La catastrofe sfiorata


1.

A metà febbraio, ricevo un'e-mail il cui titolo è: Disperato bisogno di aiuto. Il testo (modificato solo nei dati che potrebbero permettere l'identificazione) è il seguente:

"Egregio Dottor ANEPETA,
sono il padre di Cristiano, un ragazzo che il 20 marzo compirà 18 anni e che frequenta il 4.o Liceo scientifico. Mio figlio il 21 gennaio scorso ha tentato il suicidio, si è salvato non so se per caso, per fortuna o per miracolo.

La motivazione scatenante e' stata il fatto che un compagno di scuola, figlio di un pregiudicato, lo minacciava e lo impauriva; per questo motivo aveva avuto anche un improvviso calo di rendimento scolastico, lui che era il primo della classe.

Cristiano e' stato ricoverato subito dopo il tentativo di suicidio per 15 giorni nell'ospedale generale di Viterbo, poi per tre settimane nella Clinica Universitaria Infantile di Roma in Via dei Sabelli, 108.

Adesso e' tornato a casa ed ha ripreso a frequentare la scuola.

Leggendo alcuni libri scritti da Lei, io e mia moglie ci siamo resi conto che nostro figlio è un introverso ed ha tutte le caratteristiche da Lei descritte, e d'altra parte anche io sono così.

Vogliamo evitare che nostro figlio entri nel vortice della farmacologia, che sarebbe la fine, e chiediamo disperatamente a Lei un aiuto perché invece Cristiano venga recuperato facendogli capire il suo modo di essere e di relazionarsi.

Chiediamo, quindi, se Lei si può occupare del nostro caso o se ci può indicare qualche suo collaboratore o qualche centro che segue i suoi metodi e le sue teorie.

Confidando disperatamente nel suo aiuto, invio distinti saluti."

Rimango ovviamente sorpreso, non per il fatto in sé e per sé, ma per l'atteggiamento esplicitamente antipsichiatrico del genitore e della sua capacità di ricondurre il dramma del figlio al suo essere introverso. "Anch'io sono così" significa che, in questo caso, l'identificazione e l'empatia funzionano.

Il vortice della farmacologia, di fatto, è già avviato. A Cristiano sono stati prescritti un neurolettico (Risperdal), uno stabilizzatore dell'umore (Depakin) e un antidepressivo (Entact). E' stata formulata la diagnosi di depressione atipica, la quale implica che, al di sotto della depressione, grave per via del comportamento suicidiario che essa ha indotto, potrebbe celarsi un processo morboso più serio: una schizofrenia, insomma. E d'altro canto, se un ragazzo di 18 anni, in seguito ad un contrasto con un coetaneo, giunge a tentare di togliersi la vita, come pensare che nel suo cervello non ci sia qualcosa che non va?

A vederlo, in effetti, Cristiano inquieta. Ha un'espressione cupa, quasi tragica, uno sguardo limpido e freddo. Dice poche parole, che suonano come un epitaffio: "La vita è troppo pesante, troppo dura, per me. Troppi sono i problemi da affrontare. Io non ce la faccio."

E' tornato a scuola, ma il rendimento è scarso, anche perché i farmaci lo intontiscono. E' l'unico effetto che hanno specifica. Era il primo della classe, ma adesso sicuramente perderà quota. Era già isolato e considerato strano dagli altri per via della riservatezza e della tendenza a stare chiuso in casa a studiare e a leggere, senza frequentare comitive. Adesso, ha sulle spalle il peso di un tentato suicidio, di un ricovero in clinica psichiatrica e del marchio di "malato di mente".

I genitori, che assistono al colloquio, sembrano meno spaventati e terrorizzati di quanto mi aspettassi. Sono persone semplici nei modi e nell'abbigliamento, ma dotate di un notevole acume, oltre che di una grande empatia.

Non credono che il figlio sia un malato di mente. Riconoscono che è un introverso, ma gli attribuiscono qualità rare e speciali. Cristiano, ai loro occhi, è intelligentissimo, buono, sensibile, generoso, ama la giustizia, odia la violenza e la sopraffazione, si interessa di filosofia e di religione.

Tutto vero, ma il problema è che Cristiano non è in grado di apprezzare queste qualità. Egli è ossessionato solo da un difetto, che lo fa vergognare di essere al mondo. Ha scoperto, infatti, sul campo, di essere un vigliacco, un codardo e un inetto. Affrontato provocatoriamente e in maniera arrogante dal compagno di classe, che, essendo tra i peggiori nel rendimento e di carattere piuttosto turbolento, lo vede come il fumo negli occhi in quanto primo della classe e "lecchino" (vale a dire corretto e rispettoso nei confronti dei docenti), egli, pur avvertendo una rabbia esplosiva in petto, è rimasto letteralmente bloccato, incapace persino di proferire una parola. E' addirittura sbiancato in volto, e ha avuto per qualche istante il timore di collassare.

Lo scontro è avvenuto in classe, nell'intervallo tra le lezioni. Tutti i compagni sono stati testimoni del fatto. Una vergogna infinita.

L'episodio è stato peraltro solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dalle scuole medie in poi Cristiano è convissuto con un senso di diversità, di stranezza e di estraneità rispetto ai coetanei. Proprio allora, quando gli altri, abbandonando l'habitus infantile, hanno cominciato ad essere turbolenti, "caciaroni", intraprendenti con l'altro sesso, intruppati di pomeriggio nelle comitive, Cristiano è stato letteralmente risucchiato dall'introversione. Ha sviluppato una passione per la cultura, molto al di là degli impegni scolastici, si è messo a studiare le religioni e a percorrere un suo tragitto filosofico, interrogandosi sulla condizione umana, sul mondo così com'è, su come dovrebbe essere, ecc.

Ha preso dolorosamente atto della violenza esistente nel mondo, interessandosi di politica, seguendo le vicissitudini delle guerre, dei conflitti internazionali. Si è chiesto a lungo perché gli uomini, anziché solidarizzare e vivere in pace, si scannano, ovviamente senza trovare risposta.

Ha sviluppato lentamente dentro di sé un senso di infinita solitudine, appena alleviato dal rapporto con i genitori con cui ha sempre potuto parlare di tutto. I suoi hanno sempre riconosciuto la sua superiore intelligenza, ma sono persone semplici e sagge, aperte al dialogo e niente affatto superficiali. Entrambi di sinistra, e di quella sinistra tradizionale e popolare che, anziché immergersi nelle sofisticazioni intellettuali dei progressisti radical-chic, testimonia i valori della sinistra attraverso una pratica di vita coerente e aliena al consumismo, all'egoismo, al culto dell'immmagine, ecc., essi hanno sempre capito i problemi del figlio, confortandolo però sul fatto che, nonostante il mondo sia quello che è, le persone oneste e di valore alla fine, come è accaduto a loro, possono trovare il modo di vivere significativamente e di rimanere fedeli a se stessi.

Certo, non sono riusciti a valutare il dramma di Cristiano, che vive interagendo con un contesto giovanile profondamente diverso da quello che loro hanno sperimentato all'epoca dell'adolescenza.

Cristiano odia la superficialità dei coetanei, non riesce a stare con loro più di un quarto d'ora perché parlano solo di donne, di calcio, di moto e di macchine, e intrattengono tra loro rapporti fondati sul prendersi in giro e sul tentativo di mettere l'altro in mutande.

Nonostante il conforto dei suoi, Cristiano, nel corso degli anni, ha cominciato a vivere la sua diversità come inesorabilmente aggettata su un orizzonte di solitudine radicale. Avrebbe accettato dignitosamente questo "destino", se non fosse intervenuta la circostanza che ha fatto traboccare il vaso.

2.

L'effetto dirompente sull'identità del conflitto non è difficile da spiegare. Cristiano riconosce senza difficoltà che, affrontato provocatoriamente e trattato con arroganza come una "mezza calzetta", egli ha avvertito repentinamente un tumulto di rabbia cieca. L'impulso a reagire e a colpire il rivale lo ha avvertito distintamente. Ciò nondimeno è rimasto ammutolito e bloccato e, sbiancando in volto, ha dato prova della sua vigliaccheria.

Nei giorni successivi, nel suo intimo, la rabbia e la vergogna si sono mescolate e alternate. Cristiano ha avvertito l'esigenza di riscattarsi dall'onta subita, di affrontare il compagno di classe e di dargli una lezione. Nella sua fantasia, la lezione doveva essere commisurata all'onta subita, quindi avrebbe dovuto esprimersi nel fare molto male all'altro. Pur coltivando questa fantasia, e alimentandola sino al punto di pensare che la giusta vendetta sarebbe stata quella di far fuori il compagno, egli però ha intuito che i suoi propositi non si sarebbero potuti realizzare per via della paura della reazione dell'altro. Doppiamente vigliacco, dunque, in quanto capace di odiare a morte e, allo stesso tempo, tremebondo come un coniglio.

E' inutile dire che, nelle notti insonni prima del tentato suicidio, la rabbia, crescendo di continuo, ha comportato l'identificazione nel rivale del rappresentante di tutti i prepotenti, gli arroganti e i violenti esistenti sulla faccia della terra. Eliminarlo dalla faccia della terra avrebbe dunque significato, oltre che un riscatto dall'onta subita, una sorta di punizione esemplare, di giustizia biblica atta a depurare il mondo.

Complementarmente a questa identificazione del rivale con il Male, è naturalmente scattata anche l'altra: l'identificazione di Cristiano con il Bene, con coloro che soffrono ingiustamente e sono oppressi dalla prepotenza e dalla violenza. Questa doppia identificazione ha comportato la necessità di separare e scindere definitivamente le due categorie incompatibili tra loro.

Cristiano è insomma caduto repentinamente nella trappola del vita mea, mors tua, che, urtando contro la sua incapacità di aggredire e di far male all'altro, si è trasformata nel mors mea, vita tua. Il tentato suicidio si è configurato infine come l'unica possibilità di sottrarsi ad un'esperienza invivibile senza far male all'altro. Certo, si può pensare, con Freud, che tentando di sopprimere se stesso egli intendesse sopprimere l'altro e che l'attentare alla sua vita abbia rappresentato anche l'inconscia punizione per la sua "cattiveria".

Queste finezze interpretative, però, lasciano il tempo che trovano.

E' un fatto che, nella mente di Cristiano, si è realizzato un corto-circuito che avrebbe potuto avere effetti fatali, sopravvenuto tra l'altro in conseguenza di una carriera di vita apparentemente normale, ma in realtà contrassegnata da una percezione di diversità radicale e di pena.

Sottolineo questo per non correre il rischio di riabilitare uno stereotipo antipsichiatrico secondo il quale il rapporto tra fattori ambientali e psicopatologia è di tipo lineare.

In realtà, come dimostra l'esperienza di Cristiano, tale rapporto è più complesso e mediato dalla soggettività. Senza avere alle spalle una lunga storia caratterizzata da un senso penoso di diversità, accentuatosi con l'adolescenza, il conflitto con il compagno di classe non avrebbe avuto l'effetto devastante che ha avuto. Tale effetto è da ricondurre poi ad una sorta di loop che si è prodotto nella mente di Cristiano, in conseguenza del quale il rivale, per un meccanismo di generalizzazione, è giunto a rappresentare il Male da estirpare ed egli si è sentito investito del ruolo di Giustiziere. La ritorsione della rabbia contro di sé attesta che Cristiano non avrebbe mai potuto eseguire una vendetta rituale. Imponendosi di eseguirla, si è dato la zappa sui piedi, andando incontro ad un acting-out suicidiario.

Non v'è dubbio, dunque, che, a seguito dell'umiliazione subita e della percezione della sua vigliaccheria, Cristiano abbia imboccato un tunnel psicopatologico, e che, nel momento in cui ha tentato il suicidio era fuori di sé.

Assumere però un cortocircuito psicopatologico come prova di una malattia mentale all'esordio piuttosto che come conseguenza di una lunga storia interiore comprensibile e rimediabile è un riduzionismo intollerabile.