Nil Alienum
Scritti di Luigi Anèpeta  

Il dramma degli introversi nel nostro mondo

Queste riflessioni danno per scontata la lettura dell'articolo sull'introversione già pubblicato. Esse valgono ad aggiornare il discorso su di un problema che, un giorno o l'altro, dovrà essere riconosciuto e affrontato dalle famiglie, dalla scuola e dalla società. Nell'immediato, la cosa più importante è che sopravvenga una presa di coscienza da parte dei diretti interessati. Tale presa di coscienza, finché rimarrà individuale, non inciderà in alcun modo nell'organizzazione pregiudiziale del mondo. Potrà però contribuire ad evitare che l'introverso: 1) inforchi egli stesso gli occhiali del pregiudizio nei propri confronti; 2) sviluppi una rabbia infinità verso gli altri, la cui incomprensione e la cui insensibilità sono più spesso involontarie; 3) eviti d'imboccare la via di una normalizzazione mimetica, che consegue di solito effetti mediocri, quando non addirittura patetici.

1.

Sostenere che nel nostro mondo gli introversi vivono peggio di quanto sia accaduto nel corso di tutta la storia dell'umanità è probabilmente eccessivo. Per convincersi di questo, basta pensare a quella che deve essere stata la loro sofferenza in tutte le società organizzate comunitaristicamente e fondate su di una perpetua interazione faccia a faccia, che non comportavano alcun riconoscimento della privacy né autorizzavano alcun raccoglimento privato. In situazioni del genere, presumibilmente, alcuni introversi riuscivano a mettere a frutto le loro qualità, spesso fuori dell'ordinario, assumendo il ruolo di stregoni, sciamani, oracoli, sacerdoti, poeti, artisti, filosofi. Alcuni, sprovvisti o inconsapevoli della loro creatività, si davano all'eremitaggio e al monachesimo. I più, quasi di sicuro, finivano però con l'essere ritenuti e con il sentirsi diversi, strani, bizzarri, e con il comportarsi di conseguenza fino al punto di essere etichettati come malati di mente.

Più volte ho considerato la possibilità d'interpretare in questi termini la misteriosa incidenza, costante nel tempo e nello spazio, della schizofrenia che, nelle sue espressioni più proprie, autistiche, non fa altro che accentuare alcuni tratti di carattere intrinseci all'introversione. Ancora oggi, del resto, gran parte dei soggetti diagnosticati schizofrenici appartengono di fatto allo spettro introverso. E' difficile che questo sia un caso, anche se è pregiudiziale affermare che l'introversione rappresenta una predisposizione alla schizofrenia. Essa predispone ad un'interazione in qualche misura problematica con il mondo, i cui esiti dipendono però dal contesto ambientale e culturale.

Se non è lecito, dunque, sostenere che gli introversi non siano mai vissuti peggio di quanto vivono nel nostro mondo, non v'è alcun dubbio che essi, senza alcuna colpa, pagano, ancora oggi, prezzi psicologici rilevanti. Su dieci soggetti che, per i disturbi più diversi, entrano in terapia, i tratti dell'introversione e alcune tappe tipiche della carriera introversa sono ricostruibili in una percentuale estremamente significativa (6-7 su dieci). Perché ancora oggi accade questo è il problema che intendo affrontare. L'articolo sull'introversione fornisce molteplici spunti di riflessione a riguardo, ma forse è opportuno estrapolare quelli più significativi.

2.

Un primo aspetto, di grande importanza, riguarda la genetica. E' merito di Jung avere identificato nello spettro che va dall'introversione all'estroversione il fattore più importante del carattere umano. Egli ha giustamente rilevato che tale spettro non comporta, neppure agli estremi, delle forme pure. Ogni costituzione si può ritenere una combinazione di valenze introverse e di valenze estroverse. L'introversione dunque attesta semplicemente la prevalenza, che può essere più o meno marcata, delle valenze introverse su quelle estroverse.

Ammettere che il carattere umano riconosca una componente genetica non significa ovviamente che la personalità umana è determinata geneticamente. La costituzione genetica definisce solo un modo particolare e per alcuni aspetti specifico di rapportarsi ai due mondi nell'interfaccia dei quali si definisce la coscienza: il mondo esterno e quello interno. Il fatto che il primo sia dato oggettivamente, nel senso che ha una realtà indipendente dal soggetto, al quale preesiste, e che il secondo rappresenti invece una dimensione che si sviluppa nel corso dell'evoluzione della personalità, alcuni aspetti della quale rimangono comunque al di fuori della coscienza e della percezione sociale, è importante. Posto infatti che si dia un orientamento introverso, il mondo interno può operare un effetto di "cattura" della soggettività via via che la personalità si sviluppa. Questo permette di capire perché alcuni adolescenti introversi tendono a ritirarsi dal mondo proprio nel periodo in cui, per effetto dell'interesse sessuale, ci si aspetterebbe che essi si aprissero e interagissero con esso. Il problema è che quell'interesse può risultare meno rappresentato nel loro mondo interno rispetto ad altri - filosofici, letterari, scientifici, politici, ecc.

In che cosa consiste, in sé e per sé, l'orientamento proprio dell'introversione in rapporto ai due mondi? Jung lo ha definito con sufficiente precisione: la riflessività, intesa in senso lato come piacere di comunicare con la propria mente e di recepire il mondo esterno attraverso le sue rifrazioni soggettive. Il mondo interno, nei suoi aspetti consci e ancora più in quelli inconsci, è il mondo dell'emozione, della fantasia, dell'immaginazione, del pensiero intuitivo. La percezione di questo mondo, quasi sempre vivace nell'introverso, cattura la soggettività e opera come un filtro rispetto al mondo esterno. Un bambino introverso è facilmente identificabile: posto che non abbia ancora problemi, il suo sguardo è denso e penetrante, ma al tempo stesso non ha quella vivacità che è propria degli estroversi, catturati dagli stimoli esterni. C'è in esso una sfumatura di fissità che riconduce ad una modalità di rapporto "contemplativa".

L'orientamento introverso comporta, dunque, inevitabilmente un corredo emozionale più ricco e più vivace rispetto alla media. Questa ricchezza concerne anche tutte le funzioni psichiche intimamente correlate alle emozioni: la fantasia, l'immaginazione, l'intuizione. Il rapporto tra questo corredo e l'intelligenza in senso stretto, intesa come capacità astratta e operativa, non è costante. Si danno indubbiamente introversi iperdotati sotto il profilo intellettivo, ma se ne danno anche di normodotati. L'ipodotazione, invece, non è mai associata all'introversione, forse perché anche l'intelligenza astratta riconosce come sua matrice primaria l'emozionalità.

Tutto ciò giustifica il considerare l'introversione nel suo complesso come una condizione caratterizzata da potenzialità superiori alla norma. Ma, se questo è vero, com'è possibile che un introverso, in molteplici fasi dello sviluppo e per alcuni aspetti, appare solitamente inadeguato e in ritardo rispetto alla media?

3.

Questo mistero, in ciò che esso ha di naturale, vale a dire non dipendente da interazioni negative con l'ambiente, si risolve tenendo conto di alcuni aspetti evolutivi dipendenti dalla ricchezza del corredo emozionale.

Un primo aspetto, di straordinaria importanza, concerne il fatto che tale corredo comporta una sensibilità sociale che si esprime originariamente in un'identificazione totale con le figure genitoriali e con il mondo adulto, che vengono idealizzati e sacralizzati. L'idealizzazione delle figure genitoriali e degli adulti è un momento proprio dello sviluppo psicologico di ogni bambino. Essa, però, negli introversi, si realizza con una tale intensità da rendere del tutto secondario il rapporto con i coetanei.

In quest'identificazione potente e persistente almeno sino all'adolescenza si può leggere l'espressione di una vocazione viscerale ad essere sul registro della perfezione, della grandezza, della consapevolezza - doti che vengono regolarmente attribuite ai grandi. E' come se il bambino introverso alienasse le sue potenzialità di sviluppo vedendole già realizzate dagli adulti. Di fatto, quest'alienazione, che può essere fonte di molteplici delusioni via via che si allenta, giustifica la tendenza a privilegiare il rapporto con gli adulti.

La conseguenza di quest'idealizzazione però può non essere positiva. Per un verso, essa infatti promuove un'accondiscendenza totale del bambino in rapporto ai desideri, consci e inconsci, degli adulti. Se questi lo investono di aspettative perfezionistiche, è inevitabile che il bambino introverso ne rimanga catturato e faccia ogni sforzo possibile per conformarsi ad esse. Questo meccanismo rappresenta la matrice di un modo di essere infantile caratterizzato da una precoce maturità comportamentale tale per cui, fin dall'età di 4-5 anni, il bambino introverso sembra un adulto in miniatura. Questa condizione, che gli permette di ricevere gratificazioni molteplici dagli adulti, a casa, nella cerchia dei parenti o degli amici di famiglia, a scuola, ecc., è la stessa che scava un solco rispetto ai coetanei, che sono più spontanei, meno controllati, meno ligi alle regole educative.

L'altro aspetto è legato al senso di giustizia, emozione innata che appare sempre precocemente spiccata negli introversi. Nel momento in cui essi si rapportano, per un verso, alle autorità, assolvendone le aspettative e rispettandone le regole, e, per un altro, agli altri con un'estrema sensibilità che vieta loro di arrecare dispiacere, ferire, aggredire, essi sono indotti a vivere questo come se fosse la cosa più naturale del mondo. In conseguenza di questo, essi si aspettano che gli altri si comportino allo stesso modo.

La delusione di quest'aspettativa, riguardi essa il mondo dei grandi o dei coetanei, determina spesso reazioni di rabbia interiore molto intense,un irrigidimento e una diffidenza nei confronti del mondo che, spesso, a livello inconscio, si mantiene anche in età adulta.

La precoce maturità comportamentale, riferita soprattutto alle aspettative del mondo adulto, e l'irrigidimento conseguente alla scoperta delle "ingiustizie" perpetrate dagli adulti e dai coetanei, determinano nel complesso un modo di essere "strano": sorprendentemente e eccessivamente maturo per un verso, riservato e chiuso per un altro.

4.

La "chiusura" dell'introverso è l'aspetto comportamentale destinato ad incidere profondamente nella carriera sociale e nella definizione stessa di sé. Esso rappresenta la somma di due diversi fattori che vengono costantemente confusi. Per un verso, la chiusura fa capo ad una limitazione costituzionale delle capacità comunicative. L'introverso dispone di un solo registro comunicativo congeniale, che è un registro profondo. Egli dunque riesce a sintonizzarsi solo laddove si dà un certo grado di affinità. La comunicazione quotidiana, che è fatta di luoghi comuni, di convenzioni, di discorsi fatui, di parole usate per scongiurare il silenzio lo imbarazza e lo mette a disagio.

Per un altro verso, la chiusura è da ricondurre al timore di rimanere ferito dagli altri. L'introverso, in nome della sua sensibilità, ha una tendenza naturale a preoccuparsi delle conseguenze dei suoi comportamenti a carico degli altri: è tendenzialmente scrupoloso. Interagire con un mondo nel quale le persone si comportano spontaneamente, spesso dicendo e facendo, senza rendersene conto, cose che dispiacciono, turbano o addirittura offendono gli altri, è un dramma. L'introverso si chiede come sia possibile una cosa del genere. Partendo dalla sua esperienza interiore, egli può giungere solo a pensare che gli altri siano rozzi e insensibili. Questa conclusione dà alla chiusura un carattere difensivo.

Purtroppo, dall'esterno, la chiusura dell'introverso non è mai colta nel suo autentico significato. Più spesso viene scambiata per un modo di essere scostante, superbo, rifiutante, se non addirittura sprezzante. D'acchito, insomma, a livello sociale l'introverso risulta antipatico alla maggioranza delle persone, e viene trattato come tale. Egli si rende conto di questo, lo ritiene ingiusto, spesso si arrabbia. Ma, non essendo in grado di esprimere la rabbia o avendo timore di esprimerla per non offendere gli altri, la cova dentro di sé. Questo significa che egli accentua le sue difese rispetto al mondo. S'instaura di conseguenza un circolo vizioso interattivo, per cui più l'introverso si chiude più egli riceve delle risposte sociali negative. La conseguenza di questo circolo vizioso è un senso doloroso di diversità e di estraneità rispetto al mondo, che convive spesso con una rabbia cieca contro tutto e contro tutti. Naturalmente, la rabbia si produce più facilmente se, come capita spesso in fase evolutiva, l'introverso viene investito da giudizi negativi, attaccato verbalmente o addirittura fisicamente.

La percezione di una diversità radicale e la rabbia possono dare luogo a diverse carriere evolutive. Se la diversità rimane associata ad un sentimento di valore, essa può promuovere un isolamento sociale sotteso da un disprezzo consapevole e profondo nei confronti degli altri. Se essa viceversa mina il sentimento di valore personale, l'introverso può essere spinto a tentare di normalizzarsi, di agire cioè come se fosse estroverso. Date le sue qualità, egli può riuscire anche brillantemente in questa mimesi, ma il prezzo è un falso io, dietro il quale il giudizio nei confronti degli altri può rimanere implacabilmente denigratorio. Ovviamente, il falso io comporta anche una percezione negativa di sé, più o meno consapevole. Lo sviluppo peggiore però avviene allorché un introverso, oppresso dalla propria sensibilità, che lo induce ad essere scrupoloso e ad incolparsi per un nonnulla e ferito dagli estroversi, che agiscono spesso senza interrogarsi sulle loro conseguenze a carico degli altri, decide di risolvere il problema rimuovendo la propria sensibilità e dandosi una maschera di forza, di durezza e, al limite estremo, di cinismo. Anche in questo caso, l'introverso, mettendo a frutto le sue qualità, può ingannare, oltre che se stesso, anche gli altri. La rimozione della sensibilità estingue i sensi di colpa, che però si accumulano a livello inconscio, e, prima o poi, presentano il conto.

Sia che si voti all'isolamento sia che simuli di stare bene in mezzo agli altri, sia infine che si dia una maschera d'insensibilità e di cinismo, l'introverso non vive bene. L'isolamento si associa, infatti, oltre che alla rabbia nei confronti degli altri, alla percezione di sprecare delle potenzialità che potrebbero essere investite in una vita di relazione significativa. La normalizzazione sul registro del falso io, viceversa, fa sì che l'introverso è condannato a rimanere in una rete di rapporti superficiali, sottesi dalla paura che un investimento più profondo possa evocare negli altri un giudizio negativo (in particolare, "l'essere pesante"). Il cinismo, infine, come ho accennato, dà luogo all'accumulo di enormi sensi di colpa. Tutt'e tre queste situazioni possono evolvere in una direzione psicopatologica.

5.

Se le cose stanno così, c'è da chiedersi che cosa si possa fare. Io penso che almeno due o tre cose si possano fare immediatamente.

La prima consiste nell'acquisire, da parte della società, e in particolare delle famiglie e delle scuole, una consapevolezza piena del problema. Tale consapevolezza porterebbe a riconoscere e ad accettare la diversità introversa come una scelta della natura: scelta problematica per quanto ricca di significato. L'accettazione implicherebbe il riconoscimento del bambino introverso come un bambino difficile da educare per via della sua enorme influenzabilità educativa, della reattività emozionale che si cela dietro di essa e delle elevate aspettative che egli ha nei confronti dei grandi. Da questo punto di vista, sarebbe importante non pretendere troppo da lui, non ignorare che egli ha una sensibilità tale che, benché inespressa, può farlo sentire facilmente ferito, e, soprattutto, comportarsi nei suoi confronti in maniera schietta in maniera tale da aiutarlo ad accettare i limiti e le contraddizioni dei grandi senza destinarlo a scoprirle traumaticamente.

In secondo luogo, occorrerebbe accettare i suoi tempi e i suoi modi di sviluppo, senza insistere in strategie di normalizzazione che lasciano il tempo che trovano. Quest'accettazione implica anche il riconoscimento che il bambino introverso ha un bisogno molto maggiore rispetto alla media di capire il significato delle regole, delle norme e dei valori che è chiamato a rispettare.

Occorrerebbe infine tutelarlo in qualche misura dall'aggressività dei coetanei, che non è colpevole ma spesso consegue effetti micidiali. Questo significherebbe progettare un intervento nelle scuole che affronti il problema di un'interazione sociale tra coetanei che si sta modellando sempre di più sulla legge del più forte.

La seconda cosa da fare riguarda gli introversi. Essi dovrebbero chiarirsi le idee sulla propria condizione, accettare la diversità sia nel suo valore che nei suoi limiti (che riguardano essenzialmente una spigliatezza sociale che non possono avere e un modo di essere riservato che evoca negli altri, normalmente, un moto di avversione), coltivare il loro valore mettendo nel conto che, alla lunga, esso sarà riconosciuto da qualcuno, non vergognarsi della diversità né tentare di mimetizzarsi, prescindere dalla tentazione di indurirsi e di incattivirsi, accettare di doversi impegnare in una comprensione profonda del modo di essere degli altri, che sono la maggioranza, senza risentirsi del fatto che questi possono vivere bene anche senza sottoporsi a sforzi di riflessione, sentire, infine, di doversi costruire un loro mondo ristretto di relazioni sociali laddove gli altri possono adattarsi al mondo così com'è.

La terza cosa è fondare una lega per la tutela dei diritti degli introversi che abbia come propri scopi non già di creare un'enclave protettiva, ma piuttosto di sensibilizzare la società su questo problema e d'indurre negli introversi confusi o preda dell'alienazione normativa il riconoscimento e la valorizzazione della propria condizione.

Proprio mentre stavo scrivendo quest'articolo, ho letto su Internazionale (491, 6 giugno 2003) l'estratto di un articolo comparso su di una rivista statunitense. L'autore, Jonathan Rauch - un introverso che è riuscito a prendere coscienza della propria diversità e ad uscire allo scoperto - spezza con molto garbo e acume una lancia a favore della categoria cui appartiene, che egli ritiene pregiudicata, incompresa, oppressa e addirittura maltrattata dagli estroversi (sia pure incolpevolmente). Rauch si limita ad appellarsi agli estroversi perché si sforzino di capire gli inutili tormenti che impongono agli introversi. Forse si può fare qualcosa di più.

La proposta di una lega per la tutela dei diritti degli introversi può apparire bislacca. Se qualcuno però, dopo la lattura degli articoli del sito, pensa di appartenere a questa componente preziosa dell'umanità, potrebbe cominciare a aderire per via e-mail. Se son rose, fioriranno.

Giugno 2003