L'ottica miope delle Neuroscienze


Sotto il nome di neuroscienze si raccolgono oggi tutta una serie di discipline (neurogenetica, neurochimica, neuroanatomia, neurofisiologia, neuropatologia, neuroradiologia, neuropsicologia, ecc.) il cui obbiettivo ultimo è una conoscenza sempre più profonda della struttura e delle funzioni del cervello. Tale conoscenza ha due fini. Il primo, di ordine terapeutico, si fonda sul presupposto per cui quella conoscenza potrà permettere di sviluppare nuovi metodi di cura per le malattie cerebrali. Il secondo, di ordine teorico, è rivolto a penetrare i segreti di come funziona un organo che differenzia l'uomo da tutti gli altri animali, vale a dire i segreti inerenti l'essere coscienti, l'essere dotati di una consapevolezza di sé, il pensiero, la memoria, il linguaggio, le emozioni, ecc.

Nonostante gli indubbi risultati finora raggiunti dalle singole discipline, tutti gli specialisti concordano sul fatto che i risultati sono ancora ben lontani dalle aspettative. Gli ultimi dieci anni del secolo scorso in particolare sono stati deludenti. Essi infatti si sono inaugurati all'insegna del decennio del cervello e hanno comportato, in tutti i paesi sviluppati, rilevanti investimenti nell'ambito delle neuroscienze. L'aspettativa era di arrivare a penetrare tutti i segreti del cervello, ma questo non è avvenuto. La complessità della struttura e delle funzioni di un organo che coinvolge all'incirca cento miliardi di neuroni, tra i quali si dà un intrico fittissimo di collegamenti, e che tra l'altro è immerso in un brodo chimico al quale partecipano centinaia di molecole biochimiche, è risultata maggiore di quanto si prevedesse. La ricerca continua e la speranza di venire a capo del rebus persiste.

In questa sezione, nei limiti in cui è possibile, si darà conto degli sviluppi delle neuroscienze. E' importante però preliminarmente avanzare delle critiche sul progetto che viene perseguito. Tali critiche vertono su due aspetti del progetto stesso che sembrano attestare una sorta di miopia dei ricercatori o dell'ideologia cui essi fanno riferimento. L'ostacolo non è di poco conto dato che la teoria, che è l'obbiettivo ultimo della pratica scientifica, è imparentata etimologicamente con la visione (chiara e distinta).

Il primo aspetto verte sull'arbitraria assunzione delle malattie mentali come processi morbosi la cui causalità primaria è e non può essere che di ordine biologico: genetico, biochimico e/o strutturale. Quest'ipotesi, che la psichiatria tradizionale ottocentesca ha proposto in rapporto alla schizofrenia e alla psicosi maniaco-depressiva semplicemente in conseguenza dell'irrazionalità e l'incomprensibilità dei sintomi psichiatrici, è stata estesa dalla neopsichiatria a tutto l'ambito del disagio pischico. Tale estensione si fonda sulla stessa logica, banalmente realistica, che ha dominato la psichiatria tradizionale, articolata in maniera tale da indurre ad assegnare un'origine morbosa non solo ai sintomi clamorosamente abnormi (come le allucinazioni, i deliri, ecc.) ma a tutti i sintomi non immediatamente interpretabili nei termini del senso comune. In pratica, dato un paziente che ha degli attacchi di panico, la convinzione ipocondriaca di essere affetto da un tumore, una depressione che lo porta a sentirsi finito, ecc., se si esclude che si diano circostanze reali che giustifichino il panico (per es. un terremoto), l'ipocondria (per es. la positività dei markers tumorali), la depressione (per es. un lutto grave, un incidente traumatico invalidante, una catastrofe economica), si giunge alla conclusione che qualcosa nel cervello del soggetto non funziona.

Sull'onda di questo criterio, l'ansia, le fobie, le ossessioni, la depressione, l'eccitamento maniacale, i deliri sono stati connotati dalla neopsichiatria come sintomi di una disfunzione del cervello. Le neuroscienze hanno acquisito dalla neopsichiatria questo paradigma, e di conseguenza si sforzano di cercare, con le varie tecniche di cui dispongono, prove a favore i esso. Si tratta di un vicolo cieco. Se è vero infatti che, oggi, non si può dubitare che ci sia una qualche corrispondenza tra stati cerebrali e stati mentali, per cui, per esempio, anche alla più semplice forma di ansia debba fare riscontro un'attivazione dei centri emozionali, ritenere che siano gli stati cerebrali a determinare quelli mentali è arbitrario e ridicolo. Applicata alla vita quotidiana, l'ipotesi porterebbe, per esempio, a sostenere che in questo istante non so battendo le dita sulla tastiera per esprimere il mio pensiero, ma perché le aree motorie del mio cervello che regolano i movimenti delle dita si sono attivate.

La corrispondenza tra stati cerebrali e stati mentali è fuori di dubbio per chi non accetta ipotesi spiritualiste. Essa però comporta il problema di capire quali sono i nessi interattivi e reciproci tra gli uni e gli altri, senza escludere, in rapporto ai disagi psichici, la possibilità che stati mentali inconsci possano determinare stati mentali cerebrali che si esprimono a livello cosciente sotto forma di fenomeni che la coscienza decodifica come sintomi. L'ipotesi psicosomatica è accreditata, tra l'altro, da numerosi dati ricavati dalla pratica psicoterapeutica: quando essa funziona si vede in vivo che l'elaborazione e l'integrazione nella coscienza di alcuni vissuti profondi determina la scomparsa dell'ansia, del panico, delle ossessioni, delle fobie, della depressione e delle allucinazioni.

Le neuroscienze sarebbero di sicuro più obbiettive se tenessero conto di questa ipotesi e non insistessero ciecamente a verificare solo quella somatopsichica, la quale finora non ha fornito alcuna prova ma solo indizi, incostanti, di correlazioni tra stati cerebrali e stati mentali che possono essere interpretate biunivocamente.

L'ipotesi psicosomatica pone però un problema di grande portata. Esclusa l'esistenza dell'anima o di un homunculus che governa il cervello, c'è da chiedersi come gli stati mentali, vale a dire i contenuti psichici possano interagire con il substrato cerebrale. Il problema si collega all'altro aspetto indagato a vuoto dalle neuroscienze: l'affiorare, a partire dall'attività di un organo nel quale avvengono solo trasmissioni di impulsi, di fenomeni complessi come la coscienza, l'autoconsapevolezza, il pensiero, il linguaggio, la memoria.

I neuroscienziati sono fermi ad un dibattito, che ormai ha più di cinquant'anni, tra localizzazionisti e olisti. I primi sostengono che le funzioni psichiche coinvolgono ciascuna centri o aree cerebrali differenziabili e identificabili con tecniche neuroradiologiche. Scrive, per esempio, un localizzazionista:"Ora anche le azioni più astratte, come provare desiderio sessuale o leggere un libro, si possono "vedere" in diretta sul monitor di un computer, con aree diverse del cervello che si illuminano a seconda di cosa sta facendo il soggetto. Persino le nostre esperienze mistiche possono essere osservate e analizzate scientificamente." Dipende da quello che s'intende per scienza. Vedere in diretta l'attivazione di determinate aree cerebrali in corrispondenza di attività del soggetto a cui corrispondono determinati contenuti psichici conferma solo che cervello e mente sono le due facce di una stessa medaglia. Il ricercatore, posto che sia esperto della correlazione tra stati cerebrali e stati mentali, può solo dire che un soggetto sta leggendo un libro. Non potrà mai dire che cosa scorre nella mente del soggetto né tantomeno che cosa egli pensa o sente.

I globalisti oppongono ai localizzazionisti sensatamente questa obiezione. Le tecniche neuroradiologiche fanno vedere di fatto come il cervello lavora, ma esse non riescono a colmare la distanza che c'è tra il funzionamento dei neuroni e il loro prodotto finale: l'esperienza cosciente vissuta da un qualunque soggetto. Le funzioni cerebrali non spiegano in particolare la coscienza, vale a dire quel quid in virtù del quale ogni soggetto sente, pensa e agisce ed è consapevole di sentire, pensare ed agire. Dice un globalista:"In alcuni casi la corrispondenza tra struttura e funzione è dimostrata, ma quanto più ci allontaniamo dalle funzioni primarie (vista, movimento, tatto) tanto più le cose si complicano. Se, per esempio, vogliamo capire cosa sono il pensiero o l'intelligenza è fondamentale considerare il cervello nel suo insieme." E' giusto e, in una certa misura ovvio, ma dove si arriva per questa via? A considerare la coscienza una qualità che emerge in virtù della complessità strutturale del cervello. Oltre non si va.

C'è un difetto di fondo nelle neuroscienze quando esse affrontano il problema delle funzioni psichiche superiori: quello di considerarle espressive dell'attività di un cervello isolato. Si tratta di un difetto sorprendente se si tiene conto del fatto che molti neuroscienziati sono convinti che il salto dall'attività mentale degli animali superiori a quella umana sia dovuta al linguaggio. Certo, ogni uomo è dotato della capacità di apprendere una lingua e di usarla per esprimere i suoi contenuti psichici, casomai anche creativamente. Ma questa potenzialità in tanto si realizza e consente di parlare in quanto il soggetto è immerso in un ambiente sociale. Abbandonato a se stesso, un infante non sviluppa alcuna funzione psichica superiore rispetto agli animali.

Si dirà: il linguaggio è trasmesso attraverso la catena delle generazioni, ma all'inizio qualcuno deve averlo "inventato". E' ovvio, ma l'invenzione non è riconducibile ad un uomo ma ad un gruppo di uomini. Il linguaggio è una convenzione sociale, postula l'accordo di più persone nell'assegnare ad un determinato significante un determinato significato. Il linguaggio è dunque una funzione che emerge non solo dalla complessità strutturale di un organo ma anche in conseguenza di un'esperienza sociale.

Sembra una banalità, e invece è un nodo di fondo epistemologico. Un cervello isolato, quello a cui fanno riferimento i neuroscienziati per risolvere il problema delle funzioni psichiche superiori, è un'astrazione: non esiste, e se esistesse sarebbe un cervello dotato di potenzialità inespresse e, forse, atrofizzate. Un cervello strutturalmente umano, ma funzionalmente infraumano.

Il misteri della coscienza, del linguaggio, del pensiero, delle emozioni, della memoria non potranno mai essere risolti prescindendo dall'esperienza sociale e da quella culturale. Chiedersi quali aree cerebrali attivate abbiano prodotto i versi di Dante è un non senso. Quei versi di fatto sono il prodotto di un cervello dotato di un'attitudine particolare nella manipolazione dei simboli, ma essi non sarebbero esistiti se Dante fosse nato tra gli indiani dell'Amazzonia e non sarebbero quelli che sono se egli non avesse avuto alle spalle una tradizione letteraria e non fosse vissuto immerso in un contesto specifico storico-culturale. Ciò non significa cadere nel determinismo ambientale: in quello stesso contesto sono vissute tante altre persone che non hanno scritto la Divina Commedia. Serve solo a sancire che, quali che siano le diverse potenzialità dei cervelli, il loro funzionamento postula ed è in una qualche misura influenzato dalla vita sociale.

Questo assunto ovviamente non risolve quei misteri. Li pone semplicemente nei termini giusti per cui essi possano essere risolti. La coscienza e le funzioni psichiche superiori non affiorano dalla complessità strutturale del cervello ma dall'interazione del cervello con altri cervelli e, forse, dallo sforzo e dalla necessità sociale di comunicare. Il cervello isolato delle neuroscienze non esiste: esistono solo soggetti interagenti tra di loro, la cui attività mentale s'intreccia indissolubilmente. E forse non è assurdo dire che la coscienza è anzitutto coscienza dell'altro e/o della relazione tra io e altro.