La linea dura sulla droga (2)


1.

Nell'ottobre del 2003 fa scrissi un articolo sulla proposta di legge che AN, auspice Fini, stava preparando sulla droga, criticando un approccio scientificamente infondato e culturalmente mediocre al problema. Era chiaro fin da allora che la proposta, com'era già accaduto in passato con il Partito Socialista di Craxi, aveva un significato propagandistico. Dato che la microcriminalità, diffusa soprattutto nelle grandi città e nei quartieri popolari, riconosce una delle sue matrici elettive nel traffico delle droghe e nella necessità di molti consumatori di spacciarla per averne qualche dose gratis, e che i partiti di centro-destra hanno inserito nel loro programma la sicurezza dei cittadini come un punto fermo, la legge mirava solo a guadagnare qualche voto tra i benpensanti.

Anche se le vicissitudini della proposta di legge, che ha trovato qualche opposizione perfino all'interno dello schieramento di centro-destra, non sono riferibili immediatamente ad un calcolo politico, l'avere inserito un Decreto di legge nel pacchetto delle urgenze legislative da portare a termine in questo scorcio di legislatura sicuramente lo è .

La Lega Nord può vantare l'approvazione della legge sull'autonomia regionale, FI una pratica che ha arricchito i ricchi e, con i condoni, ha avallato la tendenza dei cittadini italiani a non tenere conto dell'interesse comune. AN si è distinta solo nel mettere il suo sigillo sulla legge per l'immigrazione, che prò non funziona. Aveva dunque bisogno di un fiore all'occhiello per presentarsi alle elezioni. Ora lo ha, anche se si tratta di un triste trofeo.

Il Decreto di legge, approvato dalla Camera il 7.3. 2006 con 307 voti, è in sostanza lo stralcio del disegno di legge governativo sulle tossicodipendenze all'esame del Senato da quasi due anni, che ripesca 22 articoli degli originari 106.

I punti essenziali del Decreto, su cui occorre soffermarsi, sono i seguenti.

Il primo riguarda l'abolizione della differenziazione tra droghe leggere e pesanti. A tal fine gli stupefacenti sono raccolti in due tabelle A e B -, la prima delle quali elenca le droghe propriamente dette, che, assunte "voluttuariamente", sono capaci di determinare una tossicodipendenza; la seconda, suddivisa in varie sezioni, i medicinali contenenti principi attivi che possono indurre assuefazione e dipendenza.

Nella prima tabella risultano inserita, con le foglie di coca, la cocaina, la morfina, l'eroina, l'LSD, l'oppio, la psilocibyna, ecc., tutti i preparati attivi della Cannabis (hashish, marijuana, olio, resina, foglie e infiorescenze). Nella seconda tabella sono presenti, con altri farmaci, gran parte delle benzodiazepine (ansiolitici) di uso corrente, per il cui uso si richiede una prescrizione medica.

Le tabelle sono poco o punto confutabili sotto il profilo chimico. Si potrebbe eccepire che in esse mancano le droghe più diffuse e più pericolose per la salute l'alcol e il tabacco -, ma è evidete il significato di questa omissione. Si tratta di droghe legali, culturalmente accettate, largamente diffuse, che assicurano ampi margini di guadagno ai produttori e allo Stato.

Gli effetti chimici delle sostanze stupefacenti non andrebbero però confusi con l'uso reale che se ne fa, equiparabile ad una sperimentazione di massa. Tenendo conto di questo, mettere nella stessa tabella l'eroina, che risucchia nella tossico-dipendenza nove persone su dieci che hanno occasione di usarla, e la cannabis, per la quale il rapporto si inverte, è un'assurdità.

Come ogni assurdità anche questa, naturalmente, ha un senso, che va ricondotto all'avversione delle forze di centro-destra per la cultura alternativa giovanile che, dagli anni '70 in poi, ha fatto leva sull'uso delle droghe per esprimere la sua ribellioe nei confronti del sistema e delle sue istanze di normalizzazione. Tale cultura è in disarmo, e sopravvive solo, stentatamente, nei centri sociali. Gran parte dei giovani che fumano hashish esprimono, di certo, un dissenso nei confronti dello status quo, ma, tranne rari casi, si tratta di un dissenso inconscio, "qualunquistico", non organizzato né culturalmente né politicamente.

Il problema vero sarebbe quello di interpretare questo dissenso, che, per quanto riguarda il consuno di hashish, convolge non meno del 30-40% della poplazione giovanile, e di dare ad esso modo di scorrere entro canali più propri. Il centro-destra preferisce invece reprimerlo e criminalizzarlo, in nome appunto del nesso di continuità che esso intrattiene con la contestazione govanile degli anni '70.

è stato già da più parti rilevato che un orientamento repressivo riguardo alle droghe può essere pericoloso e controproducente. Ponendo sullo stesso piano l'eroina, la cocaina, gli acidi per un verso e l'hashish per un altro, e prevedendo la stessa pena per chi detiene dosi di droga che possono far pensare allo spaccio, si sollecitano non solo gli spacciatori a deidcarsi al traffico delle droghe "dure", che assicurano margini di profitto più elevati. Potenzialmente, si incentiva anche, a livello giovanile, il passaggio dalle droghe leggere a quelle pesanti, dato che il rischio penale è lo stesso.

è difficile pensare che gli esperti e i politici non abbiano riflettuto su questi problemi. è un fatto che, per motivi meramente ideologici e propagandistici, essi hanno preferito imboccare la via della repressione.

2.

Ciò è avvenuto anche sulla base di un duplice intento, esplicitato nel Decreto di legge.

Per un verso, infatti, esso pretende di tutelare i giovani anche da se stessi. Se risultano solo consumatori, infatti, la prima volta possono scampare alla sanzione penale, ma subiscono un richiamo da parte del Prefetto a non usare più la droga; se recidivano nel consumo, possono essere assoggettati a vari provvedimenti limitativi della libertà /ritiro del motorino, della patente, ecc.) e essere costretti a seguire un tragitto rieducativo e riabilitativo.

Questo intento protettivo sorprende non poco, perché esso appare del tutto avulso da una programmazione sociale inesistente a livello giovanile. Se un ragazzo abbandona la scuola, casomai dopo la terza media, nessuno si interessa di lui e della sua sorte. Può stare in casa, ciondolare per il quartiere, bivaccare in una sala giochi. è libero di farlo, di sprecare il suo tempo in un periodo di formazione della personalità, se la famiglia glielo consente. Solo se egli fuma uno spinello, e viene "pizzicato" dalle forze dell'ordine, l'interesse dello Stato nei suoi confronti si risveglia.

Il secondo intento è quello di operare una distinzione netta tra consumatore e spacciatore, che consenta di portare avanti la lotta contro lo spaccio con estrema durezza. Tale intento viene perseguito attraverso l'introduzione, tra i parametri di valutazione, di quello quantitativo del principio attivo delle sostanze stupefacenti, che verrà ulteriormente definito da un decreto del ministro della salute. Il valore soglia diviene pertanto uno degli elementi cardine della presunzione relativa di responsabilità penale In pratica, per andare esente da punizione, l'interessato è tenuto ad assolvere ad un rigoroso onere di presentazione di elementi giustificativi. Tale onere diventerà più rigoroso da assolvere quanto maggiore è il quantitativo (superiore ai valori soglia) detenuto.

Il valore soglia costituirà anche il criterio per la valutazione del fatto di lieve entità: infatti per valori inferiori al limite della "dose soglia" viene previsto un sistema amministrativo sanzionatorio che dovrebbe rappresentare un deterrente per contrastare l'uso delle sostanze stupefacenti: si va dall'ammonimento del prefetto alla sospensione della patente di guida, a quella del porto d'armi o a quella del passaporto. La detenzione per uso esclusivamente personale viene quindi tollerata, senza più però la possibilità di riserva o di accumulo, dato che lo stesso uso viene considerato pericoloso per la salute individuale del consumatore con il rischio di una possibile cessione a terzi.

Quanto c'è di aberrante in tutto questo è ovvio. Metto da parte, in quanto sub judice, il problema di un Decreto di legge che sancisce pene pesanti per un reato flessibile, che, elevando o abbassando il parametro della dose, modificherà, ad arbitrio del ministro della salute, la soglia dell'imputabilità. Si tratta di un ulteriore monstrum giuridico partorito dal governo.

Pure stigmatizzando in maniera insopportabilmente moralistica l'uso personale, il Decreto di legge mira a stabilire un netto confine tra consumatore e spacciatore, al di qua del quale si dà una certa tolleranza, mentre al di là scatta la repressione, con pene detentive che vanno dai sei ai venti anni. Tutti sanno che i grandi narcotrafficanti, che operano a livello internazionale e il cui denaro, riciclato, è indispensabile all'economia capitalistica, dacché impingua le banche e la borsa, sono al riparo dai fulmini della legge. Tutti sanno che il mercato al dettaglio della droga è dovuto in massima parte a consumatori che spacciano per procurarsi le dosi di cui hanno bisogno.

Posto ciò, è chiaro che il Decreto, se applicato rigorosamente a livello giovanile, comporterà una catastrofe giudiziaria e una discriminazione sociale (ulteriore). Già oggi i consumatori-spacciatori delle periferie urbane, che riforniscono anche i rampolli delle classi agiate, corrono un rischio molto maggiore, perché, nel caso di un processo, non possono investire nella difesa le somme ingenti in virtù delle quali le famiglie "perbene" riescono comunque a cavare d'impaccio i figli. A quale livello sociale, duque, inciderà la repressione? E il ritrovarsi di alcuni giovani già socialmente precari con la fedina penale sporca in quale misura incentiverà il loro reinserimento e non favorirà piuttosto il viraggio definitivo verso la criminalità?

3.

Al bastone della repressione corrisponde la carota della riabilitazione e del recupero. Da questo punto di vista, il Decreto comporta almeno due novità.

La prima è l'equiparazione sul piano assistenziale dei servizi pubblici già esistenti presso le unità sanitarie locali (SERT) e delle strutture private espressamente autorizzate.

Si tratta di un provvedimento realistico, che nuove dalla constatazione dell'insufficienza dei Sert (che ormai sono divenuti, in massima parte, "spacciatori" di metadone) e della maggiore incisività delle strutture private.

Certo, si potrebbe obiettare che il provvedimento apre la strada all'estensione dell'equiparazioe tra pubblico e privato a tutta la sanità, come è negli intenti del governo. Sarebbe però un'obiezione ideologica. è un fatto che i Sert non funzionano, e che, data la disaffezione di gran parte degli operatori, che si ritrovano a lavorare in essi per caso e non per scelta, un loro ulteriore potenziamento, significherebbe gettar denaro dalla finestra.

è giusto, anche se doloroso, riconoscere che le strutture private (eccezion fatta per S. Patrignano, la cui gestione è discutibile) si sono mosse sul terreno della tossicodipendenza con notevole efficacia e sensibilità umana. Ma è un fatto che giustifica la loro equiparazione alle strutture pubbliche.

La necessità di un ampliamento della rete dei servizi di riabilitazione è , peraltro, necessaria in rapporto all'altra novità: l'insistenza sulla riabilitazione del tossicodipendente, sottolineata dal concedere ad esso un maggior accesso alle misure alternative al carcere..

La condizione è che il tossicodipendente detenuto o in libertà in attesa di giudizio o agli arresti domiciliari abbia in corso o intenda sottoporsi ad un programma terapeutico e socio riabilitativo: se detenuto, fa istanza di sospensione della pena al magistrato di sorveglianza il quale ordina la scarcerazione e l'applicazione della misura provvisoria, nel caso in cui l'istanza è ammissibile, c'è grave pregiudizio per la protrazione della detenzione e non c'è pericolo di fuga; se in libertà o agli arresti domiciliari, fa istanza al PM che, se ammissibile, sospende l'emissione o esecuzione dell'ordine di carcerazione.

Il maggiore accesso alle misure alternative al carcere si ottiene con l'elevazione del limite di pena a sei anni (dai quattro attuali) per la concessione del beneficio della sospensione della pena stessa: si evita che il tossicodipendente condannato, una volta eseguito positivamente un programma terapeutico in comunità, sia costretto a rientrare in carcere per espiare il residuo di pena e vanificare così il percorso di recupero.

In sé e per sé, queste novità sono positive. è la loro somma, valutata criticamente, che diventa negativa perché essa attesta, come accennato, che lo Stato si mobilita nei confronti dei giovani solo allorché essi, perdendosi nel albirinto dei paradisi artificiali, diventano cittadini da processare e/o proteggere, curare, riabilitare.

A molteplici livelli, il nostro sistema sociale appare ben poco efficiente sul piano della prevenzione dei problemi e, almeno formalmente, efficiente su quello dell'intervento ex-post, quando essi si sono realizzati.

Il Decreto di legge sulla droga sembra confermare questo orientamento di fondo. è probabile che, nel determinarlo, incidano vari fattori di ordine culturale, tra cui anche una certa incompetenza e superficialità nell'analisi. Tenendo conto del budget necessario per assicurare alle strutture private parità di intervento nell'ambito del recupero e della riabilitazione dei tossicodipendenti, non si può escludere neppure qualche non trasparente interesse economico.

4.

Una valutazione complessiva del decreto in questione discende dalle considerazioni fatte. Non è superfluo però aggiungere che esso attesta anche una certa banalità pregiudiziale del governo di centro-destra nei confronti di quella fascia del mondo giovanile coinvolta nel consumo della droga.

Ciò che ho scritto più volte per i fenomeni di disagio psichico, vale a maggior ragione per l'area della tossicodipendenza. Un fenomeno che assume una configurazione sociologica, investendo una percentuale rilevante di giovani (più di quanto dicano le statistiche ufficiali), non può essere ricondotto ad una somma di casi individuali, alla suggestione del provare la droga, all'offerta di mercato, all'imitazione, a motivazioni voluttuarie, ecc. Esso richiede una spiegazione più articolata, più profonda, più generale.

Se si mette da parte la vexata quaestio della mancanza di valori (che non si sa bene che cosa significhi), quello che viene immediatamente da pensare è che per molti giovani abbiano essi alle spalle un'esperienza familiare e sociale confortevole o difficile e frustrante la vita, nel momento in cui si affacciano ad essa per effetto di una spinta temporale che li costringe ad orientarsi verso l'assuzione di una responsabilità adulta, appare piuttosto come un tunnel grigio e abitudinario che non come una sfida che può avere senso e può essere affrontata con una qualche passione.

Si tratta, secondo alcuni, di ragazzi viziati, abituati ad avere tutto, che vorrebbero ritrovarsi magicamente felici senza impegnarsi e sforzarsi, per i quali il ricorso alla droga equivale ad imboccare una facile (per quanto drammatica) scorciatoia. Se ciò fosse vero, sarebbe comunque in gioco una programmazione sociale sbagliata dell'allevamento e dell'educazione delle giovani generazioni. Ma non è così. La realtà è che il mondo, visto con gli occhi dei giovani (o almeno di parecchi di essi) è più brutto di quanto possa apparire a quello degli adulti, che sono assuefatti. C'è il rischio che i primi abbiano ragione, e che la legge che vuole spingerli ad adattarsi al mondo così com'è ne rappresenti una conferma.