virtù di essa, ma anche in alcuni aspetti funzionali piuttosto problematici.

Ogni cervello umano, dacché si è definita la specie homo sapiens sapiens, ha una dotazione di cento miliardi di neuroni, le connessioni funzionali tra i quali, che possono consentire la trasmissione di impulsi, sono quantificabili sotto forma di un numero quasi impossibile da concettualizzare: 10 con un esponente di 70 miliardi! Se si omologano, per semplicità, le connessioni tra i neuroni a canali entro cui scorrono gli impulsi (vale a dire segnali che nell'uomo possono acquisire la valenza di contenuti psichici) e si tiene conto delle possibili combinazioni tra di esse, tali per cui un impulso di neurone in neurone si trova di fronte ad una biforcazione, vale a dire ad un'alternativa funzionale, il numero delle combinazioni eccede l'immaginazione umana.

Certo, si potrebbe considerare l'insieme delle potenzialità strutturali e funzionali del cervello come un patrimonio adattivo indefinito, e dunque vantaggioso, e considerare che l'incremento nell'uso di tali potenzialità (che finora, ovviamente, sono state utilizzate in maniera minimale) apra la prospettiva di un progresso culturale, e dunque umano, ampissimo anche se non illimitato.

Ma il problema è più complesso e per alcuni aspetti inquietante.

Torniamo un attimo alla frontalizzazione della struttura cerebrale. Quando essa si è realizzata, per effetto di una o più mutazioni, l'homo, come accennato, aveva già raggiunto una qualche forma di adattamento culturale all'ambiente. E' certo che la possibilità, maturata in seguito allo sviluppo del lobo frontale, di uno strumentario più efficace e di una comunicazione attraverso segni linguistici è risultata funzionale a migliorare quell'adattamento. Se ci si chiede, però, se, a questo fine, erano necessari cento miliardi di neuroni e un numero inimmaginabile di connessioni interneuronali, la risposta è piuttosto dubitativa.

Una prova della "gratuità" della frontalizzazione potrebbe essere riferita per l'appunto al ritardo, di cinquantamila anni, con cui la specie ha reagito a questo "dono" avviando l'evoluzione culturale verso l'aurignaziano: un ritardo che lascia pensare, per cosÏ dire, ad una "sorpresa" tale per cui è occorso parecchio tempo per utilizzare (in parte) le nuove potenzialità adattive.

La "sorpresa" potrebbe essere riferita anche al fatto che lo sviluppo del lobo frontale e l'aggancio funzionale della neocorteccia alla corteccia libica ha prodotto non solo la possibilità di migliorare l'attrezzatura tecnica di cui la specie disponeva, ma anche l'acquisizione definiva del linguaggio simbolico, la necessità di organizzare, sulla base dei moduli comportamentali sociali ereditati dai primati, la vita e l'organizzazione culturale del gruppo, istituzionalizzandola, la nascita della consapevolezza di sé e, naturalmente, l'ansia conseguente a tale consapevolezza.

Se si prescinde da un banale adattamentismo, per cui l'evoluzione del cervello umano si pone come un tentativo riuscito della selezione naturale (valutazione fondata, ma non definitiva perché, essendo l'esperimento in corso, nessuno sa dove l'uomo andrà a parare), la conclusione - provvisoria - è che la specie umana è l'espressione di una "sfida" lanciata casualmente dalla Natura, tanto per vedere che cosa ne veniva fuori.

In altri termini, l'iperdotazione cerebrale, che pure ha prodotto un sorprendente adattamento, non può essere interpretata univocamente come necessaria o funzionale a tal fine. C'è in essa qualcosa di gratuito e di eccessivo, che si spiega solo riconducendosi alla casualità che l'ha prodotta.

Una prova indiretta di ciò si può ricavare dal rapporto che ancora oggi l'uomo intrattiene con la "macchina" che ha nella testa - rapporto ambivalente che rientra nella categoria del sacro: egli ne è affascinato e, al tempo stesso, terrorizzato. Ne intuisce la complessità caotica e cerca di canalizzarla e tenerla sotto controllo con dispositivi di vario genere.

Di questi dispositivi - dall'organizzazione della cultura a quella della coscienza individuale - si parlerà diffusamente in seguito. Per ora, sembra opportuno focalizzare un aspetto preliminare.

Creando un sistema complesso e caotico come il cervello, la Natura ha provveduto per conto proprio ad evitare che il suo funzionamento precipitasse l'animale che lo ha avuto in "dono" in una situazione di confusione totale. Ha prodotto in particolare due barriere protettive: la prima riguardante il mondo esterno, la seconda il mondo interno (il funzionamento della macchina).

La potenza dell'apparato sensitivo e sensoriale umano è tale che egli è investito, istante per istante, da un flusso di "stimoli" esorbitante. Gran parte di essi vengono immediatamente estinti da meccanismi neuronali che funzionano inibendo la loro percezione e la loro registrazione.

Questa necessità di proteggere il cervello dagli stimoli che provengono dal mondo esterno spiega il fatto che, dei cento miliardi di neuroni di cui quello è dotato, il 50% svolgono una funzione inibitoria. Se si volesse tradurre questa verità scientifica in un paragone, occorrerebbe pensare ad una macchina con un motore potentissimo che procede costantemente con il freno tirato a mano.

I meccanismi di estinzione degli stimoli esterni si realizzano ad un livello del tutto estraneo alla coscienza, ad un livello inconscio che ha poco a che vedere con quello freudiano.

L'altra barriera protettiva concerne proprio le funzioni inconsce del cervello. A riguardo cito Le Doux (Il Sé sinaptico, Raffaello Cortina, Milano 2002), già recensito:

"La coscienza assai probabilmente si è sviluppata nel cervello solo di recente nella storia evolutiva, posizionandosi al vertice di tutti gli altri processi che già esistevano. L'attività inconscia del cervello è quindi la regola, piuttosto che l'eccezione, in tutta la storia evolutiva del regno animale. E' un vezzo linguistico, o un eloquente assunto culturale, che i processi più antichi (inconscio) vengano definitit come antitesi di quelli più recenti (coscienza

Cosa sono, allora, tutti questi processi inconsci? In realtà, includono quasi tutto ciò che il cervello fa, dal mantenimento fisico abituale, come la regolazione della frequenza del battito cardiaco, del ritmo respiratorio, delle contrazioni dello stomaco, della postura, al controllo di vari aspetti della vista, dell'olfatto, dell'agire, del sentire, del parlare, del pensare, del valutare, del giudicare, del credere e dell'immaginare. Possiamo essere e spesso siamo consapevoli di quello che stiamo facendo quando queste cose accadono, ma parecchie volte la coscienza è informata dopo il fatto." (p. 17)

Certo, entrambe le barriere concorrono all'adattamento. Senza di esse, come convengono tutti i neurobiologi, l'uomo morirebbe rapidamente di un'overdose informazionale. Come non vedere in esse il compenso ad un eccesso strutturale e funzionale che, in sé e per sé, pregiudicherebbe l'adattamento?

Le barriere protettive prodotte dalla Natura, alle quali - come vedremo - si sono aggiunte quelle prodotte dalla cultura, mantengono da sempre l'Homo in una condizione di rilevante inconsapevolezza riguardo a ciò che avviene nel suo mondo interiore. Ciò nondimeno esse non hanno impedito agli esseri umani di acquisire la consapevolezza di sé: prodotto essa stessa delle potenzialità cerebrali e dell'intersoggettività.

La consapevolezza di sé è imprescindibile dalla percezione della propria vulnerabilità, precarietà, contingenza, finitezza e destino mortale. Ancora oggi molti psicologi sostengono che l'orizzonte previsionale implicito in questa percezione è stato ed è essenziale ai fini dell'adattamento, perché esso consente di prevedere e, nella misura in cui è possibile, prevenire i pericoli. Se in questo assunto c'è qualcosa di vero, esso però non esaurisce il problema. Primo, perché il prezzo in termini di allarme, ansia e angoscia esistenziale pagato dalla specie umana sull'altare dell'acquisizione di una capacità revisionale aperta sull'infinito, sembra ancora oggi elevatissimo. Secondo, perché la trasformazione del mondo prodotta al fine di diminuire il carico di ansia esistenziale e di aumentare i livelli di sicurezza sta andando, in conseguenza di una crescita esponenziale della tecnologia, in una direzione che configura un pericolo estremo - quello del venir meno di condizioni ambientali necessarie alla sopravvivenza della specie -, rispetto al quale l'umanità sembra piuttosto inerte.

Note

1. Creazionismo, Intelligent Design e Darwinismo

L'ipotesi che dietro l'evoluzione ci sia l'attività di un Intelligenza Superiore, finalizzata a guidare la stessa, attraverso una serie di tappe intermedie, fino alla comparsa della specie umana, è ovviamente un punto di vista che non può addurre alcuna prova scientifica. Essa riconosce come suo punto di forza la tendenza della materia ad organizzarsi in forme sempre più complesse, che sarebbe resa evidente dalla nascita della vita e dall'evoluzione ascendente degli organismi biologici, e fa leva su lacune evidenti del darwinismo, la maggiore delle quali è l'assenza di anelli che consentano di ricostruire tutte le tappe dell'ominazione secondo il gradualismo implicito nella teoria dell'evoluzione naturale.

Per quanto riguardo il primo aspetto, basta considerare il fatto che il riferimento ad un'evoluzione ascendente, vale a dire ad una scala lungo la quale le forme di vita sarebbero evolute con un gradiente di complessità sempre maggiore, fino all'uomo, è un'illusione ottica. Tutti gli organismi biologici viventi sono caratterizzati da un adattamento all'ambiente che, dall'ameba all'uomo, si può ritenere equivalente nella sua funzionalità, per quanto diverse siano le modalità attraverso le quali esso si realizza. Parlare di forme inferiori e di forme superiori è chiaramente un antropomorfismo, che non tiene conto del fatto che la metafora della scala è ideologica. L'albero della vita riconosce una ramificazione complessa alle cui estremità si danno le diverse specie.

Per quanto concerne il secondo aspetto, l'unica alternativa al gradualismo è la teoria degli equilibri punteggiati, formulata da Stephen J. Gould, secondo la quale, nel corso dell'evoluzione, per lunghi periodi non succede nulla di rilevante dal punto di vista della differenziazione delle specie, mentre in altri periodi il fenomeno subisce un'accelerazione incredibile. Tale teoria, che fa riferimento alla dinamica discontinua dei sistemi complessi, cui appartiene ogni forma di vita, anziché sfumare, accentua l'incidenza della casualità evolutiva, riconducendola nell'ambito del caos deterministico.

Le argomentazioni dell'ipotesi del Disegno Intelligente sono, dunque, posticce. Se ci si chiede come essa sia venuta fuori, la storia è un po' complessa, per quanto recente.

La contestazione al darwinismo si è delineata negli Stati Uniti verso la fine degli anni '80, e ha preso corpo incentrandosi sul paradigma della complessità irriducibile, secondo la quale la nascita della vita e l'organizzazione degli esseri viventi non sarebbe riconducibili entro i parametri di un naturalismo materialista.

I sostenitori originari dell'ipotesi del Disegno Intelligente proponevano un nuovo paradigma, da essi avallato come scientifico, che spiegasse la complessità della vita, e mettevano tra parentesi il problema dell'Architetto, vale a dire di un Essere trascendente a cui attribuire il Disegno stesso. Rifiutata da gran parte degli scienziati come inverificabile e non falsificabile, l'ipotesi avrebbe avuto vita breve se non fosse stata utilizzata negli Stati Uniti a fini politici.

Colà, per l'influenza di un cristianesimo ultraconservatore, il 53% della popolazione (stando ad un sondaggio di un anno fa della Gallup per conto della CNN) aderisce al creazionismo e, prendendo alla lettera la Bibbia, ritiene che la creazione del mondo risalga a 6000 anni fa. Bisognoso di assicurarsi i voti dei protestanti, George W. Bush si è posto il problema di come far pesare il suo ruolo di "rinato in Cristo" senza avallare un creazionismo letterale, che è, né più né meno, un'aberrazione (visto che sono stati scoperti fossili che risalgono a più di 4 milioni di anni fa). A fini politici, dunque, egli, consigliato da qualcuno, ha propagandato l'ipotesi del Disegno Intelligente che, fino allora, era stata coltivata solo da un ristretto numero di addetti ai lavori. In conseguenza di questo, il 31% della popolazione statunitense ha aderito ad essa.

E' superfluo aggiungere che, nella sua diffusione popolare, l'ipotesi è divenuta teistica, vale a dire che coloro che ad essa aderiscono, danno per scontato che l'Architetto sia Dio.

Per quanto poco fondata e confutabile, l'ipotesi del Disegno Intelligente corrisponde al bisogno della mente umana di rifiutare la casualità della vita e dell'esistenza umana, vale a dire il suo essere intrappolata nella categoria della causalità e dell'artificialismo (per cui qualunque ente deve riconoscere un agente che lo ha prodotto). Ciò induce a non sorprendersi del fatto che ad essa aderiscano anche persone non credenti, che ritengono che al di là della vita (e dunque anche alla sua origine) debba darsi "qualcosa".

Un sondaggio analogo a quello effettuato negli Stati Uniti ha, in effetti, accertato che in Italia, ove i creazionisti rappresentano appena il 17% della popolazione e i darwinisti il 31%, il 38% degli intervistati si dichiarano a favore dell'ipotesi che dietro l'evoluzione ci sia la mano di un Intelligenza Superiore.

2. Mutazioni

Per mutazione si intende una variazione del corredo genetico di un organismo, che può riguardare i cromosomi o singoli geni.

A ogni divisione cellulare, il Dna viene replicato cosicché le cellule figlie risultanti contengono l'identica catena di DNA della cellula madre. Con una probabilità molto piccola (dell'ordine di 108), questo processo di replicazione avviene con qualche errore. Il gene mutato e quello vecchio si definiscono alleli.

Le mutazioni a carico delle cellule sessuali vengono trasmesse ai figli e sono quelle che interessano la genetica.

Se il gene mutato risulta vantaggioso ai fini dell'adattamento, assicurando a chi lo porta, un maggior tasso di riproduzione, esso aumenta la sua frequenza sino a sostituire quello originario. La sostituzione di un allele vecchio con un nuovo costituisce il processo elementare dell'evoluzione, quello su cui si fonda la selezione naturale.

Le mutazioni si realizzano spontaneamente (cioè per cause sconosciute) o per effetto di agenti mutageni (radiazioni ionizzanti). In entrambi i casi, si tratta di eventi del tutto casuali.

La grandezza di Darwin sta nell'aver intuito il ruolo delle mutazioni, riconducendolo alla varietà individuale, prima che fossero scoperti i cromosomi e i geni.

Anche se oggi nessun evoluzionista sostiene che le mutazioni siano l'unica causa dell'evoluzione, esse conservano un ruolo primario e importante.

Tenendo conto che le mutazioni hanno prodotto un'evoluzione della vita animale apparentemente ascendente, esse si potrebbero fare rientrare nell'ambito del Disegno intelligente. Ma ciò non è possibile: primo, perché occorrerebbe pensare ad un'Intelligenza che gioca con i dadi; secondo, perché un numero consistente di mutazioni sono letali.

3. Ominazione

L'ominazione è il processo evolutivo che ha visto succedersi, nel corso di un periodo sterminato (4 milioni di anni), specie appartenenti alla Famiglia Hominidae - dagli Australopitechi all'Homo sapiens sapiens - i cui caratteri in comune (oltre alla vita di gruppo), differenziali rispetto alle altre specie animali, sono la stazione eretta, l'opposizione del pollice e il volume del cervello che, dai 400 - 450 gr dell'Australopiteco più antico (appena superiore a quello di una scimmia) giunge ai 1200 - 1400 gr dell'Homo sapiens sapiens.

La figura ricostruisce le tappe essenziali dell'ominazione, che è importante collocare nel tempo. La separazione evolutiva tra le scimmie (ominoidi) e gli uomini (ominidi) è avvenuta circa 8 - 5 milioni di anni fa. Purtroppo, non esistono reperti fossili che attestino tale separazione.

Gli Australopitechi compaiono 4 milioni di anni fa e occupano la scena, con una varietà di specie la cui successione è ancora incerta, ma la cui capacità cranica non supera i 600 ml, fino alla comparsa dell'Homo abilis, con cui essi convivono, che risale a due milioni di anni fa ed ha una capacità cranica di 600 -700 ml.

Sia gli Austropitechi che l'Homo abilis scompaiono nel corso nell'intervallo di tempo che va da due a un milione di anni fa, allorché compare l'Homo erectus, che ha una capacità cranica di 900-1100 ml.

Ad esso seguono 300000 anni fa l'homo sapiens arcaico, che ha una capacità cranica di 1100 - 1300 ml, e 100000 anni fa l'Homo Neandertalensis. Poco dopo compare l'homo sapiens sapiens che, intorno a 30000 anni, fa rimane l'unico rappresentante della specie.

4. Neocorteccia e sistema limbico

Le due immagini, riprodotte da John P. J. Pinel (Psicobiologia, il Mulino, Bologna 2000), rappresentano la prima i lobi cerebrali visti dall'alto e di lato, la seconda il sistema limbico.

La prima immagine consente di apprezzare l'enorme estensione assunta dal lobo frontale nell'uomo. E' importante però considerare che l'encefalizzazione della corteccia non è solo un dato quantitativo. Essendo il cervello un sistema il cui funzionamento richiede un qualche grado di integrazione tra le sue parti, è evidente che l'accrescimento di un lobo come quello frontale, oltre all'apporto di nuove funzioni, implica anche un rimaneggiamento totale del sistema stesso,

Il sistema limbico, situato al di sotto della neocorteccia, appartiene alla parte più arcaica della corteccia cerebrale, la paleocorteccia. Esso contiene numerosi nuclei e formazioni, anatomicamente ben note (amigdala, ippocampo, corteccia cingolata, fornice, setto e corpi mamillari), che appaiono connessi tra loro. Dal punto di vista fisiologico, però, sia le funzioni precise delle varie parti che le correlazioni funzionali tra di essi non sono del tutto conosciute. Parlare pertanto di sistema - termine che implica appunto tali correlazioni - è prematuro. L'uso del termine è invalso sulla scorta del ruolo assegnato ad esso da MacLean (vedi sotto).

Quello che attualmente si può ritenere certo è che le formazioni limbiche sono strettamente intrecciate con le espressioni delle emozioni (allarme, paura, rabbia) e con la fissazione dei ricordi. Esse funzionano in stretta interazione con la neocorteccia, ma tale interazione non le subordina funzionalmente del tutto. Il sistema libico, infatti, filtra, qualifica emotivamente e fissa sotto forma di ricordi (in dipendenza dal loro valore emozionale) tutti gli stimoli che ad esso arrivano, sia quelli coscienti che quelli subliminari.

Se si ammette che la coscienza cattura solo una parte estremamente ridotta del flusso di informazioni che la raggiungono, non si stenta a capire l'importanza funzionale del sistema limbico. Ancora più evidente risulta tale importanza se si tiene conto che, nel corso dell'evoluzione della personalità, è il bagaglio delle memorie registrate anche al di fuori della coscienza a fornire i parametri di valutazione emotiva degli stimoli che giungono sul registro del presente.

5. La teoria di MacLean

Paul D. MacLean (1970/1990) ha elaborato un modello dell'evoluzione, della struttura e delle funzioni del cervello descrivendolo come "Triune Brain" (cervello uno e trino). Attraverso studi di neuroanatomia, egli ha identificato tre formazioni principali che si sarebbero sovrapposte ed integrate nel corso dell'evoluzione, alle quali ha dato i nomi di cervello rettiliano (Protorettiliano), mammaliano antico (Paleomammaliano, Sistema Limbico) e mammaliano recente (Neomammaliano). Questi tre cervelli in uno operano come "tre computer biologici interconnessi', ciascuno con la sua propria speciale intelligenza, la sua propria soggettività, il suo proprio senso del tempo e dello spazio e la sua propria memoria".

Mac Lean riporta nel suo libro il seguente schema:

Il cervello rettiliano è costituito dalla parte superiore del midollo spinale, da parti del mesencefalo, dal diencefalo e dai gangli della base. Esso sarebbe "fondamentale per le forme di comportamento stabilite geneticamente, quali scegliere il luogo dove abitare, prendere possesso del territorio, impegnarsi in vari tipi di parata, cacciare, ritornare alla propria dimora, accoppiarsi, subire l'imprinting, formare gerarchie sociali e scegliere i capi" (1973a, trad. it. 1984, p. 7). "Rigido, ossessivo, coatto, ritualistico e paranoide è colmo di esperienze e ricordi ancestrali'. Essendo rappresentato in modo cosÏ persistente negli schemi circuitali del cervello, è condannato a ripetere di continuo il passato.

Il cervello rettiliano possiede la capacità di stabilire relazioni fra i fenomeni, ma in una forma diversa da quella neocorticale; la relazione non è razionale, ma di tipo temporale (post hoc, propter hoc). Ciò conduce ad attività di routine, di conformità a situazioni precedenti, di ritualizzazione di comportamenti, ovvero ad atti ossessivo-coercitivi (pensiero magico).

Il Sistema Limbico comprende i bulbi olfattivi, il setto, il fornice, l'ippocampo, l'amigdala, il giro del cingolo, e i corpi mammillari. Esso rappresenta un progresso dell'evoluzione del sistema nervoso perché è un dispositivo che procura agli animali che ne dispongono mezzi migliori per affrontare l'ambiente. Parti di esso concernono attività primarie correlate col nutrimento ed il sesso; altre con le emozioni e i sentimenti; ed altre ancora collegano i messaggi provenienti dal mondo esterno con quelli interni.

In particolare, il sistema limbico è il quartier generale delle emozioni. Fermo al livello dei topi, dei conigli e dei gatti, il sistema limbico è ancorato alla sopravivenza, alla preservazione del sé e della specie e il suo comportamento ruota attorno alle ëquattro f': feeling, fighting, fleeing and fucking (cibo, lotta, fuga e sesso).

"Una delle caratteristiche peculiari delle emozioni", osserva MacLean, "è che esse non sono mai neutre: le emozioni sono o gradevoli o sgradevoli", positive o negative.

Non solo. Sono anche molto più veloci della razionalità: attraverso l'amigdala, una sorta di centralina di emergenza del sistema limbico, le vie neurali emozionali riescono spesso ad aggirare la neocorteccia compiendo dei veri e propri ësequestri emozionali' ai danni della mente razionale. Questi sequestri vengono poi modulati o talvolta inibiti, nei mammiferi superiori, dai lobi prefrontali della neocorteccia che, su scale temporali più lente, finiscono per riprendere il controllo della situazione. Gran parte della vita mentale di uccelli, pesci e rettili ruota invece attorno ad essi, in quanto la loro sopravvivenza dipende dall'analisi costante dell'ambiente per la localizzazione di predatori o potenziali prede.

Il cervello neomammaliano consiste nel Neocortex e nelle strutture del tronco cerebrale con le quali è primariamente connesso" (MacLean 1985a, p. 220), come i lemnischi, i tratti piramidali ed anche il neo-talamo. Esso rappresenta la struttura specificamente umana, "la madre dell'invenzione e il padre del pensiero astratto", come sottolinea Maclean. Essa è la sede del linguaggio simbolico: ragiona, pianifica, si preoccupa, legge, scrive, crea, inventa e compone. Ma è anche attraverso i suoi centri per la visione, per l'udito, per il gusto e l'olfatto e per le sensazioni corporee che noi abbiamo rapporti col mondo esterno e interagiamo con esso per mezzo di schemi senso-motori.

Il Neocortex ha la capacità induttiva: dalle osservazioni dei casi particolari in cui nota che certi fenomeni sono effetti di determinate cause, esso inferisce che "ogni fenomeno è effetto di una causa". Pertanto il Neocortex tende a stabilire connessioni in qualche modo razionali fra i fenomeni: esso è capace di farlo più o meno bene, secondo le sue conoscenze.

Per quanto, secondo MacLean, differenziati strutturalmente e funzionalmente, "i tre tipi di cervello non sono in alcun senso separati, entità autonome, anche se sono capaci di funzionare in qualche modo indipendentemente" (MacLean 1973b, p. 114). Nella realtà, essi "devono fondersi e funzionare tutti e tre insieme come un cervello uno e trino . La cosa straordinaria è che la natura sia stata capace di collegarli fra di loro e di stabilire una qualche sorta di comunicazione dall'uno all'altro." (MacLean 1973a; trad. it. 1984, p. 5).

Sintetizzando la sua teoria, Mac Lean scrive: "il cervello dell'homo sapiens è una documentazione ripiegata del nostro passato evolutivo. Come in un sito archeologico, come nella Troia pluristratificata di Heinrich Schliemann, le ëciviltà' più antiche del cervello sono sepolte sotto le nuove, cosicché in strati profondi del cervello si scoprono vestigia dell'epoca dei dinosauri!"

Nonostante un certo fascino, legato soprattutto alla matrice evoluzionistica cui fa riferimento, la teoria di Mac Lean non sembra convalidabile. L'evoluzione degli organismi riconosce indubbiamente stratificazioni di strutture e di funzioni, ed è fuor di dubbio che nel cervello umano debbano residuare tracce della lunga storia che lo ha originato. La comparsa, però, di strutture e di funzioni di livello più elevato sembra costantemente dar luogo ad una riorganizzazione globale dell'organo a partire dall'alto.

Per quanto non convalidabile e di fatto ormai accantonata nell'ambito delle neuroscienze, la teoria del cervello uno e trino offre ancora oggi spunti di grande interesse.

Il primo è da ricondurre alla scoperta inconfutabile operata da Mac Lean di un fascio neuronale che aggancia il sistema limbico alla neocorteccia, soprattutto frontale: il ponte strutturale e funzionale tra il mondo delle emozioni e quello della ragione, che agisce nei due sensi. Attraverso di esso, le emozioni possono dar colore e tonalità ad un pensiero logico che, altrimenti, sarebbe semplicemente computazionale. La ragione, viceversa, può canalizzare le emozioni integrandole con valori culturali del più vario genere, e quindi ricavando da esse una vasta gamma di sentimenti.

Semplicemente su base intuitiva, poi, Mac Lean è giunto ad ammettere che il sistema limbico sia depositario di una "consapevolezza" preriflessiva e precognitiva inerente Sé e l'Altro, ricavando da questo che il mondo delle emozioni a livello paleomammaliano, agganciando la corteccia frontale, serve ad impedire che essa funzioni, nelle relazioni sociali, come un freddo computer.

Purtroppo, l'aggancio comporta anche degli aspetti funzionalmente critici. Secondo Mac Lean, infatti, "sembra che l'antico sistema limbico fornisca gli ingredienti per la forte sensazione affettiva o convinzione che noi attacchiamo alle nostre credenze, senza badare se siano vere o false!" (1973b, p.123).

Il vincolo della neocorteccia frontale al sistema limbico, insomma, se per un verso impedisce alla Ragione di funzionare come un calcolatore, comporta anche il rischio che essa rimanga irretita da certezze illusorie e pregiudiziali.

6. Vernon Reynolds

La Biologia dell'azione umana di Vernon Reynolds è uno dei primi tentativi (a me noti) di correlare i dati offerti dalla primatologia, la neurobiologia, la psicologia evolutiva, la sociologia: un libro, insomma, di panatropologia, scritto esplicitamente per contrastare il determinismo biologico che all'epoca si andava profilando.

A distanza di trent'anni, ovviamente, parecchi contenuti del saggio andrebbero riformulati e aggiornati. L'idea centrale su cui esso poggia, però, per cui l'acquisizione della capacità simbolica ha creato la cultura concettualizzando gli schemi di comportamento sociali sperimentati dai primati, si può ritenere ancora oggi del tutto valida. Tale idea viene esposta con assoluta chiarezza nel capitolo V, da cui sono tratte le seguenti citazioni:

"Io penso che siano precisamente la concettualizzazione dei rapporti sociali esistenti e la loro formulazione a base di "strumenti" simbolici, come le parole, a contrassegnare la vera transizione dall'antenato preumano all'uomo. Fu quando i nostri antenati cominciarono ad acquisire la consapevolezza dei rapporti, che già riconoscevano in termini di comportamento differenziale, che comparve l'uomo." (p. 90)

"Certamente è stato con il linguaggio che l'uomo ha costruito le strutture e le sovrastrutture della sua società. Ha potuto dare un nome ai sui parenti e non parenti, agli anziani e ai giovani, ha potuto soprannominare ogni sorta di tipi diversi di rapporti, dal più intimo al più ostile, attraverso quelli di tipo formale. Nel fare cosÏ, egli ha dato, per cominciare, una espressione consapevole a ciò che esisteva già prima e ha prodotto sempre più, con il passare del tempo, nuove forme di vita sociale mediante invenzioni e suddivisioni che non esistevano affatto sino a quel momento." (p. 91)

"Il processo di concettualizzazione dei rapporti sociali è stato l'adattamento chiave dell'uomo alla vita nella savana, la sua alternativa ad altri modi di strutturare la società: gruppo chiuso faccia a faccia, gruppo chiuso con un unico maschio, ecc. Il giungere alla consapevolezza concettuale ha permesso all'uomo di continuare a operare in un sistema a gruppo aperto, con tutti i vantaggi della cooperazione e della dispersione e gli ha evitato, nel contempo, i rischi di perdere i contatti che, altrimenti, sarebbero stati sufficienti ad eliminare tale sistema." (p. 93)

Verso una panantropologia - Parte 1