L'ultimo scandalo borsistico e una nota su Marx

1.

Molti analisti danno per scontato che negli Stati Uniti la fase recessiva sia terminata e la ripresa economica si sia avviata. Pochi dubitano che si tratti di una ripresa destinata a durare, dovuta sostanzialmente al bassissimo costo del denaro, che consente ai cittadini di continuare a indebitarsi senza grosse preoccupazioni, e ai tagli fiscali dell'Amministrazione Bush, che hanno consentito, particolarmente alle famiglie di ceto medio-alto, di recuperare una quota delle tasse già versate e di trattenere nelle loro tasche i capital-gains. L'indice economico che giustifica l'ottimismo degli uni è la ripresa degli investimenti di beni capitali, i beni intermedi che permettono la produzione di beni di consumo. Se le società acquistano questi beni, è evidente che esse puntano su di un'espansione della domanda. Il circolo virtuoso tra offerta e domanda si sarebbe dunque di nuovo innescato. L'indice che giustifica, viceversa, il pessimismo degli altri concerne l'occupazione che, se non continua a diminuire, non accenna neppure a crescere. Questo può significare due cose: primo, che la ripresa è più apparente che reale, dovuta cioè all'enorme massa di liquidità immessa sul mercato; secondo, che l'aumento della produttività, che avviene nel corso di ogni crisi come premessa del suo superamento, è destinato a sancire, negli Stati Uniti, un nuovo tasso di disoccupazione fisiologica intorno a quello attuale, che è del 6%. Non si capisce quale di queste due propettive sia più preoccupante. Se la ripresa è apparente, essa verrà qiuasi di certo meno dopo le elezioni presidenz<iali dell'anno prossimo, e il mondo intero, che è al traino della locomotiva americana, continuerà a stare in recessione. Se la disoccupazione fisiologica negli Stati Uniti si stabilizza sul 6%, ciò rappresenterebbe un'ulteriore prova che che il sistema capitalistico si sviluppa comprimendo progressivamente l'offerta di lavoro, determinando cioè uno spreco crescente del capitale umano.

Solo il futuro prossimo permetterà di capire come stanno veramente le cose. E' importante tenere conto però che, nell'ambito dell'economia, i fattori psicologici hanno ormai un'importanza che non è certo minore rispetto a quelli strettamente economici. Ciò riguarda non solo le aspettative, ottimistiche o pessimistiche, dei soggetti, ma soprattutto il loro grado di fiducia nella trasparenza del sistema economico cui partecipano.

Ora, è noto a tutti che gli scandali che hanno investito la Borsa statunitense, danneggiando pesantemente i piccoli risparmiatori, hanno inciso profondamente nella psicologia degli investitori americani; di quelli almeno che possono permettersi di investire, considerando che 40 milioni di cittadini statunitensi sono poveri. Il pericolo di una disaffezione dei piccoli risparmiatori rispetto alla Borsa, che rappresentano lo zoccolo duro del sistema creditizio di cui hanno bisogno le società, è stato percepito. Dopo lo scandalo della Enron e della World.com sono state messe in atto tutta una serie di azioni (anche penali), di leggi (per es. sul falso di bilancio) e di provvedimenti atti ad assicurare la trasparenza e la correttezza della Borsa, degli Istituti bancari e dei mediatori finanziari , vale a dire i gestori dei fondi d'investimento. Come sempre accade in circostanze analoghe, l'effetto di tutti questi interventi è stato quello di far trasparire anzitutto quanto di marcio c'è nel sistema economico statunitense, che è il più rigorosamente fedele ai principi del capitalismo. Molte società hanno dovuto rapidamente rivedere i loro bilanci, e alcune di esse sono sotto inchiesta. Imponente è il numero degli istituti bancari attualmente indagati. I Fondi d'investimento, l'approdo più sicuro per i risparmiatori, che coinvolge negli Stati Uniti ben 70 milioni di cittadini, sono sembrati fino a poco tempo fa immuni da frodi, tant'è che molti azionisti hanno smistato verso di loro i risparmi. Anche questa isola felice, però, di recente, è entrata nell'ochhio del ciclone della magistratura.

2.

Il procuratore generale di New York, Eliot Spitzer, ha infatti avviato un'inchiesta sulle modalità di gestione dei Fondi d'investimento, che rischia di estendersi a macchia d'olio, tant'è che egli ha affermato, prevedendo un considerevole numero di processi, che "qui non si tratta di qualche mela marcia, qui è marcio tutto".

Che cosa ha scoperto Spitzer, demolendo il mito dell'investimento tradizionalmente rietnuto il più sicuro e sul quale puntano numerosi cittadini americani per assicurarsi la pensione?

Per capirlo, occorre appena un minimo di nozioni tecniche. I fondi d'investimento sono istituti d'intermediazione finanziaria che raccolgono il denaro dei risparmiatori e lo investono in pacchetti di azioni e obbligazioni emesse da società e di titoli del debito pubblico, diversificati in maniera tale da ridurre al minimo i rischi. Questo tipo di investimento comporta competenze che vanno al di là di quelle del cittadino medio. Questo è il motivo per cui i risparmiatori che non hanno intenti speculativi, e non vogliono correre troppi rischi sul mercato azionario, si affidano ai gestori dei fondi, riconoscendo anche loro il diritto ad un compenso. Essi insomma si limitano ad acquistare quote di fondi e, per il resto, stanno tranquilli sul loro rendimento futuro, che è assicurato nonostante episodiche fluttuazioni.

L'investimento in fondi è dunque, a differenza di quello azionario, un investimento a lungo termine. Il valore dei pacchetti però, in conseguenza dei titoli che li compongono, e ovviamente soprattutto delle azioni, può fluttuare di minuto in minuto. Per agevolare l'acquito e la vendita delle quote, l'istituzione statunitense che vigila sulla Borsa (Sec) ha definito una regola secondo la quale il prezzo del fondo viene stabilito ogni giorno alla chiusura della Borsa di New York, vale a dire alle quattro del pomeriggio. In conseguenza di questa regola, gli ordini di acquisto e di vendita pervenuti entro quell'ora vengono eseguiti a quel prezzo, mentre quelli pervenuti successivamente sono eseguiti al prezzo del giorno dopo. La regola rende trasparente il mercato dei fondi, nel senso che ogni investitore sa con certezza a quale prezzo acquista e a quale vende. La trasparenza però si fonda sul fatto che, al di là di previsioni che i gestori fanno costantemente, nessuno sappia con estrema probabilità quello che accadrà il giorno dopo.

Che cosa ha scoperto il Procuratore Spitzer? Semplicemente che quella regola veniva spesso violata. Ai grossi investitori veniva infatti concesso di piazzare degli ordini dopo la chiusura della Borsa usufruendo del prezzo del giorno corrente. Quale vantaggio ne derivava? Semplicemente il vantaggio di poter utilizzare nei loro ordini le notizie che le aziende diffondono quotidianamente dopo la chiusura della Borsa: per esempio, acquistare al prezzo del giorno corrente quote di fondi che, nel loro pacchetto azionario, comportano titoli di società le cui infromazioni lasciano prevedere con certezza un aumento del loro valore il giorno dopo. Il che significa, in pratica, un guadagno sicuro.

La giurisprudenza americana definisce questo reato "late trading", cioè contrattazioni dopo la chiusura.

Ma non basta. Le fluttuazioni azionarie, che si riflettono nel valore dei fondi, sono continue. Per guadagnare veramente attraverso il "late trading", occorre acquistare e vendere quote di fondi con estrema rapidità. Sulla carta ciò non sarebbe possibile perché la maggior parte dei fondi proibiscono queste operazioni (definite "mordi e fuggi") anche a mercato aperto. Spitzer però ha scoperto che, in barba al loro statuto, anche queste operazioni venivano concesse ai grandi investitori.

A questi, infine, veniva attribuito un altro privilegio. Essi venivano informati anticipatamente sui grandi acquisti di titoli che i fondi avrebbero effettuato, ai quali corrsponde inesorabilmente un aumento del loro valore. Al "late trading" si è così aggiunto l'"insider trading".

Perché i gestori attribuivano ai grandi investitori tali privilegi? E' ovvio: per dividere con essi i guadagni.

Lo scandalo ha coinvolto finora 88 fondi e la lista sembra destinata ad aumentare.

Perché scandalizzarsi dell'inesauribile "auri sacra fames" dei ricchi, che pretendono che il loro denaro renda più di quello che rende ai comuni cittadini, e dei managers (i gestori dei fondi), non sazi ecidentemente dei loro più che lauti gudagni? Perché temere che questo scandalo possa incidere negativamente sull'economia statunitense, e quindi su quella mondiale? I motivi sono due.

Il primo è che in Borsa - circostanza che viene solitamente rimossa - se qualcuno guadagna, qualcun altro ci rimette. Di fatto, anche se il bilancio è ancora incerto, si calcola che il "late trading" abbia inflitto perdite di 5 miliardi di dollaro l'anno ai piccoli risparmiatori. Si è verificato insomma un ulteriore trasferimento di denaro dalle tasche dei meno abbienti a quelle dei ricchi. Niente di clamoroso, se si tiene conto dell'enorme trasferimento di ricchezza avvenuto in seguito alla crisi della Borsa, valutabile in decine di migliaia di miliardi di dollari, e del fatto che i fondi amministrano 7000 miliardi di dollari. Ma tanto è bastato a riaprire, nei piccoli investitori, la piaga ancora non cicatrizzata dell'esproprio subito in precedenza, e a riattivare una diffidenza estrema nei confronti della Borsa, che si è già tradotta in numerosi casi di dismissione del portafoglio. Se l'estendersi dell'inchiesta dovesse confermare che, nonostante i provvedimenti presi, il "marcio" è ancora diffuso, la fuga dei risparmiatori potrebbe diventare vertiginosa. Dato, inoltre, che i fondi comuni detengono il 23% di tutte le azioni quotate in America, quella fuga vanificherebbe la ripresa dell'economia.

Il secondo motivo è che, se negli Stati Uniti i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge, in ambito finanziario i più ricchi non rinunciano a rivendicare il diritto di essere privilegiati riapetto ai piccoli investitori, e questo diritto lo rivendicano anche in violazione delle leggi vigenti. Se questa consapevolezza dovesse estendersi a tutta la popolazione, non sarebbe solo la Borsa a soffrirne, ma l'intero sistema socio-politico. Ho già scritto che la classe media statunitense - soprattutto la piccola borghesia - comincia a dubitare che il sogno americano, incentrato sulla meritocrazia, sia del tutto fondato. Fenomeni come quello del "late trading" potrebbero trasformare quel dubbio nella certezza che il sistema avvantaggia i più ricchi a danno dei meno ricchi. Questa certezza incrementerebbe la crisi della classe media di cui ho parlato in un precedente articolo.

Quello che accadrà è prevedibile. I processi si faranno, perché la giustizia americana è inflessibile, i piccoli risparmiatori saranno, almeno in parte risarciti, si varerà qualche nuovo strumento di controllo (dato che le leggi e le regole già ci sono) per assicurare una maggiore trasparenza nella gestione dei fondi, e la giostra si riavvierà, all'insegna del motto per cui il capitalismo è un sistema non immune da pecche, ma infinitamente correggibile. E' vero: rimane però il problema di capire come mai più si sviluppa, più diviene scorretto.

3.

La risposta al problema la fornisce al solito il buon vecchio Marx, che pure alla Borsa ha dedicato appena pochi cenni, dato che, all'epoca, essa aveva un peso del tutto relativo nell'ambito di un'economia dominata ancora dai capitali privati. Tanto più, oggi, sorprende la profondità di un'analisi che sembra precorrere i tempi.

Nel capitolo 27 del libro terzo del Capitale, dedicato alla Funzione del credito nella produzione capitalistica, Marx descrive le conseguenze della formazione, che si era da poco avviata, delle società per azioni:

"1. Un ampliamento enorme della scala della produzione e delle imprese quale non sarebbe stata possibile con capitali individuali…

2. Il capitale, che si fonda per se stesso su un modo di produzione sociale e presuppone una concentrazione sociale dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro, acquista qui direttamente la forma di capitale sociale (capitale di individui direttamente associati) contrapposto al capitale privato, e le sue imprese si presentano come imprese sociali contrapposte a quelle private. E' la soppressione del capitale come proprietà privata nell'ambito del modo capitalistico stesso.

3. Trasformazione del capitalista realmente operante in semplice dirigente, amministratore di capitale altrui, e dei proprietari di capitale in puri e semplici proprietari, puri e semplici capitalisti monetari…

Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più però come proprietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplici funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali."

Chi non è uso a frequentare Marx, può stentare a capire questo linguaggio, che però non è tanto misterioso come sembra. Marx identifica nelle società per azioni collettori di prestiti, forniti loro dai risparmiatori, che possono essere utilizzati per ampliare all'infinito la scala della produzione. La loro istituzione attesta che il capitale privato del singolo (il proprietario-imprenditore) non è più sufficiente alle esigenze di sviluppo dell'economia. Occorre fare ricorso al denaro di una massa rilevante di individui, che dunque vengono a ritrovarsi associati nell'impresa. In questo senso le società per azioni sono imprese sociali e segnano il tramonto delle imprese precedenti, che riconoscevano un unico proprietario. Certo, gli azionisti non si appropriano dei mezzi di produzione: essi vantano diritti solo sugli utili delle società. Ma è pur vero che quei mezzi vengono acquistati con il loro denaro, e quindi, in una certa misura, vengono a rappresentare una proprietà sociale.

Questa trasformazione fa sì che il capitalista privato (padrone e gestore dell'impresa) diventa semplicemente capitalista monetario, e cede il ruolo dirigenziale ai managers, che sono dipendenti della società e amministrano capitali altrui.

Dunque: "Nel sistema azionario è già presente il contrasto con la vecchia forma nella quale i mezzi di produzione sociale appaiono come proprietà individuale; ma la trasformazione in azioni rimane ancora chiusa entro le barriere capitalistiche; in luogo di annullare il contrasto tra il carattere sociale e il carattere privato della ricchezza, esso non fa che darle una nuova forma."

Qual è il problema di riconoscere pienamente il carattere sociale della ricchezza, vale a dire il suo essere un prodotto del lavoro, e dunque di transitare ad una nuova forma di produzione, incentrata sulla proprietà dei produttori? La risposta è semplice: la tenace difesa dei privilegi da parte dei grandi capitalisti monetari e dei managers. Il capitalismo finanziario e manageriale di fatto "ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l'emissione e il commercio di azioni."

Marx dunque ha previsto sia il predominio del capitale finanziario, del denaro che genera denaro, sul capitale produttivo sia l'avvento dell'era manageriale, di dirigenti che amministrano capitali altrui. Egli ha anche previsto che i capitalisti monetari e i managers si sarebbero alleati per spartirsi, con imbrogli di ogni genere, la torta sempre più ricca prodotta dall'espansione della produzione e dal confluire del piccolo risparmio in Borsa. Tutto ciò che è avvenuto negli ultimi anni gli dà ragione. Il problema è che i sostenitori del sistema continuano a ritenere peccati veniali quelli che Marx riteneva suoi difetti intrinseci e incorreggibili: il parassitismo del denaro che produce denaro, sfrutttando il lavoro altrui, e la corruzione intrinseca al capitalismo finanziario che dà luogo all'associazione a delinquere, non solo a danno dei lavoratori ma anche dei piccoli risparmiatori, tra capitalisti monetari e managers.

Dicembre 2003